BERNARDO LONGO
Missionario e martire della carità
(Tessarolo Andrea)


autori
titoli

Indice:

Prefazione
1. Un ideale luminoso
2. Finalmente "missionario" in Africa
3. Fonda un posto di missione a Nduye
4. Prigioniero di guerra, ma sempre missionario
5. Riprendono i grandi viaggi
6. La beatitudine del missionario
7. Una missione tutta per lui
8. Culture e religioni da lui incontrate
9. Il grande avventuriero di Dio
10. Ritratto morale di padre Longo
11. Lo stampo del vero missionario
12. Il paese in cammino verso l’indipendenza
13. Segni premonitori
14. Memorie, speranze, preoccupazioni
15. Della chiesa
16. Una diocesi martire
17. La fine più bella



Prefazione

Un missionario dal cuore generoso il p. Bernardo Longo. Molto travagliato il suo cammino, prima di giungere nel cuore dell’Africa nera, meta dei suoi sogni giovanili.
Penultimo di una nidiata di dieci tra fratelli e sorelle, a 13 anni bussa alla porta del seminario di Padova, ma due anni dopo deve interrompere per malattia. A 17 anni tenta alla Scuola Apostolica di Albino (Bergamo), ma anche qui la salute non regge e deve tornare in famiglia. Intanto gli anni passano e il 5 maggio 1927, all’età di 20 anni, deve presentarsi a Verona per il servizio militare.
Ma neppure in caserma la salute gli dà tregua... Però quanto maggiori sono le difficoltà, tanto più cresce e si irrobustisce il suo ideale: andare missionario nel cuore dell’Africa.
È ordinato sacerdote nel 1936. Due anni dopo lo troviamo missionario nella regione dell’Alto Zaire, in piena foresta equatoriale.
Destinato alla missione di Wamba, dopo alcuni anni passati ad Avakubi, inizia un’opera di lenta e paziente evangelizzazione nella zona compresa tra i fiumi Nepoko, Ituri ed Epulu, da lui stesso definita "patria dei Walesse, dei Pigmei e degli elefanti". A partire dal 1950, sua residenza abituale è il villaggio di Nduye, che diventerà la sua missione, il suo amore, il suo martirio.
Poco dotato per gli studi, era invece un vulcano di idee e di iniziative sul piano concreto della promozione umana e dell’evangelizzazione. Non alta tecnologia, ma iniziative concrete, alla portata della gente: come coltivare le banane o il caffè; come lavorare il legno e costruire una capanna; come smontare e rimontare i pezzi di un motore; e... nella scuola femminile gestita dalle Suore Comboniane, come lavorare di taglio e di cucito; come gestire un dispensario, ecc.
La sua è un’attività caratterizzata da un lavoro incessante e vita di preghiera profonda.
È sempre vissuto "povero" e "con i poveri".
Nel 1951, scrive un suo grande amico di Bellinzona l’ing. Alfredo Nodari, trovai p. Longo che alloggiava in una misera capanna di fango e di paglia. Di fango e di paglia erano anche la chiesa, la scuola e l’officina, insiste Nodari; ma in questo ambiente così povero viveva un uomo dal cuore grande.
Ciò che più sorprende in lui era la sua capacità di farsi tutto a tutti. Nella sua missione, attesta lo scrittore americano Turnbull anche lui di passaggio a Nduye negli anni ’50, era impossibile dire chi fosse cristiano e chi no. Mussulmani, pagani e cristiani, ugualmente stretti insieme, lavoravano per una comune opera d’amore. E il giorno dell’Ascensione, anche una schiera di pigmei vennero dalla foresta, danzando fin dentro la chiesa, per fare le loro offerte, pieni d’amore e di gratitudine verso padre Longo, per l’affetto che aveva sempre dimostrato loro in tutti quegli anni.
Tutto ciò che era o faceva, tutto era per i suoi neri, walesse e pigmei, per la loro promozione umana, civile e spirituale.
A questo aveva dedicato l’intera sua vita. A questo soltanto egli mirava con quella miriade di iniziative che caratterizzarono l’intera sua presenza in terra d’Africa.
E quando, nel vortice di una bufera che tutto travolse, si sentì raggiunto da una iniqua sentenza, a una suora che gli chiedeva quale messaggio desiderasse far giungere ai fratelli: "Dite loro" rispose "che questa è la fine più bella per un missionario".
Non una bara, ma solo la talare e il suo rosario l’hanno accompagnato nella tomba. Sopra è stata posta una croce, che riassume ad un tempo la sua fede, la sua vita, la sua speranza di eternità.
Un giorno le campane di Nduye diffonderanno ancora i loro squilli gioiosi. Walesse e Pigmei verranno forse a cercarlo in lacrime...
Ma l’angelo della risurrezione dirà loro: "Non piangete. È nella casa del Padre. Vi ha solo preceduti. Un giorno lo rivedrete...".

A. T.

 

 

1. Un ideale luminoso

Dalla stazione di Albino (Bergamo), due ragazzi salgono verso la Scuola Apostolica del S. Cuore: un vestito modesto, un accento molto provinciale, una valigetta con pochi effetti personali. Era il 27 ottobre 1924.
"Di dove venite?", chiede il direttore della Scuola.
"Da Curtarolo, Padova", risponde il maggiore.
"Quanti anni hai?".
"Io diciassette, e mi chiamo Aquino. Giuseppe invece ne ha quattordici".
"Diciassette. E cosa hai fatto finora?"
"Sono stato in seminario".
"E perché ora sei venuto qui?"
"Perché voglio diventare missionario".
Il direttore sorrise: due ragazzi un po’ sognatori o due chiamati dal Signore a dilatare il suo regno nel mondo?
"Ma cosa sai fare? Riesci bene a scuola?"
"So fare molte cose, rispose Aquino. E anche con i libri speriamo di farcela".
Così dicendo, consegnò una lettera del suo parroco. Il direttore aprì e lesse: "La loro vocazione non ammette dubbi. Il loro desiderio di essere un giorno zelanti operai delle missioni non è una via di ripiego, ma una autentica chiamata del Signore, avendo dovuto superare tanti ostacoli da parte dei familiari. Li affido nelle sue mani: lei li addestri a quelle virtù che sono indispensabili per un santo missionario" (firmato: don Modesto Grossèle, Curtarolo, 25 ottobre 1924).
I due ragazzi, presentati dal parroco con queste credenziali, erano Aquino Longo e Giuseppe Babolin, tutti e due di Curtarolo (Padova). Benché di età leggermente diversa, insieme sono entrati nella Scuola Apostolica di Albino (Bergamo); insieme nel 1936 saranno ordinati sacerdoti; insieme nel 1938 partiranno con animo missionario per l’Argentina. Da qui, poi, p. Longo prenderà la via del Congo (ora Zaire), nel cuore dell’Africa equatoriale, dove spenderà l’intera sua esistenza a servizio del vangelo.
Aquino Longo era nato il 25 agosto 1907. Suo padre Luigi, muratore e più tardi falegname, morì all’età di 82 anni. Sua madre, Domenica Pagetta, duramente provata nella salute, morì all’età di 53 anni, dopo aver messo al mondo dieci figli, cinque dei quali morti in tenerissima età. Dei cinque superstiti, Maria divenne suora, Aquino prese la via del sacerdozio; gli altri tre (Giuseppe, Vittorio e Remigio) si accasarono a Curtarolo, una grossa borgata sulla statale Padova-Bassano, a 15 km dal capoluogo. La sua popolazione, che ammontava a 3000 abitanti, era per tradizione dedita all’agricoltura.
Anche i Longo erano coltivatori agricoli. Ma un po’ alla volta avviarono una segheria che presto divenne abbastanza attiva.
Ad Aquino, penultimo della grossa nidiata, toccò quindi di crescere fra i tronchi d’albero e il sibilo delle seghe meccaniche. Il trambusto dei motori costituiva una sua passione.

Intelligente ma non troppo

Frequentò le elementari del paese fino alla quarta compresa. Per la quinta dovette recarsi a Marsango, e qui andò maturando in lui il desiderio del sacerdozio.
Terminate le elementari, il 3 novembre 1920 entrò nel seminario minore di Padova, che allora era in città, mentre due anni dopo venne trasferito a Thiene. Qui Aquino frequentò regolarmente fino alla terza ginnasiale compresa, mentre per l’anno scolastico successivo (1923-1924) il suo nome figura tra i "non rientrati" perché "ammalato".
I compagni di seminario, in seguito, lo ricorderanno come un ragazzo "semplice, allegro, molto industrioso". Alla fine del primo anno conseguì il primo premio ex-aequo con G. Latifondi. Ma le pagelle di seconda ginnasio riportano diversi punti in rosso, anche se alla fine è sempre risultato promosso.
Sembra che la vocazione missionaria gli sia maturata in questi anni di seminario, leggendo il bollettino dei Sacerdoti del S. Cuore (Dehoniani) nel quale si descriveva la generosità di tanti missionari che nella missione di Stanleyville (ora Kisangani) erano morti ancora in giovane età a causa del clima micidiale.
L’intero anno scolastico 1923-24 Aquino lo passò in famiglia per la malferma salute. Ma poi, incoraggiato anche dal suo parroco, il 27 ottobre, assieme a Giuseppe Babolin bussava alla Scuola Apostolica di Albino (Bergamo) per riprendere gli studi.
Nel registro della Scuola Apostolica, egli figura col nome Aquilino, e non Aquino com’era finora; e tale resterà fino al suo ingresso al noviziato, quando assumerà il nome Bernardo. Ad Albino diede ottima impressione per la sua pietà e giovialità. "Divenne presto il perno della classe, attesta un suo compagno, acquistando su tutti un buon ascendente, anche perché più maturo e anziano di noi".
Ammesso alla quarta ginnasio, nel registro del primo semestre figura con buoni punti. Ma anche qui la salute non gli regge. Un mese di letto ad Albino, poi di nuovo in famiglia per una lunga convalescenza. In ottobre 1925 il suo nome ricompare nei registri scolastici di Albino; ma la salute, sempre precaria, non gli consente di frequentare.
Intanto i mesi passano, e il 5 maggio 1927, all’età di vent’anni, deve presentarsi per il servizio militare, alla compagnia sanità di Verona. Sia i familiari, sia il superiore di Albino (col quale non aveva mai interrotto i contatti epistolari) cercavano di fargli capire che ormai gli conveniva prendere un’altra strada. Ma egli continuava a considerarsi seminarista.
Anche in caserma, però, la salute non gli dà tregua. Il 23 agosto 1927 è ricoverato "per tifo e paratifo", con febbre altissima. E sembra che proprio in queste circostanze si sia impegnato con voto per le missioni d’Africa, se avesse ottenuto la guarigione.
I fratelli, giunti a Verona in tutta fretta, lo trovarono già fuori pericolo; e tutto raggiante avrebbe detto: "Mi è sembrato di aver visto s. Teresa di Gesù Bambino. Mi ha assicurato che starò meglio e sarò missionario". Più volte, in seguito, Longo ricorderà questo suo "voto".
Dopo altri due mesi passati in caserma, in ottobre gli viene concessa una licenza di 90 giorni "per convalescenza", avendo contratto la malattia "per causa di servizio", come si legge nei registri.
Terminato il servizio militare, nel settembre 1928 ottiene il congedo illimitato, con promozione a caporale. Riprende quindi subito i contatti con i Sacerdoti del S. Cuore, recandosi direttamente al noviziato dehoniano di Albisola (Savona), dove la vigilia di natale viene accettato come postulante, quindi è ammesso al noviziato e il 6 giugno 1930 emette la professione religiosa col nome di Bernardo Maria.
Il maestro dei novizi lo ricorda allegro e gioviale, "poco brillante negli studi, per i quali non sentiva alcuna attrattiva; aveva invece una vera propensione per il lavoro materiale, la meccanica e l’elettricità". Ma poi continua: "Doti più spiccate: pio, umile, obbediente, di grande spirito di sacrificio; sapeva scomodarsi e pagare di persona per il bene della comunità".
Dopo la prima professione fu destinato a Trento, dove proprio in quei giorni p. Gaetano Franceschetti apriva la Casa del S. Cuore per aspiranti missionari. Non fu vana la sua fatica. Quasi tutti quei suoi alunni diventarono sacerdoti; qualcuno andò missionario in Mozambico; mentre p. Luigi Noacco, vent’anni più tardi, lo raggiungerà proprio nella missione di Nduye e gli succederà dopo il suo martirio.
Nell’ottobre 1931 Bernardo Longo tornò ad Albisola per riprendere gli studi. La sua età e una certa conoscenza della vita gli davano un forte ascendente sugli altri, tanto che fu nominato prefetto di camerata. Ma restava il grosso problema degli studi. Aveva ormai 25 anni, e la memoria alquanto arrugginita: nomi, date storiche, forme verbali esotiche, come le sentiva così le dimenticava. Quando veniva interrogato, sudava freddo. A volte, per concludere qualcosa nei compiti di latino o di greco, si serviva del quaderno del vicino. Nella pagella degli esami finali riportò ben cinque "insufficiente". Il consiglio dei professori dovette chiudere quattro occhi quando, in calce a quella pagella, decise di annotare, nonostante tutto: "promosso". Non molto migliore il risultato del secondo anno di liceo a Bologna, mentre dal terzo è stato addirittura dispensato. Non senza un pizzico di umorismo il cronista annota: "Fratel Longo ha superato l’ostacolo del terzo anno di liceo saltandolo a piè pari".
Così nell’ottobre 1933 potè iniziare il corso di teologia. Qui l’orizzonte si fece più sereno. Le scienze sacre erano più alla sua portata, specie come le intendeva e le studiava lui, cioè con intento prevalentemente pastorale. Anche in questi anni le pagelle scolastiche non sono certo eccezionali, ma sono buone. In compenso appariva molto dotato di senso pratico e soprattutto animato da grande zelo pastorale.

L’ideale delle missioni

L’anno 1936 ha segnato le scadenze a ritmo serrato: il 3 marzo è ordinato suddiacono; il 28 dello stesso mese riceve il diaconato; il 28 giugno è sacerdote.
Ha 29 anni. Vi pensava da 20! E quante difficoltà, quanti ostacoli aveva dovuto superare: la salute, i disagi familiari, lo studio di cose che non gli erano congeniali. Ma aveva tenuto duro. A denti stretti.
Ora finalmente è felice per quello che ha. E più ancora per quello che lo attende. Perché egli lo sa, e l’ha voluto con piena coscienza. Non conosce ancora nulla del suo domani, strettamente legato al voto di obbedienza: non può quindi sapere quali saranno le modalità del suo apostolato. Ma per lui una cosa è certa: egli sarà sacerdote per gli altri; e in particolare per i popoli dell’Africa. A questo si era impegnato con "voto", emesso col consenso del superiore generale. E la formale richiesta l’aveva espressa anche nella domanda per l’ordinazione sacerdotale: "Domando ai superiori di essere ordinato sacerdote per poter lavorare presto nelle sante missioni" (28 maggio 1936).
Il 2 agosto di quello stesso anno (1936) tutta la famiglia Longo era in festa: la prima messa di p. Bernardo, il matrimonio del fratello Remigio, la prima comunione di un nipotino. Dal cielo anche mamma Domenica doveva sorridere e benedire.
P. Bernardo restò un altro anno a Bologna, dovendo terminare il quarto anno di teologia. Ne approfittò per intensificare la sua preparazione missionaria.
Egli non è stato mai un teorico. La sua intelligenza era eminentemente pratica, anche se dotato di fantasia vivace ed estrosa. E più che approfondire una ricerca astratta sulla "teologia della missione", personalmente si sentiva portato a predicare, convertire, battezzare.
A questi criteri ispirò la sua preparazione immediata, mirando soprattutto al pratico. Frequentò un corso di medicina e pronto soccorso all’ospedale S. Orsola; approfondì le sue conoscenze di falegnameria ed elettricità; e per diversi mesi frequentò l’officina Menarini, presso via del Borgo, per apprendere elementi pratici di meccanica, funzionamento e riparazione dei motori, ecc., tutte cose che in missione gli sarebbero state tanto utili. Approfittò poi della stima che si era guadagnato per portare le maestranze alla comunione pasquale.
Ma queste occupazioni non erano di ostacolo alla sua vita di pietà. I suoi compagni di teologia lo ricordano "gioviale nei suoi contatti umani, generoso e tenace nel quotidiano compimento del dovere". La sua pietà, scrive p. Vassena, "era solida e profonda: aveva la fede dei nostri vecchi parroci di campagna, tetragona e assolutista".
"Dotato di una volontà estremamente forte e capace, scrive p. Agostini, non conosceva ostacoli o compromessi. Quanto era amabile e spassoso nella conversazione, tanto era duro e austero nella vita. La sua pietà era solida, convinta, santamente edificante".
"È sempre stato un carattere forte, nemico delle mezze misure, sereno e gioviale: forse un po’ duro per sé e per gli altri, tanto da creare, alcune volte, un certo disagio" (A. Serughetti). Il ricordo di p. Longo, scrive a sua volta p. Salandi, "è il ricordo di un amico sincero, gioioso (...) che nascondeva, sotto le pratiche della vita comune, una non comune vita interiore e una carità eroica, specialmente come infermiere (...). Aveva un’intelligenza pratica molto sviluppata. Durante le ricreazioni, spesso lo si vedeva lavorare attorno a qualche motore con paziente ostinazione, fino a che non gli balenasse negli occhi la soddisfazione di avergli ridato vita".

Un forte richiamo ai "diritti di Dio"

Abbiamo abbondato nella citazione di queste testimonianze, perché ci offrono un ritratto che vedremo in azione più volte nel corso di questa breve biografia. Motivo a volte di tensioni, e anche di incomprensioni per chi lo avrebbe voluto più "arrendevole". L’occasione ci viene offerta subito, mentre egli, giovane sacerdote, stava ancora a Bologna per terminare il quarto anno di teologia.
Difatti, il 13 aprile 1937 si diffonde la notizia che i Sacerdoti del S. Cuore della Provincia italiana hanno ottenuto una loro missione a Dessié, in Abissinia. Molti domandano di partire. P. Longo un mese dopo, 13 maggio, scrive al superiore generale p. Govaart ricordandogli il voto, emesso col permesso del superiore precedente, di andare missionario in Congo (Zaire). E conclude la lettera chiedendo "la santa benedizione e il grande favore di partire presto per la missione del Congo". Ma prima di far partire quella lettera, il superiore provinciale annota: "Non vuole andare in Abissinia perché non va d’accordo con i suoi confratelli italiani". È una postilla che ci fa riflettere.
Terminato il corso teologico, quindi, p. Longo è mandato come economo allo scolasticato di Spotorno, in attesa della destinazione definitiva. Egli non pensava che all’Africa. Invece all’inizio del 1938 si offrì anche ai Dehoniani italiani l’occasione di iniziare un’opera in Argentina.
Due padri, che vi erano giunti dalla Spagna, avevano preparato il terreno. Il 16 marzo partono da Genova anche tre italiani: p. Babolin, con la nomina "orale" a superiore del piccolo gruppo e, con lui, p. Ravasio e p. Bernardo Longo, designati rispettivamente uno parroco e l’altro economo.
Ma in quello stesso giorno, prima della partenza, p. Bernardo scrive una lettera al superiore provinciale, nella quale esprime la più sincera obbedienza, ma senza dimenticare per questo i "diritti di Dio".
"Lo sapevo, dice, che la mia vocazione missionaria, amata con vera passione, mi sarebbe costata dei sacrifici. Ma ora, guardando al passato, mentre ringrazio il Signore, devo ancora dire che mai avrei creduto di dover tribolare tanto. Tutto ho sacrificato, e del missionario non mi è rimasto che l’amore e il crocifisso" (16.3.38).
Perché parla così?
Perché sente che non basta partire per terre lontane per essere missionario. E prosegue: "Questa partenza ha prodotto un abisso di tristezza nel mio cuore".
Egli aveva fatto voto di consacrare la sua vita all’evangelizzazione dei popoli africani. Cambiare l’Africa con l’Argentina gli sembrava un tradimento.
"È vero, prosegue, che Ella si è assunta ogni responsabilità, davanti a Dio, sul mio voto per la missione africana; ma è ancora vero che il distacco da un ideale coltivato per tanti anni è sempre doloroso.
"Certamente mi sarei potuto rifiutare di partire, ma ho creduto bene sacrificare tutto, anche quelli che forse erano i diritti di Dio, per fare l’obbedienza, nella speranza che, dopo qualche anno di espiazione volontaria, possa avere nuovamente il dono della vocazione tra gli infedeli, forse perduta per mie colpe verso il Signore".

Per un semestre parroco a Perez

Quella croce non era, tuttavia, che un preludio del più doloroso calvario che li attendeva. Appena sbarcati al porto di Buenos Aires, la posizione dei tre religiosi italiani risultò subito confusa a causa di gravissime incomprensioni. Solo qualche mese prima, il superiore generale aveva presentato al Nunzio apostolico di Buenos Aires, come unico referente di tutti i Dehoniani in Argentina, lo spagnolo p. De Castro. Il gruppo italiano invece aveva avuto dal Provinciale l’indicazione di lavorare in piena autonomia e per un’opera tutta italiana. Senonché p. Laan, olandese, che aveva fatto il viaggio con i tre italiani, giungendo a Buenos Aires informa che in realtà come superiore regionale, cui tutti dovevano obbedienza, era stato nominato p. Van der Donk, in arrivo dal Brasile. A tutto questo si aggiunga che il progetto predisposto per gli italiani ad Avellaneda, nel frattempo, era venuto meno.
Con queste premesse, i rapporti dei tre gruppi (italiano, spagnolo e olandese) fra loro segnarono una confusione totale. I missionari italiani respinsero un’ingiunzione che contraddiceva le chiare indicazioni ricevute dal loro superiore. E si appellarono al Nunzio apostolico; ma, non avendo alcun documento scritto, questi rispose che per lui l’unico superiore riconosciuto era lo spagnolo p. De Castro; per cui rimasero delusi e sconcertati, come con l’impressione di essere stati "traditi". Si ipotizzò addirittura di abbandonare tutto e tornare subito in Italia. Per oltre due mesi vissero in una situazione parossistica di sospetti, incomprensioni e reciproche recriminazioni anche fra loro.
P. Longo, infatti, dopo alcuni momenti di smarrimento, decise di aderire senza pregiudizi alle indicazioni del Nunzio, e si mise a disposizione del vescovo di Rosario, il quale lo destinò, con p. Ravasio, alla parrocchia di Perez, fornendo anche il necessario mobilio per la casa canonica.
Lo stesso p. Longo, che aveva accettato quella nomina per obbedienza al vescovo, scrivendo al superiore di Spotorno così si esprime: "Ciò che più mi dispiace è la tragedia dolorosa tra l’autorità ecclesiastica locale e il nostro superiore generale. Chi ha ragione? (...) Il vescovo mi ha fatto parroco contro ogni mia voglia; ma, dopo il fatto, mi son messo ad amar veramente la mia chiesa e dimentico tutto per essa (...). Forse la causa del male sono io, perché essendo l’ultimo della comitiva mi hanno fatto parroco. Ma dica pure al p. Provinciale che mi lasci partire per qualsiasi altro cantone del mondo, che io cedo volentieri parroco e parrocchia a chi tiene in maggiore stima" (Epist. 17).
A una migliore comprensione di quel difficile momento può contribuire una lettera dello stesso p. Ravasio il quale, dopo una colluvie di lettere piene di incomprensioni e di sospetti, finalmente in data 18 maggio 1938 scrive: "Ho trasmodato sino a scrivere al p. Salesio (Babolin) cose troppo gravose contro p. De Castro credendolo un rimestatore, e contro p. Longo non riuscendo a comprenderlo nel suo nobile intento e credendolo un traditore della causa nostra, anziché un prudente investigatore per una migliore riuscita della nostra provincia stessa (...). Dopo che p. Longo mi raccontò la cosa, rimasi sconcertato e mio proposito fu di riparare (...). Chiedo quindi, almeno per quanto riguarda le mie informazioni precedenti (...), non tener nessun conto, giacché è tutto un malinteso". E con la stessa data scrive a p. Leandro Salto (l’altro spagnolo): "Con p. Longo siamo più amici di prima ed egli pure non ci pensa più".
Sospetti, malintesi, incomprensioni a non finire, quindi. E il nuovo superiore provinciale nel frattempo dall’Italia comunica che p. Longo "deve partire per il Congo". Tutti ne soffrono; ma così, sia pure attraverso la croce, veniva realizzato il voto di p. Bernardo per la missione del Congo.

 

2. Finalmente "missionario" in Africa

Verso la fine di settembre p. Longo è già di nuovo in mare. Il 6 ottobre arriva a Rio de Janeiro; da qui riparte il 29 ottobre con una nave francese, e il 9 novembre raggiunge l’Africa a Pointe-Noire. Qui prende il treno che lo porta a Léopoldville (oggi Kinshasa).
Il suo primo incontro con l’immenso continente nero accende il suo animo poetico: "Io non mi sazio mai di contemplare il grandioso spettacolo della foresta vergine. Spontaneo esce il Benedicite omnia opera Domini Domino" (14.11.38).

Nella missione di Wamba

Risalendo da Kinshasa il fiume Congo, verso la fine di novembre giunge a Stanleyville (oggi Kisangani).
Era la sede della prima missione dehoniana in terra d’Africa, fondata dal p. Gabriele Grison nel 1897.
A quel tempo il vicariato si estendeva per una superficie di 208.000 km, con una popolazione di quasi 700.000 abitanti. I cattolici erano 56.000.
Oltre al centro di Kisangani, il vicariato comprendeva importanti stazioni missionarie, come: Ponthierville, Lubutu e Lokandu a sud; Yanonge, Yangambi e Basoko a ovest; Bengamisa e Banalia al nord; Avakubi, Bafwabaka e Wamba a nord-est.
Il vicario apostolico, mons. Verfaillie, chiese al nuovo arrivato se non aveva paura delle foreste. "Tutto ciò che fa paura agli altri, rispose p. Bernardo, a me fa piacere!".
Venne destinato alla missione di Wamba, il centro più importante della regione quasi inesplorata del Nepoko, circa 450 km a NE di Kinshasa; solo da due anni il p. Arnold de Leest vi aveva aperto una stazione missionaria.
P. Longo vi giunse il 3 dicembre, festa di s. Francesco Saverio.

I primi contatti con la foresta

La missione di Wamba aveva un territorio vasto quanto il Veneto. La regione ad est della cittadina, cioè la regione dell’Ituri, era la patria dei walese, dei pigmei e... degli elefanti.
A p. Longo fu dato l’incarico di iniziare l’esplorazione e l’evangelizzazione della zona compresa tra i fiumi Ituri, Nepoko ed Epulu.
Il suo primo viaggio attraverso la foresta iniziò il 14 gennaio 1939: 24 giornate di marcia (senza contare le fermate). Camminò attraverso fiumi, pantani e... fame, per un totale di 550 km fra andata e ritorno. Naturalmente tutto a piedi e lungo sentieri quasi impraticabili, perché allora le strade ancora non esistevano. Sarà questa la sua porzione, quattro volte all’anno, per circa un decennio.
Egli allora conosceva sì e no qualche parola kiswahili, ma era accompagnato da una quindicina di ragazzi della scuola di Wamba, furbi e intelligenti; essi avrebbero parlato anche per lui.
I ragazzi neri: ecco le sue guide, i suoi esploratori, la sua gioia nelle lunghe serate passate nei villaggi della foresta, al crepitio di un grande fuoco, che veniva acceso per proteggere dal freddo della notte e attirare la curiosità della popolazione. Erano come un piccolo esercito di volontari, nel quale ciascuno aveva un compito ben preciso, per il bene di tutti. Ciascuno aveva un suo bagaglio da portare: Fabiano il grosso fucile da caccia; Andrea due pentole che doveva mantenere sempre pulite e lucide; Sebastiano la valigetta dell’altare portatile. Alberto aveva una specie di tachimetro appeso al collo, per contare i passi che faceva, senza tralasciarne uno: dividendo il totale per tre, p. Bernardo ogni sera poteva calcolare i chilometri percorsi.

In balìa dei flutti

Il coltellaccio che ogni ragazzo porta con sé non riposa un istante.
Bisogna aprire continuamente il sentiero, tagliando le liane e abbattendo gli sterpi; gettare dei tronchi d’albero sui ruscelli; improvvisare zattere per attraversare le paludi o i fiumi.
I ragazzi sono come gli uccelli: sempre allegri e sempre affamati; sanno tutto, snidano tutto, gli insegnano tutto, senza esigere molto. Per loro, attraversare uno stagno o un torrente è un divertimento. Ma quando si incontra qualche fiume in piena, le cose cambiano.
Nei primi anni, il pericolo più grave, e che poteva costare la vita, capitò sul fiume Awara. Anche p. Longo, l’uomo senza paura e rotto a ogni fatica, rimase interdetto alla vista di quell’enorme distesa d’acqua, che straripava per qualche centinaio di metri anche fra gli alberi della foresta. Pensò che quello poteva essere un giorno di nozze per i coccodrilli... D’altra parte, tornare indietro dopo sette giorni di marcia estenuante voleva dire cadere in guai anche maggiori.
Si mise a guardare intorno, e i ragazzi più intelligenti gli indicarono gli alberi leggeri, coi quali fare una zattera.
Tutti si mettono subito all’opera, tagliano alcuni fusti d’albero leggeri che, legati insieme, formano una zattera. Servendosi di lunghi pali, che fungono da remi, con molta abilità e non poca paura, sulle prime si lasciano portare dalla corrente; poi, poco per volta, spingono la zattera verso il lato opposto, fino a raggiungere l’altra sponda. "Superati i guadi più pericolosi, scrive p. Longo, tiro qualche colpo di fucile contro gli alberi per vincere il silenzio e la paura, e tutti si rimettono in cammino gridando e cantando".
In una lettera del 15 maggio 1959, lo stesso p. Longo rievoca l’incontro fatto con i pigmei in uno dei suoi primi viaggi attraverso la foresta. "Con due colpi di fucile avevo appena dato il segnale, scrive, quando un gruppo di pigmei si affacciano, timidi e curiosi, spiando fra gli alberi: quei colpi di fucile, che evocano il figlio del tuono, donde venivano? Forse dagli spiriti del fiume in piena?
"Tore, Dio della foresta, un uomo bianco!", bisbigliano spiando fra gli alberi. "Del suo corpo non si vede niente. Solo gli occhi, il naso e la bocca si vedono. Chi sarà?".
Pian piano sbucano fuori, arco in mano e frecce pronte, e si avvicinano con lo sguardo dai cento riflessi.
Qualche ragazzo conosce alcune parole del loro idioma e spiega ad essi che quel Bianco è il padre di tutti, e che non devono temerlo, ma anzi aiutarlo ad attraversare la foresta, insegnandogli il sentiero più facile per arrivare a Wabalinga".

Un incontro sorprendente

Il viaggio apostolico di p. Longo aveva uno scopo preciso: risalire la vallata del fiume Ngayu e recarsi a visitare il gruppo di cristiani sperduti nel cuore della foresta e che facevano capo al catechista Giuseppe Moke.
Erano già trascorse quasi tre settimane dal giorno della partenza e si era ai primi di febbraio. Il gruppo era raccolto attorno alla pentola che bolliva, perché era già quasi sera, quando, in una pausa di silenzio, si odono voci e canti che vengono da lontano.
"Padre, sono voci di ragazzi. Spara un colpo!".
Rispondono grida di gioia...
Poi qualcuno sbuca dalla foresta gridando: "Uccidete le scimmie, che le mangeremo assieme. Ma fate attenzione, perché siamo in molti".
Era niente meno che un gruppo di cristiani, guidati dal catechista "Baba Josefu" (papà Giuseppe), che stavano andando a Bafwabaka, sul Nepoko, cioè a quasi 200 km dal loro villaggio, per celebrare la pasqua.
Saluti, salti e grida di gioia, ed ecco farsi avanti un vecchietto, con un grosso crocifisso al collo e il rosario in mano. Era coperto di un vestito vecchio e logoro, ma un sorriso schietto e sicuro gli illuminava il volto.
"Sii benedetto, Padre, in questa foresta: dove vai?".
Dopo venti giorni di vita con tanti ragazzi nella foresta, anche la lingua di p. Bernardo si è un po’ snodata, e può rispondere senza difficoltà:
"Vado dove finisce il fiume Ngayu. Lassù ci dovrebbe essere un catechista, Josefu Moke".
"Sono io, padre. Sono venuto quassù nel 1918, per portare il vangelo agli uomini della foresta. E ora sono in viaggio per andare a Bafwabaka, sul fiume Nepoko, per celebrare la pasqua.
"E io, riprende p. Longo, sono in viaggio per andare da "Baba Josefu" e fondare una missione proprio sull’altopiano dell’Ituri, tra i pigmei!".
Il lungo viaggio per Bafwabaka è sospeso; ragazzi di Wamba e neofiti della foresta si accampano fra gli alberi, scambiandosi saluti e notizie, e facendo sfoggio di tutti gli articoli della carovana.
L’occhio della macchina fotografica è lo stupore di tutti. Il fortunato portatore spiega ai ragazzi della foresta che per quel piccolo buco entra tutto: le persone e le cose, proprio così come sono; un magro e un grassoccio; la bocca larga e le orecchie storte; perfino le cicatrici di una ferita e i segni dei tatuaggi si stampano uguali.
Il fucile, poi, li sgomenta: quel foro scuro, che ogni tanto sputa fuoco; quel grilletto quasi nascosto, perché non sia mai toccato invano; quel mirino lucido che dirige la pallottola proprio là dove ha da colpire... Fabiano, il portatore, sa ormai tutto di quell’arma micidiale, e sa descrivere con una mimica spettacolare come finiscono, al primo tiro, uccelli, scimmie e gazzelle.
A Baba Josefu i ragazzi di Wamba offrono pesce secco e carne affumicata.
Il vecchio catechista ringrazia, ma poi domanda:
"Avete recitato il santo rosario?"
"Ne abbiamo già detti tre oggi".
"Bene, ma preparate lo stesso un grande fuoco e stasera ringrazieremo il Signore di questo incontro, regalando ad ogni albero un’Ave Maria".
Baba Josefu è della stessa tribù dei ragazzi che accompagnano p. Longo, e tutti l’ascoltano con amore.

 

3. Fonda un posto di missione a Nduye

I primi viaggi apostolici a p. Longo erano serviti di orientamento: visitando di persona l’immensa regione dell’Ituri, aveva potuto rendersi conto della morfologia della zona, della flora e della fauna, delle caratteristiche e della distribuzione degli abitanti della foresta.
Già d’allora egli aveva notato che, per visitare i villaggi più remoti partendo da Wamba, doveva percorrere a piedi circa 550 km fra andata e ritorno. Per farsi un’idea, è come se si dovesse partire da Roma per recarsi a evangelizzare la zona di Ancona: ciò richiedeva almeno venti giorni di marcia, e quindi, contando le fermate, più di un mese di tempo.
Gli balenò un’idea: perché, invece di spendere tanto tempo e fatica, non si pensa di fondare una missione nel cuore della foresta?
Ne parlò con i superiori e, avuta la loro approvazione, cercò il posto più adatto. Dopo lunghe ricerche, la sua attenzione si fermò su un villaggio chiamato Nduye, dal fiume omonimo che, scendendo dal nord, si getta nell’Epulu, il quale a sua volta si getta nell’Ituri.
Il villaggio di Nduye sorge a sinistra del fiume, a 930 m di altitudine, sul fondo di un’ampia vallata umida e boscosa che, scendendo verso sud-est, porta a Mambasa (a 67 km).
In quel tempo, Nduye comprendeva un certo numero di capanne, che ospitavano alcune centinaia di walese (di ceppo bantù); ad essi facevano capo anche vari gruppi di pigmei, che abitavano nella foresta circostante. Tutta la regione era poco abitata, perché, fino al 1947, nessuna strada camionabile collegava ancora Mambasa a Nduye e agli altri villaggi più a nord.
P. Longo fa risalire al 18 maggio 1939 la fondazione di un posto di missione a Nduye, anche se ha dovuto attendere l’inizio del 1940 prima di potervi costruire la cappella e una capanna per trovare alloggio quando vi sostava per qualche giorno.
Il primo lavoro di evangelizzazione era stato iniziato dal catechista Moke, originario di Bafwabaka. Benché non fosse più pagato dalla sua missione di origine, egli aveva continuato a vivere con gli abitanti della foresta, per far giungere anche ad essi il messaggio del vangelo.
Anche per p. Longo sono stati molto duri gli inizi. Invitò qualche catechista di Wamba per l’assistenza ai villaggi limitrofi, e dei maestri per aprire una scuola. Ma siccome doveva pagarli, e poi doveva anche vivere, con l’aiuto di un fabbro del luogo si mise a lavorare il ferro. Raccoglieva tutti i ferri vecchi che trovava lungo le strade e costruiva lance, accette, coltelli, che poi rivendeva.
Si prestava pure per riparare attrezzi e motori, tanto che, in poco tempo, molti, anche da lontano, cominciarono a ricorrere a lui.
Anche se il suo cuore era già a Nduye, per tutto il 1939 p. Longo conservò la sua residenza abituale a Wamba. A Nduye si recava di tanto in tanto, superando a piedi enormi distanze.
Durante uno di questi viaggi, e proprio nel periodo estivo, si ammalò di polmonite in piena foresta, e ci volle del tempo perché si rimettesse. Per due mesi, ottobre e novembre, visse di continuo sotto l’incubo di dover abbandonare quelle terre, perché un medico non troppo esperto aveva diagnosticato la TBC.
Per fortuna un più attento controllo, eseguito a Kisangani, lo rassicurò, ed egli potè ripartire per "la sua Wamba".
La malattia l’aveva lasciato molto fiacco. Camminare a lungo lo stancava. Ma non essendoci altro mezzo per attraversare la foresta, si propose di riprendere un allenamento graduale e metodico.
Si portò in auto alla vicina missione di Maboma (70 km a nord di Wamba) e ogni mattina faceva qualche ora di allenamento. Dopo qualche tempo si sentì di nuovo in forma. E per dimostrarlo anche a se stesso, il 12 dicembre partì per un giro attraverso la foresta, che lo tenne occupato quasi una settimana.
Era accompagnato da alcuni ragazzi che gli portavano la branda, l’altare portatile, una sedia e anche una damigiana con dieci litri d’acqua, "perché, dicevano, non vogliamo che Mupé (dal francese mon père) si ammali ancora, bevendo l’acqua della foresta".
Al primo villaggio, trovano il capo e gli anziani, tutti meravigliati di rivedere il padre: "Quei vecchioni del diavolo, gli spiegarono i ragazzi, ti credevano già morto. Essi ti odiano, perché fanno il male e tu condanni i loro vizi".
E difatti venne a sapere che uno di quei vecchi poligami aveva comprato un’altra giovane già catecumena. Indignato, p. Bernardo convocò subito il capo tribù e gli ingiunse di far venire anche la catecumena, il padre di lei e il suo compratore.
Vennero tutti, ma purtroppo la catecumena, certamente minacciata dai suoi, protestò che non voleva più il battesimo, perché preferiva i costumi della sua gente.
Alla fatica dei viaggi disagiati e alle ansie per una salute sempre vacillante si erano così aggiunte anche le preoccupazioni apostoliche per guidare le anime alla pienezza della fede cristiana.

La tana del leopardo

All’inizio del 1940, p. Longo si impegnò a fondo per avviare la missione di Nduye.
Il posto prescelto per costruire la chiesa si trovava in una posizione invidiabile: a ridosso della collina che i walese chiamavano Kau Koma (tana del leopardo) e che p. Longo ribattezzò Kilìma wa Bikìra Maria: collina della vergine Maria.
Le numerose rocce sporgenti, i massi di granito sovrapposti gli uni agli altri, conferivano al paesaggio il senso del mistero.
Designata la collina, restava una grossa difficoltà da superare: convincere i walese a disboscare quel pezzo di foresta, che era considerato la dimora degli spiriti e dei leopardi.
"Chi osa varcare quel tracciato, dicevano, va incontro alla fame, alla malattia, alla morte".
P. Longo, per dissipare i loro timori, fece venire i suoi ragazzi di Wamba e tutti insieme, gridando e cantando, si misero a scandagliare l’intera collina. I ragazzi stessi, poi, raccontarono l’avventura nei villaggi dei dintorni. Assoldò quindi alcuni operai, i quali, dopo molte resistenze, finirono con l’accettare.
La chiesa e la capanna costruite nel 1940 avevano le pareti di fango, il tetto di foglie secche e il pavimento di terra battuta.
Nel 1952, all’arrivo di p. Noacco e delle Pie Madri della Nigrizia, la capanna primitiva esisteva ancora, ma era adibita a ripostiglio per gli attrezzi. La chiesa invece fu sostituita con un’altra in muratura solo nel 1956.

La paura sempre in agguato

Parlando di questo periodo, p. Longo si entusiasmava e ricordava numerosi episodi.
La paura era sempre in agguato. Bastava il minimo contrattempo per far interrompere ogni cosa.
Un lunedì mattina nessuno degli operai si presentò. Finalmente, preceduto dal suono del tam-tam, si fece avanti Michele, uno dei primi cristiani del villaggio, per spiegare al padre perché e come gli operai avevano deciso di non venire. Visto che era inutile insistere, il padre raccolse gli attrezzi dicendo:
"Se non mi volete, me ne andrò; ma ricordatevi che al mio posto verranno i leopardi".
Qualche giorno dopo, alcuni curiosi scorsero nelle vicinanze due leopardi in cerca di preda.
I malcapitati si nascosero dietro i cespugli e, appena scampato il pericolo, corsero a informare gli amici, che subito decisero di riprendere i lavori, per non finire preda dei leopardi.
Ma chi poteva trovare il padre e indurlo a tornare?
"Abbiate fiducia che il padre tornerà!", dicevano alcuni, mentre altri si lasciavano andare alle più oscure previsioni. Qualche tempo dopo, quando il padre tornò, annunciato come al solito dal gruppo dei suoi ragazzi, Nduye lo accolse come un salvatore. Seguito da un gruppo di curiosi, egli s’avviò subito verso la "Collina del leopardo" ed entrò nella sua capanna, vuota da varie settimane.
Alla luce della lanterna, scorse in un angolo l’agitarsi di numerose testoline inquiete. Fissò attentamente: era una nidiata di serpentelli appena nati.
Mentre guardava incuriosito, un sibilo minaccioso l’avvertì che il pericolo era grave: un serpentaccio contorto stava avanzando in fretta in difesa dei suoi piccoli.
Ma nel momento stesso in cui si sollevò minaccioso, il padre con mano sicura vibrò un colpo di falcetto e il rettile ricadde contorcendosi in uno spasimo mortale.
La notizia si diffuse come un baleno. All’indomani la chiesa era affollata, naturalmente più di curiosi che di cristiani, perché questi ultimi si contavano ancora sulle dita.
Il giorno dopo, i lavori ripresero con più lena; e man mano che gli operai avanzavano, i leopardi erano costretti a ritirarsi più lontano nella foresta, però senza mai abbandonare la loro antica collina, ribattezzata ormai la "collina della vergine Maria: Kilìma wa Bikìra Maria".
La missione, invece, il padre la volle intitolare alla "madre di Dio: Mama wa Mungu".
Con questo nome egli si proponeva due obiettivi: educare le donne walese al genuino senso della maternità e affidare la sua missione alla protezione della madre di Dio.

 

4. Prigioniero di guerra, ma sempre missionario

Il lavoro a Nduye procedeva a pieno ritmo, quando, nel giugno del 1940, in seguito all’entrata in guerra dell’Italia contro gli Alleati, anche p. Longo fu strappato alla sua missione e arrestato come prigioniero di guerra.
Il suo vescovo, però, riuscì a risparmiargli il campo di concentramento e gli ottenne di risiedere nella missione di Avakubi, che è a 270 km da Nduye.
Qui egli godeva di una certa libertà, e poteva anzi visitare di tanto in tanto la sua missione e anche i villaggi della foresta, ma sempre accompagnato dal superiore (p. Beutener) o sotto la sua responsabilità.
Ad Avakubi, scrive p. Beutener, egli seppe subito farsi voler bene da tutti, per la giovialità del suo carattere, per l’impegno e lo spirito di sacrificio che dimostrava nel ministero sacerdotale e specialmente nelle confessioni, e per la sua abilità meccanica.
Nella sua condizione di prigioniero di guerra, l’amministratore civile l’aveva incaricato di riparare una macchina a stampo che serviva per fare i mattoni, e di sorvegliarne il funzionamento. In compenso, però, era autorizzato a riservare per sé o per la missione la metà dei mattoni lavorati.
Dopo alcuni mesi, lo stesso amministratore pretese che il padre si assumesse la responsabilità di assicurare il buon funzionamento del barcone a motore, al posto-traghetto del fiume Ituri, a due km dalla missione.
Il superiore cercò di opporsi in tutti i modi a simili pretese, dicendo che un missionario deve essere equiparato agli ufficiali, i quali anche se prigionieri non sono tenuti a lavori manuali; ma l’amministratore fu irremovibile.
Il compito era molto gravoso e impegnativo, perché da lì transitava tutto il traffico da e per Kisangani, verso la destinazione dei Grandi Laghi. Ma poi il padre trovò il modo di farsi aiutare da qualche operaio, ed egli interveniva solo quando c’erano dei guasti da riparare.
In questo periodo, qualche persona malevola cercò a volte di mettere p. Longo in difficoltà: fu accusato di avere una radio trasmittente, di tenersi in contatto con altri italiani, quindi di essere un soggetto pericoloso...
Il superiore, però, non aveva difficoltà a sfatare simili calunnie. Spesso anzi, per non far soffrire il padre, gliene parlava solo quando era già ritornato il sereno.
Grande quindi era la stima che p. Beutener aveva di p. Longo, anche se non riuscì mai a spiegarsi certe sue dimenticanze (tre volte abbandonò sul tavolo da pranzo bottiglie di acidi micidiali, col pericolo di conseguenze irreparabili) o anche il fatto che mai abbia accettato di predicare nella chiesa di Avakubi lui presente, benché nelle chiese delle missioni vicine lo facesse con grande efficacia.

Infaticabile camminatore

Durante i primi anni di vita in Africa, p. Longo è stato principalmente un missionario itinerante, incaricato di visitare, evangelizzare e assistere i villaggi della foresta.
Egli stesso afferma che, dal 1939 al 1942, ha attraversato ben nove volte la foresta, da Wamba a Nduye o da Nduye ad Avakubi, e viceversa, per un totale di circa 450 km ogni volta.
Punto di partenza era la missione dove aveva la residenza, e cioè Wamba nel 1939, Nduye nei primi mesi del 1940 e Avakubi in seguito.
Gli obiettivi e gli itinerari, invece, variavano di volta in volta; sempre, però, quando si dirigeva verso l’est, faceva tappa a Nduye, che considerava come la sua creatura.
Per andarvi, seguiva spesso la via dell’est, che partendo da Wamba passa per Ngayu, Nya-nya e Mambasa, zona islamizzata dove c’erano pochi cattolici; per tornare invece prendeva la via del nord, che passa per Andudu, Maboma e Wamba, dove aveva sempre tanti amici da salutare.
Altre volte, invece, faceva lo stesso giro, ma in senso inverso, oppure si inoltrava direttamente attraverso la foresta, seguendo le piste che collegano i villaggi dell’interno o anche le vallate dei grandi fiumi come il Nepoko al nord oppure il Lindi, l’Ituri e l’Epulu al sud.
A volte, anche se più raramente, si spingeva pure verso il sud (Avakubi, Bafwasende) o verso il nord-ovest (Bafwabaka, Babonde, Ibambi).
In questi viaggi, che potevano durare due o tre settimane, p. Longo non era mai solo. Un nutrito gruppo di ragazzi lo accompagnava sempre.
Le tappe, poi, erano studiate in modo da raggiungere ogni sera un qualche villaggio, dove trovare vitto e alloggio.
Ma sia per interessare i suoi ragazzi, sia per non gravare sulle popolazioni che visitava, p. Longo contava molto anche sulla caccia e le altre magre risorse che offre la foresta.
Oltre alla selvaggina, fatta di scimmie, antilopi, gazzelle, galline faraone e altri uccelli selvatici, i ragazzi andavano ghiotti di quanto trovavano: le formiche, le cavallette, i pesci che riuscivano a pescare nei torrenti, le bacche della foresta e certe erbe selvatiche dalle radici dolciastre.
Ogni tanto ricevevano anche qualche mancia di pochi centesimi con cui comprarsi due banane o qualche altra ghiottoneria.

Verso la motorizzazione

Al periodo di Avakubi risale, per p. Longo, l’inizio della motorizzazione.
Nel 1940 un signore era passato da quelle parti con una Fiat 1100.
Avendo bruciato il magnete, spinse la vettura fino alla più vicina autorimessa della foresta, ma nessuno seppe riparare il guasto.
Nel 1942 la vettura era ancora là, abbandonata come un ordigno fuori uso.
P. Longo le diede un’occhiata e scrisse al proprietario per vedere se fosse disposto a regalargliela.
La risposta venne, e favorevole. Gli amici si chiedevano che cosa avrebbe fatto con quella carcassa arrugginita. Ma il padre, in meno di mezz’ora, raccordò un filo all’interruttore del magnete e la vettura, con grande meraviglia di tutti, dopo due anni di riposo, ricominciò a girare.
Una lettera di ringraziamento al proprietario, ed eccolo in possesso di un cavallo a motore.
La vettura fu trasformata in camionetta, e via per le strade sconnesse della foresta, con altare portatile, letto da campo, un po’ di viveri e alcuni ragazzi neri, liberi ormai dalla fatica dei lunghi viaggi a piedi con pesanti casse sulle spalle.
Dopo la Fiat, venne una grossa vettura americana.
Si era verso la fine del 1943. Un brutto temporale aveva obbligato p. Longo a una fermata in piena foresta.
L’accolse, nella sua capanna, un nord-americano che aveva lasciato le comodità dei grattacieli per vivere in mezzo alla foresta congolese. E siccome la sua passione erano i pigmei, non gli parve vero di incontrarsi con uno che ci viveva a contatto da vari anni.
La conversazione si protrasse a lungo, e quando furono per lasciarsi, l’americano osservò: "Io devo tornare in America: potrei lasciarle in uso la mia vettura?".
"La proposta, scrive p. Longo, veniva a puntino, poiché la Fiat, avendo già fatto quasi ventimila km per le strade della foresta, era ormai sfinita. Però, benché quasi fuori uso, potè servire ancora a qualcosa: il telaio fu forgiato in coltelli per l’agricoltura; mentre il motore, accoppiato a una dinamo elettrica, illuminò la missione di Avakubi ancora per vari anni".

Motore a legna

La nuova vettura, nata tra i pozzi di petrolio del Texas, era comoda e robusta, ma consumava come tre volte una Fiat; e la benzina, specialmente alla fine della guerra, era diventata quasi introvabile. Che fare?
Un vecchio libro e il ricordo di alcune esperienze con motori a gas povero, seguite a Bologna nel 1936, convinsero p. Longo che avrebbe potuto viaggiare anche con carbone di legna.
Con uno schizzo a matita e qualche vecchio fusto di benzina in mano, si mette all’opera, e dopo una settimana di prove, specialmente con l’aiuto di un saldatore elettrico della società mineraria, riesce a costruire un gassogeno di proporzioni ridotte.
La grande battaglia per il carburante è vinta; e tra l’ammirazione dei neri e dei bianchi, la prima vettura a gas povero può ormai percorrere migliaia di chilometri senza spesa. Chi gli forniva il carbone di legna?
Lungo tutte le strade, ogni dieci o venti chilometri c’erano le scuole-cappelle, con un catechista e numerosi allievi. Quando arrivava il padre, tutti gli correvano incontro festanti.
"Sentite, ragazzi", proponeva allora il padre, "se siete buoni, vi prenderò sulla vettura fino al prossimo villaggio".
"Ndyo, Mupé: Benissimo, padre!".
"Però, ragazzi, ci vuole carbone di legna, il più duro dei vostri boschi, per far correre la vettura".
La notizia si propagava con la velocità del lampo: "Mupé Bernard viaggia con una grande marmitta piena di carbone, e prende in vettura i ragazzi che gli portano carbone di legna".
Non è mai successo che i ragazzi della foresta l’abbiano lasciato a corto di combustibile.

Due vagabondi in cerca di salute

Nel 1945, terminata la guerra, p. Longo riacquistò piena libertà di movimento. Immediatamente chiese il trasferimento a Nduye. Ma purtroppo il personale del vicariato era limitato; anche ad Avakubi erano solo in due, e per di più il nuovo superiore, p. De Vries, era debole e malaticcio. Il vescovo, perciò, si vide costretto a trattenerlo ancora in quella missione.
Intanto però lo sviluppo delle comunità cristiane nei villaggi della regione, e in particolare la missione di Nduye obbligavano p. Longo a moltiplicare i suoi viaggi apostolici, a volte estenuanti.
Dopo tanti anni di attività così intensa e stressante, nel 1946 chiese e ottenne di fare due mesi di vacanza sulle montagne del Kivu, presso il lago Edoardo, ai piedi del Ruvenzori.
Partì da Avakubi il 30 maggio, assieme al suo intelligente collaboratore, fratel Andrea. Avevano scelto come località, per il loro soggiorno montano, la missione di Kyondo, a 2250 m di altitudine e a 850 km da Kisangani.
Contavano di raggiungere la missione di Beni in giornata.
Alle ore 15 avevano ancora 250 km di strada. Se tutto fosse andato bene, sarebbero giunti verso le ore 20. Ma sul tramonto il cielo cominciò a rannuvolarsi. Alle 19, lampi, tuoni e pioggia a dirotto. In due ore, il pluviometro segnò 25 cm.! Continuarono ugualmente, per una strada trasformata in torrente.
A 20 km da Beni, uno strano sibilo e lo sbandamento della vettura annunciavano che un pneumatico aveva ceduto.
Arrivarono alla missione alle 22. Il vicario apostolico e i padri erano ancora in veranda.
"Due vagabondi in cerca di salute tra i vostri monti", fu la presentazione di p. Longo.
"Siate i benvenuti e restateci a lungo", fu la risposta di monsignore.
Di buon mattino, fratel Andrea esce per contemplare la vetta bianca del Ruvenzori. Poi, visitata la missione e le sue opere, si riprende il viaggio tra le montagne del Kivu, lungo i grandi laghi africani.
Dopo otto anni passati nel buio delle foreste equatoriali, i due "vagabondi" possono gustare, in tutta la sua appassionante bellezza, questo spettacolo di verdi montagne, coi loro pascoli ridenti, coi torrenti vorticosi, con le strade intagliate nella viva roccia, coi bianchi villaggi formicolanti di vita.
Un’ultima svolta, ed ecco la missione di Kyondo in vetta a una montagna, circondata da un giardino di dieci ettari di bianche margherite.
Bella la missione, costruita con pietre di silice bianco-rosa.
A questo punto p. Longo, tradendo le sue ansie apostoliche, annota:
"Due padri e un fratello: ecco il personale per 9.000 cristiani e 50.000 pagani! Ci sarebbe posto e lavoro per dieci padri.
"Quale differenza tra i nostri cristiani della bassa foresta equatoriale e le anime semplici che abitano questi monti, abituate a contemplare le grandezze di Dio e le bellezze della natura; essi sono sereni come il loro cielo.
"Frumento, legumi, frutta, bestiame sui prati: la visione di questi luoghi ci fa rivivere la nostra patria lontana.
"Il clima è freddo di notte e temperato di giorno.
"La popolazione è densissima, fino a 150 abitanti per kmq.; le famiglie, con una corona di figli, lavorano tranquille le fertili vallate".

La benzina della provvidenza

Due mesi di vacanza, nella regione più suggestiva dell’Africa, offrivano la possibilità e l’opportunità di spingersi, con la solita vettura americana, nei luoghi più impervi e suggestivi.
Ma doveva fare i conti anche col carburante.
Il gas povero sulle montagne non rende, e quindi per tutto il percorso dovette ricorrere alla benzina. Ma chi la pagava?
Un giorno, in un fondo valle, si fermò a osservare un grosso camion che si rifiutava di partire.
Il proprietario, un ricco commerciante all’ingrosso, avendo notato che il padre si interessava ai suoi inutili sudori, gli chiese se si intendesse un po’ di motori.
"Provarci non è male", risponde il padre, con un fare, misto tra il dimesso e il faceto.
Neppure cinque minuti, e il camion riprende, pieno di vita.
"Cosa posso darle, padre?".
"Nulla, o meglio, se avesse un po’ di benzina, perché il serbatoio della mia vettura è ormai a secco".
"Riempigli il serbatoio", ordinò quegli al suo autista nero.
Ma dopo un po’, il nero interviene tutto preoccupato:
"Signore, il serbatoio del padre non vuole riempirsi, e finirà per ingoiare tutta la nostra riserva".
"Che diavolo di serbatoio porta la sua vettura, padre?", chiede il bianco.
"La mia, risponde il padre, è una vettura americana, e vi ho applicato un serbatoio di 80 litri, marca Provvidenza".
Un’allegra risata corona la conversazione. Poi entrambi salgono in macchina e giungono a Kyondo verso mezzogiorno.
Ancora qualche battuta, e quel signore, per non smentire la provvidenza, regalò benzina per altri 500 km

 

5. Riprendono i grandi viaggi

Ritemprato nel corpo e nello spirito, p. Bernardo Longo torna ad Avakubi, che ormai è diventata la base ordinaria della sua strategia apostolica.
I viaggi, resi ora più facili dai mezzi meccanici, si succedono in continuazione.
Ma le strade non giungono dappertutto. A volte, fatto scalo in qualcuna delle stazioni missionarie situate lungo le strade camionabili, riparte per lunghi viaggi a piedi: o nell’interno della foresta, o lungo le vallate del basso Ituri, o verso le sorgenti del Nepoko.
In data 11 novembre 1946, ad esempio, ci parla di una spedizione organizzata da Nduye. Un giorno, vedendo i 64 catecumeni in pieno fervore di preparazione al battesimo, disse loro:
"Ragazzi e figlioli miei, il gran capo Kuman da tre anni domanda il battesimo; segue fedelmente le istruzioni, e crede, lui e la sua sposa, da tanti anni (...). Partiremo tutti insieme, grandi e piccoli, al mattino, quando il gallo canta la seconda volta (...). I miei due potenti fucili vi procureranno scimmie in abbondanza, e forse un bufalo o un elefante!".
La partenza fu fissata per il 27 ottobre. Non fu giorno di gioia quello, ma di delirio! Un viaggio di 64 ragazzi neri attraverso la foresta: neppure Omero saprebbe descriverlo. Canti, urla: ogni cosa fa da tamburo o da grancassa. I più grandi portano l’altare portatile, altri il letto o una valigia; i più piccoli portano scatole metalliche per i due apparecchi fotografici e le pellicole.
In questa regione montagnosa, nel periodo delle piogge è molto pericoloso trovarsi ancora in foresta verso le ore 14.
"Hai sentito, padre", mi diceva uno dei più piccoli, "il rumore della tempesta discende dai monti lontani".
Lampi, tuoni e pioggia a torrenti per una buona mezz’ora; poi riappare il sole.
Una ventina di scimmie strillano e saltano sugli alberi al limite dei campi.
"Padre, gridano i ragazzi, guarda le scimmie che vengono a burlarsi di te e dei tuoi fucili".
"Mkau, portami il fucile e tre cartucce. E voi, ragazzi, state a osservare".
Ma il casco bianco lo tradisce, e succede un fuggi fuggi generale. Solo un grosso scimmiotto nero si ferma per qualche istante per osservare. È questione di secondi: una palla di 11 mm. fa sbocciare il suo cranio come un fungo. Tutti i ragazzi si precipitano per vedere che bestia la provvidenza inviava loro per la cena.
Sono rientrati a Nduye dopo 14 giorni di marcia, per un percorso di 300 km
Questo lungo viaggio, attraverso le foreste abitate dai pigmei, ha fatto comprendere ancor più a p. Longo la necessità della medicina, in primo luogo per il missionario stesso, e poi per portare un aiuto efficace a queste popolazioni e rendere anche più efficace tra loro la predicazione del vangelo (Nduye, 11 novembre 1946).

Un viaggio "pasquale".

Col passare degli anni, le visite di p. Bernardo Longo alla stazione missionaria di Nduye si facevano via via più frequenti, e il suo lavoro tra i walese più prolungato e proficuo.
In occasione delle grandi solennità, come pasqua e natale, nella missione di Avakubi restava il superiore, piuttosto anziano, mentre egli di solito si recava a Bafwasende. Poi da qui partiva per Nduye, dove le solennità si celebravano sempre con qualche ritardo.
Il 26 marzo del ’47 giunse una lettera del vescovo, mons. Verfaillie, dove si assicurava che per la settimana santa sarebbe venuto ad Avakubi anche p. Corbo, professore al seminario minore di S. Gabriele (Kisangani).
P. Longo accolse la notizia con un’esplosione di gioia, perché così gli era data possibilità di celebrare, per la prima volta, la pasqua tra i walese e i pigmei di Nduye.
In una lettera del 31 maggio, da Likuangula, ci descrive con grande abbondanza di particolari questo suo viaggio "pasquale", segno evidente della profonda emozione spirituale con cui visse quei giorni.
La partenza è fissata per il venerdì della settimana di passione.
Un saluto al padre che rimane, un giro di manovella, e si parte.
La strada dell’est, per andare a Nduye, è di 267 km soltanto, ma è deserta di persone amiche; quella del nord, invece, è di 350 km, ma abitata da numerosi cristiani amici.
"Pietro, noi partiamo per il nord".
"Padre, i ponti del Nepoko li hai dimenticati? Se le piogge della luna nuova avessero fatto cadere il più lungo, la pasqua ci troverebbe ancora sotto gli alberi della foresta".
"Non aver paura, Pietro, noi passeremo".
Al km 382 (da Kisangani), un colono li saluta calorosamente, e la sua signora mette sulla vettura due grossi pacchi di camicie e calzoncini per i neofiti di Nduye; poi consegna una grossa busta con 2000 franchi.
"Quei signori devono essere tuoi fratelli, commenta Pietro, se ti fanno tanti regali".
"Lasciami in pace, Pietro, non vedi che il sole tramonta al di là dei boschi? Quei signori sono buoni cattolici e perciò amano voi e il missionario".
I cristiani e i catecumeni di Nduye li attendono, però Pietro pensa sempre ai ponti sul Nepoko.
Difatti, all’avvicinarsi del fiume, si vede un nero a braccia levate, che cerca di sbarrare la strada, già impraticabile per le erbe, alte quasi un metro. Un pezzo di legno porta scritto: "Ponte pericoloso - Divieto di passaggio - Pericolo di morte".
"Queste sono storie! Io devo fare la pasqua a Nduye e devo passare".
"Padre, anche se vuoi arrischiarti sulla prima e sulla seconda campata, è affare tuo; la terza però non esiste!".
P. Longo scende dall’automobile e prende una fotografia per i curiosi e gli increduli. Uomini, ragazzi, donne e cani accorrono per assistere al passaggio. Troppo tardi! La campata più lunga l’aveva passata con facilità e la seconda stava già scricchiolando sotto il peso della sua automobile.
"Voi bianchi passate accanto alla morte come il cane beve a tutte le sorgenti", gli grida il guardiano del ponte.
Ma un vecchio gli risponde: "I bianchi, ragazzi miei, vengono da lontano e portano con sé dei Dawa (amuleti) che noi non conosciamo".
"Nonno, lascia le storie dei Dawa", interrompe il padre, e grida a tutti gli uomini forti di mettersi al lavoro sulla terza campata. Un bel gruppo si mette al lavoro. Il sole brucia. E lui, verso le ore 16, tenta l’ultimo passaggio.
Salti, inciampi, slittamento di pali; ma, metro dopo metro e palo dopo palo, finalmente raggiunge l’altra sponda del fiume.
Grida, strette di mano, schiaffi di gioia, urla, ecco come i neri approvano una mezza follia.
La notte avanza, e anche la vettura del missionario... Alle ore 21 sono finalmente sul ponte a piroghe del fiume Nduye.
I cristiani e i catecumeni del villaggio gli corrono incontro.
"Padre, salute e benvenuto", gli dice il vecchio catechista Giuseppe Moke, e non finisce più di raccontargli tante cose che a lui sembrano più importanti delle scoperte atomiche: uomini semplici che vivono sulla terra, perché il Signore ve li ha messi, ma che domani la lasceranno per il cielo, senza rimpianto.
Una tazza di caffè mezzo freddo, le preghiere, e subito a riposo sul nuovo pagliericcio.
...Al canto degli uccelli la chiesa è piena di fedeli con le palme in mano che vorrebbero confessarsi: "Vi confesserete domani o nel pomeriggio", dice il padre.
La povera "cattedrale" è piena zeppa di figli di Dio e ornatissima. Molti pagani accorrono e si ammassano alla porta o sulle finestre.
"Gloria, laus et honor", cantano i ragazzi della scuola, celebrando così la gloria di Cristo che molte nazioni gli rifiutano.
Catecumeni e cristiani maturi, piccoli e grandi, uomini e donne cantano con slancio la loro fervida fede nel Cristo redentore, agitando gioiosi la palma della foresta; una palma che all’estremità di ogni foglia porta una spina, sulla quale amano fissare un fiorellino selvatico: simbolico incontro di sofferenza e di gioia, quasi a prefigurare la pasqua del Signore, che è insieme mistero di morte e di risurrezione.

Natale congolese

Il natale, quello stesso anno 1947, p. Longo lo celebrò a Bafwasende. Ce lo descrive in una lettera scritta il 4 gennaio 1948 da Nduye, dove si era trasferito per celebrare anche lassù lo stesso mistero, con una settimana di ritardo.
A Bafwasende era giunto il 18 dicembre. Ogni giorno, durante la novena, alle 5 del mattino, teneva una istruzione ai catecumeni che si preparavano al battesimo, e alla sera un’altra istruzione per tutti i cristiani. Il resto del tempo lo passava quasi interamente al confessionale.
Aveva spiegato che la messa di mezzanotte doveva imitare la devozione, il fervore, la gioia della santa notte di Betlemme. In chiesa si pregherà e si canterà, perché il Signore riempia a tutti il cuore di gioia divina.
Tra gli undici catecumeni che si preparano al santo battesimo c’è anche una mamma, che sarà battezzata assieme ai suoi piccoli. La primogenita ha solo quattro anni e mezzo, ma sa già tenere in mano la candela, simbolo di quella fede che la dovrà guidare per tutta la vita.
Confessioni, battesimi, registrazione degli atti nei libri della missione riempiono tutta la giornata del 23. Poi scende la notte, molto fredda. Ma all’indomani, alle 5, la campana lo richiama al suo lavoro. E di nuovo confessioni, preparazione dei canti, uno sguardo al lavoro dei ragazzi che stanno addobbando la chiesa, e soprattutto la sistemazione del presepio con angeli senza ali, pastori mutilati, un cammello zoppicante... In compenso, le due statuine di Gesù bambino e della Madonna sono intatte,... motivo di stupore per tutti.
Finiti i preparativi, p. Longo siede vicino all’altare. Finalmente, alle 11.30 della notte, la campana comincia a suonare a distesa; a quei ragazzi non par vero: continueranno a tirarla e a farla strillare fino a mezzanotte.
Il missionario depone il breviario, si reca alla porta della chiesa e osserva: fuori tenebre e freddo; dentro fiori, luce e gioia.
Prima di lasciar entrare i fedeli in chiesa, chiede loro due cose: silenzio assoluto e preghiera fervida. E possono entrare solo cristiani.
Sono entrate più di 500 persone.
All’ultimo tocco della campana, il catechista ha la strana idea di intonare le preghiere del mattino.
Il padre ha una reazione di sorpresa, ma poi lascia fare: il santo natale, pensa, è il vero mattino, l’aurora della luce vera, per tutta l’umanità!
Indossa i sacri paramenti ed entra circondato di chierichetti, mentre il profumo dell’incenso, simbolo della preghiera umana, riempie la chiesa. Poi l’intera assemblea si associa, cantando: "Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà".
"Pace, gioia, amore": ecco il messaggio che il Padre cerca di portare, commentando il santo Vangelo, col cuore gonfio di commozione.
Al momento della comunione, rivolge ancora brevi parole agli undici neofiti, che s’accostano per la loro prima comunione.
"Figlioli miei, dice loro, il Pane del cielo vi porti la vita; il Corpo di Cristo vi tenga uniti nell’amore".

La "festa" all’elefante

Dopo Bafwasende e Avakubi, nel 1948 toccava finalmente a Nduye celebrare il santo natale. Di solito p. Longo vi giungeva agli ultimi di dicembre e la festa dei battesimi aveva luogo sotto l’epifania. Quell’anno, invece, proprio sul più bello si dovette spostare la data della celebrazione di qualche giorno.
"Sarà il diavolo che mette i bastoni fra le ruote?", si domandava il padre.
"No, è la provvidenza che ritarda i nostri disegni, per attuare i suoi".
La partenza è fissata per il 28 dicembre.
Sul camion è stata sistemata una grossa cassa, dove avevano... compresso la provvidenza: pane, carne, latte in polvere, zucchero, cioccolato, dolci. In un altro baule c’erano 60 vestiti nuovi per i neofiti, e poi medaglie e corone. P. Longo non poteva presentarsi a Nduye a mani vuote.
Dopo la s. messa, nella missione di Avakubi c’è atmosfera di attesa. Ma proprio quando egli si affaccia sulla porta per partire:
"Padre, padre", gli gridano, "vieni presto al traghetto. Un grosso tembo (elefante) sta facendo il bagno".
Chiamata irresistibile. Un altro devastatore, con i suoi venti o trenta quintali di carne da affumicare per i catecumeni.
Il camion rimane sul piazzale della missione, mentre tutti, grandi e piccoli, applaudono al fucile del padre.
"Chi di voi ha sangue freddo?", chiede. "Se qualcuno mi vuole accompagnare, prenda una lancia e mi segua".
Si presenta Makala, un uomo che non conosce la paura.
Quando i due giungono al fiume, l’animale si è già ritirato nella boscaglia fittissima di papirus. A mezzogiorno sono ancora sulle sue tracce.
"Ma ecco, racconta il padre: Makala mi fa un cenno. Ascoltiamo in silenzio: un colpo secco dei due orecchioni, che scacciano le mosche. Non c’è dubbio: Tembo si trova a una ventina di metri dal fiume, nascosto tra i papyrus.
"Makala avanza come un gatto, senza far rumore, e mi fa cenno di seguirlo; io però lo richiamo immediatamente. L’animale, infatti, l’ha scoperto e fiuta in quella direzione.
"Io intanto, prosegue il padre, approfittando di un fragoroso barrito, scivolo sulla riva del fiume. Un getto d’acqua mi indica la direzione della proboscide: siamo scoperti. L’elefante si drizza sulle gambe posteriori, pronto a spiccare il salto sulla riva, addosso a Makala. Ma è troppo tardi. Tra un papyrus e l’altro ho mirato alla sua tempia sinistra, e la palla gli è arrivata più veloce del vento. La eco del colpo si ripercuote dall’altra riva, mentre Tembo si sprofonda nel fiume".
Makala ride, grida, batte le mani: "Hai finito di distruggere i nostri bananeti. Oggi stesso ti friggeremo nella nostra padella".
Poi, da buon nuotatore, spicca un salto, si tuffa sott’acqua e riemerge:
"Padre, è già tranquillo nel fondo. Però se la corrente lo porta via, sarà perduto".
Taglia, con la lancia, una lunga liana; la dispone a forma di laccio e si tuffa di nuovo... Quando riemerge, sbuffa come un ippopotamo e spruzza acqua dalla bocca e dalle narici. Salito a riva, tira con forza per assicurarsi che il laccio aveva preso la zampa dell’elefante. Legato l’altro capo a un tronco, i due si incamminano verso il villaggio mentre le campane della missione suonano l’Angelus.
"Ce l’abbiamo fatta: Tembo è finito nelle acque dell’Ituri".
La notizia è troppo interessante. Qualcuno stenta a credere. Ma poi l’entusiasmo si diffonde come un contagio. Tutti tirano fuori lance e coltelli, asce o falcetti, e mentre corrono verso il fiume si danno da fare per affilarli meglio.
Descrivere il kukiuna (il macello) di un elefante è impossibile.
Centinaia di persone si precipitano, con coltelli e cestoni, e tutti avanzano il diritto a una buona parte, in compenso dei guasti sofferti nelle piantagioni.
Se il missionario non assiste, intervenendo con energia, il macello minaccia di trasformarsi in battaglia.
Ma l’ordine dato era preciso: dovevano prima mettere in una piroga una tonnellata di carne per i vecchi e i lebbrosi del villaggio. Il resto era per loro. Il padre, dalla riva, osservava e fotografava.
Un furbacchione, credendosi inosservato, aveva gettato tra i papyrus, a un amico, un bel pezzo di 5 chili; scoperto dal capo, ha dovuto restituire la refurtiva, e tra i fischi e le urla della marmaglia, mettersi in coda a tutti.
I due catechisti si ebbero la zampa anteriore. P. Longo si riservò i due denti d’avorio.
Verso sera, arrivò anche l’ispettore delle scuole, e così il viaggio di natale a Nduye fu rimandato ancora di qualche giorno.

 

6. La beatitudine del missionario

Solo il sabato 8 gennaio 1949, p. Longo riesce a partire per Nduye.
Alle sei del mattino è già al traghetto del fiume Ituri, assieme al piccolo Giuseppe e al robusto Giosafat. Segue la via dell’est: Ituri, Epulu, Mambasa.
Ad ogni villaggio, una sosta. Centinaia di ceste di cotone ingombrano la via. È il primo mercato del cotone, e quell’anno il raccolto è abbondante.
Per i primi 200 km di strada non c’è neppure un europeo: solo boschi, ponti e fiumi.
Verso mezzogiorno sono a Mambasa, ma il povero arnese dà già segni di stanchezza: due dei sei cilindri non funzionano più.
Fermatisi dal primo commerciante greco che incontrano, il padre prova a cambiare le due candele; ma il motore continua a zoppicare. Però, siccome restano ancora solo 65 km, si prosegue lo stesso.
Sui tornanti delle colline di Nduye, il motore non ne può più. A ogni discesa, i gas si accumulano nel tubo di scarico, causando esplosioni terribili.
"Il camion di Mupé Bernard è in furie", dicono i ragazzi.
Giungono alla missione verso sera, mentre il sole, tutto fuoco, si nasconde lentamente, in fondo alla valle.
I 60 catecumeni accolgono il padre con grida di gioia, mentre il tam-tam, dall’alto del "colle della vergine Maria", diffonde la notizia del suo arrivo a tutti i villaggi della zona.
"Se avessi una bella campana!", scrive p. Longo. "Nel Congo essa conserva ancora tutta la sua bellezza cristiana di chiamare i fedeli alla preghiera".
Durante la funzione della sera, la gioia traspare da tutti i volti. La cappella è bianchissima. La capanna del padre anche. Durante la sua assenza, i catechisti avevano rinnovato tutto; lo stesso pavimento, in terra battuta, era stato tinto di bianco. "Mupé Bernard veste sempre di bianco", dicevano, "sarà felice di vedere bianco anche il pavimento della sua casa".
"Padre", gli spiega Tommaso, il guardiano della missione, "durante i quattro mesi della tua assenza, il Signore ha benedetto i nostri raccolti... Domani ti mostrerò la nostra raccolta di fagioli, piselli, granoturco, mais, soia...
"Però, fra tanta abbondanza, il Padrone ci ha rubato due catecumeni, che ora dormono giù nella valle, sotto una grande croce".
La notizia gli era già stata comunicata dal vecchio catechista Giuseppe Moke, il quale su un foglio di carta aveva annotato:
"Padre, dopo la tua partenza da Nduye, il Signore è venuto a rubarti due catecumeni. La piccola Mara è morta, e l’ho battezzata col nome di Angela. Anche il tuo Kasussi è morto, e l’ho battezzato col nome di Giovanni".
"Veramente il Signore ha rubato i più cari, commentava allora il padre; la triste notizia mi ha fatto piangere".
Ora Tommaso gli ricorda quei tristi giorni, come farebbe un figlio col padre che torna da lontano.
"Le medicine, che mi avevi lasciate, sono servite meno dell’acqua del fiume. Tutto fu inutile. Le stesse nostre preghiere si sono sperdute fra questi monti, senza arrivare a Dio. Abbiamo vestito i corpi con l’abito del battesimo, li abbiamo portati in cappella; poi, mentre scendevamo dalla collina, tutti pregavano e piangevano. Anche i pagani ci hanno seguito in lacrime, e hanno benedetto la nostra famiglia cattolica, che insegna l’amore per i morti".
Ormai è notte, e p. Bernardo rimane solo.
"Nessuno di voi, scrive, ha gustato il silenzio di una notte congolese".
"Quando il sole scompare e le tenebre hanno riempito la terra, un silenzio assoluto domina tutto. Forse la paura, ma specialmente la necessità di ascoltare ciò che succede attorno alla capanna, costringe il nero a vagliare attentamente ogni più insignificante fruscìo".
La luce elettrica non c’è, e il povero guadagno non permette al nero neppure il lusso di una lampada a petrolio. Un piccolo fuoco rischiara e riscalda ogni capanna, e la protegge dai serpenti, dal leopardo, dagli scorpioni e da tutte le mille bestiole che infestano la foresta.
Ma mentre il padre pensa e scrive queste cose, sogna già il tripudio del domani, con una cerimonia di sessanta battesimi: "Anche questo è natale, pensava il padre: natale, cioè nascita di sessanta figli della foresta alla vita di figli di Dio, e avvio alla nascita di una fiorente comunità cristiana".

I primi dieci anni d’Africa

Le preoccupazioni maggiori di p. Longo, nel periodo della sua permanenza ad Avakubi, furono i catecumeni, che visitava regolarmente.
Tra Bafwasende, Avakubi e Nduye, nel 1948, ne seguì 160, che battezzò tra il natale e l’epifania.
Per tutto il territorio compreso fra queste missioni c’erano solo due missionari. "Solo due missionari, insiste p. Longo, per un territorio grande come il Veneto, e nessuno di voi pensa di venire ad aiutarci".
Già a quel tempo egli annota con rammarico che Avakubi è la vecchia grande stazione, che muore.
Situata sulla riva sinistra dell’Ituri, essa non ha più neppure la posta, e nessun bianco vi abita.
"Un tempo fu distretto, e contava circa 11.000 abitanti. Oggi ve ne sono appena 500; e il distretto è stato trasferito a 60 km: un bel salto, che ha lasciato il vuoto.
"La chiesa è la più bella del vicariato. Tutto è ben costruito. Ma oggi i neri si trovano 60 km più a ovest, cioè a Bafwasende.
"Senza le suore, senza il dispensario e la scuola professionale, Avakubi, la madre di tutte le missioni del nord-est, è condannata a morire" (Avakubi, 18.5.48).
Per questa ragione p. Longo si preoccupava di moltiplicare le sue visite a Nduye; questa località gli stava particolarmente a cuore per due motivi: primo, perché era un centro molto povero, sperduto nel cuore della foresta e abitato da popolazioni silvestri molto bisognose (i walese e i pigmei); secondo, perché gli sforzi fino ad allora compiuti in quella zona annunciavano già un promettente avvenire.
Il centro più importante, in quella regione, sarebbe stato Mambasa, che si trovava 67 km più a sud. Ma laggiù c’erano soltanto un centinaio di cristiani e la popolazione era già fortemente islamizzata. A Nduye, invece, c’era una popolazione ancora semplice e tanto disponibile. Nella foresta circostante, poi, c’erano molti gruppi di pigmei, e p. Longo sognava appunto una missione che potesse diventare il punto d’incontro, nella fede, dei neri e dei pigmei.
I primi contatti li aveva iniziati già da dieci anni, ed era tempo di pensare a una struttura che desse garanzie di continuità.
Questi i problemi che egli si poneva ormai da tempo. Ma come giungere a una soluzione soddisfacente?
La risposta venne da un complesso di circostanze che maturarono appunto nei primi mesi del 1949.

Il nuovo vicariato di Wamba

In data 10 marzo di quell’anno, infatti, la zona nord-orientale del vicariato veniva distaccata da Kisangani per costituire un nuovo vicariato apostolico con sede a Wamba. Fu chiamato a dirigerlo mons. Giuseppe Wittebols.
Il nuovo vicariato si estendeva per una superficie di 48.000 kmq. con circa 210.000 abitanti, di cui solo 45.000 erano cattolici.
Nella riorganizzazione delle stazioni missionarie e nella nuova distribuzione del personale, mons. Wittebols decise di elevare anche il centro di Nduye al rango di stazione principale, designandovi come superiore p. Bernardo Longo, che ne era stato il fondatore.
Il padre accolse quelle decisioni, che venivano così bene incontro alle sue attese, come una grazia.
Approfittò di questi cambiamenti anche per prendersi un breve periodo di riposo in patria, il primo dopo dieci anni di Africa.
La coincidenza non poteva essere più fortunata. E difatti, quando tornò in Europa, egli aveva ormai chiara la visione di quello che sarebbe stato il suo futuro impegno missionario, e potè approfittarne per avvicinare amici e benefattori, illustrare i suoi piani, sollecitare il loro consenso e raccogliere i fondi necessari.
Giunto in Belgio (25 marzo 1949), sviluppò egli stesso oltre 500 delle sue negative; tra esse scelse un centinaio di esemplari, meglio riusciti, e poi si fece mendicante, in nome di Cristo, per i neri e per i pigmei delle sue foreste.
In conversazioni, incontri, corsi di predicazione, lettere ad amici o benefattori, a tutti aveva qualcosa da chiedere: missionari che venissero a lavorare con lui; suore per avviare un dispensario e le scuole femminili; macchinari per i suoi progetti di scuole artigianali; campane, paramenti sacri, immagini e corone, indumenti e medicine... e poi denaro per poter pagare i catechisti e gli operai che lo avrebbero aiutato nei suoi progetti.

Onorificenza pontificia

Non sempre le sue richieste erano accolte con comprensione e simpatia.
Di passaggio fra i suoi amici di Bellinzona, nei primi mesi del 1950, non nascose la sua amarezza per lo scarso appoggio trovato in vari ambienti.
Ma molte furono anche le consolazioni. Nell’Istituto dehoniano di Monza potè istituire un vero e proprio centro di propaganda e di raccolta per le sue opere missionarie. Lo stesso prevosto di Monza, mons. Rigamonti, autorizzò la costituzione di una "commissione missionaria parrocchiale" che allestì una mostra, nella quale il padre, in talare bianca da missionario, potè illustrare ai numerosi visitatori le sue opere e le sue... necessità.
Fu in quell’occasione che il padre ricevette anche una "onorificenza pontificia".
Le cose andarono così: il rag. Mario Lissone, direttore del Piccolo credito artigiano, aveva ricevuto dal papa Pio XII, come onorificenza, la croce "pro Pontifice et Ecclesia".
Visitando quella mostra e sentendo tutto ciò che p. Longo aveva fatto in Africa per la chiesa, il ragioniere si tolse l’ambita onorificenza e la consegnò al missionario dicendo: "La tenga, padre, lei è molto più degno di me di portare questa croce".
P. Longo rimase un po’ interdetto per l’inattesa profferta, ma poi l’accettò esclamando: "Chissà, in Africa potrà diventarmi utile".
Vedremo poi che, tornato in Africa, offrirà questa onorificenza al suo fedele catechista Giuseppe Moke, che l’accolse con immensa commozione.
In visita alla Fiera di Milano, il padre vide esposto un bel concerto di cinque campane: "Queste le voglio comprare io", disse.
Interessò gli amici della Svizzera e la sua parrocchia di Curtarolo; il 12 marzo 1950 fece esporre l’intero concerto nel duomo di Monza e così trovò il modo di acquistare per la sua missione le cinque campane.
Molta comprensione e generosa collaborazione ebbe anche da parte di "Propaganda Fide", del pio sodalizio di s. Pietro Claver, dell’ufficio missionario di Padova, ecc... Con le offerte così raccolte, potè comprare una bellissima statua in legno di Ortisei, raffigurante la Madonna col Bambino, e accanto, molto piccoli, una donna e un bambino, neri, in atto di guardare la Vergine.
Acquistò, inoltre, numerosi attrezzi meccanici, un tornio, una grossa dinamo, nastri di seghe elettriche, insomma, tutto il necessario per impiantare, in mezzo alla foresta congolese, una segheria e una scuola artigianale per apprendisti falegnami.
Ma il dono più caro e ambito gli venne dalla superiora generale delle Pie Madri della Nigrizia, fondate da mons. Comboni. Ella infatti promise che avrebbe mandato alcune delle sue religiose per la missione di Nduye, non appena i locali fossero in grado di accoglierle. Fu questa la sua conquista più bella.

Anche se il tuo paese è bello, ritorna presto fra noi

Ancora nell’estate del 1949, p. Bernardo riceveva una lettera dallo Zaire nella quale il catechista di Bafwasende, rispondendo ai saluti del padre, gli ricordava che la sua patria erano ormai le foreste dell’Africa centrale.
"Padre Bernardo, mio amatissimo: la tua lettera ci ha portato il giubilo del cuore, come se avessimo veduto il tuo volto sorridere tra noi.
"Erano circa le quattro di sera quando arrivò.
"Io stavo seduto e curvo vicino alle pentole che bollivano; d’un colpo mi scosse il ragazzo che portava la tua lettera. Non credendo ai miei occhi, l’aprii.
"Le mie figliole, e Giuseppino e io, appena abbiamo visto proprio la tua scrittura, siamo saltati fuori, come escono i galli al mattino, e abbiamo cominciato a ridere e a saltare di gioia.
"Quando la gioia si calmò, cominciai a leggere le tue parole; ma la gioia era tanta, specialmente dei miei ragazzi, che di tanto in tanto scoppiavano in grida di allegria. Le notizie che ci hai date ti hanno fatto rivivere tra noi, e ti cercavamo con lo sguardo, come se fossi ancora tra noi!
"Chiamai subito i catechisti, i ragazzi della scuola e i catecumeni, e tutti cominciarono a riempirsi di gioia, scoppiando in grida altissime.
"Ti diciamo dunque grazie senza numero, per averci mandato quella lettera, a noi, tuoi piccoli figlioli. Proprio così: il padre buono, anche se lontanissimo, anche se al di là di tutti i nostri boschi, non abbandona del tutto i suoi figlioli, perché li ricerca con la sua lettera...
"Basta. Ritorna presto tra noi.
"Anche se il tuo paese è bello, anche se ti vogliono tanto bene, ritorna presto. Anche tra noi ci sono dei cuori che ti amano non come fratelli, ma come veri figli, che tu stesso hai incamminato per il sentiero del cielo" (Gabriele Mambele).

 

7. Una missione tutta per lui

Tornando in Africa nella primavera del 1950, p. Bernardo Longo sapeva che non andava più incontro all’ignoto. Una missione fatta su misura, tutta per lui, l’attendeva nel cuore della foresta.
Riprendendo il suo posto di lavoro nella vasta regione dell’Ituri-Kibali, egli aveva ora anche un nuovo status giuridico.
In primo luogo, come già abbiamo accennato, nel 1949 tutta quella vasta zona era stata distaccata dal vicariato di Kisangani e costituita in vicariato autonomo con sede a Wamba.
Il 15 maggio 1950 anche la missione di Nduye era stata elevata al rango di stazione principale, e superiore era stato nominato lo stesso p. Bernardo Longo. Il 18 maggio successivo, festa dell’Ascensione, egli volle solennizzare anche esteriormente l’importante avvenimento, annunciando che da allora in poi la sua residenza abituale non sarebbe stata più Avakubi, ma Nduye.
Nel 1950, ebbe come collaboratore don Agwala, il primo sacerdote congolese del vicariato, che più tardi diventerà il vicario generale di Wamba; nel 1951 ebbe p. Lahr, lussemburghese, al quale, nel novembre del 1952, successe p. Luigi Noacco, che nel 1930 a Trento era stato suo alunno, e che a Nduye gli sarà carissimo amico e prezioso collaboratore fino al giorno del suo martirio.
A Nduye, p. Longo ritrovò l’affetto e l’entusiasmo dei neri e dei pigmei, i quali lo attendevano carico di regali. E invece, strano ma vero, dovette presentarsi a mani vuote perché le casse erano ancora in viaggio.
Ma sia il vescovo di Wamba che i fedeli di Nduye si rasserenarono quando sentirono la descrizione di tutto quello che doveva arrivare.
"Cristiani e catecumeni, scrive p. Longo, dicono ogni giorno il santo rosario, perché sia le statue, che le campane, arrivino presto e bene. In mezzo a questi boschi, questo sarà il più grande avvenimento dopo la creazione del mondo".
Rientrando nella sua capanna, abbandonata l’anno precedente, la trovò linda e tutta imbiancata, ma spoglia di tutto: lenzuola, coperte, abiti e attrezzi, nulla più era rimasto.
Baba Josefu, il vecchio e fedele catechista, portava ancora la giacca dell’anno precedente; con la differenza che prima si vedeva una giacca rattoppata, mentre ora non si vedevano che i rattoppi.

Grandi progetti

Tornando in Africa, p. Longo aveva in mente grandi progetti, e col tempo li avrebbe realizzati tutti, a uno a uno. Difatti, anche se le casse erano ancora in alto mare, nell’estate del 1950 egli aveva già trasformato la missione in un grande cantiere.
La sua abitazione era ancora la misera capanna di fango, col tetto di paglia, costruita nel 1940; ma egli ne aveva fatto come la centrale di tutte le iniziative che via via andavano sorgendo.
Cominciò col sostituire la primitiva cappella, impastata di fango, con un’altra ancora in legno, ma più ampia e razionale.
Contemporaneamente fece costruire un baraccone con le pareti di legno e il tetto di paglia, per ospitare i primi undici allievi della scuola artigianale.
Era solo un inizio, ma egli sperava di sviluppare una vera scuola di arti e mestieri, per avviare i giovani a un lavoro dignitoso e ben retribuito.
Proprio in quei giorni la prima strada, costruita per congiungere quelle vallate con Mambasa a sud e con la vallata del Nepoko a nord, stava raggiungendo Nduye.
Il 7 giugno p. Longo approfittò di un camion della società appaltatrice che faceva ritorno a Wamba, per recarsi dal vescovo e avere qualche notizia delle sue casse.
Partito alle otto del mattino, giunse a Wamba (370 km) alle dieci di sera!
Delle casse ancora nulla. Però venne a sapere che circa 100 km a nord era stato abbandonato, ai margini della strada, un camioncino fuori uso. Partì allora con due allievi meccanici da Wamba, deciso a tentarne il recupero.
Lo trovò in uno stato pietoso: senza ruote, senza freni, il ponte posteriore smontato, la cabina quasi disfatta, l’asse anteriore piegato su se stesso... Ma nonostante tutto si mise al lavoro.
Dopo tre giorni di sforzi, quel groviglio di ferrame contorto diede i primi segni di vita. Cigolava da ogni parte; dei freni non c’era neppure l’ombra; ma in compenso camminava.
Tutti si domandavano come avrebbe fatto nelle grandi discese. Ma p. Longo non ci faceva caso. Si fece regalare da un amico un fusto di olio di palma, un sacco di farina, una cassa di sapone, e ripartì per Nduye.
Vi fosse giunto anche solo col telaio, sarebbe stato un bel successo. L’accompagnava un ragazzo; aveva l’incarico di rifornire di acqua il radiatore.
Due giorni per un percorso di 370 km!
Giunse alla missione verso sera: gli stessi allievi meccanici si chiedevano com’era riuscito a fare un viaggio così accidentato, con una macchina senza freni. Il punto più drammatico fu la discesa sulla zattera a piroghe, per passare a traghetto il grande fiume Epulu. Per cavarsela in una discesa che poteva concludersi con un tuffo in acqua, mise la retromarcia, e tenendo il motore acceso ma disinnestato, si lasciò andare per inerzia giù per la china; ogni tanto sollevava delicatamente la frizione che, agendo sulla retromarcia, fungeva da freno. Giunto sul tavolato delle piroghe, aumentò l’azione di queste frenatine, e così riuscì a fermarsi nel posto giusto.
Leggendo queste vicende, qualcuno potrebbe pensare che p. Longo, in missione, si occupasse solo di case, di macchine e di campane. E invece, anche queste preoccupazioni materiali egli le viveva con spirito apostolico e ansia soprannaturale.
E trovava sostegno, in mezzo a tante fatiche, coltivando pensieri di fede e sentimenti di riconoscenza verso i benefattori che l’avevano aiutato:
"È proprio vero, scriveva nel 1950, che questa terra non è la nostra dimora. Dio ci ha mandati quaggiù per provarci, e vedere se siamo capaci di camminare con i piedi nel fango e gli occhi al cielo" (16.7.1950).

Le Pie Madri della Nigrizia

P. Longo sapeva che, se una missione non è animata dalla carità delle suore, sarà sempre triste e senza vita.
In Europa, la superiora delle Pie Madri della Nigrizia aveva promesso che le suore sarebbero giunte anche a Nduye.
Perciò una delle prime preoccupazioni di p. Longo, nel suo piano di rinnovamento della missione, era questa: preparare la casa delle suore.
Dall’amministrazione ottenne per loro l’assegnazione di cinquanta ettari di foresta.
Egli scelse il pendio che, venendo da Mambasa, si trova sulla destra della strada, e perciò di fronte alla missione, dal lato opposto della vallata.
Nel mese di settembre un gruppo di catecumeni erano già al lavoro per disboscare i primi dieci ettari.
Un primo disboscamento, sulla collina della missione, l’aveva fatto nel 1940, per costruirvi una cappella e la sua capanna. Ma ora lo sforzo è molto più impegnativo, e il lavoro è sentito quasi come un’avventura.
Precedono una cinquantina di ragazzi che, con coltellacci o falcetti, tagliano le liane e gli arbusti che costituiscono un groviglio indescrivibile.
Segue un gruppo di diciassette uomini, armati di scure; essi tagliano alla base una prima fila di alberi, fino al punto in cui cominciano a gemere. Poi tagliano allo stesso modo tutti gli altri, ma solo dalla parte in cui cadrà il primo.
Quando un buon lotto è pronto, fanno oscillare il primo che, cadendo, travolge nella caduta anche tutti gli altri: è un fragore indescrivibile.
Mentre procedeva il disboscamento, p. Longo si preoccupava già delle costruzioni.
Non disponendo di dinamite, si ingegnò per far saltare il granito col fuoco. Una volta bruciò in un solo giorno trenta metri cubi di legna, addossati a una roccia grandissima. Avvolto in quella fornace, il blocco si spezzò, dando circa dieci metri cubi di pietrame.
Il complesso di edifici da riservare alle suore comprendeva: la residenza delle suore, le scuole e il dispensario.
Singolare anche la tecnica per costruire.
Non disponendo di calce e cemento, le pietre dei muri esterni venivano legate con una specie di fango che, al primo acquazzone, poteva sciogliersi e far crollare ogni cosa. Perciò, prima venivano piantati dei pali perimetrali, su questi veniva fissato il tetto di liane e foglie, per proteggere dalla pioggia anche i muri, che venivano innalzati per ultimi.
Le Pie Madri della Nigrizia arrivarono a Wamba nel dicembre del 1951. Molte furono le difficoltà da superare prima di giungere a Nduye, tra cui l’opposizione e quasi l’ostilità con cui alcuni giudicavano i progetti di p. Longo: "È un matto, dicevano molti. Vi farà morire di fame in mezzo alla foresta".
Egli però godeva della piena fiducia del suo vescovo, mons. Wittebols, nonché di p. Kinsch, allora direttore delle scuole e più tardi arcivescovo di Kisangani.
"Andate a Nduye con fiducia, disse questi a madre Clementina che gli confidava le sue perplessità. Il y a l’homme de Dieu, ça ira!" ("C’è l’uomo di Dio; andrà tutto bene!").
Forti di questi incoraggiamenti, le Pie Madri si recarono a Nduye il 28 febbraio 1952. E ora ringraziano la provvidenza per avere avuto in sorte la missione di p. Longo.
Ma anche p. Longo, nelle sue lettere, ringrazia spesso la provvidenza per aver avuto così valide collaboratrici.

Cinque campane in mezzo alla foresta

Quando gli giunge la notizia che le casse sono in arrivo, p. Longo lascia all’abbé Agwala la cura della missione e scende a Kisangani per le pratiche di dogana e per provvedere al trasporto fino a Nduye.
Alla dogana fanno le meraviglie: 32 quintali di merci. Quattro settimane sono occorse per sbrigare tutte le formalità e trovare un automezzo disposto a effettuare il trasporto da Kisangani a Nduye (580 km).
Superate le ultime difficoltà, p. Longo ripartì per Nduye, felice di poter finalmente annunciare l’arrivo del suo grosso bagaglio.
"Sono già troppo vecchio per fare i salti di gioia, scrive il 26 novembre.
"Le campane sono già davanti alla porta della cappella.
"Tutte le casse sono arrivate; alcune sono mezze frantumate, ma niente fu danneggiato. I miei neri dicono che la Madonna ha accompagnato le mie casse e le ha protette.
"Per ora, scrive ancora, la Madonna è in una stanza della mia capanna, e solo i più buoni sono ammessi a vederla".
"Padre, gli dicono i neri, noi avevamo torto a piangere quando tu eri lontano. Non sei andato a dormire, ma a lavorare per noi".
Dicendo questo, guardavano alle sporte della signora Laura, ai vestitini regalati dalle suore Canossiane, al tornio che era ancora perfettamente in ordine, alla mastodontica dinamo con tante candele, ecc.
Di tutti questi macchinari, però, i neri non ne capivano ancora nulla, mentre le campane facevano invidia anche ai bianchi. La più grande, Maria, è la mamma; le altre tre sono le sue figlie; la quinta è Mutoto, il bambino più piccolo, che però sa gridare così forte da farsi sentire anche lui in tutto il villaggio.
L’8 dicembre, la statua della Madonna viene portata in processione dalla capanna del padre alla chiesa.
Il trasporto avviene al suono festoso delle cinque campane che sui monti di questo altipiano portano un po’ di allegria italica. A Kisangani, dove la cattedrale possiede solo due campane, volevano che il padre ne lasciasse almeno tre. Rispose che non poteva dividere il suo cuore! A Wamba se l’è cavata dicendo che per una futura cattedrale ci volevano altro che cinque "campanelle" (7.6.1950 - 26.11.1950).
I cristiani di Nduye, di fronte a macchinari così misteriosi, sgranavano tanto d’occhi e dicevano: "Il tuo paese dev’essere molto grande, se hanno saputo mandarti casse così pesanti".
Ma p. Longo non diceva mai "basta", anzi soggiungeva: "Per quest’anno la notte di natale sarà ancora un po’ triste, perché ho mancato di fiducia nella provvidenza,
"Avrei dovuto portare con me anche un bel presepio; e invece... Ma lascio la parola d’ordine ai miei amici monzesi per l’anno prossimo!" (26.11.1950).

Una capanna di fango

Nel 1951, p. Longo ebbe una gradita sorpresa: la visita dell’ing. Alfredo Nodari, un caro amico di Bellinzona, che gli era sempre stato largo di ospitalità e di comprensione.
Il padre diede a sua volta generosa ospitalità a lui e alla figlia, nella sua capanna di Nduye.
Le casse con le campane, i macchinari e la statua della Madonna erano già arrivati da qualche tempo, ma la missione era ancora agli inizi.
"Nel 1951, scrive l’ingegnere, trovai il p. Longo che viveva in una misera capanna di fango dal tetto di paglia.
"Era allora coadiuvato da don Agwala, il primo prete nero del vicariato.
"La chiesa, la scuola e l’officina erano esse pure in fango, coperte di foglie. I pavimenti in terra battuta. Le imposte dell’abitazione erano formate da semplici ante di legno, e quindi senza telaio e vetri, e senza zanzariera.
"Fui ospitato con mia figlia nella cameretta riservata al vescovo, che passava ogni tanto a visitare la missione.
"Le pareti in fango e il pavimento erano letteralmente infestate da ragni e scarafaggi, per cui erano necessarie tutte le precauzioni.
"L’acqua era scarsa e veniva filtrata con mezzi rudimentali. Occorreva la notte intera per ricavare un secchio d’acqua, per cui durante la giornata si doveva usare con la massima parsimonia.
"Non si parlava neppure di frigorifero in quella cucina primitiva, installata sotto una tettoia esterna. Era perciò impossibile conservare gli alimenti, e l’acqua, subito tiepida, era disgustosa al palato.
"Nemmeno la luce elettrica esisteva; si usava una piccola lanterna a petrolio o una candela.
"Ma in questo ambiente così povero viveva un uomo dal cuore grande, che tutti voleva redimere dalla miseria materiale e più ancora da quella spirituale del peccato, affinché in tutti tornasse a splendere il volto dei figli di Dio".

Esiliato di Dio

"Sperduto fra queste boscaglie paurose", scriveva ai suoi confratelli di Monza il 4 settembre 1951, "incenerito dal sole, nuotando fra le piogge equatoriali di settembre, io vi ricordo sempre. Sono con voi in spirito, e non vedo l’ora di poter ritrovare una così bella comunità di giovani, dove la pietà e l’ideale missionario sono sempre in grandissima stima.
"Proprio nella vostra cappella tante volte io guardavo, per voi e con voi, l’altare santo, e dicevo a Gesù di farvi tutti apostoli sullo stampo di Paolo.
"Proprio nella vostra cappella ho pregato e mi sono aggrappato alla "Mamma", per ricominciare il mio apostolato.
"Scrivendo, non parlatemi troppo di Monza, perché le vostre Messe cantate, le belle adorazioni, i buoni ritiri e le belle funzioni religiose sono per me tante ore di nostalgia. Non dimenticate che da tanti anni sono in esilio: per il Signore! Ma è sempre un esilio.
"Tante sere, dopo sole e lavoro, gambe e braccia mi bruciano, ma avanti sempre.
"Amate le missioni e il loro ideale. Nessuno si lamenti se non scrivo... Dalle cinque del mattino fino alle nove di sera, la giornata è tutta occupata tra lavoro ed esercizi di pietà".

Il fischio del merlo

Se molti catecumeni e fedeli aiutavano la missione con generoso disinteresse, molti altri invece dovevano essere pagati regolarmente.
In questo periodo occorrevano oltre 200.000 lire al mese solo per le paghe agli operai.
Non fa meraviglia, perciò, se troviamo che p. Longo approfittava di ogni occasione per farsi mendicante di Cristo.
"Per il momento, scriveva nel 1951, lotto tra la vita e la morte. Sono pieno di debiti e nessuno mi aiuta" (15.9.1951).
"Voi mi chiedete perché non scrivo", annotava in altra occasione con una punta di ironico umorismo. "Perché? Ma perché tutti vogliono mie notizie, e nessuno pensa a pagarmi nemmeno i francobolli. Se in ogni lettera, oltre le solite quattro chiacchiere, aggiungessero cinque dollari, io prenderei più coraggio e la risposta non tarderebbe.
"Da molto tempo ho domandato disegni di mobili, disegni di cartelloni per la scuola artigianale, che già funziona bene. A Bologna c’è una macchina per maccheroni, che mi era stata promessa. Anche una piccola stampatrice mi sarebbe utile.
"Il prete congolese, che finora è rimasto con me, mi lascerà dopo natale, e dovrò rimanere solo ancora per qualche mese. Vita missionaria, vita di amore e di croci... Saluti e pregate per me" (Nduye, 16.12.1951).
E in altra occasione: "Fate di tutto per mandarmi nuove reclute dall’Italia. Io arriverò più tardi, a risvegliare i dormienti. Sto prendendo dei film sui pigmei e le opere missionarie. Ho molte foto recentissime. Ma dite che neanche in Africa il merlo fischia per niente" (21.1.1947).
A parte queste puntatine garbate, egli è sempre di una delicatezza estrema e di una generosità che non conosce misura: "Le difficoltà si moltiplicano, scrive ancora, e la miseria mi sta diventando sorella. Però miserie e difficoltà sono mie, e continuerò a mostrare la rosa fiorita, lasciando le spine nei boschi africani" (31.5.1947).

 

8. Culture e religioni da lui incontrate

I walese di Nduye
"Parrocchia vasto mondo", aveva scritto un autore francese per sottolineare l’impegno apostolico che deve animare ogni sacerdote.
Ma per p. Bernardo Longo questa non era soltanto "una espressione letteraria felice"; era la vita di ogni giorno.
La sua missione si estendeva inizialmente per 80 km verso sud (comprendeva anche Mambasa), per oltre 100 km verso nord (Nepoko), mentre nella direzione est-ovest i confini svanivano in una foresta sconfinata e impenetrabile.
La popolazione, tuttavia, era molto scarsa: era calcolata sui 20.000 abitanti, con una densità di soltanto due abitanti per chilometro quadrato.
Dal punto di vista etnografico, scrive p. Longo, nella missione di Nduye ci sono i walese e i pigmei.
I walese sono popolazioni di stirpe bantu, ma non sono così caratterizzati come i bantu di altre regioni. In genere si tratta di razze che derivano da gruppi paleo-negroidi, con l’apporto di elementi pigmei.
Essi vivono lungo le strade o i sentieri delle foreste, e da cacciatori sono diventati agricoltori.
Dal punto di vista culturale, però, all’arrivo dei missionari erano ancora allo stadio della raccolta agricolo-silvestre, basata sulla coltivazione della banana. Gli alimenti non venivano accumulati e conservati in magazzini, ma raccolti di giorno in giorno, secondo le necessità.
Anche nel carattere, si tratta di gente un po’ amorfa, priva di quelle forti caratteristiche di folclore, di estro artistico o di resa anche fisica, che si notano invece presso le altre popolazioni bantu dello Zaire.
"Le mie tribù, scriveva p. Longo (19.10.1951), sono abbastanza mansuete, ma facili al fatalismo.
"Il sentimento, non la ragione, è la loro guida. Certe cose le sentono volentieri, ma le imparano con molta difficoltà.
"La personalità, per queste popolazioni, è solo del più forte. Il povero e il derelitto è fiero di essere suddito di un potente, anche se lo calpesta".
"Può uno disobbedire al suo capo?", chiese un giorno p. Longo a un gruppo di giovani. E uno pronto rispose: "Può la gallina tagliare il coltello?".
L’amore del prossimo, nel senso di persona a cui si è uniti da legami di sangue, è fortissimo. Ma l’amore del prossimo, inteso nel senso evangelico, solo i cristiani cominciano con fatica a scoprirlo e comprenderlo.
Soprattutto mancano di impegno e di costanza, e hanno in pochissima stima l’istruzione e il lavoro. Nelle stesse scuole di Nduye, che erano state create principalmente per loro, gli alunni walese erano molto rari. La grande maggioranza proveniva dalle tribù limitrofe, e soprattutto dai wanande.
Ancor più difficile portare i giovani walese fino agli studi superiori. In dieci anni, p. Longo riuscì a formare solo due "maestri meccanici", due "maestri muratori" e un unico "maestro falegname" walese, mentre erano abbastanza numerosi quelli delle altre tribù.
Questo fatto incideva in modo preoccupante anche sulle iniziative pastorali.
Per ovviare a queste difficoltà e avere operai fidati, ma soprattutto per avviare forti nuclei di cristiani praticanti, p. Longo fece scendere dalle montagne orientali numerosi gruppi di wanande, che in gran parte erano già cristiani, procurando ad essi alloggio e lavoro.
Fu così che, da Nduye a Mambasa, p. Longo e i suoi collaboratori poterono costruire buoni nuclei familiari, dalle salde tradizioni cristiane.

"Padre" dei pigmei
La vallata del fiume Nduye è abitata, oltre che dai walese, da vari gruppi di pigmei, che in linguaggio locale sono detti bambuti o efe. Si calcola che nell’intero comprensorio dell’Ituri, sul quale gravita anche la vallata di Nduye, vivano circa 30.000 pigmei.
I bambuti dell’Ituri sono il gruppo più considerevole e meglio caratterizzato dei pigmei di tutta l’Africa. Essi sono stati accostati e studiati sul posto da celebri etnologi, tra cui p. Paul Schebesta, del Verbo Divino, che visitò anche la zona di Nduye.
I pigmei vivono nelle stesse regioni abitate dai bantu, ma le loro abitazioni sono nettamente distinte e separate dai villaggi dei neri, e spesso sono nascoste in mezzo alla foresta. Essi si considerano i primitivi o aborigeni della regione, ma accettano la superiorità dei neri che considerano loro "padroni" e servono con fedeltà, quasi con fierezza, per avere in cambio protezione e aiuto.
Culturalmente i pigmei sono rimasti allo stadio della raccolta silvestre; vivono cioè di ciò che la foresta spontaneamente produce. Non sanno cosa sia fare riserva di alimenti o di caccia... Sono quindi essenzialmente nomadi.
Lo spostamento da un luogo all’altro avviene, in media, ogni tre o quattro settimane. Ma una caccia fortunata, o maggiore abbondanza di alimenti o di pesca, potrebbe prolungare di qualche giorno la permanenza in un luogo.
L’unità sociologica più caratteristica è il gruppo o clan, formato da cinque-dieci famiglie. Il bene del gruppo è la norma che tutti accettano senza discutere.
Il matrimonio avviene tra i giovani di un gruppo e le ragazze di un altro gruppo. Non è ammesso che giovani e ragazze di un medesimo gruppo si sposino fra loro. Anche dei bantu, nell’Ituri, sposano donne pigmee, perché sono molto feconde. Tra i walese si calcola che siano circa il dieci per cento.
La statura media dei pigmei è di 143 cm. per gli uomini e 136 per le donne. Il peso medio è di 39 kg. per gli uomini e 36 kg. per le donne. Ma ancora più caratteristica, nei pigmei, è la struttura del corpo, goffa e deforme: arti inferiori esili e corti; tronco del corpo lungo e massiccio; spalle larghe, braccia lunghe, mani esili. La testa, soprattutto, è esageratamente grossa, il volto rugoso, la bocca smisurata, con un prognatismo molto accentuato.
Dei pigmei, p. Longo si era interessato fin dai primi anni di permanenza in terra d’Africa.
Ancora nel dicembre del 1939, nella sua prima lettera dal Congo (19.12.1939), scriveva:
"I pigmei fanno solo caccia, ma vivono collegati ai loro capi neri, ai quali portano la carne di elefante, per avere in cambio banane.
"Nell’ultimo viaggio mi interessai in modo particolare di loro e promisi un catechista.
"Gli altri missionari mi dicono che è un lavoro inutile, perché i pigmei, anche se hanno un capo col quale stanno uniti, per la maggior parte dell’anno sono nomadi e quindi ogni tentativo di istruirli riesce vano".
Ciononostante, p. Longo continuò ad interessarsi con ostinazione di loro, delle loro tradizioni, dei loro costumi, per trovare il modo di far giungere anche ad essi il messaggio evangelico.
Se, mentre il padre parlava loro di Dio, udivano i barriti degli elefanti, dimenticavano ogni cosa e si mettevano a seguirli per giorni interi, fissando poi il loro accampamento dove trovavano da mangiare, da mercanteggiare e da danzare.
P. Longo era diventato il grande amico dei pigmei e il loro più valido protettore.
Essi l’avevano compreso, ed erano fieri quando potevano stare con lui.
Nella missione avevano libero accesso a tutte le ore del giorno e in tutti i giorni dell’anno. E con loro p. Longo era veramente di una pazienza infinita. Li ascoltava per ore e ore, parlando di tutto, rispondendo a tutti i loro minuziosi perché.
Nonostante ciò, dal punto di vista apostolico, i risultati furono sempre molto scarsi.
Alcune donne pigmee, per potersi sposare con cristiani walese, si erano anche decise a farsi cristiane; ma nessuno di quelli rimasti nella foresta ha mai ricevuto il battesimo.
P. Longo aveva insegnato loro il segno della croce e qualche preghiera; per il resto si limitava a istillare loro la fede in Dio, il senso del peccato, la fiducia nella provvidenza divina per questa vita e anche per la vita futura.
Una volta, un gruppo di una quarantina di pigmei aveva accettato di iscriversi al catecumenato, e sembravano veramente desiderosi di farsi cristiani.
Furono ospitati nella missione, e per oltre due mesi furono tutti fedelissimi alla spiegazione del catechismo. Ma una notte scomparvero in massa e non si seppe più nulla di loro.
A coloro che si meravigliavano di non vedere alcun pigmeo battezzato, p. Longo rispondeva con ironia: "Non si battezzano le antilopi della foresta". Nonostante ciò, i pigmei avevano per lui una grande ammirazione.

Con i figli del Corano
Un altro gruppo etnico con il quale p. Longo entrò in contatto, furono gli arabizzati, ossia i nati dall’incrocio di neri con arabi. In seguito però il termine passò a indicare anche tutti coloro che professano la religione islamica.
Nella zona di Nduye, gli arabizzati erano solo qualche centinaio: più numerosi invece sulla strada che va da Kisangani ai Grandi Laghi e in particolare a Mambasa.
Questo, in parte, il motivo per cui p. Longo non fondò la sua missione a Mambasa. A Nduye, peraltro, aveva trovato anche maggiore libertà, un clima più salubre e più facilità di mano d’opera.
Degli arabizzati, p. Longo non parla quasi mai. Solo in una lettera del 20 agosto 1948 descrive le mene e i raggiri cui durante la guerra era ricorso un sultano arabizzato, capo di una tribù di circa 2.000 persone che abitavano fra l’Ituri e il Lenda, a 100 km circa da Avakubi. La descrizione è molto vivace, tanto che a volte riesce difficile sceverare la storia vera dalla colorazione fantastica, così cara al padre.
Quel sultano aveva suggerito ai suoi subalterni questa tattica: ricevere bene il padre, e alla sua partenza demolire quanto aveva insegnato.
Come reagire? Si chiese p. Longo. A un furbo, un furbo e mezzo, cioè giocare d’astuzia... e soprattutto ricorrere alla preghiera.
Nei rapporti con lui: assoluta lealtà e deferenza, tanto che lo stesso sultano andava dicendo che p. Longo era un uomo simpatico e pacifico, cui piaceva ridere e giocare con i ragazzi.
Ma un giorno, giungendo al villaggio, il padre notò un’atmosfera pesante: i ragazzi che non si presentavano; il catechista che chiedeva di essere esonerato; la gente che cercava di evitare il suo sguardo...
Tutti infatti conoscevano le angherie e i delitti di quel sultano, ma nessuno aveva il coraggio di denunciarlo al tribunale. E anche in seguito, quando lo scandalo venne alla luce, la scaltrezza del sultano finì per far condannare i suoi accusatori.
Nel mese di giugno del 1948 un grave malore l’incolse e fu trasportato d’urgenza all’ospedale di Oicha.
Proprio in quei giorni arrivò p. Longo e i capi arabizzati gli chiesero un incontro, ma solo tra grandi, per parlare di cose grandi: l’elefante non gioca con l’antilope!
"Bene, risponde il padre. Saremo soli".
La conversazione si avviò insidiosa:
"Padre, perché hai rinnovato la vecchia automobile?".
"Niente di strano, anche voi cambiate i vecchi pantaloni almeno ogni dieci lune...".
"Ma il nostro capo è morto o vive?".
"Solo il gallo sa dove si nasconde di notte il leopardo".
"Ma pare che tu abbia detto che il nostro sultano è un ladro".
"Non solo ladro, ma anche assassino. L’ho detto ai cristiani e anche alla giustizia: due miei catechisti sono morti di veleno".
Non ebbero più il coraggio di continuare; nel frattempo, un gran numero di cristiani si era radunato attorno alla capanna, e la serata si chiuse con la recita del santo rosario.

P. Longo e i protestanti
Missionario preoccupato solo di diffondere la pienezza della verità cattolica, p. Longo non aveva certamente né una conoscenza dettagliata delle singole denominazioni protestanti con le quali venne a contatto, né quelle sfumature di giudizio, né quella delicatezza di linguaggio che una più matura sensibilità ecumenica oggi richiederebbe.
Varie volte, nelle sue lettere, si leggono espressioni come: "missionari della menzogna", "eroi del loro falso vangelo", ecc.
Ciononostante, egli seppe riconoscere e ammirare con lealtà i valori umani e cristiani riscontrati nei protestanti che ebbe occasione di incontrare.
Nell’autunno del 1948, così scriveva da Babonde:
"I protestanti vengono da tutte le parti e con mezzi straordinari...
"La nostra Azione Cattolica, quando sarà veramente cattolica, da darci medici cattolici missionari?
"Come mai i protestanti arrivano a tanto? I dollari? Non sempre!
"Conosco tra loro almeno due eroi del... Vangelo:
"Uno, arrivato nel 1936, si è installato a 11 km da Nduye: vive come un indigeno, viaggia tutto l’anno senza portarsi dietro né cibo, né letto; predica di capanna in capanna; quanto riceve lo dona ai più poveri di lui. Un pomeriggio ritornavo con il mio camioncino a metano, quando vidi una bicicletta nel fossato, con tanti oggetti appesi al manubrio. La riconobbi subito: è quella del Buana Yambo, del Signor Salute, come lo chiamano qui. La custodiva un ragazzo... Mi fermai per chiedere se Buana Yambo fosse malato, ma mi venne risposto che stava riposando sotto un palmizio. Sulla bicicletta portava due bottiglie di petrolio, qualche pezzo di sapone e altri oggetti che distribuiva agli indigeni per rendere più efficace la sua parola. Aveva percorso 110 km con quel carico della carità!
"L’altro esempio è quello di una signorina di oltre sessant’anni; anch’essa viaggia sempre a piedi, accompagnata da tre o quattro ragazze e senza mai prendere nulla".
In altra occasione, p. Longo fa notare che i missionari protestanti nel Congo sono molti e bene attrezzati, specialmente nel settore della medicina, con medici e ospedali assai rinomati.
A Oicha, a 200 km da Nduye, nel cuore della foresta, un medico chirurgo americano ha fondato la città dei malati. Come chirurgo è una celebrità. Tutto fa e spende per la salute dei neri, ai quali non chiede un centesimo.
Un altro medico protestante lavora a circa 70 km da Nduye. Una volta anche p. Longo trasportò nel suo ospedale un malato grave. Quando chiese la fattura per le spese di soggiorno, quegli rispose: "No, signore, io sono qui per i neri e non c’è nulla da pagare".
Sorprendenti le osservazioni che fa p. Longo a proposito dei metodi di apostolato seguiti dai protestanti della sua zona: i protestanti non si mescolano mai con i bianchi che sono funzionari dello stato. Anzi, insegnano al nero a evitare la compagnia del bianco, perché uomo di mondo, e spesso senza religione.

Una testimonianza non richiesta
Sorprendente la testimonianza dello scrittore protestante Colin M. Turnbull, nel suo libro L’africano solitario (Dedalo libri, Bari 1969, pp. 109-110), sulla figura di p. Longo. Dopo aver descritto alcuni incontri molto poco simpatici con alcuni missionari protestanti, Turnbull così prosegue:
"C’era un prete cattolico, italiano, che aveva vissuto nella stessa zona di foresta nella quale era vissuto Spence per più di un quarto di secolo. Si era dedicato al miglioramento del genere umano e mi sembra che si fosse impegnato in questo scopo più che nel battezzare i convertiti, anche se egli - cioè padre Longo - forse non sarebbe d’accordo su ciò. In questa missione, nel villaggio di Nduye, era impossibile dire chi fosse cristiano e chi no. Mussulmani, pagani, cristiani, ugualmente stretti insieme, lavoravano in un’opera d’amore, la costruzione della chiesa della nuova missione. Alla consacrazione, il giorno dell’Ascensione, mentre padre Longo stava dicendo la messa, una schiera di pigmei pagani vennero dalla foresta e danzarono sin dentro la chiesa per fare le loro offerte. Poi stettero in piedi nel retro della chiesa chiacchierando allegramente fino alla fine della messa, per tornare poi, sempre danzando nella loro maniera primitiva, nella primitiva foresta, pieni di amore e gratitudine per padre Longo, per l’affetto e la gentilezza che aveva sempre mostrato loro, durante tutti quegli anni. In cambio del rispetto che egli aveva sempre mostrato per i loro usi, essi, a loro volta, avevano rispetto per lui, e sebbene nessuno di questi pigmei, uomini e donne, si fosse convertito, avevano imparato ciò che padre Longo era venuto loro ad insegnare".

La gioia di avere una Madre
A volte p. Longo riferisce anche di incontri suoi con neofiti o catechisti protestanti; e sempre il discorso finisce per cadere sul culto dei santi e in particolare della madre del Salvatore.
Egli aveva una devozione tenerissima verso la Vergine santa. Nel 1950 aveva portato in Africa un bellissimo gruppo statuario che raffigura la Madonna col Bambino e una donna nera col suo pupo in braccio, che guarda stupita la madre di Dio.
Anche nelle sue conversazioni con neofiti o catechisti protestanti, egli lasciava trasparire dalle sue parole e da tutta la sua persona la gioia del cattolico di avere una Madre anche in cielo.
In una lettera da Babonde (autunno 1948) racconta che il 19 settembre di quell’anno, di ritorno da una missione, si era fermato presso un torrente, per dare acqua al motore.
C’era là vicino una donna con due figliolette, la quale al vedere il missionario disse loro: "Ecco uno di quelli che ci generano alla salute".
Il padre capì e le chiese:
"Mamma, tu dunque sei protestante?".
"Sì, signore", rispose la donna. E spiegò che suo padre era cattolico. Ma non essendoci la scuola cattolica nel suo villaggio, lei aveva frequentato quella protestante e attualmente era catechista...
"E quelle due bambine, le chiese il padre, sono tue figlie?".
"Sì, signore".
"E vuoi loro tanto bene?".
"Sì, tanto, perché le ho partorite nel dolore".
"E se queste due bambine non ti amassero, e la mattina uscissero dalla capanna senza dirti Yambo mama (salute, mamma) e se ne andassero via dimenticandosi di te, tu cosa faresti?".
"Signore, le picchierei, perché bisogna amare la propria madre".
"Mamma, hai detto bene. Ma dimmi ora sinceramente: se tu vuoi che le tue bambine ti amino, perché mai voi protestanti non amate Maria, che è la madre di Cristo e di tutti i cristiani?".
"Signore, risponde quella donna, Maria era una donna di questo mondo. Per questo non ne facciamo conto".
"Devi però ricordare, ribatte il padre, che Maria è la mamma di quel Gesù che ha versato il suo sangue per la nostra salvezza".
"Certamente, risponde la donna. Ma Gesù veniva dal cielo, mentre Maria viene dalla terra".
"Senti, mamma, riprese con insistenza p. Longo, quando il tuo pastore inglese ti verrà a trovare, gli domanderai se in Inghilterra c’è un re e se questo re ha una madre. Se ti dirà di sì, gli domanderai se è vero che vicino al palazzo del re è stata costruita una miserabile capanna, e che in essa hanno messo la madre del re, e che nessuno può vedere e onorare quella povera donna. Egli certamente ti risponderà: Oh no! Che cosa dici, mamma? Gli inglesi non nascondono la mamma del loro re, ma la tengono in grande onore. Sarebbe un triste giorno per chi osasse disprezzarla; la giustizia lo punirebbe severamente. Così ti risponderà il tuo pastore...
"A questo punto gli domanderai con ogni rispetto: Come mai, signore, tu ci parli tanto bene della mamma del tuo re terreno e non vuoi che neppure si pronunci tra noi il nome di Maria, che è la vera mamma del nostre Re del cielo? Perché mai noi protestanti siamo senza il sorriso della mamma di Gesù, mentre i cattolici l’hanno sempre sulle labbra, portano al collo la sua immagine e ripetono per ore intere il suo nome: Ave Maria... Santa Maria?".
La buona donna, conclude p. Longo, lo guardò stupita, e più ancora le sue bambine; poi gli disse:
"Signore, io sono catechista protestante. Ma quello che tu mi dici oggi mi stupisce molto" (così anche la lettera del 19.10.1951).
P. Longo ci teneva a mostrare come, nell’armonia della fede cattolica, si compongano tutti i valori dell’uomo: personali e comunitari, affettivi e spirituali.

 

9. Il grande avventuriero di Dio

Di p. Longo si ricordano soprattutto i viaggi. Egli stesso vi dedica gran parte della sua corrispondenza; era missionario nel senso originario della parola: l’inviato, il porta-parola, il grande avventuriero di Dio.
A piedi attraverso la foresta, in bicicletta per sentieri fangosi, con la macchina lungo le valli e in tutte le direzioni, spesso accompagnato da una frotta di ragazzi, egli raggiunse anche i villaggi più sperduti, per annunciare a tutti il messaggio di salvezza portato nel mondo dal Figlio di Dio.
Già il suo arrivo in un villaggio, con quella curiosa comitiva che l’accompagnava, costituiva un motivo di attrattiva per tutti. Ma poi faceva battere il tam-tam, per richiamare anche i più lontani.
Così egli stesso ci descrive questi curiosi incontri serali con i villaggi della foresta:
"Quando arrivo in un villaggio, verso sera, il tam-tam chiama a raccolta. C’è la preghiera e l’istruzione; poi, se è il caso, le ramanzine per quei catecumeni e neofiti che non hanno frequentato il catechismo.
"Anche i pagani possono assistere; perciò nell’istruzione mi rivolgo sempre anche a loro.
"Alle diciotto il sole tramonta, e verso le diciotto e trenta è già notte. Faccio quindi accendere i fuochi nella piazza e così tutti i curiosi si radunano... E chi non è curioso in mezzo alla foresta?
"Già si avvia la conversazione; mi interesso di loro, chiedo spiegazioni sul modo di pescare o di cacciare, noto i nomi degli uccelli e il loro canto. Quante cose conoscono i neri!
"Quando i presenti cominciano a interessarsi e a stare attenti, domando loro qualche cosa degli antenati, dei fiumi, del cielo"... E così, di domanda in domanda, si arriva al bene e al male, al creato e al Creatore, a Dio e alla sua provvidenza, alla legge del Sinai e all’incarnazione del Figlio di Dio.

Il "mago della foresta"

"Padre Longo era un vero talento, scrive l’ingegner Nodari. Molti lo chiamavano: il mago della foresta".
A lui nessun problema sembrava insolubile.
Sapeva riparare un guasto della vettura. Interveniva quando si accorgeva di qualche dissidio familiare, e spesso riusciva a convincere e a riportare la pace nei cuori. Sapeva dare consigli anche ai numerosi coloni europei che venivano a trovarsi in difficoltà. Con tutti era largo di consigli e di aiuto.
Per questo era conosciuto e stimato da tutti, europei e zairesi.
Quando si chiedeva di lui, tutti avevano qualcosa da dire o da ricordare. Spesso si sentiva ripetere:
"Non esiste alcuno in Congo
che non conosca padre Longo!".
A Nduye, in particolare, egli era maestro e medico, direttore e amministratore, giudice e sacerdote.
"Quando giunsi a Nduye, scrive a questo proposito p. Turu, p. Longo stava dando la benedizione eucaristica. La cappella era costruita in modo che mi vide arrivare. Egli però non affrettò la funzione. E di ciò gli sono grato, perché già questo fatto denotava uno spirito serio, preoccupato delle cose di Dio. Terminata la funzione è venuto a darmi il benvenuto, e allora compresi subito quanto fossero infondati i pregiudizi diffusi sul suo conto.
"Molti infatti lo consideravano un millantatore, che affermava di conoscere tutto e di riuscire in tutto, un parlatore brillante, che non ammetteva che qualcuno lo contraddicesse.
"C’era una parte di vero in queste affermazioni. Ma chi ha vissuto parecchi anni con lui non può non riconoscere che egli si trovava a suo agio in tantissime cose; e tutti i visitatori che passavano dalla missione di Nduye restavano affascinati dalla sua parola, al punto da eclissare tutti gli altri.
"La sua memoria era prodigiosa e la sua frugalità proverbiale. Nduye non era una missione dalla quale si tornasse grassi e ben pasciuti.
"Era estremamente parsimonioso. Ma nonostante tutto, era molto largo quando si trattava di mezzi materiali.
"Venivano anche da molto lontano, per consultarlo su problemi sia di meccanica che di etnologia. Ben pochi conoscevano i costumi della regione come lui. Anche la polizia giudiziaria di Bunia venne sovente a prendere da lui informazioni sul Kitawala. Nei suoi giudizi sapeva essere molto oggettivo, e gli avvenimenti gli davano molto spesso ragione".
Le quotidiane necessità della vita, e soprattutto il suo desiderio di elevare anche materialmente le popolazioni della sua vallata, lo spinsero a interessarsi anche della coltivazione del riso e della manioca, del caffè e delle banane.
Già nel 1940 aveva piantato, nel cuore della foresta, semi di arancio avuti dall’Italia. Dieci anni dopo aveva gli alberi carichi di frutti.
Vaste e ben tenute soprattutto le piantagioni di caffè della missione.
L’ingegner Nodari, negli anni 1953-54, si era recato in Zaire dalla Svizzera in automobile, percorrendo la valle del Nilo e risalendo poi per la costa occidentale e il Sahara. In tale occasione egli ebbe modo di soggiornare oltre un mese nella missione di p. Longo.
Passavano lunghe ore a conversare insieme.
"Nel febbraio del 1954, scrive l’ingegnere, il padre Longo mi faceva visitare con orgoglio la piantagione di caffè della missione". Era di circa 18 ettari. Un’altra, di circa 16 ettari, era presso la casa delle suore.
Il padre voleva insegnare ai neri e ai pigmei il modo di guadagnarsi la vita con il lavoro.

Maestro meccanico e organizzatore

Educava al lavoro assoldando numerosi operai anche per la vita della missione. Così, con risorse assai limitate, ma contando sulla collaborazione della gente, potè avviare la costruzione di tutta una serie di edifici che in pochi anni fecero della sua missione un modello di organizzazione e di funzionalità.
Al centro c’era la chiesa. Per uno che viene dal sud, percorrendo la camionabile Mambasa-Mungbere, essa si trova sulla sinistra.
Oltre alla chiesa, negli anni successivi furono costruiti: il catecumenato maschile, la casa del catechista, le scuole elementari maschili, il laboratorio di falegnameria e, parallelo a questo, il capannone della meccanica.
Dalla parte opposta, a circa 500 metri in linea d’aria dalla casa dei padri, sorgeva la casa delle suore. Accanto ad essa erano poi state costruite: la scuola elementare femminile, l’école ménagère (o di economia domestica) e la fermette école dove si insegnava alle alunne come allevare gli animali domestici. Infine, vicino all’internato femminile, era stata costruita anche una bella grotta della Madonna di Lourdes.
Con questo vasto complesso di opere, il lavoro apostolico della missione poteva svolgersi parallelamente in campo maschile e in campo femminile.

 

10. Ritratto morale di padre Longo

La giornata, nella missione di Nduye, cominciava prestissimo.
Alle cinque del mattino, le campane lanciavano già il loro pressante invito:
"Su, ragazzi, il catechismo vi attende!".
I giovani catecumeni, quasi tutti alunni interni delle scuole della missione, già sapevano che non era il caso di indugiare, perché col catechista Baba Josefu e soprattutto con padre Bernardo non si scherzava.
Dopo l’istruzione, le preghiere e la messa, verso le ore otto cominciava in pieno la vita della scuola.
Al frastuono dei martelli e dei motori delle scuole di meccanica e di falegnameria facevano eco da lontano i canti dei ragazzi che, più sotto, sarchiavano la terra o ripulivano la piantagione di caffè.
P. Longo era come l’occhio del padrone, presente ovunque, perché tutto fosse fatto bene e con coscienza.
Col casco che gli ricadeva all’indietro, la veste tutta macchiata e le mani oleose per il grasso degli ingranaggi, lo si sarebbe detto un imprenditore, preoccupato soltanto della resa economica della sua azienda. Ma non era così.
"Qualche volta, scrive sr. Maria Ancilla, mi è capitato di trovarlo in chiesa anche durante le ore di lavoro. Non dimenticherò mai il suo sguardo, assorto verso il tabernacolo e la statua della Madonna. Le sue labbra erano immobili, ma i suoi occhi parlavano.

Austerità da certosino

"Di solito, quando suonava mezzogiorno, per p. Longo era semplicemente l’ora dell’Angelus. Si scopriva il capo, lo recitava assieme agli alunni o con le persone con le quali si trovava in quel momento, e poi il lavoro continuava come prima".
Saliva in casa per prendere qualche cosa solo verso le quindici. E non era infrequente che trovasse il piatto già vuoto; in questo il gatto era spesso più puntuale di lui.
Ma anche quando si metteva a tavola all’ora esatta, le sue refezioni erano quanto mai frugali. Solo uno abituato alle austerità dei trappisti o dei certosini avrebbe potuto trovarsi a suo agio con lui.
Una volta una suora, in una sola giornata, dovette fare quasi 600 km (da Bafwasende a Nduye e ritorno), solo perché il padre che guidava la macchina non se l’era sentita di passare la notte a Nduye: "Con p. Longo, diceva, è sempre quaresima, e lo stomaco deve troppo spesso lavorare a vuoto".
Austero con se stesso, p. Longo riteneva di poterlo essere anche con gli altri.
Le necessità materiali del bere e del mangiare non costituivano, per lui, un problema.
Figlio spirituale di mons. Matteysen, l’austero asceta del lago Alberto, anche p. Longo aveva preso come regola di vita il rifiuto di ogni comodità.
Nella missione di Nduye non si conosceva né il tabacco, né la birra, né i liquori.
Una volta giunse al punto di sentirsi personalmente offeso, solo perché un confratello si era permesso di accendere una sigaretta in tempo di quaresima. E all’osservazione che forse un briciolo di carità potrebbe valere anche di più di un atto di mortificazione, egli rispondeva che la vera carità non s’attarda a mercanteggiare con Dio.
P. Longo era assai esigente soprattutto in fatto di pubblica moralità, e aveva parole di fuoco contro chiunque fosse stato motivo di scandalo.
Ai fedeli veramente pentiti, egli non negava mai l’assoluzione sacramentale. Ma poi, nei casi più gravi, li faceva attendere anche dei mesi prima di riammetterli alla comunione.
Negli ultimi anni, certuni si erano lasciati fuorviare dalla setta Kitawala. Quando qualcuno si pentiva e tornava alla missione, il padre lo trattava senz’altro con bontà, ma esigeva una lunga penitenza pubblica prima di riammetterlo in chiesa.

Le delicatezze della carità

P. Longo era di carattere un po’ impulsivo, a volte quasi violento. Qualcuno, anzi, lo giudicò molto severamente appunto per questo. Ma se qualche volta faceva la voce grossa, osserva sr. Maria Ancilla, era perché c’era motivo. Del resto, egli era incapace di conservare rancore e, rimesse le cose a posto, tornava sereno e gioviale come sempre.
"Io anzi, scrive p. Turu, spesso approfittavo proprio di queste occasioni per mettere le cose a posto nei nostri rapporti reciproci. E devo onestamente confessare che non ho mai avuto da lamentarmi per questo. Ci eravamo compresi così bene che, quando ho dovuto lasciare la missione di Nduye, l’ho fatto con molto dispiacere".
Sotto dei modi che a volte potevano forse apparire un po’ duri, p. Longo nascondeva infatti un animo delicato.
Prediligeva i bambini e ne era spesso circondato. Amava i più poveri, soprattutto i pigmei, mentre aveva parole di fuoco contro certi profittatori che cercavano di speculare sulla loro miseria e ingenuità.
Sensibile alla riconoscenza, soffriva immensamente per un gesto indelicato o che sapesse di ingratitudine. La prova più grande, nella sua vita di missionario, è stata la solitudine del cuore (lettera del 20.8.1948).
D’altra parte, bastava un pensiero o un gesto delicato per fargli dimenticare ogni sacrificio.

Zelo apostolico

"Nei suoi rapporti con i neri, attesta di lui p. Turu, credo di poter dire che egli si lasciava guidare da un radicato senso della giustizia, anche se i suoi modi urtavano un po’ la nostra mentalità europea. Mi ricordo che fin dal mio arrivo alla missione egli mi diede un consiglio (che io ho seguito senza poi avermene mai a pentire), e cioè: "Non dia mai niente per niente. Foss’anche un barattolo vuoto, di cui ci si vuole disfare, ha la sua importanza agli occhi degli indigeni e se lo devono guadagnare. Se qualcuno lo domanda, gli faccia fare un servizio, un piccolo lavoro, anche se inutile. Se lei dà gratuitamente, perderà la stima della gente". Lo ripeto: questi suoi consigli mi sono stati preziosi, e mi chiamo fortunato di essere stato alla sua scuola.
"I suoi rapporti con i bianchi erano ridotti all’essenziale. Qualcuno ha detto che egli era il missionario dei neri e non dei bianchi. Ma ciò non è esatto, anche se con i coloni e gli agenti civili si dimostrava sempre molto guardingo. Ciononostante, nessuno può dire di non essere stato aiutato, in caso di necessità".
"Uomo veramente apostolico, scrive di lui sr. Emanuella Casiroli, egli non guardava alle persone. Cercava le anime.
"Bianchi e neri, trattava tutti con uguale amore, pazienza e stima.
"Sapeva stare con tutti, a qualunque ceto sociale appartenessero.
"Gli europei che l’avvicinavano, ne riportavano una profonda impressione. Ed era motivo di segreta compiacenza per noi, Pie Madri di Ngayu, sentire i dirigenti della Società mineraria parlare di p. Longo come del vero missionario, religioso, sobrio, modesto, intraprendente, irradiante bontà.
"Ho sentito pure diverse signore belghe benedire il loro soggiorno a Nduye, perché l’incontro con p. Longo aveva riportato la serenità e la pratica religiosa nelle loro famiglie. Ed erano molti i visitatori di Nduye, perché se la mensa del padre era parca, il suo "atelier" di meccanica era, in compenso, molto bene attrezzato".
Anche con i suoi confratelli p. Longo era spesso di una delicatezza estrema, come esplicitamente riconosce mons. Kinsch, arcivescovo di Stanleyville:
"Mi domandate le mie impressioni sul compianto padre Longo: era un amico intimo.
"Il 18 maggio 1950 ho avuto il piacere di presenziare alla solenne inaugurazione della stazione missionaria di Nduye, e festeggiarvi s. Venanzio, che è il mio nome di religione.
"Anche nel 1958, in occasione della mia nomina a vicario apostolico di Stanleyville, il caro Mupé Bernard m’invitò a benedire la nuova scuola primaria di Nduye, che volle intitolare a s. Venanzio.
"Queste delicate attenzioni provano come p. Longo amava tenersi in ombra, per far piacere agli amici.
"Conservo di lui ottime impressioni, perché egli fu un buon religioso, un uomo di preghiera, un apostolo pieno di zelo e di spirito soprannaturale" (Stanleyville, 2.8.1965).
P. Longo, scrive sr. Clementina, "era sempre pronto ad aiutare e ad incoraggiare. Su di lui si poteva sempre contare. Non badava a sacrifici e si sottometteva volentieri anche alla fatica di lunghi viaggi, pur di provvedere quanto ci abbisognava. A volte, anzi, dovevamo stare attente a non esprimere qualche desiderio, altrimenti egli si sentiva in dovere di soddisfarlo".
Quando c’era una festa o qualche altra particolare ricorrenza, immancabilmente, qualche giorno prima, egli faceva giungere "alle ospiti della santa collina" (come egli chiamava la suore della sua missione) un biglietto con un suo augurio personale. E mai un visitatore di una qualche importanza ha potuto lasciare Nduye, senza che il padre l’avesse condotto a far visita anche alle suore.
Ogni volta che andava a fare le provviste, a Kisangani, a Kivu o a Mambasa, tornando aveva sempre un regalino anche per le sue suore. A volte si trattava forse di una semplice tavoletta di cioccolato; ma bisogna aver conosciuto la solitudine della foresta equatoriale per comprendere cosa significhi qualche volta il regalo anche di un semplice cioccolatino.
Nel 1956, due suore, dopo quattro anni di permanenza a Nduye, furono destinate a un’altra missione. Quando fecero il trasloco, guidava lo stesso p. Longo. Durante il viaggio, per i primi 10 km non fecero che piangere. Finalmente il padre fermò la vettura e passò loro un quadretto. Era un’immagine della Madonna delle lacrime. Le due si guardarono e... scoppiarono a ridere. Era tornato il sereno.
Era sua abitudine distribuire ai poveri tutto ciò che aveva o riceveva. Anche i piccoli regali: vestiti, corone, oggetti o gingilli che riceveva in dono, gli servivano per scambiare con carne, banane, ananas, papai, legname che i pigmei o i neri di tanto in tanto gli portavano.
Soprattutto negli ultimi anni, quando maggiori erano i disagi, la sua carità si rivelò ancora più premurosa e delicata.

Uomo di preghiera

P. Longo, "quanto era attivo nel lavoro, tanto era fervoroso nella preghiera" (sr. Donatella).
"Era di edificazione vederlo celebrare. Partecipando alla sua messa, non era difficile restare raccolti. Il suo atteggiamento era quello di un santo" (sr. Irma).
"Non aveva orario per i pasti o per il riposo. Ma ogni mattina, alle 5.15, era già in chiesa, davanti al tabernacolo, inginocchiato nel suo cantuccio preferito, cioè di fianco alla statua della Madonna, che egli aveva fatto mettere su una predella molto bassa, per averla più vicina" (sr. Gemma).
Tutta la sua vita era preghiera; e anche nei periodi in cui più intenso era il lavoro, non sapeva cominciare la giornata senza la preghiera.
La messa e l’ufficio divino erano i suoi atti sacerdotali per eccellenza. Al sacrificio dell’altare attingeva quotidianamente motivo e forza per fare della sua vita, dura e difficile, una gioiosa offerta di lode, che poi formulava con le parole stesse del salterio.
Il suo sforzo ascetico e il suo slancio apostolico prendevano ispirazione, ancora, dalla meditazione del mattino e dall’adorazione eucaristica pomeridiana.
A volte questi esercizi venivano compiuti mentre era in viaggio attraverso la foresta; ma il suo spirito, ardente e contemplativo, trovava in ogni cosa motivo per elevarsi alla contemplazione del Creatore. La natura era, per lui, più che una cattedrale: opera di Dio, espressione della sua sapienza e del suo amore.
La preghiera era anche il tema preferito delle sue prediche. La inculcava continuamente.
Qualche volta sr. Clementina gli diceva: "Padre, lei dovrebbe parlare di più anche dei comandamenti di Dio; altrimenti questi cristiani credono che, quando hanno recitato il santo rosario, hanno fatto tutto, e continuano a vivere da pagani".
Ma il padre la tranquillizzava: "Non si preoccupi. Se hanno imparato a pregare, anche se vanno fuori strada, presto o tardi ritorneranno".
Anche l’arcivescovo di Kisangani, mons Kinsch, passando un giorno da Nduye, rimase ammirato di come si pregava: "Nella missione di Nduye, diceva, si prega molto".
"P. Longo era un missionario intrepido e instancabile, dichiara sr. Emanuella; ma era soprattutto un uomo di preghiera. In tredici anni di missione ho conosciuto parecchi missionari; ma pochi che sapessero unire costantemente una grande attività a una vita di intensa orazione come p. Longo. L’immagine di questo sacerdote in preghiera è rimasta indistruttibile nella mia memoria".
"Dal punto di vista religioso, scrive p. Turu, posso dire che p. Longo era un modello. Alle cinque e un quarto, ogni giorno, senza eccezioni, egli era in cappella. Spesso recitava tutte le preghiere a memoria. Non aveva nessuna difficoltà a confessarsi a me o a p. Noacco: lo faceva ogni settimana o anche più volte la settimana. Su questo punto era vigilante, quasi scrupoloso".
"Quando si aveva l’occasione di vederlo in chiesa, attesta infine sr. Donatella, si rimaneva colpiti per il suo atteggiamento di profondo raccoglimento, tanto da dire: Non sembra più quello di prima".

Devozione filiale alla madre di Dio

P. Longo ha sempre coltivato una grande devozione verso la Madonna. Nutriva per lei una tenerezza filiale.
Le principali feste della Madonna erano da lui celebrate con grande splendore.
"Mi trovai a Nduye l’undici febbraio 1958, scrive sr. Maria Ancilla, e al calar della notte la grande fiaccolata si snodava come un nastro di luce attraverso le vie della missione. Centinaia di ragazzi cantavano a pieni polmoni l’Ave Maria di Lourdes. P. Longo era felice!".
Durante il mese di maggio, dava ogni sera la benedizione eucaristica, che faceva seguire da un breve pensiero mariano.
In particolari circostanze, e soprattutto quando il suo cuore di sacerdote e di apostolo era amareggiato per qualche scandalo o altro fatto increscioso, prendeva fra le sue braccia la statua della Madonna, e la portava giù, in mezzo ai fedeli o agli alunni delle scuole, e lì pregava la Madonna con accenti che esprimevano tutta l’amarezza del suo cuore ferito, e insieme la fiducia che egli riponeva in Maria in tutte le sue necessità.
Entusiasmava grandi e piccoli perché, durante il mese di maggio o in altre solennità, portassero fiori alla Madonna. Alle rimostranze delle suore, che si lamentavano perché in quel modo i ragazzi devastavano i giardini della missione, egli rispondeva: "Oh, non importa. Purché imparino ad amare la Madonna!".
Il santo rosario era la sua preghiera preferita.
E anche quando la sua camionetta ansimava lungo le strade dell’Ituri, e i ragazzi ne accompagnavano i sobbalzi o gli sbandamenti con esplosioni di gioia o col canto di Alouette, all’ora che giudicava più propizia il padre sporgeva la mano fuori dal finestrino e ricordava: "Ragazzi, è l’ora del rosario!".
A quel segnale, immediatamente il coro cambiava programma e, ai canti spassosi di un gruppo di ragazzi spensierati, succedeva il ritmo devoto e cadenzato delle Ave Maria.
Il padre era raggiante di gioia, quando ricordava tutti i rosari che aveva... seminato attraverso quelle foreste, soprattutto quando doveva percorrerle a piedi.

 

11. Lo stampo del vero missionario

Il suo amore per le anime
Preso nell’ingranaggio di un’attività che non gli dava respiro, continuamente angustiato da difficoltà di ogni genere, sempre a corto di denaro, p. Longo si sentiva soprattutto preoccupato di quello che egli considerava lo scopo essenziale della sua vocazione missionaria: il bene delle anime.
"Noi siamo qui per le anime", ripeteva continuamente.
Per questo egli aveva l’ansia del tempo, e le sue occupazioni più propriamente sacerdotali e pastorali avevano la precedenza assoluta su ogni altra considerazione.
Subito dopo la levata: istruzione ai catecumeni, preghiere e santa messa, seguita abitualmente da un’altra breve istruzione agli alunni delle scuole.
L’argomento di questa istruzione variava secondo le circostanze.
Di solito, faceva delle domande, per richiamare il catechismo spiegato prima della messa, e da queste poi prendeva lo spunto per qualche applicazione pratica.
Ma era soprattutto all’omelia domenicale che bisognava sentire p. Longo.
Sapeva usare un linguaggio immaginoso e vivace, che fissava l’attenzione e insieme educava e divertiva.
Spesso cominciava formulando alcune domande, che rivolgeva o agli anziani, o ai più giovani, o anche a Baba Josefu che, nella sua qualità di catechista emerito, sedeva come un notabile su uno scranno bene in vista, vicino al presbiterio.
In questo modo, l’omelia assumeva il tono di un dialogo tra il celebrante, il catechista e lo stesso uditorio.
Fatta una domanda, il padre ne ascoltava le risposte, che commentava a sua volta, rettificandole o confermandole con affermazioni desunte dalla Scrittura o dagli aforismi della sapienza popolare.
Altre volte, nella predica, si limitava ad attirare l’attenzione sui fatti del giorno, e da essi prendeva motivo per condannare il vizio e stimolare alla virtù.
Dotato di una straordinaria capacità di mimica, imitava con grande efficacia i personaggi che voleva proporre alla stima o alla riprovazione dei fedeli.
Se voleva stigmatizzare l’ubriachezza, si metteva a imitare l’andatura instabile e barcollante di un povero ubriaco, e ne faceva rivivere così bene i gesti e i movimenti, da suscitare l’ilarità generale.
Altre volte, fingendo di appoggiarsi a un bastone immaginario, imitava il comportamento di un povero vecchio, bisognoso di comprensione e di aiuto. Ed era un piacere osservare con quale attenzione i ragazzi, dai primi banchi, lo stavano ad ascoltare col fiato sospeso.
Spesso p. Longo rivelava di possedere in modo straordinario il dono dell’intuizione, soprattutto nei suoi metodi pastorali. Ma il suo vero segreto, al quale si deve principalmente l’efficacia del suo lavoro apostolico, era il suo grande amore di Dio e la sua dedizione per il bene delle anime.
Quando questi valori erano in causa, nulla più lo poteva arrestare.
Durante la rivoluzione lumumbista del 1960, e più ancora con l’arrivo dei Simba, riusciva difficile predicare. Bastava che uno toccasse, anche solo lontanamente, la loro suscettibilità, per vedersi arrivare un ordine di comparizione negli uffici della polizia, quando non erano addirittura provocazioni e minacce.
Una volta, per una frase da lui pronunciata durante l’omelia, giunse alla missione un gruppo di scalmanati, armati di lance, i quali pretendevano che egli ritrattasse quanto aveva detto.
"Potete fare ciò che volete", rispose risoluto il padre: "io non ritirerò mai ciò che ho detto".
"Potranno tagliarmi la gola", diceva ancora in altra occasione, "ma obbligarmi a tacere, mai!".
Non per nulla egli sarà il primo ad essere preso di mira dai Simba, e a lui toccherà di aprire la dolorosa e gloriosa lista del martirologio zairese.
Tutto, per lui, diventava occasione per annunciare la parola di Dio: l’istruzione quotidiana e l’omelia domenicale, la bellezza del creato o un fatto di cronaca, il lavoro in officina o un incontro per strada.
Missionario per chiara vocazione dall’alto e per spontaneo e generoso impegno personale, egli era apostolo in tutto ciò che era, diceva, faceva.
Ogni incontro, con chiunque, era per lui motivo per parlare del Signore o per chiedere qualcosa in nome del Signore.
E tutto faceva con semplicità, con ostinazione, con incontenibile gioia. Era questo il suo modo di essere sacerdote: per Dio e per gli uomini.

Intesa cordiale col vescovo

La vita privata di p. Longo era umile, semplice, senza pretese. La sua alimentazione era sempre la stessa, quasi tutti i giorni. Di solito consisteva in una minestra di verdura, legumi e patate, quasi sempre senza condimento.
Il pane scarseggiava e prima dell’arrivo delle suore di solito era confezionato in qualche modo dal domestico della missione.
Quando il vescovo, mons. Wittebols, giungeva in visita a Nduye, a tavola soleva dire: "Non so proprio come potete vivere con questo regime e mantenervi in buona salute!".
L’intesa di p. Longo col suo vescovo era cordiale, completa.
Si trattava, d’altronde, di un vescovo sempre gioviale, che si preoccupava di insegnare più con l’esempio che con la parola.
"Non si è mai troppo buoni", soleva ripetere.
Non rimproverava mai, eppure sapeva sempre ottenere ciò che voleva.
Il suo motto Servus Christi l’ha portato fino alla "donazione totale nella carità". Nei suoi ritiri ai missionari, alle suore, ai seminaristi, ai giovani e alle giovani di Azione Cattolica, tornava spesso su questo tema della "donazione totale".
È anche un titolo che ha dato ad un suo libro, titolo che riassumerà la sua vita spesa tutta per Cristo, fino alla suprema testimonianza del martirio.
P. Longo si trovava a suo agio con mons. Wittebols; ne ammirava la bontà, ma soprattutto ne imitò la generosa dedizione per il Signore nella preghiera, nell’impegno apostolico, nel sacrificio cruento della vita.

Il segreto che rende bella la vita missionaria

Nell’estate del 1951, i giovani professi di Monza ricevettero varie lettere di p. Longo. Non sapendosi spiegare come mai egli potesse dimostrarsi sempre così sereno e spassoso nonostante tutte le difficoltà che incontrava, si lasciarono scappare una domanda un pochino indiscreta: "Qual è il segreto che rende bella la vita missionaria?".
"Miei cari piccioncini, rispose p. Longo, dirvi qual è il segreto della vita missionaria, è difficile.
"Credo che sia il Cristo, presente misteriosamente nel missionario. Cristo sulla lingua, Cristo nel cuore, Cristo all’altare, Cristo a scuola, Cristo in città, Cristo nelle anime, Cristo tra i piccoli e i grandi, Cristo amato e benedetto nella dura lotta dello spirito e della carne.
"Trovare lo stampo per fare il missionario è difficile.
"Io cerco di attirarmi la protezione della Vergine Maria, la mamma di Cristo.
"La vita missionaria, presa sul serio, è una croce pesante. Io cerco di riportarmi sempre ai princìpi soprannaturali.
"Cari miei piccoli, non dimenticate che la lotta della carne contro lo spirito non finisce mai.
"Preparatevi nella santità, nella pace, nell’equilibrio delle vostre facoltà. Ma soprattutto pregate nell’umiltà.
"Siamo bambini davanti al Signore, e preghiamo la Vergine Maria di farci da mamma.
"Cari giovani, il missionario è un matto per Cristo. Vive come Paolo tra tutti i pericoli e tutte le tentazioni. Ma ha Cristo che lo conforta" (18.8.1951).
Questa l’immagine del missionario ideale, che p. Longo ambiva realizzare e vivere.
Fino a che punto questo "ideale" sia diventato la realtà concreta della sua vita quotidiana, ce lo dice sr. Maria Ancilla, che ne interpretò così bene lo spirito e le aspirazioni.
"Tutto è molto bello a Nduye, scrive questa suora, ma vi è una cosa che in nessun’altra missione si può trovare: il sorriso di p. Longo.
"È luminoso come il bel cielo d’Italia.
"Non dimenticherò mai il mio primo incontro con lui: stavo salendo verso la collina della missione, quando mi vedo venire incontro un padre dalla barba brizzolata, con la talare color kaki.
"Mi sorride da lontano, senza ancora conoscermi, e mi accoglie come si accoglie un vecchio amico. Parla, e sul suo labbro fioriscono le più belle immagini. Il suo francese, un po’ italianizzato, ha delle battute tanto spirituali. Racconta delle cose da nulla, ma i suoi modi di dire sembrano pennellate di artista... La sua casa è povera. La sua mensa manca anche del necessario. Ma la sua presenza riempie tutto. Si direbbe che Nduye è inconcepibile senza p. Longo. È, del resto, la sua creatura.
"La sua conversazione va spesso di palo in frasca; ma le conclusioni cui giunge sono sempre sorprendenti: egli è un cercatore d’anime: ecco tutto.
"I ricordi che conservo del mio soggiorno a Nduye fanno parte di un quadro, nel quale il "sorriso luminoso" di p. Longo somiglia ormai all’aureola di un santo e di un martire. La santità ha preparato la grazia del martirio, e il martirio è venuto a coronare la sua santità. Queste, mi sembra, sono le due componenti del ritratto morale di p. Longo".

 

12. Il paese in cammino verso l’indipendenza

Col passare degli anni, i problemi si moltiplicano. L’opera missionaria in Zaire sta avviandosi verso il punto più critico della sua storia, che coincide, del resto, con l’evoluzione sociale e politica del paese.
Nel 1959 i vicariati apostolici dell’Alto Zaire vengono eretti in diocesi. Mons. Kinsch, collega nel 1950 di p. Longo, è promosso arcivescovo di Kisangani. Mons Wittebols diventa vescovo di Wamba. Almeno giuridicamente, è un passo importante verso la piena maturità della chiesa zairese.
In quello stesso anno incominciano le prime sommosse, che mirano a ottenere anche l’indipendenza politica.
Il Belgio la promette entro quattro anni. I neri rispondono: o subito o la guerra.
Il 20 gennaio 1960 si riunisce a Bruxelles una tavola rotonda e decide l’indipendenza per il 30 giugno di quello stesso anno.
Data memoranda per tutti, quel giorno, perché segna l’accesso alla piena responsabilità nazionale dell’intero popolo zairese.
Purtroppo la classe dirigente era ancora da venire e così l’indipendenza provocò una paralisi spaventosa in tutta la vita nazionale.
La piccola e sperduta missione di Nduye non rimase estranea alla tremenda bufera.
Già nel marzo del 1957 p. Longo ne avvertiva trepidamente le prime avvisaglie. Il 30 giugno del 1959, prevedendo giorni difficili per tutti, aveva licenziato tutti i lavoratori della missione: muratori, falegnami, ecc. (cf. Diario, p. 21).
Avrebbe desiderato rientrare in Italia proprio in quell’anno, ma non osò domandarlo "perché la missione era ancora in piume".
La polemica sulla scuola diffonde il laicismo; la gioventù è sbandata, l’atmosfera sempre più infida.
"La fede dei nostri cristiani, scrive preoccupato il padre, è provata col fuoco. È finito il tempo in cui si poteva viaggiare col solo catechismo e un libro di pietà. Il materialismo, incarnato nell’alcoolismo e in un libertinaggio sfrenato, mette a dura prova i cristiani.
"Eppure, riconosce il padre, la prova ci voleva, perché molti sonnecchiavano tranquillamente".
Domenica delle Palme 1958: "Stamattina abbiamo fatto una bella processione e cantato l’hosanna. Speriamo che non si converta in crucifige. Il Congo è a una forte svolta" (30.3.1958).
Il tema della prova, del rinnovamento, della testimonianza nel dolore, diventa ormai il leit-motiv di tutte le sue lettere.

Pasqua 1960

La pasqua del 1960 fece rivivere a p. Longo tutta la grazia del mistero cristiano e tutta la trepidazione per un avvenire che prevedeva burrascoso.
In una lettera alle suore di s. Pietro Claver scrive: "Abbiamo celebrato la festa di pasqua con tutta la sua bella spiritualità missionaria. Tutti però, attorno a noi, vivono in ansia per il prossimo domani.
"I partiti politici possono provocare disordini ad ogni momento.
"Ho messo la missione sotto il manto di Maria, e continuiamo sicuri, qualunque cosa capiti. Tanto, dopo la morte ci sarà la risurrezione.
"Questa mattina, dopo la s. messa, centinaia di pigmei, sempre mezzo nudi, mi aspettavano fuori della chiesa per il regalo di pasqua. Ho regalato loro olio, sale, riso e arachidi.
"Se piacerà al Signore, verrò in Italia per la pasqua del 1961. Preghiamo tanto per le nostre missioni, perché il diavolo non distrugga l’opera di tanti sacrifici" (17.4.1960).
In occasione delle prime elezioni politiche (1960), tutti erano in ansia.
I pigmei, per non votare, erano scomparsi per oltre quindici giorni nella foresta.
Anche le suore vivevano in angoscia, per l’incertezza dell’avvenire.
"Io, scrive p. Longo, vendo coraggio a tutti, e a buon mercato; però, certi giorni la croce pesa tanto anche a me" (23.5.1960).

Il 1961: un anno terribile

"La situazione è impossibile, scrive ancora il padre nel mese di luglio del 1960; ma nello stesso tempo la Madonna ha fatto l’impossibile per proteggerci contro tutte le furie del diavolo.
"Ora siamo in un disordine assoluto, con tutte le miserie che nascono dalla rottura di ogni legge.
"I nostri nemici le inventano tutte: prima del 30 giugno, gli aderenti della setta Kitawala dovevano diventare tutti... bianchi! Avevano fatto pulire le tombe, perché nella notte del 30 giugno i morti avrebbero dovuto risorgere, per rinfacciare ai bianchi (leggi: ai missionari) di aver predicato una religione falsa!
"Ci siamo. Ci metteranno tutti in pentola, come in Cina!
"Pregate un pochino per la chiesa del Congo, affinché, se il Signore la prova, il diavolo non la distrugga" (26.7.1960).
I disordini più gravi erano iniziati il 30 ottobre 1959 a Kisangani, con la ribellione di Lumumba. Ma la situazione precipitò quando tutta la Provincia Orientale cadde in mano ai lumumbisti, e più ancora nel 1961, in seguito all’assassinio di Lumumba. Nella missione di Basoko, diocesi di Kisangani, p. Tegels, dehoniano, fu trucidato, e i padri Gheza e Ravasio furono percossi, insultati e più volte minacciati di morte. Anche a Kisangani i missionari furono spesso insultati e minacciati; alcuni facinorosi, in quei giorni, profanarono e mutilarono anche la statua del s. Cuore di Gesù e il busto di mons. Grison.
Nell’anarchia e nel disordine si scatenarono tutte le rivalità ancestrali contro il bianco, acuite da una lunga e mal sofferta dominazione: in alcune regioni, questo senso di ribellione si espresse in movimenti di ispirazione pseudo-religiosa, come il Kibanghismo e il Kitawala; ma nei torbidi di una società così duramente provata ebbero facile gioco anche i fautori del comunismo, che vedeva nello Zaire la piattaforma per la conquista di tutta l’Africa centrale.
L’assassinio di p. Tegels, la strage dei tredici aviatori italiani a Kindu, il martirio dei ventidue missionari di Kongolo e la stessa uccisione di Patrice Lumumba non sono che episodi locali di questa lotta accanita fra opposti blocchi che, o per interessi materiali o per motivi ideologici e politici, diventarono causa di dissidi insanabili.

La domenica "Gaudete" del 1960

Quella bufera non ha risparmiato la missione di Nduye. Lo stesso p. Longo, interrogato più tardi su quelle tristi vicende, raccontava che un pomeriggio venne arrestato proprio mentre dormiva nella sua cameretta.
Era la domenica Gaudete, dicembre 1960. La mattinata l’aveva passata annunciando la parola di Dio e impartendo il suo perdono nel confessionale.
Padre Longo, padre Noacco e le cinque suore della missione furono arrestati e condotti come prigionieri a Mambasa. Senza perdere la sua calma soprannaturale, il padre diceva a coloro che li avevano arrestati:
"Ho sempre lavorato per voi. Se volete uccidermi, sono qui; io non ho nulla da perdere. A me non importa, andrò in paradiso. Vi accorgerete, più tardi, quando la popolazione non troverà più di che vestirsi, di che nutrirsi, da chi farsi curare".
Ma nonostante tante minacce furono liberati dopo solo due ore di reclusione per l’intervento di un bravo ufficiale cattolico (13.3.1961).
"Prendiamo la strada di Nduye, si legge nella cronaca delle suore comboniane; divoriamo i 60 km che ci separano dalla missione in meno di un’ora. E recitando il rosario e cantando il Magnificat rientriamo trionfanti nella missione. Le bambine della scuola ci attorniano, e cantando ci accompagnano alla chiesa dove insieme ringraziamo il Signore. Non è ancora trascorsa mezz’ora ed ecco anche la camionetta dei padri. Allora tutte le campane e i tamburi della missione suonano per circa venti minuti... Una cosa veramente ci ha commosso: da quando eravamo partite, le bambine dell’internato non avevano mangiato né dormito, ma soltanto pianto".
All’arrivo del padre, una ragazza va a chiedergli se celebra la s. messa, perché, dice, "noi siamo digiune e vogliamo comunicarci".
"Quella sera, uscendo dalla chiesa, tutti ripetevano: "Oggi è un giorno bello. È come fosse natale"".
Nelle sue lettere, il padre si dimostrava sempre sereno, anzi, animato da un grande spirito di abbandono alla santa volontà di Dio.
"Siamo sempre vivi e felici nel Signore, scriveva nel febbraio del 1961, anche in mezzo alle tante tribolazioni della santa madre chiesa.
"Per descrivervi la tragedia del Congo ci vorrebbero delle settimane di conferenze.
"Anche i soldati delle Nazioni Unite sono fautori di disordini. Non parliamo poi del comunismo.
"Una sola volta io ho rischiato la vita, perché a un posto di controllo quasi invisibile non mi ero fermato" (25.2.1961).
"Il Congo sta ancora ballando, e il diavolo comunista l’aiuta, più l’immensa credulità dei neri. Le regioni più buone e più cristiane sono state le più provate.
"Da noi però tutto va bene, perché la Madonna ci ha messo la sua mano. Paure ce ne sono state, ma tutte le ho passate senza perdere neppure un pelo della mia testa... pelata" (23.3.1961).
"Ci sono molti che si illudono sulla fine prossima dei disordini; invece è una malattia molto lunga, e quasi incurabile" (11.4.1961).
"Però, quando va proprio male, allora apro la televisione celeste, e tutte le cose diventano belle" (7.5.1961).

La sua ultima visita in patria

P. Longo rimase profondamente scosso da queste vicende. Perciò sul finire del 1961 approfittò di un momento di relativa calma politica per prendersi un periodo di riposo in patria.
Era la seconda volta che tornava in Italia, dopo oltre vent’anni di lavoro missionario. E sarà anche l’ultima.
Incontrandolo, l’ingegner Nodari gli chiese se, in caso di pericolo, non avrebbe potuto nascondersi nella foresta con i suoi pigmei.
"Con i miei pigmei, rispondeva il padre, sarei certamente al sicuro. Ma come potrei abbandonare i miei cristiani proprio al momento della prova?".
Le notizie che il padre riceveva dall’Africa, durante quei mesi di riposo in Italia, non erano gravi, ma sollecitavano di continuo la sua presenza.
"Qui, gli scriveva il 23 febbraio 1962 la superiora delle suore, l’aspettiamo tutti. Siamo egoisti? Forse. Ma si sta meglio in molti quando c’è da lottare.
"A Mambasa, i briganti rossi fan di tutto per molestarci; però le notizie sono buone, comprese quelle dell’abate senza mitra (cioè don Toneatto). È stato arrestato ancora non so quante volte, ma se la cava sempre.
"Per il resto non va malaccio. Continuiamo il nostro lavoro dappertutto. Il nostro piccolo "martirio" consiste nel tacere, lasciar fare, non vedere o far finta di non vedere, assecondare i loro capricci più che infantili, veder andare a male il frutto di tanti sacrifici e di tante speranze.
"Sono convinta che la testimonianza del sangue ha un grande valore davanti a Dio; ma questo martirio quotidiano, oscuro e misconosciuto, non vale meno".
Nel mese di maggio, p. Noacco lo informa che gli alunni della scuola artigianale hanno fatto sciopero e che solo con l’intervento di mons. Agwala, vicario generale, l’ordine è stato ristabilito.
Anche la superiora regionale delle Pie Madri della Nigrizia scrive a p. Longo sollecitando il suo ritorno a Nduye.
"Ora è la volta del servizio medico, scrive da Wamba in data 26 maggio 1962. Abbiamo un ministro della sanità che cerca tutti i mezzi per stancare suore e bianchi, e cacciarci via tutti.
"Da quando è andato lui al potere, non hanno più pagato le suore, e sono già dieci mesi.
"Meno male che, nel campo dell’apostolato, possiamo fare ancora molto: questo ci consola anche per il resto.
"Attendiamo anche lei... Faccia in modo di tornare al più presto. A Nduye hanno fatto già tre volte gli archi di trionfo per accoglierlo. Adesso però sono stanchi, e han deciso di ricominciare solo quando la vedranno spuntare all’angolo del villaggio dei wanande. Penso che non abbiano torto" (16.5.1962).
Di fronte a tanta insistenza, a p. Longo non restava che preparare le valige, salutare parenti e benefattori, e tornare quanto prima tra i suoi fedeli di Nduye, per riportare fra loro un raggio di speranza.
Ripartendo per l’Africa, disse apertamente che non sarebbe più tornato.
"Se questa è l’ultima volta che ci vediamo, aveva detto accomiatandosi dai confratelli dello Studentato Missioni di Bologna, vi saluterò dalle stelle"".
Lo stesso aveva ripetuto ai suoi parenti e compaesani di Curtarolo, ai benefattori e conoscenti di Monza e Bellinzona, e agli alunni della Scuola Missionaria di Padova che avevano voluto festeggiare la sua partenza.
Quasi presentiva, in cuore, che tornava in Africa solo per dare la prova suprema dell’amore, la testimonianza del martirio.

 

13. Segni premonitori

Ritorna l’uomo di Dio
Il 5 giugno 1962, il ritmo gioioso del tam-tam si associa al concerto delle cinque campane, per annunciare il ritorno dell’uomo di Dio.
L’arrivo di p. Longo a Nduye, attesta p. Noacco, è stato un trionfo. Le campane hanno squillato per più di un’ora; i tamburi hanno battuto senza fine, giochi e canti da tutte le parti (24.7.1962).
Il 15 giugno, lo stesso p. Longo ci parla del suo ritorno in questi termini:
"Finalmente sono giunto a Nduye, dove, dopo tanti spauracchi, è giunta la tranquillità.
"I soldati avevano fatto fuggire il Fratello del S. Cuore dalla scuola artigianale; i maestri erano in sciopero.
"Sono arrivato il 5 giugno e mi hanno fatto un festone. Però c’è una miseria spaventosa.
"Ringrazio tanto tutte le persone che mi hanno aiutato.
"I miei poveri pigmei mi hanno accolto come il loro protettore. Ho distribuito loro filo da pesca e ami. Povera gente, sono ancora più nudi di prima".
La vita di p. Longo riprendeva, umile e laboriosa come sempre. Dall’alba alla notte la sua attività non cessava un istante, benché soffrisse di forti emicranie e di dolori reumatici. Non si concedeva più un attimo di riposo. Altrimenti, diceva, la missione non riuscirebbe a riprendere il suo ritmo normale.
Dopo i canti di gioia del primo incontro, egli ha fatto capire molto chiaramente che il disordine non è mai stato suo fratello.
Tutti gli alunni, che avevano mangiato per un anno intero senza pagare la retta, han dovuto mettersi in regola immediatamente. Hanno versato poi anche la quota di iscrizione che era stata il pretesto di tutti i loro scioperi. A fine d’anno, un’allegra scampagnata in camion, fino alla cittadina di Mambasa, ha riportato in tutti la serenità.
Il ritorno di p. Longo a Nduye è stato quindi come un po’ di sole per un giardino fiorito.
"Ma la ballata, commenta il padre, non è ancora finita. Con certi ceffi lungo le strade... il più bello deve ancora venire".
Le impressioni di p. Longo per la partenza dei belgi sono quasi ottimistiche.
In data 17 giugno scrive: "L’indipendenza ha rotto molte bottiglie, ed è un gran bene per le missioni.
"Luglio e agosto sarà vacanza anche per noi della foresta. Bel tempo, dunque, per pregare, scrivere e cantare.
"Ogni sera, alle 6.30, adorazione; ore 7, benedizione; subito dopo, seduti sulle pietre davanti alla casa, recitiamo il santo rosario.
"Alle 7.30, cena, che è presto finita, perché non ci sono tanti bicchieri né piatti da cambiare... Un brodino, un po’ di pane (alle volte anche buono) e qualche radicchio. Addio mele, pere, fragole, uva, ciliege... bella frutta d’Italia".

Un caro amico

Il 17 giugno, festa della ss. Trinità, p. Longo si recò a Mambasa, a 67 km da Nduye, per fare visita al suo caro e simpatico don Toneatto.
Don Giacinto Toneatto era stato il più bel regalo che la Madonna gli aveva fatto negli ultimi anni della sua vita missionaria.
In seguito a un suo appello, quasi anonimo, al clero italiano, ecco il giovane parroco di Forni di Sotto (Udine) abbandonare la parrocchia, dove aveva iniziato tante opere, e partire per lo Zaire.
Il vescovo di Wamba gli affidò una buona metà della missione di Nduye, erigendo una nuova parrocchia nel grosso centro di Mambasa (1959).
L’intesa, anzi l’amicizia fra don Toneatto e p. Longo è schietta e profonda.
Ritrovarsi ora, dopo quasi un anno di lontananza e di trepidazione, è stata una festa. Don Toneatto aveva persino fatto addobbare la chiesa.
Anche p. Longo era commosso. Ma appena entrati in chiesa gli disse: "Dobbiamo dare l’esempio ai nostri cristiani!". E inginocchiatisi davanti a tutti, si confessarono l’un l’altro. Dopo di che, tutti e due si misero a disposizione per ascoltare le confessioni dei fedeli fino a tarda sera.
All’indomani, p. Longo celebrò la s. messa delle ore 9; bambini e bambine guardavano incantati la sua barba "da vecchio profeta".
Terminata la messa, le autorità erano ad attenderlo in piazza per avere notizie dell’Europa:
"Ho dato loro le più belle, scrive il padre, e ho aggiunto le più brutte su quel flagello di Dio che è il comunismo ateo. Così, se più tardi vorranno tagliarmi il collo, sapranno almeno perché. Io credo che noi missionari un po’ di mattoide dobbiamo averla. Non vi pare?" (17.6.1962).
Il suo coraggio suscita emozione e sgomento. Egli stesso annota: "Dicono che io devo avere un angelo che mi accompagna o un demonio che mi spinge. Io invece ringrazio sempre e tanto la Madonna, perché questo è stato l’anno delle mie vittorie" (28.6.1962).

Abbracci... fraterni

Intanto la vita missionaria riprende, con tutte le sue preoccupazioni e fatiche.
Il 20 giugno il padre, col suo vecchio camioncino, si reca a Kisangani, via Mambasa e Nya-Nya: 580 km
Arriva alla Procura alle ore 20. Qui ha la bella sorpresa di trovare il superiore provinciale, giunto dal Mozambico per far visita ai missionari italiani di Basoko.
P. Longo l’ha ripetutamente pregato di recarsi a far visita anche alle missioni della diocesi di Wamba, dove, tra missionari e suore, avrebbe trovato 35 italianissimi ad aspettarlo.
"Le Pie Madri, scrive, l’avrebbero veduto tanto volentieri. Avrebbero avuto anche qualche parola di conforto, qualche sorriso schietto, tutto italiano, che avrebbe fatto tanto bene in queste ore di nervi rotti. Abbracci e baci ne avrebbe avuti solo da noi due, padre Noacco e io, perché le suore non possono baciare che... i santi".
Ma non è stato possibile estendere la visita anche a Nduye.
Per supplire alla mancata venuta del superiore provinciale, p. Longo si riempie il camion con due grossi pneumatici, cinque chili di confetti, venti di formaggio (due forme pagate 15.000 lire l’una), quattro bei salami e quattro chili di burro, che avvolge per bene con foglie di banano per non vederselo sgocciolar via per il gran caldo.
Quando, lungo la via del ritorno, faceva vedere tutto quel ben di Dio, molti non credevano ai propri occhi.
Con tre valige e tutta quella roba, quasi non c’era più posto per i due missionari. E... attenzione alle buche e alle frenate brusche, che potevano far saltare le ruote di scorta in testa al guidatore.
La vita della foresta ricominciava, quindi, con tutti i sacrifici di sempre. Ciononostante, anzi forse proprio per questo, p. Longo commentava:
"Pare strano, ma io non mi sono mai trovato così felice come ora. Non ho più che un solo paio di scarpe, ormai disfatto: non importa, mi farò un paio di zoccoli. Non si trova più stoffa per camicie e vestiti: non importa: andremo in maniche di... pelle!" (Nduye, 28.6.1962).
Erano queste, soprattutto, le vittorie per le quali p. Longo non cessava di ringraziare la "sua" Madonna.

Una giornata piena di luce

Il 4 agosto, sempre di quell’anno, p. Longo parte per Bafwabaka con il solito camion sgangherato, per assistere alla vestizione religiosa di Maria, una giovane nata a Nduye nel 1940 da una delle prime coppie cristiane da lui unite in matrimonio.
Da tempo i genitori lo pregavano di portarli, con i loro sette bambini, ad assistere alla vestizione della loro primogenita.
Aveva detto di no tante volte, perché mancava benzina, perché il camion era quasi fuori uso, ma all’ultimo finì col cedere alle loro insistenze.
Fatto il carico dei doni per la figliola (tre capre, riso, arachidi, banane, farina), sistema nella cabina accanto al meccanico i bambini più piccoli, fa salire gli altri nel furgone posteriore, in mezzo alle casse, e si parte.
Verso le nove comincia una pioggia così fitta che quasi non si scorge la strada.
Il padre propone una sosta, nell’attesa di una schiarita, ma la comitiva preferisce continuare sotto quel diluvio, piuttosto che ritardare l’arrivo: intanto, col camion in corsa, pregano perché la pioggia cessi.
A mezzogiorno è già tornato il sole, ma il motore comincia a dare segni di stanchezza. Ancora pochi chilometri tra il fango e le buche della strada; poi all’improvviso, dietro una curva, una buca di quasi mezzo metro manda a gambe all’aria capre e persone.
L’autista, per riprendere, cambia marcia, ma si accorge che ruote e motore non legano più.
Scendono, cercano, e a duecento metri trovano la trasmissione, che era saltata fuori assieme al cardano.
"Padre, come faremo ad arrivare a Bafwabaka, per la vestizione di Maria?".
"Andrete a piedi. Restano appena 120 km!".
Ma Gennaro, il meccanico, ritorna tutto contento, perché non manca nulla: si era soltanto svitato il bullone del cardano.
Estrae la cassetta degli utensili, si sdraia sotto la macchina in mezzo al fango, svita la crociera e rimette tutto in ordine.
Mezz’ora dopo, il viaggio riprende e in serata si giunge a Bafwabaka, dove c’è il noviziato delle suore congolesi della Sacra Famiglia (Jamaa Takatifu).
Maria, la novizia, salta al collo della mamma e poi si prende in braccio la sorellina Angela, di otto mesi.
Tutti gridano, saltano, cantano di gioia, comprese le capre; forse presagiscono che l’indomani si farà la festa anche a loro.
Il giorno dopo, domenica 5 agosto, durante la santa messa, sei brave figliole congolesi indossano l’abito di novizie. A Maria viene imposto il nome di sr. Maria Raffaella.
"È certo una bella consolazione per il missionario, commenta p. Longo, vedere queste care creature vestire di bianco, e promettere al Signore di seguire solo lui, sacrificando ogni altra cosa per suo amore".
Quando, nel 1940, benedisse il matrimonio dei genitori di Maria, aveva suggerito ai novelli sposi di regalare al Signore qualcuno dei loro figli.
"Oggi, dopo ventidue anni, dei nove figli avuti, Maria è suora, Giovanni è in seminario e la secondogenita è maestra" (9.8.1962).

 

14. Memorie, speranze, preoccupazioni

XXV natale in terra d’Africa
Un’altra giornata piena di luce fu, per p. Longo, il natale del 1962.
Era il 25° della sua venuta in Zaire. Mentre ce lo descrive, ha sul tavolo un quadretto sul quale è raffigurato Gesù che porta la croce: "È il cammino del Congo, commenta, dove la guerra continua implacabile".
Ma, nella missione di Nduye, regna ancora la calma, e "abbiamo passato il natale nella gioia del Signore".
Per la messa di mezzanotte, la chiesa era piena di fedeli, venuti anche da villaggi molto distanti.
Gli alunni delle scuole avevano illuminato le vie del villaggio con canne di bambù, imbevute di olio di palma. La fiaccolata è finita dopo la messa di mezzanotte, perché i più furbi, uscendo di chiesa, si presero le torce per illuminarsi il sentiero che portava al loro villaggio.
"Dopo tante burrasche, annota p. Longo, non avrei mai creduto che il mio 25° natale in terra d’Africa sarebbe stato così benedetto".
Il suo primo natale, nel lontano 1938, aveva avuto solo sette comunioni. Ora, invece, ce ne sono state cinquecento nella sola messa di mezzanotte. Si vede proprio che il Signore ha benedetto il suo lavoro.
"Padre, dicevano anche i neri il giorno di natale, che bella festa!... Però, quel presepio non vale proprio niente. Di grande non si vede che il bue e l’asino. La Madonna, invece, è così piccina... il Bambino, poi, quasi non si vede!"...
Descrivendo queste semplici cose, osserva p. Longo, "mi era venuta la tentazione di pensare al vostro natale, così ricco di tutto. Ma ormai sono abituato alla vita dura, e le privazioni mi piacciono: è questa l’eredità di nostro Signore per noi vagabondi".
Unica concessione alla gola, per quel 25° natale in Africa, il pacco di confetti avuti in regalo dalle suore di Imola.
Ma anche quelli, i neretti li prendevano con una certa diffidenza, e si chiedevano se anche i sassolini, in Italia, sono buoni da mangiare...
Le feste pasquali del 1963 gli portano dall’Italia tanti auguri e la nostalgia dei... panettoni milanesi, mentre a Nduye si stenta ad avere anche la farina... "Ma si vive contenti lo stesso". Anzi...
"Com’è bello vivere con niente! Ora, nel Congo, per coloro che hanno il coraggio di rimanere, si è veri missionari!".
Mancare di tutto, per amore del Signore, è bello. Ma il suo animo delicato attende soprattutto il ricordo dei confratelli e degli amici lontani:
"Voglio dire che fa tanto piacere ricevere due righe di saluti" (Nduye, 11.3.1963).

Baba Josefu e mons. Matthysen

In data 8 maggio 1963 moriva il santo catechista di Nduye, Giuseppe Moke, dopo 43 anni di lavoro per il Signore e per le anime.
Più volte abbiamo fatto il suo nome in queste pagine, ma è bene che diciamo qualcosa di più.
"La vita di questo catechista, scrive di lui p. Noacco, è un magnifico capolavoro della grazia di Dio. Aveva doni speciali. Fino agli ultimi giorni si ricorreva a lui per risolvere i casi più intricati. Le sue risposte avevano la forza di un oracolo" (9.5.1963).
Fino all’arrivo a Nduye di p. Longo, tre volte all’anno (natale, pasqua e assunzione) questo generoso catechista faceva a piedi oltre 500 km (tra andata e ritorno) per recarsi a Bafwabaka, sua missione di origine, ricevervi i sacramenti e portare a quella missione l’obolo poverissimo di qualche moneta o alcuni polli.
"Giuseppe Moke, scrive p. Longo, aveva la stima di tutti e tutti lo venerano come un futuro santo. Io aspetto da lui i miracoli. Il primo l’abbiamo già veduto il giorno della pentecoste, quando abbiamo celebrato trenta matrimoni cristiani. Per natale, a Dio piacendo, avremo due villaggi interi da battezzare. Questi sono i veri miracoli di Giuseppe Moke, che ha insegnato nella bontà e nel nascondimento, durante 43 anni" (17.6.1963).
Per Baba Josefu tutto era bello, tutto parlava di Dio. Anche se un temporale portava via tutto il raccolto, egli sapeva suggerire pensieri di fede ai suoi cristiani:
"Avete visto come il Padrone si è mostrato grande? Si è portato via tutti i banani e quasi portava via anche noi. E abbiamo ancora tanta boria".
"Giuseppe, prosegue p. Longo, è stato il mio angelo custode. Per tanti anni mi ha accompagnato nelle mie peregrinazioni attraverso i villaggi della foresta.
"Padre, diceva, recitiamo il rosario per questa povera gente, perché desideri il battesimo.
"La sua fede teneva accesa anche la mia, specialmente in momenti difficili come tra il 1940 e il 1945, quando, stracciato, affamato, febbricitante, mi trascinavo per i sentieri dell’Ituri per annunciare il messaggio evangelico".
Solo tre volte, Giuseppe Moke si era incontrato con colui che chiamava "il padre" della sua anima, mons. Alfonso Matthysen, vescovo di Lago Alberto sulle montagne dell’Ituri. Ed è edificante sapere che questi tre incontri sono bastati per plasmargli un’anima tutta per il Signore.
Due volte si sono incontrati mentre erano in viaggio attraverso la foresta, e l’ultima volta nel 1958, quando quel santo vescovo venne a Nduye a trovare p. Longo.
L’incontro è stato semplice e commovente:
"Ah, Giuseppe, come hai potuto dimenticare tuo papà per tanti anni?", disse il vescovo.
E Giuseppe: "Oh, papà, come hai potuto dimenticare per tanti anni il tuo figliolo nella foresta?".
Un’allegra risata e una calorosa stretta di mano, per dirsi tante cose.
Mons. Matthysen era giunto in Zaire nel 1921, due anni dopo il battesimo di Giuseppe Moke. Giuseppe ha lasciato questa terra l’8 maggio 1963; mons. Matthysen lo seguiva a pochi mesi di distanza.
Questo santo vescovo era legato da profondi vincoli spirituali anche con p. Bernardo Longo. A lui volle lasciare, quasi come suo testamento, una scatola consunta che conteneva la sua prima croce pettorale e un cilizio. P. Longo conservò questi oggetti come una preziosa reliquia. E sulla carta che li avvolgeva, pochi mesi prima del suo martirio, scrisse queste parole, che vogliono essere, ad un tempo, un ritratto del suo padre spirituale e una descrizione del suo modo di concepire la santità:
"I santi non cambiano di troppo. La sofferenza, col sorriso sulle labbra, vince tutti i nemici.
"Buoni come lui sono ben pochi, e osservantissimi di tutte le leggi della chiesa e della congregazione, ancora meno.
"Il papa era il suo Cristo in terra. Maria: la madre di Gesù, e sua, e di tutti gli africani" (giugno 1964).

"Poveri topi del Signore"

"Il 23 giugno finiscono gli esami. Poi avremo due mesi di relativa pace. Ma certamente ci saranno altre trappole per i poveri topi del Signore".
Queste le previsioni di p. Longo, per l’estate 1963. Ma invece della pace "relativa", la situazione peggiorava continuamente.
"Non si lavora più, i ladri spuntano come l’erba selvatica; le malattie fanno strage; la fame si cerca di dimenticarla nell’alcool" (17.6.1963).
Descrivere il paese è impossibile, perché ormai è stato spogliato di tutto. La situazione è già diventata critica anche nelle regioni di montagna, come a Nduye, dove peraltro crescono tutti i legumi, e qualche maiale o qualche mucca si trovano sempre.
Centinaia di poveri pigmei affamati circondano la missione e domandano aiuto ripetendo: "Tuna kufa njiala: Moriamo di fame" (27 dicembre 1963).
Non meno preoccupante la situazione del personale missionario e il problema dell’assistenza religiosa.
Anche a Nduye sono soltanto in due, e uno ha bisogno di tornare in patria per un periodo di riposo. Ma cosa potrebbe fare p. Longo, restando solo per oltre un anno?
In una lettera a un suo confratello leggiamo:
"Ho scritto al padre provinciale di mandarmi aiuto per l’anno prossimo, finché il p. Noacco verrà in vacanza. Ma non è arrivata nessuna risposta.
"Vieni tu per sei mesi. Imparerai tante cose nuove.
"Finché vi chiuderete nelle vostre belle case, vi sarà difficile fare un salto nel vuoto come noi missionari. Eppure, la nostra felicità sta proprio nel fatto che abbiamo buttato fuori tutto dalla finestra" (27 dicembre 1963).
"Certamente voi, scriveva in un’altra occasione, avrete l’impressione che tutto è già in ordine in questo benedetto paese. Sì, si è calmato, ma... nella miseria. Pensate che nelle città non si trovano più neppure le cose più necessarie, come farina, scatolame, pasta, stoffa. Ma ci abituiamo a tutto, ossia a mancare di tutto" (25.2.1963).

Un compagno della prima ora

Nel mese di settembre di quello stesso anno (1963), p. Longo ebbe una cara sorpresa: la visita di p. Arnold De Leest, dehoniano come lui, che gli era stato compagno nel primo viaggio che fecero a Nduye nel marzo del 1939.
Erano tutti e due "novellini" allora. La missione di Wamba aveva ricevuto in eredità, per la sua azione apostolica, anche la regione di Nduye, abitata dai walese e dai pigmei. I due erano partiti a piedi per un viaggio di ricognizione di oltre 500 km A Nduye avevano alloggiato per una settimana in una modesta capanna di fango che era del bravo catechista Giuseppe Moke.
"Ora invece, scrive p. De Leest, in questo medesimo Nduye, c’è una splendida missione, vibrante di vita".
Non è sua intenzione fare una descrizione dettagliata della missione; vuole solo manifestarci alcune sue impressioni.
A noi serviranno per richiamare alla memoria cose e persone già ricordate e farci un’idea più precisa del lavoro compiuto.
"Penso che l’unico bagliore di speranza e di evangelizzazione in questi primi anni, scrive p. De Leest, fosse la presenza del buon catechista, Giuseppe Moke. Era un cristiano della tempra di Pietro Nzumbia, di Giuseppe Molekia, di Michele Lunza: di questi uomini eletti che avevano compreso come l’unica felicità per l’uomo consista... nell’essere per sempre figli di Dio.
"Sono contento di vedere come l’opera di questo autentico apostolo continui nella bella missione di Nduye. Che gioia al vedere queste belle costruzioni in pietra e la meravigliosa posizione dei due edifici, la casa dei padri e quella delle suore, su due diverse colline.
"Qui gli ostacoli di un terreno accidentato e roccioso sono stati superati; essi, anzi, hanno fornito il necessario materiale di costruzione. Non oso neppur pensare alla tecnica e al lavoro immenso che è stato necessario affrontare. Non posso far altro che ammirare ciò che è stato fatto.
"La chiesa è il centro della vita di una missione. Anche se provvisoria, è già tanto bella. Ma nella mente e nel cuore di p. Longo sono già pronti i piani di un’altra bella chiesa, tutta in granito, che celebri anche tra queste foreste le glorie della Madre di Dio. Purtroppo i tempi non sono favorevoli per mettere in opera progetti così impegnativi.
"L’altar maggiore, sormontato da un finissimo tabernacolo, si trova al centro dell’ampio presbiterio. Di fianco, la bella statua della Mater Dei, patrona della missione. Vi arde sempre una lampada, in segno di riconoscenza, perché senza il suo aiuto, spiega p. Longo, non saremmo mai riusciti a vincere gli innumerevoli ostacoli incontrati lungo il cammino.
"Bisognerebbe poi vedere questo caro missionario, mentre fa la sua predica: non è spiegazione arida o sapiente di verità astratte. È parola viva. È dialogo con i fedeli, tutto a domanda e risposta. Questo metodo fissa l’attenzione dei presenti e rende piacevole e chiaro l’insegnamento della dottrina cristiana. Ma non a tutti è dato di averlo!".
Anche le scuole sono piene di vita: quelle maschili contano oltre trecento alunni, e quelle femminili circa duecentocinquanta alunne.
"Io sono venuto a Nduye per una riparazione alla mia vettura. P. Longo, infatti, ha una particolare abilità per la meccanica, e qui ha creato una meravigliosa scuola artigianale per giovani apprendisti meccanici, elettricisti e falegnami.
"In questa scuola-officina vedo motori di tutte le marche, e modelli, e sistemi: a benzina, a olio pesante. Vengono smontati fino ai pezzi più elementari, e poi ricomposti da maestri diplomati, sotto l’occhio quasi onnipresente di p. Longo. Noto in particolare bulldozer Ansaldo, locomotive delle miniere e tutta una serie di motori pesanti; e poi una vera costellazione di motori o generatori più piccoli. Nulla di straordinario, perciò, se le officine di Nduye hanno una rinomanza che si estende lontano, oltre i confini della parrocchia e della diocesi, anzi, oltre la stessa provincia.
"Da queste scuole escono operai qualificati e anche tecnici specializzati che, in un domani, potranno occupare posti importanti.
"Lo stesso insegnamento tecnico è reso ancor più prezioso da appropriati richiami ai valori dello spirito.
"Un ragazzo viene a mostrare al padre un pezzo nel quale era rimasta incastrata una vite spezzata. C’era molta ruggine, segno di un’incuria che alla fine rende inevitabile l’incidente.
"Guardate, dice il padre: a che cosa può far pensare questa vite spezzata?
"Silenzio e attenzione da parte di tutti.
"Ebbene, ecco ciò che può capitare a un cristiano che non si cura della sua anima, o rifiuta l’aiuto dei sacramenti, o dimentica di pregare e vive nell’indifferenza: verrà giorno in cui non si potrà più continuare e sarà necessaria una riparazione molto dolorosa, e il Signore solo sa quanto grande sarà il disastro.
"Riflessioni di questo genere, che prendono lo spunto dai fatti della vita concreta, sono di un’efficacia straordinaria.
"Nduye, conclude p. De Leest, è nel cuore della foresta dell’Ituri, il paese dei pigmei.
"Questi primitivi si sono già familiarizzati con la missione, e si nota con piacere un continuo andare e venire di questi autentici abitanti della foresta. Penso che l’evangelizzazione di questo popolo è possibile, anche se bisognerà andare molto cauti, per non giungere a un cristianesimo di comodo e quindi superficiale. Ma l’ora della salvezza suonerà. Preghiamo il Signore perché, sotto la protezione della Madre di Dio, proprio a Nduye comincino a diradarsi le tenebre dell’ignoranza davanti alla chiarezza della verità e dell’amore di Cristo".

Nduye 1964

Nel febbraio 1964 giunsero in visita a Nduye l’ingegner Nodari con il capo doganiere di Chiasso-Strada e un altro signore di Bellinzona.
Lo stesso ingegner Nodari descrisse poi, sul Giornale del Popolo di Lugano (14.1.1965), questo suo ultimo incontro con il grande apostolo dell’Ituri, a pochi mesi dall’immmane tragedia.
Cediamo quindi a lui la parola:
"Durante il mio ultimo soggiorno a Nduye, una mattina p. Longo mi disse: "Andiamo un momento a visitare la tomba del nostro povero Giuseppe".
"A pochi passi dall’abitazione del padre, in un angolo a fianco della strada, ecco la tomba di Baba Josefu e, accanto, quella di sua moglie, Maria Nzima.
"P. Longo allora mi disse: "Ecco, sarò sepolto qui accanto. Un po’ di terra, una piccola croce e nulla più. Come il povero Baba Josefu".
"Sostò poi in profondo raccoglimento, alzò leggermente il capo facendo il segno della croce, e poi si allontanò frettolosamente, come preso da altri pensieri.
"In questa occasione abbiamo ammirato un altro miracolo di p. Longo: la nuova casa per le suore, situata a cinquecento metri dalla sua abitazione, sulla collina opposta.
"Nel frattempo aveva rimodernato anche gli altri edifici e dato una struttura più razionale a tutta la missione. Nel 1958, captando una sorgente della collina, l’aveva persino rifornita di acqua corrente.
"Anche l’officina meccanica offriva molte sorprese, per i numerosi macchinari moderni che il Padre si era procurato nella sua ultima visita in Europa.
"Passando da un padiglione all’altro, p. Longo era orgoglioso di mostrare i progressi realizzati negli ultimi tempi.
"Aveva finito la costruzione della chiesa provvisoria, ma in muratura: nel 1961 era stata fatta una incastellatura per le cinque campane; erano state rimodernate e ampliate le scuole artigianali e professionali, per giovani e ragazze; ecc.
"Nella nostra ultima visita, prosegue l’ingegner Nodari, arrivammo a Nduye che era notte inoltrata. Questa circostanza ci valse la sorpresa di un altro miracolo della foresta: l’illuminazione elettrica.
"Nella sua officina, infatti, p. Longo aveva installato un gruppo elettrogeno che doveva far funzionare i macchinari del laboratorio di falegnameria. Dallo stesso gruppo egli fece derivare un sistema di fili che, di sera, portavano la luce elettrica in tutta la missione.
"Ai suoi ospiti, inoltre, il padre spiegava i procedimenti, spesso primitivi, con i quali egli riusciva a saldare i nastri di seghe elettriche che i coloni della regione scartavano perché inservibili.
"Anche la sega a nastro era stata costruita da lui, e poi montata su un piedestallo che aveva ottenuto mediante un getto di sabbia e cemento immesso nella forma scavata nell’argilla del terreno adiacente".
Uguali a quelle di p. De Leest, le impressioni dell’ingegner Nodari sulla vita religiosa di Nduye.
Una domenica egli ebbe modo di assistere alla messa parrocchiale celebrata da p. Longo. Rimase stupito per il modo in cui egli riusciva non solo a farsi capire dal suo uditorio, ma addirittura ad entusiasmarlo alla spiegazione del santo vangelo.

Speranze e... preoccupazioni

All’inizio del 1964 alcuni missionari, partiti da Bologna per Basoko, portarono a p. Longo una magnetofono con una buona scorta di bobine per l’incisione: sistema semplice e pratico per far sentire agli amici d’Europa canti congolesi, racconti popolari, conversazioni importanti o anche vere e proprie lezioni su argomenti di particolare interesse.
La prima bobina che il padre mandò in Italia conteneva un’allegra conversazione tra lui e don Giacinto Toneatto, il simpatico missionario friulano che era finito a Mambasa.
"Che cosa desiderate avere?", scriveva il 12 febbraio 1964. "Approfittatene finché sono in vena, o meglio, finché ci lasciano in piedi. Perché anche da noi le cose potrebbero andare molto male nel mese di aprile e maggio".
Nella stessa lettera ci fa sapere che per l’estate ha invitato in villeggiatura a Nduye i suoi confratelli, missionari a Basoko. Per loro, spiega, è abbastanza facile venire a Nduye: non hanno che da risalire l’Aruwimi, che ad un certo momento si chiama Ituri e, più vicino alle sorgenti, Itiri. "Del resto, siamo anche abbastanza vicini. Per l’esattezza: 1.100 chilometri!".
Un altro bel dono è atteso dalla parrocchia di Sassuolo (Modena). Si tratta di un’autoambulanza, che dovrebbe giungergli via mare. Egli stesso l’andrebbe a ritirare al porto di Mombasa, sull’oceano Indiano, a 2.500 km da Nduye.
In una lettera di fine marzo 1964, commenta, con semplici tocchi, la situazione del paese. Un senso di profonda tristezza traspare dalle ultime righe:
"In quattro anni di indipendenza, il nostro paese si è completamente svuotato.
"Le grandi città sono diventate come le famose città dei western americani: i grandi fanno i gradassi, in faccia a una miseria che non ha nome.
"Piacendo al Signore, e se non andrò sotto terra prima, l’anno prossimo (luglio e agosto 1965) verrò a passare due mesi di ferie, pagati dal governo.
"Siamo uniti nella preghiera e il Sacro Cuore farà il resto" (29.3.1964).

 

15. Della chiesa

Quasi un "testamento"
"La nostra missione, scrive p. Longo nell’ultima sua lettera alle suore di Imola, cammina benissimo, anche se siamo sempre in alto mare. La Madonna, la nostra stella, tiene il timone, e anche se di tanto in tanto beviamo acqua salata, non affondiamo mai! Tutto, attorno a noi, è pieno di disordine, e invece da noi si continua in pace.
"La santa pasqua è stata molto bella; c’è stata grande frequenza ai santi sacramenti. Le missioni dei Saveriani sono quasi tutte in disordine, perché quella regione è la sede principale dei ribelli. Ora però anche i ribelli cambiano tattica: non maltrattano più troppo i missionari, per regolare i conti alla fine, quando saranno i padroni. È una bella vita, che alla fine può scombussolare anche i più forti.
"Soldati che vanno e vengono: certi ceffi! Quelli che hanno assassinato i nostri aviatori li incontro spesso sulla strada: peggio dei "bravi manzoniani". Per un niente legano e bastonano a tutta forza, con tutti i mezzi. Guai a cadere in mano loro, perché sono spesso ubriachi.
"Tre poveri autisti italiani, il 15 maggio, sono stati ammanettati e picchiati per nulla; per fortuna che sono giunto a tempo sul posto, e ho fatto paura ai soldati, dicendo che anch’io fui soldato, e per di più caporal maggiore, e che avrei scritto al loro generale. I poveri autisti italiani mi hanno tanto ringraziato.
"Qua tutti fanno leggi e ne dispongono ancor di più: dunque il nostro carnevale è tutto speciale. Per esempio domenica 7 giugno a Nduye c’è stata una battaglia tra i poliziotti dell’ufficio civile e un gruppo di rivoltosi. Questi avevano invitato centinaia di pigmei alla danza, sperando di incitarli a fare un colpo di mano; ma i miei nani, furbi, si sono accorti del tranello e sono scappati nella foresta...
"Nella notte i rivoltosi tentarono un atto di sabotaggio, ma l’indomani furono imprigionati e battuti da far paura.
"Il lunedì, molti pigmei vennero a trovarmi e ridevano a crepapelle, raccontando come i poliziotti avevano battuto i rivoltosi. Io li ho rimandati in foresta a cercar liane per intrecciare sedili. Sono tornati il mercoledì con un carico ciascuno, e tutti, anche le ragazze e le donne, mi portavano un carico di venti o trenta chili. Si sono seduti attorno alla mia casa e, ridendo e raccontandosi la vicenda dei poliziotti, hanno preparato le liane per intrecciare i sedili. Verso le quattordici avevano finito. Ciascuno portava sulla bilancia il suo lavoro, e, dopo averli pagati, ho fatto venire le mamme con i loro piccoli e a tutti ho regalato olio, sale e zucchero. Quanta gioia e quanti salti. Altro che la danza di domenica!
"Mupé Bernard ci vuole bene, dicevano, altro che quei briganti di laggiù... Guai a chi lo tocca! Tutte le nostre frecce si troveranno insieme nel ventre di chi lo molesterà.
"I pigmei, durante mesi interi, hanno montato la guardia davanti alla casa delle suore, e anche le più grandi canaglie hanno avuto paura di molestarli, perché si sarebbero facilmente presi, nel buio della notte, una freccia avvelenata.
"Reverenda madre, faccia la grande carità di far pregare per tutti i missionari, perché possiamo continuare la bella commedia per il Signore e per le anime, senza stancarci mai".

Kibanghismo, Kitawala e comunismo

Spesso negli anni Sessanta si sentiva parlare di kibanghismo, un movimento religioso, di carattere popolare, che prende il nome da Simone Kibangu.
Educato nella missione protestante di N’Kamba, nel Basso Zaire, nel 1921, all’età di circa venticinque anni si era messo a predicare in nome di Gesù un nuovo vangelo, per la redenzione degli africani.
Ai malati e alle folle che da ogni parte accorrevano a lui, egli annunciava che Dio non è solo per i bianchi e che Gesù di Nazaret non viene dall’Europa. Da lui egli si sentiva inviato per affermare l’esistenza dell’Africa, guarire i malati e portare anche ai neri la ricchezza e la prosperità di cui godono i bianchi.
Preoccupato per alcune manifestazioni di xenofobia contro i bianchi, scatenate in nome del nuovo profeta in alcune città del Basso Congo, il governatore di Kinshasa lo fece arrestare e dopo un giudizio sommario lo condannò a morte.
Graziato dal re Alberto, venne trasferito nelle carceri di Lumumbashi, dove morì nel 1951, dopo una prigionia di oltre trent’anni.
Ma il nome e l’opera di Simone Kibangu non sono morti con lui. Anzi, la persecuzione e la lunga prigionia non fecero che aumentare la sua popolarità, e oggi egli viene considerato come il "messia dei neri".
I suoi seguaci, deportati, perseguitati, hanno dato vita a un movimento religioso imponente.
Intanto, la cittadina di N’Kamba è diventata la "città santa", dove i figli e i discendenti del profeta battezzano e curano i malati. In diverse città e villaggi sono sorti dispensari, chiese e scuole, contrassegnati da un grande cuore rosso e dalla scritta: "Chiesa di Cristo sulla terra: Simone Kibangu".
Nell’Alto Zaire, invece, e in particolare a Kisangani, a partire dal 1950 si è sviluppato il Kitawala, un movimento religioso che ha reinterpretato la Bibbia in un contesto e con una mentalità tipicamente africani.
Il termine kitawala, in kiswahili, significa "regno" (il regno di Dio). Storicamente, però, sembra che sia dovuto a una deformazione dell’inglese tower, che per i neri è diventato tawala; ad esso, poi, è stato aggiunto il prefisso ki, trattandosi di un sostantivo. Il Kitawala deriva infatti dalla setta Watch Tower (Torre di Guardia), di origine americana.
Nel Congo cominciò a diffondersi verso il 1925.
Proscritto ripetutamente dalle autorità coloniali, perché promuoveva disordini e rivolte contro i bianchi, ebbe via libera soprattutto quando lo Zaire acquistò l’indipendenza.
Il Kitawala è un movimento di forma religiosa con forte contenuto politico e sociale. È ostile alla razza bianca e a quanto i bianchi hanno importato nel continente nero.
Il suo programma si riassume in questi tre punti: 1. L’Africa agli africani; 2. Uguaglianza di tutte le razze; 3. Distruzione di tutte le religioni importate.
Il credo kitawala spiega che Dio (Mungu) non è puro spirito, ma un essere dotato di un corpo; però è immortale. Gesù era, inizialmente, l’arcangelo Michele; egli si è fatto uomo, ma poi la morte ha annientato la sua natura umana. Con la risurrezione ha ricevuto un corpo nuovo, ed è diventato immortale.
Fino al 1914, il mondo e anche le chiese cristiane erano dominate dal Maligno. Da allora ha avuto inizio la grande lotta, che durerà mille anni, e alla fine Satana sarà vinto e annientato. Dio, invece, e coloro che gli furono fedeli, regneranno eternamente sulla terra.
Nel 1960, il Kitawala si era messo dalla parte di Lumumba; nel 1964, ha fatto causa comune con i simba.
La rivoluzione zairese del 1964 deve gran parte del suo successo al fanatismo religioso di questi movimenti e ai metodi polizieschi propri del comunismo cinese.
L’indipendenza infatti diede via libera anche all’infiltrazione, più o meno larvata, del comunismo, soprattutto nelle regioni nord-orientali, che sono a diretto contatto con il Sudan e la Tanzania.
"Quando viene a vedere il Congo?", scriveva p. Longo al superiore provinciale nel febbraio del 1964.
"Anche da noi ci sono state ribellioni di Kitawala. Per il momento sono stati domati a bastonate. Povero popolo, in che miseria va a finire!
"La missione cammina ancora bene, grazie al Signore e alla Madonna. Qualche spintone lo do anch’io... Ma tutti già si chiamano "compagni"...
"Parecchi missionari sono sfiduciati o pieni di paura... Siamo sempre in prima linea, specialmente nella nostra regione" (19.2.1964).
E nella sua ultima lettera, quasi telegrafica, della fine di agosto, sempre al superiore provinciale:
"Qui le cose si mettono per il peggio. Preghi per noi. Stiamo preparandoci al martirio!".

Verso l’irreparabile

Giudizi così severi sulla situazione del paese non erano dovuti a qualche momento di nero pessimismo o di ingiustificata sfiducia, ma alla chiara coscienza di una situazione assurda, che inevitabilmente evolveva verso l’irreparabile.
Le testimonianze in questo senso sono numerose e tutte concordi.
Alla vecchia guardia del periodo colonialista si erano sostituiti i locali, del tutto impreparati e che della classe precedente avevano ereditato solo la boria e la cupidigia.
Fu la stessa Conferenza episcopale zairese a denunciare questa situazione:
"Alla classe dirigente dell’epoca coloniale è succeduta una classe i cui membri sono preoccupati solo di beneficiare dei medesimi privilegi... Deploriamo anche l’eccessivo tribalismo, che fa tanto torto al paese" (22 novembre 1963).
Così, mentre la popolazione soffre sempre più la miseria e la fame, la classe dirigente "eccede tutti i limiti di un pur ragionevole lusso" (Agenzia cattolica DIA).
In una situazione tanto caotica, le forze ribelli non trovarono difficoltà a inserirsi, diventando, senza accorgersene, il luogo di incontro di tutti gli scontenti, di ogni classe e tendenza. Non farà perciò meraviglia se alla direzione dei rivoltosi troviamo un intellettuale come Mulèle, un funzionario cattolico come Sumialot, un Cristoforo Gbenye, piuttosto moderato, e il generale Olenga, che aveva un notevole senso del dovere.
L’ascesa alla direzione dello stato di Moisè Ciombe, che due anni prima aveva capeggiato la secessione del Katanga, fece scoccare la scintilla. Pressioni esterne e colossali interessi, di ordine economico, politico e ideologico, si infiltrarono con tutto il peso delle loro organizzazioni, dando mano libera a tutti gli istinti di rivolta e di vendetta che possono covare nel cuore di un popolo esasperato fino al limite della sopportazione.
La ribellione contro l’ordine costituito non era più vista come lotta tra due fazioni politiche in antagonismo fra loro, ma come liberazione del nero contro ogni forma di colonialismo e di privilegio.
Il nome di simba (leone), dato alla jeunesse del Movimento nazionale, era ad un tempo un simbolo e un programma.

I simba a Kisangani

I primi nuclei dell’esercito popolare, cioè dei ribelli o simba, giunsero a Kisangani martedì 4 agosto 1964. I combattimenti durarono alcuni giorni, e solo la sera del 6 agosto le truppe dell’esercito nazionale abbandonarono definitivamente la città.
Stando alle deposizioni degli stessi missionari, i soldati dell’esercito popolare, senza uniformi e spesso anche senz’armi, erano in genere corretti. Si limitavano a requisire le auto e gli apparecchi radio.
In seguito all’occupazione, Kisangani diventò la capitale della Repubblica popolare congolese e la sede del nuovo governo.
Presidente della nuova repubblica era Cristoforo Gbenye, da poco rientrato da Brazzaville.
Lo coadiuvavano nel governo: il ministro della difesa Giuseppe Sumialot, che aveva seguito un corso di addestramento in Cina, il comandante in capo generale Olenga, il generale Pierre Mulèle, il colonnello Opèpe e altri.
Pochi giorni dopo l’occupazione della città, l’esercito popolare organizzò dei comizi durante i quali la popolazione, per acclamazione, elesse governatore della Provincia Orientale il vescovo kitawala Alfonso Kinghis.
Con l’arrivo dei simba a Kisangani, numerosi funzionari del precedente regime furono arrestati, condotti sulla pubblica piazza e condannati a voce di popolo.
Erano presi di mira soprattutto i più evoluti o i più ricchi o i seguaci di partiti avversi. Sta di fatto che quasi tutta l’élite fu eliminata. Tra essi, molti erano i cattolici in vista.
Le vittime, spesso, venivano massacrate davanti al monumento di Lumumba.
Si è parlato anche di cannibalismo. L’accusa può essere ridotta al fatto che gli uccisori, seguendo una superstizione pagana, mangiavano il cuore, o altra parte della vittima, per impedirle di vendicarsi e, anzi, acquistare la sua forza.
Entrando a Kisangani, i simba vuotarono le carceri e instaurarono la legge marziale. Ogni infrazione alla legge, o furto, o atto di violenza, veniva punito non più col carcere, ma con la fustigazione o con la pena capitale, chiunque fosse il colpevole. Anche un simba, scoperto a rubare alle suore dell’ospedale, fu condannato e fucilato sul posto. Si calcola che oltre tremila persone siano state uccise, per un motivo o per l’altro, solo a Kisangani.

La Repubblica popolare e le missioni

Alla data dell’occupazione di Kisangani da parte dei simba, l’arcidiocesi contava 585.000 abitanti, di cui 207.000 erano cattolici. Vi risiedevano 98 missionari dehoniani (80 sacerdoti e 18 fratelli cooperatori) di quattro diverse nazionalità: belgi, lussemburghesi, olandesi e italiani. C’erano inoltre alcuni sacerdoti zairesi (tra cui mons. Fataki, vicario generale) e numerose suore missionarie.
Missionari e suore, almeno in città, non furono mai seriamente molestati o oltraggiati dai simba.
Sumialot e Gbenye, giunti a Kisangani a una settimana di distanza l’uno dall’altro, chiesero ciascuno una messa solenne nella cattedrale, alla quale parteciparono essi stessi, con tutti i loro ministri, in mezzo ai loro soldati.
Più volte Gbenye ebbe occasione di ripetere che non aveva nulla contro la religione né contro i missionari. Più tardi, il ministro Sabiti scrisse sui giornali che le religioni riconosciute nella Repubblica popolare erano, in ordine di importanza, la cattolica, la musulmana, la protestante e il kitawala.
Il colonnello Opepe, capo militare in città, aiutò anzi in varie occasioni i missionari. Ogni angheria, anche contro i missionari, veniva punita.
Anche in circostanze particolarmente delicate, i missionari trovarono qualche volta, presso i massimi responsabili, comprensione e aiuto.
Durante una perquisizione alla Procura, era stato sequestrato un vecchio apparecchio radio; i simba ritenevano che fosse una emittente clandestina. La situazione stava diventando grave, perché il possesso di una emittente era considerato delitto capitale.
P. Conrad chiese allora udienza a Gbenye, suo antico parrocchiano e membro attivo, a suo tempo, della Legione di Maria.
Questi, quando vide p. Conrad, lo ricevette a braccia aperte e l’affare venne archiviato.
Ai primi di settembre, i simba della regione condussero in città 72 missionari, arrestati nei vari centri secondari. Alcuni erano stati anche maltrattati.
All’origine di questo provvedimento sembra ci sia stata un’errata interpretazione di un’ordinanza militare che disponeva fossero condotti a Kisangani tutti i mercénaires catturati, mentre qualcuno intese: missionnaires. Comunque sia, Gbenye e Sumialot si mostrarono molto dispiaciuti del fatto, indennizzarono i missionari per un valore di oltre due milioni di franchi e assicurarono loro il ritorno alle proprie sedi a spese dello stato.
Però, malgrado questa attitudine di benevolenza da parte dei massimi responsabili, i missionari non si trovavano a loro agio. Tra i simba, a fianco dei pochi cattolici convinti, c’erano molti pagani, mussulmani, kitawalisti, i quali non facevano mistero delle loro intenzioni.
Quando poi il loro esercito cominciò a subire qualche sconfitta, la quasi totalità dei ribelli cominciarono a diventare cattivi verso tutti i bianchi, missionari compresi.
Stampa e radio incitavano quotidianamente a coltivare un "odio sacro contro i belgi e gli americani", che aiutavano l’esercito di Ciombe. Ma agli occhi dei simba ogni bianco era un "americano".
Il 28 ottobre, essendo giunta notizia di parecchie sconfitte, dovute all’azione dei mercenari, il generale Olenga ordinò l’arresto e l’internamento di tutti i belgi e americani della città. In questo modo, nell’Hôtel des Chutes furono rinchiusi circa 350 belgi, tra cui c’erano quattordici missionari dehoniani, un monfortano, dieci maristi e una ventina di suore. In seguito essi furono sistemati in varie scuole della città.
Questa residenza coatta non fu mai eccessivamente pesante. Disponevano di letti, materassi e coperte, cibo e tabacco a sufficienza. Confratelli e alunni portavano libri e fiori; preghiere, letture e qualche svago riempivano abbastanza bene la giornata.
Le guardie, sei simba che cambiavano tutti i giorni, erano abbastanza benevole nei loro riguardi.
Anche la mattina del 24 novembre, quando i paracadutisti occuparono la città, le guardie dissero che avevano ricevuto l’ordine di ucciderli tutti; ma, nonostante ciò, li rassicurarono dicendo che non avrebbero fatto loro alcun male.
I missionari però, onde evitare amare sorprese, verso le ore 9 si barricarono negli scantinati dell’edificio, in attesa dei liberatori, che giunsero nel primo pomeriggio.
Spesso ci si domanda come si comportavano i cristiani durante quei tre mesi di Repubblica popolare. I missionari di Kisangani sono concordi nel dichiarare che, in questo periodo, i cristiani erano più assidui che nel passato alla liturgia domenicale. In cattedrale la frequenza era sensibilmente diminuita, perché diversi erano stati uccisi e molti altri erano fuggiti fuori città. Ma in tutti i loro rapporti si dimostravano più premurosi e servizievoli che nel passato.

La strage della Riva Sinistra

I missionari tenuti prigionieri nella Procura di Kisangani, nonostante i disagi delle ultime ore, ebbero tutti salva la vita. (Qui trovarono rifugio anche p. Maistro e p. Buccella, due confratelli di p. Longo, dopo le dolorose vessazioni patite a Basoko).
Purtroppo, molto diversa fu la sorte toccata ai missionari rimasti prigionieri in altre località dell’interno, o anche nella città di Kisangani, Rive-Gauche, ossia in quel quartiere della città che si trova sulla riva sinistra del fiume.
Ventotto erano i prigionieri custoditi dai simba nella caserma della polizia militare della Riva Sinistra, in data 24 novembre: cinque missionari dehoniani; tre fratelli cooperatori zairesi, anch’essi dehoniani; tredici suore missionarie, alcune francescane e altre domenicane; due pastori protestanti e sei civili.
Il pomeriggio di quel giorno, mentre infuriavano mortai e mitragliatrici, furono ammassati tutti insieme nella cantina della caserma, un ridotto di metri 3,50 x 3, e di metri 2 di altezza.
La sera, quando tornò un po’ di calma, i simba ne approfittarono per infierire selvaggiamente soprattutto contro le suore, impotenti a difendersi.
All’alba del 25, la battaglia riprese più furiosa di prima; ai prigionieri furono portate alcune banane e un po’ d’acqua. Con ammirevole disinteresse, le suore diedero la loro razione ai missionari, che erano digiuni da vari giorni.
Passarono quella giornata conversando, piangendo, pregando. Nel pomeriggio giunsero, provenienti da Yanonge, altri tre missionari e tre suore: erano in uno stato pietoso, quasi nudi o con i vestiti a brandelli e il corpo coperto di ferite e di lividure.
Verso sera, un ordine risuonò secco dalla porta della prigione: "Un padre e una suora!"... Sapevano ciò che significava.
P. Ten Bosch e una suora, che non erano ancora stati percossi, si offrirono ai colpi. Ritornarono poco dopo ridotti in uno stato pietoso.
Uno dopo l’altro, tutti dovettero subire ancora una volta gli oltraggi degli aguzzini, salvo i tre fratelli zairesi, la moglie di uno dei pastori protestanti e i suoi quattro figli.
Calata la notte, si sperava un po’ di respiro; ma fu di breve durata.
Presto risuonò un ordine: "Vestitevi!", e tutti dovettero uscire in fila, vuotare le tasche e portarsi nel salone della caserma. Era illuminato con una candela e una lampada a olio... Nella confusione, p. Schuster dimenticò di vuotare le tasche dei calzoni, dove poi si trovò la corona del rosario, un orologio tascabile e due fazzoletti.
Giunti nel salone, da una parte furono allineati gli uomini e dall’altra le donne; i tre religiosi zairesi furono tirati in disparte:
"Prima uccidiamo i bianchi, dissero; poi, quando avrete gettato i loro corpi nel fiume, uccideremo anche voi".
Chiuse le porte, cominciò la carneficina, a colpi di fucile: gemiti, rantoli, grida di delirio, preghiere...
Man mano che uno cadeva, si avvicinavano i religiosi zairesi e trascinavano fuori i corpi, ammucchiandoli sulla veranda.
Alcuni però non erano ancora morti; perciò i soldati giravano intorno e quando scorgevano qualcuno che gemeva o si dimenava, un sicario gli tagliava la gola con un pugnale, dicendo: "Ecco come avete trattato Patrizio Lumumba".
Il sicario si apprestava a fare lo stesso anche alla "testa grigia" di p. Schuster, ma un suo compagno lo interruppe dicendo: "È inutile, quello è già morto".
Quando i fratelli portarono fuori il corpo di suor Olimpia, costei riprese coscienza: si tolse l’anello dal dito, lo tolse anche alla superiora che le giaceva vicino e li consegnò al fratello, dicendo: "Li metta in tasca".
Un simba, vedendo che la suora era ancora in vita, accorse per tagliarle la gola. Ma la suora, siccome aveva un colletto molto alto e stretto, gli disse: "Aspetti un momento!". Quindi si sbottonò il colletto e la camicia, e poi, rivolta al simba, con calma e senza esitazione gli disse: "Ora tagli pure!".
Vengono portati fuori gli ultimi corpi, e anche ad essi viene tagliata la gola, ripetendo ogni volta, quasi formula rituale: "Ecco come avete trattato Patrizio Lumumba".
Ultimata questa operazione, i simba ordinarono ai fratelli di gettare tutti i corpi nel fiume.
Siccome però era già molto tardi, fr. Riccardo chiese di poterlo fare all’indomani, molto per tempo, e i simba acconsentirono.
Ogni tanto si sentiva ancora qualche lamento. Poi buio e oscurità.
P. Schuster, che era stato ferito solo ad un braccio e sfiorato a un fianco, si solleva, tende l’orecchio, scruta l’oscurità, ancora indeciso sul da farsi... Se vuole sfuggire a morte sicura, deve rischiare il tutto per tutto.
Nulla più ormai denota la presenza dei simba.
Si alza, scende la gradinata, si libera dalla talare inzuppata di sangue, rientra nel salone della morte, ed esce dalla parte opposta in un cortile cintato da un muro.
Cerca, scorge una breccia, in fondo c’è un filo spinato... Il passaggio è difficile e doloroso: non importa...
Superati gli ultimi ostacoli, scivola verso un fossato erboso e quindi si nasconde in un minuscolo campo di manioca.
Steso immobile in un solco, con lo stomaco vuoto, con la gola riarsa dalla sete, il dorso indolenzito, gli abiti inzuppati di acqua e di sangue, lo sventurato attende e prega...
Lo ritroveranno i paracadutisti dopo due notti e due giorni, unico superstite a narrare l’immane tragedia.
I missionari dehoniani uccisi dai simba in varie altre località dell’arcidiocesi di Kisangani furono sedici, e le suore missionarie diciotto.

 

16. Una diocesi martire

Wamba sotto il terrore
Ancora più provata fu la diocesi di Wamba, della quale fa parte anche la missione di Nduye.
Il 4 agosto, il giorno della caduta di Kisangani nelle mani dei simba, la maggior parte dei sacerdoti della diocesi stava facendo gli esercizi spirituali a Bafwabaka.
Appena giunse la grave notizia, mons. Wittebols li rimandò subito nelle rispettive missioni, raccomandando loro di non abbandonare il posto. Egli stesso annullò la sua partenza per Roma, dove era atteso per la terza sessione del concilio Vaticano II, per restare vicino ai "suoi" nel momento del pericolo.
I simba entrarono a Wamba il 15 agosto. Era appena terminata la messa pontificale.
Immediatamente, tutti i bianchi della città dovettero riunirsi nel palazzo dell’amministrazione, dove un capitano volle controllare documenti e carte d’identità.
Mentre si svolgevano queste formalità, alcuni simba riuscirono a scovare l’amministratore precedente che, trascinato a calci davanti al gruppo, fu finito a colpi di fucile.
Dopo un discorsetto del capitano, i missionari poterono rientrare a casa loro...
A partire dall’indomani, la piazza centrale divenne teatro quotidiano di scene atroci.
Alla presenza di tutta la popolazione, convocata apposta, i capi indigeni, gli impiegati dell’amministrazione, i titolari di uffici importanti venivano uccisi come bestie da macello.
Il colonnello Pierre Olembe, che presiedeva sempre di persona alla carneficina, aveva a sua disposizione tre plotoni di esecuzione: il primo era armato di fucili, il secondo di lance, il terzo di grossi bastoni. I tre plotoni si alternavano secondo gli umori del feroce colonnello... Molti condannati, prima di essere uccisi, venivano orrendamente seviziati.
In soli tre giorni, oltre sessanta persone furono massacrate in questo modo.
A queste esecuzioni dovevano assistere uomini e donne in gran numero, e nessuno poteva manifestare tristezza e pietà per i condannati, sotto pena di essere considerato loro complice e quindi subire la stessa fine.
Con questi procedimenti, i simba si proponevano di dimostrare a tutti che ormai non restava altra scelta: o accettare la loro autorità o morire. Essi, ed essi soli ormai, erano gli arbitri insindacabili, con potere di vita e di morte su tutti indistintamente.
Dopo questi giorni terribili, la vita tornò quasi normale, le scuole riaprirono i loro battenti, il lavoro, bene o male, riprese ovunque... Unico diversivo, le perquisizioni che si ripetevano a ritmo continuo, per cercare le emittenti radio clandestine.
Il 29 ottobre segnò una svolta. I simba fecero trasferire tutti i bianchi in un hôtel della città; poi, però, autorizzarono i missionari e le suore a ritornare alla missione, ma in residenza sorvegliata.
In questo tempo confluirono a Wamba quasi tutti i missionari e le suore dei villaggi circostanti.
Per fortuna, alla fine di luglio, era giunta alla missione una grande quantità di viveri; per cui, nonostante il domicilio coatto, nessuno ebbe mai a soffrire la fame.
Intanto, però, la sorveglianza dei simba diventava sempre più dura e capricciosa.
Ogni sera chiudevano loro stessi tutte le porte dall’esterno, e guai a chi avesse osato violare la consegna.
La notte del 17 novembre, p. Karl Bellinckx aprì leggermente la sua finestra. Un simba, che era di guardia, denunziò il "delitto", e la mattina dopo un luogotenente con sei soldati giunse alla missione, dichiarando che il colpevole doveva essere punito sull’istante con la pena capitale.
Tutti erano costernati, ma le loro insistenze non valsero a mitigare la pena: il colpevole fu steso supino per terra, e sottoposto al cosiddetto "supplizio cinese".
Due soldati gli afferrarono le braccia e le avvicinarono con forza l’una all’altra dietro la schiena, legandole strettamente con una cordicella sottile e molto resistente.
Quindi presero i piedi e, piegandoli indietro il più possibile, li legarono alle braccia.
L’infelice gridava dal dolore, ma dovette restare oltre un quarto d’ora in quella posizione.
Quando lo slegarono, era incapace di qualsiasi movimento.
I confratelli lo trasportarono su un letto, dove pian piano potè riprendere l’uso delle membra.

Il calvario di mons. Wittebols

Il 24 novembre i paracadutisti belgi con un blitz riconquistarono Kisangani. Un greco di Wamba comunicò subito la notizia anche ai missionari, i quali si prepararono al peggio. E difatti la sera stessa i simba, per reazione, scatenarono l’inferno.
P. Emilio Wolter, che riuscì a sopravvivere a quei giorni di terrore, e al quale preferiamo cedere ora la parola, così ci descrive il seguito della storia:
"Eravamo sette missionari accanto a mons. Wittebols, intenti a recitare le preghiere della sera. All’improvviso la porta si aprì con fracasso e una banda di simba si precipitò su di noi, puntandoci le armi sul petto.
"A colpi di bastoni e con il calcio dei fucili, ci sbatterono in un angolo, continuando le loro sevizie".
Poi quei bruti spinsero il gruppo sulla terrazza del cortile interno della missione, dove erano stati radunati altri missionari e alcuni civili, essi pure battuti a sangue.
Qui furono obbligati a togliersi scarpe e calze, e consegnare occhiali e orologi. Un coltivatore di caffè, che aveva tentato di fuggire, fu subito preso e trafitto con le lance, sotto i loro occhi.
A piedi nudi e in fila indiana, furono poi avviati a gran velocità verso la prigione, che distava circa mezzo chilometro.
Erano trentaquattro.
Davanti a tutti correva mons. Wittebols.
Data la miopia accentuata e la grande oscurità, il pover’uomo inciampava continuamente.
Ciò gli procurò una gragnuola di pugni sul volto, colpi di bastone sulla testa e percosse col calcio del fucile ai fianchi.
Per tutto il tragitto i simba correvano a fianco della fila, usando con tutti lo stesso trattamento.
Il povero vescovo sopportò un vero martirio: uno dei carnefici si aggrappò a lui come una sanguisuga e non cessava di colpirlo. Giunse alla prigione che era sfinito.
"Nel cortile della prigione, scrive ancora p. Wolter, fummo obbligati a stenderci bocconi a terra, l’uno accanto all’altro, mentre i simba si divertivano a correre su questo tappeto di corpi umani. A un certo punto, per variare questo divertimento massacrante che, nonostante tutto, aveva finito per stancarli, sciolsero i loro cinturoni e ci frustarono come bestie da soma".
Inutile gridare o lamentarsi. Ogni segno di insofferenza non sarebbe servito ad altro che a far raddoppiare la dose.
"Per oggi basta", gridò finalmente il comandante. Fu aperta una porta che immetteva nella prigione, e i missionari vi si precipitarono, per evitare la gragnuola di colpi che continuavano a piovere da ogni parte.
La prigione era un vasto stanzone, nero come un forno.
Seduti sul pavimento lungo i muri perimetrali, i missionari pensavano di trovare un po’ di ristoro nel sonno. E invece cominciarono a sentire i dolori lancinanti delle loro membra peste e delle ferite sanguinanti.
Passarono la notte senza chiudere occhio: pareva interminabile.
Mons. Wittebols, soprattutto, soffriva un vero martirio. Dolori lancinanti alla schiena non gli consentivano di stare seduto più di cinque minuti. S’alzava, faceva qualche passo, si sedeva per alzarsi di nuovo;... e così per tutta la notte.
Solo il mattino dopo, alla prima luce del giorno, i missionari notarono le tracce di sangue che macchiavano le loro vesti bianche. La talare del vescovo, attorno al collo e in tutta la parte anteriore, non era che un’unica e grande macchia rossa.

Oblazione totale

I missionari trascorsero il 25 novembre in prigione, in un totale abbattimento.
Verso le cinque del pomeriggio ricevettero l’ordine di recarsi, con tutti gli altri prigionieri, nel cortile interno.
Un capitano, molto elegante, controllò la loro identità e li divise in tre gruppi: da una parte gli americani, poi i belgi e infine gli altri.
Gli americani erano solo due. Erano missionari protestanti. Fu loro annunciata la condanna capitale: gettati per terra e legati mani e piedi, si fece avanti un luogotenente che li uccise calpestandoli ripetutamente alla nuca.
Ai belgi era riservata una sorte più crudele.
Presero di mira il vescovo, e l’accusarono di essere nemico dei neri. Ogni mattina infatti, dicevano, egli per colazione si faceva servire la carne di un bambino nero.
Altro capo d’accusa: nella sua residenza, disponeva di una radio trasmittente segreta, di cui si serviva per stare in contatto con gli americani.
Con furore, alcuni simba gli strapparono la croce pettorale e, in segno di sfida, cominciarono a beffeggiarlo e a gridare: "Mostra ora il tuo potere: su, chiama gli americani!"... finché il povero vescovo fu costretto a gridare, in fiammingo: "Americani, mi trovo in prigione a Wamba, venite a liberarmi".
Intervenne allora il capitano, che allontanò gli accusatori, e poi, rivolgendosi ai prigionieri, disse che era venuto da Kisangani, a nome dello Stato Maggiore, per liberarli.
"Ora tornate alla missione, soggiunse, ma evitate di fare politica" (politica, in gergo simba, significava "critica al regime").
Erano circa le sette di sera. Le porte della prigione si aprirono e i padri tornarono alla missione.
Due dovettero sostenere il vescovo, perché era incapace di camminare da solo. I simba, per ostentare un gesto di bontà, fecero venire due suore della Nigrizia per curare i feriti.
"Il nostro vescovo era irriconoscibile, dichiararono le religiose. Il suo corpo era tutto una piaga e la sua veste tutta insanguinata".
Verso l’una di notte bussarono di nuovo alla porta.
Ancora i simba.
Controllarono per l’ennesima volta l’identità dei missionari, e i belgi dovettero riprendere la via della prigione.
Il vescovo, mons. Wittebols, e sette altri missionari dehoniani furono visti allontanarsi per l’ultima volta nel buio della notte.
Ormai sapevano quale sorte li attendesse.
La mattina del 26 novembre trascorse senza incidenti. Ma nel primo pomeriggio i simba percorsero le vie di Wamba obbligando la gente a riunirsi davanti alla prigione, per assistere all’esecuzione dei prigionieri bianchi. Tutti dovevano munirsi di lance o coltelli.
Uscendo dal recinto del carcere, i prigionieri dovevano riempire un modulo, indicando le loro generalità. Il vescovo, che avanzava sostenuto da due confratelli fece allora un ultimo sforzo, riempì il modulo che gli veniva presentato e poi, rivolto ai condannati, impartì loro la benedizione.
I condannati erano ventiquattro.
"Quando io arrivai, afferma un testimone oculare, i prigionieri erano già disposti in fila davanti al muro della prigione, vestiti soltanto di mutande".
Intimato l’ordine di sedersi, si fece avanti Pierre Olembe, il sinistro e fanatico colonnello "Tirez", il quale aveva rivendicato per sé l’onore di abbattere personalmente e per primo mons. Wittebols.
Lo colpì al petto con un colpo di pistola, ma senza ferirlo mortalmente.
Il vescovo, accasciandosi e gemendo per il dolore, disse: "Figli miei, io vi perdono".
Il colonnello allora gli sparò un altro colpo in fronte, e il vescovo cadde nel suo sangue.
Si fecero quindi avanti alcuni simba, armati di mitra, e ad uno ad uno uccisero anche tutti gli altri.
La popolazione era esterrefatta. Erano stati invitati ad applaudire alle gesta del colonnello, ma sul volto di tutti si leggeva tristezza e costernazione.
Caricati su una camionetta, i corpi dei martiri furono gettati nelle acque del Wamba, un piccolo torrente che dà il nome alla città.
Wamba è la piccola e povera missione sorta nel 1936, diventata sede del vicariato nel 1949, eretta in diocesi residenziale nel 1959. È stata la prima e l’unica diocesi della giovanissima chiesa zairese a dare così dolorosa e generosa testimonianza della sua fede in Cristo redentore.
Martire nel suo pastore, mons. Wittebols, martire nei suoi sacerdoti (dodici missionari dehoniani), la diocesi di Wamba è stata martire anche nei suoi laici migliori, soprattutto militanti di Azione Cattolica e catechisti (una famiglia cattolica di Wamba ebbe, da sola, quattro vittime). Ma la chiesa di Wamba ricorderà con devozione anche il nome di sr. Clementina Anwarite, l’umile religiosa della congregazione zairese Jamaa Takatifu, che il primo dicembre 1964, all’età di 23 anni, per difendere la sua virtù non ha esitato a dare la vita.
Il 15 agosto 1985, davanti a 300.000 fedeli, a Kinshasa, papa Giovanni Paolo II la proclamava "beata", presenti il padre e la madre, e alcune consorelle che avevano assistito al suo martirio.

 

17. La fine più bella

La bufera a Nduye
In questo contesto (dei fatti di Kisangani e di Wamba, or ora ricordati) si inseriscono e in parte si spiegano e si chiariscono anche le vicende drammatiche cui andò incontro p. Bernardo Longo.
Vivendo a continuo contatto con la gente più umile, egli si era reso conto da tempo della gravità della situazione. Per cui si era messo nella disposizione abituale di dare gioiosamente tutto al Signore, anche la vita, se necessario.
A volte lo diceva con una punta di umorismo, a volte con una certa apprensione per la sorte che sarebbe toccata alla missione. Mai una volta, però, egli accenna anche solo all’ipotesi di abbandonare i suoi fedeli per timore del domani. Anzi!
Giungendo a Kisangani nel giugno del 1962, egli stesso ci dice che cercava di vendere a tutti "entusiasmo e coraggio", anche se non era facile trovare clienti che gli dessero ascolto. E commentava: finalmente "ho trovato la vita sognata da tanti anni"; e cioè "perdere tutto, anche la pelle, per il Signore, se la vuole". (3.6.1962).
Quando, nel luglio del 1964, cominciarono a comparire anche a Nduye le prime scritte a favore dei simba, p. Longo comprese che la bufera era ormai imminente.
"Sono là, dietro quei monti, diceva spesso; l’altra volta ce la siamo cavata. Ma questa volta non sappiamo come andrà a finire".
La situazione era ancor più preoccupante per il fatto che p. Longo, con il ritorno in Italia di p. Noacco, era rimasto solo nella sua missione di Nduye, sperduta in mezzo alla foresta dell’Ituri.
I simba o mulelisti, come venivano anche chiamati, giunsero a Mambasa la mattina del 19 agosto, accolti dalla popolazione al grido di: "Viva Mulèle! Viva la libertà!".
Cosa significhi "libertà" per questi ribelli, già lo sappiamo. I funzionari del passato regime venivano trascinati in piazza e fucilati sul posto, mentre una folla incosciente applaudiva agitando mazzi di fiori.
I massacri si susseguirono per vari giorni; in meno di una settimana, nella sola cittadina di Mambasa, ventitrè capi vennero seviziati e uccisi.
"Noi non toccheremo i missionari", avevano assicurato i ribelli. Ma don Giacinto Toneatto, responsabile di quella missione, ebbe salva la vita solo perché riuscì a riparare in Uganda.
A Nduye i simba giunsero il 20 agosto. Da quel giorno il padre ha cominciato ad annotare tutte le dolorose vicende nelle quali si vede coinvolto. Un diario di due mesi (dal 20 agosto al 17 ottobre) dal quale traspare il progressivo deteriorarsi della situazione.
Il 20 agosto era il suo onomastico. Nella mattinata, c’era stata la cerimonia di una prima comunione.
I simba, giunti verso le 15.30, chiesero subito del capo tribù, il quale però, temendo il peggio, era fuggito. Indispettiti, minacciarono rappresaglie e stragi contro la popolazione se non l’avessero trovato. Egli allora, nella speranza di salvare il villaggio, si presentò spontaneamente ai ribelli, che lo uccisero sull’istante.
Due giorni dopo, sabato 22 agosto, alcuni capi ribelli incontrarono sulla strada Nduye-Mambasa un camioncino Volkswagen carico di soldati regolari, provenienti da Gombari. Attaccatili, li sconfissero e sequestrarono il camioncino. Avendo chiesto loro dove lo avessero preso, i soldati risposero che era quello delle suore. E siccome le uniche suore, in quella regione, erano quelle di Nduye, i ribelli si precipitarono alla missione.
Erano le 14.30. Incominciarono interrogatori, perquisizioni, minacce.
Infine accusarono le suore di nascondere altri soldati dell’esercito regolare e di favorirli. Perciò dovevano morire.
Il padre, appena si accorse del pericolo, si precipitò in vespa. Ma a nulla valsero le sue ragioni. I ribelli si scostarono di una trentina di metri e tennero consiglio. Il padre approfittò di quel momento per impartire alle suore l’assoluzione; poi aggiunse: "Accettiamo la morte come atto d’amore, per la salvezza di questa gente e dei pigmei".
Seguirono ore drammatiche. Un simba caricò il fucile... "Siamo veramente tranquille, annota una suora; anzi, quasi spiacenti che il momento ritardi".
Ma poi altri testimoni furono chiamati, e tutti furono concordi nel riconoscere che quel camioncino non era mai appartenuto alle suore. Soltanto allora i ribelli, finalmente convinti, se ne andarono.
Era la festa del Cuore immacolato di Maria.
Sul posto nel quale doveva aver luogo la fucilazione, p. Longo fece costruire un piedestallo e, in segno di ringraziamento, vi collocò una statua della Madonna.

Mama wa Mungu, salva la tua missione

Dopo questo incidente, la vita riprese normale, anche se spesso era disturbata da perquisizioni e minacce, e si era continuamente in apprensione perché spiati in ogni gesto e in ogni passo.
Il 6 settembre riferiscono che la casa e la chiesa di don Toneatto sono state devastate, ma che il missionario era riuscito a fuggire verso Beni. La battaglia a Mambasa aveva infuriato per tre giorni e più, col sopravvento dei simba. Molti i soldati barbaramente uccisi. Ma anche i simba "ci hanno lasciato dei loro" (Diario, p. 22).
Il 15 settembre, per ordine dei simba, il padre riaprì come al solito le scuole; ma mentre negli anni precedenti aveva sempre da settanta a ottanta nuovi iscritti, quell’anno non riuscì a mettere insieme neppure una dozzina di ragazzi. Tutti gli altri erano stati arruolati come volontari dal movimento simba della Jeunesse, oppure si erano rifugiati con le loro famiglie nella foresta.
Il 17 settembre, come si legge nel diario (p. 30), la superiora prega il padre di andare a vedere il loro camioncino, abbandonato in panne a 18 km da Nduye. Lui fa notare che mettersi per strada, in quei momenti, è mettersi nei guai, col rischio anche di qualche fucilata... Verso le 9.30 vede passare un camion, con i soliti simba che, giunti al villaggio, cominciano a sparare. Poi si mettono a parlare a un gruppo di curiosi e dicono di prendere tutto quello che i padri hanno, e anche di... ucciderli! Ma poi se ne vanno.
Il padre allora parte con la vespa, prendendo con sé un infermiere. Arrivato al camioncino delle suore, trova la frizione bruciata, ma non del tutto. Con tenaglie e pinze riesce ad allentare il tirante, e il disco prende ancora. Ma la macchina non parte perché la batteria è scarica e la strada non ha pendenza sufficiente.
Mentre sono intenti in questo lavoro, viene dal nord un camion; porta due "leoni" col mitra spianato (il loro "rosario"). Il padre si volta, saluta, ma nessuno risponde, e proseguono. Egli tira un respirone di sollievo; toglie la batteria dal camioncino, la sistema sul seggiolino della vespa, e poi via di ritorno. E il camioncino in panne?... Quello può attendere!...
Un’altra volta, invece, sono i simba che vengono a cercare p. Longo. Sulla strada di Mungbere una loro vettura ha avuto un guasto e sono venuti da lui a chiedere soccorso.
Pazientemente il padre carica la saldatrice sul suo camioncino e parte salutando la superiora, che era di servizio al dispensario.
Riuscirà ad arrivarci? La sua vettura era una carcassa che mancava anche di portiera. L’interno era un’accozzaglia di ferri vecchi, e la ruota anteriore destra spesso usciva dall’asse e andava per conto suo... Ma in mano a p. Longo, anche le scatole e i ferri vecchi camminavano; perciò, nulla da temere per questo. Il pericolo invece era da parte dei simba: con loro non si poteva scherzare!
Grandemente preoccupate, le suore trascorsero tutta la giornata pregando il Signore, per ottenere che il padre tornasse loro sano e salvo.
Ritornò verso le 17.30. Era stanco ma sereno.
"Padre, eravamo molto preoccupate per lei!".
"Io viaggio con questo, rispose il padre mostrando il rosario attorno al braccio. E la Madonna mi porterà in paradiso".
Anche nei giorni di calma apparente, il padre non si faceva troppe illusioni. Intuiva nettamente ciò che lo attendeva.
Intensificò quindi la preparazione di alcuni cristiani qualificati, perché potessero continuare nel loro impegno apostolico anche senza di lui. Al suo sacrista, Alberto Bulo, e al suo simpatico seminarista Giovanni Londoni, il figlio del catechista, affidò anche la custodia della chiesa e della missione. Era un po’ il suo testamento: ai suoi figli spirituali lasciava i suoi tesori più cari.
Nelle sue preghiere e nei consigli che dava, non si preoccupava che dei "suoi" fedeli, della "sua" missione, delle "sue" suore. Mai che pensasse a se stesso.
Nell’ultima preghiera, da lui composta il 2 ottobre del 1964, perché servisse alle suore per la novena alla festa della Madre di Dio, questi, e questi soltanto, sono i pensieri che occupano il suo spirito.
Il prezioso autografo, scritto su un ritaglio di carta quasi trasparente, dice testualmente:
"Nduye, 2.10.1964. Novena.
"Mama wa Mungu.
"O buona Madre del Salvatore, in questa novena ti domandiamo due cose:
1. Salva le anime della tua missione di Nduye.
2. Obbliga Gesù, col tuo amore, (a) salvare anche la tua missione e le tue missionarie.
"Tu che tutto puoi, esaudiscici, o Maria".

Tristi presentimenti

Il 25 ottobre, festa di Cristo re, dopo la s. messa, il padre si fermò come al solito alcuni istanti, per riferire alle suore le notizie apprese alla radio.
"Le cose vanno molto male", disse con tristezza.
"Davvero, padre? Cosa è successo?", chiesero preoccupate.
"A Kisangani muoiono di fame... Ah, non ascolterò più la radio", disse con un senso di nausea. "La spaccherò".
"No, padre, non la rompa", disse quasi scherzando una suora. "Altrimenti, come faremo a sapere quando è l’ora di scappare?".
Certo, le suore non sapevano misurare tutta la portata del pericolo imminente, perché il padre caritatevolmente lo teneva loro nascosto: non voleva spaventarle. Ma la radio aveva diffuso l’ordine di arrestare tutti i bianchi, missionari e civili, e trattenerli come ostaggi.
"Padre, riprese un’altra, se moriremo, andremo in paradiso, no?".
"Ma certo", ribattè il padre; e dopo un istante di riflessione soggiunse: "Sì, ma a voi non faranno niente".
E così dicendo si diresse verso la sua povera casetta, appollaiata tra le rocce della collina.
Quel giorno, 25 ottobre, termina anche il diario del padre, che poi venne nascosto sotto un tombino. È stato ritrovato al ritorno dei padri nella missione, nel 1969.

La via dolorosa

Siamo ormai all’ultimo atto, fatto di dolore e di totale disponibilità.
Il giovedì 29 ottobre, verso sera, il padre vide giungere alla missione un camion di simba, venuti da Mambasa: gli comunicarono l’ordine di arresto per lui e anche per le suore. Aveva appena terminato l’ora santa, a ricordo della passione del Signore.
Le suore erano ancora in chiesa.
Furono accompagnate alla loro abitazione, perché si provvedessero delle cose più indispensabili: biancheria personale e un po’ di cibo.
La consegna dei simba era chiara: raggiungere Mambasa al più presto. Però non si dovevano preoccupare, perché dopo tre giorni di carcere per le suore e sette per p. Longo, avrebbero riavuto la libertà.
Purtroppo, ciò che avvenne dopo queste promesse non poteva certo contribuire a ridare fiducia: il padre fu insultato; gli perquisirono la casa; gli rubarono i soldi e la radio; gli strapparono le fotografie che voleva inviare ai fratelli.
Nonostante il trambusto del momento, il padre trovò il tempo di dire ad Alberto Bulo (il sagrestano che gli era sempre stato fedelissimo) che nel tabernacolo aveva lasciato tre particole. E aggiunse: "Se non torniamo, ti comunicherai con la prima particola il giorno dei santi, con la seconda il giorno dei morti e con la terza quando lo crederai opportuno".
Le chiavi della missione, invece, le affidò alla moglie del catechista.
Salì coi simba alla casa delle suore. Distribuì loro la s. comunione dividendo l’unica particola: la settima particella la tenne per sé; fu l’ultima sua comunione.
Il 29 settembre 1992, l’autore di questo libro, con sua grande sorpresa, ebbe modo di incontrare Donat Paluku, di Mambasa, il quale gli rilasciò questa sorprendente testimonianza: "Sono stato obbligato a condurre col mio camioncino p. Longo a Mambasa dopo il suo arresto a Nduye... Giunto davanti alla chiesa, il padre mi chiese: "Che nuove ci porti, Donat?". "Non buone, padre". "Ma allora anche tu sei diventato ribelle?". "No, padre, ma tu vedi da chi sono circondato""...
I ribelli, vedendolo parlare col padre, minacciarono di ucciderlo, perché pensavano che stesse complottando una fuga. Cercarono un altro autista perché non si fidavano più di lui; ma, non avendo trovato nessuno, fu lui, Donat Paluku, a guidare il camioncino fino a Mambasa.
Saliti sul camion, fecero il viaggio sotto la pioggia e fra i lazzi dei simba che continuavano a fumare bangi (canapa indiana). Alle provocazioni dei ribelli nei confronti delle suore, il padre intervenne deciso: "Se volete avere la benedizione del Signore, non toccateci su queste cose!".
Giunsero a Mambasa alle 21.30. Una scarica di pugni diede al padre il benvenuto, facendolo traballare. Il comandante Imana Charles (arabizzato) lo percosse sulla bocca col calcio del fucile spaccandogli il labbro superiore; e gridava: "Strappategli la barba, toglietegli la veste".
I soldati lo trascinarono via. L’ufficiale gli diede col fucile un altro colpo sulla nuca. Il padre lo guardò pieno di mestizia senza dir nulla, e tra le percosse si avviò alla prigione.
Sr. Paola, comboniana, scrive: "Il mattino seguente, 30 ottobre, la superiora, p. Longo e io siamo stati chiamati all’ufficio della rivoluzione. In attesa di entrare, p. Longo ci disse: "Per voi non c’è da temere; ma io credo che non ne verrò fuori...". E scosse il capo... Ho l’impressione che lui abbia domandato a Dio la nostra salvezza, forse anche pagando di persona. È una cosa che io la sento".
Hanno poi passato tutto il giorno sul terrazzino del capo Alì, esposti alla curiosità dei passanti. Il colonnello, quando vide il labbro del padre gonfio e ricoperto di grumi di sangue, cercò di sapere dal padre il nome del feritore: "Non lo dirò mai, rispose, l’accetto dalle mani di Dio". Lo stesso ufficiale lo fece accompagnare all’ospedale, perché fosse medicato. Un punto di acciaio e un cerotto non furono però sufficienti ad arrestare l’infezione, e il volto del padre si gonfiò in modo impressionante.
Per tutto il resto della giornata, il padre fu visto assorto in preghiera, col rosario in mano, quasi assente a quanto avveniva attorno a lui. Si confessò da uno dei Piccoli Fratelli di Gesù, che gli era vicino, e che assolse a sua volta.
Quel parlare a voce bassa e soprattutto i segni di croce indispettirono la sentinella, che tacciò il missionario di magia.

La fine più bella

Il carcere africano fu terribile. Le suore vennero più volte assistite da alcune alunne della missione; i missionari, invece, in tre giorni, non ebbero che una tazza di latte, e anche quella per l’interessamento delle suore.
Nel frattempo alcuni simba si erano recati nella missione di Nduye, per cercare il corpo del reato, il solito pretesto per dare una parvenza di legalità al processo contro il missionario. Trovarono un vecchio magnetofono, che p. Noacco aveva lasciato in un ripostiglio della missione.
Così, durante l’interrogatorio, tornavano sempre le stesse accuse: "Tu hai un phoni, tu morirai!".
Mentre discutevano, una scarica di mitra fece sobbalzare i simba, che gridarono: "Se sono gli americani, vi uccideremo tutti".
Si precipitarono verso la piazza, seguiti dal comandante, ma non trovarono nulla. Pensando di essere stati giocati, sfogarono la loro ira sui prigionieri, che furono ricondotti in carcere, tra percosse e urla selvagge.
Il 31 ottobre il padre fu avvicinato ancora, in carcere, da due suore.
Dimentico di sé e preoccupato di loro, domandò: "Dove siete?". E chiese delle arance.
"Doveva soffrire una sete terribile, attestano le suore, ma era sereno".
Le suore chiesero a p. Longo che cosa dovessero dire ai suoi fratelli.
"Dite loro, rispose, che questa è la fine più bella per un missionario".
E poi soggiunse: "Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto. Perdonatemi tutto... Pregate per me".
Più tardi, trovò ancora il modo di inviare un biglietto alle suore. Come sempre, anche questa volta faceva loro gli auguri per la festa di tutti i santi.
Il primo novembre, dalla casa-prigione nella quale erano rinchiuse, le suore, spiando dalla serratura e guardando sulla piazza, videro p. Longo e gli altri ostaggi trascinati dai soldati, e fatti correre per la strada, sotto gli insulti e le battiture dei simba. Il padre, stremato di forze, cadde più volte lungo il percorso.
Il giorno seguente, le suore furono sottoposte a un nuovo interrogatorio. Ma alla fine, dopo un’ultima raccomandazione di non occuparsi di politica, furono rimandate a Nduye, come era stato promesso.
Il 3 novembre 1964, nella piazza centrale di Mambasa, ebbe luogo il "giudizio popolare".
Il capo d’accusa era ancora lo stesso: il magnetofono trovato nella sua residenza a Nduye. Doveva dunque morire!
Il padre rispose brevi parole, ricordando ciò che aveva fatto per i neri.
Tutti lo capirono e, nonostante le escandescenze dei simba, nessuno della folla alzò la voce per condannarlo; era troppo conosciuto e amato a Mambasa, sia come missionario, sia come maestro della scuola artigianale.
Nonostante questo, il comandante dei ribelli, Charles Imana, pronunciò la sentenza di morte.
Il padre allora venne circondato da un gruppo di simba, armati di lance, i quali, lasciata la piazza centrale, si incamminarono verso l’incrocio con la strada Nyanya-Irumu.
Guidavano il picchetto il comandante Charle Imana e il suo aggiunto, capitano Jean Lozambi.
I testimoni oculari dicono che il padre si reggeva a stento per le sofferenze patite; ma il suo volto era sereno, assorto in preghiera.
Giunti al quadrivio, ordinarono al padre di voltarsi verso Nduye. Il padre allora, vedendo ormai imminente la sua fine, si rivolse ai presenti dicendo:
"Il mio corpo lo potete uccidere, ma la mia anima andrà in cielo".
A queste parole, un simba gli si avventò contro, squarciandogli il petto con la lancia.
Il missionario, colpito a morte, cadde in ginocchio, benedisse il suo aggressore e mormorò:
"Non è la morte, ma un sonno".
Così dicendo si accasciò al suolo, mentre altri due simba lo finivano a colpi di lancia. Allora si avvicinò anche il comandante e gli sparò due colpi di pistola alla testa.
Sottolineando particolari diversi, il 15 settembre 1992 un teste rilasciava questa dichiarazione: "Io ero presente alla sua morte, e anch’io dovevo essere ucciso, perché maestro meccanico alla missione. Ero di passaggio a Mambasa e mia moglie mi aveva informato che anch’io ero ricercato. Allora mi sono nascosto, ma cercavo di vedere come sarebbero andate le cose per p. Longo. Io l’ho visto quando è stato pugnalato.
"Prima di essere colpito, ha detto che desiderava pregare. Dopo aver pregato, disse al suo ex-alunno: "Io non vi ho mai fatto dei torti, perché allora fate questo?".
"Il primo a colpirlo fu Negbili Beaudouin, ex-alunno di Nduye (avevamo terminato insieme le scuole); il secondo colpo di lancia è venuto da Androbo, anche lui suo alunno; il terzo è stato di Jean Paluku. Da ultimo il capo dei ribelli l’ha finito con una raffica di mitra".
Così moriva p. Bernardo Longo, all’età di 57 anni, 26 dei quali passati in Zaire per annunciare il vangelo dell’amore.
Erano le dieci di mattina del 3 novembre 1964.
L’atto di morte, come risulta da una fotocopia dei registri di stato civile di Mambasa, dice testualmente:
"Bernardo Longo, di anni settanta, nazionalità italiana, è deceduto a Mambasa il 3 novembre 1964. Era il superiore della missione cattolica di Nduye (Ituri). Assassinato con due pallottole alla testa e più di duecento colpi di lancia".
In margine al foglio, in una postilla scritta a mano, si legge:
"Assassinato dal comandante ribelle Charles Imana e dal suo aggiunto il capitano ribelle simba Jean Lozambi, in presenza dei due testimoni nominati in calce alla dichiarazione, all’incrocio della strada Nyanya-Irumu, verso le ore nove". Seguono le firme.

Una croce e una tomba

"Io lo vedo (il padre), commenta sr. Maria Ancilla, nel momento in cui la lancia gli trafigge il petto. La vittima si accascia, con lo sguardo rivolto verso la sua missione.
"Fortunato "Sacerdote del S. Cuore": al suo Cuore aperto, il tuo cuore aperto: amore per amore!
Un giorno le tue campane diffonderanno ancora i loro squilli gioiosi. I tuoi pigmei verranno a cercarti in lacrime... Ma l’angelo della risurrezione dirà loro: Non piangete: egli è tornato presso il Padre dei cieli. Vi ha solo preceduti. Un giorno lo vedrete".
Un infermiere protestante, suo amico, di nome Venance Avantsabwa, prevedendo le umiliazioni alle quali poteva andare incontro il cadavere, gli praticò un’iniezione, perché si conservasse più a lungo.
Il corpo rimase sulla strada fino all’indomani, e solo 26 ore dopo la morte lo stesso infermiere ottenne di poterlo seppellire.
Fu collocato nel cimitero europeo di Mambasa, il primo loculo a destra entrando, vicino ai due Piccoli Fratelli, p. André Gorse e fr. Bernard, che lo seguirono nel martirio qualche giorno dopo.
Non una bara, ma solo la talare insanguinata e il suo rosario l’hanno accompagnato nella tomba. Sopra è stata posta una croce, che riassume ad un tempo la sua fede, la sua vita, le sue speranze di eternità.
Il 26 novembre l’esercito regolare liberò Mambasa e i simba si dettero alla fuga.
Le suore di Nduye, dopo una settimana passata nascoste nella foresta, furono liberate dai regolari in data 3 dicembre, nel giorno trigesimo della morte del padre, proprio come avevano chiesto e implorato nelle preghiere di quei giorni. Di qui furono portate a Butembo, nella missione dei padri Assunzionisti. E il 24 dicembre, vigilia del santo natale, un aereo le sbarcava a Villafranca di Verona.
Il martire di Mambasa, dall’alto del cielo, le aveva visibilmente protette.
"Ancora oggi, scrive sr. Silvana Clerici, penso alla santità di padre Longo. L’ultima volta che lo vidi, prima ancora dell’arrivo dei simba, ci aveva detto: "Mi dispiace per voi. Sono stato io a chiamarvi qui. Ma non abbiate paura: a voi non faranno alcun male".
Queste parole, che padre Longo aveva detto alle suore forse solo per rincuorarle nella prova, giungendo a Verona parvero loro quasi una profezia.

Martiri di Cristo e della chiesa

Alcuni a volte si chiedono se tanti missionari, che hanno perso la vita durante la rivoluzione zairese, siano stati soltanto le vittime involontarie di un cataclisma sociale e politico che era più grande di loro, oppure possano essere considerati, in qualche modo, martiri della fede che erano andati ad annunciare.
Se ci fermiamo alle apparenze esteriori, dobbiamo forse riconoscere che a volte si è trattato solo di un gioco feroce, e le azioni più esecrande sono state, non di rado, frutto di un capriccio di qualche colonnello o del fanatismo di ribelli imbevuti di superstizioni e gettati allo sbaraglio da qualche irresponsabile.
In un clima del genere è inutile ricercare cause e responsabilità.
Ma se consideriamo le vicende nel loro insieme, difficilmente possiamo scagionare i simba dall’accusa di persecutori, come persecutore è ritenuto Nerone, anche se ha perseguitato i cristiani solo per difendere se stesso.
E difatti, anche se esistevano dei motivi che potevano giustificare una rivoluzione, non si possono tuttavia in nessun modo giustificare i metodi con cui questa veniva condotta: uccisione indiscriminata di tutte le persone influenti; eliminazione sistematica di quanti non la pensavano come loro; soppressione radicale di ogni libertà umana.
All’inizio, quasi mai i simba presero di mira i missionari come tali, forse perché troppo grande era il loro ascendente sulla popolazione. Però tutte le occasioni diventavano pretesto per suscitare il discredito e la diffidenza nei loro riguardi. Dicevano, a parole, che li rispettavano. Quando qualcuno veniva "per sbaglio" bastonato, presentavano persino tutte le scuse. Però quasi mai furono puniti i responsabili.
Poi cominciarono le calunnie, il pretesto della radio trasmittente, la pretesa ostilità al regime, ecc. ecc... Era quindi nella logica delle cose che si giungesse alla persecuzione, che, per l’arrivo dei paracadutisti, si trasformò in carneficina.
Nella missione di Nduye, in particolare, p. Longo è stato preso di mira fin dai primi giorni, ed è stato ucciso quando la questione dei paracadutisti era ancora lontana.
Egli allora è morto perché il suo zelo apostolico, il suo amore alla verità e il suo ascendente spirituale davano fastidio ai nuovi padroni. La radio trasmittente è stata solo il pretesto con cui mascherare il loro odio contro la comunità cattolica di Nduye.
Questa essi intendevano colpire e disfare, colpendo p. Longo. Non per nulla uccisero, dopo il pastore, anche il seminarista Jean Londoni (figlio del catechista Raphael Londoni) e il sagrestano Alberto Bulo, ai quali p. Longo aveva affidato la custodia della chiesa e della stessa missione.
Per amore del vangelo i missionari avevano abbandonato la patria e si erano recati in Africa; per amore di Cristo essi sono rimasti al sopraggiungere della bufera, anche se, almeno per molti, sarebbe stato facile fuggire; perché missionari, quindi a causa di Cristo e della chiesa, sono stati perseguitati e uccisi. Questi i titoli del loro martirio.
"È con emozione, diceva il cardinal Suenens a Malines il 22 dicembre 1964 commemorando questi fatti: è con emozione che pensiamo ai missionari, sacerdoti, fratelli, religiose, come pure ai missionari laici, caduti in terra di missione.
"Essi hanno scelto questo servizio. Sono stati legati, trattati come prigionieri, come malfattori.
"Duemila anni fa, Cristo subiva la stessa sorte.
"Non vi è alcun dubbio che i nostri missionari siano, nel senso pieno, testimoni del Signore, non soltanto per le loro parole, ma anche per i loro atti, e infine per la loro morte, una morte accettata per il Signore e nel Signore.
"Questa loro morte violenta partecipa, a un titolo speciale, alla morte redentrice del Salvatore del mondo. È come un seguito sacro del venerdì santo, che vide morire in croce il Figlio di Dio. Riflette i tormenti di quell’unica agonia... ma è ricca delle grazie della risurrezione".
Questa medesima "visione di risurrezione" fu forse pregustata da p. Longo.
Un giorno che aveva accompagnato le suore fin sulla collina Bikìra Maria, indicando l’immensa distesa boscosa dell’Ituri, che si allargava a perdita d’occhio ai loro piedi, si era lasciato sfuggire con accenti presaghi:
"Vedete queste foreste? Molto sangue sarà versato qui. Ma poi, per le nostre missioni, avverrà come una fioritura di primavera!".
Missionario dal cuore grande, p. Bernardo Longo è stato un punto di riferimento e un ideale per la sua parrocchia di origine (Pieve di Curtarolo, PD), per i Religiosi Dehoniani, ma anche per tanti, Sacerdoti e Laici, che vivono e testimoniano l’ansia della missionarietà dovunque si trovino a vivere e ad operare.
Non si poteva quindi perdere la memoria di questo grande missionario che ha identificato la sua vita con la causa del Vangelo nel mondo. Anche per questo, l’8 settembre 1993, la Diocesi di Padova, d’intesa con i Sacerdoti del S. Cuore, ha avviato il processo in vista della "beatificazione" perché il suo esempio mantenga vivo, nelle nuove generazioni, l’ideale per il quale egli ha dato la vita.

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