CHI È IL CRISTIANO
(Ornaghi Giuseppe)


autori
titoli

Indice:

Premesse
Gesù Cristo nel cuore della vita
Vivere Cristo è vivere secondo lo Spirito
Lo scandalo della croce di Cristo

 

 

 

 

PREMESSE

1. Scopo di queste riflessioni

Lo scopo di queste pagine è quello di offrire un aiuto per comprendere che cosa significhi essere cristiani oggi, e quali responsabilità comporti tale scelta.
Inoltre si vuole spiegare, in modo semplice e riassuntivo, che cosa significa "essere discepoli di Gesù Cristo" nel mondo in cui viviamo.
Sappiamo con certezza due cose: "Dio vuole tutti gli uomini salvi", e ancora, "Gesù è l’unico salvatore".
Tutto questo avviene nell’incontro tra Dio e noi.
Incontrare Cristo significa iniziare a vivere una vita nuova, la vita "secondo lo Spirito".
La Chiesa è la comunità di coloro che hanno incontrato Cristo e di coloro che trasmettono questo incontro, questa esperienza ad altri.
La Chiesa è un popolo di nomadi alla ricerca di altri fratelli dispersi per ricondurli a casa, curarli e far sentire loro il calore di una famiglia.

2. Attualità del Cristo

Anche se la fede ha abbandonato molti cuori, i segni del cristianesimo sono presenti un po’ ovunque, nel mondo occidentale.
Le croci appese ai muri o sui picchi dei monti, le chiese vecchie o nuove, le feste che accompagnano i momenti più importanti della vita (matrimoni religiosi, battesimi, prime comunioni...), dimostrano che Cristo, in un certo modo, è ancora "di moda", attuale. Per lo meno Cristo non è stato ancora dimenticato!

3. È straordinario che si parli ancora di Gesù Cristo

Per capire quello che c’è di straordinario nel cristianesimo, basta pensare alle sue umili origini. Dal solo punto di vista umano, non sarebbe sopravvissuto. Infatti alla base ci sono delle premesse disastrose:
* La follia di Gesù di dichiararsi Dio;
* la sua morte degradante e ignominiosa;
* il suo seguito mediocre.
Tutto faceva presagire una fine celere e ridicola.
Invece è avvenuto il contrario: molti uomini e donne, non solo hanno creduto e credono, ma hanno pagato e, anche oggi, pagano con la vita questa loro fede.
Se la morte-risurrezione di Cristo fosse un’invenzione degli uomini non sarebbe durata così a lungo.
È straordinario il fatto che Gesù abbia ancora "molte cose da dirci", come se gli uomini di oggi fossero contemporanei, compagni di viaggio sulla strada che da Gerusalemme porta in tutte le direzioni, anche quelle meno impegnative e sicure.
Il Cristo della strada assume il volto di tutti gli uomini, si trova in tutte le culture, parla la lingua di tutti. Con la sua risurrezione è "il Vivente, il Presente".

4. Si parla di Gesù Cristo, ma... chi ascolta?

Da ogni parte si afferma che il nostro cristianesimo è molto superficiale e di facciata. Troppi battezzati vivono una dimenticanza totale di Cristo.
Si dicono cristiani perché resta loro il ricordo di alcuni gesti religiosi compiuti in passato: "Facevo parte della corale, ero chierichetto, leggevo le letture alla messa, ho fatto la prima comunione, mi sono sposato in chiesa...".
Da tutti questi ricordi Gesù Cristo è l’unico assente.
Sarebbe più logico che si chiamassero ex-coristi, ex-lettori, ex-chierichetti... ma non cristiani. Essere cristiani è tutt’altra realtà. Vedremo più avanti il vero significato dell’essere cristiano.
Perché questa superficialità? Perché esiste una negligenza cronica nell’approfondire la figura e la Buona Notizia predicata dal Maestro; non vogliamo stare accovacciati ai suoi piedi per ascoltarLo. Spesso si fanno bastare le occasioni ufficiali, le festività o la festa del Patrono, "appesantita" da un triduo, per tacitare la coscienza. "Qualche sacrificio va fatto, ma senza esagerare!", si dice.
Oppure perché si ripetono infinite trasgressioni e incoerenze: tante persone che fanno costante riferimento alle parole del Signore, ma negano tutto con i fatti.
Gesù ha avuto parole durissime contro gli Scribi e Farisei per la superficialità con la quale presentavano la religione, ma soprattutto per il modo con il quale la praticavano. L’evangelista Matteo ci offre una carrellata di sette maledizioni: sono buone anche per noi se vogliamo fare un serio esame di coscienza (Mt 23,12-32).
Ci sono anche molte persone che fanno una netta distinzione tra gli insegnamenti del Signore e la vita quotidiana, affermando che "in certe cose la religione non c’entra!".
"Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna" (Gv 6,68). Queste parole pronunciate da Pietro in un momento di crisi, non suggeriscono nulla? Quante volte le parole di Gesù sono risultate meno accette di tante altre parole pronunciate da profeti di stagione che attirano la gente come dei piazzaioli? Il Papa ha proclamato "beati" uomini e donne del nostro tempo dicendo al mondo che è possibile anche oggi credere e seguire il Maestro, pur nel disordine che stiamo vivendo e in mezzo all’autodistruzione. Per incontrare Cristo dobbiamo "farci largo" tra le spine, "levarci i calzari", come fece Mosè, e avanzare a fatica verso il monte dell’incontro. Dall’incontro con Cristo e da quello che impereremo, diventeremo più responsabili di fronte al mondo della fede che professiamo. L’Apocalisse ci incoraggia in questo itinerario verso il terzo millennio della Redenzione con queste parole:
* "All’angelo della chiesa di Sardi, scrivi: Ti si crede vivo e invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire. Ricorda come hai accolto la Parola, osservala e ravvediti" (Ap 3,1 ss).
* "Hai abbandonato il tuo amore di un tempo. Convertiti, scuotiti, destati" (Ap 2,1 ss).

 

 

GESÙ CRISTO NEL CUORE DELLA VITA
"Per me vivere è Cristo..." (Fil 1,21)

1. Quando diciamo di essere cristiani, che cosa intendiamo dire?

Gli Evangeli e tutto il Nuovo Testamento affermano in modo unanime il carattere esigente della vocazione cristiana. Si tratta di una esigenza universale, di una condizione posta a tutti senza distinzione o restrizione.
Per essere cristiani ci vuole la "radicalità evangelica", il preferire la Persona di Cristo a tutto, anche agli affetti più sacri, quelli familiari.
Questa radicalità evangelica non è delegabile ad alcune forme di vita (sacerdoti, religiosi, consacrati) lasciando ai fedeli il semplice compito di un’osservanza priva di rinunce.
Gesù si esprime così: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mc 8,34).
Con questa affermazione Gesù definisce lo stile di vita del battezzato.
È il battesimo che mette le persone su questa strada, che fa compiere una rottura con il passato, che mette la persona nella condizione di un "non ritorno".
Il N. T. parla del battesimo come "morte al peccato", come "cammino in una vita nuova" (Rm 6,1-11).
Questo cammino si chiama "conversione", che comporta un "allontanamento dagli idoli" per "servire al Dio vivente e vero nell’attesa del Figlio suo" (1Tes 1,9).
Gesù parla di "seguire", quindi è l’immagine chiara di un cammino, di qualcosa di dinamico, che si perfeziona attraverso mete e scelte varie.
Questa via della rinuncia, questo cammino riguarda tutta la vita; è bene fermarci ogni tanto per verificare se il nostro cammino è orientato verso Cristo, oppure altre mete ci stanno allontanando da Lui.
Il nostro cammino è come un avvicinarci alla vetta di una montagna dove sta fissata una croce; più ci avviciniamo alla meta, più la croce ingigantisce e le forze per camminare vengono meno.
Avvicinarsi a Cristo richiede fatica, passo costante, coraggio e occhio alla meta!
Purtroppo sono ancora molti i così detti "credenti" che non hanno il coraggio di verificare la propria fede e valutare i fondamenti che la sorreggono; si accontentano del "sabato del villaggio", cioè, di alcune manifestazioni esterne, confondendo la fede con il folclore.

2. Le condizioni dell’incontro

L’incontro con Gesù Cristo ha le stesse esigenze di ogni vero incontro.
Incontrare qualcuno non significa incrociarlo per la strada. Per costruire un rapporto duraturo non basta un saluto, una conversazione superficiale, una vacanza passata insieme...
Incontrare significa fare posto all’altro nella propria vita, fargli posto dentro di noi, creare un legame solido, decidendo di camminare insieme, senza spersonalizzare l’altro riducendolo a semplice gregario.
L’esperienza degli Apostoli è di esempio. Quando Gesù dice loro: "Seguitemi", gli Apostoli non perdono tempo e non chiedono garanzie. Rispondono "sì", lasciano tutto e lo seguono. Il cambiamento non è ancora avvenuto. Essi Lo seguono con un programma proprio sperando di realizzarlo. Pensano al discepolato come alla grande occasione per realizzare i loro sogni nel cassetto: pensano a un regno terreno da amministrare, a candidature onorifiche, a un prestigio terreno trovato "per strada".
C’è però in loro una qualità di fondo: la disponibilità. Accettano, strada facendo, che Cristo li apra alla verità.
La Pentecoste aprirà loro gli occhi, e il cambiamento sarà totale. Ricambieranno quell’amore che Dio ha sempre avuto per l’umanità; saranno con Maria la parte sana della nuova umanità, appassionati del Maestro fino a dare la vita per Lui.
Per incontrare Cristo dobbiamo avere dentro di noi un’attesa.
Se non aspettiamo nulla, se ci fermiamo alle soddisfazioni immediate, se pretendiamo di essere padroni assoluti della nostra esistenza e di far fronte da soli alla vita, allora Cristo Lo salutiamo per strada, noi su un marciapiede e Lui sull’altro.
Sono, in fondo, le nostre infedeltà e le nostre incoerenze che non ci permettono di incontrare Cristo; è come se alla sua vista noi cambiassimo marciapiede!
È quel continuo dire e non fare, promettere e non mantenere, quel commerciare con Dio per piazzare qualche gesto religioso in cambio di favori che ci interessano che non ci permettono di incontrarLo. Il Signore ci chiede di camminare con Lui, di lasciare il nostro itinerario preferito per scegliere quello che Lui ci indica.

3. Quando parliamo di Cristo, di chi parliamo?

Il punto di partenza per parlare di Gesù Cristo è la fede.
"È per la fede che Cristo abita nei vostri cuori" (Ef 3,17). "Tocca il Cristo, chi crede in Cristo" (s. Agostino, serm. 243).
Noi partiamo già avvantaggiati perché la stessa fede è dono di Dio. La fede è l’unica possibilità per entrare in contatto con Cristo. È un dono particolare che ci spinge ad uscire dalle nebbie per salire la vetta del mistero di Dio, superando le resistenze e le pigrizie.
Non è vero che la fede ci vuole tenere legati all’oscurità; la fede ci mette alla ricerca, ci mette in sintonia con la sapienza di Dio, cioè con la conoscenza che Dio ha di se stesso, sempre facendo le proporzioni giuste tra l’essere di Dio e la creatura.
Salomone chiede umilmente di partecipare alla sapienza divina, proprio perché ha la coscienza della propria debolezza; questa richiesta piace a Dio e concede a Salomone quello che domanda (1Re 3,5-12).
S. Paolo esorta i cristiani di Efeso in questo modo: "Dio vi conceda uno spirito di sapienza e di rivelazione per una conoscenza più profonda di Lui" (Ef 1,17).
Lo Spirito che conosce le profondità di Dio (1Cor 2,10) tiene la nostra fede in salutare inquietudine, per stimolarla a crescere; ci chiama a quello che sta oltre la natura.
Ci fa uscire dal mondo dei ciechi per aprirci gli occhi del cuore. La fede ci fa raggiungere quel Dio che si è rivelato a noi.
Abbiamo spesso l’istinto di correre al vangelo per "informarci" su Dio e per sapere che cosa ci vuol dire nelle circostanze varie della vita, come se il vangelo fosse un prontuario di notizie e di ricette.
Il vangelo è Dio che parla di se stesso per mezzo di Cristo. Quello che sappiamo su Dio ce lo ha detto suo Figlio, Gesù Cristo. È Cristo la Parola che Dio ha composto per comunicare con gli uomini; il suo comportamento, la sua presenza, le sue relazioni, le sue preferenze, il suo dolore, il suo amore, la sua tenerezza, la morte e risurrezione, sono manifestazioni di Dio, ci dicono chi è Dio e che cosa vuole da noi.
Tutto quello che Dio ha detto di sé agli uomini lo vediamo vissuto in Cristo. Gesù rende visibile l’invisibile, descrive il "mistero nascosto da secoli" con parole umane.
Gesù, per raccontare tutto questo, si è trovato in contrasto con i custodi della Legge. L’immagine di Dio che annunciava non corrispondeva alle loro aspettative. Un Dio che cerca la comunione con i peccatori, un Dio che libera i pagani, che dona la vita per chi è nemico... non entrava nei loro schemi religiosi.
Gesù può ben dire di essere via che conduce a Dio e via perché Dio giunga a noi.
Anche dopo la sua risurrezione rimane eternamente via degli uomini a Dio, porta per entrare nella comunità dei salvati.

4. Gesù Cristo ha un cuore

Parlando del Cuore di Gesù non si vuol indicare solo l’amore e la misericordia di Dio, ma tutta la vita interiore di Gesù. Si mette in evidenza il suo amore al Padre, il suo dolore umanissimo, che lo pone fratello fra i meschini, la sua esultanza per la rivelazione fatta ai piccoli e gli umili, il dispiacere di sentirsi abbandonato dagli amici...
Dicendo "Cuore di Gesù" non ci riferiamo solo al Gesù della storia, ma anche al Signore risorto, perché Egli continua ad amarci umanamente. Dice un grande teologo contemporaneo: "Un cuore di carne batte per sempre nella Trinità" (Von Balthasar).
Il Risorto è ancora capace di tessere storie umane come quelle che riempiono il vangelo.
È un Cuore che ci comprende nelle nostre angosce e nelle nostre gioie. Non è finito quel tipo di rapporto personalizzato; per cui resta sempre nostro fratello.
Per comprendere Gesù non bastano le descrizioni che si fanno di Lui; è necessaria l’esperienza di fede, di preghiera, di meditazione e di carità che fecero gli Apostoli.
Dopo le esperienze fatte dagli Apostoli l’evangelista Giovanni riferisce: "Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere" (Gv 21,24 s).
L’azione dello Spirito Santo ci fa capire sempre di più chi è Gesù, spingendoci ad esperienze sempre più profonde di Lui.
Dire che Gesù è "Cuore" vuol dire che il suo rapporto con gli uomini rimane quello descritto nei vangeli, perché l’umanità è invecchiata, ma non cambiata.
Anche oggi ci sono i giusti e i peccatori, i saggi e i superficiali, i sani e i malati, chi aspetta la redenzione e chi la rifiuta. Gesù, che cammina in modo glorioso nella storia degli uomini, è capace di amicizia, di compassione, di misericordia, perfino di dolore.
Il vangelo è concluso, non si può aggiungere neppure una virgola, ma non è finito Cristo. Egli continua a scegliere apostoli, a perdonare, ad accogliere e guarire. Il Cristo di cui parliamo si riassume nella realtà del "Cuore": ci dice che la religione cristiana è la religione della persona, del rapporto io-tu, del dialogo, del faccia a faccia con Dio, non con la paura di morire, ma con la gioia di vivere.
Cristo è Dio che resta con noi.

 

 

VIVERE CRISTO È VIVERE SECONDO LO SPIRITO
"... avete ricevuto uno Spirito di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rm 8,15).

1. Che cosa significa "vita nuova"

Nella storia del credente, l’incontro con Cristo è stato un avvenimento che ha modificato profondamente il modo di essere e di agire della persona.
Quel Gesù di Nazareth che abbiamo incontrato, non è solo il Santo di Dio, ma colui che comunica, dona la sua santità.
Ogni genitore umano può trasmette ai figli ciò che ha, ma non ciò che è. Se un padre è artista, scienziato, musicista, o anche santo, non è detto che i figli siano artisti, musicisti o scienziati o nascano santi. Al massimo può far amare questi valori, stimarli, ma non certamente trasmetterli in eredità.
Nel battesimo, Gesù, non solo ci trasmette ciò che ha, ma ciò che è. Egli è il Santo dei santi, e il Figlio di Dio e ci fa figli di Dio.
Noi viviamo dello stesso Spirito di Gesù di Nazareth, che ha santificato la sua Umanità, che si raccolse in Lui come in un vaso di alabastro e che, nella Pentecoste, Egli effuse sulla chiesa, consacrandola, come Lui fu consacrato.
"Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove" (2Cor 5,17-18).
Il battesimo ci ha fatto fare un salto di qualità; è stato in quel minuto della nostra storia che Dio ci ha dato l’appuntamento ed è nella storia che si seminano le Beatitudini o la zizzania, con le relative conseguenze.
La memoria è la porta del cuore. L’occupazione propria delle anime consacrate nel battesimo è pensare a Cristo, pensare come Cristo, agire come Cristo. Mettere Cristo come "sigillo sul proprio cuore" (Ct 8,6).
Dobbiamo vivere la vita nuova anche nel rapporto con noi stessi, con il mondo e con gli altri uomini.

2. La vita nuova nel rapporto con se stessi

Nel rapporto con noi stessi Gesù ci mette in guardia dai pericoli della troppa fiducia nelle nostre capacità. Il Figlio di Dio è "mite ed umile di cuore" (Mt 11,29), ed invita tutti alla sua scuola per imparare ad essere miti ed umili.
L’umiltà è il recipiente dove Dio può versare la sua divinità e la sua sapienza. Maria è stata la prima creatura a ricevere in sé il Verbo e ad essere riempita della sapienza che viene dall’alto.
"Ti rendo grazie, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25; Lc 10,21).
Siamo limitati e poveri; non possiamo immaginarci diversi da quella che è la realtà.
Siamo peccatori, non in generale, ma in particolare. Dobbiamo avere il coraggio di dare un nome al nostro peccato, un nome storico: la voglia di misurarci con Dio, con la superbia tipica di Adamo, per ritrovarci nudi e svergognati quando Dio ci chiama.
La vita nuova ci fa vivere un rapporto di sincerità con noi stessi.

3. La vita nuova nel rapporto con il mondo

Nell’ordine della creazione l’uomo ha il compito di dominare e custodire il mondo.
È un regno da sfruttare mediante il lavoro, da scoprire nella gioia. Mentre l’uomo gode della creazione è tentato di mettere da parte i valori dello spirito.
"Si sono saziati e il loro cuore si è inorgoglito, per questo mi hanno dimenticato" (Osea 13,6).
Mentre l’uomo arricchisce, dimentica Dio e gli altri. Il Signore non ce l’ha con i ricchi; ne aveva tra i suoi amici. Si scaglia contro la ricchezza quando distoglie l’uomo dal compito che gli è affidato nel disegno del Padre: preparare cieli nuovi e terra nuova.
La vita nuova ci fa vedere che la vera ricchezza non è quella che si possiede, ma quella che si dona.
Il Signore ci invita a prendere le distanze dai beni della terra; la beatitudine della povertà è un modo per farci riflettere. Il miglior investimento non sono le cose, ma Dio. Dio è l’avvenire più sicuro di tutto!

4. La vita nuova e il rapporto con gli altri

La vita nuova ci aiuta a riacquistare la fraternità rovinata dal peccato e dall’egoismo. Il peccato ha rovinato l’amore fra gli sposi (Adamo-Eva) e la fraternità (Caino-Abele).
Rinati alla vita nuova, vediamo attorno a noi numerosi fratelli, che ci accolgono già al momento dell’ingresso nella famiglia di Dio. Ci accorgiamo che tutti chiamiamo Dio con lo stesso nome "Padre", e che ognuno di noi chiede le "cose buone" per gli altri.
Lo Spirito crea la nuova comunità dei credenti, anzi, s. Paolo usa un’immagine molto espressiva: formiamo un solo corpo animato dallo stesso Spirito.
Poiché lo Spirito è Signore e dà la vita, noi dobbiamo manifestare questa nuova vita mediante le opere proprie dello Spirito: "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, longanimità, benignità, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22).

5. Il primo frutto dello Spirito: l’amore.

Il concetto biblico di amore è molto ricco e comprende numerosi atteggiamenti.
Noi vogliamo considerarne uno; forse è un figlio minore, ma quando è presente tutti lo avvertono. Parliamo della cordialità.
Il "cuore", nella Bibbia, non significa solo affetto verso una persona, ma "sede" personale dell’amore, delle emozioni, dei desideri e timori, delle gioie e speranze, delle decisioni e delle scelte.
Quando il Signore dice: "Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore" (Mt 6,21), indica che tutta la persona è orientata verso un punto preciso.
Amare con cordialità significa agire positivamente nei riguardi dell’altro, volergli bene, fargli del bene, rendersi disponibili, accettarlo, promuovere in lui aspetti di stima e di rispetto.
Non dobbiamo avere paura di amare con affetto intenso e sincero scaturito da un cuore purificato e rigenerato da Dio stesso.
"Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno" (Rm 12,10).
Similmente s. Pietro nella sua prima Lettera così scrive: "Dopo aver santificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità, per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri essendo stati generati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla Parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,22-23).
Si tratta di un amore "deiforme", cioè espressione di un amore divino che portiamo dentro di noi grazie alla presenza dello Spirito Santo.
"La carità non abbia finzioni" (Rm 12,9).
Il nostro atteggiamento deve essere sincero in tutti gli aspetti, sia dentro di noi, che nel rapporto con gli altri.
Nel vangelo Gesù ci offre molti esempi di amore cordiale, ma uno è evidente in modo particolare: il pianto alla morte di Lazzaro. La gente nota il fatto ed esclama: "Vedi come lo amava" (Gv 11, 36). Gesù non amava per finta, ma con tutta la persona, di un amore intenso come ama Dio.
La vocazione più vera e profonda di ognuno di noi è di essere strumenti di amore, portatori di amore, piccole oasi di amore nel mondo creato giardino e ridotto a deserto.
La fede cristiana, alla quale abbiamo aderito pienamente con il battesimo e confermata nella Cresima, non è un oggetto prezioso che mettiamo accanto ad altri ricordi cari, non è una buona abitudine che vogliamo mantenere viva alla pari di altre abitudini, neppure vuole essere un rimedio nelle difficoltà come un talismano: è una linfa vitale che passa da Cristo a noi per farci compiere le stesse opere di Gesù e anche più grandi. "In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò" (Gv 14,12-14).
Noi siamo intimamente uniti a Cristo da vivere la stessa vita: "Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me" (Gv 15,4).

6. L’amore è capacità di dono

"Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse: ‘Donna, ecco il tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco tua Madre!’. Da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19,25-27).
Sulla croce Gesù non ha più niente da dare e tuttavia vedendo il discepolo a cui vuole bene e sua madre che lo guarda con tenerezza, compie un grande gesto di amore.
Giovanni (e tutti noi) ha bisogno di essere seguito, aiutato: la nuova creatura che sta per nascere (la Chiesa) ha bisogno di una madre: ecco la madre, la sua che diventa nostra.
L’ultima lezione di Gesù: donare.
Donare significa comunicare ciò che possediamo, significa scavare nella persona per deporre quanto di meglio possediamo, incuranti del clima da "calvario" nel quale ci troviamo spesse volte quando dobbiamo compiere gesti impegnativi.
Il calvario è il luogo e il tempo del coraggio: del ladrone che osa, di Giovanni che sta vicino al Morente, del centurione che professa una fede nascosta, della gente che si allontana battendosi il petto; ogni cristiano deve considerare a quale distanza sta dalla Croce, perché dalla distanza si misura la capacità di donarsi.

 

 

LO SCANDALO DELLA CROCE DI CRISTO
"Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede" (1Cor 15,14).

Introduzione

La vicenda storica della Passione di Cristo ha dato origine alla riflessione cristiana sulla sofferenza. Questa riflessione ha presentato l’evento della Passione e della sofferenza di Cristo come uno degli elementi più importanti e significativi della visione cristiana dell’uomo e del mondo.
Già presente nei testi più antichi del N. T. e poi sempre presente nella riflessione della chiesa, fin dalla prima predicazione (At 2,12-19; 3,12-36; 4,8-12; 7; 1Cor 15,35...) e lungo tutti i secoli fino al Concilio Vat. II e al post Concilio, ha dato origine alla Teologia della Croce.
È l’interpretazione cristiana della sofferenza a partire dal soffrire di Cristo concreto, non un pensare astratto.
Nella Costituzione Pastorale "Gaudium et spes" n. 22, il Concilio afferma che Cristo è la massima rivelazione dell’uomo a se stesso, e quindi anche del soffrire umano.

1. Lo scandalo della croce di Gesù

All’inizio dell’era cristiana la croce non era ancora considerata il simbolo della vittoria; era, invece, vista come un ricordo tanto aspro da non poter essere riproposta nella sua nuda crudezza, sicché furono preferiti altri segni che richiamassero l’evento. Si usò l’albero della nave tagliato in alto da un palo trasversale, l’àncora, l’uomo che prega a braccia aperte, il serpente attorcigliato all’albero...
Era un modo per coprire la "vergogna del fatto".
La morte di Gesù è stato l’evento più atroce, inaccettabile e scandaloso che la storia abbia mai conosciuto.
Lo scandalo è ancora più grave perché Chi muore è innocente.
Un uomo in pieno vigore delle sue forze, innocente, vissuto sempre e soltanto di amore e fedeltà verso il Padre, muore.
Dio non sembra muovere un dito per aiutarlo!
Sul Calvario non c’è stato nessun silenzio di Dio; il Padre è intervenuto in modo così autentico e paradossale, così diverso da quello che volevano gli uomini ("discendi dalla croce e crederemo"), da sfuggire al loro controllo.
Il libro amaro della croce si legge alla luce della Risurrezione.

2. La croce non proviene dal Padre

Sono stati gli uomini a preparare la croce al Figlio di Dio. Sono stati gli oppositori di Dio a giustiziare Gesù.
Il Padre ha fatto di tutto per scongiurare la croce, illuminando gli uomini, mediante l’azione di Gesù, i suoi discorsi sull’amore, i suoi miracoli.
Gli uomini non hanno ascoltato i messaggi, non hanno letto i segni. Gesù non la vuole; la subisce.

La croce accettata volontariamente e liberamente dimostra che Dio ci ama e pur di continuare ad amarci accetta tutte le condizioni, anche la croce. Egli vuole continuare ad offrirsi come dono.
La croce non è il conto penale richiesto da Dio Padre per perdonarci il peccato, ma è l’assicurazione del suo più grande amore.

3. La realtà della Risurrezione

La Risurrezione deve interpretare tutta la vita di Cristo, compreso lo scandalo della croce.
S. Paolo nella 1Cor 15,17-19, scrive: "Se Cristo non è risorto, è vana la nostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini".
Senza la Risurrezione il cristianesimo non sarebbe mai nato!
Lo scandalo della croce va rimosso. La realtà della croce non può essere tollerata o glorificata, ma combattuta.
La Risurrezione non mira a consacrare la croce, ma ad abolirla per sempre; in Gesù la croce è superata definitivamente.
Ci può essere un malinteso: Cristo appare ai suoi con i segni della passione, oppure, quando facciamo memoria della passione, morte e resurrezione nella messa, questo può far concludere che la croce rimane perenne.
Non è la Croce, ma il Crocifisso, che resta in quanto glorificato, per ricordare il frutto della vittoria iniziato sulla croce.
La provocazione a "discendere dalla croce" è stata accolta; non però come volevano i Farisei e i Sacerdoti, ma come voleva il Padre.
Cristo è sceso dalla croce in trionfo.
Il Padre non ha perso la faccia durante la morte del Figlio, ma è intervenuto a modo suo, pur lasciando che gli uomini dessero sfogo alla loro malvagità. Lo ha risuscitato, e questo è molto di più del previsto.

4. La vittoria dell’amore

La croce viene superata per opera di Dio.
È interessante leggere i commenti dei primi Padri della Chiesa riguardo alla vittoria di Cristo. Essi parlano "dell’astuzia di Dio" sulla croce, nei confronti del demonio.
"Il demonio - si legge - ha vinto gli uomini per astuzia; ora Dio lo vince con la stessa arma. Gli presenta un amo rivestito dell’esca più attraente, quella del Corpo di Cristo; egli abbocca, ma dentro il boccone dell’Umanità di Cristo sta l’amo della sua Divinità che trascina il demonio legato e vinto".
Siamo troppo abituati a contemplare la croce dal basso. Vediamo Cristo che sale al Calvario, che si allontana da noi; quasi si perde di vista. Allora scuotiamo il capo tristi e delusi.
Anche il Padre contempla la croce ma dall’alto; la offre a noi come segno di riconciliazione. Noi sotto la croce ritroviamo Dio.
Un’altra prospettiva inesatta è quella di considerare la sofferenza, il sangue, la croce, la morte di Cristo, staccati dal Cuore, dalle disposizioni interne con cui visse la passione, l’amore che ha accompagnato i momenti più tragici della sua vita.
La redenzione non dipende dalle realtà fisiche: il sangue ha lavato i peccati del mondo, ha purificato le coscienze, la croce ha pacificato gli uomini, la morte ha sancito la Nuova Alleanza... (Ebr 9,14-22; Ef 1,7; Col 1,20; At 20,28... ), sono riflessioni bibliche sacrosante. Ma al di sotto di tutto questo c’è un movente, un aspetto che Dio ha voluto manifestarci in modo così tragico.
È stato il dono di sé fino alla morte: è stato l’amore della SS. Trinità per gli uomini: questa è la grande rivelazione di Gesù. La croce è l’assicurazione del suo più grande amore.

5. "Ecco, faccio nuove tutte le cose" (Ap 21,5)

Nella Bibbia l’aggettivo "nuovo" esprime il desiderio dell’uomo che vede realizzato finalmente qualcosa di diverso che lui stesso non sarebbe riuscito a fare.
Noi chiamiamo tutto questo la "novità del Vangelo".
Il libro dell’Apocalisse, dal quale è stata presa la frase del titolo, è una lettera di consolazione e di speranza indirizzata a una comunità minoritaria, sperduta in un mondo ostile, che sta attraversando un profondo e confuso travaglio culturale, sociale e religioso.
Scopo dell’Apocalisse è di aiutare la comunità cristiana a guardare se stessa e il mondo dalla giusta angolatura.
Il male e il bene impastano la storia, ma il cristiano considera tutto secondo l’ottica di Gesù: il grano e la zizzania crescono insieme, il granello di senape è destinato a diventare un albero ospitante, il lievito poco e insignificante smuove una massa di pasta. (Mt 13,24-43)
Due sono i mezzi suggeriti dal Maestro per rinnovare il mondo:
- La sapienza, che è capacità di "discernere, valutare" le situazioni secondo l’ottimismo di Dio, il Quale conosce l’uomo nel profondo ed è vissuto in prevalenza tra zizzania (pubblicani, prostitute, ladri...) comportandosi da medico e non da giustiziere.
- La pazienza che non è soltanto sopportazione, costanza nella fatica e nei dispiaceri, ma è forza di attesa.
La chiesa dell’Apocalisse si trovava in una società confusa; oggi la mia chiesa si trova in un’altra confusione. Alla fine del secondo millennio della nascita di Cristo, è ancora notte, quella del tradimento di Giuda, quella del sonno degli apostoli, quella della fuga per timore, quella delle catacombe...
Fiammelle illuminano anche i nostri giorni; sono i martiri di oggi, i testimoni della Verità. Noi preferiamo ammirarli, ma non imitarli.
Il mondo nuovo è iniziato con la risurrezione di Cristo; il seme della nostra risurrezione è stato seminato in noi con il battesimo e matura al calore dello Spirito Santo, "che è Signore e dà la vita".
Rinnovati nel nostro spirito, corriamo verso Dio gridando: "Il mio cuore è inquieto finché non riposa in te, o Dio". (s. Agostino)

^