COLUI CHE HANNO TRAFITTO
dalla Trinità al Cuore di Gesù
(Duci Francesco)


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titoli

Indice:

Presentazione
Dio è Amore
Il Verbo fatto carne
Il Cristo trafitto in croce
Ecco il cuore che ha amato tanto!
Volgeranno lo sguardo al trafitto

 

 

 

Presentazione

Queste meditazioni del dehoniano p. Francesco Duci fanno parte di un "itinerario di formazione per laici nel carisma e nella spiritualità dehoniani"; e ne sono il primo passo, quello di partenza.

Rappresentano una breve, ma efficace "introduzione" al culto e alla spiritualità del Cuore di Gesù; una "partenza, apparentemente troppo alta, ma in realtà l’unica che possa rifornire la devozione al S. Cuore di tutta la sua ricchezza", come sottolinea lo stesso p. Duci nella introduzione.

 

 

1.
DIO È AMORE

Qual è il Dio di cui fa esperienza la spiritualità dehoniana?

È il Dio delle misericordie che, in Gesù , si rivela a noi come Trinità d’amore. Amare Dio è cosa grande; ma c’è di ancora più grande: credere che Dio ci ama!

Noi siamo convinti che nel cuore aperto e trafitto di Gesù sia l’intera Trinità che ci viene incontro e ci si dona.

 

Introduzione

Abbiamo creduto all’amore

Per incamminare la vostra riflessione pluriennale, avete scelto di partire da più in alto possibile, dal mistero dell’amore trinitario di Dio.

Mi pare cosa saggia agganciarsi alla sorgente che sta in alto sul monte, perché l’acqua ci arrivi in casa con una buona pressione e non abbia a ristagnare nelle tubature.

Condivido questa partenza, apparentemente troppo lontana, ma in realtà l’unica che possa rifornire la devozione al S. Cuore di tutta la sua ricchezza. Vi intravedo due vantaggi per la nostra devozione:

1. Presto o tardi la devozione al S. Cuore deve farci risalire fino a Dio. Il Cuore di Gesù deve svolgere la stessa funzione che svolge l’umanità intera di Gesù, cioè quella di rivelarci il Padre e di condurci al suo amore.

Nella sua vita pubblica, come nella sua morte, Gesù non annunciava se stesso, ma il Padre. Egli non fu mai l’immagine di se stesso, ma di Dio invisibile, e rivelatore ammiratissimo dell’amore del Padre. Perché mai non dovrebbe essere così anche del suo Cuore? Perché l’immagine commovente del Cuore di Gesù non dovrà parlarci dell’amore del Padre?

Se non vuol tradire il Gesù del vangelo e rischiare l’anemia e l’insignificanza, la devozione al S. Cuore deve tener aperti sul Padre i suoi orizzonti, deve cioè includere il mistero trinitario dell’amore. Noi siamo convinti che nel cuore aperto e trafitto di Gesù sia l’intera Trinità che ci viene incontro e ci si dona. Questa profondità di campo non ci sembra solo integrativa; noi la riteniamo essenziale a questa devozione. Un Gesù che ci parlasse soltanto di sé, e non innanzitutto dell’amore e del dolore del Padre suo, ci apparirebbe distante da quello del vangelo.

Se la devozione al S. Cuore aspira a salire verso l’altar maggiore, cioè ad avvicinarsi al posto centrale della fede e del culto cristiano, deve assumere la prospettiva di ciò che si fa all’altar maggiore (l’eucaristia e la proclamazione della parola, ecc.); e ognuno sa che là tutto avviene in prospettiva trinitaria. Così, anche le pratiche che ci sono così care (primi venerdì, atto di oblazione, adorazione eucaristica, ecc.) devono lasciarsi plasmare da questa esigenza primaria.

2. Presto o tardi la devozione al S. Cuore ci sensibilizzerà a contemplare l’amore di Dio e di Gesù, più che a compiere pratiche nostre. Spesso i praticanti si dimostrano così poco interessati all’amore che Dio ha per noi e a quanto egli ha fatto, sono invece preoccupati delle loro opere buone e di quanto possono fare loro stessi per Dio. A volte si giustificano col richiamo ad andare al pratico, come se il pratico fossimo noi!

Ovviamente non vogliamo escludere la nostra parte che è sollecitata e attesa da Dio; si tratta di dare la precedenza al suo amore per noi. Non lo domanda soltanto la fede cristiana che professiamo, ma la stessa devozione al S. Cuore. Apparendo a Paray-le-Monial, Gesù esordì mostrando il suo Cuore: "Ecco il Cuore che ha tanto amato gli uomini!". E la nuova Regola dehoniana si pone fin dall’inizio in questa prospettiva, citando il passo paolino: "Io vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e dato se stesso per me" (Gal 2,20). Il motto biblico preferito deve essere: "Noi abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi" (1Gv 4,16); "Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo" (ivi, 19); "Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è stato lui che ha amato noi..." (ivi, 10).

Amare Dio è cosa grande; ma c’è di ancora più grande: credere che Dio ci ama! Del resto Gesù, che pur ci ha domandato di amare il Padre suo, ci ha soprattutto rivelato il volto misericordioso del Padre; fu questo il suo vangelo!

"Credere" è il verbo che compendia la nostra esistenza cristiana; esso ci modella la mente, il cuore e la vita; ci porta a superare pigrizie, dubbi e paure.

Certo, viene anche la nostra parte, povera ma generosa. C’è forse da ricordare che Dio la aspetta, proprio perché ci ama? E che all’amore si può rispondere solo con l’amore? E che la nostra risposta provoca a sua volta Dio, che è felice di lasciarsi provocare? Ma la precedenza accordata alla fede ci scamperà dalle illusioni e dalla presunzione. Credere è infatti la parte più essenziale del nostro amore per Dio e per Gesù; e la devozione al S. Cuore non lo deve mai dimenticare.

L’amore ha una storia

Che Dio esista, anche la filosofia ha saputo dimostrarlo in modo convincente, attraverso una poderosa riflessione dell’intelligenza, splendido omaggio reso a colui che è la somma verità.

Ma che questo Dio ci ami con tutto se stesso, nessuno poteva dircelo se non lui stesso. E Dio ce lo ha rivelato mediante la sua Parola: primo atto del suo amore. E non lo ha fatto utilizzando i filosofi, ma i suoi santi profeti, ai quali ha fatto percepire, tenendoli stretti accanto a sé, i movimenti del suo cuore appassionato.

È dalla rivelazione divina che arriva a noi la più stupenda delle notizie: Dio ci ha amato, e anche in questo momento continua ad amarci. L’esperienza e l’insegnamento dei santi non è la fonte originaria della verità rivelata, ma soltanto una conferma, a noi più vicina, di quella notizia. L’amore di Dio ha fatto storia, diventando il sole e la gioia segreta di una schiera innumerevole di uomini e donne di ogni epoca. Se anche noi tentiamo di inserirci in quella storia, non è per amore di cultura, ma di vita. Se tentiamo di riflettere su quel mistero, è solo per rendergli un piccolo omaggio balbettante, perché nel mondo ci sia sempre qualcuno che crede a quella notizia, e la rilancia ad altri, perché non vada smarrita. È questa la missione che la devozione al S. Cuore si accolla: evangelizzare la bella notizia. Ed è in vista di questa missione che si crede.

La rivelazione dell’amore di Dio non ci vien fatta pervenire in forma discorsiva, come se si trattasse di una lezione scolastica registrata, ma in forma narrativa, perché si tratta di una storia, della storia della nostra salvezza, che si va snodando dagli albori primordiali del Genesi, fino alle anticipazioni profetiche dell’Apocalisse. È dentro quella storia che Dio ci rivela il suo amore misericordioso.

Si prenda nota subito di questo realismo fattivo. Dio ci fa capire che il suo amore non è fatto solo di buoni sentimenti, delle buone disposizioni del suo cuore nei nostri riguardi (molti sembrano accontentarsi di questo!). La Bibbia ci rivela l’amore nello stesso tempo che ci racconta gli avvenimenti suscitati dall’amore, siano essi grandiosi o piccoli, siano di liberazione dal male o di elargizione del bene. La "Dei Verbum" ci dice che la rivelazione viene fatta da Dio mediante eventi e parole intimamente connessi fra di loro. Del resto, non diciamo anche noi che il vero amore è provato con i fatti? In fatto di amore, le parole, da sole, potrebbero sembrare una declamazione di se stessi; ma Dio non declama il suo amore, lo racconta; e può farlo perché è incarnato nei fatti. La stessa "Dei Verbum" dice che l’immenso amore del Dio invisibile si rivolge agli uomini come amici suoi, e si intrattiene con loro, per invitarli e poi ammetterli alla comunione con sé (cf. DV 2).

Rivelandoci il suo amore con parole e fatti, Dio intende salvarci, e la salvezza sta nella comunione con lui. Dunque, un amore dal respiro immenso; capisco che domandi di essere creduto!

Il Dio di misericordia

Impossibile ridurre in sintesi il tema immenso dell’amore di Dio e la storia che gli fa da risonanza. Ci limiteremo ad onorare la sua qualità che viene maggiormente magnificata da un capo all’altro della Bibbia: la misericordia. A questa infatti si riferisce il pio ebreo, e con lui ogni credente, per sostenere la sua speranza: "Mostraci, Signore, la tua misericordia... Ricordati della tua misericordia che è da sempre... Dove sono le tue misericordie di un tempo?... La misericordia circonda chi confida nel Signore... Tutte le vie del Signore sono misericordia e fedeltà... Canterò in eterno le misericordie del Signore... ecc".

La parola "misericordia" è dovuta alla traduzione latina, dalla quale è poi passata in quella italiana; essa introduce la suggestiva immagine di un Dio che "si porta nel cuore i miseri", che li ha a cuore...

Ma bisogna dire che a "misericordia" non corrisponde un unico termine ebraico, ma diversi, ognuno con una sua particolare intensità. Caratteristica di questi termini ebraici non è soltanto di esprimere l’intensità del pathos, ma anche la determinazione di Dio, cioè l’impegno di fedeltà assunto in forza dell’alleanza. Ora, questa densità semantica non può essere riprodotta con l’unico termine latino "misericordia", per questa ragione le traduzioni moderne, senza rinunciare a "misericordia", fanno ricorso a un vocabolario più diversificato (amore, tenerezza, compassione, fedeltà, grazia, ecc.) che cerca di avvicinarsi di volta in volta alla parola ebraica e al suo contesto.

Le parole della misericordia

Prendiamo brevemente in considerazione alcuni termini ebraici che vengono spesso tradotti con "misericordia".

1. Hesed - È molto frequente nell’AT, anche detto di Dio; per es., il noto Salmo 136 lo ripete ventisei volte, in forma di acclamazione litanica: "perché in eterno la sua misericordia (hesed), Kî le olàm hasdô".

Questo termine non indica primariamente lo stato d’animo della misericordia, il sentimento della compassione e del perdono, ma il comportamento di Dio coerente con l’impegno da lui assunto in seguito al patto di alleanza. Indica la prontezza di Dio nel venire in aiuto del suo popolo, che è diventato come gente del suo proprio sangue, da aiutare quindi con doverosa pietà. Hesed è perciò inseparabile dal contesto di alleanza; e Israele, anche se non può campare diritti, si sente rassicurato nei suoi rapporti con Dio. Visto che il patto è un impegno di soccorrere la parte che è nel bisogno, hesed oscilla facilmente verso la grazia e la misericordia.

2. Emet - Questo termine è spesso abbinato al precedente (hesed we emet): ribadisce con forza la indefettibile lealtà, la tenuta stabile, la fedeltà. È lì ad assicurare che Dio è determinato, oltre che coerente; il suo comportamento e il suo sentire non sono dettati da emozioni passeggere, ma da tenace e duratura fedeltà.

3. Rahamim - Se non viene tradotto con "misericordia", lo si rende volentieri con "cuore"; ma in realtà esso significa "viscere". Esso indica un amore per così dire somatizzato, avvertito fisicamente, viscerale appunto, quale lo esperimenta la madre gestante (rehem è il grembo materno), e che dura anche in seguito.

Poiché è sentito verso un figlio che è indifeso o bisognoso, finisce spesso per significare compassione e misericordia. Bisognerà tradurlo almeno con tenerezza.

4. Hen - Il termine vuol esprimere l’atteggiamento di benevolenza del tutto gratuita, assunto da Dio verso di noi, di accondiscendenza immeritata, in una parola: di grazia.

La parola allude all’atteggiamento chinato del sovrano, nell’atto di ascoltare le richieste del supplicante inginocchiato ai suoi piedi (hanan, piegarsi). È proprio questo benevolo atteggiamento di Dio la "grazia" di Dio di cui si interessa la Bibbia, e non i favori ottenuti, le grazie.

Ma la grande fortuna di questo termine si avrà col NT, dove è tradotto con chàris - grazia; lì ci vien detto che la Hen, la Grazia di Dio per noi è Gesù Cristo: "Dio ricco di misericordia, per il grande amore con quale ci ha amati, da morti che eravamo... Per grazia siete stati salvati... La straordinaria ricchezza della sua grazia in Cristo Gesù..." (Ef 2,4-7).

Ecco un piccolo florilegio veterotestamentario sull’amore misericordioso di Dio:

- "Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà" (Ger 31,3).

- "Ritornate al vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza, e si impietosisce riguardo alla sventura" (Os 2,13).

- "Il Signore tuo Dio è un Dio misericordioso; egli non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza giurata" (Dt 4,31).

- "Rendo grazie per la tua fedeltà e la tua misericordia... Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto" (Sal 138,2-3).

- "Non è forse Efraim un figlio a me caro, un mio fanciullo prediletto? Dopo averlo minacciato, io mi ricordo di lui sempre più vivamente; per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza" (Ger 31,20).

- "Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione" (Os 11,8).

- "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai" (Is 49,15).

- "Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di loro per dargli da mangiare" (Os 11,3).

Al Sinai Dio sembra rivelare il suo intimo fino in fondo:

- "Jahvè, Jahvè è un Dio di tenerezza (rahum) e di grazia (hanun), lento all’ira e ricco di misericordia (hesed) e di fedeltà (emet), che conserva la sua misericordia (hesed) per mille generazioni...".

Questo passo verrà riecheggiato in Os 2,13; Sal 145,8-9; 103,8.13; 86,15-17; ecc.

Ricco di misericordia

L’area biblica di "misericordia" comprende dunque un’ampia gamma di significati, ognuno dei quali dice qualcosa di specifico e di suggestivo sul tema dell’amore misericordioso di Dio. In particolare: la prontezza di Dio ad impegnarsi stabilmente con il suo popolo, la fedeltà leale e coerente, la compassione misericordiosa verso infelici e sofferenti, il perdono accordato senza risentimenti e diffidenze, la pietà premurosa verso il suo popolo, la tenerezza materna che si commuove verso piccoli e indifesi, la clemenza regale che si mostra accondiscendente verso i supplicanti, la grazia e il favore gratuitamente accordati, ecc.

Il Dio che si va rivelando ai profeti non appare dunque quell’Essere totalmente altro, il Dio imperturbabile e impassibile della filosofia, che si tiene al sicuro da ogni vicissitudine e dalla sofferenza del mondo.

Al contrario, Dio appare toccato nell’intimo da quanto accade all’uomo o che l’uomo stesso compie, e al quale reagisce con la gioia, il dolore, lo sdegno, l’ira, la misericordia, ecc. Un Dio che reagisce e si coinvolge in modo appassionato. Un pathos divino intenso, che non è soltanto reazione psichica, ma anche autentica scelta etica di voler partecipare misericordiosamente alla storia dell’uomo e alle sue situazioni (Hescel).

Secondo il giudizio della Bibbia, non è solo Dio ad essere importante per l’uomo, ma è anche l’uomo ad essere importante per Dio. I profeti si trovano di fronte a un Dio della compassione, dell’attenzione premurosa... Il pathos compendia ogni rapporto di Dio con l’uomo (Hescel).

Il peccato è certo un fallimento per l’uomo, ma anche una delusione e una sofferenza per Dio.

Dio non è solo

Il Dio delle misericordie di cui ci parla l’AT, che riempie la storia d’Israele della sua parola e della sua azione liberatrice; il Dio dei patriarchi e dei profeti è uno solo, come recita lo shemà Israel (Dt 6,4). Il sospetto anche solo remoto che Dio potesse non essere solo, ma avere qualcun altro accanto a sé, non ha mai sfiorato nessun israelita. Ai cristiani invece, educati dal NT, riesce difficile concepire un Dio eternamente solo; e subito sorge in loro la domanda: come può essere infinitamente beato in quella sua solitudine assoluta? E come può essere amore senza qualcuno da poter amare e dal quale essere amato? Si dovrà forse ritenere che amore, comunione, comunicazione, ecc. non si trovino in Dio se non come pure potenzialità?

È la rivelazione neotestamentaria a far "esplodere" quella presunta solitudine divina, svelando come accanto a Dio esista sempre un Altro, che porta il nome di Figlio, senza pregiudizio alcuno per il monoteismo.

Ma quel Figlio di Dio di cui parla il NT non ci viene mostrato accanto a Dio, ma esistente quaggiù in mezzo agli uomini, mandato fra loro e diventato uomo. Egli porta il nome ebraico di Gesù di Nazaret. È questo il secondo contenuto, proprio della fede cristiana: l’incarnazione del Figlio Gesù, il Figlio dell’Abbà.

È importante notare come la rivelazione del Figlio diventato uomo non ci venga fatta conoscere da qualche profeta o dagli apostoli, o da Maria, la madre, o semplicemente dalle scritture divinamente ispirate del NT. Non veniamo a saperlo da terzi, ma dall’interessato stesso, dalla testimonianza personale di Gesù. E lo svelarsi di quella coscienza unica nella storia umana, ci viene documentata dalle narrazioni evangeliche.

È ancora lui che, rivolgendosi al suo Dio, gli dà il nome familiare di "padre", anzi di "abbà - papà". Il Dio di Israele, oltre a essere il suo Dio, è anche il Padre di cui Gesù si sente il Figlio unico ed assoluto, e al quale si riferisce con illimitata fiducia ed eroica obbedienza fino alla morte.

Questa sua consapevolezza di figlialità divina, Gesù non la declama a grandi parole, ma la lascia trasparire dal suo abituale comportamento, che non possiamo prendere qui in considerazione. Più che di se stesso, egli va gioiosamente parlando del Padre, al punto da farne il vangelo dentro il vangelo. Voleva che anche gli uomini potessero aprirsi con fiducia al "Padre che sta nei cieli".

L’Unigenito presso Dio

Dicevamo che il NT ci rivela l’esistenza del Figlio proprio quando questo Figlio si trova a vivere sulla terra, uomo tra gli uomini.

Assai poco invece ci dice della sua pre-esistenza eterna accanto a Dio, e ancor meno sull’evento primordiale, sulla generazione eterna di lui da parte di Dio. La Scrittura non ha l’ardire di puntare sul più indicibile dei misteri divini; ma quella nascita eterna del Figlio sta annunciata nei nomi di "Unigenito" e "Figlio". Egli è da sempre accanto a Dio-Padre, dimorante nel suo seno, ma da sempre generato. Il Figlio è l’Altro che sta davanti a Dio, realmente distinto, anche se della stessa sostanza. Dio ha voluto da sempre questa "replica di sé", traendola da sé, donandole tutto il suo esser-Dio, senza nulla riservarsi se non il suo esser-Padre. Espropriazione radicale di cui soltanto Dio può essere capace.

Da parte sua il Figlio, accogliendo il dono con infinita gratitudine, si restituisce al Padre con la stessa radicale generosità che nulla si riserva, se non il suo esser-Figlio, ricolmando il Padre della pienezza di divinità che aveva ricevuto. "In principio era il Verbo [il Figlio], e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio" (Gv 1,1). "Credo in un solo Signore... Unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli... Generato, non creato, della stessa sostanza del Padre" (simbolo niceno-cost.).

Lo Spirito di Dio

Ma non è ancora tutto. La fede cristiana infatti professa l’esistenza in Dio di una terza persona, che porta il nome di Spirito Santo. Il mistero non fa che infittirsi, non solo per l’aggiungersi di un terzo soggetto divino, ma anche per quell’enigmatico nome impersonale di "spirito", che non è di alcun aiuto nell’individuare in quale rapporto stia con le altre due persone. Nome davvero insolito per una persona, ma tutt’altro che sconosciuto alla Bibbia dell’AT. Dello Spirito di Dio infatti, sono piene le scritture dei due testamenti, dove si parla di lui come della forza avvolgente e penetrante di cui Dio dispone quando opera nel cosmo. Forza con cui promuove il disegno grandioso della nuova creazione. Lo spirito di Dio è il Dono escatologico ripetutamente promesso: compendio di tutti i beni messianici e caparra di salvezza in vista della comunione eterna con Dio.

Man mano che procede la rivelazione del mistero di Dio, si va delineando una novità sorprendente: dopo un lungo uso impersonale dell’espressione "spirito di Dio", si incomincia ad intravedere una comprensione personale. Nei discorsi di addio del quarto vangelo, le ripetute promesse di Gesù di mandare lo Spirito, anche se non tratteggiano un volto personale riconoscibile, configurano però una persona distinta dal Padre e dal Figlio, che subentrerà a Gesù per sempre, svolgendo nei discepoli la funzione di paraclito e di maestro di verità (Gv 14,16s. 25s; 15,26s, ecc.).

Ma lo Spirito è all’opera non soltanto sugli uomini da salvare, ma anche sulla persona del Figlio fatto uomo. Scende infatti sulla madre come potenza dell’Altissimo, al momento del suo concepimento; scende e rimane su di lui nel battesimo quale forza carismatica che lo abilita alla predicazione del vangelo; scende infine come potenza di vita del Padre per risuscitarlo dal sepolcro (Rm 1,4; 8,11; Ef 1,19s; ecc.).

Anche se nulla ci viene detto nella Scrittura sul "ruolo" che lo Spirito svolge nel movimento della vita divina, è certa però la sua essenziale importanza nella Trinità; tanto basta a fugare l’impressione che il mistero di Dio si esaurisca tutto tra Padre e Figlio, e che lo Spirito non occupi se non un posto integrativo secondario, il posto... dell’ultimo arrivato.

Non è lui, lo Spirito, l’origine della vita trinitaria, che proviene soltanto dal Padre. E nemmeno il punto di arrivo della vita, che sfocia nell’Unigenito. Tuttavia lo Spirito è già operante all’inizio non meno che al termine, perché Padre e Figlio sono tali soltanto nello Spirito.

Lo Spirito è la potente vita che sta nel Padre, anzi la fecondità stessa del Padre che genera il Figlio; senza lo Spirito, Dio non sarebbe né Dio né Padre.

Ma lo Spirito è anche operante nel Figlio, nel quale dilata l’infinita capacità di accoglimento e la generosità con cui il Figlio si restituisce a Dio nel giubilo di una gratitudine eterna. Senza lo Spirito, il Figlio non sarebbe né Figlio, né Dio, né Verbo incarnato.

Non si resti ingannati dal fatto che lo Spirito viene nominato al terzo posto nell’ordine delle persone divine. Ciò non è segno di minor importanza, perché "terzo" non equivale a "ultimo". Egli infatti è la vita che scorre da Padre a Figlio, e viceversa, in movimento circolatorio. Viene dopo il Padre e il Figlio in ragione dell’origine da loro (si veda il dogma e problema del Filioque).

 

Lo Spirito è l’Amore

Con s. Agostino inizia un modo nuovo di comprendere la funzione dello Spirito all’interno della Trinità. Fondandosi su alcuni convergenti indizi biblici (fra cui il notissimo Rm 5,5), Agostino giunge ad affermare che "il Padre è colui che ama, il Figlio è l’amato, lo Spirito è l’amore" (De Trin. 8,14). Questo modello interpretativo farà storia e finirà coll’imporsi a tutta la tradizione occidentale. Nel dinamismo delle relazioni che la costituiscono, la Trinità è un mistero di amore. Dio genera amando, nell’impeto altruistico del suo Spirito; il Figlio così generato è il Diletto, l’agapetòs, nel quale Dio ha posto tutte le sue compiacenze, come vanno ripetendo i vangeli (Mt 3,17; 17,5 e parall.). Il Figlio, ricevendo tutto se stesso dal Padre, ne riceve in dono anche lo Spirito, nel quale a sua volta, con la stessa infinita generosità oblativa, ri-ama il Padre e a lui si dona.

È dunque lo Spirito il vincolo unificante della Trinità. L’unità di Dio non è soltanto quella ontologica, assicurata dalla natura divina comune ai Tre; ma è anche di carattere comunionale, realizzata da uno dei Tre, cioè dallo Spirito. "A Dio Padre, per mezzo di Cristo, nell’unità dello Spirito Santo" ama ripetere con solennità la preghiera liturgica.

Questa identificazione dello Spirito Santo con l’amore reciproco tra Padre e Figlio ci ricorda ancora una volta quanto Dio sia diverso da noi, quanto inesprimibile il suo mistero, del quale possiamo parlare solo balbettando.

Nella Trinità, l’amore non è dunque soltanto un nobilissimo affetto del cuore, un sentimento di intensità infinita.

L’amore in Dio è Qualcuno, un vero soggetto personale realmente distinto dagli altri due. Se dunque in Dio le cose stanno così, se l’amore è distinto dai due che amano, ciò sta a dire che non ha nulla di possessivo, né cerca il proprio autocompiacimento, ma abbandona radicalmente se stesso, fino al punto di appartenere ad un terzo, allo Spirito.

Lo Spirito, oltre ad unire il Padre e il Figlio, uno con l’altro nella sua comunione, li fa essere anche uno per l’altro, dimentichi di sé per potersi donare l’uno all’altro, nella trascendente alterità del suo amore.

Si può giustamente dire che lo Spirito è l’estasi del Padre e del Figlio, nel senso pieno del termine, cioè il loro star fuori di sé, per essere fino in fondo l’uno per l’altro. Attuazione suprema dell’amore, possibile soltanto all’interno di un Dio trinitario: l’amore non consiste nel possedere ed essere posseduti, ma nel dono senza limiti di sé reciprocamente offerto e accolto.

Anche se appena accennata, questa considerazione sul movimento della vita all’interno della Trinità appare necessaria, perché è su di esso che si fondano gli sviluppi successivi. La storia della creazione e della nostra salvezza deriva da quel mistero di vita, lo dilata nel mondo per farvi partecipare gli uomini, e lo riconduce alla Trinità da cui proveniva e in cui troverà compimento un giorno.

È dall’amore trinitario, che continuamente si supera nel dono inesauribile di sé all’altro, che deriva la decisione dei Tre di uscire da se stessi, per donare la loro vita divina a creature tanto limitate, ma tanto amate. Dovremo in seguito ritornare su questo progetto di Dio, suggerito da nessun’altra ragione se non da quel traboccante eccessivo amore che arde nella Trinità. Qui vogliamo soltanto ricordare come l’amore salvifico che Dio riversa su di noi non resti ai margini della vita trinitaria, ma mobiliti le persone divine e si intrecci con le relazioni trinitarie, entrando così nella storia stessa del loro eterno amore. Così si dica dell’incarnazione e della passione del Figlio: da null’altro sono state suggerite e realizzate, se non dalla dinamica di quell’amore che spinge ad uscire da sé per donarsi sempre più agli altri. Il Figlio svuotò se stesso ed assunse per amore nostro l’intera condizione umana con tutti i suoi limiti, giungendo a donarsi anche a chi gli era nemico e lo respingeva.

Possiamo intuire il posto centrale che occupa lo Spirito in questa ardimentosa storia dell’amore di Dio per noi. È in lui che Padre e Figlio ci amano fino agli estremi della incarnazione e della passione. È lui il punto di "fuoruscita" della Trinità verso il mondo peccatore, il luogo in cui essa concepisce il disegno di comunicarci la sua vita, e la potenza d’amore con cui viene attuato nella storia. È lui infine il Dono che Padre e Figlio fanno a noi, nel quale è compendiata tutta la nostra salvezza. Ma lo Spirito, che apre Dio al mondo, deve anche aprire il mondo a Dio, liberandolo dalle sue chiusure ermetiche e rendendolo disponibile alla Comunione con la Trinità. Soltanto all’Amore infinito è possibile far incontrare l’uomo con Dio.

 

 

2.
IL VERBO FATTO CARNE

Qual è il Dio di cui fa esperienza la spiritualità dehoniana?

Un Dio che rinuncia all’esercizio delle sue perfezioni divine, ma in tal modo mette allo scoperto il fondo ultimo del suo essere, ciò a cui non potrà mai rinunciare: di essere Amore che si dona a fondo perduto.

Ha dato se stesso per noi: la passione è un gesto personale volontario di Gesù, un atto d’amore eroico e totale.

"Entra attraverso la porta del costato, fino al Cuore stesso di Gesù. Attraverso la ferita visibile contempla la ferita dell’amore invisibile" (s. Bonaventura).

 

 

Prima parte

Trinità d’amore

Abbiamo già visto che il Dio della fede cristiana non si riduce ad un generico monoteismo. Dio ci è apparso non come un tranquillo lago di montagna, ma piuttosto come una cascata di grandi acque, un mare ribollente di vita che va da una persona all’altra per via di generazione: dal Padre al Figlio nell’impeto dello Spirito, il loro unico comune amore che sospinge ambedue al dono totale di sé

Potremmo tentare di esprimere approssimativamente così questo mistero arduo, ma che costituisce il fascino stupendo di Dio.

Fin dall’eternità Dio rinuncia ad esistere soltanto lui come Dio, ma ha voluto e vuole che anche un Altro sia Dio come lui e di fronte a lui, per un dialogo d’amore senza fine. Perciò ha generato il suo Figlio unigenito, non spartendo con lui l’essere divino, ma donandoglielo totalmente senza nulla trattenere per sé; in tal modo Dio è anche Padre. Il Figlio, infinitamente distinto ma identico nell’essere, è la sua beatitudine e gloria; da parte sua risponde in gioioso rendimento eterno di grazie, donando se stesso in totale dedizione al Padre, che è la sua beatificante estasi d’amore. Da essi emerge il comune Spirito, vincolo della loro unità e slancio della loro donazione: il loro "noi" che, mentre tiene aperta la loro distinzione, la supera eternamente nella sua unità ipostatica (cf. von Balthasar, Teodr. 4,311ss).

Il Dio tri-uno è così un mistero perennemente aperto al dono della vita, sempre uguale in se stesso e sempre capace di novità. Le decisioni imprevedibili che prende in direzione del mondo, creato al di fuori di sé, altro non sono che l’eco, il prolungamento e l’effetto di ciò che già avviene al suo interno; un’ulteriore espansione della vita già esplosa nella generazione del Figlio, una ulteriore glorificazione reciproca del Padre e del Figlio. La Trinità sta dunque non solo all’inizio e al termine, ma in ogni dettaglio della natura e della grazia.

L’amore che crea

È piaciuto ai Tre, nella loro divina libertà, di aprire ad altri la loro stessa beatitudine, dilatando per così dire la "famiglia" trinitaria a innumerevoli creature, che per questo fine avrebbe chiamato all’esistenza. Decisione che ci svela un Dio inaspettato, non geloso possessore della sua felicità, animato invece dal desiderio di espanderla, generoso fino a regalarsi senza misura. Ma non è questo un dinamismo che già abbiamo intravisto nell’atto del Padre di generare il Figlio? Dio è da sempre allenato al dono di sé; ma dovrà affrontare le ostili chiusure che le creature potranno riservargli, disposto alla generosità del perdono...

Ma se questo è il nostro futuro eterno, se ci attende un così splendido destino, perché lo si pensa così poco? Perché lo si annuncia in tono dimesso, riducendolo spesso ad una non meglio identificata ricompensa? Eppure la nostra salvezza ci sarà in quel momento quando, varcando le soglie della Trinità, verranno annientati i tanti limiti che affliggevano la nostra esistenza, oltre a quelli più nefasti del peccato. La comunione di vita con il Padre-Figlio-Spirito verrà a saziare aspirazioni, sogni di felicità irrealizzati, nostalgie di santità. Colmerà di beni specialmente chi ha conosciuto soltanto l’indigenza. Fra la chiamata al domani e l’impegno per l’oggi c’è un equilibrio da inventare ogni giorno: l’evasione consolatoria è un danno per il cristiano impaziente, ma finirebbe con l’impoverire anche la storia stessa, sottraendole senso e speranza di riuscita.

La chiamata alla "patria trinitaria" getta luce anche sull’oscuro enigma della presenza del male nel mondo che affligge individui e società col suo carico terribile. Che le sue creature abbiano a soffrire, Dio lo sopporta con dolore solo in vista di quel bene futuro, il più grande possibile.

Ogni mondo ipotizzabile non può essere che necessariamente imperfetto, e perciò esposto alla corrosione del male fisico, psichico e morale; un mondo indenne da ogni forma di male è una pura chimera e sogno.

Dio ne è consapevole, ma, pur di far esistere tanti altri oltre a sé e farli partecipare alla pienezza e alla beatitudine suprema che solo lui conosce ed è, ha affrontato il rischio di creare il mondo e la libertà. Dio se ne assume la responsabilità, mettendosi a fianco delle sue creature con premura di padre, disposto a pagare di persona soffrendo e lottando per misericordiosa com-passione, insieme con ognuna di esse:  "Le sofferenze del mondo presente non sono paragonabili alla gloria che dovrà esser rivelata in noi" (Rm 8,18); "Il momentaneo leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria" (2Cor 4,17).

La creazione non è tanto da vedere come la meravigliosa opera dell’onnipotenza divina; essa è piuttosto il frutto di quell’eterno dialogo d’amore che è in atto fra le persone divine, il dono divinamente munifico che una fa all’altra.

La creazione si colloca sull’onda di esplosione che dal Padre si protende a generare il Figlio, e sull’onda di ritorno dell’amore oblativo del Figlio che si restituisce al Padre; è dunque presa entro l’abbraccio dei due che è lo Spirito Santo.

La creazione non è finalizzata a se stessa, ma è la prima tappa di un più grande progetto, consistente nella volontà dei Tre di voler chiamare altri a vivere con loro un’esistenza eterna di beatitudine, in qualità di figli nel Figlio, come annuncia con chiarezza il NT: "Dio ci ha scelti in Cristo prima della creazione del mondo..., predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo... a gloria della sua grazia che ci ha dato nel suo Figlio diletto" (Ef 1,4-6); "... predestinati ad essere conformi all’immagine del suo Figlio, perché sia il primogenito di molti fratelli" (Rm 8,29).

È "in vista del Figlio" (cf. Col 1,16) che Dio ha concepito un simile ardimentoso progetto, perché altri abbiano un giorno a vedere quale gloria il Padre gli abbia dato, con quale amore lo abbia amato prima ancora della creazione del mondo (cf. Gv 17,24-26). E, a sua volta, è a gloria del Padre che il Figlio accetta di compiere sulla terra l’opera affidatagli di farlo conoscere agli uomini (Gv 17,4).

Apparve l’amore

Questa storia di creazione divina entro i solchi delle generazioni umane durava già da millenni, quando la Trinità attuò la più impensabile possibilità del suo amore: l’incarnazione del Figlio!

L’uomo sa che a Dio è possibile tutto, ma non avrebbe mai potuto sospettare che fra le sue possibilità ci fosse anche quella di mettersi da parte per diventare l’altro, la creatura, il non-Dio.

Ritenevamo ovvio che Dio fosse "vincolato" alla sua infinitezza, destinato a non poter essere altri che se stesso. Invece Dio sconvolse anche questa ovvietà, varcò l’abisso metafisico e divenne uomo! Senza sdivinizzarsi, ma rimanendo se stesso, si seppe svuotare della sua condizione divina: "Svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso..." (Fil 2,7-8).

Rinuncia all’esercizio delle sue perfezioni divine, ma in tal modo mette allo scoperto il fondo ultimo del suo essere, ciò a cui non potrà mai rinunciare: di essere Amore che si dona a fondo perduto: "Si è manifestata la bontà di Dio, nostro salvatore, e il suo amore per gli uomini... perché... diventassimo eredi della vita eterna" (Tt 3,4-7). Questa "filantropia" divina non ci viene illustrata a parole, né soltanto con i fatti, ma stavolta di persona, col suo esserci (ipsa sua praesentia, DV 4).

Il Verbo si è fatto carne

Giovanni, scrivendo queste parole, è preso dalle vertigini, indicando la nuova condizione del Figlio, cioè "la carne", l’esistenza precaria e fragile assediata dalla debolezza e tallonata dalla morte, la nostra finitudine. Non si trattò di una missione esplorativa o di una visita di cortesia, non di mettersi ad abitare in un uomo, ma di diventare uomo. Ecco ciò che ci sconvolge: che il Figlio di Dio sia stato capace di farlo e lo abbia fatto per amore nostro.

Un uomo vero, senza clausole speciali che modificassero i lati più mancanti e gli aspetti più disagevoli della natura umana, i più indegni di Dio. Nulla di ciò che è umano è stato ritenuto indegno (gestazione, parto, crescita, dolore, pianto, tentazione, agonia, morte), eccetto il peccato, che è anti-divino per eccellenza, ma non fa parte nemmeno della natura umana. Tutto il resto, il Verbo ha assunto nella sua persona, senza nulla manomettere, ma onorando tutto della sua creatura, per salvare tutto. Umanizzazione perfettamente riuscita, non inceppata affatto dall’infinitezza di Colui che la assumeva. Quella umanità autentica e ciò che essa compirà, sentirà, patirà, appartiene alla persona del Figlio.

L’incarnazione propriamente parlando non si compì in un attimo, nell’istante dell’impatto con l’essenza umana; ma occorrerà quel faticoso processo che fu la sua intera vita. Chi potrà negare che la morte sia stato il culmine della incarnazione del Verbo?

Dio ha tanto amato il mondo!

A farsi uomo è stato il Figlio, ma ad averne l’iniziativa è stato il Padre, dal quale tutto l’amore proviene. E il Figlio ha accolto il disegno divino con la infinita disponibilità dello Spirito, felice di poter dare al Padre una prova inedita del suo amore filiale.

Non si pensi segretamente che a Dio non sia costato nulla donare il suo Figlio; in realtà se ne è privato, secondo una misura divina che a noi risulta misteriosa, ma che ci apparirà più evidente nell’abbandono dell’agonia. Il Figlio era la sua beatitudine e il suo amore e se ne è privato per noi. Se a Dio non fosse costato nulla, non vi sarebbe motivo di stupirsene, come invece fa l’evangelista: Guardate fino a che punto Dio ha amato il mondo! Se l’assunzione della condizione umana fu una "Kenosi" per il Figlio, lo dovette essere anche per il Padre (lo Spirito è lui stesso quella Kenosi, quel sapersi eclissare che caratterizza l’amore di Dio). Fu un dono pieno di felicità per il donante e per il donato (lo Spirito è la donazione, l’atto stesso del donare e dell’esser donato); ma Dio conosceva l’esito in anticipo; il mondo infatti, realtà tenebrosa e ostile, posta nel maligno e violenta, non lo volle accogliere! Lo stesso verbo "donare", usato da Giovanni, è più il verbo del Calvario che di Betlemme.

Ma se qualcuno avrà il coraggio generoso di credere nel Figlio donato, costui sfuggirà alla morte e avrà la vita eterna. Credere è, in definitiva, credere all’amore di Dio, allungare le braccia e aprire il cuore per accoglierlo, come fece Maria già con la sua fede, prima ancora che nel suo grembo.

Dio è amore!

Nella prima Lettera di Giovanni viene scandita due volte la famosissima affermazione cristiana, vertice della rivelazione sul mistero del Padre: "Dio è amore" (4,8.16). A ben vedere, non si tratta propriamente di una definizione metafisica dell’essere divino, e nemmeno la formula che vuol sintetizzare tutti i buoni sentimenti di Dio verso di noi.

È un’esclamazione di stupore, che Giovanni non può trattenere di fronte a un fatto che Dio ha compiuto. Ecco quel fatto stupefacente: Dio ha mandato per noi il suo Figlio! Il passo non si limita a ricordarlo una sola volta, ma lo ripete per tre volte: lo ha mandato nel mondo (v. 9), lo ha mandato come vittima sacrificale per i nostri peccati (v. 10), lo ha mandato come salvatore (v. 14). È la gioia dell’evangelista di poterlo raccontare più e più volte, perché è troppo bello che Dio abbia fatto così. Perciò l’esclamazione stupefatta: Dio è amore!

Quell’invio non ha, infatti, altra spiegazione che nel cuore del Padre: "In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi" (v. 9); "In questo sta l’amore: ... è lui che ha amato noi" (v. 10).

Questo passo, visibilmente concitato rivela un tumulto nel cuore dell’evangelista, una gioia che non si placa nel dire la cosa una volta sola, un bisogno di riconoscenza che, più che nella parola "grazie", si esprime nel bisogno missionario di farlo sapere ad altri (la predicazione dell’evangelo è gratitudine a Dio). Dopo questa esigenza, viene quella dell’amore per i fratelli: tema di tutta la lettera, ma particolarmente insistente in questo capitolo quarto, al punto da intrecciarsi quasi in ogni versetto. Amare è rimanere in Dio e Dio in noi, in forza del "dono del suo Spirito che ci ha dato" (v. 13).

Sono venuto per servire

A questo punto dovremmo armarci di spirito di osservazione, rincorrendo Gesù lungo il racconto della sua vita pubblica, per scoprire dal vivo le sue scelte fondamentali, i comportamenti abituali, le parole, le azioni, per renderci conto di come ha saputo amare. Non tarderemo a scoprire come egli viva interamente per gli altri.

Lui stesso si è auto-interpretato, facendo ricorso al verbo "servire", che gli veniva dai carmi del Servo di Dio: "Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45; Mt 20,28).

La vita egli l’ha veramente data ogni giorno, servendo il Padre, i discepoli, la gente, i peccatori, i malati, ecc.: un servizio così intenso, che finiamo quasi col ritenerlo normale e facile per lui; in realtà gli dovette domandare una continua abnegazione.

Ma la vita può dirsi pienamente data solo quando di essa non si può più disporre oltre, quando non ci appartiene più perché il dono è diventato irreversibile: e ciò avviene con la morte. Allora la morte stessa non è più l’ultima occasione soltanto, ma diventa il massimo dono: "Nessuno ha un amore più grande di quello di dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Dare la vita è dare anche la propria morte. Il servizio più grande che Gesù rese all’umanità fu proprio la sua morte: "Sono venuto per servire dando la vita".

Fu l’ultima cena a mettere in risalto il tema del servizio. Già il verbo "servire", nel greco ellenistico, significa propriamente "servire a tavola". È a tavola dove si fa evidente che cosa sia servire, perché si dimentica la propria festa perché facciano festa gli altri. Gesù, anche altrove nel vangelo, sembra trovare nel servizio a tavola l’ispirazione fondamentale della sua vita, l’idea-madre che la regge e la motiva.

Durante l’ultima cena domanderà ai discepoli: "Chi è più grande, chi sta (seduto) a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta (seduto) a tavola? Eppure io sono qui in mezzo a voi come colui-che-serve" (ôs o diakonôn, Lc 22,27). E proseguendo esortava i discepoli a governare come se si fosse i più piccoli, come se si servisse (Lc 22,24-26).

Con la lavanda dei piedi scolpì nella loro mente e in qualche modo raffigurò con quell’umile gesto d’amore il servizio della passione dell’indomani. Non pretende nemmeno di essere capito, gli basta che gli si permetta di prestare il suo gesto, di dare la sua vita in servizio (Gv 13,1-15).

Ma il culmine della sua dedizione di Servo si ha nell’istituzione eucaristica di quell’ultima sera, quando egli lasciò alla sua futura chiesa il suo "corpo dato" e il suo "sangue versato", cioè se stesso, la sua vita e la sua morte, invitando a "servirsi di lui" mangiando e bevendo. Gesù non si accontenta di servire a tavola, ma si pone sulla tavola, sacramentalmente ma realmente, come cibo e bevanda per la vita del mondo. Quale servizio più totale di questo suo abbandonarsi alla fame-sete di vita che consuma gli uomini? "Sono venuto per servire, dando la mia vita per voi".

Accanto a chi soffre

Dove Gesù arriva, si danno presto convegno gli infelici della vita; si rileggano i commoventi sommari degli evangelisti: "Conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, epilettici, indemoniati, paralitici, ed egli li guariva" (Mt 4,24). E se non accorrono, perché confinati nella solitudine e nella vergogna, è lui che spesso va a cercarli. Con quali sentimenti nel cuore, non ci viene abitualmente detto; a volte però gli evangelisti non possono fare a meno di segnalare la sua profonda compassione (Mc 8,32 ecc.). Più importante ancora del suo sentire, è la lotta che egli ingaggia contro le varie forme di male che incontra ogni giorno, ponendovi rimedio esemplarmente.

Il male umano più difficilmente guaribile è certamente il male del cuore, cioè il peccato, per il quale non serve la potenza che si impone, ma occorre la finezza penetrante della grazia, che tocchi la libertà. Gesù denunciò apertamente anche le azioni malvagie, e minacciò anche il castigo; ma non sono le sue armi abituali. Il vangelo è invece pieno di rispettosi incontri con pubblicani, peccatori, gente di cattiva reputazione, con cui spesso si siede a tavola. A loro racconta della gioia misteriosa di Dio in cielo per la conversione di qualcuno; e fa nascere l’imprevedibile desiderio di cambiar vita. Non gli importa molto che si mormori di lui: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro!" (Lc 15,2), o che lo si schernisca come mangione e beone (Mt 11,19); si giustifica appellandosi alla missione ricevuta da Dio: "Non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori" (Mc 2,17).

Chi vede me vede il Padre

Il credente è colui che nell’uomo Gesù sa riconoscere il Figlio di Dio. Proprio per questa ragione deve sapervi vedere presenti anche il Padre e lo Spirito. La Trinità è la profondità ultima del suo mistero. Persone distinte, ma inseparabili.

Gesù non è il salvatore solitario che riceve da Dio missione, poteri e credenziali, per poi agire da solo come ambasciatore delegato. Bisogna superare la facile ingenuità di ridurre la presenza della Trinità all’inizio e alla fine della vita terrena di Gesù, cioè alla partenza e al rientro in cielo, come se per tutto il resto, il Padre e lo Spirito restassero spettatori fuori gioco.

L’uomo Gesù non è l’immagine del Verbo, perché il Verbo è proprio lui; egli è l’immagine visibile del Dio invisibile, la presenza cioè dell’intera inseparabile Trinità, che ama e opera attraverso quell’uomo, senza con ciò interferire nella sua spontaneità e autonomia umana: "Chi ha visto me ha visto il Padre... Non credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che vi dico non le dico da me, ma il Padre che è in me compie le sue opere" (Gv 14,9-11).

Soltanto il Figlio si è fatto uomo, ma da lui non sono separabili le altre due persone trinitarie; perciò quell’uomo è il luogo di presenza e il mezzo di operazione della Trinità intera, che ama, salva, perdona mediante l’umanità genuina assunta dal Figlio.

Il Padre che regna

Gesù non era il verbo (parola) di se stesso, ma il Verbo di Dio: "Il Verbo era presso Dio e... si è fatto carne... Dio non lo ha mai visto nessuno, ma il Figlio unigenito lo ha rivelato, proprio lui che sta nel seno del Padre" (Gv 1,1.14.18).

Ridurre tutto al solo Cristo, come è capitato spesso negli ultimi secoli, ridurre la devozione al S. Cuore soltanto a se stessa, significa fare di Cristo il verbo di se stesso.

L’obiettivo della sua missione fu proprio quello di rivelarci Dio, testimoniando al mondo quanto sapeva di lui: soprattutto la misericordia che sempre chiama, accoglie, perdona e salva. Più che di una missione, si trattò per lui di ambizione filiale: far conoscere Colui che il mondo ignora. Significativa è al riguardo la parabola del figliol prodigo, capolavoro del suo narrare. Egli resta nascosto, voce fuori campo che racconta con trattenuta passione, seguendo attentamente i passi di quel padre, che poi si rivelerà essere il suo stesso Padre. Come al solito, non indugia in descrizioni introspettive, alla scoperta dei sentimenti del cuore che pur egli conosce, per quel pudore insito in ogni vero amore che non pensa a declamarsi. Gesù rispetta il riserbo paterno; ma saranno i gesti, le azioni, il comportamento, quell’abbraccio al collo, quell’anello restituito, quel grande banchetto di festa a svelare il tumulto del cuore del Padre. In quella vicenda di famiglia Gesù raffigura l’intera storia umana preda del male, che trova nel ritorno a Dio festoso la sua liberazione.

Ma è il volto personale di Dio che Gesù ha voluto rivelarci, quando, accantonando le prudenze dell’AT, ha chiamato Dio col nome affabile di "padre"; e ha inaugurato nel mondo l’era della paternità di Dio.

È a motivo di se stesso che principalmente lo ha fatto: perché di Dio lui si sentiva da sempre il Figlio amato, al quale perciò veniva spontaneo di chiamarlo Padre. Ma anche a motivo degli uomini ai quali Dio risulta abitualmente l’essere dal quale guardarsi. Gesù rasserena il cielo della religione umana, indicando in Dio l’Abbà-papà che guarda ai figli con tenerezza e li assiste con cura premurosa, al quale ricorrere con la fiducia disarmata del bambino.

Ma il Dio di Gesù non è soltanto il papà dei buoni sentimenti. È anche il Re che vince e regna. È solo un accenno, questo, al grande annuncio che appassionò Gesù: il Regno di Dio, e che ci svela la sua visione della storia umana. Gli innumerevoli mali che affliggono da sempre la terra, Dio li vincerà un giorno, per sempre, compresa la morte. Ha già dato inizio alla sua signoria mediante il suo Figlio entrato nella storia e vittima volontaria di quei medesimi mali: un Dio originale, che regna sui mali umani assumendoli nella persona del Figlio suo e lasciandosi da essi logorare, fino alla morte. Un Dio che regna, solidarizzando con coloro che soffrono per quei mali e ne muoiono. Ma è proprio questo il Dio che Gesù ci ha rivelato, con la sua predicazione e le sue parabole, con i suoi miracoli e con la sua pasqua. Dio regna, esulti la terra!

 

 

Seconda parte

La passione dell’uomo

Perché la passione di Gesù possa apparire come la più alta rivelazione dell’amore di Dio per noi, bisogna che resti sgombra da quelle funeree interpretazioni penalistiche che in questi ultimi secoli hanno oscurato la assoluta gratuità divina che ha scelto di essere solidale con noi fino in fondo. Escludiamo perciò:

- che la passione come tale sia stata imposta da Dio al suo Figlio;

- che tale passione sia stata il castigo subìto da Gesù per il peccato dell’umanità.

1. La passione e la crocifissione non furono volute da Dio, anche se per la nostra salvezza; esse furono opera delle cause umane di quel momento. Bisogna decisamente affermarlo davanti alle persistenti obiezioni che vengono sollevate. Dio non può aver programmato ed eseguito una simile crudeltà, anche se con la mediazione di altri. Quella passione è stata decisa dagli uomini: dal sinedrio, da Pilato, da Giuda e da quanti altri, che hanno liberamente concorso, come avviene per tutto ciò che succede nella storia umana. Dio non li ha manovrati quasi fossero pedine predisposte sulla scacchiera del suo disegno. Gesù vi ha trovato la volontà del Padre suo e come tale l’ha accettata; ma questa volontà aveva ben altri obiettivi, assai diversi da quelli dei suoi oppositori. Dio voleva che Gesù accettasse fino in fondo la vita umana scelta nell’incarnazione, con tutte le evenienze che avrebbe potuto comportare e l’esito finale che questa vita avrebbe potuto riservare, in piena solidarietà con gli uomini che vivono nella storia insieme ad altri uomini. Gli chiedeva dunque una prova d’amore, una accettazione con e per i suoi fratelli. E Gesù c’è stato in spirito di eroica e obbediente fedeltà di Figlio. È dunque da questa volontà d’amore che l’umanità è stata salvata.

La Scrittura, nella concisa concretezza del suo linguaggio, non avverte il bisogno di distinguere per precisare, e attribuisce direttamente la nostra redenzione al sangue, alla croce, alla morte, alle piaghe, ecc.; ma in realtà non sono propriamente queste dolorose circostanze la causa della nostra salvezza, ma l’amore che le ha sorrette dal di dentro.

Già nell’eucaristia dell’ultima cena Gesù aveva accettato il volere santo di Dio e offerto se stesso fino all’ultimo sangue. Convinto ormai di essere giunto alla fine, Gesù aveva "anticipato" la sua passione nel duplice gesto del pane e del calice, donando a noi e al Padre il suo corpo spezzato e il suo sangue versato. Aveva accolto per tempo il suo imminente destino, dandogli il senso che intendeva lui, senza lasciarselo imporre dalla volontà malvagia degli uomini, e facendone l’occasione suprema del suo amore.

2. La passione, con tutto il peso di dolore fisico e morale che l’ha accompagnata, non ebbe il significato di castigo divino, quasi a saldare il debito che l’umanità aveva contratto con la giustizia di Dio. Gesù ci avrebbe redenti, pagando al nostro posto l’insolvibile debito di giustizia penale da noi contratto. Siamo familiarizzati da alcuni secoli a pensare in questo modo alla passione di Gesù: Gesù avrebbe accettato su di sé l’ira vendicativa di quella giustizia divina che non lascia nulla di impunito.

Non è qui il caso di domandarci se, per noi peccatori, il dolore e la morte rivestano un significato di punizione divina per le nostre colpe. Qui è in questione la croce di Gesù; ora rispondiamo che nel Nuovo Testamento non si trova un solo passo in cui la croce del Calvario sia vista in questa prospettiva. Del resto, non si comprende quale giustizia si possa far valere condannando l’innocente. La pena può essere corrisposta per giustizia soltanto ai colpevoli.

Il Dio che di fatto si rivela sulla croce di Gesù non appare animato da sentimenti vendicativi verso l’umanità, tanto meno verso il Figlio suo che rappresentava quell’umanità, al contrario, egli rivela lì la sua più grande e incondizionata misericordia.

Dio non ha risparmiato il suo Figlio

Percorriamo brevemente alcuni dei tanti passi biblici che contemplano la croce come la prova d’amore di Dio e di Cristo per noi.

1. "Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Lui che non ha risparmiato il suo Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?... Chi ci condannerà: forse Gesù Cristo che è morto, anzi che è stato risuscitato, che sta alla destra di Dio e anche intercede per noi? Chi allora ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia...? Io sono sicuro che né la morte, né la vita... né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rm 8,31-39).

Un periodo concitato che rivela la commozione dell’apostolo Paolo nel pensare all’amore di Dio per noi, dimostratoci in Gesù Cristo, che è morto ed ora vive accanto a Dio nell’atto di intercedere per noi. Forse che Cristo si metterà ad accusarci e a condannarci? Dio era l’unico di cui potevamo aver paura, ma si è talmente votato alla nostra causa, da essere il "Dio per noi". Quale paura possiamo nutrire, se, dandoci il Figlio suo, egli ci ha dato veramente tutto? E in qual modo egli ce lo ha dato! Non lo ha risparmiato, sottraendolo e tenendolo per sé, ma lo ha "consegnato" ad un’esistenza che è sotto la potenza del peccato e della morte!

Dall’amore di Dio per noi Paolo passa ad includere anche quello di Cristo, assicurando che nulla di quanto esiste di angosciante e di minaccioso potrà mai strapparci dall’amore che Dio ha per noi in Gesù Cristo; perché quell’amore non dipende affatto da noi, né dal comportamento che le avversità potrebbero farci assumere nei suoi riguardi. L’amore di Dio che sta in Cristo Gesù (v. 39) cioè in Colui-che-ci-ha-amati (dià toû agapêsantos, v. 37), dove il passato si riferisce alla croce.

2. "L’amore di Dio ci è stato riversato nel cuore mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando noi eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per gli empi nel tempo stabilito. A malapena si potrebbe trovare qualcuno che muoia per un galantuomo; forse al massimo ci potrebbe essere qualcuno che muoia per un uomo che è buono. Dio invece dà prova del suo amore verso di noi col fatto che Cristo è morto per noi quando noi eravamo ancora peccatori" (Rm 5,6-9).

Impressionante efficacia e realismo nell’opporre l’amore di Dio alla nostra condizione di peccatori. L’amore di Dio non è un intenso sentimento che è rimasto nascosto nel suo cuore, ma si è rivelato e dimostrato in un avvenimento realmente concreto, cioè nella morte in croce di Cristo per noi.

Può sembrare strano questo cambiamento di persona (Dio dà prova di quanto ci ama col fatto che Cristo è morto per noi), come se il morire di Cristo fosse in realtà opera dell’amore di Dio Padre; ma chi ha presente la prospettiva trinitaria del NT nel considerare l’evento della croce, trova stupendo quell’apparente salto dall’uno all’altro, quella identificazione trinitaria.

 

L’amore del Crocifisso.

Il NT non conosce soltanto questa direzione trinitaria "discendente", quando contempla la croce sul Calvario. Questa visione discendente ha certamente la precedenza nella fede biblica e liturgica, ma non è l’unica. È spesso rappresentata anche quella "ascendente" che considera Gesù, l’uomo che sale la via dolorosa per incontrare Dio e offrirgli il sacrificio della riparazione da parte degli uomini. Gesù è il fratello che ci rappresenta tutti davanti a Dio, e opera al nostro posto, per aprire e rendere percorribile anche a noi la via del ritorno al Padre. Gesù è il mediatore della riconciliazione, della nuova alleanza fondata sul suo sangue. Egli accoglie a nome nostro la comunione di vita che la Trinità è "discesa" a donarci nuovamente, e offre se stesso in sacrificio, giustificandoci nel suo sangue. È ovvio che in questa prospettiva ascendente venga in primo piano la tragica situazione dell’uomo, che si può compendiare nel binomio "peccato - morte": l’uno è la causa dei mali umani e l’altra ne è l’effetto più impressionante. Gesù è entrato in questa condizione, assumendola integralmente, ad esclusione del peccato, e lasciandosi consumare dal suo dinamismo di morte. La morte di croce che egli vi trova, anche se in lui non può avere significato punitivo, è però coerente effetto del peccato. Egli la accetta con noi e la trasforma in redenzione per noi: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, divenendo lui stesso maledizione" (Gal 3,13). "Sei stato ucciso e ci hai riscattati per Dio mediante il tuo sangue" (Ap 5,9).

Ha dato se stesso per noi.

Nell’opera redentrice di Gesù il movente è ancora l’amore.

- L’amore per il Padre, espresso sotto forma di filiale obbedienza fino alla morte di croce (cf. Fil 2,8). È significativo il risolversi dell’amore in obbedienza, perché questa lascia trasparire l’iniziativa sovrana di Dio nell’invio di Gesù.

Anche Giovanni intreccia amore filiale e obbedienza quando fa dire a Gesù: "Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e che faccio quanto il Padre mi ha comandato" (Gv 14,31).

- Particolarmente frequenti i testi che vedono nella passione la prova d’amore di Gesù per gli uomini; eccone alcuni, nei quali il morire di Gesù è il donare se stesso per noi.

"Nessuno ha un amore più grande di quello di dare la vita per le persone amate" (Gv 15,13);

"Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la vita per noi" (Gv 3,16);

"Io vivo credendo nel Figlio di Dio che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me" (Gal 2,20);

"Camminate nell’amore, come anche Cristo vi ha amati e ha consegnato se stesso per noi, quale offerta e sacrificio gradito a Dio" (Ef 5,2);

(Altri testi: 1Tim 2,6; Gal 1,4; Ef 5,25; Tit 2,14; Eb 9,25s.)

L’amore di Cristo è vigorosamente compendiato nell’espressione auto-oblativa così cara al NT: ha dato se stesso per noi. Essa personalizza al massimo la passione, facendone un gesto personale volontario di Gesù, un atto d’amore eroico e totale. Particolarmente facile a capirsi, perché lega la nostra salvezza direttamente al dono personale che Gesù ha fatto di sé. E particolarmente drammatica, quando il verbo usato è "consegnare": ha consegnato se stesso per noi! (Gal 2,20; Ef 5,2.25).

L’amore trinitario nella croce

Da secoli siamo abituati a considerare in azione sulla croce una sola persona divina, quella fatta uomo e crocifissa, come se la croce fosse soltanto "sua". Se qualcun altro interveniva, erano Maria, Giovanni, e altra gente amica o nemica. Non si pensava più alla Trinità. Questa riduzione del campo visivo è stata l’esito di una teologia che si è andata restringendo alla cristologia (di questa riduzione ha risentito anche la devozione al S. Cuore).

Ma nel mistero che là si compie, la fede del NT vede all’opera l’intera Trinità, come abbiamo già sentito. Nella passione umana di uno dei Tre è la Trinità che rivela il suo amore misericordioso, offre la sua comunione eterna di vita, solleva l’umanità dal peso schiacciante del peccato e della morte, riconcilia a sé l’umanità ostilmente alienata. La croce del Figlio è la rivelazione insuperabile dell’amore trinitario e la sua dimostrazione commovente. È l’icona straziante dell’amore appassionato del Padre-Figlio-Spirito, andati fino a quel punto nell’amarci: Dio ha tanto amato il mondo! Dio ci ha amato mandando il suo Figlio come espiazione per i nostri peccati! (1Gv 4,10).

Anche sulla croce Gesù è l’immagine del Dio invisibile e non l’immagine di se stesso; chi vede lui crocifisso vede il Padre. L’immagine, nel linguaggio biblico, non è una riproduzione approssimativa, ma la presenza vera che si fa percepibile anche ai sensi. La croce dunque fa parte della storia della Trinità e si eleva al suo interno. Guardando il Crocifisso, possiamo dire in tutta verità che anche il Padre e lo Spirito sono il lui e agiscono come lui nei nostri riguardi.

La sofferenza in Dio?

A questo punto della nostra riflessione si fa avanti un interrogativo che ormai non possiamo più evitare, ed è questo: in quale rapporto sta la Trinità con il dolore di Gesù? La croce infatti, oltre ad essere prova di amore, è dramma terrificante di dolore; ci domandiamo perciò se Dio si sia coinvolto anche in questo dramma, o se invece esso abbia toccato soltanto Gesù uomo. Si può parlare di dolore quando si tratta di Dio? Come ben sappiamo, il cristianesimo (filosofia e teologia) ha sempre opposto un netto rifiuto. La natura divina è immutabile e impassibile, nessun mutamento può intaccarla, tanto meno la sofferenza che è il segnale evidente della finitudine creaturale. Dio è per essenza beatitudine perfetta.

Da qualche decennio però lo sbarramento del no si è andato incrinando, con l’affermarsi della "teologia della croce", che ha smosso molti angoli dimenticati della teologia a incominciare dalla rivelazione biblica del cosiddetto "pathos di Dio", ritenuto finora puro antropomorfismo. Oggi l’idea di un Dio che soffre è divenuta quasi onnipresente. Pur riconfermando la verità della impassibilità naturale di Dio, si ammette però che Dio, sovranamente libero, possa aprirsi alla sofferenza per libera scelta d’amore. Nella sua opera di creazione e di redenzione, Dio si è rivelato capace di tanta inaspettata libertà e di tanto amore verso le sue creature.

Se la impassibilità di Dio fosse da interpretare in modo assolutamente rigido, bisognerebbe restringere l’ambito della libertà divina ed escludere alla fin fine da Dio la stessa possibilità di amare e di usare misericordia. Come credere ad un Dio che si annuncia misericordioso verso poveri e sofferenti, senza che prenda parte in alcun modo al loro soffrire?

Posta in Dio come libera scelta, la sofferenza muta però radicalmente, rispetto alla nostra; perché non è più fatalità che si imporrebbe dall’esterno a Dio, ma positiva decisione del suo amore salvifico, destinata a terminare un giorno col compiersi del suo disegno di liberazione universale. Non dunque la negatività entrata in Dio, ma la perfezione stessa dell’amore del Padre.

Rispondendo dunque all’interrogativo che ci eravamo posti, abbiamo motivo di ritenere che Dio ha preso parte alla passione di Gesù. Il dramma del Figlio crocifisso "si ripercuoteva", come reale sofferenza divina, anche sul Padre nell’unità partecipante dello Spirito. La Trinità della croce non comunicava solo nell’amore, ma anche nel dolore. Il dolore è il nome dell’amore, quando questo diventa com-passione e misericordia.

Il Padre regge le braccia della croce del Figlio, nel duplice gesto straziante di condividerne l’agonia e di offrirlo al mondo che lo rifiuta e lo condanna a morte. Dio ha tanto amato il mondo, fino a questo punto! Quale speranza per gli infelici di cui è piena la storia!

Perché mi hai abbandonato?

Ricorrere al contenuto spirituale del Salmo 22, di cui il grido di Gesù costituisce il primo versetto, non sembra sufficiente a rendere ragione piena di quel grido. Fra esegeti e teologi si va affermando un’interpretazione che potremmo chiamare di tipo mistico.

Con quell’interrogativo lanciato a Dio, Gesù morente non si lamenta soltanto del mancato accorrere di Dio in suo aiuto, per liberarlo dai nemici; né soltanto dell’agonia che sta vivendo; ma esprime l’esperienza che lo ha precipitato in un improvviso orrore mortale. Egli si è trovato senza Dio. Dio è scomparso da lui, lo ha abbandonato. Gesù si sente cadere in uno stato di sconvolgente desolazione, che diverrà insostenibile e lo porterà alla morte. Restare senza la presenza del Padre, entrare così, solo, nelle tenebre della morte: ecco l’estrema agonia del crocifisso.

Ma proviamo ad accostarci di più. Per tutte le creature la comunione con Dio è dono liberamente elargito dalla grazia; e la sua perdita, per quanto dolorosa, può ancora esser sopportata. Non così per Gesù, per il quale l’unione immediata e continua con Dio nello Spirito era esigenza costitutiva della sua coscienza di Figlio.

Ora nell’agonia quella presenza intima, quella comunione viene a mancare nella sua umanità sconvolta dal dolore. È come se Dio gli fosse divenuto estraneo, non più interessato a lui. È dal fondo di questa angoscia lacerante che Gesù sprigiona quel suo grido: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34; Mt 27,46), riportato dagli evangelisti in lingua aramaica e ebraica, e accompagnato dalla traduzione in greco.

C’è chi ha voluto vedervi l’esplodere della disperazione; in verità quell’interrogativo è lanciato in direzione di qualcuno, al quale domanda ragione del suo allontanamento, ma nel quale continua a credere. È una preghiera desolata, rivolta ad un Dio assente, ma che da qualche parte è pur sempre in grado di udire la sua angoscia e di restituirsi a lui. "Dio abbandona Gesù, ma Gesù non abbandona Dio" (E.Bianchi). Lamento dell’innocente che non ha proprio nulla di cui chiedere perdono in quegli ultimi istanti, ma sa bene di esser lì per pura obbedienza al Dio che ora lo ha abbandonato.

Gesù non muore come dovrebbe morire il Figlio di Dio che ritorna al Padre; non muore, come era vissuto; non muore né come i martiri che si sentono ad un passo dalla gloria, né come Francesco che aspetta l’arrivo di sorella morte. Muore come muoiono i peccatori: senza più Dio.

Perdere Dio è l’effetto più nefasto prodotto dal peccato, che la Bibbia chiama con orrore "la Morte". Gesù non ha certo assunto la colpa altrui, ma nemmeno soltanto la sofferenza e la morte fisica; ha assunto su di sé la perdita di Dio. Ha provato anche lui l’assenza di Dio. Ecco fino a qual punto ha voluto spingere la sua identificazione ai fratelli peccatori: fino a portare anche lui il peso della loro separazione da Dio. Penetra nelle tenebre del male con la forza del suo amore solidale. Si comprende allora meglio quanto dice Paolo: "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo ha reso peccato in vostro favore" (2Cor 5,21).

Si è parlato di pene dell’inferno esperimentate da Gesù nell’abbandono della croce; ma nel linguaggio cristiano l’inferno è la perdita volontaria ed eterna di Dio; non è dunque in nessun modo il caso di Gesù. Tuttavia non c’è immagine più efficace per suggerirci l’indicibile desolazione dell’abbandonato. Nessun dannato potrà mai esperimentare come lui l’orrore della perdita di Dio.

Ma a quale scopo, se non perché venisse risparmiata a noi la perdita eterna di Dio? Ha scambiato la beatitudine della sua comunione al Padre con la nostra infelicità di destinati al fallimento eterno, perché l’umanità potesse in lui avere la vita divina. È l’amore solidale del Figlio, accolto come volontà del Padre, la causa della nostra salvezza.

Abbandonato da Dio?

Ci viene spontaneo interpretare l’abbandono dalla sola parte di Gesù che lo ha sofferto. Sconvolto dalla veemenza della passione e oscurato nelle sue facoltà, Gesù si sarebbe sentito abbandonato da Dio, senza che Dio si fosse mai allontanato da lui. Un abbandono dunque non reale, ma solo ritenuto tale.

Questa interpretazione di natura psicologica ci è comprensibile, ma disattende la consapevolezza dimostrata da Gesù nella passione di trovarsi di fronte alla volontà del Padre. È più rispondente a verità ritenere che il Padre si sia attivamente coinvolto, sottraendosi a Gesù perché potesse percorrere fino in fondo la via salvifica della solidarietà con noi. Si noti ancora una volta come oggetto del volere di Dio non sia la sofferenza della passione, tanto meno concepita come punitiva, ma l’economia d’amore della sempre più vera identificazione a noi.

L’abbandono da parte di Dio è ben espresso dal passo paolino già ricordato: "Dio non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi" (Rm 8,32). Dio non lo ha sottratto alla passione, come avrebbe potuto fare in mille modi; non ha risparmiato al Figlio quel tragico sviluppo degli eventi, né a se stesso lo strazio infinito di Padre appassionato. Ma lo ha consegnato ad una esistenza sconvolta da peccato e morte, quale vivevano da sempre gli uomini, facendola condividere anche al Figlio. L’abbandono del crocifisso trova dunque in Dio e nel suo disegno complessivo di salvezza il suo principio attivo.

Ma non si pensi che Dio sia rimasto al riparo, indenne dalla passione del Figlio, nel porto sicuro della sua divinità, come abbiamo già detto anche sopra. Per il fatto che al Figlio venga a mancare il Padre, per ciò stesso anche al Padre viene a mancare il Figlio, col venir meno di quella reciprocità corrisposta che caratterizza le relazioni trinitarie. In quella così grande lontananza che l’abbandono è venuto a porre tra Padre e Figlio, in quel "black-out" della loro reciprocità, c’è sempre lo Spirito quale loro indefettibile vincolo unitivo, che sorregge il loro cuore e ne preserva saldamente l’amore.

Consegnando il Figlio, Dio consegna anche se stesso alla solitudine. La Kenosi del Figlio coinvolge anche lui, nel senso che la croce del Figlio eclissa anche la sua gloria. Rinunciando ad intervenire con un atto di potenza divina che avrebbe dimostrato l’innocenza del Figlio e, insieme, avrebbe accreditato se stesso come Dio onnipotente e presente.

Come rifiuta il Figlio, il mondo rifiuta anche Dio, che sceglie l’eterna via della misericordia. La passione del Figlio fu dunque anche com-passione del Padre, non solo in senso commiserativo, ma effettivo; non solo in direzione del crocifisso, ma anche di tutti gli abbandonati e i condannati della terra.

Alla fonte della salvezza

L’episodio della trasfissione (Gv 19,31-37) viene ad inserirsi tra la morte e la risurrezione di Gesù: da una parte si volge indietro per interpretare ciò che si è appena concluso, e dall’altra si propende in avanti quasi preludendo alla pentecoste.

Dal punto di vista della storia della passione il brano ha soltanto un’informazione di poco conto da aggiungere: informa che il soldato inferse al crocifisso il "colpo di grazia", quale accertamento legale della avvenuta morte. Ma non è questo ciò che interessa l’evangelista.

Piuttosto egli è rimasto fortemente impressionato dalla portata simbolica della scena. In quel convergere di particolari evocativi egli "vede" farsi visibile il mistero invisibile che si sta compiendo sul versante di Dio (il simbolo è infatti l’annunciarsi, l’irrompere discreto del mistero verso di noi).

Che accade dunque?

Lo squarcio apertosi entro la profondità interiore del Messia, dal quale emanano sangue ed acqua, è il dischiudersi di una sorgente che era stata promessa di Dio: la fonte salvifica del Messia. Quando ormai tutto è giunto a compimento, ecco aprirsi la Fontana della Vita, che dona il sangue redentore e l’acqua dello Spirito.

Quel colpo finale che doveva essere il sigillo della morte, si rivela invece l’inizio della nuova vita, che adesso Dio fa sgorgare dal Messia suo Figlio, nel compiersi della sua pasqua di morte e risurrezione: "Ciò avvenne perché si compisse la Scrittura". Quel sangue e quell’acqua dilagheranno nei sacramenti pasquali della chiesa e sul mondo ora redento.

Da fuori, quella lacerazione non è che atto di violenza umana, segno del peccato del mondo che ha ucciso il Salvatore; non è certo la lancia di morte che può aprire la sorgente della vita. Questa viene aperta come dall’interno, da quell’amore misericordioso che sa rispondere al male con il dono incomparabile e gratuito della salvezza. È il Padre che nella passione dischiude la fonte del suo Figlio per farne uscire il dono promesso dello Spirito. La scena, oltre che pasquale, è anche velatamente trinitaria.

Sappiamo dalla storia successiva quanto interesse abbia suscitato questo episodio nella contemplazione della chiesa. Si è come proseguita la lettura simbolica iniziata da Giovanni. A quel luogo sorgivo, scavato dentro il Cristo crocifisso, si è dato un nome, anch’esso simbolico: il Cuore del Salvatore; e si è individuata, oltre la ferita superficiale del costato, la vera ferita che ci salva, quella invisibile dell’Amore divino: "Entra attraverso la porta del costato, fino al Cuore stesso di Gesù. Attraverso la ferita visibile contempla la ferita dell’amore invisibile" (s. Bonaventura).

Questo episodio evangelico sembra voler abbracciare l’intera storia della salvezza sintetizzandola nel Cristo crocifisso; e allo stesso tempo mira a ricercarne la ragione ultima nelle profondità inaccessibili di Dio che si sono aperte per noi nel Cuore del Salvatore.

Il Signore è veramente risorto!

Al Figlio, che dalla croce aveva gridato a Dio la sua estrema implorazione, Dio rispondeva col più inaspettato esaudimento, risuscitandolo da morte e aprendogli l’accesso alla sua gloria. L’amore rispondeva con la vita.

È questo il mistero centrale, l’evangelo che la predicazione cristiana va annunciando fin dall’inizio: "Voi lo avete ucciso, ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere" (At 2,24); "Se crederai col cuore che Dio ha risuscitato Gesù da morte, sarai salvato" (Rm 10,9).

La Trinità, ridotta come allo stremo per la passione e morte del Figlio fatto uomo, ritrova se stessa il mattino di pasqua, nel faccia a faccia della sua eterna comunione. Nessuna parola saprà mai esprimere l’indicibile felicità del Padre e del Figlio, la festa del loro ritrovarsi nella trasparente reciprocità dello Spirito.

Ma il Figlio risuscitato è anche uomo. Non ci sfugga l’inaudita novità, la prima volta di quell’uomo che viene accolto in Dio, partecipe del flusso di vita e dello scambio d’amore della Trinità. Già fin dall’incarnazione egli viveva a pieno titolo di Figlio, ma la sua filialità divina si era liberamente consegnata per noi allo "svuotamento" della Kenosi (si pensi anche solo all’incoscienza dell’infanzia, alla oscura fatica quotidiana del vivere da uomo, all’abbandono in croce, all’oblio della morte, ecc.). Ma ora il Padre lo chiama alla pienezza sovrabbondante, quasi generandolo ancora: "Figlio mio tu sei, io oggi ti ho generato" (At 13,33). Ora il potente fremito dello Spirito lo raggiunge nel sepolcro della sua morte e lo pervade di vita indefettibile, lo libera dai mille limiti della condizione terrena, lo inonda della sua consolazione.

La salvezza umana sta tutta ancorata in quell’Uomo trinitario, nostro fratello e salvatore, nel quale è stato anticipato il destino eterno dell’umana famiglia; egli indica la direzione del disegno di Dio, trasformando il senso e il dinamismo della storia con lo Spirito Santo di cui è ora divenuto sorgente.

La risurrezione di Gesù riverbera la sua luce non solo sul futuro, ma anche, all’indietro, sulla passione: svela infatti quanta forza salvifica la passione portasse nascosta in sé. Fornisce intelligibilità e senso all’oscuro enigma della croce.

A questa unità pasquale di passione e di risurrezione, di morte e di vita, sembra alludere Gesù risorto quando mostra le piaghe della sua crocifissione, e quando afferma ai discepoli smarriti: "Non bisognava forse che il Messia patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?" (Lc 24,26).

A volte pensiamo troppo semplicisticamente che la risurrezione venga a cancellare di netto la morte, come se la morte fosse soltanto negatività e male; e trascuriamo invece il fatto che la morte è l’atto umano di un vivente, il vertice a cui perviene la vita e che mobilita disposizioni e finalità di alto valore personale. Anche tutto questo è detto morte.

Nel caso di Gesù, la risurrezione sopprime il decesso fisico e tutti i mali fisici e morali che lo avevano accompagnato, ma non certo la tappa più alta della sua esistenza donata agli altri, il culmine della sua dedizione d’amore. In questo senso, la morte (e con essa la passione e l’intera vita antecedente) non soltanto non viene soppressa o annientata, ma al contrario viene esaltata e resa eterna dall’evento divino della risurrezione.

Il Risorto è dunque colui che ha saputo patire e morire per amore, e in questa sua identità personale pasquale si fa incontrare da noi nella vita di fede e nei sacramenti, specialmente nell’eucaristia, sacramento per eccellenza della sua morte e della sua risurrezione, che, congiuntamente, sono divenute la sorgente della vita nuova del mondo.

La risurrezione è dunque più che l’epilogo a lieto fine di una tragica storia. È la vittoria escatologica dell’amore del Padre, Figlio e Spirito Santo. Per quale ragione Dio avrebbe tanto amato il mondo da dargli il suo Figlio, se tutto poi avesse dovuto finire inghiottito dal nulla della morte, sia i destinatari di quell’amore, sia l’uomo Gesù in cui il Figlio si era incarnato? Il senso di quell’amore di Dio è limpidamente espresso dal seguito del versetto: "perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16; cf. anche 6,40; 11,25-26, ecc.). L’amore di Dio si è incamminato sulla via dell’incarnazione, all’unico scopo di giungere a darci la vita: "In questo si è rivelato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui" (1Gv 4,10).

 

 

3.
IL CRISTO TRAFITTO IN CROCE

Ritornare alla sorgente

Il punto in cui la devozione al Sacro Cuore si innesta dentro il vangelo è il notissimo episodio della trasfissione di Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni 19,28-37

28Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: "Ho sete". 29Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: "Tutto è compiuto!". E, chinato il capo, spirò.

31Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui. 33Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.

35Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

Storicamente e idealmente è partita da lì. E lì continua a ritornare, quando vuol ricaricarsi delle sue originarie ricchezze e delle sue più vere motivazioni.

La chiesa, riunita in concilio in questo fine millennio, ha preso la lucida determinazione di ri-convertirsi al vangelo di Cristo e alla Parola di Dio; e vuole che questa scelta sia condivisa a tutti i livelli: dalla teologia alla pastorale, dalla preghiera liturgica alle devozioni: "Tutta la religione cristiana sia nutrita e guidata dalla Scrittura, che è il vigore della Chiesa, la solidità della fede, il cibo dell’anima, la fonte pura della vita spirituale" (DV 25).

Immergere le devozioni nelle divine Scritture non significa farle sciogliere in un unico calderone e tacitamente eliminarle. Significa, invece, riportarle alla sorgente da cui sono nate e inzupparle di acqua natìa: quella della divina rivelazione che anch’esse devono saper trasmettere agli uomini.

La devozione al S.Cuore, tornando ai piedi del Cristo trafitto, torna alla sorgente che l’ha fatta nascere, torna cioè alla più grande e drammatica rivelazione dell’amore di Dio, che si è avuta appunto nella passione di Gesù. E da quella finestra può spaziare sulla vita di Gesù, sul suo intero vangelo, sul mistero della Trinità.

Tornare alla Scrittura non significa liquidare gli sviluppi successivi e le belle pratiche di pietà popolari che la devozione al S.Cuore ha saputo inventare per rispondere all’amore di Gesù.

Quel ritorno semmai servirà a restituire equilibrio e proporzioni a questa devozione. Essa è nata nella chiesa per annunciare innanzitutto quanto è vero e intenso e bello l’amore che Dio ha per noi, e non principalmente per aggiungere, alle tante già esistenti, qualche nuova pratica di pietà indirizzata al Cuore di Cristo.

La devozione al S.Cuore è nata per svegliare nei cuori la fede nell’amore di Dio, per far aprire gli occhi su questa semplicissima e strepitosa verità, che irradia beatitudine sulla nostra povera vita: noi non esistiamo se non amati all’infinito dal Dio trino, amati per la croce di Gesù.

In questo modo la devozione al S.Cuore dà man forte alla predicazione avviata da Gesù, si colloca sulla stessa direttrice di marcia del suo vangelo e si inserisce al cuore della missione evangelizzatrice della chiesa.

Questa è l’ambizione dei devoti del S.Cuore, in ogni esercizio della loro devozione. Se per nascita essi hanno l’animo contemplativo, per nascita hanno anche la missione di far sapere ad altri quanto Dio ci abbia amati.

 

Trafitto in croce

L’episodio a cui ci riferiamo viene narrato dal quarto vangelo, al termine della passione e dell’agonia in croce di Gesù.

Gesù è appena spirato, quando il soldato, di picchetto al Calvario, vibra un colpo di lancia e squarcia il fianco esanime di Gesù, dal quale, subito, erompe un fiotto di sangue e acqua (19,31-37). Subito: come se la lancia avesse tagliato una falda sotterranea che premeva da dentro, e aspettasse soltanto di trovarsi un varco per venire alla luce.

L’evangelista ci dice che Gesù era già morto, al punto che si ritenne inutile spezzargli le gambe come agli altri due. Quel gesto del soldato non fu dunque il colpo mortale praticato per farla finita; forse fu soltanto un gesto burocratico, improvvisato, come a dire: sentenza eseguita! Dopo il tumulto della crocifissione e gli orrori dell’agonia non resta che la desolata spoglia che pende immobile, il cui fianco emana una colata di sangue e acqua.

Un fenomeno naturale

La scienza medica si è da tempo interrogata sulla possibilità naturale di quel sangue e di quell’acqua provenienti da un cadavere lacerato.

Si era soliti spiegare il fenomeno supponendo che, in seguito a trauma, il sangue avesse invaso il pericardio (piccolo sacco che avvolge il muscolo cardiaco) comprimendo il cuore tra dolori acutissimi, seguiti da morte. La lancia avrebbe inciso il pericardio svuotandolo del sangue di cui si era riempito.

Oggi si è più propensi a ritenere che il fenomeno riguardi non il pericardio, ma la pleura (membrana che avvolge ognuno dei due polmoni, ai quali permette di scorrere nel torace con facilità).

La pleura è più capiente e può essere raggiunta e incisa più facilmente. Il trauma della flagellazione l’aveva riempita di sangue, che comprimeva i polmoni, determinando la morte per asfissia. La lancia avrebbe dunque inciso la pleura.

E l’acqua? Potrebbe trattarsi del siero acquoso che si separa dal sangue e rimane a galla, mentre la parte rossa, più pesante, si sedimenta. La posizione verticale del crocifisso appeso può aver facilitato la separazione. La sindone di Torino presenta, oltre all’ampia colata di sangue che raggiunge anche il dorso, un chiarissimo alone acquoso ai margini della colata stessa.

Il fenomeno, comunque, è spiegabile naturalmente. La sua portata di segno divino è a livello di simbolo.

Il simbolo del mistero

A quella scena si poteva guardare con gli occhi della compassione per l’innocente così orribilmente ucciso.

Ma si poteva guardare anche in un altro modo, assai più penetrante, come faceva l’evangelista Giovanni, e come certamente faceva anche Maria, la madre che gli era accanto (essi costituivano la chiesa che stava nascendo lì ai piedi della croce). Essi guardano con gli occhi scrutanti della fede, attenti a cogliere, in quella scena che si vede, il segno di un mistero che non si vede e che si sta compiendo sul versante invisibile di Dio. L’ebreo sa bene come Dio non si riveli solo mediante le parole che si fanno sentire, ma anche, e ancor più suggestivamente, con i segni simbolici che si fanno guardare1.

Ora, in quel sangue e in quell’acqua che colano dal Messia squarciato, essi colgono l’immagine silenziosa di un grande mistero, nascosto ai sensi ma percepito dagli occhi della fede illuminati da Dio.

Giovanni era particolarmente capace di decifrare i segni divini. Cresciuto per anni accanto a Gesù, aveva imparato a scrutare il fondo misterioso delle parole, dei gesti, dei cenni di Gesù che lasciavano intravedere la grazia e la verità di cui era pieno il suo maestro. Così pure Maria, che sapeva custodire tutto nel suo cuore per meditarlo in profondità. Da quella prima volta che avevano "visto", quante altre volte saranno ritornati al Calvario, con la loro fede, per vedere e capire ancora di più.

Giovanni conferma di aver fatto la meravigliosa scoperta, e si richiama con insolita insistenza alla sua esperienza di testimone: "Colui che ha visto ne è testimone, e la sua testimonianza è vera; egli sa di dire il vero, perché anche voi crediate" (19,35).

Ma, appunto, che cosa hanno visto di così grande dietro quell’episodio?

Qui Giovanni inaspettatamente tace. Non vuol sciupare il silenzio di quel mistero; non vuol spiegare a parole la densità della scena; non vuol anticipare ciò che si farà chiaro dopo, con la risurrezione. Lascia che ognuno scruti il segno con fede adorante, come ha fatto lui, come ha fatto Maria.

Ma noi, alla luce di tutto il suo vangelo e dell’intero Nuovo Testamento, possiamo sollevare il velo di quella scena così densamente simbolica, e balbettare qualcosa di quel mistero.

Come dire? Nel fianco squarciato di Gesù si è squarciata la diga della Vita, si è aperta la fontana della Vita trinitaria di Dio, che adesso si riversa sull’umanità.

Trafitto per darci la vita

Ecco perché è morto: è morto per darci la vita. Ha dato la sua vita fino in fondo (=il sangue che esce), perché noi avessimo la vita di Dio (=l’acqua viva dello Spirito di Dio).

Stupenda scena, densa e insieme semplicissima, che proclama, con la umile discrezione dei segni, il vangelo della pasqua di Cristo.

In quel tragico epilogo di morte tutto rigurgita di vita. È la vittoria finale del Dio della vita sul regno della morte. Vittoria riportata attraverso l’uomo Gesù che ha dato la sua vita. Egli è morto, ma, così, è diventato l’autore della vita, il Signore: "Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12,32).

Il quarto vangelo è chiamato il vangelo della vita: "In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini... ma le tenebre non l’hanno accolta" (1,4).

"Io sono il pane della vita... Voi mi avete visto, ma non credete" (6,35s).

"Come il Padre che ha la vita ha mandato me... così chi mangia di me vivrà per mezzo di me" (6,57).

"La vita si è fatta visibile, e noi l’abbiamo veduta, e di ciò rendiamo testimonianza" (1Gv 1,2).

"E colui che ha visto ha reso testimonianza... affinché anche voi crediate" (19,35).

Ecco il mistero della trasfissione, reso esplicito. Il segreto della croce di Gesù è la vita data per noi.

Il passato e il futuro

Prendiamo ora in considerazione i due simboli del sangue e dell’acqua.

Possiamo dire, schematizzando, che il primo è rivolto al passato, il passato appena concluso della vita terrena di Gesù (il sangue) e l’altro al futuro, il futuro del tempo dello Spirito che inizia con la morte di Gesù (l’acqua).

La scena della trasfissione salda, dunque, l’uno con l’altro, il tempo di Gesù e il tempo dello Spirito, senza soluzione di continuità, facendo dipendere il secondo dal primo come dalla sua causa efficiente. Si tratta in fondo dell’unità del mistero pasquale nei suoi due aspetti di morte e di vita.

E uscì sangue

Dobbiamo innanzitutto superare la nostra ripulsa istintiva nei riguardi del sangue. Nelle nostre culture il sangue evoca l’incidente, la violenza, la vita in pericolo, l’emergenza imprevista, forse anche la tragedia irreparabile. Nel nostro immaginario il sangue è associato alla morte.

Quanto diverso invece il linguaggio della Bibbia (e di altre culture, soprattutto primitive) nel quale il sangue è simbolo evocativo della vita!

Questo è il motivo per cui il sangue è circondato da tanto religioso rispetto e da severi divieti. Esso appartiene in esclusiva al Dio della vita, e nessun altro ne può disporre.

Nel culto sacrificale del tempio il sangue delle vittime doveva di norma essere versato ai piedi dell’altare, a perdere nella terra, restituito a colui cui apparteneva. Era lui, semmai, che poteva autorizzarne l’uso liturgico, come in alcuni riti di espiazione: "La vita di ogni carne è nel sangue; perciò vi ho concesso di porlo sull’altare in espiazione delle vostre vite; perché il sangue espia in quanto è la vita" (Lv 17,11).

Il sangue è capace di purificare uomini e cose, di consacrare, di unire in alleanza, di ripristinare l’alleanza violata per il fatto che è vita: vita che è in mano a Dio.

Sarebbe bello riassumere a grandi linee la teologia che il Nuovo Testamento fa del sangue di Cristo e della sua efficacia di redenzione; ma non è il caso di attardarci oltre. È sullo sfondo grandioso di questa teologia neotestamentaria che va interpretata anche la trasfissione.

Non cediamo alla tentazione di dargli un senso puramente fisico, perché in senso fisico esso è una realtà ormai morta. Qui, come altrove nella Bibbia, è invece simbolo di vita, e tale rimane anche se esce da un uomo ormai morto.

Il sangue cioè la vita interiore di Gesù

Il noto esegeta De La Potterie non si accontenta di ripetere che il sangue del costato trafitto è simbolo della vita di Gesù, ma si domanda in che consista concretamente questa vita .

Risponde: "Il sangue di Cristo rappresenta la vita di Cristo... È l’evocazione e il simbolo della vita profonda di Gesù... È il segno visibile di ciò che era rimasto invisibile: la coscienza di Gesù. Il sangue che esce dal suo costato trafitto ci permette di ‘penetrare’ nella sua intimità... nella vita profonda di Gesù" (Il mistero del Cristo trafitto,104).

"Il sangue e l’acqua del costato trafitto di Gesù simboleggiano... ciò che Gesù viveva nel più profondo di se stesso, al momento della sua morte: la sua obbedienza al Padre, il suo amore per gli uomini" (111).

Il sangue è dunque il mondo interiore di cui Gesù viveva, il suo vissuto spirituale, a cominciare dalla sua coscienza di Figlio del Padre, con tutte le disposizioni che accompagnavano quella sua singolare consapevolezza: l’amore filiale e obbediente al Padre, l’abbandono radicale alla sua volontà, la comunione intima con lui; come pure la dedizione agli uomini, l’accoglienza che riservava loro, il perdono che accordava, il desiderio ardente di comunicare loro il suo Spirito per farli figli del Padre suo, ecc.

Non siamo molto distanti dal simbolismo del cuore, che si farà avanti più tardi nella mistica dei padri e dei medioevali.

La vita si rivela e si comunica

Il mondo interiore di Gesù si era progressivamente rivelato lungo tutto il percorso del vangelo. Nel predicare il Regno di Dio e la sua paternità, nell’intrattenere rapporti con i discepoli e con le folle, nel curare i malati e perdonare i peccatori, Gesù aveva lasciato trasparire il mistero da cui era animato.

Ora che quella vita segreta è giunta a compimento sulla croce, si fa manifesta sotto il simbolo del sangue che fluisce dalle profondità inaccessibili in cui aveva inabitato. Si rivela e si dona alla chiesa che gli sta davanti nella figura di Maria e di Giovanni. La vita si è fatta visibile ancora una volta, e tutta in una volta, al compiersi della sua pasqua, per essere comunicata alla chiesa e al mondo.

La trasfissione è, dunque, scena di rivelazione del mistero di Cristo. Il sangue è come rivolto all’indietro a sintetizzare la vita di Gesù, colta nella sua profondità misteriosa, per consegnarsi in eredità alla chiesa.

E uscì acqua

Insieme al sangue, Giovanni vide uscire anche l’acqua.

Per noi l’acqua disseta, rinfresca, lava; per la Bibbia soprattutto vivifica.

Possiamo renderci conto di questa funzione specifica dell’acqua, se ricordiamo la posizione geografica della Palestina, assediata dal deserto, sempre in attesa della pioggia che compia il miracolo di far rifiorire il deserto (cf. la descrizione di Ez 47).

Quant’acqua nella Bibbia! Apri, e la senti scrosciare nelle promesse di Dio, nelle profezie, nella preghiera.

Ed è proprio sotto l’immagine dell’acqua che Dio promette al suo popolo, e Gesù ai suoi discepoli, il dono più grande di salvezza: il dono dello Spirito. Esso è destinato a realizzare l’incredibile miracolo di immettere vita nel deserto di morte della condizione umana.

Ora, se nella trasfissione l’evangelista Giovanni dice di aver intravisto anche l’acqua, non ci possono essere dubbi: quell’acqua è simbolo dello Spirito.

Acqua còlta alla sorgente nell’istante in cui essa sgorga: acqua viva e insieme sorgiva, emanante dalle profondità del Messia nell’ora solenne in cui tutto si compie nella sua pasqua.

La pasqua è il momento solenne della effusione dello Spirito, l’apertura della fonte dell’acqua viva. E a donarlo è Gesù glorificato in croce.

Lo Spirito dato a Gesù

Per tutta la sua vita terrena fino alla pasqua Gesù non dona ancora lo Spirito, ma lo riceve dal Padre (cf. Gv 7,39b).

I quattro vangeli danno inizio al racconto della vita pubblica con la discesa dello Spirito su Gesù, al momento del suo battesimo, quasi una pentecoste che lo consacra Figlio e Cristo e lo abilita alla grande missione profetico-messianica: "Si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire sopra di sé" (Mt 3,16; Gv 1,22-23).

Lo riempie della sua divina energia per debellare la forza del maligno (Mt 4,1); diventa la fonte segreta della sua opera di evangelizzazione e di liberazione dai mali umani (Lc 4,18), della sua esultanza di Figlio che comunica col Padre (Lc 10,21).

Sul Figlio mandato dal Padre per essere uomo tra gli uomini viene mandato lo Spirito, che rimane per sempre in lui e lo riempie, quale fonte unica alla cui pienezza attingeranno in seguito gli uomini.

Lo Spirito dato da Gesù

Con la pasqua cambia il rapporto di Gesù con lo Spirito. Se fino a quel momento ne era stato il destinatario unico in qualità di unico Figlio, ora ne diventa lui stesso il donatore agli altri uomini. È questa una delle grandi novità del Nuovo Testamento: lo Spirito di Dio diventa anche lo Spirito di Gesù, che può ora donarlo come suo (cf. Gal 4,6; Rm 8,9; Fil 1,19).

La glorificazione pasquale, nel suo insieme di morte e risurrezione, lo ha costituito Figlio di Dio e Signore in pienezza, cioè in pieno possesso della condizione divina e dei poteri salvifici che competono a Dio, fra i quali il più alto in assoluto è il potere di donare lo Spirito agli uomini redenti.

La sera stessa di pasqua, tornando ad incontrare i suoi discepoli dopo i terribili eventi della passione, non portò loro soltanto l’annuncio della sua vita nuova, ma anche il dono dello Spirito. Mostrando le piaghe ormai gloriose delle mani e del costato, "alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo" (20,22). La rinascita e la nuova creazione iniziano da quell’alito divino e penetrante: una rianimazione vivificante quasi da bocca a bocca, che evoca il nome originario dello Spirito (soffio, alito) e il momento della prima creazione, quando Dio immise nel primo uomo l’alito della vita (Gen 2,7).

Diede lo Spirito

Ma questa pentecoste era già stata anticipata da Giovanni sulla croce stessa di Gesù morente, con la consueta discrezione che il momento domandava. "Gesù disse: È compiuto! e chinato il capo diede lo Spirito" (19,30). Giovanni si è studiato una insolita espressione che, oltre a indicare l’ultimo respiro, fosse in grado di alludere anche al mistero invisibile che si compiva in quell’istante: "parèdoken tò pneùma, rese lo spirito, trasmise lo Spirito". L’evangelista approfitta della ambivalenza della parola (pneùma=respiro, spirito) per mettere insieme i due livelli: la storia e il mistero oltre la storia. L’ultimo respiro di Gesù morente viene così a simboleggiare il dono escatologico dello Spirito. Mentre giunge a compimento la vita terrena di Gesù, giunge a compimento anche la storia delle divine promesse di salvezza. L’una nell’altra. Nel momento solenne della sua Ora che si compie, Gesù dona la sua vita e quella divina dello Spirito.

Fiumi di acqua viva

Tornando al nostro testo, rimpiangiamo che l’evangelista sia stato così parco di parole da risultare quasi ermetico. Forse voleva rispettare l’oscurità del dramma della morte non ancora illuminato dalla luce pasquale.

Ma non ha mancato di fornirci altrove la chiave interpretativa di quell’acqua sgorgante dal fianco. Nella festa delle Capanne, alzandosi in piedi, Gesù aveva promesso che un giorno dal suo seno (koìlia) sarebbero usciti fiumi di acqua, così che i credenti avrebbero potuto dissetarsi (7,37-39). L’evangelista ci toglie ogni dubbio precisando che Gesù parlava dello Spirito Santo che un giorno avrebbero ricevuto i credenti in lui. La scena sembra ben corrispondere all’acqua che sgorga dal suo fianco aperto nella trasfissione. Una specie dunque di commento a questa, anticipato sotto forma di promessa.

Anche nelle promesse del Paraclito, risalenti all’ultima cena, Gesù aveva promesso il dono dello Spirito, subordinandolo al suo ritorno al Padre. "Vi dico la verità, è bene per voi che io me ne vada, perché se non vado non verrà a voi il Paraclito; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò" (16,7).

Dal fianco del Messia

Ad attrarre l’attenzione di Giovanni non sono soltanto l’acqua e il sangue, ma il fatto che sgorgano, direttamente, proprio da Gesù.

Il fianco del crocifisso è diventato la fontana promessa da Dio per gli ultimi tempi, aperta al culmine della storia della salvezza, in cima al monte, in pieno petto del Messia. Quel colpo di lancia, che firmava l’eliminazione dell’inviato di Dio e la fine della sua opera, veniva invece, contro ogni aspettativa dei calcoli umani, ad aprire su di noi la sorgente della Vita di Dio.

Non fu certo il soldato ad aprirla (con buona pace della Volgata che traduce "latus eius aperuit", invece di "percussit"); fu Dio ad aprirla, da dentro, nel fianco lacerato del suo Figlio. La apre per farne uscire lo Spirito, dono della Trinità al mondo. La vita che scorre tra Padre e Figlio, il Dono ipostatico d’amore che essi si scambiano da sempre, viene ora regalato anche agli uomini, frutto della pasqua redentrice.

L’acqua nel sangue

Sangue e acqua escono insieme, non indipendenti.

Per primo è nominato il sangue. In quell’uomo che viene trafitto esso è come di casa, sta a lui ad andare avanti, portandosi dietro l’acqua dell’altro da sé, dello Spirito.

Precede come colui che lo acquista per poterlo dare a noi; lo acquista con la sua vita e lo dona nell’istante in cui spira: "E chinato il capo, diede lo Spirito" (19,30).

Al termine della sua missione, nel momento tragico e solenne insieme della sua ‘ora’, Gesù dà inizio al tempo dello Spirito di Dio. Ci dà quello Spirito che aveva ricevuto lui stesso dal Padre sotto forma di colomba quando su di lui si erano aperti i cieli.

Ora, che il Salvatore è divenuto "perfetto mediante la passione" (cf. Eb 2,10), è divenuto anche "datore di vita" (cf. 1Cor 15,45), donandoci lo Spirito sotto l’immagine dell’acqua.

"Si unirono insieme il sangue e lo Spirito, affinché per mezzo del sangue della nostra stessa natura fossimo resi capaci di ricevere lo Spirito Santo che non è della nostra natura" (omilia in Pascha, II, PG 59,727).

"Donna, se tu conoscessi il Dono di Dio!... L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna" (Gv 4,14).

Lo Spirito: Presenza nuova di Gesù

Uscendo dalla scena visibile delle vicende umane, Gesù non abbandona il suo ruolo attivo di Salvatore, non abbandona il mondo, facendosi sostituire dall’Altro, in un avvicendamento di persone. Lo Spirito sarà, invece, la sua nuova presenza tra noi, il suo nuovo modo di operare dopo la pasqua e fino alla parusia.

Difficile per noi comprendere questo esser l’uno nell’altro, questa immanenza reciproca propriamente trinitaria. Figlio e Spirito sono realmente distinti (cf. l’altro Paraclito, 14, 16), ma allo stesso tempo operanti e presenti uno nell’altro.

Come Gesù è la presenza del Padre, così lo Spirito è la presenza di Gesù risorto, in mezzo a noi e dentro di noi. Presenza non più sostituibile ma eternamente perdurante (Gv 14,16).

Lo Spirito ha la missione di far esperimentare e di interiorizzare ciò che ha già fatto e detto Gesù (cf. 14,26); di condurre i discepoli all’unione profonda con Gesù, con il suo sangue, cioè con la sua vita interiore.

Se è Gesù a darci l’acqua dello Spirito per mezzo del suo sangue, a sua volta sarà però l’acqua dello Spirito a farci comunicare al sangue di Gesù.

 

In sintesi

1. L’evangelista è rimasto colpito da quella scena silenziosa e drammatica, a motivo della sua portata simbolica, espressiva del mistero che si compiva.

Simbolo reale di un mistero ancor più reale! Dio parla anche con i segni, e Giovanni e Maria ascoltano ciò che Dio vuol loro dire in quei segni.

2. Scena ad alto potenziale di vita, anche se Gesù è già morto. Infatti è vita sia il sangue sia l’acqua.

3. Il sangue è simbolo della vita interiore di Gesù, della sua coscienza di Figlio e della sua spiritualità. È qui che si aggancia la devozione del Cuore di Gesù, che può dunque spaziare su tutto il vangelo e sul mistero del Figlio fatto uomo e salvatore dell’uomo.

4. L’acqua è il dono dello Spirito, cioè della Vita divina, comunicata anche agli uomini. Ed è il dono dell’ Amore trinitario del Padre e del Figlio, effuso in noi dallo Spirito (cf. Rm 5,5).

5. Vita trinitaria e Amore trinitario provengono dalla profondità invisibile di Gesù, cioè dal suo Cuore: Cuore d’uomo del Figlio di Dio.

 

Conclusione

Abbiamo faticato non poco a dipanare una scena così densa di significato. La sua particolare difficoltà risiede nel suo alto valore simbolico; ma il simbolo sa aprirci il mondo invisibile di Dio più di ogni altro mezzo di conoscenza.

La difficoltà della scena risiede anche nelle "eccessive" ricchezze che vuol sintetizzare davanti ai nostri occhi: il mistero di Cristo e la salvezza dello Spirito, le divine promesse del passato (cf. i versetti 36-37) e il compimento del presente, la vita, la morte, la glorificazione di Gesù, ecc.

Tutto viene condensato in così tenui simboli, degni però di stare a coronamento del vangelo e di tutta la rivelazione divina. Da questo squarcio finale si può spaziare, oltre che sulla vita e morte di Gesù, anche sulla profondità interiore del Figlio di Dio fatto uomo, e sul suo amore per il Padre e per noi che supera ogni conoscenza (cf. Ef 3,19).

Se la devozione al S.Cuore di Gesù non vuol accontentarsi di un grado minimo di cittadinanza nella Chiesa, se non vuol rassegnarsi a navigare ai margini della tradizione cattolica, dovrà cercarsi, oggi più che mai, una seria fondazione evangelica e teologica. Sarebbe il colmo che questa devozione, dopo aver ottenuto l’istituzione della solennità liturgica del S. Cuore, si limitasse poi a restare in periferia. L’episodio della trasfissione di Gesù crocifisso, dalla cui contemplazione è partita, è in grado di rifornirla di tutte le ricchezze del vangelo.

 

 

4.
ECCO IL CUORE CHE HA AMATO TANTO!

La trasfissione ha avuto un seguito sia dalla parte del trafitto che dalla nostra parte.

Il crocifisso venne schiodato dalla croce, avvolto in un lenzuolo e sepolto come ogni altro essere mortale. (La sindone porta direttamente impresso il sangue delle ferite, costato compreso, mentre il resto dell’immagine è solo in negativo).

Poi seguì l’inesprimibile evento della risurrezione, cuore vibrante dell’annuncio cristiano. Al Figlio che aveva consegnato la sua vita al Padre, questi rispondeva richiamandolo dall’abisso della morte mediante la potenza dello Spirito e introducendolo nell’abisso della vita trinitaria. Da allora un uomo, autentico come noi, è nella Trinità a pieno titolo: si tratta di colui che poco prima pendeva crudelmente inchiodato alla croce, il trafitto dal fianco squarciato.

Apparendo ai discepoli, egli mostra ancora le mani e il fianco feriti (Lc 24,38-40; Gv 20,20), quale prova di riconoscimento per i discepoli e segno glorioso della sua vittoria d’amore.

A Tommaso incredulo rivolge l’invito a toccare le sue mani e a mettere la mano nel suo costato (20,27).

Egli rimane in eterno il Trafitto che mostra ai discepoli fin a qual punto li ha saputi amare.

Ma la trasfissione ha avuto un seguito anche dalla nostra parte.

Iniziata con Giovanni e Maria tra lo sgomento del venerdì santo, la contemplazione del Cristo trafitto è andata crescendo lungo la storia. Una processione incessante di peccatori in pianto e di mistici in estasi, di gente di ogni estrazione e di ogni cultura si è recata davanti al Crocifisso, attratta da quella icona misteriosa. Una lunga storia di comprensione e di partecipe comunione, promossa dallo Spirito che egli ci aveva dato e incamminata verso la "plenitudo veritatis" che si avrà solo alla fine (cf. DV 8).

Noi vogliamo ricordare qui, sommariamente, alcune tappe principali di questa storia di comprensione del Trafitto.

I due sacramenti

L’epoca patristica si è interessata al sangue e all’acqua che uscirono dal fianco trafitto, e vi ha ravvisato il simbolo dei due principali sacramenti: il battesimo e l’eucaristia. Fra di essi nasce e cresce la Chiesa, vista a volte come la nuova Eva tratta dal fianco del nuovo Adamo, assopito nel sonno della morte.

Nei Padri prevale dunque una interpretazione sacramentale-ecclesiale della trasfissione.

Così anche nella liturgia: "Dal suo fianco squarciato effondi sull’altare i misteri pasquali della nostra salvezza" (vespri del venerdì). "E dalla ferita... effuse sangue e acqua, simboli dei sacramenti della Chiesa" (prefazio della festa del sacro Cuore).

L’esegesi attuale, più aderente al senso letterale del testo, interpreta sangue e acqua in senso cristologico e pneumatologico, più consono alla teologia giovannea, come già abbiamo potuto vedere.

Alla sorgente del cuore

Il medioevo non abbandona la prospettiva patristica dei due sacramenti; ma i medioevali, da parte loro, preferiscono fare attenzione al luogo da cui sangue e acqua escono. Oltrepassando la piaga visibile del costato, giungono a cogliere ciò che rimaneva nascosto sul fondo della ferita: il Cuore.

Ecco la scoperta che apre una nuova stagione di contemplazione: quella del Cuore di Gesù.

Il costato è una ferita esteriore, di superficie, ma il luogo segreto raggiunto dalla lancia e trafitto, la fonte vera del mistero, è il Cuore di Gesù.

Nel cuore si è aperta una ferita invisibile: quella dell’amore, che rende ragione di tutto, specialmente della passione. Un cuore ferito è un cuore che ama appassionatamente, e la sua ferita non si rinchiuderà mai più. Nessuno l’ha aperta da fuori, essa si è aperta liberamente da sé per l’impeto dell’amore.

La piaga del costato è solo un vestibolo di ingresso che invita ad entrare e a contemplare il cuore ferito dall’amore.

Inizia così la devozione per il Cuore di Gesù, fatta di lodi, di fiduciosa preghiera, di compassione.

"Il cuore del Signore fu trafitto, perché noi dalle ferite visibili conoscessimo l’amore invisibile. La ferita esterna del cuore manifesta la ferita d’amore dell’anima" (Vita Mystica, già attrib. a Bonaventura, cit. in Stierli, Cor Salv.,83).

"Il Cuore di Cristo è stato squarciato dalla ferita dell’amore, perché anche noi possiamo entrare per amore nel suo Cuore, attraverso l’apertura del suo costato, e là possiamo unire il nostro amore al suo amore" (Ludovico di Sassonia, cit. in Stierli, 101).

Possiamo renderci conto dell’importanza di questo approdo, che introduceva nella contemplazione del Trafitto il ricco simbolismo del cuore e il linguaggio affettivo dell’amore. Un mondo di suggestioni, di significati, di risonanze non ancora utilizzato dalla pietà cristiana. Col tempo si rivelerà sorprendentemente utile, non solo nel promuovere nella vita cristiana una nota di intensità anche affettiva, ma soprattutto nel far scoprire, nell’amore redentore di Cristo per noi, una pienezza di verità e di autenticità umana.

Ci si potrà sempre domandare come mai il mondo degli affetti abbia scelto il cuore come suo simbolo privilegiato. Misteri del linguaggio umano, che sa inventarsi i suoi mezzi espressivi!

Perché il cuore? Per la posizione centrale e segreta che occupa nel corpo umano, per la funzione fisiologica che svolge nell’organismo (è sempre in azione nel far circolare la vita, registra prontamente emozioni, sentimenti, pensieri, si quieta solo in morte...). Tanto bastava perché nella cultura occidentale diventasse il simbolo affascinante dell’amore.

Con la stessa spontaneità venne utilizzato anche in campo religioso, soprattutto all’interno di quel movimento di risveglio cristiano che mirava a vivere una vita di unione con Gesù. Penetrando nella sua interiorità d’amore per comprenderla e parteciparla, questo movimento spirituale si incamminò spontaneamente sulla via che conduce al Cuore di Gesù.

Ecco il cuore

La tappa, che possiamo chiamare moderna, ci è maggiormente familiare.

Essa inizia nel secolo XVII con due grandi nomi: S. Giovanni Eudes (+1680) e S. Margherita M. Alacoque (+1690): questa sarà per eccellenza la santa del Sacro Cuore. Fu destinataria di alcune "rivelazioni" di Gesù nell’eucaristia, nell’ultima delle quali (1675) Gesù le mostrò il suo Cuore: "Ecco il Cuore che ha tanto amato gli uomini, ma che, in compenso, non riceve che ingratitudine ed oltraggi". Oltre a chiederle alcune pie pratiche, che diverranno poi caratteristiche della devozione nei secoli successivi, Gesù le domandò che si istituisse una festa liturgica in onore del suo Cuore. Non risulterà facile ottenerla e verrà concessa inizialmente solo a determinate diocesi e nazioni che ne facevano richiesta2.

Dopo Paray le Monial, la devozione incomincia ad uscire dal ristretto recinto dei monasteri, per diventare un grandioso fenomeno di massa. Essa contagia diocesi, ordini, nazioni, papi, santi, istituzioni religiose di ogni ordine e spiritualità.

Una fortuna "trionfale", unica nella storia della pietà cattolica. Né si trattò soltanto di una diffusione quantitativa, perché promosse un ritmo intenso di vita cristiana.

Vi contribuirono diversi fattori storici favorevoli, ma soprattutto motivi di ordine interno alla devozione stessa, quali la suggestiva bellezza del linguaggio del cuore, la forza attrattiva dell’immagine del Sacro Cuore, le generose promesse di salvezza e di benedizione che la accompagnavano; la praticabilità della devozione dovuta agli esercizi di pietà caratteristici in cui la devozione si concretizzava (ora santa, primi venerdì, comunione riparatrice, coroncini, novene, la festa liturgica, ecc.).

Causa ed effetto insieme di questo successo popolare della nostra devozione è stata l’importanza accordata al cuore fisico. Veniva raffigurato in grande evidenza anatomica, spesso da solo, distaccato dall’immagine della persona, anche se contornato dai segni della passione (corona di spine, croce, ferita aperta) e dalle fiamme ardenti dell’amore.

Da parte sua la teologia ci è andata dietro, dichiarando il cuore fisico oggetto del culto, cioè termine proprio dell’onore e dell’adorazione (suo oggetto materiale o anche formale).

Pur con la dovuta indulgenza che merita ogni forma di pietà, non si può fare a meno di rilevare che in questo modo ci si incamminava verso una riduzione di esso ad adorabile oggetto. La stessa espressione corrente "Sacro-Cuore", usata in assoluto senza più bisogno di farla seguire dal genitivo della persona a cui appartiene, può essere considerato segno di questa tendenza.

La crisi attuale

All’estate equatoriale è subentrato, se non proprio una repentina glaciazione, certo un calo veloce di interesse, un autunno di sospensione. La devozione si ritira nelle serre protette delle famiglie religiose, dell’Apostolato della preghiera, di qualche associazione, in attesa di una nuova primavera.

Non possiamo prevedere quale sarà il suo futuro; certamente la già vigorosa pianta dovrà essere potata e rinvasata in terreno nuovo.

Nel volgere di mezzo secolo è mutata profondamente la situazione religiosa della società occidentale, e anche quella interna alla chiesa.

Dopo comprensibili smarrimenti, la chiesa si è resa conto che Dio la chiamava a una nuova stagione storica. Essa riprende allora l’antica via apostolica dell’evangelizzazione, puntando anzitutto su ciò che è essenziale e primario, sugli obiettivi di prima necessità.

Riprende in mano i mezzi che aveva riposto sul solaio e reimpara ad usarli (primo annuncio, catecumenato, catechesi, liturgia, lettura della Bibbia, ecc.).

In questa palingenesi che ne è delle devozioni? Si sa quale capacità di aggregazione religiosa esse possano avere, per il fatto che permettono ai singoli di personalizzare la loro religione e di scegliere forme di pietà più congeniali. Non si dirà mai abbastanza della fecondità spirituale delle devozioni, quando esse siano in armonia con la vita cristiana.

Che ne è oggi di loro? Il concilio le difende e le raccomanda caldamente, anche perché in esse si possono preparare le disposizioni necessarie alla liturgia; ma domanda che si ispirino e si armonizzino con la liturgia stessa (SC 12-13), e condividano le grandi scelte pastorali della chiesa.

 

 

SPUNTI PER UNA RIFLESSIONE

1. Una devozione per oggi

Senza alcuna pretesa di completezza, presentiamo alcuni spunti di riflessione che, a nostro giudizio, potrebbero esser utili per ripensare e attualizzare nel nostro tempo la devozione al Sacro Cuore. Essi indicano come sia possibile riportare la considerazione del cuore al centro del mistero di Cristo, il cuore cioè che una pesante oggettivazione aveva relegato ai margini e ridotto quasi all’insignificanza.

Non che alla teologia spetti decidere su un fatto di grazia e di vita quale è la devozione nella chiesa; essa però può esprimere il suo giudizio sull’oggetto che la devozione si prefigge di onorare.

Non escludiamo che si possano avere diverse forme di devozione al Sacro Cuore, apprezzabili e utili alla pietà. Per parte nostra vogliamo insistere perché la ‘nuova’ devozione abbia a caratterizzarsi innanzitutto come luogo di evangelizzazione capillare e insistente, prima che insieme di pratiche religiose e di esercizi di pietà.

Il vangelo dell’amore di Dio che si rivela nel cuore di Gesù domanda di essere ascoltato e contemplato con costante dedizione, per poter essere compreso nella sua sorprendente verità. Sia individualmente che in gruppo, la devozione dovrebbe acquistare questa fondamentale fisionomia di ascolto della parola divina che ci annuncia il mistero dell’amore di Dio, e di implorazione dello Spirito per averne una conoscenza sempre più viva. Sarebbe illusione ritenere di conoscerlo già in partenza, quasi si trattasse di una informazione appresa. Conoscere l’amore di Dio è entrare nell’intimo del suo mistero. I nostri incontri avevano soltanto lo scopo di invogliarci ad accettare l’invito che il Dio della grazia ci rivolge.

Una devozione impegnata ed esigente, dunque, che rende coscienti della chiamata divina ed educa a rispondere con una fede crescente, prima ancora che con determinati esercizi di pietà.

2. Il cuore di tutto il mistero

Come abbiamo visto, negli ultimi tempi la devozione al Sacro Cuore è andata restringendo sempre più l’orizzonte dei suoi interessi, concentrandosi preferenzialmente sul cuore fisico e sul mondo affettivo del Salvatore.

Questa riduzione affettiva è probabilmente effetto della sterminata diffusione della devozione: si sa quanta presa abbiano sulla gente i valori affettivi e la forza dei sentimenti.

Ma non fu questione soltanto di intemperanze sentimentalistiche.

Grave responsabilità ricade sulla predicazione del tempo e, più ancora, sulla stessa teologia, che non seppero rifornire la devozione di più validi contenuti. Una teologia lontana dalla Bibbia e saldamente ancorata alla scolastica, un’esegesi senza spirito e senza metodo, una cristologia senza Trinità, una soteriologia legata a categorie giuridico-penali, una vita cristiana centrata più sulle opere ascetiche che sulla fede e sulla grazia, ecc.

Bisogna riconoscere che la devozione al Sacro Cuore ha fatto le spese di questa povertà di contenuti, mentre da parte sua ha arginato questi limiti con le sue specifiche risorse, infondendo un po’ di cuore in tanta aridità.

Ma allo splendido simbolo del cuore restava sempre meno da significare; il cuore minacciava di restare in-significante, e diventava esso stesso, nella sua fisicità, l’oggetto della devozione, mentre l’amore sembrava ridursi a un concetto astratto (astratto cioè dal mistero della persona di Gesù, dalla sua storia concreta, dalla sua missione di salvezza). Un cuore anche troppo concreto, un amore anche troppo astratto.

Ora, perché l’espressione "Cuore di Gesù" non si limiti a ricordare i buoni sentimenti di Gesù (dolcezza, mitezza, umiltà, amicizia, misericordia, ecc.), ma diventi pienamente significativa, bisogna che si dilati ad abbracciare tutto il mistero di Cristo, a interessarsi della sua coscienza personale di Figlio, delle relazioni che intratteneva con Dio e con gli uomini, delle certezze e speranze che lo animavano nella sua vita terrena; bisogna che ci parli del mondo interiore di Gesù, della sua straordinaria capacità di identificarsi in ogni bisognoso, del suo esser per gli altri, della sua obbedienza d’amore al Padre fino all’abbandono...

Nessuno dei titoli abituali dati a Cristo (Figlio di Dio, Signore, Figlio dell’uomo, Messia, ecc.) si richiama all’interiorità vissuta, quanto l’espressione "Cuore di Gesù"; per questa ragione essa riveste un’importanza anche cristologica.

3. L’icona del cuore trafitto

Il culto di adorazione che fu reso in passato al cuore fisico rimane legittimo e praticabile anche oggi. In ragione dell’unione alla persona del Verbo, è adorabile sia l’intera umanità di Gesù, sia ogni sua parte. Chi trovasse significativo questo modo particolare di devozione potrà sempre praticarlo. Ma esso resterà necessariamente marginale. La centralità può provenire solo dal significato metaforico di cuore, dove cuore sta per "interiorità", vita spirituale.

Ma il cuore fisico non è però messo fuori gioco. Il suo posto importante lo ottiene nell’immagine. Il cuore trafitto del crocifisso non è propriamente un concetto da elaborare con la mente, ma un’ icona esposta da contemplare con lo sguardo e col cuore. Fu così anche per Giovanni e Maria, specialmente la prima volta al Calvario.

Ora quella ferita sul cuore può scuotere i sensi e suggerire il mistero più presto e più a fondo di tante riflessioni mentali.

Quel punto visivo, fatto di rosso e di oro-luce, richiama a un misterioso abisso, magnetizza lo sguardo, affascina come soltanto la bellezza riesce a fare.

Ci si accorge, allora, che non eravamo noi a guardare l’icona, ma era l’icona che guardava noi e irraggiava sul nostro volto la sua luce e ci penetrava dentro.

Si deve imparare ad esporsi al fascino avvolgente dell’immagine: esso riesce a smuovere la pesantezza dei sensi e a sbloccare l’affettività prigioniera. Può trafiggere il cuore anche a te!

Accenniamo anche all’altro linguaggio, quello verbale, sempre tentato di intemperanza.

La parola "cuore" ha abbandonato il significato fisico originario ed è entrata nel mondo metaforico; deve dunque piegarsi alle esigenze di quel linguaggio, la cui norma è la sobrietà nell’uso dell’immagine verbale. Usarla troppo spesso e soprattutto personificarla al punto da farne un vero e proprio soggetto sostitutivo, significa svilire la bellezza del simbolo e banalizzarne l’arditezza.

La nuova liturgia della festa del S. Cuore (1969, Paolo VI) sorveglia l’uso di "cuore", che non vi ricorre al nominativo e al vocativo (i due casi in cui la personificazione risulta più evidente). Mentre il prefazio della messa "Cogitationes" era interamente retto dal soggetto "cor" (ut apertum cor... pateret salutis refugium), il nuovo prefazio invece dice: "Dal suo costato trafitto egli effuse... affinché tutti, attirati al cuore del Salvatore...". "O Padre, che nel Cuore del tuo Figlio...".

Ma come rinunciare alle belle litanie del S.Cuore?

 

4. Cuore di figlio...

Siamo ormai persuasi che la nostra devozione debba cordialmente aprirsi alla prospettiva trinitaria, abbandonando l’isolamento nel quale era nata e cresciuta, ai tempi in cui il cristianesimo sembrava ridursi al solo Gesù Cristo.

È forse l’urgenza principale: vivere la devozione alla luce della piena identità personale di colui che ci mostra il suo cuore e ci domanda amore: identità di Figlio unigenito del Padre e di rivelatore di Dio.

Se il Padre occupò un posto assolutamente primario nel cuore del Gesù del vangelo, non dovrà forse occuparlo anche nel Sacro Cuore della devozione? La glorificazione non ha mutato questa sua identità essenziale, semmai l’ha esaltata al meglio, come esprime anche Paolo in un suo grandioso passo: "Costituito Figlio di Dio con potenza in virtù della risurrezione dai morti" (Rm 1,4).

Gesù visse radicalmente orientato al Padre, e la comunione intima che intratteneva con lui forgiò la sua coscienza personale di Figlio, il suo cuore, che avrebbe poi lasciato trasparire nelle parole e nei comportamenti di ogni giorno.

Esser suoi "devoti" significa innanzitutto scrutare con viva attenzione questo abisso ultimo del suo cuore, radice del suo mistero e fonte segreta del suo amore per il Padre e per noi.

Dare per scontato questo aspetto significherebbe restare in superficie e disinteressarsi del suo cuore.

Si noti ancora una volta come l’unica vera rivelazione del Cuore di Gesù avvenga nel vangelo e proceda passo passo con la rivelazione del Padre e del suo regno. Eventuali altre successive comunicazioni carismatiche avvenute nella Chiesa possono essere un provvidenziale rimando a quella.

5. ... Che rivela il cuore del padre

Ciò che Gesù ha da dire oggi, di più urgente per noi e di più caro per lui, non riguarda propriamente lui, ma il suo Dio.

La sua lieta notizia è sempre la stessa, oggi come ieri, e annuncia agli uomini il volto paterno di Dio e l’avvento del suo regno di liberazione.

Anche quando ci mostra il suo cuore aperto, che altro potrebbe volerci annunciare di più bello, se non che Dio c’è, che è nostro Padre, che ha anch’egli il cuore aperto nel quale ci custodisce?

Agli uomini di questo scorcio di millennio, che sono alle prese con Dio come non mai, stanchi di credere ciò che sta oltre, tentati di relegare Dio fra gli accessòri di bordo... che cosa potrebbe avere di più bruciante da dire questo nostro fratello, se non che Dio non è un oscuro destino, ma il padre appassionato?

Cuore chiama cuore: quello visibile del Figlio richiama quello invisibile del Padre, secondo la dinamica della trasparenza trinitaria: "Cristo è immagine del Dio invisibile" (Col 1,15); "Chi vede me vede il Padre mio" (Gv 14,9).

Gesù ha rivelato ciò che Dio vuol essere per noi utilizzando la parola umana "padre", anzi la parola dialettale "abbà", di uso strettamente domestico e di inflessione infantile, parola di intenerimento e di fierezza, misura della fiducia incondizionata. Ma più ancora, Gesù ha rivelato Dio con le sue opere, la sua vita, il suo comportamento, "soprattutto con la sua morte e risurrezione", come afferma lucidamente la Dei Verbum (4). Con la sua croce egli mostra drammaticamente fino a qual punto abbia voluto giungere l’amore di Dio per il mondo. E se è vero che la pagina della trasfissione è il compendio schematico della vita di Gesù e della sua pasqua, allora lo è anche della sua missione di rivelatore.

Il suo fianco squarciato è il vangelo rimasto aperto che ci parla, ormai silenziosamente, del Padre e di Gesù, uniti nell’atto di donare il loro Spirito.

La devozione al Sacro Cuore non può più limitarsi a parlare dell’amore e del dolore di Gesù; sarebbe ignorare che è il cuore del Figlio.

Vangelo e devozione a confronto

La devozione al Sacro Cuore non dovrà mai perdere di vista la sua matrice evangelica, costituita dall’episodio della trasfissione. Questa non solo ha occasionato la nascita della devozione, ma rimane la sua fonte evangelica ispirante, il suo principale serbatoio di rifornimento.

• In principio c’era l’amore. La devozione al Cuore di Gesù è nata nella chiesa per il bisogno di esplicitare ciò che nel racconto giovanneo della trasfissione restava implicito: l’amore. Essa ha scoperto, per dono mistico dello Spirito, che la ragione ultima della passione era l’amore di Cristo. Al fondo del suo costato, squarciato dalla passione, stava il suo cuore, ferito dall’amore senza limiti per noi.

La devozione svolge dunque una funzione ermeneutica nei riguardi di questa pagina evangelica, alla luce di quanto va ripetendo altrove la Scrittura circa la vera causa della nostra redenzione: "Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi" (1Gv 3,16); "Dio dà prova del suo amore verso di noi nel fatto che Cristo è morto per noi" (Rm 5,8).

La devozione al Sacro Cuore vuol essere dunque un luogo facilmente accessibile dove ci si educa alla contemplazione di quell’infinito amore, si coltivano riconoscenza e stupore per essere stati amati fino a questo punto, e si impara a rispondere con un generoso contraccambio.

• L’amore si è fatto storia. Ma a sua volta la devozione non dovrà mai astrarre dalla storia della vita e della morte di Gesù, in cui quell’amore si è incarnato, si è rivelato, si è donato a noi; storia che l’evangelista ha saputo mirabilmente compendiare nell’insuperabile segno della trasfissione, posto al termine della passione, in attesa della risurrezione e della pentecoste.

Del suo essenziale riferirsi alla storia della passione di Gesù la devozione al Sacro Cuore è sempre stata consapevole fin dal suo nascere; infatti l’immagine del Cuore appare sempre contornata dai simboli della passione (croce, corona di spine, ferita della lancia, sangue sgorgante), cui furono aggiunte in proprio le fiamme dell’amore. Quei piccoli simboli stilizzati rimandano al passato di una vera storia capitata a lui.

Il Sacro Cuore non deve dunque ridursi a simboleggiare un sentimento in astratto, anche se nobilissimo, ma deve rimanere memoria viva e visiva di una storia d’amore. La devozione non deve allontanarsi troppo dalla trasfissione.

• L’amore dona salvezza. Se la devozione al Sacro Cuore è stata brava nel proclamare la causa segreta e trascendente della passione, cioè l’amore, non ha invece saputo mettere in evidenza con altrettanta fortuna l’effetto di salvezza prodotto da quell’amore, cioè la vita divina dello Spirito che dal suo cuore Gesù riversava sul mondo per ricrearlo.

Invece l’intento del racconto evangelico della trasfissione, il lieto annuncio da esso proclamato con ineguagliabile vigore, il mistero che Giovanni e Maria hanno ‘visto’ con gli occhi della fede consisteva proprio in questo: il progetto divino di salvezza è arrivato a compimento nel Cristo crocifisso.

La devozione si è troppo attestata sul fronte degli affetti di Gesù (amore, misericordia, perdono) e dei fedeli (amore, compassione, riparazione consolatrice), suggerendo l’impressione che il cristianesimo si riducesse in definitiva ai buoni sentimenti del cuore, anche se le cosiddette "promesse del Sacro Cuore" ricuperavano almeno in parte il suo valore di salvezza.

Lo scarto fra devozione e trasfissione è, sotto questo aspetto, innegabile. Mentre il Trafitto della croce appare come il salvatore e il vincitore pasquale divenuto fonte della vita, il Sacro Cuore appare quasi solamente l’amante che ci dimostra con la passione il suo amore e domanda ai suoi fedeli un ricambio riparatore. Qui la devozione stenta a ereditare la ricchezza del suo archetipo evangelico e gli rimane troppo a distanza.

Ma il Dio biblico è eminentemente il Dio che salva, e la storia del suo amore è storia di un amore che salva. Lo stesso è vero di Gesù Cristo. La devozione è allora invitata a ricuperare questa dimensione nativa e a contemplare, nel cuore dell’amico, il Cuore del Salvatore. Non è questione di legittimità o di spirituale utilità, ma di centralità e di maggiore fedeltà al vangelo. Il Dio che si rivela a noi nella trasfissione del suo Figlio è il Dio biblico della vita, che ci fa dono del suo Spirito.

 

 

5.
VOLGERANNO LO SGUARDO AL TRAFITTO

La scena della trasfissione sta lì davanti a noi, esposta al nostro sguardo, come una straordinaria sintesi del mistero di Cristo e della storia della salvezza. Sotto quel semplice e tragico segno Dio ha trascritto per noi l’intera vita di Gesù, la sua passione e glorificazione, la pentecoste dello Spirito, perché potessimo abbracciare tutto con un unico sguardo. Ma è evidente che Dio non si limita ad informarci del mistero, a raffigurarlo visivamente per farcelo conoscere. Dio allo stesso tempo ci interpella come liberi interlocutori della sua offerta di salvezza, e ci provoca a prendere posizione. Al fondo di ogni parola di Dio sta sempre questa rispettosa e ardimentosa dialogicità. Dio parla rivolgendosi ogni volta a qualcuno in persona, anche se entro i confini vitali di un popolo. È l’intera vita cristiana la risposta adeguata alla chiamata di Dio, resa possibile e sostenuta dalla grazia capillare dello Spirito. Noi ci limitiamo a rilevare brevemente alcuni spunti per questa risposta, suggeriti sia dal racconto evangelico, sia dalla prassi plurisecolare della devozione al S. Cuore.

 

Perché anche voi crediate

Con questa concisa espressione Giovanni vuole informarci sullo scopo del suo racconto: "perché anche voi crediate". Insieme a Maria, la donna credente fin dall’inizio, Giovanni è il primo ad aver creduto davanti alla croce. Egli crede, e poi impegna la sua autorevolezza di testimone oculare, che per luce di rivelazione ha potuto intravedere al di là dei segni l’invisibile mistero, perché anche altri dopo di lui possano fare altrettanto: "e chi ha visto ne rende testimonianza perché anche voi crediate" (Gv 19,35). La risposta al mistero è sempre la stessa, fondamentale e mai superabile. Sia per il neofita come per il santo dalle alte esperienze mistiche, non c’è altro modo di accostarsi a Dio, se non quello di ripetergli: io credo in te. Ma credere in che cosa? Il verbo usato da Giovanni è spoglio, senza indicazione dell’oggetto da credere. In realtà quell’oggetto non ha bisogno di essere esplicitato a parole, perché è lì sotto gli sguardi di tutti. Oggetto proposto a credere e testimoniato dall’evangelista è l’identità divina di quell’uomo crocifisso e la capacità della sua morte di poter salvare il mondo. Poco più oltre Giovanni lo affermerà anche a parole: "Questi segni sono stati scritti perché crediate che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate vita nel suo nome" (20,31). Solo in forza di quella misteriosa identità, il sangue e l’acqua scaturiti dal suo fianco sono apportatori di salvezza. Credere è come correre ad una fonte e abbeverarsi. Il verbo "bere", così pieno di intensa bramosia e di impellente bisogno, simboleggia nel linguaggio biblico l’atto del credente che aspira a saziarsi di vita. Credere è bere, come dice Gesù in quelle parole con cui commenta in anticipo la futura scena della trasfissione: "Se qualcuno ha sete venga a me, e beva colui che crede in me, perché, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal mio grembo" (7,37-39). La fede non si limita a farci strada fin sulle soglie della vita, ma inaugura già sulla terra la vita di comunione con la Trinità: "chi crede ha la vita eterna" (6,47).

Abbiamo creduto all’amore!

È arduo credere che il trafitto della croce sia personalmente il Figlio di Dio e il salvatore, finché non si giunge a cogliere l’ultimo perché di quel mistero. Il Nuovo Testamento giunge spesso a farlo, risalendo fin dentro il cuore di Dio, fino al suo insondabile amore: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16); "E noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi: Dio è amore!" (1Gv 4,16); "Questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20) "Voi mi avete amato e avete creduto che io sono venuto da Dio" (Gv 16,27), ecc. Alla fede viene così assegnato il suo più alto oggetto, quello che illumina ogni altro e ne fornisce l’unica plausibile motivazione, l’unica "evidenza" che sia dato avere nel mondo divino della fede. Soltanto l’amore è credibile, l’amore di Dio in quello di Gesù; e questo oggetto trascendente si fa cogliere, anche se solo implicitamente e remotamente, in ogni umile atto di fede, in ogni dettaglio veritativo del mistero rivelato. All’origine di tutto sta l’amore, e quell’amore sta anche al fondo di ogni atto di fede. Decisività e grandezza della fede, che ha bisogno di essere ritrovata. L’amore è certamente l’aspetto più affascinante della fede, ma anche il più arduo per l’uomo che è ancora alle prese col problema di Dio. Sono ancora numerosi quelli che affermano di credere in Dio, ma pochi quelli a cui interessi il suo cuore. C’è dio e dio, e non basta la parola per farci sapere quale sia il comportamento che Dio intende tenere nei confronti degli uomini. Assillati ogni giorno da mille bisogni, presi da amori più concreti e immediati, scandalizzati dal male esistente nel mondo, delusi dalla consegna al silenzio che Dio si è imposto... Gli uomini sono tutt’altro che inclini a sentirsi amati così in alto.

Eppure il mondo ha urgente bisogno di conoscere il grande segreto che lo avvolge e lo regge, sia per saper vivere la sua esistenza presente con maggior dignità, sia per attendere per il futuro quell’insperata salvezza che Dio gli prepara. Un’evangelizzazione, degna di questo nome, deve interrogarsi con quale gioiosa convinzione annunci davvero agli uomini la lieta notizia per eccellenza. La devozione al Sacro Cuore trova qui la sua chance, la sua occasione propizia; ma, come dicevamo, deve decidersi a pensarsi come luogo di vera evangelizzazione, prima che di culto. Deve contribuire con la catechesi e la pedagogia cristiana a formare uomini e donne che credono profondamente all’amore di Dio in Cristo, e sono animati dalla passione di condurre anche altri alla stessa esperienza.

Volgeranno lo sguardo al trafitto

A conclusione del racconto della trasfissione, e quasi a suo commento, l’evangelista riporta le singolari parole di Zaccaria (Zac 12,10;Gv 19,37). Da secoli quella profezia messianica annunciava a Israele un misterioso personaggio regale, messo a morte e trafitto dalla sua gente, ma poi compianto da tutta Gerusalemme fino al punto di riconoscere in lui, per la sovrabbondante grazia dello Spirito di Dio, la sorgente che lava il loro peccato (12,10;13,1). Davanti allo spettacolo della croce di Gesù, quelle parole antiche si accendevano di improvvisa evidenza: il futuro del profeta era diventato ormai presente. E Giovanni apriva l’interminabile processione di coloro che, volgendo lo sguardo in alto e fissandolo sul trafitto della croce, avrebbero riconosciuto in lui il Messia promesso, la divina sorgente di purificazione e di vita, aperta da Dio nel suo fianco.

"Volgere lo sguardo" indica stupendamente, oltre al movimento degli occhi, anche quello del cuore di colui che giunge a riconoscere l’incredibile identità di colui che pende esanime dalla croce. Gesù è il Messia, il compianto unigenito regale innalzato sul trono della sua vittoria e diventato sorgente della salvezza. Da lassù egli attira tutti a sé come salvatore della nostra condizione di peccato. Ma "volgere lo sguardo" indica anche il movimento interiore di chi si rende dolorosamente conto di aver preso parte lui stesso a quel dramma in cui il salvatore è stato trafitto (cfr. il significato penitente del contesto di Zac 12,10-11 e di Ap 1,7-8). Questo aspetto ha sempre avuto un grande rilievo nella devozione al Sacro Cuore, a partire dalla forte esperienza personale di S. Margherita Maria, che l’ha consegnata in eredità alle generazioni successive, e ha avuto il solenne riconoscimento dell’enciclica "Miserentissimus Redemptor" di Pio XI. Si tratta di quell’aspetto spirituale e apostolico che è andato a lungo sotto il nome di "riparazione": termine divenuto oggi logoro e problematico, sia per le complicazioni interpretative che ha subìto, sia per le vicissitudini semantiche che ha incontrato nell’uso corrente. Noi lo useremo con parsimonia, senza tuttavia liberarcene di proposito, perché è servito ad accostare i fedeli alla passione di Cristo e a dare un nome alla loro risposta d’amore. La riparazione, a ben vedere, non pretende di aggiungere qualcosa di diverso e di più generoso all’amore. L’amore non è un addendo ma la pienezza insuperabile cristiana, che non abbisogna di integrazioni supplementari. La ragion d’essere della riparazione risiede interamente nell’amore e nella fede: essa vuol soltanto evidenziare una particolare sensibilità che la risposta d’amore viene ad assumere in riferimento alla situazione di peccato in cui viene a trovar posto. Nelle riflessioni che seguono scomponiamo i significati racchiusi nel termine opaco di "riparazione", e indichiamo quelle integrazioni che oggi riteniamo necessario apportarvi.

Guardare alla passione del cuore

È forse l’aspetto più caratteristico e audace, il punto più avanzato di quella piccola via mistica su cui la devozione ha camminato per secoli, nell’intento di promuovere la conoscenza del Cristo crocifisso, avvicinando i fedeli a scoprirne la passione del suo cuore.

L’amore che Dio ci ha dimostrato in Gesù è un amore crocifisso, che ha esperimentato fino in fondo la segreta sofferenza del cuore, il dolore accorato di colui che ama, ma non viene né creduto né ricambiato. Con l’assunzione piena della nostra umanità, Dio ha voluto rendersi vulnerabile anche nel cuore, esponendosi a subire la desolata tristezza dell’incomprensione e la durezza del cuore umano. La croce fu appunto la tragica conclusione di una lunga storia di incredulità e di rifiuto, che Gesù visse non solo come insuccesso della sua causa, ma come fallimento del suo amore. Vi si aggiunga anche l’esperienza sconvolgente dell’abbandono del Padre, l’improvviso venir meno della sua presenza, e ci si potrà insospettire di quale agonia egli sia morto.

L’icona del cuore trafitto sta appunto a significare il dramma inesprimibile del suo amore rifiutato. Riconosciamo che questa prospettiva non è più molto familiare; più spontaneamente ricorre un’idea eroica della croce, dove l’amore di Gesù riesce ad affermare se stesso e ad uscirne vincitore.

L’attenzione prestata al cuore contribuisce invece a correggere questa impressione mitica della croce. La sofferenza che vi scopriamo diventa per noi una garanzia di verità del suo amore, e Gesù ci diventa straordinariamente vicino. Con le sue pratiche caratteristiche la devozione al Sacro Cuore ha profondamente educato i fedeli ad accorgersi di quella invisibile passione, e, su invito di Gesù stesso, a prendervi parte e ad offrirgli il nostro amore in cambio della nostra e altrui indifferenza. La partecipazione alla passione di Gesù, specialmente alla agonia del cuore, era già stata praticata dalla mistica del passato; ma ai nostri tempi ha conosciuto gradi di alta intensità in in alcune persone (Gemma Galgani, Caterina Emmerich, Martha Robin, ecc.). Il merito della devozione al Sacro Cuore è stato quello di averla resa praticabile e accessibile a livello popolare.

Nella luce della pasqua

La partecipazione alle sofferenze di Cristo ha però bisogno di rimanere inserita nell’equilibrata armonia di tutto il mistero cristiano e di sottostare all’attrazione gravitazionale della pasqua. C’è il rischio di fare del facile vittimismo e del sentimentalismo irriverente (il passato non ne è sempre uscito indenne), come se si trattasse di una persona amica, colpita dalla sventura e costretta a subirla quale inesorabile fatalità.

La devozione non deve dimenticare la singolarità di Gesù: egli ha liberamente accettato l’intera esistenza umana, compresa la sofferenza fisica e morale che avrebbe incontrato. L’ha accettata per amore del Padre e per la nostra salvezza, consegnandosi ad essa, ogni volta, in vera libertà. E come la passione di Gesù non è separabile dalla risurrezione, così la nostra condivisione della sua sofferenza non deve restare rinchiusa nelle tenebre del venerdì santo. La pasqua ha trasfigurato radicalmente la passione in vittoria redentrice sulla morte morale e fisica dell’uomo. Del resto, non fu proprio la risurrezione a costituire la insuperabile "riparazione" che il Padre rese a Gesù, richiamandolo dalla morte, inondandolo della consolazione dello Spirito santo e restituendolo alla beatitudine della comunione eterna? La risurrezione fu la risposta di infinito gradimento che il Padre diede al Figlio per quell’amore riparatore che il Figlio gli aveva offerto in vita e in morte.

La vera riparazione d’amore avvenne dunque all’interno della stessa Trinità, tra Padre e Figlio, e fu opera del reciproco Spirito. La nostra risposta riparatrice al Cristo trafitto è dunque pensabile e possibile soltanto su questo sfondo pasquale e trinitario, come partecipazione realizzata in noi dalla forza assimilatrice dello Spirito. Al di fuori di questo contesto apparirebbe soltanto come velleità votata all’insuccesso. E poiché la pasqua di Cristo rifluisce nell’eucaristia, è questa la fonte prossima della nostra partecipazione quotidiana alla passione di Cristo e alla riparazione pasquale del Padre.

Amare anche per chi non ama

Dopo la dimensione verticale che ascende verso Il Padre e verso Cristo, ecco la dimensione orizzontale che si rivolge ai fratelli. È una dimensione meno nota, ma scorre nei solchi classici della devozione al Sacro Cuore, e ha educato intere generazioni ad amare anche a nome dei propri fratelli lontani da Dio e bisognosi di salvezza. La vita di Margherita Maria, la discepola per eccellenza del Sacro Cuore, è un esempio di straordinaria dedizione alla causa dei peccatori, presi a carico con eroica generosità per rappresentarli davanti a Dio e dar loro voce nel dialogo interrotto della salvezza. Lei la chiamava riparazione, noi la chiameremmo più volentieri solidarietà fraterna. Rientrava nella missione che il Sacro Cuore le aveva affidato, ma noi, per poterla comprendere, dobbiamo passare attraverso il linguaggio soterilogico del seicento. Ma la storia della spiritualità cristiana è costellata di santi e di persone comuni che hanno fatto di questa solidarietà spirituale con i peccatori la loro divisa quotidiana. È lo Spirito che nella Chiesa va assimilando i battezzati a Gesù Cristo, il quale per primo ci ha rappresentati tutti davanti al Padre nella sua preghiera di intercessione e nella sua oblazione pasquale. Nessuno, nemmeno il santo, è in grado di bastare a se stesso in ordine alla salvezza; anche lui ha bisogno di essere preso in conto, non solo dal suo salvatore, ma anche dall’intera comunità della salvezza. Nessuno è autosufficiente, ma deve la sua salvezza a quel misterioso intreccio di reciproca solidarietà che fiorisce all’interno della comunione dei santi. A nessuno sfuggirà l’importanza pastorale di questa verità, specie per la nostra cultura occidentale, dove è diffuso il privatismo della salvezza.

L’avete fatto a me

Su un punto però la vecchia idea riparatrice è chiamata oggi a dilatare i suoi tradizionali spazi. Cristo non soffre solo per le offese fatte personalmente a lui e al Padre, ma anche per le offese che gli uomini fanno ai loro simili; si tratta di un cumulo smisurato di mali, creato dalla volontà umana pervertita dal peccato. La percezione di questa sterminata sofferenza si è fatta ai nostri giorni più acuta negli uomini di buona volontà che si industriano ad arginarne gli effetti e ad alleviarne la sofferenza. Ma il credente in Dio se ne impensierisce e se ne addolora anche per un’altra ragione, che soltanto lui riesce a percepire in forza della sua fede. Egli sa che l’immenso dolore di tutte le creature si ripercuote sul cuore di Dio e di Cristo. Il Dio creatore e redentore non ha voluto restarne lontano in forza della sua natura inattaccabile al dolore; ma si è voluto coinvolgere nel dramma quotidiano di ogni essere umano, per libera decisione della sua misericordia (si vedano le riflessioni svolte nella prima parte di queste note). Da parte sua, Gesù rivelò apertamente di essersi identificato con ogni bisognoso del mondo, sia nella sofferenza come anche nella gioia dell’aiuto ricevuto: "Ogni volta che avete fatto (o non avete fatto) queste cose ad uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto (o non l’avete fatto) a me" (Mt 25,40-45). Questa parola del vangelo ci assicura dove stia il cuore di Cristo, quando e perché egli soffra, quando e perché egli ritorni a gioire. Essa traccia quindi anche a noi, votati al suo cuore, la via maestra della riparazione.

Il duplice sguardo

Oggi non avrebbe più molto credito la riparazione intesa a una sola dimensione, quella cioè che si interessa dell’uomo solo per il suo rapporto religioso con Dio, trascurando come non pertinente la dimensione temporale. Con insolita determinazione la Chiesa dei nostri tempi ha scelto l’uomo come sua via, l’uomo da salvare nella sua totalità umana. Questa scelta pastorale di grande respiro non può non mancare di penetrare a fondo nei suoi pensieri e nella sua azione, perfino nel suo modo di pregare e, in qualche misura, anche nelle stesse devozioni che fanno parte importante della sua vita. Certo, nessuno è in grado di fare tutto, ma ovunque lo Spirito di Dio chiami qualcuno a vivere, nella vita attiva come in quella contemplativa, sarà sempre possibile vivere le due dimensioni dell’amore cristiano. La frequentazione assidua e devota del cuore del Signore deve condurre a vivere la spiritualità riparatrice con duplice sensibilità: quella verticale che è attenta al cuore appassionato di Dio e desidera arrecargli con Gesù una più grande gioia; e quella orizzontale della solidarietà spirituale e caritativa con i fratelli, infelici a causa del loro peccato e delle tante indigenze. Contemplazione dell’amore di Dio e solidarietà affettiva e operosa: un’attenzione non elimina l’altra, ma la motiva sempre di nuovo e la rifornisce di speranza. Il pericolo, semmai, è quello di separare ciò che il cuore di Gesù ha inseparabilmente unito dentro di sé.

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