CAMMINARE ALLA PRESENZA DEL SIGNORE
(Morandini Giuseppe)


autori
titoli

Indice:

Presentazione
Un aiuto simile a lui
Compagno di viaggio e guida
In cammino con Gesù
Preghiera del cammino

 

 

 

 

"Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro". (Gen 17,1)
"Mi affido alle tue mani; tu mi liberi, Dio fedele". (Sal 30,6)

 

PRESENTAZIONE

La prima persona che ha letto queste pagine ha detto: "Sono pensieri semplici, che rasserenano...".
Indicare la via cristiana della serenità è l’intenzione di chi ha scritto in sincerità, gratitudine e gioia.
"Camminare alla presenza del Signore" per me è sempre stata la scelta di fondo, lo scenario sereno della mia vita. Il richiamo classico - non sempre positivo - "Dio ti vede" mi diceva, fin dall’infanzia: "... Ti vede, ti accompagna, ti aiuta, ti sorprende, ti perdona, ti accoglie,...". L’occhio del Signore Dio ti vede con tenerezza.
Ora i passi del mio cammino si fanno più lenti... Auguro a me e a tutti di "camminare alla presenza del Signore" sino alla fine: all’incontro nella casa del Padre.

"Io so da dove vengo e dove

Per spiegare e far comprendere il mistero della sua persona ad alcuni Farisei che non ne accettavano l’autorità, Gesù disse: "Io so da dove vengo e dove vado" (Gv 8,14).
Conoscere la propria origine e, nello stesso tempo, la meta finale del cammino della vita, significa possedere il senso preciso dell’esistenza e la motivazione segreta di ogni operare.
La natura umana nasce, vive e muore...
La sorgente immediata della vita è il grembo della madre. Gli istanti della morte sono avvolti nell’ombra del mistero.
Per il cristiano, che ha scelto Cristo e lo segue, l’alba della vita e il suo tramonto sono illuminati dalla luce della divina rivelazione. Come lo sono tutti gli altri momenti dell’esistenza, felici e dolorosi.
L’inizio della vita di ogni persona, secondo la fede, è stabilito dalle eterne parole di Dio: "Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza..." (Gen 1,26).
Tutto il seguito della vita si svolge alla presenza di colui che è Creatore e Signore di tutte le cose. "Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra" (Gen 1,28).
L’esistenza umana si chiude nella luce di Cristo, Figlio di Dio, morto e risorto per la salvezza di tutti gli uomini che credono in lui. Per essi Cristo è liberazione dalla morte; è risurrezione e vita per sempre. "Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno" (Gv 11,25).
Il cristiano, come Gesù e per Gesù, "sa da dove viene e dove va".
Un canto religioso moderno dice: "Io lo so, Signore, che vengo da lontano: prima nel pensiero e poi nella tua mano..." (Sequeri).
L’apostolo Paolo scriveva ai cristiani di Roma: "Dio Padre, da sempre, ci ha conosciuto e ci ha chiamati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29).
Nel tempo della sua vita terrena, il cristiano "cammina nella fede; finché abita nel corpo, è in esilio, lontano dal Signore". È pieno di fiducia ed attende di allontanarsi dal corpo e abitare presso il Signore. Si sforza di essere a lui gradito. Attende la "visione" (Cfr. 2Cor 5,7-9).
La morte fisica è un "passaggio", un "transito" dall’esilio del corpo alla "visione di Dio".
La "visione di Dio", per chi ha operato il bene ed è vissuto da "figlio di Dio" nella ricerca della sua santa volontà, è il "dove va" il cristiano. "Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1Gv 3,2).
Nell’attesa, il cristiano non è nell’angoscia, nella paura. Non è triste. È sereno, vigilante, operoso.
"Il Signore è vicino: non angustiatevi per nulla" (Fil 4,5-6).
Il cristiano "cammina e canta" (s. Agostino). Canta le "meraviglie che il Signore opera nel mondo" (Sal 76,12).
Cammina e sa "da dove viene e dove va".

Dio ci chiama per nome

Nessuna creatura è anonima dinanzi a Dio.
"Dio conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome" (Sal 146,4). Ha dettato all’universo le sue leggi. Porta il nome di ogni uomo scritto sulle palme delle sue mani (cfr. Is 49, 16). Nulla gli è ignoto o nascosto della nostra esistenza. Dice il Salmo 138: "Signore, tu mi scruti e mi conosci... Penetri da lontano i miei pensieri... Ti son note tutte le mie vie. La mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta... Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?... Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano... Per te le tenebre sono come luce... Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio. Tu mi conosci fino in fondo... Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri... Guidami sulla via della vita".
Il nome di Dio creatore, signore e padre, deve essere ugualmente noto e familiare per ogni cristiano.
Il secondo dei Comandamenti dice: "Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio" (Dt 5,11).
Impronunciabile era, per il pio israelita, il nome del Signore. Ad esso erano riferiti i titoli più belli e più carichi di intensità spirituale: il silenzio, nel timore e nel rispetto, era la massima lode. "Per il tuo nome, o Altissimo, il silenzio e la lode".
Gesù, nella preghiera che ci ha insegnato, ci fa dire: "Padre nostro... sia santificato il tuo nome" (Mt 6,9). Con l’apparire della "amabilità" del Figlio di Dio fatto uomo, è terminato il tempo del timore e del silenzio. La più grande lode del nome santo di Dio non è più il silenzio, ma l’invocazione, la preghiera, l’uso quotidiano e familiare del suo nome. "Il tuo nome, Signore, è la luce del mio mattino, è il calore del giorno, il conforto della sera. È la preghiera, la rivelazione, l’abbandono sicuro" (s. Giovanni della Croce).

Dio ci tiene per mano

Dio non ha mani. La Rivelazione biblica gliele attribuisce per far comprendere a noi la molteplicità e lo splendore dell’opera della Creazione e per dare concretezza agli atteggiamenti infiniti di amore e di tenerezza della sua continua Provvidenza.
"I cieli, Signore, sono opera delle tue mani" (Sal 102,26).
"Nelle sue mani sono gli abissi della terra" (Sal 95,4).
"Le mani dell’Altissimo hanno teso l’arcobaleno" (Sir 43,12).
"Le tue mani mi hanno plasmato..." (Sal 119,73).
La mano di Dio conduce l’uomo.
"Mi guida sul giusto cammino" (Sal 23,3).
"Io sono il Signore tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: Non temere, io ti vengo in aiuto" (Is 41,13).
Dio è amore, è proposta di libertà. Gli uomini, da lui creati liberi e responsabili, sono "tenuti per mano" con intelletto di amore. "Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e segue con amore il suo cammino. Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano" (Sal 37,22-24).
"Veglia", "guida", "conduce"... trasmettendo con la sapienza e la forza della sua mano i doni della sua Provvidenza.
La scelta della strada da percorrere, l’attenzione e la sollecitudine per gli impulsi della mano del divino accompagnatore, è nella libera decisione di ogni persona. "Nulla sfugge alla sua mano" (Tb 19,2), se non la volontà dell’uomo, capace di ignorare e di contraddire la volontà di chi lo vuole guidare al bene, ma non senza il suo libero consenso. L’uomo ha la capacità misteriosa di staccarsi dalla mano di Dio e di sottrarre ad essa tante realtà della sua esistenza.
Temerariamente la creatura umana sceglie di prendere "in esclusiva" la vita nelle proprie mani. Dimenticando, rifiutando la mano di Dio, decide di "camminare da solo", ignorando il giudizio della saggezza perenne: "Guai a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi" (Qo 4,10).
L’uomo capace di affidarsi a Dio prega:
"Mostrami, Signore, i prodigi del tuo amore, tu che salvi dai nemici chi si affida alla tua destra. Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all’ombra delle tue ali..." (Sal 16,8-9).

Il silenzio di Dio non è assenza

La parola del Signore è la luce di chi cammina alla sua presenza. Il Signore parla e il suo servo lo ascolta, perché nella divina parola si nasconde il segreto della vita.
E quando il Signore tace? Quando la sua parola non sorge più come la luce del mattino? Quando non è più il pane quotidiano del pellegrino?
Tempo del silenzio e dell’assenza divina...
L’orante dei Salmi si esprime così: "Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando nell’anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento? Guarda, rispondimi, Signore mio" (Sal 19,1-4).
"A te grido, Signore. Non restare in silenzio, mio Dio. Perché se tu non mi parli, io sono come chi scende nella fossa" (Sal 42,10).
Gesù, morente sulla croce, ha sperimentato il silenzio e l’assenza del Padre. Ha manifestato questo indicibile tormento con le parole del Salmo: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia liberazione... Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo... Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta" (Sal 21,1-2).
Perché l’uomo di fede, il santo, il Figlio di Dio fatto uomo, passano attraverso il deserto del silenzio e dell’assenza del Signore Dio?
S. Teresa d’Avila, esperta dei silenzi di Dio, dà questa risposta:
"L’amore ha tempi per parlare e tempi per tacere. C’è qualcosa che si può far comprendere solo col silenzio e con l’assenza. Il silenzio e l’assenza di Dio sono sempre una momentanea attesa del suo passaggio luminoso e della sua parola inebriante" (dalle Lettere).
Lo conferma chiaramente l’orante dei Salmi.
"Guarda, rispondimi, mio Dio, conserva la luce ai miei occhi... Nella tua misericordia ho confidato. Gioisca il mio cuore nella tua salvezza e canti al Signore, che mi ha beneficato" (Sal 13,4-6).
Anche Gesù ha pregato: "Lodate il Signore, voi che lo temete, perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma al suo grido di aiuto, lo ha esaudito" (Sal 22,24-25).
Nella medesima preghiera (Sal 22) c’è l’amarezza dell’abbandono e la certezza gioiosa dell’aiuto.
"Sono qui", ripeteva continuamente Dio ai Patriarchi e Profeti, nelle vicende tristi e liete della storia santa del popolo eletto. "Non vi lascio soli. Sono sempre con voi" (Mt 28,20), dice Gesù a tutti i suoi discepoli.
Gesù fa la promessa dopo aver sperimentato per se stesso la misteriosa e indefettibile presenza del Padre in ogni momento della sua esperienza umana: "Colui che mi ha mandato, non mi ha lasciato solo" (Gv 8,29).
Restano, per sempre, le parole preziose dette da Dio al profeta Isaia:
"Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani" (Is 49,15).

"Il Signore tuo Dio ti ha portato..."

Il Deuteronomio, soprattutto attraverso i discorsi di Mosè, narra i grandi avvenimenti dell’Esodo, del Sinai. Ricorda le ribellioni del popolo, il rinnovamento della promessa di fedeltà al Signore, l’accondiscendenza di Dio e la sua fedele amicizia con Mosè. Questa rievocazione è fatta con grande gioia e immensa gratitudine. Il "canto di Mosè" (cap. 32) ne è lo specchio.
"Ascoltate, o cieli; io voglio parlare: oda la terra le parole della mia bocca!... Voglio proclamare il nome del Signore: date gloria al nostro Dio!" (Dt 32,1-3).
Si sa bene che il cammino dell’Esodo - quarant’anni di peregrinazione nel deserto - non fu un tempo facile per il popolo ebraico. Anzi, fu tempo di prova, come dice la divina Scrittura:
"Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi" (Dt 8,2).
L’esperienza di vita del popolo ebraico, così come viene narrata dalla Bibbia, è identificata a quella del singolo uomo che, passando tra le gioie e le sofferenze naturali delle diverse fasi di età, cresce e matura nella propria identità.
Il tempo del deserto, con le sue vicende tristi e gioiose, è stata la strada per "camminare alla presenza del Signore" che lo aveva scelto e prediletto.
Nella prova il Signore Dio non ha mai abbandonato il suo popolo. Anzi, lo ha soccorso, confortato, guidato, perché non si smarrisse.
Con linguaggio forte, primitivo ed eccessivamente personalizzato, Mosè dice:
"Egli (il Signore), dunque, ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore... Riconosci, dunque, in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te" (Dt 8,3-5).
La paternità di Dio, tanto rara nei testi dell’Antico Testamento, si affaccia qui con una funzione divina-umana essenziale: la correzione dei figli.
Dio Padre, come ha insegnato infallibilmente Gesù, non castiga l’uomo nella sua fragile esistenza umana: lo richiama, lo illumina, lo provoca, lo rimprovera. L’intervento di Dio non è mai risentimento, vendetta, capriccio. È correzione paterna: è amore, perché Dio è amore.
Le parole di Mosè, "il più amabile degli uomini e amico di Dio, che parlava faccia a faccia con lui", non ci lasciano dubbi:
"Nel deserto hai visto come il Signore tuo Dio ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino che avete fatto finché siete arrivati qui... Egli andava innanzi a voi nel cammino, per cercarvi un luogo dove porre l’accampamento, di notte, nel fuoco, per mostrarvi la via dove andare, e di giorno nella nube" (Dt 1,31-33).
Così, il "cammino dell’Esodo", come per il popolo eletto, è, per ogni cristiano, un "camminare dinanzi a Dio".

"Chi cammina con me cammina nella luce"

L’apostolo Giovanni dice nel prologo del suo Vangelo: "Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (Gv 1,9).
Dal primo istante della sua incarnazione, il Figlio di Dio fatto uomo ha iniziato il cammino tra gli uomini per indicare loro la via della salvezza, che conduce alla casa del Padre. Si è fatto "buon Samaritano" dell’uomo ferito dal peccato, in ogni tempo e in ogni luogo della terra.
Gesù ha detto di sé: "lo sono la luce del mondo: chi cammina con me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12).
Il cristiano è il discepolo di Gesù: per lui e con lui, primogenito, è diventato figlio di Dio. Camminando alla sua sequela impara lo "stile di vita" di Gesù, che è lo stile dei figli di Dio. Le "Beatitudini" sono la "mite disciplina evangelica" di chi cammina con Cristo. La carità, amore indiviso per Dio e per il prossimo, è la "legge" originale e affascinante dei discepoli di Gesù.
Gesù descrive con chiarezza il proprio stile di vita, che deve diventare anche quello dei discepoli: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi si perde o rovina se stesso?" (Lc 9,23-25).
L’evangelista Luca fa notare: "A tutti diceva...". Non è un invito per alcuni privilegiati. È per tutti coloro che scelgono di seguire Gesù.
Così come suonano, schiette e rudi, le parole di Gesù sembrano un invito alla distruzione della propria identità personale; una sollecitazione masochista alla ricerca di guai, quasi la proposta di un plagio. C’è chi l’ha interpretata così, ma ha preso un abbaglio grossolano. Lo prova, senza perderci in difficili ragionamenti, la schiera immensa, variegata e affascinante di coloro che hanno seguito le tracce del Maestro in questi quasi venti secoli di storia del Cristianesimo. Personalità ricche, armoniose; intelligenze altissime e illuminate; cuori felici di uomini e di donne, in tutti gli stati di vita. Testimoni di caratteristiche umane dolcissime, cariche di poesia. Coloro che danno la vita per Cristo, veramente la salvano. Non hanno rovinato, né perduto se stessi, per guadagnare il mondo. Un guadagno, veramente, c’è: è quello finale, decisivo. Lo promette Gesù: "Voi siete quelli che hanno camminato con me, nelle mie prove. E io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa, nel mio regno" (Lc 22,28-30).
Sarà il termine del cammino: la festa senza fine, nella casa del Padre.
"In questo sta l’amore: camminare nei suoi comandamenti" (2Gv 6).

"La luce che illumina il cammino"

Gesù, "la luce vera, che illumina ogni uomo", non è più visibilmente in mezzo a noi.
"Beati coloro che credono senza vedere", ha detto il Signore all’apostolo Tommaso.
"Camminiamo nella fede, non nella visione", scriveva Paolo ai primi cristiani.
Il Verbo di Dio, che è luce, risplende e illumina nella fede, attraverso le sue "tracce", impresse nella creazione; i "segni dei tempi", come arcobaleni nella storia dell’umanità. Soprattutto attraverso la "divina parola", portata da lui sulla terra, come "buona novella" di salvezza.
Il cristiano, nel suo cammino quotidiano, ha precisi punti di riferimento, che gli danno il riverbero, qualche volta un po’ velato, della volontà di Dio, che è legge suprema e pacificante della sua vita.
C’è una "obbedienza alle cose" di ogni giorno: le relazioni personali, il lavoro, il tempo, la salute. C’è una "obbedienza alla legge", ordinamento razionale della convivenza umana, promulgato legittimamente da chi ha autorità. C’è una "obbedienza alla coscienza morale personale", è voce di Dio nel profondo di sé e confronto creativo e fraterno con la comunità ecclesiale e civile.
"Tutto ha voce", anche al di fuori della "divina parola" rivelata: il Creatore non è muto. "Dalla parola del Signore furono creati i cieli" (Sal 33,6).
La "divina parola", rivelata prima attraverso i Patriarchi e i Profeti, negli ultimi tempi, in Cristo Gesù, parola incarnata del Padre, è la luce suprema per i discepoli di Gesù, figli di Dio.
"Quanto sono dolci, Signore, al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca. Dalle tue parole ricevo intelligenza" (Sal 119,103-4).
"La parola uscita dalla mia bocca non tornerà a me senza effetto" (Is 55,10).
"La parola di Dio è viva ed efficace" (Eb 4,12).
"La parola di Dio è stabile come il cielo. Nel rivelarsi, illumina" (Sal 119,89.130).
"La parola del Signore dura per sempre (Is 40,8), è irrevocabile (45,23), è vera (Dn 10,1)".
"La parola di Dio risana (Sap 16,12), rigenera" (1Pt 1,23).
"Chi teme il Signore custodisce nel cuore la sua parola, la conserva, spera nella parola, in essa ha fiducia" (Sal 119,11.42.57.81).
"L’uomo vive della parola che esce dalla bocca del Signore" (Dt 8,3).
"L’uomo vivrà di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4).
"La parola di Dio è più tagliente di ogni spada (Eb 4,12-13).
"Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino... I miei occhi si consumano nell’attesa della tua parola di giustizia. Agisci con il tuo servo secondo il tuo amore e insegnami i tuoi comandamenti" (Sal 119,105.123).
La parola del Signore diventa legge sul monte Sinai.
"Felice l’uomo, che cammina nella legge del Signore" (Sal 119,1). "La tua legge, Signore è la mia gioia" (Sal 119,77).
"Quanto amo la tua legge". "Grande pace per chi ama la tua legge" (Sal 119,165). "In ogni sapienza c’è la pratica della legge" (Sir 19,18).
"L’amore è osservanza della legge" (Sap 6,18).
Con Gesù la legge è "beatitudine". "Beati quelli che ascoltano la parola e la mettono in pratica" (Lc 11,28).
"Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge. Non sono venuto per abolirla, ma per portarla a compimento" (Mt 5,17).
La legge di Gesù è "legge dello Spirito che dà vita" (Rm 8,2).
Egli ha detto: "Le parole che io vi ho detto sono spirito e vita" (Gv 6,63). "Chi ascolta la mia parola, ha la vita eterna" (Gv 5,24).
Gesù ha detto di sé: "Il mio cibo è compiere la parola del Padre che mi ha mandato" (Gv 4,34).
Ha detto anche: "Le parole, che io vi dico, le dico come il Padre le ha dette a me" (Gv 12,50).
Osservando la parola di Dio si entra veramente in familiarità con lui: "Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 8,21).

Parola e vita

La "vita eterna" è la vita di Dio, che rende "partecipi della natura divina" (1Pt 1,4). "Se uno mi ama, osserva la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo in lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,29).
L’inabitazione della divina Trinità nel cuore dei cristiani è una verità della fede, che apre prospettive infinite nelle relazioni interpersonali tra l’uomo e Dio. Il Trascendente, che è al di sopra del tempo e dello spazio, si rende misteriosamente e gratuitamente presente lì, nel cuore dell’uomo, per condividerne l’avventura della sua quotidianità di figlio di Dio.
È per la rigenerazione battesimale che ciò avviene, ed è per i meriti della morte e risurrezione di Cristo Gesù salvatore. "Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio" (Gal 4,4-7).
Diventato figlio nel primogenito Gesù, il cristiano non solo cammina alla presenza di Dio ma, per la vita di grazia, "vive in familiarità con lui", è "in dialogo perenne", ne "condivide i beni"; ed attende, vigilante e fedele, la "eredità futura".
"Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?... Santo è il tempio di Dio, che siete voi" (1Cor 3,16).
Nel segno del sacramento della Confermazione lo Spirito "prende possesso in pienezza della sua casa". Nel segno dell’Eucaristia ogni cristiano "siede alla mensa di famiglia" per mangiare il pane della parola e della carne di Cristo, partecipando al suo sacrifico che si rinnova perennemente per la salvezza del mondo. Nel segno della Riconciliazione "muore al peccato e risorge alla vita", rifacendosi nuovo. Nel segno del Matrimonio "consacra l’amore nuziale" che è simbolo dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. Nel segno dell’Ordine sacro il presbitero "si identifica a Cristo pastore" che serve il popolo di Dio. Nel segno dell’Unzione degli infermi ogni fedele "si commisura alla croce di Gesù" che può risanare e confortare.
Gesù eucaristico, che si fa viatico per i morenti, accompagna nelle ore della più completa e dolorosa solitudine umana fino alla soglia della casa del Padre. Egli, "mediatore, che intercede continuamente per noi" (Eb 7,25), rende beatificante l’incontro con Dio di chi è vissuto in fedeltà nella sua sequela.
Gesù, compagno inseparabile di viaggio, non ci lascia mai. "Non vi lascio soli. Vado a prepararvi un posto... Tornerò a prendervi, perché dove sono io siate anche voi" (Gv 14,1-2).

Il pane della vita

"Indispensabile, per la vita, è il pane" (Sir 29,21). "Ogni uomo mangerà il pane con il sudore del suo volto" (Gen 3,19).
"L’uomo non vivrà di solo pane" (Lc 4,4), ha detto Gesù, riferendo un testo solenne della divina scrittura (Dt 8,3).
Alla fame spirituale di ogni essere intelligente, Dio, creatore e Signore, risponde con il cibo della sua parola.
Una risposta ancora più misteriosa e appagante la dà Gesù, offrendo se stesso come "pane di vita". "Il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero. Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo... Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame... Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno" (Gv 6).
Nel suo cammino spirituale quotidiano il discepolo di Gesù ha il pane "assicurato" nella garanzia della fede.
Non può venir meno per fame, a meno che "non dimentichi di mangiare il suo pane" (Sal 102,5). "La santa Messa quotidiana è la redenzione quotidiana". Nel sacrificio della croce, che si attua nella cena eucaristica, il corpo e il sangue di Cristo, offerti al Padre nella potenza dello Spirito, si fanno cibo e bevanda di salvezza per la famiglia dei figli di Dio riunita per celebrare la Pasqua del Signore.
Restando ospite nel tabernacolo, nel segno del pane, Cristo Gesù si fa cibo quotidiano anche per i malati, viatico per i morenti.
Nel silenzio del tabernacolo, egli resta in attesa di visite, di adorazione, di passaggi, anche fugaci, alla porta della sua casa.
Gesù, anche come pane, è compagno di viaggio. Entra in noi per trasformarci in lui e darci luce, forza. "Il pane, che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51).
Gesù eucaristico è la "compagnia" del mondo, non solo del singolo uomo. È la "vita del mondo", non degli individui soltanto.
Come il cristiano può morire di fame o di solitudine? Come può la comunità cristiana inaridire fino al punto di non essere più capace di far sentire, al suo interno e ai lontani, la "presenza", la "vicinanza", la "compagnia" di Cristo? Soltanto "se si dimentica di mangiare il suo pane, il suo cuore si inaridisce come stoppia" (Sal 102,5).
La comunità è povera anche di pane quotidiano da spezzare con i poveri, se non spezza con fede il pane della vita, il vero pane disceso dal cielo.

Nel deserto, l’oasi del ristoro

Il cammino quotidiano della vita non è sempre facile. La stanchezza, la scoperta dei limiti personali, le ferite della convivenza, la polvere della strada... possono appesantire il nostro andare.
I discepoli di Gesù conoscono la povertà spirituale, la fragilità, la tentazione. Come le hanno sperimentate gli apostoli, quando il Maestro era presente in mezzo a loro fisicamente.
Il cammino dell’uomo nella fede, dopo il peccato originale, è lotta, è battaglia, anche contro le insidie del tentatore, nemico di Dio e delle sue creature.
Gesù è il vincitore assoluto del male. La sua vittoria è partecipata a coloro che credono in lui e in lui trovano la salvezza.
La lotta del cristiano contro il male, sostenuta dalla grazia, avrà la vittoria finale nella gloria della risurrezione. Risorti con Cristo nella gloria, non ci sarà più alcun male.
Nell’attesa della venuta gloriosa del Signore Gesù, che giudicherà il bene e il male, i discepoli combattono ogni giorno la battaglia del bene con le armi della fede, della speranza e della carità.
Nella lotta del bene contro il male nessuno è solo. Lo afferma s. Paolo con chiarezza: "Egli (il Signore) mi ha detto: ti basta la mia grazia; la mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza" (2Cor 12,9).
La "potenza" di Dio si manifesta in pienezza soprattutto nella misericordia e nel perdono: la misericordia aiuta, sostiene, dà coraggio; il perdono medica, risana, rinnova, conforta.
Tutto il messaggio evangelico è "lieta notizia" della bontà e misericordia di Dio che "è ricco di misericordia" (Ef 2,4) e "manifesta la sua onnipotenza soprattutto nel perdono" (Liturgia). Gesù ha proclamato con la parola e testimoniato con la propria persona la misericordia e il perdono del Padre. "Dio ha tanto amato il mondo da donare il proprio Figlio" (Gv 3,16). "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Lc 5,32).
Il male, il peccato, nella sua estrema gravità, è la vera e più grande solitudine dell’uomo: è allontanamento da Dio, separazione da lui, ribellione al suo amore, morte della sua vita divina donata nel Battesimo.
Il peccato, per il cristiano, è ritorno alla schiavitù dopo essere stato liberato da Cristo con il suo prezioso sangue. Il peccato, che è rifiuto dell’amore di Dio, trasgredendo la sua legge, è tentativo di autonomia assoluta, è ingenua prova di autosufficienza, quando non è ignoranza, fragilità incosciente...
Dio non si arrende mai ai falsi progetti di salvezza delle sue creature. Creatore, le ha plasmate nell’intimo, le conosce, le ama. Per esse ha dato ciò che di più prezioso gli appartiene: il Figlio unigenito, morto e risorto per liberare gli uomini dal male.
"Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tim 2,4). Solo in questa prospettiva si può comprendere in pienezza il gesto "divino e impensabile" di Cristo, che dà ai discepoli il dono della sua identità personale, rendendoli capaci di perdonare i peccati. Una cosa che solo Dio può fare. "Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi" (Gv 20,21-23).
Ciò avverrà per sempre, in tutto il mondo, là "dove sono riuniti due o tre nel nome di Gesù" (Mt 18,20).
Nel segno del sacramento della Riconciliazione i discepoli di Gesù camminano pieni di coraggio e di fiducia: "Con l’aiuto della tua misericordia saremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni paura, nell’attesa della beata speranza e che venga il nostro Signore Gesù Cristo" (Liturgia della Messa).

UN AIUTO SIMILE A LUI

L’uomo porta nel cuore una solitudine esistenziale. È il marchio indelebile della sua natura creaturale. La nostalgia della sorgente. È inquieto, finché non torna al suo Creatore. La creatura allevia la solitudine dell’uomo in proporzione alla sua capacità di essere riflesso del volto del Creatore.
Dio è preoccupato della solitudine dell’uomo fin dai primi giorni della creazione. "Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile" (Gen 2,18).
Ecco la risposta: il dono della donna all’uomo; e dell’uomo alla donna, perché costruiscano insieme una piccola comunità di vita, di amore, di alleanza con Dio. "Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò... Il Signore Dio plasmò una donna e la condusse all’uomo" (Gen 2,18-20).
La solitudine si anima e l’uomo esclama, colmo di gioia e di gratitudine: "È carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa!" Si chiama "donna": uguale a lui in dignità; diversa, complementare e soggetto di reciprocità.
Nello scenario rigoglioso della creazione si affaccia, per la prima volta, l’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna, simbolo dell’amore sponsale, fedele e tenero di Dio per l’opera delle sue mani. "Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie; e i due saranno una sola carne" (Gen 2,24).
Il Matrimonio cristiano, "sacramento grande in Cristo e nella Chiesa" (Ef 5,32), è un cammino a due dinanzi al Signore, che chiama a vivere il suo amore sponsale, in coppia una e indissolubile.
Nel matrimonio si forma la famiglia, piccola comunità, ad immagine della Trinità divina, dove la legge dell’amore si traduce nell’"onore" per il padre e la madre, "immagine di Dio"; nella "gratuità", che restituisce ai fratelli ciò che si riceve continuamente da Dio; nella "solidarietà e nel servizio", ad imitazione del Maestro divino, Gesù.
"Beato l’uomo, che teme il Signore e cammina nelle sue vie. Vivrai del lavoro delle tue mani. Sarai felice e godrai d’ogni bene. La tua sposa come vite feconda nella intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti di ulivo intorno alla tua mensa" (Sal 128,1-3).
Nella fatica quotidiana, bella e impegnativa, di crescita reciproca dei coniugi e di educazione dei figli, l’esistenza è illuminata dal volto di Dio. Ogni vicenda, lieta e dolorosa, acquista senso. Il dolore porta alla depressione, alla sfiducia, allo sconforto disperato. Cerca, nella fede, aiuto, sollievo, accettazione, perché il Figlio di Dio, Gesù, si è fatto uomo, è morto ed è risorto, per condividere con noi la vita in tutte le sue vicende. "Venite a me voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò. Troverete pace per le vostre anime" (Mt 11,28-29).
L’educazione religiosa dei figli, tanto difficile in una società secolarizzata e materialista come la nostra, rimane fedele alla sua natura "di narrazione piena di meraviglia, di gioia e di gratitudine per le cose grandi e belle, che il Signore Dio ha fatto per noi". Illuminanti sono le parole di Dio: "Quando, in avvenire, tuo figlio ti domanderà: che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha date? Tu risponderai a tuo figlio: Eravamo schiavi del Faraone, in Egitto, e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili... Ci fece uscire di là per condurci nel paese, che aveva promesso ai nostri padri... Allora il Signore ci ordinò di mettere in pratica queste leggi... così da essere sempre felici" (Dt 6,20-24).
Il Signore cammina con noi. Noi camminiamo con lui, preceduti e guidati da Gesù, nostro fratello.
Questa è la nostra religione.

Con Dio, ma non soli

Può esistere, nel Cristianesimo, una "scelta di vita" per la "solitudine"? No, assolutamente!
Scegliere di stare "soli con Dio", nel deserto, nell’eremo, nel monastero, nel profondo del proprio cuore, significa inequivocabilmente entrare sempre più profondamente in "compagnia" del Dio, che è Trinità; vivere la "comunione" del Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa; "respirare" con tutta l’umanità, nella quale Cristo si è incarnato, e che gode della sua Provvidenza.
Il nostro Dio non è solitudine. Chi cammina con lui non può camminare solo.
L’uomo è stato creato eretto, perché gli sia più facile guardare in alto e attorno a sé. Guardando in alto, attinge la luce per vedere gli uomini come creature e figli di Dio. Guardando attorno a sé, divinamente illuminato, diventa più capace di solidarietà e di amore. "Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio. Passando per la valle del pianto, la cambia in una sorgente... Cresce lungo il cammino il suo vigore, finché compare davanti a Dio" (Sal 84,6-7).
Il discepolo di Gesù che, chiamato da lui, vive con radicalità la consacrazione battesimale e fa del Signore il suo "unico bene" nella consacrazione religiosa è l’uomo e la donna della "compagnia": nel deserto, nel chiostro, nel cuore solitario, parla continuamente a Dio dei fratelli. Agli uomini, che incontra sulle strade del mondo o nel silenzio, racconta le "meraviglie del Signore" e offre loro i doni della sua Provvidenza divina.
"Nessuno di noi vive per se stesso o muore per se stesso... perché se viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore" (Rm 14,7).
La verginità consacrata, la castità per il Regno, sono "il grano di frumento che, caduto in terra, marcisce e porta molto frutto" (Gv 12,24). Sono la partecipazione libera e gioiosa all’"amore sponsale" di Cristo, non nel matrimonio, che lo condivide con un’altra creatura, ma nella scelta esclusiva di Lui solo.
"Amore sponsale" fecondo non di figli nella carne, ma di frutti abbondanti nella grazia. "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi. E vi ho costituiti perché andiate e portiate molto frutto e il vostro frutto rimanga" (Gv 15,16-17). Il segreto è: "Rimanete in me, ed io in voi" (Gv 15,4).

COMPAGNO DI VIAGGIO E GUIDA

L’apostolo Pietro è stato compagno di viaggio, è diventato la prima guida nella Chiesa, voluta da Gesù come famiglia dei figli di Dio. Ha camminato con Gesù insieme agli altri apostoli e discepoli. Ha provato momenti esaltanti, sul Tabor, nella confessione di Cesarea di Filippo... È stato tentato ed ha gettato i suoi dubbi e i suoi timori sul Maestro che annunciava la sua passione e morte. Ne è stato duramente rimproverato. Nella paura e nell’angoscia, rimasto solo, ha rinnegato il Signore. Gesù, con uno sguardo di compassione, di tenerezza e di perdono, lo ha reintegrato nella sua amicizia e nella sua compagnia. Ha pregato per lui, perché, superata la prova, esperto della debolezza e del perdono, fosse capace di diventare, per la volontà suprema del suo Signore, guida dei fratelli. "Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede: e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,31-32).
Pietro fece la sua professione solenne di discepolo e di guida dei fratelli con una dichiarazione umile e solenne di amore per Gesù: "Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene" (Gv 21,17).
Nella Chiesa i sacerdoti, i vescovi, il papa sono fratelli e guide. "Con voi sono cristiano. Per voi sono pastore", diceva sant’Agostino ai fedeli. La via dei figli di Dio è comune: parte da Dio e a lui conduce, segnata dalle tracce di Gesù, il Figlio primogenito fatto uomo, perché gli uomini possano diventare figli di Dio.
La chiamata, i doni, i ministeri sono diversi.
Chi riceve autorità è deputato al servizio di tutti, come Gesù. "Io sono in mezzo a voi come colui che serve" (Mt 20,28). "Se io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi" (Gv 13,15).
Il servizio della "guida", nella Chiesa, è descritto da Gesù come quello del pastore. "Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore... Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Ascoltano la mia voce e mi seguono" (Gv 10,11-16).
La comunità ecclesiale è come un ovile: c’è vita, c’è calore. C’è il pastore, che conosce ed è conosciuto. Si ascolta la sua voce. La sua voce è quella di un uomo come noi. Ma egli, "ministro della grazia del Signore", è anche colui che parla in nome di Dio, annunciando con fedeltà e coraggio la sua parola. Distribuisce i doni del Signore, perché a nessuno manchi il "pane del cammino", e la "luce", che viene dall’alto.
La "pecora smarrita" sa che il buon pastore lascia le novantanove pecore nell’ovile per cercarla. È Gesù che cerca. Con lui e per lui ogni buon pastore vorrebbe avere la gioia di "ritrovare la pecora smarrita, caricarsela sulle spalle e tornare all’ovile con gioia per fare festa con gli amici" (Lc 15,4). Nell’ovile del Signore nessuna pecora è sola.

Nata dal cuore trafitto

L’evangelista Giovanni, narrando la morte di Gesù, termina con queste parole: "Uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia, e subito ne uscì sangue ed acqua" (Gv 19,34).
Sant’Agostino commenta: "Dal cuore trafitto di Cristo è nata la Chiesa". L’acqua è il simbolo del Battesimo, il sangue della Eucaristia. Sono i due Sacramenti che costituiscono la Chiesa per la potenza misteriosa della morte e risurrezione di Cristo.
La Chiesa è, così, primo e fondamentale "segno" di Cristo Signore e salvatore dell’umanità. È "luce delle genti" in Gesù, "vera luce, che illumina ogni uomo" (Gv 1,9).
È "corpo mistico" di Cristo, di cui egli è il capo. È "comunione di santi", che "ricevono dalla pienezza del Salvatore, grazia su grazia" (Gv 1,16).
È "famiglia dei figli di Dio", in cui Gesù è il primogenito, modellata sull’immagine della divina Trinità.
È "popolo pellegrinante" nella storia degli uomini, alla sequela del suo fondatore e maestro, animato dallo Spirito santo, dono del Risorto, sino alla fine dei secoli.
La Chiesa vive tre tempi della propria storia: il tempo della grazia, il tempo della purificazione e il tempo della gloria.
Il tempo della grazia è segnato dalla fede e dalle opere buone. È il tempo dell’esilio, lontano dal Signore, ma sempre in cammino verso di lui. Si chiude con il "transito" della morte.
La vita che passa, giorno dopo giorno, termina. Cambia, ma non finisce. È verità di fede. Dopo il "transito", il "passaggio" dalla vita mortale a quella eterna, che non finisce mai, c’è il tempo della purificazione. Tempo misterioso, noto solo a Dio che sa tutto: il tempo necessario per raggiungere quella limpidità interiore, richiesta per "poterlo vedere faccia a faccia e stare sempre con lui" (1Cor 13,12; 1Ts 4,17).
È la purificazione del "Purgatorio". È il tempo della vita di quella parte della Chiesa che attende la gloria.
Il tempo della gloria, che si costruisce nel tempo della grazia, inizia dall’incontro con Dio, pieno di stupore, di gratitudine e di felicità. "Sappiamo che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1Gv 1,3).
Tempo senza fine: eternità!
La Chiesa della gloria "vede, ama, possiede ed è posseduta" (san Tommaso d’Aquino) dal suo Dio e Signore, per sempre.
Nella Chiesa, che vive il tempo di grazia, di purificazione e di gloria, vive ognuno di noi.
Realmente "nessun uomo è un’isola" (T. Merton). Nessun cristiano è un viandante solitario. "Camminiamo, ogni istante, in una marea di gente, di ogni tribù, lingua e nazione. Come gocce piccolissime nelle acque senza confine degli oceani..." (Giovanni Paolo II)
Nella Chiesa del tempo della grazia camminano con noi uomini e donne che hanno i nostri stessi problemi, vivono le nostre ansie, godono le stesse gioie, nell’attesa del Signore Gesù che tornerà.
Nella Chiesa del tempo della purificazione, forse, attendono la nostra preghiera di suffragio e le nostre opere buone, offerte per loro, parenti e amici, che ci hanno amato e preceduto nel segno della fede. Il ricordo per loro è grande carità. Essi ricambiano, come solo Dio sa.
Nella Chiesa del tempo della gloria vivono felici i santi, amici di Dio proclamati nel culto o nascosti. I santi di cui portiamo il nome; i patroni delle nostre città e delle nostre parrocchie; i beati, che abbiamo conosciuto di persona... Tutti i nostri parenti e amici, che sono stati tra noi testimoni e annunciatori delle "meraviglie operate dal Signore". Uomini e donne evangelici, ricchi di umanità e di grazia. Spesso nascosti, ignorati, derisi da chi non gusta il sapore delle cose di Dio.
Se con i fratelli pellegrini nella Chiesa del tempo della grazia il dialogo può essere difficile, faticoso, con i fratelli del tempo della purificazione e, soprattutto, del tempo della gloria non dovrebbe essere così.
I fratelli defunti, anche se non ancora beati, sono vicini a Dio e a noi. Attendono il nostro ricordo, la nostra preghiera. Ci possono aiutare, assistere, incoraggiare...
I santi del cielo sono totalmente per noi, desiderosi per elezione di fare il bene, che è lode, gloria e onore dell’Altissimo.
Coloro che, nella casa del Padre, sono i "familiari di Dio" devono essere "familiari con noi".
Purtroppo, dalla maggior parte di noi, i santi sono tirati in ballo solo nella loro festa, o per ottenere favori.
Camminare alla presenza del Signore è anche "fare memoria dei santi": per ricordare i loro esempi, imitare le loro virtù, chiedere aiuto per essere fedeli e coerenti. Come sono stati loro.
Leggere la vita di un santo, ricordare i suoi esempi, rievocare la sua figura significa trovare compagnia, godere fraternità, condividere grazia e gioia.
Ce lo insegna la Chiesa, nostra madre e maestra.

Il volto della Madre

Dio è padre e madre, perché è amore infinito. L’amore è perfetto e fecondo nella paternità e maternità.
Nella sua infinita sapienza egli ha voluto donarci l’immagine del suo amore paterno, nel figlio Gesù. L’icona del suo amore materno ce l’ha donata, in modo particolare, in Maria di Nazareth, il "volto che a Cristo più si assomiglia" (Dante).
"Vergine madre, figlia del tuo Figlio - umile ed alta più che creatura, - termine fisso d’eterno consiglio, - tu sei colei che l’umana natura nobilitasti sì che il suo fattore - non disdegnò di farsi sua fattura" (Dante). Il poeta ha detto tutto e bene, con poche parole. E per noi aggiunge: "Donna, sei tanto grande e tanto vali, - che qual vuol grazia e a te non ricorre, - sua desianza vuol volar senz’ali. - ... In te misericordia, in te pietate, - in te magnificenza, in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate".
Dio conosce il nostro nome, ci tiene per mano. La sua mano è, spesso, quella di Maria, madre di Gesù e madre di ogni credente in Cristo. Prima e fedelissima discepola del Maestro.
Camminare con lei alla presenza di Dio è meno difficile.
Cristo, agonizzante sulla croce, a lei ha affidato Giovanni e con lui tutti i discepoli. "Gesù, vedendo la madre e lì, accanto a lei, il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio!’ Poi disse al discepolo: ‘Ecco tua madre!’. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19,26-27).
"Prendere Maria in casa" significa ospitare in casa l’aurora, che porta il sole della grazia; aprire la sorgente che dà l’acqua della vita; accogliere il tabernacolo dell’Altissimo.
Questa "casa" può essere il nostro cuore, la nostra famiglia, il nostro ambiente di lavoro, di incontro con gli altri, di gioia, di sofferenza.
"Appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo" (Lc 1,44).
Così ha esclamato Elisabetta.
Lo può cantare anche il discepolo che, al suono della voce di Maria, si accorge che in lui palpita la vita divina, la vita di Gesù, donato da Maria.
La Chiesa, nel suo anno liturgico, pone Maria all’inizio del cammino (festa dell’Immacolata Concezione), perché ella sia il primo modello dell’attesa. Chi, meglio di Maria, può insegnare ai discepoli ad attendere il Signore? Ha atteso la divina incarnazione nel suo grembo; la nascita, nella capanna di Betlemme; la deposizione dolorosa dalla croce; la beatificante apparizione del mattino di Pasqua; l’incontro eterno con lui, nella casa del Padre, dopo il suo transito da questa vita all’altra. Maria dell’attesa; Madonna dell’Avvento.
Anche l’inizio dell’anno civile si apre con Maria: il primo gennaio è la festa della sua divina Maternità. Sulla soglia dell’anno che inizia, Maria offre a tutti gli uomini, in particolare ai cristiani, colui che è l’inizio e la fine del tempo.
Presenta al discepolo, che cammina alla presenza di Dio, il migliore compagno di viaggio: Gesù, maestro e Salvatore.
Camminare con lui, ripercorrendo le tappe principali della sua vita umana, ripresentate dall’anno liturgico, significa imparare a conoscerlo, a volergli bene, a imitare le sue virtù. Gesù è "l’immagine del Dio invisibile" (Col 1,15), è "lo splendore del Padre" (Eb 1,3). Nella luce del suo volto ogni discepolo vede la luce che lo guida per vivere veramente da figlio di Dio. "Camminiamo, Signore, alla luce del tuo splendore" (Sal 89,16).

"In paradiso gli Angeli..."

L’ultimo saluto che il sacerdote rivolge al fedele defunto, prima che lasci la chiesa per essere portato al cimitero, dice: "In paradiso ti accompagnino gli Angeli... e ti introducano nella santa città..." (Liturgia dei defunti).
Il cammino è terminato. La meta è raggiunta, per chi è stato fedele al suo Signore.
Dopo il giudizio particolare, che è essenzialmente un "rispecchiarsi nel volto di Cristo, immagine del Padre, per verificarne la propria somiglianza di figli", si apre il regno "preparato fin dall’inizio del mondo".
L’ultimo tratto della corsa, anche nello sport, è sempre il più difficile. Figurarsi quello della vita umana...
Incerti sono il giorno della morte, l’ora, le circostanze particolari.
Una frase tremenda è sulla bocca di tanti, anche credenti, oggi: "Si muore soli!..." È vero, ma solo in parte. Se fosse totalmente vero, la "compagnia" della fede sarebbe vanificata proprio in un momento estremamente decisivo.
C’è una solitudine che, in certe circostanze, ci fa sentire distinti e separati dagli altri: è quella delle decisioni, delle scelte, dei giudizi con responsabilità personale.
Non deve esistere, per il credente, una solitudine che lo fa sentire lontano da Dio, soprattutto in momenti determinanti come la morte.
La mancanza di fede vera e illuminata dei familiari impedisce, spesso, che la solitudine del morente sia animata dalla "compagnia", che Gesù ha promesso. "Io sono con voi, sempre". Scrive con grande verismo il grande scrittore francese F. Mauriac: "Cristo, viatico per il morente, è donato perché, unendosi a lui lo baci sulle labbra, abiti nel suo cuore, sostenga le sue membra e, quasi unificato con la sua persona, lo accompagni con sé alla presenza del Padre; lui che è Salvatore e Signore".
Non è questo il senso profondo e vero del Viatico eucaristico? Non è questo, ancor prima, il significato della Unzione degli infermi? "Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti perdoni il Signore tutte le colpe che hai commesso" (Liturgia degli Infermi).
Un gesto immenso di misericordia e di perdono, che libera dalla vera e grande solitudine, che è quella del male e del peccato.
Liberati dal male, non si è più soli: si è nella divina "compagnia" della Trinità.
È la morte dei santi, amici di Dio. Anche di quelli che abbiamo conosciuto, che hanno chiuso gli occhi dicendo: "Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia. Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l’anima mia".
Gli Angeli, puri spiriti, adoratori perpetui di Dio e messaggeri della sua parola, hanno anche il compito di essere nostri custodi. In ogni giorno della vita.
Nella preghiera liturgica della loro festa, la Chiesa ci fa chiedere: "Signore, nella tua ineffabile provvidenza ti degni di mandare gli Angeli a custodirci, fa’ che siamo sempre da essi difesi e possiamo, poi, godere per sempre della loro "compagnia" (Liturgia della festa).
Gli Angeli santi ci accompagnino nel cammino della vita, in morte e nella santa Gerusalemme celeste.

IN CAMMINO CON GESÙ
(I discepoli di Emmaus)

13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Èmmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: "Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?". Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: "Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?". 19 Domandò: "Che cosa?". Gli risposero: "Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto".
25 Ed egli disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: "Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino". Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l’un l’altro: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?". 33 E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone". 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Lc 24, 13-35).

PREGHIERA DEL CAMMINO
(Salmo 72,21-28)

Quando si agitava il mio cuore
e nell’intimo mi tormentavo,
io ero stolto e non capivo,
davanti a te stavo come una bestia.
Ma io sono con te sempre:
tu mi hai preso per la mano destra.
Mi guiderai con il tuo consiglio
e poi mi accoglierai nella tua gloria.
Chi altri avrò per me in cielo?
Fuori di te nulla bramo sulla terra.
Vengono meno la mia carne e il mio cuore;
ma la roccia del mio cuore è Dio,
è Dio la mia sorte per sempre.
Ecco, perirà chi da te si allontana,
tu distruggi chiunque ti è infedele.
Il mio bene è stare vicino a Dio:
nel Signore Dio ho posto il mio rifugio,
per narrare tutte le tue opere
presso le porte della città di Sion.

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