CHI VEDE ME VEDE IL PADRE
(Morandini Giuseppe)


autori
titoli

Indice:

Presentazione
1. Il mistero di Dio si rivela
2. Dio Signore della vita e amico degli uomini
3. Dio dell’alleanza con Abramo
4. Dio della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto
5. Dio: padre, madre, pastore e sposo del suo popolo
6. "Il Padre conosce me ed io conosco il Padre" (Gv 10,15)
7. "Chi ha visto me, ha visto il Padre" (Gv 14,8)
8. "Quello che ho veduto, sentito e il Padre mi ha rivelato l’ho detto a voi"
9. "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro" (Mt 5,48)
10. "Un uomo aveva due figli..." (Lc 15, 11-32)
11. "Voi pregate così: Padre nostro"... (Mt 6,9-13)
12. "Perché siate figli del Padre vostro celeste..." (Mt 6,45)
13. "Lo vedremo così come egli è" (1Gv 3,2)
Preghiere

 

PRESENTAZIONE

Gesù ha detto:
- "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 11,30).
- "Il Padre conosce me ed io conosco il Padre" (Gv 10,15).
- "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23).
- "Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt 11,27).
- "Chi ha visto me, ha visto il Padre" (Gv 10,15).

Teniamo lo sguardo fisso a Gesù, ascoltiamo la sua parola. Chiediamogli il dono di rivelarci il Padre.

p. Giuseppe Morandini
dehoniano

 

^

1. Il mistero di Dio si rivela

"Chi non ama il mistero non conosce Dio. Guarda a lui e continuamente perde di vista il vero Dio. Adora la sua immagine fatta a propria somiglianza, invece di adorare lui" (Karl Rahner).
Il senso dell’esistenza umana sta nell’imparare ad ammettere di avere a che fare col mistero. Mistero, non come limite del nostro essere e della nostra vita, ma considerato in se stesso con stupore e con gioia, credendo, accettando, amando, adorando.
Vivere nella fede biblica significa consegnare con amore tutto il proprio essere al mistero, che rimane sempre, e nel cui abisso siamo immersi.
Il mistero del Dio della Bibbia, già dalle sue prime pagine, si manifesta liberamente e gratuitamente per dire tutto se stesso alle sue creature, perché lo conoscano, lo adorino e lo amino.
L’uomo e la donna, da Dio creati "a sua immagine e somiglianza" (Gen 1,26), ricevono in dono quasi un "istinto" (S. Tommaso), per intuire, in qualche modo, le sue infinite dimensioni.
Ricevendo da lui il "soffio della vita", diventano capaci di entrare nel suo mistero, per quanto è possibile a creatura umana.
Nei primi giorni della creazione il mistero di Dio si rivela come potenza creatrice, sapienza di progettazione universale, originalità di inventiva, offerta di dialogo accondiscendente e gratificante, ricerca di collaborazione per trasmettere il dono della vita, per custodire e rendere abitabile la terra. Il mistero di Dio si fa sempre più vicino all’uomo e alla donna. "Udirono il Signore Dio, che passeggiava nel giardino, alla brezza del giorno" (Gen 3,8).
Per condividere in tutto la loro esistenza offre agli uomini un patto di "alleanza".
Tentati da Satana, nemico di Dio, essi rivolgono lo sguardo su se stessi per inebriarsi della propria autosufficienza. In quegli istanti il mistero di Dio si oscura. Adamo ed Eva si costruiscono una propria immagine, non vera, dell’lnvisibile... "Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male" (Gen 3,4-5). È la menzogna del tentatore. Adorano l’immagine di Dio, fatta a propria misura.
È la tragedia del primo peccato. L’inizio, per l’umanità, del rifiuto del mistero di Dio, della lotta contro di esso. "L’uomo e sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino" (Gen 3,8). Al suo Dio, che lo cerca, Adamo risponde: "Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura e mi sono nascosto" (Gen 3,10).
Nei momenti più tragici della storia dell’uomo il mistero di Dio, che si era aperto per lasciare intuire il volto del Creatore, dell’lmmenso, dell’Onnipotente, dell’lndicibile, si squarcia perché appaiano i lineamenti ancora indefinibili del Padre. Nella condanna di Satana Dio dice: "lo porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa" (Gen 3,15). È l’annuncio misterioso del "primo Vangelo"... Una donna, un figlio: è la prima rivelazione profetica del Padre.
Il Dio del mistero, il Creatore dell’universo, che ha progettato per l’uomo e la donna il vincolo d’amore del matrimonio, donando loro la sublime partecipazione alla paternità e maternità di colui che li ha creati e vincolati indissolubilmente, dà ora i connotati segreti della propria paternità. "Dio creò l’uomo a sua immagine... Maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi" (Gen 1,17-28).
Fatti "a sua immagine e somiglianza", sono resi capaci di conoscere, di amare, di dialogare e di donare la vita: sono "immagine", "segno", che rivelano la misteriosa e annunciata paternità di Dio.
"Credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra..." (Credo).

 

^

2. Dio Signore della vita e amico degli uomini

Nella giusta punizione di Adamo ed Eva il Creatore ha fatto intuire il proprio volto di Padre.
Il castigo di condanna del male è accompagnato dalla "misteriosa promessa" di liberazione, di vittoria definitiva, per l’onnipotente efficacia del suo amore, che ha generato ed è capace di rigenerare sempre la creatura umana.
Nella atrocità del primo delitto fratricida Dio rivela la propria paternità. Domanda a Caino: "Dov’è Abele, tuo fratello?" (Gen 4,9). Il Creatore pronuncia il nome. Dà la precisa identità della fratellanza. Alla risposta di irresponsabilità e di sfida, Dio replica: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello". La maledizione di Dio è preceduta dal richiamo alla gravità del delitto e dalla dichiarazione esplicita del dolore arrecato all’autore della vita: "La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo".
Sono queste testimonianze eloquenti di paternità divina, che fanno erompere dal profondo la domanda di Caino: "Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? ... Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo ed io mi dovrò nascondere lontano da te. Chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere." La risposta di Dio non si fa attendere. Non è ambigua; non conosce calcoli, perché è paterna: "Chiunque ucciderà Caino subirà il castigo sette volte"... Il linguaggio del dialogo è segnato evidentemente dalle caratteristiche antropologiche e dalle immagini del tempo. Il perdono di Dio e la riconciliazione sono accompagnati da un segno. "Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato."
Commenta la Bibbia di Gerusalemme: "Si badi bene: non è una stimmata infamante, ma un marchio, che protegge Caino designandolo come membro di un gruppo, in cui si esercita duramente la vendetta del sangue" (B.d.G., pag. 43).
"Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod" (Gen 4,16).
Il poeta francese Victor Hugo scrive che Eva, scacciata dal Paradiso terrestre, colse nel giardino un fiore e se lo pose tra i capelli per ricordare la "grande promessa" di Dio... Caino se ne andò lontano, emigrante sulla terra degli uomini, portando sulla fronte il "sigillo" del perdono di Dio, suo Padre, garanzia di amore e di rispetto per la vita.
Dal giorno della "prima disobbedienza" a Dio il male ha messo radici nel cuore dell’uomo.
Dal mistero di Dio, Creatore e Signore, viene alla creatura la liberazione dalle rovine del male e la salvezza, che ridona vita.
"Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra... Disse: Ecco, io distruggerò gli uomini insieme con la terra"... (Gen 6,5.13).
È il tempo del "diluvio universale", simbolo di purificazione, di castigo, di riconciliazione degli uomini con Dio.
"Noè, uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei, camminava alla presenza di Dio".
Nell’arca, voluta dal Signore, trova la salvezza Noè e una coppia di ogni vivente sulla terra. Alla fine del diluvio la colomba, che porta nel becco il ramoscello di olivo, annuncia l’inizio di un tempo nuovo per la vita di tutte le creature salvate dall’arca.
"Dio ordinò a Noè: Esci dall’arca tu e tutta la tua famiglia; tutti gli animali di ogni specie. Falli uscire con te, perché possano diffondersi sulla terra, siano fecondi e si moltiplichino su di essa" (Gen 8, 16-17).
Il castigo è terminato.
"Noè edificò un altare e offrì al Signore il sacrificio di ogni sorta di animali. Il Signore ne odorò la soave fragranza... Disse: io stabilirò la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti, e con ogni essere vivente... Siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra"...
Appare in cielo l’arcobaleno.
"Questo è il segno dell’alleanza... Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra" (Gen 9,12).
L’arcobaleno, riflesso dei colori del sole, testimone fedele della vita che rinasce ogni giorno, segna il riapparire del volto riconciliato e benedicente di Dio, Creatore e Signore della vita.
Le sue parole, dette a Noé, sono la rivelazione del suo nascosto progetto di amore eterno per l’uomo. "Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente, come ho fatto" (Gen 8,21).
Generato bambino innocente dalla sapienza e dall’amore di Dio; cresciuto fanciullo felice nella sua gratuita alleanza, l’uomo, nel sogno folle di autosufficienza, nell’"adolescenza ideale" si scopre "incline al male".
Dio conosce il cuore dell’uomo: egli è il Padre, "amante della vita" e "più grande del cuore umano".

 

^

3. Dio dell’alleanza con Abramo

Abramo è avanti negli anni. Sua moglie Sara è sterile. Con gli altri della famiglia e con il bestiame si stabilisce in Carran, nel viaggio verso il paese di Canaan.
Là il Dio dei suoi Padri parla ad Abramo. Lo invita a partire, a lasciare tutto. A seguirlo per un’avventura: gli promette posterità.
"Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese, che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò" (Gen 12,1-2).
Abramo parte, come gli ha ordinato il Signore. A Sichem, presso la Quercia di More, il Signore appare ad Abramo e gli fa ancora una promessa:
"Alla tua discendenza io darò questo paese"... "Abramo allora costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso" (Gen 12,7).
La vita del Patriarca, col passare degli anni, tra viaggi e avventure di lotta, si fa sempre più difficile. Confidando nella "promessa" di Dio, Abramo affronta col suo Signore il tema misterioso della sua paternità. Dio lo assicura: "Non temere, Abramo, io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà grande".
Abramo risponde con coraggio: "Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli... Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede". La risposta di Dio è pronta e sicura: "Uno nato da te sarà il tuo erede"... Dio, che è mistero, ama i segni, che rivelano i segreti e parlano. Conduce Abramo fuori dalla tenda e gli dice: "Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. Tale sarà la tua discendenza"... "E Abramo credette al Signore" (Gen 15,6).
Isacco è il "figlio della promessa". L’offerta della sua immolazione sul monte Moriar, come riconoscimento della gratuita paternità concessa dal Signore unico della vita, è commutata dalla volontà divina nel sacrificio dell’ariete. La voce del Signore si fa ancora sentire: "Giuro per me stesso: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia, che è sul lido del mare"... (Gen 22, 16-17).
L’avventura stupenda della paternità di Abramo è "immagine simbolica" della misteriosa paternità di Dio. In questa grandiosa storia si preannuncia il "segreto", "nascosto per i secoli", di un Dio, Padre, che dona nella "pienezza del tempo", il Figlio unigenito, perché sia immolato, "agnello senza macchia", per la salvezza di tutte le genti.
Abramo, padre di Isacco, figlio della "promessa", offerto in sacrificio, è simbolo anticipatore di Dio, Padre, che offre il Figlio Cristo Gesù, che la "grande promessa", fatta nel giardino dell’Eden ai progenitori, aveva fatto aspettare per secoli.
Un giorno Abramo intercede presso Dio, a favore di Sodoma, città peccatrice. Il dialogo col suo Signore rivela un profondo e dolcissimo livello di intimità e di familiarità. Il Creatore si rivela, ancora una volta, giudice accondiscendente e incline, nella giustizia, a misericordia divina.
"Dovrò io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra?... Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me. Lo voglio sapere"... (Gen 18,17-21).
Questi "pensieri umili e affettuosi" di Dio, Signore e giudice, sono i pensieri di un Padre che non riesce più a nascondere nel mistero la sua paternità.
È Creatore e padre dell’uomo che egli "ha plasmato con le sue mani".

 

^

4. Dio della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto

Sceso nella terra d’Egitto, ospite di Giuseppe suo figlio, venduto dai fratelli e diventato per "disegno di Dio" viceré di quel paese, Giacobbe benedice i figli e prega: "Dio è stato il mio pastore, da quando esisto fino ad oggi; l’angelo che mi ha liberato da ogni male" (Gen 48,15-16).
Giuseppe, facendosi riconoscere dai fratelli, che temono la sua vendetta, dice: "Dio mi ha mandato qui prima di voi, per conservarvi in vita, per salvare in voi la vita di molta gente" (Gen 45,5-6).
Il Dio, Creatore e Signore dell’universo, Pastore e guida del suo popolo, ha provveduto in modo insospettato e mirabile alla sopravvivenza dei suoi prediletti, durante i duri anni della carestia.
In Egitto, col trascorrere lungo degli anni, la discendenza di Abramo cresce. Dopo la morte di Giuseppe, mutano le sorti del popolo ebraico. Viene il tempo in cui è temuto come minaccia per la grandezza dell’Egitto.
"Sorse nell’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E disse al suo popolo: Ecco, il popolo dei figli di Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti..." (Es 1,14).
È l’inizio della persecuzione, della schiavitù. È l’imposizione della soppressione di ogni nato maschio degli ebrei, fin dalla nascita.
Mosè, il bambino "salvato dalle acque", è il segno segreto della presenza di Dio che veglia sul suo popolo.
Dopo anni di gloria, per un triste episodio, Mosè è costretto a fuggire dall’Egitto. Si rifugia nel deserto, nel paese di Madian (Es 2,15).
"Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero" (Es 2,23-25).
Un giorno, mentre Mosè pascolava il gregge di Ietro, suo suocero, ai piedi del monte Oreb, il Signore Dio gli parla dal "roveto ardente" che "brucia e non si consuma" (Es 3,3).
Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido... conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso... Io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora va’! Io ti mando dal Faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti... Io sono con te" (Es 3,7-12).
A Mosè, che gli domanda confidenzialmente qual è il suo nome, il Signore Dio risponde con affabile accondiscendenza: "Io sono colui che sono!" (Es 3,14). Al profeta Isaia dirà, più tardi: "lo sono il Signore: questo è il mio nome" (Is 42,8).
Qual è il significato nascosto di questo nome: "Io sono", che è il più grande di ogni altro nome?
S. Agostino dice: "Il mistero è una realtà grande, che si rivela nel piccolo". Allora "Io sono" è il "Vivente", "colui che dà la vita", "colui che è presente", il "Vicino a noi", il "Dio con noi", nella infinitamente piccola realtà delle sue creature. Il dialogo di Dio con Mosè, dal roveto ardente, non è semplicemente la rivelazione del Signore dell’universo, del Dio potente che libera il popolo dalla schiavitù. È un’anticipazione stupefacente e velata del volto del Padre, che "ha viscere di bontà e di compassione".
La notte della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto fu una notte di "grandiosa provvidenza" in cui la presenza e l’attività di Dio furono irrompenti e travolgenti. "Notte di veglia fu questa per il Signore, per farli uscire dal paese d’Egitto" (Es 12,42).
L’aquila veglia sui suoi nati, che partono per il primo volo di libertà: "Ho sollevato voi su ali di aquile" (Es 19,4).
Il cammino del popolo nel deserto è lungo, faticoso, difficile. Il Signore Dio cammina col suo popolo. "Io camminerò con voi..." (Es 33,14). Nella fatica, nella sofferenza, nella prova, nelle crisi di speranza, "la mano del Signore non si ritira mai" (Dn 4,32).
Il dono della "Legge", sul monte Sinai, è grande prova di amore: si rinnova l’alleanza dei Padri: "Io sarò il vostro Dio, voi sarete il mio popolo". Con l’"alleanza" si fa sempre nuova la "promessa" della terra di libertà.
La "Legge" è per la libertà, per la felicità: "Io sono il Signore tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù" (Es 20,2).
"Il Signore ci ordinò di osservare queste leggi, così da essere sempre felici" (Dt 4,24).
Ai propri figli che lungo i secoli chiederanno le ragioni profonde della loro fede, ogni genitore israelita dovrà rispondere come ha suggerito il Signore Dio: "Eravamo schiavi del Faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dalla schiavitù con mano potente" (Dt 6,20-25).
La manna, le quaglie, l’acqua dalla rupe sono i segni quotidiani della divina presenza nel cammino dell’Esodo.
La "colonna di fuoco" per la notte; e la "colonna di nubi" per la protezione dalla calura dei giorni infuocati testimoniano l’instancabile camminare di Dio, alla testa del suo popolo. "... Il Signore cammina sempre davanti ai loro passi" (Dt 1,33).
Mosè dà al popolo uno stupendo riepilogo dell’avventura provvidenziale dell’Esodo. È il suo "ricordo".
"Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te" (Dt 8,2-5). L’uomo, che corregge il figlio, è il Padre. Il Dio, che corregge il suo popolo, è il Padre del popolo.
La parola ispirata di Mosè solleva il velo misterioso che copre ancora il volto del Signore Dio che è Padre. Nel suo primo discorso al popolo, riportato dal libro del Deuteronomio, Mosè ripropone il tema della paternità di Dio.
"Non spaventatevi e non abbiate paura di loro. Il Signore stesso vostro Dio, che vi precede, combatterà per voi, come ha fatto tante volte sotto gli occhi vostri in Egitto e come ha fatto nel deserto, dove hai visto come il Signore tuo Dio ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino che avete fatto, finché siete arrivati qui" (Dt 1,29-30).
Per giustificare l’assoluta e grave condanna dell’idolatria, Mosè proclama solennemente: "Voi siete figli per il Signore Dio vostro... Tu sei, infatti, un popolo consacrato al Signore tuo Dio e il Signore ti ha scelto perché tu fossi il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra" (Dt 14,1-2).

 

^

5. Dio: padre, madre, pastore e sposo del suo popolo

Per i Patriarchi, per i Giudici, per i Re di Israele Dio è il Signore dell’universo, il condottiero invincibile, il pastore sollecito, il giudice giusto, la roccia e lo scudo di difesa, il grande liberatore dalla schiavitù. È colui che castiga l’infedeltà e l’idolatria. Ascolta il pianto e raccoglie le lacrime del popolo pentito; lo riconduce in patria dopo l’esilio di espiazione. Perdona e non ricorda il peccato di Gerusalemme, la città prediletta. La ricolma di doni e di consolazione: "porta le sue mura disegnate sulle palme delle sue mani" (Is 49,16).
La varietà delle "immagini" per esprimere la ricchezza inesauribile del mistero di Dio e la bontà del suo nome aumenta sempre di più. I Profeti, gli autori dei Salmi e dei Libri sapienziali ce ne danno una chiara prova.
Al nome di "Padre", che si precisa sempre di più, si aggiunge inaspettatamente quello di "Madre". Al nome di "Pastore", di "Giudice", di "Re", quello di "Sposo", innamorato del suo popolo prediletto.
Il profeta Osea descrive con attenta delicatezza la tenerezza paterna di Dio per il suo popolo. "Quando Israele era giovinetto io l’ho amato, e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. A Efraim ho insegnato a camminare, tenendolo per mano, ma essi con compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bambino alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare" (Os 11,1-4).
Il profeta Isaia, meditando sulla storia del suo popolo, rivolge a Dio un’accorata supplica che lo coinvolge come Padre. "Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito della tua tenerezza e la tua misericordia? Non forzarti nell’insensibilità, perché tu sei nostro Padre... Tu, Signore, tu sei nostro Padre, da sempre ti chiami nostro Redentore. Perché ci lasci vagare lontano dalle tue vie, perché lasci indurire il nostro cuore? ... Signore, tu sei nostro Padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma; tutti noi siamo opera delle tue mani" (Is 63,15-16;64,7).
Al popolo che nei momenti del castigo e dell’umiliazione si lamenta di Dio proclamando: "Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato", il Profeta rivela il "volto materno" di Dio, stupore per tutte le genti che ascolteranno queste parole divine. "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai"... (Is 49,15-16).
Geremia esprime il dolore di Dio per l’infedeltà dei figli di Israele: "Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti, dopo averlo minacciato, me ne ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza" (Ger 31,20).
Dio promette le sue consolazioni: "Essi erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni, perché io sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito" (Ger 31,9).
Dio annuncia un’alleanza nuova; non più quella delle "tavole di pietra", ma del "cuore": l’alleanza dei figli. "Ecco, verranno giorni in cui io concluderò un’alleanza nuova. Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno dal più piccolo al più grande; poiché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato" (Ger 31,31-34).
L’ "alleanza nuova" non è più dono della "Legge". È dono della paternità del Signore Dio, creatore e datore della vita, che parla al cuore, come Padre ai figli: "... Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti..." (Es 36,26-27).
"Cuore di carne"; della "carne del Padre", che è il Creatore.
Dio è Padre e Madre, perché "non è un uomo, ma Dio".
"Il mio cuore è commosso dentro di me, il mio intimo freme di compassione, perché sono Dio e non uomo" (Os 11,9).
Nel Signore Dio paternità e maternità sono dimensioni complementari dell’unico, infinito amore. "Immagine di Dio non è l’essere umano maschile semplicemente, ma l’essere umano al maschile e al femminile" (d. R. Fabris).
"Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Gen 1,27).
La "relazione sponsale" di Dio con il suo popolo è nata ed è stata elaborata particolarmente dagli autori dei racconti biblici dell’esilio e del postesilio. È già presente, però, in germe, nelle prime pagine della Bibbia. È un tema molto caro ai Profeti. "Tuo sposo è il tuo Creatore, Signore degli eserciti è il suo nome" (Is 54,5), dice il profeta Isaia a Gerusalemme, la città amata da Dio. E Gerusalemme canta: "Io gioisco pienamente nel Signore e la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema, e come una sposa che si adorna di gioielli" (Is 61,10).
Il profeta non ha dubbi: "Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te" (Is 62, 5).
Isaia, Geremia, Osea, Ezechiele, con linguaggio ispirato e simultaneamente molto umano, spesso anche passionale, descrivono i rapporti sponsali di Dio con il suo popolo. La passione ardente del fidanzamento, la gioia dell’intimità, il dolore del tradimento, la paura amara dell’abbandono, il dono gratuito del perdono e l’attesa della riconciliazione e del ritorno, l’immutabilità di un amore sponsale, che è unico, come è quello di Dio, sono presenti nel messaggio dei Profeti (cfr. Ez 16,1-63).
"Solo per rivelare, in filigrana, l’amore sponsale di Dio per il suo popolo poteva essere scritto il "Cantico dei Cantici", i libro più poetico della Bibbia" (p.  D. M. Turoldo).
L’incarnazione del Figlio di Dio, che si fa uomo per portare all’umanità la "buona novella" della salvezza, segna una tappa decisiva per la rivelazione del volto di Dio.
Dio è il "Padre del Signore nostro Gesù Cristo" (Ef 1,1).
Il mistero di Dio è rivelato da Gesù come "divina trinità": Padre, Figlio e Spirito Santo. Un solo Dio in tre persone uguali e distinte.
Dio, che è "amore" (1Gv 4,8), "ha tanto amato il mondo da donare il Figlio unigenito"... (Gv 3,16).

 

^

6. "Il Padre conosce me ed io conosco il Padre" (Gv 10,15)

Il mistero di Dio si squarcia nel prologo del Vangelo di Giovanni: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di ciò che esiste... Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo... E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,1-3.9.14).
Come e perché è avvenuto lo "squarciamento" di tale mistero? Ce lo comunicano, nella fede della parola di Dio, l’autore della "Lettera agli Ebrei" e l’apostolo Paolo nella "Lettera ai Galati".
"Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai Padri, per mezzo dei Profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi, per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo" (Eb 1,1-2).
Il Figlio rivelatore gode della massima autorità e competenza: "Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli" (Eb 1,3).
Cuore della nuova rivelazione è la divina paternità.
"Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, che grida: ‘Abbà, Padre!’" (Gal 4,4-6).
Nella parola di Gesù, che è parola di verità, Dio ha ora un volto preciso: è Trinità. È Padre, Figlio e Spirito santo: un unico Dio in tre persone uguali e distinte.
Le radici profonde e beatificanti della rivelazione, che Gesù fa del Padre, sono la conoscenza e l’amore reciproco e unificante.
"Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 11,30).
"Il Padre conosce me, ed io conosco il Padre" (Gv 10,15).
Una conoscenza ed un amore, che permettono a Gesù una confidenza filiale unica col Padre.
Nei colloqui personali egli lo chiama col dolcissimo nome del dialetto aramaico: "Abbà", che significa: "Papà", "Papà buono"...
Scrive un esegeta di fama mondiale: "Non abbiamo un solo esempio in cui Dio sia chiamato "Abbà" nel giudaismo, ai tempi di Gesù" (J. Greehey).
Nell’agonia del Getsemani Gesù prega: "Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però, non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu" (Mc 14,36).
È questo un testo che appartiene a una delle fonti più antiche della tradizione dei Vangeli sinottici. "Abbà" è la parola originale nelle preghiere di Gesù. La preghiera, per lui, è un dialogo diretto e confidenziale col Padre.
Gesù più volte parla esplicitamente dell’amore del Padre per lui. "Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa" (Gv 3,35). "Il Padre ama il Figlio e gli manifesta tutto quello che fa" (Gv 5,20). "Il Padre mi ama, perché io offro la mia vita" (Gv 10,17). "Tu, Padre, mi hai amato prima della creazione del mondo" (Gv 17,24).
L’amore infinito del Padre per il Figlio ha origine da una conoscenza che svela reciprocamente i segreti profondi delle due persone divine. "Il Padre conosce me ed io conosco il Padre" (Gv 10,15). "Nessuno conosce il Padre se non il Figlio" (Mt 11,27). "Tutto quello che il Padre possiede è mio" (Gv 16,15).
Dal Padre Gesù è venuto, come la luce dal sole; come l’acqua dalla sorgente. "Io so da dove vengo e dove vado" (Gv 8,14). Va al padre come l’acqua all’oceano immenso. "Io conosco il Padre, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato" (Gv 7,28-29).
Nella presenza abissale del Padre, Gesù vive e da essa trae consolante compagnia per la sua solitudine umana. "Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo" (Gv 8,29). "Io non sono solo, perché il Padre è con me" (Gv 16,32).
La gioia più grande di Gesù è fare la volontà del Padre: "Io faccio sempre le cose che sono gradite al Padre" (Gv 8,29).
Le parole di Gesù, le sue azioni sono in comune col Padre; sono del Padre. "Io dico al mondo le cose che ho udito da lui" (Gv 8,26). "Non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io faccio" (Gv 8,28). "La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato" (Gv 14,24). "Padre, tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie" (Gv 17,10).
La sua conoscenza del Padre, Gesù l’ha comunicata ai suoi discepoli, e la farà conoscere a tutti gli uomini, sempre.
"Padre, io ho fatto conoscere loro il tuo nome, e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Gv 17,26).
Questa è stata la divina volontà del Padre: donare all’umanità intera il suo amore redentore. Per Gesù, inviato del Padre, è diventata legge suprema di vita: "Non sono disceso dal cielo per fare la mia volontà, ma la tua. E questa è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna" (Gv 6,38-40).
"Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato" (Gv 4,34).

 

^

7. "Chi ha visto me, ha visto il Padre" (Gv 14,8)

Il volto dice molto di più dei gesti e delle parole: è capace di rivelare le profondità segrete della persona.
La santa liturgia del Natale utilizza un testo molto suggestivo della Lettera di san Paolo a Tito (Tt 3,4), per invitarci ad individuare nella umanità divina del bambino Gesù i lineamenti misteriosi del Padre che è nei cieli. "Quando si sono manifestate la benignità e l’umanità di Dio, Salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, per la sua misericordia".
La "benignità e la umanità" del Bambino di Betlemme sono la "benignità e la umanità" del Padre.
La domanda dell’apostolo Filippo a Gesù è radicale: "Mostraci il Padre e ci basta" (Gv 14,8).
La risposta di Gesù non lascia dubbi: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole, che io dico, non le dico da me; ma il Padre, che è in me, compie le sue opere" (Gv 14,8-10).
Anche dinanzi ai Giudei increduli, "Gesù grida a gran voce: Chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io come luce sono venuto nel mondo" (Gv 12,44).
Il volto umano di Gesù è quello divino e invisibile del Padre; le sue parole sono le parole di Dio, e le sue opere sono della mano dell’Altissimo.
Gesù ha compassione della folla? Sono le "viscere del Padre che si commuovono". Gesù accoglie e perdona i peccatori? È il Padre "ricco di misericordia" che si rivela. Gesù prende sulle ginocchia i bambini? È il Padre che "innalza alla sua guancia Efraim e gli insegna a camminare".
Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro e alle mura di Gerusalemme, la città ingrata che uccide i Profeti? È il Padre che "fa lutto per i figli trucidati e per la sposa infedele".
Gesù dà la vita per i suoi amici? È il Padre, che "ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16).
Gesù è risuscitato dai morti, è innalzato nella gloria, dona lo Spirito santo che rende feconda la Chiesa nascente? È il Padre che opera in lui e con lui. "Questo Gesù Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito santo, che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire" (Atti 2,32-33).
La parola di Gesù, "buona novella" che salva, è parola del Padre.
"Ho dato a loro la tua parola. La tua parola è verità" (Gv 17,14.17).
"Io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunciare. Le cose, dunque, che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me" (Gv 12,49-50).
"lo dico quello che ho visto presso il Padre" (Gv 8,38).
"Noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto" (Gv 3,1 1). "Dico al mondo le cose, che ho udito da lui" (Gv 8,26).
Al Padre, con tutta verità, Gesù può dire: "Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che tu hai dato a me, le ho date a loro" (Gv 17,7-8).
Per chi lo condanna a morte afferma: "Cercate di uccidere me, perché vi ho detto la verità udita da Dio" (Gv 8,40).
La persona stessa di Gesù è la parola (Verbo) del Padre, fatta carne e donata all’umanità per la salvezza.
"E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14).

 

^

8. "Quello che ho veduto, sentito e il Padre mi ha rivelato l’ho detto a voi"

Gesù dà un volto al Padre. Fa conoscere i misteri del suo amore, rivelandone i pensieri, le opere, le parole. Figlio di Dio, nell’intimità della vita trinitaria, gode e condivide l’amore del Padre, nello Spirito, che lega inseparabilmente l’uno all’altro. Partecipa col Padre all’opera della Creazione, della Redenzione e della perenne Provvidenza. "Vede e sente cose - per usare una espressione efficace di san Paolo - indicibili, che non è lecito ad alcuno pronunciare" (2Cor 12,4). A lui solo appartiene questo diritto di rivelare i "segreti del Padre".
A Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, "provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, eccetto il peccato" (Eb 4,15), il Padre ha fatto conoscere le "sue cose".
A Dio Padre piace rivelarsi ai piccoli. Chi è più "piccolo" di Gesù, "il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce"...? (Fil 2,6-8).
Nessuno mai avrebbe osato pensare questo, se Gesù stesso non lo avesse confidato nella sua esultante e riconoscente preghiera al Padre. "Gesù esultò nello Spirito santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre, se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Lc 10,21-22).
Tutti i "piccoli" sono come Gesù...
Quali sono "queste cose"?... Sono i "segreti" di Dio, i "progetti" del suo amore, i "pensieri" del suo cuore, "così diversi dai nostri"; le "sue vie" (Is 55,8), che sono le vie della salvezza.
Gesù, fatto uomo, fatto piccolo, diventa "segno" del Padre, "sacramento fontale" della sua rivelazione. Come Figlio di Dio, nell’intimità della Trinità, "ha veduto la gloria del Padre". "Ha udito il fiat della Creazione". "Ha sigillato il mandato della sua missione" nella storia, nel tempo, per liberare gli uomini dal male e ricondurli a Dio. In modo indicibile e incomprensibile per noi, nella sua vita mortale è rimasto perennemente in contemplazione e in ascolto del "leggero sussurro" di Dio, tesoro inalienabile della sua natura divina.
Nel mistero Gesù "ha visto" la gloria del Padre, che ha squarciato il cielo sul fiume Giordano.
L’ha ricoperto di luce sul monte Tabor. Ha udito la voce che diceva: "Questi è il mio Figlio, l’unigenito, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!" (Mt 17,1-9).
Il Padre ha rivelato a Gesù le "meraviglie di Dio", che egli doveva comunicare a noi. "Mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto annuncio" (Lc 4,18), proclama Gesù nella sinagoga di Nazaret all’inizio del suo ministero di evangelizzazione. Il lieto annuncio di Gesù, la "buona novella" per tutti gli uomini, ha un preludio grandioso e sconvolgente: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16).
San Paolo, nella Lettera ai Romani, quasi commentando queste parole di Gesù, fa un’affermazione enorme: "Il Padre, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci darà ogni cosa insieme con lui?" (Rm 8,32).
Il dono del Figlio è lo "sfondamento" del "tesoro sconfinato e segreto" di Dio.
Avendo donato Gesù, l’Unigenito, il Padre ha aperto il cuore e le mani ad ogni altro dono, per i figli adottivi.
Giustamente l’evangelista Giovanni scrive: "Dalla pienezza di Cristo noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia" (Gv 1,16).
Gesù è venuto nel mondo per portare la vita: "lo sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). Rivela anche qual è la vera vita: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17,3).
"Vita eterna" è la vita di Dio, che rende partecipi della sua natura, e non finisce mai.
La "conoscenza" del Padre diventa accoglienza della sua volontà, accettazione della "nuova alleanza". Accoglienza del Cristo e amore per lui, che è immagine del Padre.
Così, il Padre pone nel cuore dei figli la sua dimora e manifesta il suo amore, che si fa presenza, compagnia, familiarità, dialogo e condivisione di beni. Dice Gesù: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui... Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,21-23).
L’amore di Dio Padre per gli uomini è stato cantato, nella notte di Betlemme, dalla "moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama" (Lc 2,13-14).
Per rendere testimonianza alla "predilezione" del Padre per i piccoli, i poveri e i peccatori, Gesù ha proclamato uno sconvolgente messaggio: le Beatitudini.
"Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli"...
"Beati i miti... Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia... Beati i misericordiosi... Beati i costruttori di pace... Beati i perseguitati..." (Mt 5,3-10).
Il "mondo" non conosce questa beatitudine!
"Se non diventerete piccoli come bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 18,3-4).
"Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori... Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati" (Mt 9,12-13).
È la "vocazione divina alla misericordia", che il Padre ha dato al Figlio.
Ma, chi mai avrebbe potuto pensare e dire che il Padre, che è nei cieli, ama tutti i suoi figli, come ama l’Unigenito?
Lo afferma con "autorità divina" Gesù: "Il mondo sappia che tu, Padre, mi hai mandato e li hai amati come hai amato me" (Gv 17,23).
Alla donna samaritana Gesù ha confidato che il Padre "cerca adoratori, che lo adorino in spirito e verità" (Gv 4,23).
Lo "spirito e la verità", che ha portato Gesù sulla terra: l’amore infinito del Padre, che accoglie ogni creatura che lo cerca, su tutte le strade, con cuore sincero.
La missione di Gesù continua, per lo Spirito, nella Chiesa e nel mondo.
"Ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Gv 17,26).

 

^

9. "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro" (Mt 5,48)

Con umile e gentile accondiscendenza Gesù non rifiuta di soddisfare il desiderio di attribuire al Padre, che è nei cieli, sentimenti, atteggiamenti, gesti e parole, che qualificano la vita umana. Tutto, bene inteso, nel limite della analogia: Dio è simile a noi, perché noi siamo stati da lui "creati a sua immagine e somiglianza". È infinitamente diverso da noi, perché è "mistero unico e indicibile" di sapienza e di bontà. In lui abita la pienezza di ogni bene, senza alcun male.
Gesù dice che il Padre ama anche quelli che non lo amano: "Fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (Mt 6,45). Gradisce il cuore umile e penitente, come quello del pubblicano, che prega nel tempio, stando in fondo e non osando alzare gli occhi al cielo (Lc 18,9-14). Preferisce chi digiuna, in segno di penitenza, profumando il capo, anziché cospargendolo di cenere; fa le opere di bene, senza suonare la tromba... "Ignori la tua mano sinistra ciò che fa la tua destra" (Mt 6,3).
La preghiera, che è colloquio e dialogo filiale con lui, è gradita al Padre, se è fatta nel segreto, con abbandono alla sua volontà, e con poche parole. "Non si deve credere, come i pagani, di essere ascoltati a forza di parole, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno, ancor prima che gliele chiediate" (Mt 6,8).
Chiedere, perché bisognosi. Con insistenza e abbandono, perché figli. Nella certezza incrollabile che il Padre conosce che cosa è dono di amore per noi, in ogni occasione. Dinanzi a lui il Padre non ci vede mai soli: sempre solidali tra noi e con il Primogenito. Ecco perché la nostra preghiera, la nostra offerta sono gradite solamente se siamo riconciliati con i fratelli. "Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono" (Mt 5,23-24).
Il Padre è "misericordioso". Ama i nemici, perdona chi fa il male e si pente; non giudica, ma salva, donando il pentimento. Dà a tutti, senza misura (Lc 6,35-38).
Al Padre, che li crea, piacciono gli occhi limpidi, dove si rispecchia l’anima, dimora di Dio nell’uomo. "La lucerna del tuo corpo è l’occhio; se, dunque, il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce" (Mt 7,22).
Il Padre conosce il cuore delle sue creature e sa che il cuore dell’uomo è un abisso.
Gesù dichiara con verità: "Dio conosce i vostri cuori" (Lc 16,15).
"Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro; o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e al denaro" (Mt 7,24).
Basta il commento di san Paolo: "Non possiamo prenderci gioco di Dio" (Gal 6,7).
Dio padre ha cura dei propri figli e "sa di che cosa hanno bisogno" (Mt 6,33). "Dio vede e provvede", dice la saggezza popolare. Gesù si sofferma a lungo su questa "attività provvidenziale" del Padre, che nei testi dell’Antico Testamento è ampiamente affermata e benedetta. La rivelazione di Gesù offre diversi passaggi successivi per presentare con correttezza il tema, che non è facile.
Nessuno di essi va trascurato e va accolto con fede.
I figli di Dio "non devono accumulare tesori sulla terra, ma nel cielo" (vv. 19-20).
"Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore" (v. 21).
I figli di Dio "non possono servire a due padroni... Non possono servire a Dio e al denaro" (v. 24).
Non devono "affannarsi per il cibo, la bevanda, il vestito... La vita vale più di tutto questo" (v. 25).
Si badi bene: "affannarsi" non è impegnarsi o preoccuparsi...
L’"affanno" è di coloro che non hanno fede (v. 32).
L’insegnamento di Gesù tocca il massimo della provocazione. "Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro li nutre. Non contate voi forse più di loro?... Osservate come crescono i gigli del campo; non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo, che cosa berremo, che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno..." (vv. 24-32).
Il discorso di Gesù afferma la necessità di guardare la natura con occhi limpidi e rispettosi; il coraggio di credere nella bontà e potenza di Dio; e l’umiltà della fede, che rende capaci di impegnarsi, sacrificarsi, senza l’"affanno", che toglie la fiducia dell’abbandono.
La provvidenza di Dio opera nella fede. Il lamento di Gesù è esplicito: "Gente di poca fede!..." (v. 30).
Gesù apre una prospettiva ancora più ampia: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (v. 33).
È nell’attuazione del "regno di Dio" e della "sua giustizia" che i figli di Dio devono porre le basi sicure per il cibo, la bevanda, il vestito e la pace per tutti.
L’incapacità, la pigrizia dei figli di Dio nel realizzare il suo regno e la sua giustizia rendono difficile, spesso tragica, la vita di tanti uomini. Povertà, malattie, ingiustizie, sfruttamento, guerre, violenze oscurano, nascondono, portano a negare la provvidenza di Dio. Sono le colpe dei figli, che cadono sul Padre. "I poveri mangiano ogni giorno nella mano di Dio. La mano di Dio siamo noi, perché Dio non ha mani. Ha solo le nostre mani" (J. Bernanos).
La prima bestemmia contro la provvidenza divina è la risposta di Caino a Dio creatore: "Sono forse io il custode di mio fratello?" (Gen 4,9).
Un autentico invito a "servire la provvidenza divina" è la parola di Gesù ai suoi apostoli, prima della moltiplicazione dei pani e dei pesci: "Voi stessi date loro da mangiare" (Mc 7,37). Gesù non ha dubbi: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre, che è nei cieli" (Mt 5,16).
"Dare gloria" significa rendere evidente la sua Provvidenza.
Il Padre ama fare festa per il ritorno dei figli, che si sono allontanati da lui. Dice Gesù: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti, che non hanno bisogno di conversione" (Lc 15,7).
Mentre muore sulla croce, senza paura di essere smentito, Gesù dice al buon ladrone: "In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso" (Lc 23,43).
Possiamo interpretare anche così: "In nome del Padre ti dico"...
Infatti, Gesù dice ancora: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34).
È la richiesta al Padre di perdonare il delitto più esecrando: l’uccisione del suo Figlio, l’unigenito, l’oggetto della sua compiacenza, l’innocente, il santo...
Una gioiosa meraviglia: Gesù utilizza alcune "povere analogie" umane, per farci comprendere, più da vicino, la paternità divina.
"Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!" (Lc 11,11-13).
C’è obbedienza falsa e obbedienza vera... "Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, Signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma, poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Dicono: l’ultimo. E Gesù disse loro: i pubblicani e le prostitute vi passeranno davanti nel regno di Dio" (Mt 21,28).
La parabola del "Padre buono e del figlio prodigo" è il capolavoro di Gesù, che rivela il volto del padre.
È una pagina evangelica, che non ha bisogno di commento.

 

^

10. "Un uomo aveva due figli..." (Lc 15, 11-32)

"Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola:
"Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

 

^

11. "Voi pregate così: Padre nostro"... (Mt 6,9-13)

Gesù, davanti alla tomba di Lazzaro, prima di compiere il miracolo della sua risurrezione, fa al Padre una stupenda confessione di amore e di gratitudine: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto" (Gv 11,41-42).
È la rivelazione di una intimità di dialogo, che ci fa scoprire il vero volto dell’Abbà di Gesù, che è anche Abbà-Padre nostro.
Nella sua esperienza quotidiana di uomo Gesù parla spesso col Padre, di giorno e di notte.
A lui dedica colloqui anche notturni, nel silenzio e nella solitudine. L’evangelista Luca lo fa notare con sollecitudine.
"In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare. E passò la notte in orazione" (Lc 6,12).
Gesù prega, sulla riva del Giordano, nel giorno del suo battesimo. Va a pregare, ogni sabato, nella Sinagoga. Prega prima della chiamata dei discepoli; prima di compiere i miracoli. Prega per ringraziare il Padre che gli rivela i suoi segreti; per chiedere coraggio, amore e fedeltà per i suoi discepoli. Prega per affidare al Padre la sua opera di salvezza; per domandare perdono per i peccatori.
Prega per "tutti quelli che crederanno in lui", e accoglieranno il suo messaggio di salvezza. Gesù prega per insegnare agli Apostoli e a noi a pregare.
L’esempio di Gesù attrae.
Dice l’evangelista Luca: "Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare. Ed egli disse loro: Quando pregate dite:
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male" (Lc 11,1-2; Mt 6,9-13).
L’evangelista Matteo colloca la preghiera, insegnata da Gesù, nel contesto del discorso delle Beatitudini e delle esortazioni del Maestro, ai discepoli, per attuare una autentica imitazione del Padre, che è nei cieli.
C’è una semplice ma precisa educazione all’amore del prossimo, al perdono delle offese, alla pratica del digiuno penitenziale, delle opere di bene. Un forte invito alla preghiera umile, fiduciosa, fatta nel segreto e non con molte parole. A conclusione di tali raccomandazioni viene suggerita la preghiera.
Gesù dice: "Voi, dunque, pregate così: Padre nostro..." (Mt 6,9-13).
Il "Padre nostro" è la prima preghiera cristiana. La preghiera insegnata da Gesù. Rivela con spontaneità il suo cuore di Figlio prediletto del Padre e di fratello di ogni uomo, in tutto solidale con l’umanità. È specchio originale e fedele del Cristianesimo.
Fa conoscere con sapiente semplicità e immenso amore il volto del Padre, che "solamente il Figlio unigenito conosce e fa conoscere a colui al quale lo voglia rivelare" (Mt 11,27).
Il "Padre nostro" rivela agli uomini se stessi, facendoli scoprire bisognosi del pane quotidiano, del perdono e della capacità di perdonare.
È la preghiera più semplice e più grande per esprimere al Padre adorazione, lode, ringraziamento, supplica e richiesta di perdono, di liberazione dal male.
Nel testo di Matteo, alla preghiera del "Padre nostro", fa seguito immediato l’esigenza indeclinabile, posta da Gesù, del perdono ai fratelli, come condizione richiesta per essere ascoltati dal Padre.
In quello di Luca sono narrati due suggestivi episodi simbolici: quello del padre, che si alza, nel sonno, per rispondere alla richiesta di pane dell’amico "importuno"; e quello del padre, che non dà una pietra al figlio che domanda un pane (Lc 11,5-10).
Nella Chiesa dei primi secoli la "consegna" del "Padre nostro" era il segno distintivo della avvenuta "iniziazione" dei catecumeni alla vita dei figli di Dio. Pregare il Padre con la preghiera insegnata da Gesù esprimeva l’essenza della vita del cristiano.
Oggi il "Padre nostro" è al centro della celebrazione dell’Eucaristia, immediatamente prima della partecipazione alla mensa del corpo e del sangue del Signore. Esso chiude solennemente la preghiera liturgica della comunità ecclesiale, alle Lodi del mattino e ai Vespri della sera.
Il "Padre nostro" deve essere nel cuore e sulle labbra di ogni cristiano; nella quotidianità di ogni famiglia, di ogni piccola comunità.
È preghiera di conoscenza, di amore, di abbandono, di gratitudine, di conforto, di liberazione. "Dico: "Padre nostro" e mi sento abbandonata tra le braccia di Dio" (S. Teresa del Bambino Gesù).
È il "sigillo" dato da Gesù per riconoscere i figli di Dio, fratelli con lui e con tutti gli uomini, nell’amore dello Spirito santo, "riversato nei cuori", nel giorno del battesimo.
Nel "Padre nostro" Gesù prega sempre con noi, come Figlio di Dio e uno di noi.

 

^

12. "Perché siate figli del Padre vostro celeste..." (Mt 6,45)

Dio è nostro Padre e noi siamo i suoi figli, nel Figlio unigenito Gesù.
L’immagine del Padre, impressa indelebilmente sul volto del "primogenito", deve rispecchiarsi, con originalità, sul volto di ogni figlio in forza della partecipazione alla vita divina, realizzata nella rinascita battesimale.
"Quelli, che da sempre egli ha conosciuti, li ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29).
Per essere "conformi all’immagine del Figlio" è indispensabile mettersi alla sua sequela, ascoltare la sua parola, imitarne gli esempi.
"Questi è il Figlio mio nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!" (Mt 17,5).
L’imitazione di Cristo gode, così del "compiacimento" del Padre.
Il Filosofo Platone affermava: "Ognuno diventa simile all’oggetto della sua contemplazione". I figli di Dio contemplano Gesù, per diventare simili a lui, che è l’immagine autentica del Padre. "Imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete pace per le vostre anime" (Mt 11,29). San Paolo, innamorato di Cristo e contemplatore del suo esempio, esorta "ad avere in noi gli stessi sentimenti, che furono in Cristo Gesù" (Fil 2,5).
Imitatori di Gesù, per essere "perfetti come il Padre, che è nei cieli".
Gesù, nella sua esperienza quotidiana sulla terra, ha amato il Padre sopra tutte le cose e i fratelli, come il Padre ha amato lui.
Lo ha affermato con autorità: "Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti" (Mt 22,40).
"Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento" (Mt 6,17).
Chi ama osserva la parola, la legge santa del Signore (cfr. Gv 13,15).
La carità è la legge suprema dei figli di Dio. Il distintivo dei veri discepoli di Gesù. "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 14,35).
L’amore autentico per il Padre conduce a cercare la sua volontà per conoscerla, condividerla, amarla. Gesù ha cercato, condiviso, amato e fatto in tutto la volontà del Padre, con la forza dello Spirito santo, che lo "conduceva", come uomo.
Già a soli dodici anni, nel Tempio, dice a Maria e a Giuseppe: "... Devo occuparmi delle cose del Padre mio" (Lc 2,49).
"Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato" (Gv 7,25).
"Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato" (Gv 4,34).
"Io faccio quello che il Padre mi ha comandato" (Gv 14,31).
"Colui che mi ha mandato è con me e non mi lascia solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite" (Gv 8,29).
Nella preghiera, che ha insegnato, fa dire:
"... Padre, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra". Fare la volontà del Padre è per Gesù "cibo", "gioia", "compagnia".
Nelle ore tragiche dell’angoscia, nell’orto degli Olivi, Gesù conferma con fedeltà la sua adesione totale alla volontà del Padre: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà" (Lc 22,43).
Gli atroci spasimi dell’agonia sono offerti da Gesù al Padre, in ossequio misterioso al suo progetto di amore salvifico: "Tutto è compiuto" (Gv 1 9, 30).
La sera di Pasqua, nel Cenacolo, affidando la sua stessa missione di salvezza agli apostoli, dice loro con grande autorità: "Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi" (Gv 20,21).
Gesù ha donato la propria vita perché tutti gli uomini potessero ricevere in dono la vita di Dio. Questa è la prova suprema di amore. "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).
Donando la sua vita, Gesù ha fatto conoscere il Padre, ha liberato dal male perdonando i peccatori; ha guarito i malati, ha lavato i piedi ai discepoli, ha consolato gli afflitti; ha aperto a tutti le ricchezze del suo cuore; ha riaperto la strada verso la casa del Padre a tutti gli uomini di buona volontà, che lo cercano con cuore sincero.
Gesù ha proclamato e praticato la via delle Beatitudini. "Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano" (Lc 11,28).
È stato povero, afflitto, mite; ha avuto fame e sete di giustizia; è stato misericordioso, puro di cuore; ha amato la pace e l’ha donata; è stato perseguitato a causa della giustizia (cfr. Mt 5,3-11). Gesù ha goduto con gioia l’amicizia dei suoi apostoli; con tenerezza fraterna quella di Marta, Maria e Lazzaro.
Ha partecipato pienamente alla felicità dei novelli sposi di Cana. Ha condiviso quella del convertito Zaccheo, che l’ha festeggiato in casa sua. E quella di Levi, che ha lasciato tutto per seguirlo.
Ha intuito e partecipato al dolore della vedova di Nain. Ha pianto con Marta e Maria per la morte di Lazzaro. Ha versato lacrime per Gerusalemme, la città prediletta e infedele.
Gesù, condannato ingiustamente dagli uomini, nel mistero della sua morte, offre la vita al Padre liberamente. Sigillo della sua libertà, motivata dall’amore, è il "potere di riprendere la propria vita", nella gioia della risurrezione, operata dal Padre, come gradimento del suo immenso dono. "Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio" (Gv 10,17-18).
Matteo, chiudendo il suo Vangelo, scrive che Gesù, prima di ritornare al Padre, dà un comando ai suoi apostoli. Dice loro: "Andate ad ammaestrare tutte le genti, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho insegnato... Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 19-20).
Assicura la sua indefettibile presenza.
A tutti coloro che vogliono vivere da figli di Dio, seguendo il suo esempio di "figlio primogenito", Gesù dice: "Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi" (Gv 13,15).
Camminando con Gesù i figli di Dio imparano ad essere "luce del mondo", "sale della terra", e "lievito nella pasta". Sono la "lucerna sul lucerniere", la "città posta sul monte".
Tutti possono vedere "le loro opere buone e dare gloria al Padre che è nei cieli" (Mt 5,16).

 

^

13. "Lo vedremo così come egli è" (1Gv 3,2)

L’apostolo Giovanni, nella sua prima Lettera, scrive: "Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato" (1Gv 2,6).
La "dimora" nel Cristo, le cui fondamenta sono state poste nel Battesimo, cresce e si solidifica ogni giorno se il cristiano si impegna a "comportarsi" come Gesù.
Egli ha dato l’esempio di come si vive da figli di Dio. Lo "stile di vita" di Gesù deve essere lo "stile di vita" di ogni figlio di Dio.
I figli di Dio vivono la spiritualità del "Padre nostro", la preghiera insegnata da Gesù e da lui data come "carta di identità" del cristiano.
Come figli, camminano alla presenza del Padre, in compagnia del Primogenito, nella "famiglia dei figli di Dio" che è la Chiesa.
Benedicono il suo nome, che è santo; grande su tutta la terra; benedetto nei secoli. È il nome all’origine di tutte le cose, e tutte le ricapitolerà, in Cristo, alla fine dei tempi.
Cercano, amano, adorano la volontà del Padre, perché manifestazione del suo amore trinitario e salvatore. Lottano ogni giorno per attuarla, qui sulla terra, come è eseguita con amore dagli Angeli in cielo. È volontà di giustizia, di condivisione, di fratellanza, di pace.
Anche gli uomini, che non conoscono ancora "il Padre del Signore nostro Gesù Cristo", nella rettitudine della loro coscienza, cercano a tentoni questa volontà divina, che lascia traccia di sé nel creato, ed è causa anche per loro di giustificazione. "Dio, che conosce i cuori, non fa nessuna discriminazione..." (Atti 15,9).
Fare la volontà del Padre, per i figli di Dio, come per Gesù, è "cibo", "gioia"; è "compagnia", "pace profonda".
I figli di Dio domandano, con umiltà e fiducia, il "pane quotidiano". Quello che basta ogni giorno, per la vita del corpo e dello spirito. Il pane di grano e il pane della parola.
La ricerca anzitutto del "pane della parola" rende capaci di attendere nel lavoro il pane materiale. "Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33). La richiesta del pane quotidiano non dimentica tutti quelli che vivono nella povertà, nella miseria, nella disoccupazione, nella fame. Prendono coscienza di essere "mani di uomo, che diventano mani di Dio, nell’opera difficile e misteriosa della Provvidenza" (J. Bernanos).
I figli di Dio chiedono al Padre misericordia e perdono per i loro debiti. Non solo per il male che compiono. Per il bene che non fanno; per i tesori ricevuti, tenuti nascosti; per i segni continui di benevolenza, che non scorgono e non apprezzano.
Credono nel perdono, perché con loro e per loro implora Cristo Gesù, "che non si vergogna di chiamarsi loro fratello, e ha dato la vita per loro" (Eb 2,1 1).
Ogni richiesta di perdono dei figli di Dio è indissolubilmente accompagnata da una clausola divina. L’ha posta Gesù ed è irrevocabile: il perdono dei fratelli... "Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori".
"Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro perdoni a voi i vostri peccati" (Mc 11,25).
Non dimentichiamo mai la "Parabola del servo spietato" (Mt 18,21-35).
Perdonati per perdonare. Riconciliati per riconciliare. Non è una "palla al piede", ma una "finestra aperta nel cuore" l’esigenza del perdono e della riconciliazione reciproci.
I figli di Dio, che "non sono del mondo, ma vivono nel mondo" (Gv 15,18), fanno esperienza della "tentazione".
Al Padre chiedono di non soccombere alla tentazione, ma di essere capaci di umiltà nel valutare i pericoli, di prudenza per evitare le occasioni, di sincerità nel riconoscersi fragili. Di lasciarsi "guidare dallo Spirito", che nel Battesimo li ha arricchiti dei suoi doni, efficaci nella lotta per "fuggire le opere del male". Chiedono di poter gustare i "frutti dello Spirito": amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (cfr. Gal 5,13-26).
I figli di Dio chiedono al Padre di essere "liberati dal male".
Solo Dio può liberare dal male le sue creature, nei modi consentiti esclusivamente a lui: estirpandone la radice dal cuore; concedendo il perdono; assicurando la liberazione totale dalla sua schiavitù.
Con la grazia rigeneratrice del Battesimo Dio estirpa dal cuore dei suoi figli il peccato originale, radice di ogni male.
Col perdono quotidiano lava nel sangue innocente di Cristo i peccati della debolezza, della povertà spirituale, dell’ignoranza. Con la sua misericordia infinita preserva i redenti dalla schiavitù definitiva del peccato.
Ce lo ricorda la santa Liturgia della Messa, proprio dopo la recita del "Padre nostro":
"... Con l’aiuto della tua misericordia saremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il Signore nostro, Gesù Cristo" (Canone della Messa).
I figli di Dio, fiduciosi nella promessa fedele del Padre, "attendono che si compia la beata speranza e venga il Signore nostro, Gesù Cristo".
Gesù stesso ha promesso che verrà a prendere coloro che "attendono il compimento della beata speranza". "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io" (Gv 14,1-4).
Là, nella casa del Padre, i figli di Dio, accompagnati dal "Primogenito" e dallo Spirito santo, dono del Risorto, comprenderanno in pienezza la loro identità di "figli di Dio, eredi per volontà di Dio" (Gal 4,7).
È la misteriosa e beatificante verità proclamata dall’apostolo Giovanni: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente! Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo, però, che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1Gv 3,1-2).
"...Così, saremo sempre col Signore" (1Ts 4,17).
Sarà la beatitudine senza fine!
Già fin d’ora, pellegrini sulla terra, i figli di Dio, nella fede, "vedono come in uno specchio, in maniera confusa, quello che allora vedremo a faccia a faccia" (1Cor 14,12).
Vieni, Signore Gesù, mostraci a viso aperto il Padre. Amen.

 

^

Preghiamo (1)

"Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore.
Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?
Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità.
Se tu squarciassi i cieli e scendessi!
Davanti a te sussulterebbero i monti.
Davanti a te tremavano i popoli, quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, di cui non si udì parlare da tempi lontani. Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui.
Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie.
Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli.
Siamo divenuti tutti come cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento.
Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balìa della nostra iniquità.
Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci da forma, tutti noi siamo opera delle tue mani.
(Isaia, 63, 16-17; 64, 1.3-8).

 

^

Preghiamo (2)

Dalla lettera agli Efesini

Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà.
E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia.
Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dci tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra.
In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.
In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria (Ef 1,3-14).

 

^

Preghiamo (3)

Dal Vangelo Di Matteo

"Voi, dunque, pregate così: Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male" (Mt 6,9-13).