COLTIVARE IL SEME DELLA PAROLA
(Riflessioni sull’educazione cristiana dei bambini)
(Morandini Giuseppe)


autori
titoli

PRESENTAZIONE

Gesù ha detto: "La parola di Dio è come un seme". Il cuore del bambino è la terra buona, in cui il seme viene nascosto. Per dare frutto, il seme deve essere coltivato.
"Mio Padre è l’agricoltore", ha detto ancora Gesù.
Papà, mamma e gli altri educatori sono collaboratori di Dio, e interpreti dei suoi progetti per i figli.
Educare è un’arte difficile: partecipare alla paternità di Dio e servire la crescita della persona umana. Esige amore, intelligenza, fede e tanta pazienza per saper attendere. I tempi di Dio non sono i nostri tempi.
Le riflessioni evangeliche e semplici di questo piccolo libro sono offerte come aiuto ai genitori e agli educatori.

 

1. Il matrimonio cristiano

Chi partecipa alla celebrazione del matrimonio cristiano dovrebbe avere la medesima sensazione di chi contempla il sorgere del sole.

Il matrimonio è l’inizio di un giorno nuovo, pieno di luce, di freschezza, di grazia, di promesse e di speranze.

Dio, all’inizio del mondo disse: "Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile". Ha eseguito con sapienza infinita il suo progetto. Formò una donna e la condusse all’uomo.

Poi aggiunse: "Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne" (Gen 2,18-24).

Il matrimonio, nel pensiero di Dio, è una partenza, un lasciare per incontrarsi con un’altra persona e conoscersi nell’intimità profonda divenendo una sola carne.

Nel momento del "sì", davanti a Dio, gli sposi si scambiano un patto di alleanza per sempre, e garante della loro misteriosa promessa è Cristo Gesù. Egli con la grazia del sacramento si fa compagno inseparabile del cammino degli sposi, sigillo della loro unione e donatore, nella fede, di quella capacità di amare, che è simbolo del suo amore infinito per la Chiesa sua sposa.

Il matrimonio cristiano non è una cerimonia.

È un avvenimento di amore, di fedeltà e di grazia, destinato a durare nel tempo senza limiti umani.

Perché tale avvenimento si incarni nella vita quotidiana di ogni giorno felice o doloroso, esso ha bisogno, da parte degli sposi, di una graduale e reciproca presa di coscienza della sua realtà, di una fresca disponibilità quotidiana a rinnovare l’impegno di fedeltà infrangibile e di un continuo appello al dono della grazia nuziale. Con i due sposi, "uniti nel suo nome" (Mt 19,20), Gesù è presente nella casa come nella sua chiesa, per dare il suo aiuto a rendere il matrimonio comunità di amore, di vita e di grazia.

È la fede dei coniugi che mantiene viva e operante la grazia del matrimonio.

L’ascolto della parola di Dio, la preghiera quotidiana, la frequenza all’eucaristia domenicale e alla riconciliazione sacramentale; l’esercizio della carità come conoscenza reciproca, come dialogo, come maturazione di coppia, nutrono la fede e la rendono operante.

La fede genera speranza, vento di grazia, che soffia nelle vele dell’esistenza umana.

L’amore verso Dio, verso il coniuge e verso i figli, verso tutti gli uomini compone il delicato mosaico della carità.

Dio è amore: non solitudine ma famiglia, Padre, Figlio e Spirito Santo nella Trinità.

Gli sposi partecipano all’amore trinitario e sono resi capaci di dare vita a una famiglia umana, che è immagine di quella trinitaria.

Il matrimonio è un "sì" che vale una vita. E che può generare altre vite, partecipando all’infinita fecondità di Dio. Alle creature che generano, i genitori donano il pane quotidiano dell’amore e della fede, perché li nutra nel cammino della vita.

2. L’amore è vocazione

La vocazione primordiale dell’uomo è la vocazione alla vita e al dialogo con Dio: l’incontro inscrutabile del creatore con la sua creatura.

L’incontro si fa ancor più intimo e più partecipato nella rigenerazione del battesimo: è il Padre che genera alla sua vita i figli e li rende di diritto interlocutori del dialogo con lui.

Anche nel dialogo con Dio, come in ogni dialogo umano, le parole, i gesti gli avvenimenti, sono segni visibili dell’amore reciproco.

Ecco il senso dell’ascolto della parola del Signore, della preghiera, della liturgia e dei gesti sacramentali.

Ogni sacramento è un appuntamento gratuito con Dio, che dona una grazia speciale, una particolare configurazione a Cristo Gesù.

E all’appuntamento Dio non manca mai. Esige dall’uomo uguale fedeltà, attraverso il dono della fede.

Chiamata e risposta sono i due momenti essenziali di ogni relazione.

Sia la chiamata che la risposta sono scambio di amore. L’itinerario della vocazione alla vita e alla fede, nella esperienza secolare della Chiesa, si diversifica secondo i doni personali e i ministeri di cui la comunità ha bisogno, in tre vie diversamente caratterizzate: il matrimonio, il sacerdozio ministeriale, la consacrazione totale a Dio nel convento o nella laicità.

Diverse sono le vocazioni particolari, perché diversi sono i doni personali, che manifestano il progetto di Dio; e diversi i servizi di cui la Chiesa ha bisogno. Ma unico è il senso profondo della chiamata specifica: l’amore che si fa servizio a Dio e ai fratelli.

Nel battesimo ogni cristiano diviene, per dono di Dio, simile a Cristo, profeta, sacerdote e re. Nella propria vocazione al matrimonio, al sacerdozio o alla vita consacrata, egli dà un senso preciso alla propria vita, scegliendo forme concrete di profetismo, di sacerdozio, di regalità.

Nel matrimonio cristiano, per la grazia del sacramento, i coniugi diventano testimoni di Dio l’uno per l’altro, per i figli e per tutta la comunità, come sposi; sono fatti capaci di celebrare la preghiera, gli avvenimenti della vita a lode di Dio, come sposi; acquistano la potenzialità di estendere la regalità di Cristo nella comunità ecclesiale e civile, da sposi.

Così, il "ministero coniugale", esercitato come coppia, è indispensabile alla vita della Chiesa come quello sacerdotale e di consacrazione.

Gli sposi sono chiamati, nel rapporto con Dio, non ad una risposta mediocre, secondaria, ma ad un amore sconfinato e indefettibile come quello di Cristo per la sua Chiesa.

L’ascolto della parola e la preghiera, per gli sposi cristiani, sono prima di tutto momenti fondanti la loro crescita umana e cristiana, il loro partecipare al progetto di Dio e la loro ricerca per costruire uno stile di vita matrimoniale, che imiti quello di Gesù: "morire per risorgere". Morire all’egoismo, al peccato, per rinascere all’amore vero, forte e duraturo.

Vivere, giorno dopo giorno, la propria vocazione al matrimonio significa, dunque, imparare ad amarsi senza riserve, senza inutili pretese, ma con rispetto, comprensione, senso del perdono, nello stile del Signore Gesù.

Questo amore, che dà la capacità di essere uniti e fecondi, prima nello spirito e poi nella carne, è un dono del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che esige corrispondenza e fedeltà.

3. Famiglia, chiesa nella casa

L’amore è e deve costituire la forza e il clima dell’intera vita coniugale. Quanto più si approfondisce tanto più diventa amore oblativo, fedele e continuamente rinnovato.

"Il clima della vita coniugale si crea principalmente nella casa, e permea come una benefica atmosfera tutta l’esperienza dei coniugi e dei figli nei diversi ambienti della loro presenza e attività familiare. Immensa. Fondamentale. Le case si costruiscono per l’uomo per appagare i suoi bisogni fondamentali... La casa è l’abitazione dell’uomo. È una condizione necessaria perché l’uomo possa venire al mondo, crescere, svilupparsi, perché possa lavorare, educare ed educarsi, perché gli uomini possano costruire quella unione più profonda e fondamentale, che ha il nome di "famiglia". Si costruiscono le case per le famiglie. In seguito, nelle case, si costruiscono sulla verità e sull’amore le famiglie stesse. Il primo fondamento di questa costruzione è l’alleanza matrimoniale. Su questo fondamento poggia quell’edificio spirituale, la cui costruzione non può cessare mai" (Giovanni Paolo II).

La famiglia cristiana è la "Chiesa nella casa" perché dalla chiesa è nata e della chiesa è cellula fondamentale. Come nella chiesa anche nella famiglia si annuncia e si ascolta la parola del Signore; si celebra la liturgia della preghiera nella vita; si esercita il servizio della carità tra i coniugi, con i figli e verso il prossimo.

Per questo la casa è il luogo primo e privilegiato dell’educazione cristiana. La casa della famiglia cristiana è aperta e ospitale con le altre famiglie, soprattutto le più vicine e bisognose; con gli amici dei figli, particolarmente bisognosi di affetto o senza famiglia; con tutti coloro che necessitano di comprensione, di solidarietà, di aiuto, di perdono.

Essa non deve smentire mai la parola di Gesù: "Bussate e vi sarà aperto. Chiedete e vi sarà dato", perché è un’immagine della casa di Dio, aperta a tutti, sempre, come il cuore del Padre.

La casa della famiglia cristiana è povera, perché i poveri, distaccati dai beni, sono beati; perché il superfluo è rubato ai poveri; perché il denaro non sostituisce Dio.

La casa della famiglia cristiana è pura: la purezza del cuore, che lotta instancabilmente contro l’egoismo, che corrode l’amore e demolisce il dialogo, crea un abisso incolmabile tra le generazioni e rende ciechi ai bisogni degli altri.

La casa della famiglia cristiana è luminosa, anche se semplice, piccola e povera, perché "la parola del Signore è la sua luce inestinguibile"; perché le virtù cristiane, senza ostentazioni e spesso a fatica, sono vissute anche come testimonianza per i fratelli.

La casa della famiglia cristiana è serena, anche nelle prove della malattia e del lutto, delle tensioni inevitabili, perché sa e crede che è fondata e costruita sulla roccia, Cristo Gesù, speranza che non abbandona mai. La "chiesa nella casa" diviene così "la casa del Signore, la più alta, la più bella che c’è".

Posta sopra il monte per fare luce a tutti.

Perché sia così, è necessario che alla legittima preoccupazione per il luogo confortevole per le comodità, per un legittimo benessere, si accompagni, ogni giorno, nei genitori e nei figli un profondo e costante impegno per realizzare uno stile cristiano di vita, che caratterizza la famiglia nata e crescente nella Chiesa, famiglia dei figli di Dio.

La casa di pietra non si costruisce in pochi giorni. Tanto meno la casa-chiesa, che è la famiglia cristiana.

4. Il dono misterioso dei figli

La stagione dei frutti è lontana da quella dei fiori.

I figli sono il frutto di un amore coniugale, che ha vissuto la sua primavera di entusiasmo e di poesia ed è progressivamente maturato per la fecondità.

È scritto nel piano di Dio che i figli trovano la condizione più adatta per la loro nascita nell’intimità del matrimonio, il quale non è solamente un’istituzione legale, ma una comunità di amore, di vita e di grazia.

Lo sposo e la sposa, che nell’imperscrutabile disegno di Dio danno la vita a una nuova creatura, sono resi partecipi della fecondità divina e assunti dal Creatore al ruolo di suoi collaboratori nell’opera della creazione continua.

Ogni bambino è un dono nascente dall’amore reso fecondo dall’alto. Il dono si sogna a lungo. Così il bambino è il sogno più esaltante di due persone che hanno consacrato il loro amore nel sacramento del matrimonio.

Il bambino, come il dono, è progettato: un progetto di gratuità, di disponibilità, di servizio.

Dare la vita significa impegnarsi per costruirla e farla crescere con amore e sacrificio.

L’attesa del dono è, forse, il momento più magico.

Attendere un bambino è come attendere il nascere di un giorno nuovo, pieno di speranze esaltanti e indefinite. È un’attesa simile a quella di Dio creatore, che, dopo aver plasmato il primo uomo ed avergli spirato in fronte l’alito della vita, aspetta la sorpresa di vederlo aprire gli occhi, parlare, camminare e poi pronunciare il suo nome, in un impetuoso inno di lode.

L’attesa è apprendimento ad accogliere.

L’accoglienza è l’attesa soddisfatta e trasformata in tenerezza.

Accogliere il bambino è dirgli con amore il primo sì, perché egli sia libero e felice. È scoprire sul suo volto le somiglianze dei genitori, che sono contemporaneamente segno della umanità di Cristo, fatto uomo come uno di noi.

Accogliere la vita nascente è partecipare alla creazione. È rimettere prodigiosamente sotto gli occhi di tutti gli uomini il mistero della incarnazione del Figlio di Dio.

Il sogno, il progetto, l’attesa e l’accoglienza di un figlio non si improvvisano. Sono tempi che hanno una sola origine: l’amore vero, forte, fedele, profondamente oblativo. Si impara ad amare allargando giorno per giorno gli spazi del cuore, per renderlo aperto, accogliente, benefico. Così si impara ad essere padre e madre responsabilmente, coltivando nella profondità dell’anima il culto per la vita. Ci si mette in umile e fiduciosa sintonia con il Creatore che è Padre, aprendosi al futuro incerto e difficile, facendo scaturire dalla fede, dalla speranza, dalla carità le risorse che rendono capaci di chiamare le creature all’esistenza e di insegnare loro a vivere.

Il nostri figli non sono nostri. Il Creatore, che è Padre, chiama i genitori ad essere misteriosamente partecipazione e immagine della sua paternità e maternità infinite e invisibili.

Credersi arbitrariamente padre e madre in assoluto è usurpazione nei riguardi di Dio, correndo il rischio tragico di non riuscire poi ad interpretare nei figli il progetto del Creatore sulla loro vita.

I genitori, perciò, sono collaboratori, interpreti, educatori, non proprietari né tanto meno usurpatori.

5. Papà e mamma, immagine di Dio

Dio è invisibile. Non l’ha mai visto nessuno. Si è liberamente rivelato agli uomini, fin dal giorno della creazione, con parole e gesti umani, perché imparassero a conoscerlo nella fede.

La fede, infatti, è accettazione di colui che non si vede, ma che attesta la propria esistenza con la rivelazione.

La fede è dono di Dio; si svolge perciò nel gioco di due libertà: quella altissima di Dio e quella nostra personale. "La fede si presenta, non si impone. E ciò che essa oggi presenta è simpatia, è amore. La fede ha i suoi occhi. Si traduce in fedeltà a colui che si accoglie nella fede e alla sua parola di verità" (Paolo VI).

La Bibbia, il libro che narra la prodigiosa storia dell’incontro di Dio con gli uomini, è ricca di divine parole, di fatti singolari e di profeti, che parlano e testimoniano in nome di Dio.

La più grande testimonianza, però, che Dio ha dato di se stesso, è Gesù, figlio di Dio, conoscitore dei misteri dell’invisibile; fatto uomo per rivelarli agli uomini, che Dio ama.

"Chi vede me, vede il Padre", rispose Gesù a uno dei suoi apostoli, che chiedeva di manifestargli il mistero.

La risposta è valida anche per noi, che crediamo essere Gesù il rivelatore del mistero invisibile. Ora Gesù non è più sensibilmente con noi: non vediamo il suo volto, non sentiamo la sua voce...

Ma egli stesso ha provveduto alla continuità della sua persona nella parola dei vangeli, nella realtà dei sacramenti, nella presenza della sua Chiesa, continuatrice della sua opera.

"Come il Padre ha mandato me, io mando voi", ha detto Gesù ai suoi apostoli e ai loro legittimi successori.

Quando la Chiesa annuncia la parola di Dio è Gesù che parla; quando amministra i sacramenti, segni sensibili ed efficaci della grazia, è Gesù che opera.

La missione della Chiesa è quella di Gesù: far conoscere i misteri del Padre, del Figlio e del lo Spirito Santo, perché tutti gli uomini siano salvi.

Tale missione della Chiesa è partecipata in modi diversi, da tutti i suoi figli, secondo la diversità dei doni personali e le svariate funzioni.

Così i genitori, nella comunità ecclesiale, vivono "il ministero coniugale", che è essenzialmente rivelazione di Dio, comunità di vita e di amore: è attualizzazione della fecondità divina nella paternità e maternità; è riproduzione dei tratti indicibili di Dio per i figli.

Il papà e la mamma sono immagine di Dio.

L’accoglienza dei genitori alla vita nascente è il primo segno umano e autentico dell’accoglienza di Dio, amante della vita.

La loro presenza assidua, la tenerezza, le premure, la bontà, il perdono, sono testimonianza dei sentimenti infiniti del cuore di Dio, che è Padre.

Così la scoperta stupita del creato, che i genitori fanno compiere ai figli, è parola credibile che rivela ai figli la grandezza, la potenza, la bellezza di Dio, che è sorgente prima e inesauribile di questi doni.

Il passaggio graduale dal volto e dalle azioni dei genitori a quello di Dio, premurosamente guidato e stimolato dalla grazia del battesimo, mette i bambini in grado, prima, di intuire, e poi di riconoscere e contemplare le tracce di Dio, di ascoltare la sua parola e di dialogare con lui nella preghiera.

È l’educazione dei bimbi nella fede; la serena ed esaltante presa di coscienza del loro essere figli di Dio; fratelli con Cristo e con tutti gli uomini; tempio in cui abita lo Spirito Santo, che dà la luce e la forza per essere fedeli alla propria vocazione cristiana.

I bimbi, che sventuratamente non sono aiutati dalle eloquenti immagini dei genitori, faranno tanta fatica a cercare e a scoprire il volto di Dio.

La Provvidenza divina non lascia mancare neanche a loro quei segni che, sia pure con maggiore difficoltà, guidano all’incontro con l’Eterno.

La prima evangelizzazione consiste proprio nell’insegnare ad apprendere la lettura dei segni familiari della presenza del Signore.

Così, Dio non sarà mai un assente, un fantasma lontano.

Sarà colui che ha il volto del papà e della mamma; che ha fatto il cielo, il sole, la luna, le stelle e il mare.

È il Padre che vuol bene a ogni bambino, conosce il suo nome, lo tiene per mano e non lo abbandona mai, anche quando non è buono.

È il Padre che dona a tutti il Figlio Gesù, perché sia vicino come un fratello e un amico.

È contento per la gioia dei suoi figli, vuole che diventino grandi e buoni. Dio non desidera nulla, se non il nostro amore per lui e per il prossimo.

6. Educare è amare

I bambini sono come le stelle del cielo: sembrano tutti uguali, ma non è così. Ogni bambino è diverso dal fratellino o dalla sorellina. È un’opera unica, perché l’amore nei suoi frutti è sempre nuovo e non si ripete mai.

Per un papà e una mamma dare la vita a un figlio è dare tanto di sé.

Ma il bambino è sempre molto di più e di diverso da quello che ha ricevuto dai genitori.

L’amore, dopo la vita, è il dono più prezioso che i genitori fanno ai figli. Senza amore non si può crescere, maturare, diventare se stessi.

L’amore della mamma è diverso da quello del papà: tutti e due grandi, preziosi, ma distinti.

Si traduce in tenerezza, attenzione, sollecitudine, dedizione e sacrificio, l’amore quotidiano dei genitori.

Amando si educa, cioè, si insegna a vivere nelle diverse stagioni della vita; si insegna ad amare; ad essere riconoscenti per il bene ricevuto; ad affrontare le difficoltà; a cercare nel proprio cuore tutti quei doni, che Dio vi ha nascosto, come perle preziose in uno scrigno.

Non si può educare senza l’amore. Sarebbe come pretendere di coltivare un fiore senza la terra, l’acqua e la luce.

I bambini amano come sono amati: chi riceve poco o nulla, sarà capace di dare poco o nulla.

L’educazione è prima di tutto un’opera continuativa, paziente e difficile. È una relazione tra chi vuole educare e chi è educato, che si fonda sulla scoperta, sulla rivelazione di sé, sulla tensione attenta di portare alla libertà responsabile, attraverso una graduale autonomia guidata, non selvaggia.

E la libertà responsabile è il bene ultimo della educazione: chi è capace di essere responsabile ha imparato ad essere uomo. Ad essere se stesso.

Il primo momento dell’opera educativa è la scoperta. Scoprire significa essere capaci di attenzioni, di verifica, di stupore per la novità e di grande interesse per il mistero, che è nascosto nel profondo di ogni uomo.

"Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso" (Sal 63).

Scoprire i segreti del cuore dei bambini non è inventarli, non è classificarli, ma soltanto intuirli, come dai diversi profumi si possono distinguere i fiori.

La sorpresa di trovare qualcosa di inimmaginabile, di diverso da noi, di originale, è cosa ordinaria.

Conosce veramente solo chi ha fatto la lunga fatica di scoprire. Dopo la scoperta, la rivelazione.

Il mistero della persona, che parzialmente si è rivelato a noi, deve essere, mediante l’opera educativa, rivelato ai bambini, che ne sono i depositari, perché lo comprendano, lo accettino e lo vivano con spontaneità per tutta la vita.

Ogni bambino insieme ai suoi genitori è educatore di se stesso. Perché la sua autoeducazione sia autentica ed efficace, deve nascere dalla rivelazione del carattere, delle sue disponibilità e dei doni che gli sono propri

Diversamente, sia il bambino che i suoi educatori corrono il rischio fatale di edificare una casa sulla sabbia mobile e non sulla pietra viva.

L’intelligenza è la luce della persona. L’affettività ne è il respiro vitale, come l’operatività è e deve essere la concretizzazione dell’una e dell’altra, unite in armonia.

Un bambino capace di stupore e di intuizione, ricco di sentimenti e di capacità operative deve essere la serena preoccupazione di ogni educatore.

L’uomo è un essere in crescita, in cammino verso la pienezza di sé e la realizzazione del piano di Dio. Perciò ha bisogno di essere guidato.

Guidare non è condurre, non è portare, non è spingere. È sollecitare, con rispetto e motivazioni credibili, nei primi anni di vita, verso tutto ciò che è bello e buono; in seguito, a fare scelte motivate e libere.

La guida migliore è quella che sa far intuire, ammirare, amare per scegliere.

L’esempio è la caratteristica tipica della vera guida, anche se non devono mancare altre capacità. Gli esempi sono come i chicchi di grano, che cadono nel solco. L’amore della mamma e del papà, nei primi anni di vita, sono l’unica bussola orientatrice del bambino.

Educare, allora, significa soprattutto amare.

7. Nascere un’altra volta

Le scienze che studiano il bambino (medicina, psicologia, pedagogia...) dicono tante cose di lui, anche se la sua persona resta sempre diversa da quella descritta dai libri.

Un bambino è sempre qualcosa di inafferrabile, perché è vivo, è unico, è irripetibile.

Una cosa non ci dicono di lui le scienze umane, perché non sono capaci di conoscerla: la sua origine divina.

Con il Battesimo ogni bambino nasce a una vita nuova, che è la vita di Dio. In un modo misterioso ed efficace, con l’acqua battesimale egli diventa figlio del Padre, fratello di Gesù, tempio vivo in cui abita lo Spirito del Signore. Entra a far parte della Chiesa, famiglia dei figli di Dio, e si lega con una nuova solidarietà a tutti gli uomini suoi fratelli.

Il Battesimo è un segno certo della predilezione di Dio per il battezzato. Non è l’unico: tutti i bambini del mondo sono amati singolarmente da Dio, che nella sua sconfinata sapienza e bontà dispone di infiniti altri modi, a noi ignoti, di comunicare la sua vita.

Anche i bambini non battezzati sono prediletti da Dio. Noi ignoriamo le parole e i segni rivelatori della loro rigenerazione alla vita divina.

La paternità di Dio è immensa come il suo amore: può generare in modi sempre nuovi e inaspettati.

Nel cuore del bambino il Battesimo porta le virtù della fede, della speranza, della carità, con i molteplici doni dello Spirito. Sono come piccoli semi nascosti nella terra. Fragili germogli, che crescono per forza propria, aiutati dall’opera educatrice della famiglia e della comunità ecclesiale.

I doni di Dio sono gratuiti, ma domandano l’intelligente e libera collaborazione di chi li riceve. Per i genitori chiedere il Battesimo per i figli è sempre un grande atto di fede nel Creatore e Signore dell’universo, per efficace mediazione della Chiesa, madre e maestra. È anche, perché tutto ciò sia autentico, impegnarsi a collaborare con Dio, per far crescere la sua vita nei bimbi, insieme con l’età e le capacità umane.

Dal giorno del Battesimo papà e mamma possono adorare Dio, che si nasconde nel loro bambino, e servirlo con tutto il cuore in questo suo figlio, che è anche il loro.

Il nome del bambino è un ricordo del suo Battesimo: quel nome lo identifica e lo distingue. Se è il nome di un santo, gli offre un patrono e un modello.

È il nome con cui Dio lo chiamerà, come i suoi genitori, per tutta la vita. Dio l’ha scritto nel suo cuore come il papà e la mamma nel loro.

Il Battesimo non è una data. È un avvenimento importante, è una festa: la più grande festa, perché è la radice di tutte le feste. Come si ricorda l’onomastico, è bello ricordare anche l’anniversario del Battesimo, in cui il nome è stato dato. Ricordare il battesimo significa soprattutto aiutare il bambino a scoprire progressivamente la realtà di questo avvenimento; insegnargli a dire grazie a Colui che l’ha chiamato all’esistenza e l’ha reso partecipe della sua vita divina.

È aiutarlo a non vergognarsi del suo nome di cristiano, anzi ad esserne fiero.

Il segno della croce, che è stato impresso dal sacerdote, dai genitori e dai padrini sulla fronte del bambino, è un sigillo di appartenenza: il cristiano è solo e tutto di Dio, che ama e serve in sé e nei fratelli.

La croce, che segna la vita del cristiano, anche nel dolore e nella morte, è sempre simbolo di speranza, di perdono e di attesa della risurrezione.

8. La prima scoperta: la vita è un dono

Dio è il vivente e l’amante della vita. La dona a tutti gli esseri e all’uomo in particolare, creandolo a sua immagine e somiglianza.

"L’uomo vivente è la gloria di Dio" (s. Ireneo), nella misura in cui è capace di scoprire la vita come dono e di spenderla per il suo Creatore.

I genitori, che danno la vita a un figlio, pongono le premesse della costruzione di una nuova persona originale, che arricchisce il canto di lode della vita.

Purtroppo, per molti, la vita è un bene che si valuta soltanto quando è messa in pericolo o viene meno.

Così, stranamente la morte diviene la grande rivelatrice del dono della vita.

I genitori scoprono il dono della vita nella loro esperienza quotidiana, personale e di coppia.

L’amore, la tenerezza, lo scambio reciproco di promesse e di impegni, la condivisione della gioia e della sofferenza, la fecondità nella carne e nello spirito, il lavoro per il pane, divengono i veri rivelatori della vita.

In questo modo, vivere è convivere e donarsi. È un ripetere quotidianamente il gesto divino, che chiama ogni creatura alla "convivenza", perché viva di lui, con lui e per lui nella libertà e nell’amore.

La gioia di vivere è la radice più profonda di ogni speranza. È la capacità di proiettarsi continuamente nel futuro, sicuri che ogni dolore è solo un passaggio e che il traguardo finale è la vita senza fine.

I bambini, nei primi giorni della loro esistenza, sono ignari del dono della vita. Poi, col crescere ne diventano istintivamente curiosi, coinvolti e interessati. Vivere è uno dei grandi misteri dell’uomo: alla comprensione dei misteri è indispensabile essere guidati.

Chi ha dato fisicamente la vita e la condivide nella carne e nello spirito, può, istante per istante, rivelarne anche i segreti.

La prima rivelazione del dono della vita sono senz’altro il latte della mamma e la sua tenerezza, insieme con la sollecitudine e lo stupore del padre. I gesti, le parole, gli avvenimenti di ogni giorno, nella convivenza d’amore della famiglia, danno un senso alla vita del bambino, gliene interpretano i problemi e le domande.

Imparare a guardare, a sorridere, ad ascoltare, a camminare, a mangiare, a pronunciare le prime parole, sono momenti di vita, sono gioie semplici, che rivelano il dono immenso dell’esistenza.

Anche la scoperta del proprio corpo è per il bambino di grande interesse: i sensi sono come le corde di una chitarra, per suonare e cantare l’inno della gioia. È sorprendentemente vero che molti adulti sono infelici, perché non sanno di possedere la felicità.

L’essere contenti di poco, non coltivare desideri vuoti, dire grazie di tutto cuore per quello che si ha, imparare da capo a giocare con i sassolini, le foglie, la sabbia e l’acqua, danno la gioia di vivere.

La gioia di vivere, per i figli di Dio, è presto trasformata in lode e gratitudine al Creatore.

9. La luna, i fiori e le rondini

Il mondo è la casa dell’uomo.

Dio creatore l’ha fatto bello, ospitale, in continua evoluzione. La creazione non è mai finita. Continua per l’intelligenza e il lavoro di ogni vivente.

L’uomo di oggi è, spesso, un distratto: vive senza vedere, senza sentire, senza stupirsi per la bellezza del creato, imprigionato dalla tecnica, dal lavoro e dal guadagno.

Vive, purtroppo, prevalentemente per lavorare, per allargare la sua influenza, per possedere il benessere.

Ma il "benessere" è in realtà soltanto un "bene-avere", non un "bene-essere".

Se è vero che contemplando la luna e ascoltando la voce del vento si diventa poeti, è urgente educare i bimbi di oggi anzitutto alla contemplazione e all’ascolto.

C’è un bisogno indilazionabile di poeti, che sappiano dar voce ai sentimenti del cuore. E anche di "sognatori": bambini e uomini capaci di progettare il domani sognandolo, perché sia più partecipato e più esaltante.

La corsa frenetica alla proprietà fa dimenticare che il sole, le stelle, la luna, il vento, la pioggia, il mare, le piante e gli animali sono di tutti.

Contemplando le bellezze, che sono intorno a noi, si può imparare ad essere liberi come il vento, solitari come le nubi e felici come le allodole.

Anche il cuore buono dell’uomo, che si rivela nella limpidezza degli occhi, in un dolce sorriso, nella operosità molteplice delle mani e nel calore dell’accoglienza, è una zona misteriosa di contemplazione.

L’egoismo, la grettezza, la sopraffazione, la violenza, l’odio, sono sotto gli occhi di tutti. Basta vedere!

Il bello, luce del bene, è nascosto, come le piccole viole fra l’erba che le sovrasta.

Il passante distratto non scopre i fiori dei giardini o dei davanzali e gli alberi dei viali. L’egoista non è capace di cercare, nel cuore di chi gli è vicino, tutte quelle briciole di tenerezza che danno un volto all’amore.

Come è bello godere con i figli meraviglia e stupore per i fiori dei giardini o dei prati, per il cagnolino che mena la coda contento, per il gatto che fa furbamente le fusa, per il sole che si copre di nubi per andare a dormire, e per la luna che ama di più la notte che il giorno, per i bambini che fanno il girotondo cantando spensierati!

La scoperta e lo stupore tirano fuori dal cuore dei bambini le parole, suggeriscono loro i gesti, che hanno il sapore spontaneo della gratitudine.

Alla mamma e al papà si dice grazie per un bacio con un altro bacio; per un piccolo dono con un abbraccio e un sorriso.

A chi impareranno a dire grazie, i bambini, per tutte le cose belle che sono attorno a loro e che accrescono la loro gioia di vivere?

Il grazie per il Creatore si fa preghiera.

La preghiera è anzitutto gratitudine e lode. Come tale è fatta spontaneamente di sguardi, di sorrisi, di domande, di risposte e di gesti significativi e affettuosi. "Popoli tutti battete le mani, perché il Signore ha fatto per noi meraviglie" (Salmo).

10. Il senso del mistero

Il mondo dei bambini è profondamente diverso dal mondo degli adulti. Per questo i piccoli vedono di più con gli occhi del cuore.

Il filo conduttore di tutta la loro esperienza, nei primi anni di vita, è il rapporto affettivo con le persone e le cose. Tutto ciò che è bello e buono per loro ha voce.

La fantasia intatta, la disponibilità ingenua ai sogni, il bisogno di far parlare ciò che amano e li stupisce, dà ai bambini una singolare capacità di vedere e di immaginare le cose. Gli animali e le piante parlanti; la persona che vuole bene si trasforma in fata; i desideri più semplici si cambiano in attesa e in dolcissima realtà.

Anche le paure dei bambini creano animali cattivi, mostri spaventosi, streghe cattive.

Le dimensioni della personalità infantile, proprio perché indefinite e soltanto potenziali, aiutano a vivere in un mondo molto al di là del reale. È il mondo misterioso dell’infanzia.

"Anche la fede ha i suoi occhi", ha scritto sant’Agostino. Essa più è limpida, ingenua e vicino alla fonte, più vede lontano, al di là delle apparenze.

I doni della fede, della speranza e della carità danno al bambino una nuova capacità di vedere lontano, al di là del reale.

Così il bisogno di natura per il "meraviglioso" e quello della grazia per il "trascendente" fanno del bambino un ricercatore delle tracce di Dio "quasi per istinto".

Il dono della vita, delle bellezze del creato, la tenerezza delle persone care, possono far intuire il volto indicibile del Creatore, che è Padre di ogni uomo e che a ognuno di loro vuole rivelarsi, nella fragilità delle immagini e dei segni. I genitori, come si è già detto, sono i più efficaci segni di Dio.

Di essi, in rapporto diretto ai figli, si può dire ciò che san Paolo affermava di tutti i cristiani:

"Dio diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza" (2Cor 2,14).

Se il senso del mistero, cioè quella capacità di intuire e di contemplare oltre il reale, è quasi un "istinto" di natura e di fede nel bambino, è indispensabile l’opera mediatrice dei genitori e delle educatrici.

L’uomo primitivo era invaso dal "mistero", perché era lontano dalla scienza e dalla tecnica.

L’uomo di oggi ne è più facilmente lontano, perché per mezzo della scienza e della tecnica vuol dare a tutto una spiegazione.

Perché si nasce, perché si muore, perché si risorge per il giorno senza tramonto, non trovano spiegazioni appaganti e definitive nella ricerca umana, senza un’apertura verso Dio, che trascende l’uomo, pur essendo in lui e camminando con lui.

Per educare alla poesia si deve educare al "mistero". Educare nella fede è far sperimentare e credere il "mistero di Dio", Padre, Figlio e Spirito Santo, così come egli si è rivelato nella storia dell’uomo e soprattutto in Gesù Cristo, immagine autentica di Dio e splendore della sua luce.

La fede si presenta, non si impone. Come ha fatto Dio con la rivelazione.

Ciò che essa sostanzialmente presenta è amore e fedeltà: la indefettibile fedeltà del Signore verso l’uomo, e la fragile e povera fedeltà dell’uomo verso Dio.

La fede è originariamente dono di Dio. Il dono si riceve e si gode. Il godimento della fede è il senso pieno che essa dà, nel piano di Dio, a tutte le cose.

11. L’incontro con Dio

L’incontro del bambino con Dio avviene simultaneamente su due strade: quella dell’esperienza e quella dell’ascolto della parola del Signore. Dio lo incontra nella vita di ogni giorno e nel "libro", che parla di lui e di noi.

La Bibbia è la storia concreta di incontri affascinanti dell’uomo col suo Dio.

La vita quotidiana in famiglia, negli altri ambienti di educazione e nella comunità ecclesiale, è il primo vangelo. Un vangelo non privo di ambiguità e di contraddizioni, dovute alla fragilità umana e qualche volta alla cattiveria.

I gesti e le parole dei genitori, che fanno intuire il senso religioso delle cose; l’esempio della preghiera; la gioia delle feste; la presenza delle immagini sacre; le prime visite incantate alla casa del Signore, che è "la più bella e la più alta che c’è", sono istantanei e credibili incontri con Dio, che vive e opera in mezzo agli uomini.

L’iniziale annuncio della parola della fede, che è prima evangelizzazione, costituisce l’alimento essenziale per la vita della grazia, che il battesimo ha generato nel bambino. È come il latte materno per il neonato, ancora non capace di mangiare cibo solido.

La sintesi di tutta la rivelazione cristiana è Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Padre ha donato la vita, ci chiama per nome, ci vuole bene come e più della mamma e del papà. Ci osserva ogni momento camminare alla sua presenza, è contento della nostra gioia e della nostra crescita.

Il Figlio, Gesù, si è fatto bambino come tutti i bambini, ha una mamma che si chiama Maria. È venuto in mezzo a noi per farci conoscere il Padre, per insegnarci che siamo tutti fratelli e figli di Dio.

La sua vita umana è raccontata dal libro di Dio, che si chiama Vangelo. Ma Gesù viene da lontano, dal mistero della Trinità, portato nel mondo per opera dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo, dono del Padre e di Gesù, come una candida luce ha reso feconda la Vergine Maria e abita nel cuore di ogni cristiano come il sole che si specchia nell’acqua limpida.

Questa prima ed essenziale evangelizzazione si allargherà poi, come in cerchi concentrici, per far conoscere ai bimbi la Chiesa, famiglia dei figli di Dio; il dialogo col Signore; i sacramenti, canali della grazia; la legge dell’amore, della purezza del cuore, della giustizia, della pace, del perdono, che sono le beatitudini del cristiano e la traduzione concreta della fedeltà a Dio.

"Può una donna dimenticare il suo bambino e non amare più il piccolo che ha concepito?

Anche se ci fosse una tale donna, io non ti dimenticherò mai.

Ho disegnato sulle palme delle mie mani la tua immagine" (Is 49,15).

In questa umile e gioiosa certezza di essere figlio di Dio, il bambino impara a pregare: ad ascoltare la voce del Signore e a parlare con lui.

12. Ascoltare il Signore e parlare con lui

Credere, soprattutto per il bambino, è introdurre Dio con familiarità e confidenza nella propria vita. Dice Gesù: "Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola, e il Padre mio lo amerà. Io verrò da lui con il Padre mio e abiteremo con lui" (Gv 14,23 ).

Gli educatori non devono mai parlare ai bambini di Dio come di un assente. Dio è sempre presente. Ed è in lui che noi siamo, esistiamo e viviamo.

Per incontrarlo, bisogna cercarlo con la gioiosa sorpresa di scoprire, quando lo si trova, che lui ci cerca da sempre con sollecitudine e tenerezza.

L’incontro con Dio avviene nel dialogo: lui parla e noi lo ascoltiamo con cuore aperto e grato.

Noi gli parliamo con umiltà e fiducia ed egli ci ascolta sempre perché è in continuo ascolto della voce di tutte le sue creature.

Ai bimbi di questa età, che non sanno leggere, sono i genitori e le educatrici a proporre le parole della fede, che sono le radici del dialogo con Dio.

Nell’ascolto della sua parola egli si rivela e noi troviamo i motivi veri del nostro gioioso conversare con lui.

I bimbi, come anche gli adulti, non sanno pregare "a freddo": una scoperta, una parola, una persona, un avvenimento, son le molle che muovono il cuore e la mente all’incontro col Signore, che mette i suoi figli in sintonia con lui attraverso il dono della sua grazia.

Il bambino, che intuisce il volto di Dio Padre, di Gesù nostro fratello, dello Spirito Santo, ospite nel suo cuore, impara a pregare.

La preghiera autentica, spontanea, è frutto solo dell’amore.

Chi ama prega. Chi non ama dice soltanto parole e non è capace di ascoltare la voce degli altri.

Insegnare al bambino a pregare è come insegnargli a leggere e a scrivere. Come facendo sorgere in lui il desiderio e il bisogno di ascoltare e di esprimersi, lo si aiuta a leggere e a tracciare le prime parole della vita quotidiana, così suscitando in lui la gioia dell’incontro col Signore, gli si insegna a pregare.

Si insegna a pregare, pregando con loro.

La preghiera dei genitori e dell’educatore è il filo magico che raccoglie i sentimenti, le attese e le domande dei bimbi.

La Chiesa, che è madre e maestra in nome di Gesù, ha da sempre indicato a tutti i suoi figli alcuni momenti privilegiati per la preghiera: son i momenti che ritmano la vita dell’uomo e della sua famiglia. La preghiera del mattino dà inizio alla giornata nel nome del Signore; quella dei pasti rende grazie per il dono della salute, del lavoro e del cibo; quella della sera è un incontro con Dio nel profondo del cuore per discernere, con la luce della sua verità, il bene e il male, per offrire a lui le opere buone e per chiedergli perdono del male compiuto.

Nella preghiera della sera, la Chiesa ci fa dire queste parole al Signore: "Custodiscici, o Signore, come la pupilla dei tuoi occhi. Proteggici all’ombra delle tue ali" (dalla liturgia).

In ogni settimana c’è un tempo privilegiato per la preghiera: è la domenica, giorno del Signore e giorno di festa.

La grande preghiera della domenica è l’Eucaristia: in essa ci si incontra con Dio per ascoltare la sua parola, per parlargli, per offrirgli il dono più grande, che è Gesù, morto e risorto per tutti gli uomini e per riconoscersi figli della stessa famiglia ecclesiale.

I bimbi non vanno alla Messa. I genitori portano a loro, spezzato in piccoli bocconi, il pane della parola del Signore e la nuova carica di carità, ricevuta nell’incontro con lui.

Non fanno così anche gli uccelli con i loro piccoli?

La vita di ogni giorno offre diverse altre occasioni per invitare i bimbi a pregare: l’anniversario di un avvenimento felice della famiglia, la notizia di una malattia di persone care, la partenza per un viaggio, il bisogno del perdono...

C’è una liturgia nella Chiesa, e c’è una liturgia nella vita.

È questa che rende vera e significativa quella.

13. L’alba della coscienza morale

Non è questo il luogo per una approfondita analisi psicologica sul tema della coscienza morale.

Il bambino, a poco a poco, prende coscienza di esistere. È l’incanto festoso dell’essere vivo.

Incomincia anche, a un certo momento, a fare scelte istintive: cerca e "vuole" ciò che gli fa piacere, che lo soddisfa. Rifiuta o accetta a fatica ciò che non gli piace.

Sceglie e preferisce le persone secondo i suoi impulsi di gratificazione.

È il bene e il male determinato dagli istinti naturali. Più innanzi, identifica come bene o come male tutto quello che è chiamato tale dalla mamma, dal papà e dalle persone alle quali egli vuole bene.

Lo fa per non perdere il loro affetto, per non sentirsi solo.

L’esistenza quotidiana, anche per i bambini, ha delle "leggi", che tutelano la sopravvivenza, che fanno mantenere l’ordine, che domandano l’amore e il rispetto per le persone e le cose; che esigono l’obbedienza.

È compito dei genitori, con gli atteggiamenti e le parole, farle intuire al bambino, con la preoccupazione sollecita, ma non oppressiva, di dare quelle motivazioni, che sono più accessibili all’età.

È indispensabile, con opportuni e ripetuti richiami, anche nella preghiera, aiutare i bambini a scoprire progressivamente, che anche papà e mamma obbediscono alla legge dell’amore, che è la grande legge di Dio.

C’è per tutti una legge suprema, che è la volontà di Dio per ciascuno di noi.

L’autonomia è il terreno in cui il seme delle piccole scelte, della embrionale responsabilità, dell’intuizione dei propri limiti, produce i primi frutti.

Un bambino non sollecitato all’autonomia, non impara a scegliere con l’aiuto dei genitori, non incomincia a sentirsi "responsabile" delle sue azioni.

La libertà è un dono originale, che il Creatore ha fatto solo all’uomo, perché gli animali sono governati dagli istinti e le altre creature dalle leggi sapienti della natura.

La libertà ha valore se si esercita nelle scelte piccole o grandi. E con la scelta si manifesta e si qualifica sempre di più la "disponibilità" nativa di ogni uomo ad amare il bene e a fuggire il male.

Al bambino si insegna ad amare il bene, perché è bello, fa crescere le persone, rende felici, piace a Dio, che è il bene più grande senza alcun male.

Il male è come un’acqua che non toglie la sete; una luce che abbaglia ma non illumina; un piacere che stordisce ma non dà gioia, allontana da Dio, che non vuole il male, perché non può volerlo, essendo sapienza e bontà infinita.

Con la prima evangelizzazione è importante far capire e sperimentare al bambino come l’amore di Dio si traduce nella fedeltà a lui. E fedeltà a Dio vuol dire ascoltare la sua parola, per fare, sorretti dal suo aiuto, la sua volontà. Gesù ha detto: "Non chi dirà: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi avrà fatto la volontà del Padre mio".

La parola del Signore domanda solidarietà e rispetto per tutte le persone, sincerità di cuore, obbedienza verso chi è posto vicino a ciascuno di noi, per aiutarci a scoprire ciò che è bene in concreto.

Nella volontà di Dio è la nostra pace.

14. La legge scritta nel cuore

La legge morale, come il cristianesimo la presenta, prima di essere un argine al male, un codice di comportamento, è la rivelazione precisa di una volontà: la volontà di Dio, che è sapienza e amore. È la legge dell’amore.

Gesù, il figlio di Dio fatto uomo come noi, ha osservato questa legge suprema. Ha detto di sé: "Il mio pane quotidiano è fare la volontà del Padre, che mi ha mandato".

La legge cristiana della carità è stata rivelata da Dio al suo popolo prediletto: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso".

Tale legge è riproposta da Gesù a tutti i suoi discepoli con la qualifica di "primo e più grande comandamento" che riassume tutte le altre prescrizioni.

Già la legge naturale scritta dal Creatore nel cuore di ogni uomo suggeriva: "Non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te... Fai agli altri quello che vuoi che gli altri facciano a te".

I comandamenti di Dio ne sono una esigente conferma.

Gesù perfeziona i comandamenti ampliandone sapientemente i confini: "Quello che fate al più piccolo dei miei fratelli lo fate a me".

Chi è fratello di Gesù? "Ero affamato e mi avete dato da mangiare, ero assetato e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, ero in carcere e mi avete visitato...".

Il bambino è egocentrico: cerca istintivamente la difesa di se stesso e quello che è bene per lui. Non è "egoista". Può diventarlo, se dai gesti e dalle parole di coloro che gli stanno vicino non comincia a intuire progressivamente l’esistenza dell’altro, che, come lui, ha bisogno di un sorriso e di una carezza, di un dono e, qualche volta, del perdono.

Scoprendo gli interessi e i bisogni degli altri, messi a confronto con i suoi, e stimolato dall’esempio, egli diventa capace dei primi pensieri, dei primi gesti di altruismo. Ognuno ama come è stato amato. La solidarietà è già amore e genera istintivamente amore.

In seguito, il primo annuncio della parola di Dio farà conoscere al bambino gli esempi e le parole di Gesù.

"La tua parola, Signore, è la mia legge", dice il salmo. E ancora: "Grande pace a chi ama la tua legge" (Sal 118).

È la conoscenza e l’amore di Gesù, che dà al cristiano il vero senso della legge morale.

Il cristiano, infatti, vive secondo la legge del vangelo, perché crede nel Signore, perché lo ama sopra tutte le cose, perché imita i suoi esempi, con l’aiuto misterioso della sua grazia.

Le virtù evangeliche della purezza del cuore, della povertà nello spirito, della pazienza, della giustizia, dell’amore alla pace, della necessità del perdono e del dialogo con Dio, sono altrettante esigenze della carità.

S. Paolo, parlando ai primi cristiani della carità, dice: "La carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta" (1Cor 13,4-7).

L’amore rende liberi. "Ama e fa’ quello che vuoi", diceva s. Agostino. L’unico, vero amore, però, è quello che dona, che libera, che condivide, che coinvolge nelle situazioni degli altri.

È l’amore libero e responsabile. La responsabilità è la garanzia di ogni libertà autentica.

La legge è così il cammino lungo e faticoso, che porta alla libertà responsabile. Aiutare a interiorizzare la legge dell’amore significa essenzialmente mettere in grado di vivere da persone libere e coerenti.

15. La prima scoperta del male

La vita dell’uomo è segnata radicalmente dal male: il male fisico, il male dello spirito e il male morale, che è ribellione a Dio nel disprezzo del suo amore, della sua legge di fraternità umana e degradazione della propria origine divina.

Il male non viene da Dio, perché Dio è bontà infinita. Non vuole il male, perché non può volerlo. Volendo il male non sarebbe più Dio.

La rivelazione cristiana fa luce sul mistero doloroso del male, chiamando in causa simultaneamente il dramma della libertà umana e l’operare inscrutabile di Dio sugli uomini e sulle cose.

Il male ha le sue radici nel cuore dell’uomo. Dice Gesù: "Dal cuore provengono l’ingiustizia, la cattiveria, l’impurità e ogni altra cosa cattiva". La Bibbia ci dice che l’uomo è stato creato da Dio "a sua immagine e somiglianza", libero e responsabile. È legato indissolubilmente, per sua natura, al Creatore e da lui misteriosamente dipendente, come l’opera d’arte dal suo autore.

Prendendo progressivamente coscienza di sé e dei suoi doni, l’uomo sentì come un peso la dipendenza da Dio. Si ribellò al Creatore per fare da sé, per stabilire autonomamente i confini della verità e dell’errore, del bene e del male.

La sua disobbedienza fu istigata dal demonio, che è avversario di Dio, un angelo ribelle alla divina autorità.

Nella iniziale, perversa decisione dei primi uomini ha le sue radici il male in tutte le sue forme. La fatica del lavoro si appesantì con le malattie; il rapporto di solidarietà fraterna fu infranto dalla gelosia e dalla violenza; la morte, naturale conseguenza dell’essere composto anche di corpo, divenne temuta e oscura. Tutte le facoltà spirituali dell’uomo si coprirono come di un velo di ombra.

Il rapporto filiale con Dio era stato interrotto dolorosamente.

Dio, che è Padre, non abbandona mai i suoi figli, anche se ribelli. Ed ecco allora lo sfolgorante dono della rivelazione personale di Dio, attraverso la parola dei patriarchi e dei profeti.

La rivelazione piena del mistero di Dio, che è amore e ricchezza di perdono, si manifestò visibilmente in Gesù, che è immagine del Padre, fatto uomo per liberare tutti gli uomini dal male.

Dal giorno della morte e risurrezione di Gesù il mistero del male è stato sconfitto in se stesso. In ognuno di noi lo è progressivamente, per opera del Salvatore e per la nostra libera collaborazione, fino al giorno della liberazione completa, quando appariremo dinanzi a Dio rivestiti della luce e della gloria della risurrezione di Gesù.

Comprenderemo allora che nel Battesimo siamo potenzialmente risorti con Cristo e resi capaci di realizzare giorno per giorno la liberazione donata dal Signore.

Se siamo figli di Dio, se siamo risorti con Cristo, se siamo oggetto dell’amore infinito, che ispira la provvidenza divina, perché esiste il male?

I mali fisici sono conseguenza della nostra fragilità di creature: poiché siamo di carne, le malattie e la morte sono inevitabili. Le malattie, le disgrazie, le guerre, le catastrofi naturali sono sempre, in qualche modo, responsabilità dell’uomo. Le incomprensioni, le calunnie, le ingiustizie, le ostilità, le manipolazioni, lo sfruttamento, sono opere della superbia e conseguenza della ribellione a Dio e alla sua sapiente volontà di bene per tutti

Il peccato è il male morale, che si oppone a Dio in sé o nelle sue opere, infrangendo il suo disegno di amore.

È un voltargli le spalle, far senza di lui, dilapidare i suoi doni, offendere la sua immagine impressa indelebilmente in noi stessi e nei fratelli.

Il peccato è un atto di libera volontà dell’uomo, che fa le sue scelte con motivazioni dettate dall’egoismo e non dall’amore.

L’eterna e inevitabile domanda, che a questo punto sorge negli uomini di buona volontà, è questa: "Perché Dio, che è sapiente e ci ama ad uno ad uno, non interviene per impedire almeno il male che colpisce gli innocenti, i piccoli, i poveri? Perché non blocca la malvagia volontà degli uomini, che scelgono liberamente il male?".

La risposta della fede è risolutrice del problema, anche se non è totalmente appagante. Dio ha voluto condizionare la sua sapienza e la sua onnipotenza al dono più grande che egli ha fatto all’uomo: la libertà.

Questa decisione, alle origini dell’universo, è stata sapiente e dettata dall’amore infinito. In ogni istante Dio, che è fedele, onora la sua decisione.

Gli interventi straordinari di Dio, i miracoli, sono segni domandati nella fede e concessi senza alcun merito per far intuire verità più segrete.

Al di là dei miracoli, l’opera di Dio agisce sempre in modo indicibile.

La morte di Cristo Gesù, non impedita da un intervento miracoloso del Padre, non è segno di impotenza o di mancanza di amore, ma di un amore più grande, che si fa espiazione e redenzione dal peccato per tutti gli uomini.

Gesù crocifisso rivela i misteri della volontà di Dio e dà senso alle vicende umane più tristi.

I genitori e le educatrici devono sentire il bisogno di entrare in queste verità difficili, per essere meno impreparati e dare necessarie e veritiere spiegazioni ai bambini. Anche loro, come gli adulti, fanno ogni giorno l’esperienza dell’esistenza del male.

Non è mai educativo ignorare o nascondere.

La verità è sempre dovuta, anche ai bimbi. Solo l’interpretazione cristiana del male, attraverso gli atteggiamenti e le parole di fede dei genitori, li può aiutare a dare agli avvenimenti tristi della vita il giusto senso.

16. Il bisogno di perdono

L’uomo ha bisogno del perdono come dell’aria che respira e del cibo che mangia.

Senza amore non si vive. Il frutto più prezioso dell’amore è il perdono.

La fragilità, l’instabilità, la non memoria del passato, l’incapacità di collegare le esperienze, rendono il bambino discontinuo nei suoi atteggiamenti e nei suoi comportamenti.

Inconsciamente verifica la sua fallosità e ha due vie di uscita per svincolarsi da questo stato interiore fastidioso: il senso di colpa o l’esperienza del perdono.

Il senso di colpa, soffocandolo nella sua fragilità e facendolo sentire non più degno di fiducia, lo deprime e lo chiude.

L’esperienza del perdono generoso e totale libera il bambino dalla pesantezza dei suoi limiti e gli pone davanti sempre una via d’uscita rassicurante.

Il senso di colpa è un vicolo pauroso e cieco.

L’esperienza del perdono, dopo la trasgressione, è proposta di liberazione e di rivincita, con un impegno nuovo di amore scambievole.

Perdonare il bambino non significa, evidentemente, essere indifferenti o addirittura consenzienti al suo comportamento meno buono. Non significa neanche farne uno strumento di adescamento per acquistare in privativa il suo amore e la sua tenerezza.

Il vero perdono è un aiuto a riconoscere il male fatto, a sentirsi dispiaciuto per aver risposto male all’amore delle persone care e a rimettersi in gioiosa sintonia con chi ha dato il perdono. Il bambino impara a perdonare nella misura in cui è perdonato.

L’esperienza del perdono in famiglia, nella scuola materna e con le persone del proprio ambiente è, forse, l’unica credibile ed efficace scuola di perdono, che incide per tutta la vita.

Ma il discorso del perdono cristiano ha radici più profonde e più motivanti. Il cristiano perdona perché sa di essere, in ogni istante, perdonato da Dio, che è suo Padre.

"Il Signore è buono e grande nel perdono" (salmo). È ricco di "misericordia", che è la capacità di dare ai miseri il proprio cuore.

"Come il Padre perdona voi, così dovete perdonarvi a vicenda".

Nessuna preghiera, nessuna pratica religiosa è gradita a Dio, se è offerta da un cuore incapace di perdonare.

Il cuore di Dio è il cuore di quel padre descritto da Gesù nella parabola del "Figlio prodigo" (Lc 15,11-32).

Un padre, che rispetta le libere scelte, anche se immotivate; lascia che il figlio si allontani senza mai dimenticarlo; aspetta con ansia e sollecitudine il suo ritorno per un pronto e totale perdono.

"Dio non abbandona mai nessuno se non è prima definitivamente abbandonato da noi" (s. Agostino).

La riconciliazione, per il bambino non è un sentimento improvviso. Non si può pretendere da lui una immediata e sentita richiesta di perdono dopo una mancanza o un’offesa. Neppure lo si deve costringere a fare la pace mentre i suoi sentimenti istintivi sono ancora in ebollizione.

Il perdono più vero è frutto di motivazioni, sia pure con intensità infantile. L’aiuto dei genitori e dell’educatrice consiste proprio in questo: favorire nel bambino il ritorno alla serenità, perché in essa appaia doveroso il gesto di scusa o di perdono.

Perdonare fa bene al cuore di chi perdona, e aiuta chi è perdonato ad essere migliore.

È il metodo divino, che Dio usa sempre con ciascuno di noi.

17. La festa è gioia

Per fare festa ci vuole veramente poco: tanta gioia nel cuore.

Oggi le feste costano care, perché la gioia è un ospite raro del cuore degli uomini.

Allora ci si stordisce con la musica assordante; ci si inebria mangiando e bevendo.

Anche le feste popolari hanno perduto lentamente il loro sapore genuino.

I bambini, più di tutti, sono sempre capaci di fare festa, perché la gioia è il loro stato d’animo ordinario. Solo gli adulti possono turbare la loro limpida serenità, come il vento gelido fa increspare le acque di un lago tranquillo.

Per i bambini la presenza del papà e della mamma o la visita di una persona cara, è festa; come lo è un dono, una passeggiata. Il loro mondo interiore, tanto diverso da quello degli adulti, non conosce ancora dubbi, inquietudini, impostazioni formali e mille altre cose che condizionano chi non è più bambino.

Il ricordo del passato, nel bambino, è fragile: perciò non genera contrasti.

L’avvenire, per lui, è ancora tutto un sogno, un’attesa piena di curiosità, di meraviglia, di sorprese.

Conservare nell’ambiente di vita del bambino questo clima di continuata serenità e di gioia è il dono più bello che i genitori e le educatrici gli possono fare.

Certo, per tante famiglie, oggi in modo tutto particolare, la serenità e la gioia sono facilmente turbate dalle gravi preoccupazioni per il lavoro, per la casa, per la salute, per l’avvenire stesso dei figli.

La gioia cristiana, che non è semplice allegria, si distingue da quella esclusivamente umana perché è capace di esistere e di manifestarsi anche nella prova e nel dolore. Si potrebbe dire, usando un’immagine, che è come il sole al di sopra delle nubi.

La gioia cristiana è la coscienza delle certezza di camminare sempre alla presenza di Dio, illuminati dalla luce del suo volto e protetti "come la pupilla degli occhi" dalla sua provvidenza amorosa.

Il cristiano, che cade, non può cadere che tra le braccia paterne di Dio o sul cuore fraterno di Cristo.

Il bambino, inconsciamente, per dono di natura e di grazia, vive gioiosamente questo mistero di abbandono, attraverso la tenerezza e la sollecitudine di coloro che gli vogliono bene.

La domenica, giorno del Signore, è un giorno di gioia, perché è la celebrazione dell’avvenimento luminoso della creazione. È la memoria della morte e risurrezione di Gesù, che si rinnova in mezzo a noi attraverso il mistero dell’Eucaristia.

È il giorno della comunità ecclesiale, che si manifesta come famiglia di figli di Dio, nell’ascolto della sua parola, nella preghiera liturgica, nella comunione del pane di vita e nella riscoperta della legge della carità.

Il clima della famiglia deve evidenziare e trasmettere al bambino questi tesori cristiani, nascosti nella festa domenicale. Il riposo dal lavoro, i vestiti più belli, un dolce a tavola, una passeggiata, una visita alle persone care, sono i segni autentici ed efficaci della festa cristiana.

Una visita alla casa del Signore, magari nel tranquillo pomeriggio, con la mamma e il papà, è un momento prezioso di iniziazione al senso della Chiesa.

La prima intuizione della presenza del Signore, la scoperta del fonte battesimale, la contemplazione affettuosa della Mamma di Gesù, che porta il suo bimbo tra le braccia, sono momenti non superficiali di festa.

Il giorno dell’onomastico dei genitori e dei bambini, l’anniversario di matrimonio di papà e mamma, la celebrazione di un matrimonio di amici, sono occasione di festa cristiana.

I momenti più grandi della festa cristiana sono i gesti di carità, soprattutto verso chi ne ha più bisogno. L’amore è capace di far incontrare il Signore ogni giorno e ad ogni passo.

L’incontro col Signore è la festa più grande, perché fa scoprire la più vera e nascosta sorgente della gioia cristiana.

Così si permane nell’attesa serena e operosa della festa, che durerà per sempre, quando ci incontreremo col Signore nella sua casa e scopriremo con stupore infinito di " essere simili a lui", che è gioia senza fine, perché siamo i suoi figli.

18. Piccole virtù, che fanno buono il cuore

Molte persone, col passare degli anni, crescono in statura e in scienza, ma il loro cuore resta piccolo: ha poco spazio per sé e per gli altri.

Educare vuol dire aiutare a crescere fisicamente, psicologicamente ma anche nella sapienza e nella grazia. Il Vangelo così dice della persona di Gesù: "Cresceva in età e in grazia davanti a Dio e davanti agli uomini".

I doni ricevuti dal bambino nel Battesimo, che sono come i semi di vita di Dio in lui, crescono per una forza interiore, che è opera dello Spirito: come la luce e l’acqua fanno crescere nei campi l’erba e i fiori. Ma i doni di Dio esigono partecipazione e corrispondenza. Dinanzi a Dio si cresce solo per amore. Amore che è fedeltà, è lotta contro il naturale egoismo, radicato in noi.

Tutto questo vale per i genitori, per le educatrici e, in misura proporzionata, anche per i bambini.

L’educatore, che cresce spiritualmente, accumula potenziale che trasmetterà poi agli altri.

È la crescita interiore dei genitori che fa crescere i figli.

Le virtù, frutti capaci di rivelare e di testimoniare la bontà del cuore umano, sono la personalizzazione dei doni di natura e di grazia.

Non tutti, per esempio, imparano con graduale fatica a rendere efficace nella vita il dono della mitezza e della pazienza, ricevuto come dote dell’indole naturale. Così non tutti coloro che hanno ricevuto i doni battesimali della fede, della speranza e della carità, imparano a vivere da credenti, da uomini di speranza e di carità.

I doni si ricevono gratuitamente, le virtù ne sono l’utilizzazione personale e quotidiana.

Gli uomini veramente grandi non sono quelli che hanno una acuta intelligenza e una spiccata capacità di comunicare con gli altri. Sono invece quelli che imparano a tradurre l’intelligenza in saggezza, a mettere a frutto la bontà del cuore in gesti non discontinui di solidarietà e di amore; a impiegare nell’ascolto, nel dialogo e nella comprensione la loro originale disponibilità alla comunicazione.

L’amore alla vita è la prima virtù dell’uomo e del cristiano.

Amare la vita, per il bambino di questa età, significa scoprire con gioia di avere occhi per vedere, bocca per parlare, udito per ascoltare, mani per toccare, gambe per camminare e per correre.

È assumere il proprio corpo come strumento efficace e affascinante dell’anima, che si manifesta e si arricchisce attraverso la corporeità.

La felice e corretta utilizzazione dei sensi e dei movimenti fa entrare il bambino nella vita e lo aiuta a trovarsi a suo agio.

L’amore per la vita è una delle originali sorgenti della preghiera del bambino. "Tu, Signore, mi scruti e mi conosci. Mi hai tessuto come un ricamo nel grembo di mia madre" (Salmo).

La persona buona è quella che ama il bene che fa e quello che non può fare. Questo è l’ideale di bontà del bambino, che ha tanti desideri, tanti pensieri, infiniti slanci, anche se tanti di essi non sono realizzabili.

Aiutare il bambino a scoprire e stimare la bontà sopra tutto, perché essa dà senso alla vita, equivale ad allenarlo nell’allargamento del suo cuore, perché in esso vi sia sempre spazio per sé e per gli altri.

Il cuore buono è come la casa ospitale: sempre aperta, sempre accogliente, sempre sollecita. È il luogo dove si può trovare la più sincera comprensione per la propria persona e per quella degli altri.

Gli esempi di bontà dei genitori sono come i chicchi di grano, che cadono nel solco. La terra buona, che è il cuore buono, darà frutti buoni. Il bambino buono impara ad essere solidale, a intuire i desideri degli altri, a condividere, a rispettare le persone e le cose.

Il rispetto della persona è il vertice della bontà, perché è fatica di scoprire la individualità originale e irripetibile di sé e degli altri; è attenzione premurosa e sincera di coglierne le capacità e i limiti; è disponibilità alla reciproca accettazione e sopportazione.

Così, ogni cosa ha un volto, un fine. E domanda una utilizzazione corretta e ordinata.

Imparare a perdonare è imparare ad essere capaci di intravedere sempre il sereno dopo la tempesta; di guardare il cuore prima dei gesti e delle parole; di cominciare da capo, come fa il sole che inizia ogni giorno il suo lungo cammino, con creatività rinnovata.

Il modo migliore per insegnare al bambino a non vendicarsi, a non conservare rancore, è quello di fargli sperimentare giorno per giorno come lui stesso ha bisogno di essere perdonato.

Così il perdono dei genitori diventa efficace scuola di perdono.

La instabilità del bambino e il suo scarso controllo di sé lo portano a gesti di ira e di vendetta. Ciò non deve preoccupare. Preoccupa la sua non disponibilità a lasciar tramontare l’ira e al non sentire la vendetta come qualcosa di non buono.

Saper attendere la decantazione dei sentimenti incontrollati, aiutare a ricuperare motivazioni germinali di pace, di fraternità e di riconciliazione, è la buona via che conduce al perdono.

La gratitudine è un’altra virtù preziosa. Insegnare a dire grazie è troppo poco e può costringere i bambini a pronunciare soltanto parole vuote. Più autentica e più spontanea è la gioia incontenibile per il dono, lo stupore per la sua novità, lo scintillare degli occhi, che significa gratitudine cordiale.

Dall’insieme felice di questi sentimenti si può cogliere l’occasione per la formulazione di un grazie sincero. Purtroppo tanti bambini non colgono più la novità dei doni, il linguaggio d’amore di cui sono segno, perché il regalo è spesso risposta a un capriccio, o esca per accattivarsi le loro preferenze.

Insegnare la gratitudine equivale a rendere capaci di esprimere i sentimenti più belli del cuore alla persona, che dà qualcosa per rivelare che vuole bene.

Ringraziare è riconoscere di aver bisogno degli altri, di crescere anche per ciò che ognuno ci dona e di prendere coscienza di poter essere un dono gli uni per gli altri.

È un modo eccellente per imitare la bontà di Dio, che "dona il sole e la pioggia a tutti, senza distinzione tra buoni e cattivi".

19. "Imparate da me", dice Gesù

Dal Vangelo risulta che Gesù una sola volta ha detto: "Imparate da me". E fu per invitare ad avere il cuore buono. "Imparate da me che sono mite ed umile di cuore. E troverete la dolcezza della pace per la vostra anima".

L’imitazione di Gesù è l’essenza della vita cristiana. "Crescete fino alla pienezza della statura di Cristo", scriveva san Paolo ai primi cristiani. Deve essere però una imitazione originale: non copiare il modello, ma trascriverne con fede e amore i lineamenti spirituali, nell’interpretazione e nel rispetto dei propri doni, ricevuti dalla natura e dalla grazia.

Imitare Gesù non è facile. Anzi, è impossibile senza il suo aiuto. Per questo Gesù non è soltanto modello di vita, ma anche sorgente di forza e di luce, nella interminabile e paziente fatica di imitarlo.

Gesù, figlio di Dio fatto uomo come noi, aveva un cuore: luogo ideale di abitazione di tutti i sentimenti umani e divini; una terra piena di luce, senza la più piccola ombra di male.

Le due caratteristiche fondamentali del cuore di Gesù erano la mitezza e l’umiltà.

La mitezza è la radice della tenerezza, della comprensione, del perdono, della non violenza, della pace.

L’umiltà è la vena sorgiva del sentirsi poca cosa in sé, ma grandi in Dio, "che opera cose sorprendenti in chi è umile".

È l’atteggiamento del servo che, dopo aver dato tutto quello che può, aspetta dal suo Signore la valorizzazione gratuita della sua pochezza.

Gesù, volendo dare una legge suprema di comportamento ai suoi discepoli ha detto loro: "Da questo vi riconosceranno come miei discepoli: se vi amerete gli uni gli altri".

Così la carità verso Dio e verso il prossimo è la virtù più grande per il cristiano. È impossibile l’amore per chi non ha il cuore mite e umile.

I pensieri, le parole e le opere dei discepoli di Gesù sono attuazioni meravigliose e imprevedibili della fede, della speranza e della carità.

La carità cristiana è la capacità nuova di amare, dono del Battesimo. Amare non solo chi è simpatico, chi è buono, chi ci vuole bene. Amare tutti, soprattutto coloro che ne hanno più bisogno, perché non sono capaci di amare, incattiviti dalle ingiustizie e dalle violenze dei loro simili.

È per questo che la carità genuina è radicata indissolubilmente nella fede.

Anche la fede è dono battesimale: mette in sintonia con Dio, per credere al suo mistero, per accogliere la sua rivelazione, per vedere le cose come le vede lui.

Credere significa dire di sì a Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, che parla, che chiama, che invita a vivere liberamente e responsabilmente il dono della vita, secondo la sua volontà.

Anche la speranza cristiana nasce dalla luce della fede e con essa è donata nel Battesimo. Una speranza vivace rende i cristiani saggiamente temerari nel progettare la vita, nell’avere fiducia negli uomini, nel costruire ed attendere un avvenire di grazia per sé e per gli altri, perché "si sa in chi si crede e in chi si è posta la propria speranza: Gesù Cristo Signore e Salvatore" (s. Paolo).

Il codice di comportamento del cristiano, enunciato dal Vangelo, non è un catalogo di prescrizioni e di divieti, ma una promessa di "beatitudine", cioè di quella gioia profonda, che può venire solo da Dio e rende santi.

Gesù ammaestrava i suoi discepoli dicendo:

- Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno di Dio.

- Beati gli afflitti perché saranno consolati.

- Beati i miti perché erediteranno la terra.

- Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati.

- Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia.

- Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio.

- Beati i perseguitati per causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,11).

La gioia luminosa delle "beatitudini" fa sì che il cristiano sia il "sale della terra", "la luce del mondo", "il lievito, che fa fermentare la pasta".

"Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre, che è nei cieli" (Mt 5,16).

Solo Dio può rendere autenticamente beato l’uomo. Nel mistero della sua sapienza e del suo amore Dio vuole che l’uomo domandi nella preghiera i suoi doni. Ma colui che è infinito non può avere limiti nel suo donare. Può solo esigere l’umiltà della domanda fiduciosa, dell’accoglienza riconoscente e del faticoso impegno della fedeltà.

I genitori e gli educatori cristiani, collaboratori di Dio per la crescita umana e cristiana dei loro figli, che sono i figli di Dio, devono sentire l’esigenza di mettersi sul cammino della imitazione di Gesù.

Così possono essere, anche nella povertà e nella debolezza delle loro persone, fedeli seguaci di Cristo e "immagine" credibile del Signore risorto.

L’educatore può dare solo ciò che è.

20. Costruire

Costruire significa "edificare insieme". L’educazione è la costruzione rispettosa e responsabile della persona.

Non si può fare da soli. La famiglia è la prima, ma non unica responsabile dell’educazione dei figli. Nessuna famiglia, neanche la migliore, può bastare da sola.

Il motivo è semplice. Ogni bambino si autocostruisce in relazione con tutte le persone presenti nei diversi ambienti che frequenta.

Le relazioni umane sono infinite e quasi mai catalogabili. E ciò perché l’ambiente dell’educazione non è e non deve essere una serra asettica.

L’ambiente dell’educazione è la vita, tutta la vita di ogni giorno con i suoi incontri belli, con le occasioni felici, ma anche con incontri meno belli e con relazioni negative.

Gli ambienti ordinari del bambino, fino ai cinque anni, sono la famiglia, la scuola materna, i luoghi dei suoi giochi e i mezzi di comunicazione di massa, nella limitata utilizzazione che se ne può fare a questa età.

Il primo dovere dei genitori è senz’altro quello di sapere che esistono queste diverse forze educative, che hanno un loro linguaggio, che esercitano determinate influenze sui bimbi.

Si deve conoscere per entrare in dialogo, per chiedere collaborazione nella realizzazione difficile e continuata della crescita e maturazione graduale dei figli, sia per quanto riguarda la salute, le capacità intellettuali-affettive, sia per l’apprendimento sereno di comportamenti di vita umana e cristiana.

Per dialogare e chiedere collaborazione è indispensabile aver formulato un progetto educativo riguardante i propri figli. In parole semplici, bisogna sapere che cosa vogliamo aiutarli ad essere, in fedeltà alle potenzialità della loro personalità.

Papà e mamma hanno sempre nel cuore tanti sogni, speranze per i loro bambini. Ciò è bello. Ma ha bisogno di concretezza per essere realizzato.

Quali valori umani e cristiani devono essere privilegiati nell’opera educativa? Fatta la scelta dei valori, si cerca la collaborazione degli altri perché sia più facile scoprire i modi concreti per comunicarli.

La famiglia ha un suo metodo, che è fondamentale, quello del "clima familiare". La scuola materna ha il proprio: aiutare la maturazione del bambino con una esperienza sociale nuova, con la scoperta di persone e di cose, che arricchiscono l’esigenza di stare con gli altri, esercitando il rispetto, la solidarietà, l’amore, l’ordine, la collaborazione e la prima ricerca della verità.

Gli ambienti del tempo libero, come i cortili dei palazzi, i giardini pubblici, le passeggiate... hanno l’affascinante linguaggio del gioco. Il gioco rivela la persona del bambino e la influenza fortemente.

I mezzi di comunicazione di massa (giornaletti illustrati, libri di favole, televisione...) dispongono di strumenti irresistibili per trasmettere i loro messaggi: l’immagine sollecitante; la musica che affascina; i personaggi, che incarnano alcun modelli di persona forte, prepotente, sfruttatrice e violenta, bugiarda e fortunata, libera da ogni legge e in qualsiasi occasione sufficiente a se stessa.

È errato considerare questi "educatori anonimi" soltanto come nemici dell’educazione. Possono anche essere di aiuto e di stimolo, a condizione che siano usati dai grandi, che li propongono ai piccoli, con sobrietà, e senso critico disincantato.

Due principi dell’arte di educare sono quelli ineludibili della "competenza" e della "sussidiarietà". Sono parole difficili per dire: ogni entità responsabile dell’educazione dei bambini dà ciò di cui è competente e in atteggiamento di completamento a quello che è competenza degli altri.

La famiglia, la scuola materna, l’ambiente di gioco, i mezzi di comunicazione devono offrire ciò che hanno di originale, con l’attenta preoccupazione di restare in armonia tra loro senza subordinare mai il ruolo primario della famiglia. Educare insieme non è semplice, sia a livello di genitori come degli altri enti.

La tentazione orgogliosa di fare da soli, di non accettare concorrenti, di ostinarsi nelle proprie scelte senza accettare il consiglio e l’aiuto prezioso degli altri, è continuamente presente, inconscia o motivata.

È troppo importante il capitale in gioco, per correre rischi di usurpazioni indebite e dannose.

Nel migliore dei casi, comportandosi così, si può scoprire con meraviglia e rammarico che l’opera degli altri è entrata inevitabilmente in contrasto con la propria, danneggiandone i progetti e soprattutto frantumando pericolosamente l’unità interiore del bambino.

Un figlio è un essere troppo misterioso e irripetibile per essere studiato, scoperto e valorizzato esclusivamente dai propri genitori o da altri per una delega incosciente.

21. Il cammino segreto del seme

Un canto religioso, molto caro ai bambini, dice così: "Il Signore ha messo un seme nella terra del mio giardino. Il Signore ha messo un seme all’inizio del mio mattino. Io vorrei che crescesse il seme, io vorrei che sbocciasse un fiore. Ma il tempo delle messe, lo conosce il mio Signore".

È la nostra storia e anche quella dei nostri bambini.

Il Signore oggi non ha più mani per seminare. Si serve delle mani dei genitori e degli educatori.

Quanti semi possono gettare mamma e papà nel cuore dei loro figli! Non seminare nel cuore dei bambini, equivale a lasciarli crescere come terreni incolti, nei quali non nascono fiori, ma soltanto erbacce.

Nessuna terra può rimanere vergine per lungo tempo. Così c’è sempre qualcuno che semina nel cuore dei bimbi, magari un uccello di passaggio o le folate del vento.

Papà e mamma non si devono illudere di poter essere soli a seminare e a coltivare le virtù umane e cristiane nel cuore dei figli. Altri educatori, magari anonimi, intervengono anche non autorizzati.

Come un buon agricoltore, anche i genitori dopo aver con fatica seminato, devono vegliare perché non venga un nemico a spargere la zizzania. Il cammino del seme è lungo e misterioso. Il seme marcisce e dalla sua morte nasce una nuova vita, quella del germoglio, del fiore e del frutto.

Perché le parole sagge e i buoni esempi trasmessi dai genitori accestiscano e germoglino nel cuore dei figli è indispensabile che da essi siano sottoposti a una continua verifica. Il bene e le virtù hanno bisogno di testimonianza. Per questo bisogna infaticabilmente aiutare i bambini a intuire la bellezza e la gioia interiore, che nasce dalle parole e delle buone azioni.

La credibilità più evidente e convincente delle virtù sono i frutti, che esse producono: la serenità, la concordia, la gratitudine, l’amore nella sua espressione più autentica: essere e vivere con gli altri e per gli altri, nei gesti più semplici della quotidianità.

È importante, a questo fine, riconoscere il bene che il bambino compie. Partecipare con sollecitudine alla sua soddisfazione. Non deve mai mancare l’incoraggiamento negli insuccessi e lo spontaneo perdono per gli errori.

I genitori non devono assecondare la propria ambizione segreta di vedere, sempre e in abbondanza, i frutti della loro semina.

Ogni bimbo è diverso. I risultati non sono mai uguali. Sono ottimi, se la persona li realizza con tutta la volontà di cui è capace.

Non si dimentichino le parole di Gesù, che conosce bene il cuore dell’uomo: "C’è chi riceve dieci e rende dieci e chi riceve due e rende due". È un’ingiusta preoccupazione quella di voler ottenere dai figli il più possibile, secondo i criteri degli adulti. Ogni età ha la sua grazia e perciò soltanto i frutti di quella stagione.

Educare, soprattutto in questa età, significa conoscere, rispettare, stimolare e anche saper attendere. Il cammino di crescita di un bambino non è solo nelle mani dei genitori e delle educatrici, ma più ancora in quelle di Dio, Creatore e Padre.

Quelli che, per i genitori, sono i misteri del cuore dei loro bambini, per il Signore sono realtà note e partecipate. Solo lui conosce fino in fondo il cuore di ogni uomo.

Da ciò nasce l’esigenza assoluta che i genitori chiedano a Dio, nel colloquio della preghiera, un raggio della sua luce per sapere leggere con lui ciò che da soli, spesso, non sanno decifrare.

"L’agricoltore - dice uno scrittore latino - coltiva alberi che daranno frutti nel secolo futuro".

I frutti si fanno attendere. In qualche stagione sono scarsi. Ma un albero buono non può mai inselvatichirsi.

"Nessuno coincide totalmente con il suo cuore. Innumerevoli sono, perciò, gli spazi di creatività" - dice lo scrittore russo Tolstoi.

"È servito a nulla!", non può mai essere un giudizio di amore e di obiettività su un ragazzo o su un uomo, fintanto che è in vita. Lo può essere soltanto per un investimento economico, forse anche scientifico.

Una scelta diversa fatta dai figli, in età successiva, è sorgente di amarezze, di dolore indicibile per i genitori e per gli educatori. Solo un amore sconfinato può reggere a tale dolore. Esso è capace di farsi comprensione, perdono e paziente attesa.

Questa attesa diventa apprendimento di un modo nuovo di amare, che vede nel futuro con incrollabile fiducia.

Non mettere mai le nubi di oggi davanti al sole di domani!

La provvidenza di Dio sorge ogni giorno prima del sole.

 

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