BEATI QUELLI CHE PUR NON AVENDO VISTO CREDERANNO
Riflessioni sull’Eucaristia
(Ornaghi Giuseppe)


autori
titoli

Indice:

Ogni uomo cerca la salvezza
Gesù si "consegna" ai discepoli
"Gli avvenimenti successi tra noi"
Il sacramento dell'Eucarestia e il sacrificio della croce
L’Eucarestia e la Chiesa comunità di fede, di carità, di speranza
Eucarestia e vita cristiana

 

 

 

 

OGNI UOMO CERCA LA SALVEZZA
1.

"...due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto" (Lc 24).
Si può vedere dal modo di camminare che non sono felici. Due uomini senza identità con la bandiera dei perdenti.
Avevano lasciato il loro paese per seguire quel Maestro tanto diverso dagli altri rabbini, che li aveva trasformati in persone gioiose e forti, ed ora hanno perso tutto.
Credevano di diventare persone pronte al perdono, disponibili, uomini di pace; sono invece diventate persone ansiose, aggrappate a piccole salvezze, come degli scampati a una sciagura tremenda.
Uno di loro si chiamava Cleopa, dell’altro non c’e il nome: potrebbe essere uno di noi.
Erano tristi: Colui nel Quale avevano riposto le loro speranze era morto.
Il nostro camminare nella vita cristiana assomiglia spesso al camminare triste dei due di Emmaus: non siamo tristi per aver perso qualcosa, ma per aver perso la fede, cioè la perdita della convinzione che la nostra vita abbia un significato. Le pene e la sofferenza erano sopportabili finché siamo stati sorretti dalla preghiera, dai sacramenti, dalla vita comunitaria cristiana, dalla convinzione che l’amore di Dio ci precede e ci aiuta: finché Gesù era così reale e vicino da non esserci alcun dubbio della sua presenza. Gesù infondeva coraggio e fiducia in noi stessi. E ora?
Molti dei nostri amici ridono di Lui, Lo ignorano e spesso per causa sua ignorano anche noi.
In mezzo a tanta sofferenza c’e una voce strana e sorprendente: è la voce del Maestro che dice: "Beati gli afflitti, perché saranno consolati". È una notizia inattesa: nella sofferenza, è nascosta una benedizione. Già in mezzo all’afflizione si muovono i primi passi della festa.
Arriviamo anche noi all’Eucaristia con il cuore spezzato, ma l’Eucaristia è la festa del ringraziamento, celebrare l’Eucaristia vuol dire vivere la vita come dono, celebrare l’Eucaristia vuol dire frantumare il terreno indurito del nostro egoismo per ricevere l’acqua della fecondità.
Questo persistente desiderio di salvezza non esisterebbe se ogni speranza fosse soffocata.
Mentre i due discepoli raccontavano allo sconosciuto le vicende tristi accadute in quei giorni, non potevano tacere che "alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovate come avevano detto le donne, ma Lui non l’hanno visto" (Lc 24,24).
Due pensieri insistenti li agitavano dentro: il primo riguardava la morte di Gesù e il secondo la costatazione che il sepolcro era vuoto e il Maestro vivo. Questo è in genere il nostro avvicinamento all’Eucaristia: cerchiamo la salvezza, ma non portiamo la fede, per cui troviamo il sepolcro vuoto, senza il Risorto ad aspettarci.

 

2.

"Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo" (Lc 24,15-16).
I due discepoli sono fuggiti alla crocifissione del Maestro ed ora stanno ancora fuggendo per non assumersi delle responsabilità. Il continuo lamentarsi spesso è un pretesto per non affrontare la realtà. Lo sconosciuto non ha avuto paura di sfondare le loro difese lamentose; li ha richiamati alle loro responsabilità.
"Stolti!", è una parola dura, è lo strappare via le bende dagli occhi, un demolire le inutili protezioni.
"Tardi di cuore nel credere!", pigri nello scavalcare le sofferenze del momento per avere una visione più ampia. Quante volte abbiamo il Signore vicino e pensiamo che sia una persona sprovveduta, che ne sappia meno di noi.
"Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?" (Lc 24,15).
Gesù spiega le Scritture e rinnova il cuore degli sconsolati viandanti.
È con questa presenza misteriosa che la "Liturgia della Parola" vuole metterci in contatto in ogni celebrazione eucaristica; presenza misteriosa, come è misterioso ogni contatto con l’Onnipotente.
Non sorprende che molte volte le Parole nell’Eucaristia siano ascoltate solo come "informazione", senza toccarci nel profondo. La Parola perde così la sua qualità sacramentale.
"Sacramentale" vuol dire che la Parola produce quello che significa, quello che descrive nel rito.
Gesù, nell’Eucaristia, spiega che la croce non è la fine di ogni speranza, che Dio non ci libera dal male e dalla morte, ma nel male e nella morte.
La Parola dell’Eucaristia ci fa partecipi della grande storia della nostra salvezza.
In tutte le grandi religioni notiamo che è sempre l’uomo che va alla ricerca di Dio; nella religione cristiana, con grande stupore, scopriamo Dio che va alla ricerca dell’uomo e non si ferma finché non l’ha ritrovato.
"Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta?" (Lc 14.4 ss.).

 

3.

"Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino" (Lc 24,29).
La sera è l’ora della rivelazione e del riconoscimento.
Che cosa è scattato nei discepoli davanti ai gesti familiari di Gesù a tavola con loro?
Si saranno ricordati di ciò che aveva fatto una volta per la folla quando "il giorno cominciava a declinare"? (Lc 9,12).
Forse ricordavano la Pasqua che Gesù aveva "desiderato ardentemente di mangiare" con i suoi Apostoli "prima della passione?" (Lc 22,14).
Il Vangelo non si preoccupa delle nostre curiosità: Luca ha voluto che leggendo questo episodio, lo accostassimo all’Eucaristia.
Il cammino della fede ha prevalso sulla disperazione.

 

4.

L’uomo cerca sempre nuovi spazi di grandezza e alla fine rovina la sua vita (Gen 3,1-8).
La sua superbia lo porta a programmare tutto, anche la sua salvezza. Il suo progetto nascosto è diventare Dio: "... diventereste come Dio..." (Gen 3,5).
Ci sarà una risposta a questa provocazione di Satana?
"In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero dell’uomo... Cristo... svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione" (Conc. Vat. II, G.S. n. 22).
Il Natale rivela il progetto che Dio si era proposto. Dio che si fa "Dono" nelle mani di chi lo aveva sfidato. Il desiderio nascosto in Dio è "farsi uomo". Discende dal cielo, come il samaritano scende dal cavallo per essere vicino al bisognoso. Alla fine della sua vita continuerà questa discesa fino a rendersi presente come Pane, come Lievito per fermentare la massa insulsa dell’umanità. Gesù Cristo è l’incontro dell’umanità con Dio, è l’Arcobaleno della riconciliazione tra il cielo e la terra.
Quale salvezza per l’uomo? Un ponte di Pane tra l’umanità e Dio: questo Ponte è Cristo.

 

5.

Per la riflessione personale:

• Riconosco che sono creatura e non padrone, senza esigere da Dio la realizzazione di tutti i miei sogni?
• So ringraziare Dio per quanto di buono c’è in me e negli altri?
• Quanto spazio ha nella mia preghiera, la lode e il ringraziamento?
• So leggere nelle mie delusioni un bisogno di camminare con Gesù, per scoprire con Lui attraverso le Scritture, la verità sui miei tradimenti e fughe, e sulla poca fiducia in Lui? .
• La Parola di Dio è la prima voce che ascolto o altre voci la soffocano?
• Le mie tristezze e il mio pianto scompaiono quando sono alla presenza del Fuoco di Dio, che mi dà la vita nuova?

 

 

GESÙ SI "CONSEGNA" AI DISCEPOLI
1.

Nella Cena Eucaristica prima che gli altri gli tolgano la vita, la offre spontaneamente, con gioia.
"Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione..." (Lc 22,15).
"Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1).
"C’e un battesimo che devo ricevere, e come sono angosciato finché non sia compiuto" (Lc 12,50).
Ripetendo il rito della Pasqua ebraica (Es 12), che della Nuova Pasqua era profezia, si consegna come agnello sacrificale (Is 53,7; Gv 1,29).
Il "Corpo spezzato... il Sangue versato" rappresentano e profetizzano la sua morte insieme alla sua nuova vita.
L’Eucaristia è il gesto più comune e più divino immaginabile.
Un gesto tanto familiare, quanto misterioso, come ogni dono di Dio, per la distanza che c’è tra la ricchezza del Dono e la povertà del "vaso di creta" che l’accoglie.
Ma questa è la storia di Gesù che "pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini..." (Fil 2,6-8).
È la storia di Dio che vuole essere vicino a noi, tanto vicino da mettersi sulla tavola per essere mangiato.
Quando invitiamo qualcuno a cena gli diciamo: "Mangia e bevi; l’ho fatto per te. Prendine ancora!". È un modo per manifestare amore verso gli amici.
Nell’Eucaristia Gesù compie lo stesso gesto: si dona tutto.
"Che cosa devo fare ancora perché mi amiate?", dice il Signore. "Pietro mi ami?". "Mi ami?".

 

2.

Il N.T. afferma la presenza personale di Cristo nell’Eucaristia: lo afferma con forza e secondo un linguaggio preciso e accurato. L’espressione: "Questo è il mio corpo" (Mt 26,27; Lc 22,19-20; Mc 14,22-25; 1Cor 11,23-27), significa una persona, un essere vivente.
S. Giovanni ci trasmette il discorso fatto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao: "Chi mangia la mia carne..." (Gv 6,53-58). Il legame tra l’Eucaristia e Cristo è esplicitamente affermato da Gesù stesso. È Lui che fa la prima catechesi eucaristica. Dopo aver affermato che "Io sono il Pane vivo, continua, chi mangia la mia carne... chi mangia di me"; la Carne è lo stesso "Io" di Cristo.
Quale Cristo è presente nell’Eucaristia?
È il Cristo crocifisso e risorto; è quel "Corpo dato per voi, il Sangue versato per voi" (Lc 22,20).
Il termine "Eucaristia" è quindi Cristo in tutta la sua realtà personale: il Verbo eterno che entra nel tempo e la missione del Servo che porta il peccato del mondo (Is 53,12).
L’Eucaristia nasce dalla libertà del Signore di fare dono del suo amore agli uomini: "Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me" (Gal 2,20).
L’Eucaristia appartiene a Cristo, non solo perché l’ha istituita, ma perché è sempre il suo Corpo e il suo Sangue dati alla Chiesa perché li distribuisca agli uomini.

 

3.

A tavola con i Dodici, cioè la condivisione.
Nell’A.T. non esiste una religione solo individuale. Dio parla a tutto il popolo, anche se si rivolge a una persona sola, che fa da intermediario.
Dio interviene per creare l’unione tra la gente e stabilire un’amicizia universale.
Il momento più intenso di comunione per Israele si realizzava liturgicamente nelle feste, con sacrifici di "comunione"; questi erano banchetti popolari durante i quali si mangiavano i resti del sacrificio. Questo mangiare "insieme" davanti al Signore costituiva la famiglia di Dio.
Nel N.T. Gesù riunisce attorno a Sé i Dodici, che rappresentano la Chiesa, per dare inizio alla nuova comunità, ai nuovi riti. Il pasto di Gesù è un pasto comunitario.
Come dai dodici figli di Giacobbe nacquero le dodici tribù di Israele che costituirono il popolo di Dio; così dai dodici, che sono l’embrione della Chiesa, Cristo ha fatto nascere la totalità del nuovo popolo di Dio, un popolo universale.
Gesù fa dell’amore il distintivo del vero discepolo (Gv 13,35), ed esorta:
- ad amare con i fatti: Mt 5,45-48; 25,35-40; 1Cor 13,13;
- al perdono reciproco senza il quale non ci può essere vero amore; Mt 18,21-22; Mc 11,25; Lc 17,3-4...
Fin dall’inizio Gesù (nato a Bét-léhém = Casa del pane) pensa e prepara l’Eucaristia: partecipa alle nozze a Cana, moltiplica i pani ("spezzò i pani", Mt 14,19...). Ricordiamo inoltre il discorso di Cafarnao (Gv 6) e i continui riferimenti al frumento-grano-pane, (circa 90 volte) e alla vigna-vite-vino (circa 50 volte).
I passi significativi per capire la relazione tra la vita e l’Eucaristia sono: il chicco nella terra (Gv 12,24) e la vite e i tralci (Gv 15,1-5).
L’Eucaristia era chiamata fin dall’inizio "lo spezzare del pane" (fractio panis, At 2,42.46) perché ripete il gesto di Gesù: la condivisione paritaria tra i partecipanti e insieme la loro unità nell’unico Corpo di Cristo.
"Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane" (1Cor 10,17).
La comunione è insieme un atto strettamente personale d’unione a Cristo ("Mio Signore e mio Dio") e un atto profondamente comunitario: mangiare insieme l’unico pane che forma l’unico corpo: la Chiesa-Cristo.

 

4.

L’Eucaristia è il "luogo" della "memoria".
"Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero" (Lc 24,30-31).
Il racconto della manifestazione di Gesù ha una forte importanza catechetica e liturgica.
Il catecumeno viene iniziato nella conoscenza delle Scritture per giungere preparato al banchetto eucaristico. L’ascolto delle Scritture da parte dei due discepoli culmina nella comunione; anzi, l’ascolto occupa più tempo, per significare la grande importanza della preparazione alla Cena del Signore.
Dal Deuteronomio c. 8: "Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi 40 anni nel deserto... Egli ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna...".
L’uomo è un essere che si abitua anche alle cose più straordinarie, non è più capace di "meravigliarsi", neppure davanti alle grandi opere di Dio; considera tutto "normale".
Il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, non è un mimare l’Ultima Cena; ma questa narrazione di fede diventa azione dinamica.
Fare "questo in sua memoria" vuol dire obbedire al suo comando e nello stesso tempo diventare "capaci" di ricevere la Grazia eucaristica: la fraternità, la vigilanza, la fedeltà... Dice s. Giovanni Crisostomo: "Come il Signore disse a Mosé: Questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione: Io sono Colui che sono" (Es 3,13) così ora Egli dice: "Fate questo in memoria di me, finché io verrò".
L’Eucaristia è la "memoria" voluta da Cristo e per questo ha inviato lo Spirito Santo "a perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione" (Prefazio della IV Prece Eucaristica).
La Cena rituale diventa l’interpretazione dell’evento della morte di Gesù.
E poiché in quella morte si è stabilito un nuovo equilibrio tra Dio e noi (Alleanza nuova), fare "memoria" di Gesù nella celebrazione rituale è fare memoria del prezzo del nostro riscatto o perdono (1Cor 6,20; 1Pt 1,18).
Noi celebriamo la Nuova Alleanza attraverso il "simbolo" della Cena o Banchetto di condivisione fraterna, poiché il contenuto di questo banchetto è il Corpo donato e il Sangue versato (Lc 22,19; Mt 26,28). Nell’Eucaristia si esprimono i nuovi rapporti tra Dio e gli uomini e degli uomini tra di loro.

 

5.

Per la riflessione personale

• Mi capita di presentarmi davanti a Dio "a mani vuote"?
"Non si dovrà comparire davanti a me a mani vuote"
(Es 23,15 ss.).
"Tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti al Signore tuo Dio, nel luogo che Egli avrà scelto; nella festa degli azzimi, nella festa delle capanne e nella festa delle settimane: nessuno si presenterà davanti al Signore a mani vuote" (Dt 16,16).
• Sono convinto che "è più gioioso dare che ricevere"? (At 20,3 ss.).
• La mia resistenza alla sofferenza è naturale; a volte non è provocata dalla paura di amare sul serio Dio e gli altri?
Gesù si dona ai suoi: le mie mani sono fatte per ricevere e per donare!
• La mia offerta si ripete nei singoli atti quotidiani, anche se apparentemente insignificanti o non graditi: sono io che devo scegliere, nessuno mi impone qualcosa da fare.

Preghiera di S. Ignazio di Loyola davanti all’Eucaristia

"Prendi, Signore, e accetta tutta la mia libertà: la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà. Tutto quello che ho e possiedo, Tu me lo hai dato. A Te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, disponilo a tuo piacimento. Dammi il tuo amore e la tua grazia: questo mi basta.

 

 

"GLI AVVENIMENTI SUCCESSI TRA DI NOI" (Lc 1,11)
1.

"Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e apparve a Cefa e quindi ai Dodici" (1Cor 15,1 ss.).
All’inizio dell’era cristiana la Croce non era ancora diventata il "segno" della vittoria, il simbolo trionfatore della Chiesa; era considerato un ricordo così scandaloso da non essere riproposto nella sua nuda crudezza. Si preferivano altri segni che ricordassero lo "scandalo" della Croce: l’albero della nave tagliato in alto da un palo trasversale, l’àncora, l’uomo che prega a braccia aperte, il serpente attorcigliato all’albero...
Era un modo per coprire la vergogna di quel fatto. Lo scandalo è ancora più grave perché Chi muore è Innocente. Un Uomo in pieno vigore delle sue forze, vissuto sempre e soltanto di amore e fedeltà verso il Padre e i fratelli, viene ammazzato.
Il Padre non sembra muovere un dito per aiutarlo.
Sul Calvario non c’è stato nessun silenzio di Dio, ma il Padre è intervenuto in modo così paradossale, così diverso da quello che volevano gli uomini ("Discendi dalla Croce e crederemo"), da sfuggire al loro controllo.
Il Padre non ha perso la faccia durante la morte del Figlio, ma è intervenuto a modo suo, pur lasciando che gli uomini dessero sfogo alla loro malvagità: Lo ha risuscitato.
Cristo è sceso dalla Croce non come volevano i Farisei e i Sacerdoti, ma come voleva il Padre: è risorto con i "segni" della Passione, prova del suo amore e della vittoria.
Noi siamo abituati a contemplare la croce dal basso. Vediamo Cristo che sale al Calvario, che si allontana da noi e con Lui sembrano allontanarsi le nostre speranze. "Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute" (Lc 24,21).
La pazienza degli uomini non supera i tre giorni!
Anche i cristiani talvolta agiscono come i pagani: vogliono ingabbiare Dio nel tempo e costringerlo ad agire secondo i loro ritmi.
Anche il Padre contempla la Croce dall’alto, dove il tempo non esiste: e guardando il Figlio vede tutta l’umanità. Il Figlio diventa "Riconciliazione" per gli uomini.
Questa morte per amore del Padre e dei fratelli diventa il perdono definitivo: Gesù è il primo Uomo obbediente alla volontà di Dio.

 

2.

L’Eucaristia è "memoria" del Sacrificio della Croce.
Un aspetto sempre presente in ogni religione vera è il sacrificio.
Nell’A.T. tutta la vita liturgica e la stessa struttura dell’unico Tempio erano incentrate nei sacrifici. Questi erano di vario tipo: di lode, di offerta, di espiazione, di presentazione delle primizie, di comunione (Lv 1-7).
Fare sacrifici significa "riconoscere" il dominio di Dio.
Nel N.T. non si parla più di questi vari sacrifici, ma si fissa l’attenzione sul sacrificio unico e risolutivo di Cristo.
Tutta la vita di Gesù è stato un sacrificio gioioso al Padre per noi, fin dall’inizio.
"Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: - Ecco, io vengo - perché di me sta scritto nel rotolo del libro-per fare, o Dio, la tua volontà" (Eb 10,5-9).
Il sacrificio di Cristo è inserito in un "memoriale" da Lui istituito.
È necessario comprendere bene le parole usate dalla Liturgia per "partecipare con frutto" al mistero che si celebra.
La "Memoria" non è il "Memoriale".
La memoria è un’attività dell’intelligenza per arrivare al passato, a eventi significativi per il proprio spirito, in modo da infondere speranza nella vita di oggi.
Il "Memoriale" è il movimento inverso; il passato raggiunge il presente, il Mistero Pasquale (passione-morte risurrezione-ascensione) è reso presente, attuale; "sacrificio, vivo e santo", ci fa dire la Preghiera eucaristica terza. Gesù ha voluto scegliere la Cena per farci partecipi del suo Mistero Pasquale.
Il passato raggiunge il presente e grazie al dono dello Spirito Santo, l’evento salvifico, unico e definitivo, viene reso contemporaneo alla comunità che Lo celebra.
"Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto" (Lc 19,9-10).
"L’unico sacrificio della croce, posto ‘una volta per sempre’ (Eb 10,10) al vertice della storia umana, si fa presente negli umili segni del pane e del vino. Il "memoriale" è dunque legato alla storia di ieri, ma con la sua efficacia ne fa l’oggi della nostra salvezza, mentre ci protende verso il domani che speriamo e attendiamo" (Eucaristia, Comunione e Comunità, n. 11 - C.E.I. 22.5.1983).
Non siamo noi ad essere trasferiti in quel tempo; ma è ciò che è accaduto in quei giorni a rendersi presente oggi a noi. È Gesù Cristo che viene, è Lui che prende ancora l’iniziativa.
Non solo è memoriale del Mistero Pasquale, ma anticipazione, segno di un "avvenimento futuro": il banchetto eterno, dove tutti ci siederemo a mensa per celebrare le Nozze con l’Agnello.
Il Figlio dell’uomo si cingerà ancora i fianchi con la veste della carità, ci farà sedere a mensa e passerà a servirci. Allora saremo sempre con il Signore e sarà una gioia senza fine.

 

3.

Tutta la "Storia della salvezza" ha come fine la "comunione" con Dio. Questo è il progetto che Dio ha rivelato per mezzo del Figlio Gesù.
Il mezzo per arrivare a questo fine è l’Alleanza: un serio impegno reciproco. È un tema che attraversa tutta la Bibbia; dall’inizio quando Dio pianta un giardino in Eden (= delizia), fino alla Gerusalemme del cielo (= felicità definitiva) (cfr Gen 2,8 e Ap 21,2-4).
L’Alleanza più volte tentata (Gen 9,4-11, Noè; 15,9-18, Abramo), è solennemente sancita sul Sinai (Es 19,5-8). Dio si impegna con giuramento (mai viene meno, cfr. Num 23, 19, Mal 3,6; Rm 11,29; Eb 6,13-18) a fare di Israele il "suo popolo" e a dare la Terra promessa affidandogli un grande incarico: "Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti siano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte" (Dt 6,5-9).
Israele deve rispondere con tutte le sue forze, con la stessa vita, osservando la Legge.
Il peccato entrato nella storia dell’uomo è stato il tradimento dell’Alleanza: la rottura con Dio-Amore ha come conseguenze la rottura con gli altri e con il creato. Noi stessi ci siamo frazionati; vediamo il bene, lo approviamo, ma facciamo il male!
I Profeti, pur denunciando il tradimento dell’Alleanza e le sue conseguenze (Is 1,2-4; 24, 4-6; Ger 11,1-3; Ger 22,1-9; Ez 16; Os 8,1-3...) promettono una futura nuova ed eterna Alleanza (Ger 24,7; 31,31-34; Os 2,16-25).
Gesù ricostruisce l’Alleanza fallita (Lc 1,54-55 e 72-73). Il Figlio di Dio non può fallire (Mt 24,35; Gv 8,46).
È l’Alleanza definitiva (Eb 13,20).
La Nuova Alleanza ora è tra il Padre e i figli: "Perché siate figli del Padre vostro celeste..." (Mt 5,45).
È un Alleanza tra Padre e figli, negoziata nel Sacrificio del Figlio Unigenito. Gesù garantisce con l’effusione del Suo Sangue la nostra "poca" credibilità.
La Legge che ci vincola a questa Alleanza è quella dell’amore, non interessato, ma gratuito: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come Io vi ho amato così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni gli altri" (Gv 13,34-35).
Nell’Eucaristia riviviamo questa Alleanza con il nostro ascolto, la nostra presenza e la nostra partecipazione vitale. È la cordicella a tre capi (Gesù-prossimo-io) che non si può più rompere (Qo 4,12).

 

4.

Per la riflessione personale.

• Per partecipare all’Eucaristia, impegnandoci seriamente, occorre essere persone mature. Bisogna saper leggere la propria storia personale, impregnata di tradimenti, fughe, scarso impegno. Come mi presento alla tavola con Gesù Cristo?
• Nell’Eucaristia rinnovo il Patto che mi lega al Signore: so fare atti di fedeltà a questo Patto?
• Prendere sul serio il Dono dell’Eucaristia significa esaminare la mia vita se sono disposto alla Riconciliazione con Dio, con il prossimo e anche con me stesso, accettandomi come sono. Accettare i propri limiti è il modo umile per sedersi a tavola con Dio.
• So vivere il "segno" dello spezzare il Pane, condividendo la vita con gli altri nelle piccole cose?
Alla tavola con Gesù ci accorgiamo di non essere soli: e quando usciamo dall’Assemblea?

 

 

IL SACRAMENTO DELL’EUCARISTIA E IL SACRIFICIO DELLA CROCE
1.

L’uomo per comunicare ha bisogno di segni: la parola è un segno, così un gesto, un abbraccio, un fiore donato... sono tutti segni che esprimono una realtà nascosta. L’importante è che il segno sia comprensibile; e se il segno fosse ambiguo, sia accompagnato dalla parola risolutiva.
Sullo sfondo del comportamento umano si inserisce il Sacramento cristiano, anch’esso "segno" speciale di una realtà misteriosa da capire.
"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto... Un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi... lo portò a una locanda e si prese cura di lui..." (Lc 10,13 ss).
Il "Sacramento" è il segno che Dio ci salva, che Dio in persona si è fatto vicino a noi in Gesù Cristo.
Il Sacramento ha due aspetti: uno interno, profondo, non sperimentabile; e un altro sensibile, toccabile.
S. Paolo spiega il fondamento dei Sacramenti, riferendosi alla Persona di Gesù: "In Lui abita la pienezza della divinità corporalmente" (Col 2,9).
Gesù è il Sacramento primordiale. I "Riti" delle religioni sono sforzi per cogliere il soprannaturale, per raggiungere Dio. Ora nei Sacramenti è Dio che discende per raggiungere l’uomo. È il Samaritano che viene a inginocchiarsi accanto al ferito.
I Sacramenti sono gesti di Dio, non nostri.
In Gesù la parte nascosta è l’azione divina; la parte "toccabile" è l’aspetto umano.
Perché Dio ha voluto comunicare con noi attraverso i Sacramenti?
Perché ogni rapporto che avviene tra persone si compie attraverso la corporeità. Al di fuori del corpo non avvengono rapporti tra gli uomini.
Di fatto, quando Dio si manifesta lo fa attraverso forme visibili.
Quindi l’amore di Dio è diventato sorriso umano. Il Sacramento non è strumento produttore di grazia, ma incontro umano con Cristo nel mistero della sua passione, morte e resurrezione.
Dopo l’Ascensione al cielo è rimasta nel tempo una parte sensibile per continuare il contatto "corporale" con Lui. Dice s. Leone Magno: "Ciò che fu visibile del nostro Redentore è passato nei sacramenti".
Dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965), la Chiesa ha restituito al termine "sacramento" un senso più vasto.
Questa parola non è limitata ai gesti privilegiati di Cristo e ritualizzati dalla Chiesa. Nella riflessione di fede il Concilio ha definito la Chiesa "un popolo per il mondo", mandata agli uomini per far conoscere l’amore di Dio.
"Essendo Cristo la luce delle genti, questo Santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera con la luce di Lui, splendente sul volto della Chiesa, illuminare tutti gli uomini annunziando il Vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15).
"E siccome la Chiesa è in Cristo come un Sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano... intende con maggior chiarezza illustrare ai fedeli la sua natura e missione universale..." (Lumen gentium, n. 1).
La Chiesa è sacramento, cioè esprime il rapporto visibile tra Dio e l’uomo; nella Chiesa c’è il Volto di Dio rivolto all’uomo.

 

2.

Il Sacramento non ripete l’evento, non lo moltiplica, ma lo propone nella storia di oggi in tutta la sua efficacia.
In riferimento al Sacrificio della Croce diciamo che esso è irripetibile; se lo ripetessimo, anche in una bella liturgia, significherebbe che quello compiuto da Cristo era imperfetto e oggi bisognoso di un aggiornamento.
Il Sacrificio della Croce è il dono assoluto, pieno e definitivo che Dio fa agli uomini, come dimostrazione del suo Amore.
"Allora il centurione, quando vide Gesù morire in quel modo, disse: - Davvero quest’uomo era Figlio di Dio -" (Mc 15,3).
Il centurione rappresenta coloro che giungono alla fede non per aver assistito a qualche prodigio, ma per aver capito il senso della vita di Gesù donata ai fratelli per amore.
Il Sacramento dell’Eucaristia rende presente il sacrificio della Croce, colloca la Pasqua del Signore nel nostro tempo. La nostra storia spesso insipida, viene "salata" dalla presenza di Cristo, diventa "storia sacra" perché ospita la salvezza.
Nelle altre religioni il tempo si oppone a Dio, lotta con Dio; nel Cristianesimo il tempo è il mezzo del quale Dio si serve per diventare Uomo, per rivelarsi, per donare la sua vita.
"Egli (Cristo) è prima dell’inizio, è stato crocifisso ieri, regna oggi invincibile, e ritornerà alla fine dei secoli. Tutte queste immagini non ne formano che una, quella di Cristo che esercita successivamente nel tempo le sue funzioni storico-salvifiche" (O. Culmann, Cristo e il tempo, Bologna 1965).

 

3.

"Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui fu tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, onde perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della Croce e per affidare alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua Morte e della sua Risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura" (Conc. Vat. II Cost. sulla s. Liturgia, n. 47).
Leggendo la Passione di Giovanni notiamo due atteggiamenti fondamentali in Gesù: la tranquillità e la libertà.
Egli non subisce gli avvenimenti; li vive con piena conoscenza, non è sorpreso quando si avverano, ma li domina. Infatti sa che è venuta la "sua ora" per essere consegnato, per bere il "calice che il Padre gli ha dato".
A partire dal momento in cui racconta che Pilato ha consegnato Gesù ai suoi accusatori, l’evangelista riporta i fatti facendo esplicitamente riferimento a immagini e simboli ricchi di significato.
Gesù esce in direzione del Calvario la vigilia del sabato, il grande giorno della Pasqua, nel momento in cui nel Tempio veniva immolato l’agnello pasquale (Gv 19,14-31).
Gesù è il nuovo Isacco perché porta Egli stesso il legno del proprio sacrificio. Indossa la tunica senza cuciture, abito sacerdotale per compiere il sacrificio (Gen 22,2; Gv 19,17; Ap 1,13).
L’iscrizione sulla croce è in tre lingue conosciute: ebraico, latino e greco; indica la totalità dei popoli, che si volgono al Crocifisso, divenuto centro della storia umana.
La trafissione del costato è ricca di simbolismo: rappresenta il culmine della rivelazione del mistero del Padre. Di fronte al sangue e all’acqua che escono dal Cuore di Gesù, l’evangelista comprende che è Lui l’Agnello pasquale, il giusto perseguitato sorretto da Dio, per la salvezza del mondo.
Il simbolismo del sangue ha già attirato l’attenzione nel discorso eucaristico (Gv 6,54-57), ma certamente si riferisce anche all’agnello sacrificato: "Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo" (Gv 1,29). Il Sangue è segno dell’Eucaristia e dell’intera vita di Gesù, vista come sacrificio redentore.
L’acqua è invece collegata allo Spirito Santo e alla rinascita battesimale.

 

4.

L’Eucaristia è il Corpo del Signore offerente e offerto al Padre; la Chiesa sua Sposa unita misteriosamente al Suo Sposo, diventa offerente e offerta con Cristo al Padre, per il rinnovo dell’Alleanza, nella remissione dei peccati.
Ogni uomo divenuto "Chiesa" mediante il Battesimo è dentro questa offerta, perché partecipe dell’unico Corpo.
"Voi siete Corpo di Cristo e sue membra" (1Cor 12,27).
Siamo "offerta", perciò la nostra vita deve essere un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (Rm 12,1).
Il Sacramento della Nuova Alleanza trasforma il credente in "uomo eucaristico". Come afferma S. Paolo ai Tessalonicesi: "In ogni cosa rendete grazie" (1Ts 5,18).
Siamo anche "offerenti" perché partecipiamo al Sacerdozio di Cristo, abilitati ad offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo (1Pt 2,5).

 

5.

All’inizio dell’Eucaristia sta la Cena.
"Mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: ‘Prendete e mangiate; questo è il mio corpo’. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: ‘Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’Alleanza, versato per molti in remissione dei peccati" (Mt 26,26-28).
Eucaristia significa "rendimento di grazie", ringraziamento. Perché Gesù ringrazia? Non più solo per la serie degli antichi interventi salvifici a beneficio del popolo d’Israele; ma per l’intervento unico che li riassume tutti e che li conclude: la morte, il sacrificio, la carità di Dio dimostrata agli uomini, la risurrezione e ascensione di Cristo alla destra del Padre.
Gesù rende grazie per il fatto di essere il "sacrificio" gradito, per avere la gioia di offrire al Padre le primizie di una umanità nuova, che si comporta secondo i desideri di Dio, secondo i suoi disegni misteriosi, proprio come il Creatore l’aveva pensata da sempre.
Cristo nella Cena, celebra il ringraziamento perché la storia del mondo diventa luogo della salvezza.
La Nuova Alleanza con Dio ha ora un vincolo solido, non è più fondata sulla precarietà e l’incertezza degli uomini, ma sulla fedeltà dell’Uomo nuovo, Cristo.
L’Eucaristia celebrata nella Chiesa tiene viva nell’umanità la presenza dell’amore del Signore; ognuno sente rivolte a se queste parole di S. Paolo ai Galati: "Ha amato me, personalmente, e ha consegnato se stesso per me" (Gal 2,20).

 

6.

Come vivere il "segno" eucaristico?
Nella celebrazione eucaristica, la consacrazione è "segno" di dono.
Cristo si fa Pane di vita, cioè Pane donato a chi ha fame.
"Chi mangia questo pane vivrà in eterno. Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51).
"Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame" (Gv 6,35).
"Chi beve il mio sangue ha la vita eterna, ed io lo risusciterò" (Gv 6).
La consacrazione è "segno" di annientamento.
"Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce..." (Fil 2,6-11).
In questo inno cristiano della Chiesa primitiva troviamo la spoliazione dell’Incarnazione, l’obbedienza del servo per sempre, l’obbedienza fino alla croce. Per questo Dio Lo ha innalzato.
La consacrazione è "segno" di comunione.
Gesù, invitandoci a mangiare il suo Corpo, a bere il suo Sangue ci coinvolge nel suo sacrificio, ci invita a fare una cosa sola con Lui.
Bere lo stesso calice significa avere un destino comune fra tutti i partecipanti e con Cristo che lo porge a noi.
"Stringendovi a Lui, pietra viva, rigettata dagli uomini... anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrificio spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo... Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio s’è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce" (1Pt 2,4-9).
Mangiare insieme ci impegna anche a vivere insieme. La Liturgia collega lo "stare" con Cristo allo "stare" con i fratelli. Significa in concreto:
• ora penserò come Cristo;
• ora parlerò come Cristo;
• ora agirò come Cristo;
• ora farò le scelte di Cristo, perché Cristo possiede la mia vita interamente. "Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me" (Gal 4,4).

 

7.

Per la riflessione personale

• La consacrazione è segno di "dono".
Cristo si fa Pane e come pane sfama tutti, sta nelle mani di tutti, viene offerto a tutti.
Come vivo questo dono? Ho un "santo timore" nei riguardi dell’Eucaristia o mi prendo troppa confidenza, rendendo banale questa "meravigilosa" opera di Dio per me?
• Accetto di essere figlio di Dio come Gesù, in pace per aver fatto la sua volontà, per eseguire il mio "mandato" missionario nella mia comunità ecclesiale, facendomi "servo" di tutti?
• Come accolgo il dono dell’Eucaristia che Gesù mi mette tra le mani? Con umiltà, con attenzione alla Parola che me lo spiega, con il desiderio di portarlo anche agli altri?
• Le conseguenze del dono:
- pensare come Cristo;
- parlare come Lui;
- agire come Lui;
- fare le stesse sue scelte.
• Ricevere doni è tipico del bambino: essere disponibili per gli altri è il gesto della persona matura, che ha compreso il gesto di Cristo per gli uomini.

 

L’EUCARISTIA E LA CHIESA COMUNITÀ DI FEDE, DI CARITÀ, DI SPERANZA
1.

Dall’Eucaristia nasce la Chiesa.
"Di te si dicono cose stupende, città di Dio..." (Sal 86).
Di te diciamo:
• sei l’umanità che, ricevendo il Corpo e il Sangue del Signore, muori con Lui e nella condivisione della sua morte inizi la risurrezione;
• sei l’umanità nella quale, grazie all’Eucaristia, convive tutto il mistero di carità rappresentato dal Crocifisso;
• sei l’umanità riscattata che si offre con Cristo al Padre e con Lui offre la giusta adorazione;
• sei l’umanità nuova dove opera la fraternità e il servizio, sull’esempio del Maestro e Signore, il quale per primo lavò i piedi ai discepoli.
Quando sei nata, Chiesa?
I teologi contemporanei vedono nell’Ultima Cena l’atto vero e proprio dell’istituzione della Chiesa da parte di Gesù.
La Chiesa nasce dalla trafissione del Cuore di Gesù; è promulgata nel giorno della Pentecoste; ma è istituita nel giorno grande e amaro del Giovedì Santo.
Tra Eucaristia e Chiesa non c’è solo un rapporto di "buon vicinato", ma rapporto tra causa ed effetto.
Quando Gesù vuol spiegare "la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà" (Credo), non fa degli schizzi o delle vignette, ma si serve dell’immagine nota del banchetto. Gesù usa immagini che la gente capisce, che vive quotidianamente.
Gesù paragona l’evento finale a un banchetto. La sua vita pubblica inizia con un bel banchetto di nozze Cana (Gv 2,1-11) e termina con l’Ultima Cena.
Durante la sua vita lo troviamo seduto ad altri banchetti (Zaccheo, Levi), e narra parabole che terminano in un festoso banchetto.
Il Vangelo è ricco di banchetti, al punto tale che Gesù era bollato dai suoi nemici come beone e mangione!
Il banchetto è sacramento naturale di incontro tra persone.
Per descrivere la vita futura, Gesù usa l’immagine del banchetto, di cui l’Ultima Cena è segno.
La Chiesa qui in terra è segno del banchetto eterno.
Nel cielo è Cristo l’invitante e centro dell’unità dei commensali: qui sulla terra l’unità dei commensali è ancora compiuta da Cristo presente nella Chiesa nel segno del Pane e del vino.
L’Eucaristia non è solo un momento importante nella vita della Chiesa, quasi fosse un "accessorio" da mettere in mostra in tempi particolari (feste, domeniche), ma è il valore fondamentale per la vita stessa della Chiesa.
È l’Eucaristia che fa la Chiesa. Il Decreto sulla formazione sacerdotale del Concilio Vat. II, così recita: "Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione dell’Eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità" (PO 6).

 

2.

L’Eucaristia è la Chiesa "in boccio"; la Chiesa è l’Eucaristia "sbocciata".
Gesù istituisce l’Eucaristia nella Cena pasquale celebrata con i discepoli nell’intimità del Cenacolo, anticipando il significato e il frutto di salvezza che provengono dalla sua Morte e Resurrezione (Mc 14,22-25; Mt 26,26-29; Lc 22,15-20; 1Cor 11,23-25).
L’Eucaristia è il sacrificio-banchetto della Nuova Alleanza, prefigurato nell’Alleanza del Sinai, tra Dio e il popolo ebraico.
Così dal sacrificio della croce nasce un Nuovo Popolo Santo, si stabilisce una Nuova Alleanza.
Ogni volta che la Chiesa celebra l’Eucaristia, rivive il momento solenne della Cena, quando Gesù, angosciato per la morte imminente, lega eternamente l’umanità a Dio con un Patto di Sangue, del Suo Sangue; e il sacrificio operato da Cristo sommo ed eterno sacerdote "proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek" (Eb 5,7-10), "mediatore della Nuova Alleanza" (Eb 9,12-15). Il Sacerdozio di Cristo ha come fine:
- incontrare gli uomini;
- riunire tutti in un solo "ovile";
- condurli per mezzo del "suo passaggio, della sua Pasqua" verso il Padre.
Non solo il Signore ci conduce verso il Padre, ma ci rende simili a Sé, ci affida al Maestro interiore (Spirito Santo) perché ci "lavori come un artista rendendoci conformi al Modello".
Lo Spirito Santo che formò il Figlio come vero uomo nel grembo di Maria, ora ci aiuta a diventare creature "divine" secondo la partecipazione alla natura divina acquistata nel Battesimo.
È proprio nel Battesimo che ci siamo innestati a Cristo, come vite ai tralci, facendoci vivere di quanto Egli è e di quanto possiede. Egli è il Sacerdote e noi con Lui siamo popolo sacerdotale.
"È il Battesimo a fare sì che il laico sia sacerdote", afferma S. Gerolamo.
Non tutti i battezzati, evidentemente, esercitano lo stesso ministero; c’è un Sacramento che distingue i ministri "ordinati". Tutti i battezzati hanno però la stessa dignità, quella di figli di Dio.
"Cristiani di tutti i tempi e di tutti i luoghi, uni e diversi, riuniti insieme, debbono essere il ‘ponte’ di Dio all’uomo attraverso il quale il dono di Dio si rende continuamente presente nel cuore dell’umanità.
Debbono essere al servizio del Dio che ama, del Dio che si dona; al servizio del Dio che viene e s’incarna e che cammina sulla nostra terra, del Dio che parla e si rivela"
(Jean-Bart).
Non ci sono molti sacerdoti, ma uno solo: Cristo.
Così noi esercitiamo il nostro sacerdozio solo se saremo uniti a Lui e tra di noi.

 

3.

La Chiesa è una comunione. Il Concilio Vat. II ha presentato la Chiesa come "Popolo di Dio", "segno e strumento d’intimità con Dio e di unità fra gli uomini".
In ogni rapporto di comunione, soprattutto nel rapporto sponsale, viene il momento in cui le parole non bastano a esprimere tutta la ricchezza e profondità dell’amore.
Entra così in gioco il dono di sé, il dono totale.
Questa è la logica di Gesù. Non gli bastano le parole: prima ci parla, poi sente il bisogno di donarsi totalmente.
Questo dono diventa il Corpo dato e il Sangue versato.
La liturgia eucaristica esprime la "voglia" di Dio di donarsi all’uomo, di convivere con gli uomini in tutte le situazioni: ecco la comunione.
Quando mangiamo il Corpo del Signore e beviamo il suo Sangue ci accorgiamo di non essere soli, ma altre mani si protendono verso il Pane.
L’Eucaristia ci rende coscienti di essere comunità: "poiché c’è un solo Pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo; tutti infatti partecipiamo dell’unico Pane" (1Cor 10,17).
Nel II secolo dopo Cristo s. Ignazio di Antiochia, mentre era condotto a Roma per essere martirizzato, scriveva ai suoi cristiani: "L’unità della Chiesa si esprime attorno all’altare, quando la comunità dei fratelli è riunita. Non venire abitualmente a questa riunione significa tagliarsi fuori dalla Chiesa e quindi separarsi da Dio".
Il battezzato, se si considera membro della Chiesa, membro del Corpo mistico di Cristo, può stare assente dalla Mensa Eucaristica, dove appunto il popolo di Dio diventa Corpo di Cristo, dove si realizza pienamente l’unione con il Capo, mediante la comunione?
Così l’Eucaristia costruisce la comunità: la costruisce perché la unifica nell’amore, la raccoglie nell’intesa, nel superamento delle resistenze.
L’Eucaristia - cioè Cristo - permette di abbattere gli steccati, le allergie di origine, la varietà di sensibilità, la molteplicità dei gusti, arrivando alla sopportazione vicendevole (Gc 6,2).

 

4.

Gesù Cristo è colui che crea la festa dell’unità fra gli uomini.
Tanti sono i tentativi, da parte degli uomini, di creare una fraternità senza partire dalla sorgente, dal centro di unità: Cristo. Noi possiamo amare se acconsentiamo che Cristo ci ami. Il figlio maggiore della parabola (Lc 15,28 ss) ha criticato il Padre perché non si sentiva amato e quindi non amava a sua volta il fratello. Non si può creare una comunità solo con l’osservanza delle leggi o moltiplicando norme: al centro ci deve essere l’amore del Padre, il sacrificio del Figlio e la forza dello Spirito, il Maestro interiore che guida la Chiesa e la rende "sposa bella".
Al centro della festa c’è Cristo; è Lui che ci invita, che offre la sua amicizia; non pensiamo di essere noi i grandi "benefattori" del Signore.
Lo Spirito Santo nella Preghiera santificatrice "trasforma" gli elementi del pane e del vino, realtà del mondo materiale ("frutto della terra") e del mondo umano ("e del nostro lavoro"), nel Corpo e Sangue di Cristo.
Gli elementi della prima creazione diventano pegno e primizie della terra nuova e dell’umanità nuova. Sono le primizie del cosmo trasfigurato (2Pt 3,13).
L’Eucaristia diventa la festa universale: finalmente Dio "può riposare"; anzi offre anche a noi il "suo" riposo festivo.

 

5.

Per la riflessione personale

• La comunione è la massima unione con il Signore. È impegno ad una conversione radicale a Lui, nei pensieri, nel cuore, nella vita. Mi impegno a fare tutt’uno con il Signore?
• Cerco lo spazio per riflettere su quello che avviene nella Messa?
• Vivere la comunione significa passare:
- dalla Chiesa solo culto, alla Chiesa - lievito - testimonianza;
- dall’unione solo con Gesù, alla condivisione con chi ha bisogno;
- da una visione egoistica della vita alla comunione dei beni e al servizio.
• L’Eucaristia è un convito: a un convito si va con il cuore contento, perché è una festa. Si va con l’abito buono, cioè togliendo l’abito dell’egoismo, dell’orgoglio, del risentimento.
• A una cena si va con un regalino. A Cristo che cosa porto? Poiché un regalo non lo si trova sui due piedi, bisognerebbe pensarci per tempo.
• Se anche avessimo il più bel dono da offrire al Signore ci inviterebbe a lasciarlo sul banco e andare prima a riconciliarci con chi abbiamo offeso o ci ha offeso. Pensiamoci qualche volta!

 

 

EUCARISTIA E VITA CRISTIANA
1.

L’Eucaristia fa della Chiesa una comunità di fede, di speranza e di carità. Sono le tre virtù teologali che qualificano i cristiani come membri del nuovo popolo di Dio.

Una comunità di fede.

L’Assemblea cristiana, fin dalle origini, si radunava "il primo giorno della settimana per celebrare il mistero della fede", il dono del Padre agli uomini.
Il Risorto è presente nell’Assemblea liturgica che celebra il mistero della salvezza di Dio compiuto dalla morte-resurrezione del Figlio (Gv 20,19-29).
Il cammino della fede della Chiesa si snoda attraverso dei "segni": da Betlemme a Emmaus.
"Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (Lc 2,12).
"L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane" nel momento in cui scomparve (Lc 24,35), mentre sulla strada "i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo" (Lc 24,16).
Anche nel suo Corpo terreno Gesù era inafferrabile.
Quante volte Gesù farà appello alla fede prima di intervenire con le persone!
Oggi, nella fede riconosciamo la sua presenza nel segno del Pane e del Vino, nell’azione in noi, nella Chiesa e nel mondo dello Spirito, che il Padre ha mandato nel suo Nome (Gv 14,16.26).
Da Betlemme a Emmaus, da Emmaus alla manifestazione ultima del Signore, siamo viandanti della fede, che vanno "di gloria in gloria" (2Cor 3,18) sulla strada costellata di segni.

Una comunità di speranza.

Israele è "il popolo della speranza". Su di lui per millenni si sono accumulate da parte di Dio promesse, giuramenti, profezie (Gen 17,5-6; 22,16-17; 35,12; Is 62; Dn 7,14...).
Gesù realizza tutte le promesse e attese di Dio che riguardano non solo l’A.T., ma anche il Nuovo Popolo di Dio. Anzi, accende speranze ancora più grandi, fondate sulla certezza della sua Parola (Mt 24,35 ss).
Promette la salvezza per tutti coloro che la cercano (Gv 12,32), il centuplo (Lc 18,29-30), il pieno possesso del Regno (Mt 5,3-12), la sua continua presenza (Mt 18,20), il suo ritorno alla fine dei tempi (Mt 25,31), il convito eterno (Mt 26,29 ss), la nostra risurrezione (Lc 14,14, Gv 5,28-29)...
Sperare significa non avere ancora, ma essere certi (Rm 8,24-25).
L’impazienza è il volere subito quello che ci è promesso, quindi uscire dal cammino dell’attesa. Celebrare l’Eucaristia è celebrare la speranza.
Tutto si compie in Cristo: la vittoria sul peccato, sul dolore, sul pianto e sulla morte. È la sconfitta del "principe di questo mondo" (Gv 12,31; 14,30; 16,11).
Ma tutto è ancora nella dimensione dell’attesa della sua venuta.
La Chiesa celebrando l’Eucaristia ottiene due frutti principali: la nostra somiglianza sempre più profonda con Cristo ("Sono crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me", Gal 2,20), e una piena ecclesialità (At 4,32; 1Cor 10,17).
"Per la comunione al Corpo e Sangue di Gesù Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo Corpo" (2° Canone).
"Perché diventiamo in Cristo un solo Corpo e un solo Spirito" (3° Canone)
Celebrare l’Eucaristia è incontrare la speranza ("Paolo, apostolo di Gesù Cristo, per comando di Dio nostro salvatore e di Gesù Cristo nostra speranza", 1Tm 1,1), e cibarsi di speranza ("Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo", Gv 6).
Celebrare l’Eucaristia è diventare "speranza" per gli altri.

Comunità di carità.

L’Eucaristia è l’espressione più alta della carità che Dio ha avuto per noi: "Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma Lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?" (Rm 8,32).
Tutta la carità di Dio è racchiusa nell’Eucaristia.
Attraverso di essa, il discepolo è spinto a donarsi ai fratelli, a diventare egli stesso "Eucaristia", prolungamento del dono di Gesù nelle mille situazioni della vita e di fronte agli innumerevoli volti del prossimo.
Diventare "pane spezzato" per la fame dei fratelli: parola che conforta, luce di verità, servizio perseverante ai poveri, ai sofferenti, agli ammalati; a svolgere nei migliori dei modi la nostra specifica vocazione.
Quella comunione dimostrata nel partecipare all’unico Corpo di Cristo, deve trovare continuità ed espressione anche nella vita.
Quando il cristiano celebra l’Eucaristia, chiede al Signore di sfamare la sua fede e di dissetare il suo anelito di comunione fraterna; non può chiudere gli occhi sulla realtà della vita. La Comunione ci spinge a "inventare" sempre nuovi gesti di donazione

 

2.

Eucaristia e revisione di vita.
"È negli uomini che la Chiesa è bella" (s. Agostino). Perché questa espressione ardita di s. Agostino sia vera, dobbiamo "convertirci" all’Eucaristia.
"Molti cristiani vivono senza Eucaristia; altri fanno l’Eucaristia, ma non fanno la Chiesa; altri ancora celebrano l’Eucaristia nella Chiesa, ma non vivono la coerenza dell’Eucaristia" (Eucaristia, Comunione, Comunità, 61).
Vengono descritte le Eucaristie svuotate del loro contenuto. L’Eucaristia diventa un Sacramento "incompiuto" se il cristiano non si lascia afferrare dall’onda di Gesù Cristo, se non si lascia trascinare dalla sua corrente. Davanti all’Eucaristia non possiamo fare "tre tende..." per fermarci; dobbiamo scendere dal monte e ricordarci che siamo corpo di Cristo crocifisso nella storia.
La comunità eucaristica, come Gesù, deve essere critica verso le miopi realizzazioni di questo mondo.
Dobbiamo consolare gli afflitti, ma anche smuovere i pigri, metterli a disagio di fronte alle loro responsabilità.
Il cristiano deve essere la spina nel fianco della gente che vive nelle beatitudini delle sue sicurezze.
L’Eucaristia si conclude con una missione: "Andate ora e annunciate". L’aver partecipato alla Cena con il Signore ci fa correre a dirlo agli altri. Annunciare il Cristo risorto comporta molti rischi e richiede tanta umiltà. La nostra missione è far uscire i fratelli dalla loro solitudine, dal rifiuto, dall’abbandono. Cambiare le situazioni a volte è impossibile; ma si può essere liberi di scegliere come viverle. L’Eucaristia è il lievito della nostra vita; la presenza del Risorto rivela che l’amore è più forte delle nostre paure.

 

3.

Per la riflessione personale

• "Molti cristiani sono senza Eucaristia; altri fanno l’Eucaristia, ma non fanno la Chiesa; altri ancora celebrano l’Eucaristia nella Chiesa, ma non vivono la coerenza dell’Eucaristia" (Eucaristia, Comunione e Comunità n. 61). L’Eucaristia rimane un Sacramento "incompiuto" se manca la vita eucaristica, cioè una vita vissuta come l’ha vissuta Gesù: vita come dono.
• Fare comunione con Gesù significa condurre una vita come la sua: servitori della verità, critici verso gli assurdi progetti del mondo, a fianco dei poveri...
Il cristiano non è un "consumatore" di riti sacri: ma colui che fa di Cristo il modello di vita.
• Ogni Eucaristia si conclude con un "mandato": "Andate!".
Siamo mandati a cercare chi non si vede da tanto tempo, ai malati, agli handicappati, alle persone sole: non saremo solo noi a portare un annuncio di gioia, ma anche queste persone, nelle pieghe delle loro sofferenze, hanno qualcosa da annunciare a noi. L’Eucaristia ci butta nel mondo in modo nuovo.
• Cambiare situazioni a volte è impossibile: ma si può aiutare chi soffre a viverle in modo "eucaristico", cioè nell’offerta di se stessi a Dio.
• "La messa è finita; andate in pace!".
Quale pace proponiamo nella nostra vita quotidiana?
La pace che Cristo ci propone è quella del lievito che, nascosto nella pasta, lavora per fermentare la massa. Dove c’è un cristiano ci deve essere una sana inquietudine perché gli uomini si facciano delle domande, fino a trovare la risposta vera: "Abbiamo visto il Signore".

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