L A BEATA ANUARITE NENGAPETA
VERGINE E MARTIRE
e la sua guida spirituale Joseph Wittebols vescovo di Wamba
(Matungulu Otene S.J.)


autori
titoli

Prefazione

Un volumetto tutto africano, che si coglie come una rosa rossa purpurea che incanta.
È scritto da p. Matungulu, zairese, consigliere generale della Compagnia di Gesù. Nel complesso panorama della rivoluzione zairese del 1964 egli ha saputo analizzare, con brevità e profondità, la situazione familiare, sociale e religiosa della donna africana e, in tale contesto, l’infanzia di Anuarite.
Con serietà scientifica e vivacità di stile descrive poi le tragiche vicende della persecuzione religiosa dei Simba che, nella piccola diocesi di Wamba, Alto Zaire, ha provocato il martirio di numerosi missionari, suore, laici zairesi ed europei, e tra essi la giovane religiosa Anuarite e il vescovo mons. Wittebols, sua guida spirituale.
L’autore dedica parte del libro ad analizzare, con grande capacità psicologica e chiara visione di fede, la profonda spiritualità delle suore zairesi della Sacra Famiglia, e di Anuarite in particolare: una figura che s’impone con naturalezza e spontaneità a modello di quanti vogliono impegnarsi a una vita autenticamente cristiana.
Lo stile chiaro e incisivo e la descrizione particolareggiata e vivace del martirio di Anuarite, e dello stesso vescovo mons. Wittebols, coinvolgono profondamente il lettore e fanno intravvedere orizzonti radiosi per una chiesa che nasce "martire" nel cuore dell’Africa.

p. Andrea Tessarolo

 

Introduzione

Lungo tutta la storia della chiesa, Dio continua a suscitare uomini e donne che mettono in luce in maniera significativa l’uno o l’altro aspetto del Vangelo e che possono essere presentati come testimoni di Gesù Cristo. Leggendo la vita di Anuarite, giovane religiosa africana, potremmo chiederci in che cosa può essere proposta come modello in un mondo come il nostro, e in particolare in un’Africa che è teatro di guerre fratricide e in cui la vita umana è così poco rispettata.
Un giorno, mentre la sua futura maestra delle novizie, suor Marie-Sibille, era appoggiata alla "barza", durante la ricreazione, Anuarite, allora adolescente, le si avvicinò e le disse in kiswahili: "Ninataka kazi ya Mungu", voglio il lavoro di Dio, desidero diventare religiosa. La ragazzina sapeva quello che voleva. La sua vita religiosa e il suo martirio lo confermeranno.
Nelle pagine che seguono, cercheremo prima di tutto di ricostruire il tragico contesto delle ribellioni nel Congo-Kinshasa. In quel contesto si colloca infatti la morte della beata Anuarite. Vedremo poi di ripercorrere le tappe principali della sua vita e del suo martirio. Presenteremo quindi la sua spiritualità facendo riferimento ai suoi appunti personali. Infine, con l’aiuto di una breve biografia del suo padre spirituale, monsignor Joseph Wittebols, cercheremo di mettere in luce la grande influenza che egli ha avuto nella vita di quest’umile religiosa, per la quale il Signore ha fatto grandi cose.
Seguendo l’esempio dei suoi fratelli maggiori, i martiri dell’Uganda, e del beato Bakanja (un altro figlio del nostro popolo), che hanno amato fino al martirio il Cristo, loro fratello, maestro e Signore, Marie-Clémentine Anuarite Nengapeta ha amato il suo Sposo divino fino al sangue, e si è presentata a lui come una vergine pura.
È inutile aggiungere che, per arrivare a questo sacrificio, aveva imparato nella realtà della vita quotidiana quali potessero essere le esigenze di un amore sincero e forte. È il messaggio che ha lasciato a tutti noi, un messaggio che non potremo mai dimenticare: il Signore ci vuole totalmente suoi, senza condivisioni.
La nostra vocazione è precisamente questa: essere con lui nella vita come nella morte. Con le nostre forze siamo senza dubbio incapaci di darci totalmente al Signore. Ma se gli chiediamo la grazia della fedeltà, possiamo essere certi che ci verrà accordata: "Niente è impossibile a Dio" (Lc 1,37).

 

Parte prima
Anuarite Nengapetavergine e martire

I. Figlia di un grande paese devastato nel cuore dell’Africa

1. L’indipendenza

Il martirio di suor Marie-Clémentine Anuarite non può essere compreso se non nel quadro delle ribellioni che imperversavano in quel periodo nel Congo-Léopoldville, l’attuale Zaire. L’allora provincia di Stanleyville (l’attuale regione dell’Alto Zaire) è quella che ha conosciuto le più grandi tragedie della ribellione mulelista. Ancora oggi, visitando la città di Kisangani, se ne scorgono le incancellabili tracce. Perché questa ecatombe?
Le autorità belghe non pensavano che i congolesi avrebbero rivendicato così presto la loro indipendenza. Tutto cominciò a cambiare poco dopo la seconda guerra mondiale: partecipando alla guerra a fianco dei soldati delle rispettive metropoli, inevitabilmente gli africani avevano scoperto le falle dei regimi coloniali e avevano sentito soffiare il vento della libertà e dell’indipendenza. Nel 1955, dieci anni dopo la grande guerra mondiale, un belga scriveva:
"Tutto permette di pensare che alle soglie del terzo millennio il re Baldovino, che allora avrà 69 anni (il Signore ha chiamato a sè il suo servo fedele molto prima che raggiungesse questa età), godrà ancora di buona salute, per il bene del suo popolo. Tutto permette inoltre di pensare che gli africani, nostri fratelli, avranno capito quello che noi intendiamo per promozione indigena. Dobbiamo ripetere loro che il nostro più grande desiderio è di vedere a Léopoldville, prima dell’anno 2000, un governatore di razza nera, cittadino belga e cooptato come membro del Senato del nostro paese".
L’autore che riporta questa citazione del giornalista belga prosegue:
"Superando audacemente questa sconvolgente prospettiva, il professor Van Bilsen, dell’Istituto universitario dei Territori di Oltremare con sede ad Anversa, pubblicava nel dicembre di quell’anno un piano trentennale per l’emancipazione dell’Africa belga. Il piano parlava soltanto di autonomia e non di indipendenza, ma negli ambienti coloniali fu ugualmente accolto con indignato stupore".
L’egregio professore venne bollato come un fanatico e fu accusato di voler svendere l’impero. Meno di tre anni dopo, a Bruxelles le cose avevano già preso tutta un’altra piega. Il ministro delle Colonie Van Hemelrijck lavorava a un piano di accesso progressivo all’indipendenza in quattro anni, e il 13 gennaio re Baldovino proclamava solennemente:
"Siamo oggi fermamente decisi a condurre le popolazioni congolesi all’indipendenza nella prosperità e nella pace, senza funesti indugi, ma senza sconsiderata precipitazione".
Soltanto diciotto mesi dopo, si era già in pieno marasma. Il 21 settembre 1960, di fronte alla stampa di Bruxelles, il barone Paul Kronacker, che era presidente della Camera dei rappresentanti e che aveva molti interessi in Congo, commentava con una frase carica di collera e di disprezzo la fuga dei suoi compatrioti dal paese africano: "Sono partiti come frecce". Si assisteva infatti a un incredibile fuggifuggi dall’ex colonia modello, la cui indipendenza era stata infine proclamata il 30 giugno, e dove erano scoppiati quasi subito quei disordini che sono ancora nella memoria di tutti... "Se non si tiene costantemente conto di questa indipendenza precipitosa, non è possibile capire qualcosa dei primi vent’anni dell’indipendenza del Congo, divenuto in seguito Zaire, e a maggior ragione non è possibile pronunciare un qualsiasi giudizio su di essi".1
Anuarite è nata, è vissuta ed è morta in questo Congo, che poco dopo l’indipendenza è diventato il teatro di una serie di tragedie senza nome. Anch’io ho conosciuto questo Congo, ma ero ancora bambino o appena adolescente. Mi ricordo bene della domenica in cui sono scoppiati i primi disordini nella città di Léopoldville. Era il 4 gennaio 1959. Mio padre e i miei due fratelli, che tornavano dal fiume mentre scendeva la notte, raccontarono la notizia a mia madre e a me, press’a poco nei seguenti termini: "Al fiume abbiamo saputo che all’uscita dallo stadio, dopo il discorso del borgomastro Kasavubu, ci sono state delle sommosse; è successo qualcosa che non si era mai visto a Léopoldville: i neri si sono rivoltati contro i colonizzatori bianchi. Le conseguenze di questo avvenimento, diceva mio padre, saranno nefaste per l’intera popolazione. I colonizzatori ci puniranno come non hanno mai fatto finora".
Andammo a dormire con la morte nell’anima, sperando in qualcosa di meglio per l’indomani dopo quelle tristi notizie. Il lunedì mattina, come al solito, nostro padre uscì di casa verso le 4.30 per andare al lavoro. Rientrò poco dopo, dicendo che c’erano ancora disordini nel centro della città, che non c’erano autobus, e che al ponte Matete i commercianti portoghesi dovevano far fronte ai saccheggi a cui si stava abbandonando la popolazione. C’erano cadaveri un po’ dovunque. Che fare? Mio padre pensò che fosse bene andare ad aiutare i preti e i padri di Scheut della nostra parrocchia. Andai anch’io con lui. Che desolazione! La nostra chiesa era stata saccheggiata, la grande statua del Sacro Cuore era in frantumi. Ho visto con i miei occhi portar via i beni delle suore, gli oggetti di culto.
Il tabernacolo era stato fatto a pezzi, ed è molto probabile che le sante specie fossero state profanate. Fu una giornata terribile, di triste memoria. Credo di essermi separato, dopo un po’, da mio padre. Ci siamo ritrovati a casa. Quella sera, se ben ricordo, la Forza pubblica lanciò bombe lacrimogene per disperdere gli assembramenti e indurre le persone a tornare alle loro case. Fu una notte triste, una notte insonne in cui tutti i bambini si rannicchiavano come pietrificati contro i loro genitori. Poveri genitori, che cosa potevano fare? Sapevano ben poco di quello che i loro leader avevano in mente. A poco a poco è ritornata la calma, e la vita è tornata a scorrere normalmente. La popolazione cominciava a capire che i politici volevano l’accesso del Congo all’indipendenza. Ben prima che tutto ciò avvenisse, c’era stata una guerra di altro genere, quella delle scuole, il cui impulso era venuto dal Belgio.
Nel 1955 un ministro delle colonie di nome Buisseret, membro del partito liberale, decise di spezzare il monopolio delle scuole confessionali introducendo scuole laiche. I missionari informarono i loro fedeli, dicendo loro di non mandare i figli in quelle nuove scuole senza religione. I cristiani erano molto combattuti, anche perché le scuole laiche avevano edifici scolastici migliori e si presentavano con un nuovo stile. Alcuni insegnanti preferivano lavorare in queste scuole senza religione per sottrarsi all’autorità dei missionari che li avevano formati e che si opponevano alla poligamia e al concubinato, limitando la loro libertà. Nella scuola laica non si dava peso a questo genere di problemi.
Comunque sia, a partire dalla metà degli anni ’50 un vento nuovo cominciò a soffiare nella colonia belga. Dal momento che il Congo-Léopoldville non era un paese isolato, un altro fenomeno importante era costituito dall’attenzione con cui si seguiva lo sviluppo degli avvenimenti nelle colonie francesi come il Congo-Brazzaville. Nel 1956 nacque l’ABAKO, il partito politico di Nzeza Nlandu e di Kasavubu. E fu pubblicato il Manifesto degli intellettuali congolesi: "La coscienza africana"; il cardinal Malula, come dirà in seguito Joseph Ileo, partecipò alla sua redazione. Tutti questi avvenimenti erano ignorati dalla maggior parte della popolazione "kinoise", per non parlare del mondo dei villaggi, dove soltanto alcuni intellettuali erano al corrente di qualcosa.
Quando si parla di intellettuali, è bene precisare di chi si tratta. In un primo tempo la Colonia belga aveva favorito innanzitutto le scuole elementari, le scuole medie inferiori e le scuole professionali a ciclo breve. Soltanto nel 1948 vennero aperte alcune scuole superiori il cui diploma avrebbe reso possibile l’accesso all’università per l’anno 1954. Prima di questa data, i seminaristi, aspiranti al sacerdozio, erano gli unici a seguire corsi di studio di livello superiore, non riconosciuti. I figli degli europei avevano le loro scuole, come l’istituto Alberto I di Kalina a Kinshasa o l’istituto Notre-Dame de la Victoire a Bukavu, entrambi diretti dai Gesuiti.
Nel Katanga c’era anche l’istituto dei Salesiani, oggi Imara. Questo è press’a poco tutto ciò che esisteva allora. I Gesuiti di Kisantu, per la verità, avevano cercato di dare una formazione superiore a quelli che avevano fatto quattro anni di scuola post-elementare. A tale scopo avevano fondato una scuola di amministrazione, una scuola per assistenti sanitari e una scuola per assistenti agronomi. Questi corsi annunciavano in qualche modo la nascita dell’università Lovanium, fondata per iniziativa della Compagnia di Gesù. Dal momento però che i Gesuiti non avevano un numero sufficiente di professori universitari, si fece loro capire che dovevano cedere la direzione dell’università al clero belga, come infatti avvenne.
Al momento dell’accesso del paese all’indipendenza, c’erano pochissimi uomini preparati a prendere in mano il futuro del Congo. È questo il primo aspetto del dramma del Congo indipendente: la carenza di uomini competenti. Alla testa di questo grande e bel paese, con i suoi complessi problemi etnici e le sue inaudite ricchezze, ambite dalle società multinazionali e dalle potenze occidentali, troveremo uomini che hanno conseguito la licenza elementare, maestri ed ex-seminaristi. Bisogna tener conto di questa situazione per comprendere le ribellioni che vedremo succedersi in questo paese.
A proposito dei segni che preannunciano l’indipendenza del Congo-Léopoldville, nella sua "Storia dell’Africa nera" Kizerbo scrive:
"L’anno 1958 è ricco di eventi che accelerano il processo che condurrà all’indipendenza. È l’anno dell’esposizione universale di Bruxelles, dove, nel padiglione che ospita gli africani, i congolesi hanno la possibilità di conoscersi fra loro, prendendo contatto nello stesso tempo con il resto del mondo e in particolare con gli altri africani. Un cambiamento si produce nello spirito di molti di loro; la coscienza di una situazione di inferiorità e la volontà di agire si rafforzano; ciò che il Belgio ha voluto presentare come una giustificazione dell’opera coloniale contribuisce a delinearne la fine. Il 1958 è anche l’anno della sosta del generale De Gaulle a Brazzaville; l’eco del suo discorso, in cui concedeva l’indipendenza, fa presto a varcare il fiume e a ripercuotersi nei quartieri "indigeni" di Léopoldville. I leader congolesi si riuniscono immediatamente per firmare una petizione indirizzata al ministro del Congo allo scopo di reclamare un piano che conduca a tappe all’indipendenza del Congo. Il 1958, infine, è l’anno della Conferenza panafricana dei popoli convocata ad Accra...".2
Con le leggendarie ricchezze del Congo, i leader congolesi in cerca di potere credevano di poter realizzare qualsiasi cosa, anche senza una buona gestione da parte loro. Con l’indipendenza, speravano che con pochi sforzi si sarebbero arricchiti come i colonizzatori. Vivevano per lo più nell’illusione. Ancora una volta bisogna constatare la mancanza di quadri competenti che fossero in grado di prendere in mano le sorti del grande Congo. Mancava soprattutto una formazione morale che aiutasse a gestire bene la cosa pubblica. A proposito delle ricchezze del paese, Barnes si esprime nei seguenti termini:
"La storia coloniale del Congo è in primo luogo la storia di uno sviluppo economico senza uguali nell’Africa di allora, fondato sullo sfruttamento metodico e su larga scala di immense risorse agricole e soprattutto minerarie, a loro volta quasi senza uguali nei territori a sud del Sahara (ad eccezione del Sud Africa). Già alla vigilia della seconda guerra mondiale, si contavano in Congo più di 500.000 salariati, che rappresentavano all’incirca il 20% della popolazione maschile adulta in età lavorativa.3
La vera ricchezza di un popolo è innanzitutto il suo capitale umano. È l’uomo a costituire il valore di una nazione. Senza uomini e donne di valore, senza persone responsabili, le ricchezze materiali non servono a nulla. Agli inizi delle indipendenze africane, la maggioranza della popolazione si è trovata priva di quella formazione umana di base che sarebbe stata necessaria per far fronte alle realtà contemporanee. Si tratta di una formazione che rispetti il patrimonio culturale negro-africano, aprendosi nello stesso tempo all’apporto dell’universale.

2. Le ribellioni

Nei documenti relativi alla causa di beatificazione di Anuarite, la Congregazione per il culto dei santi ricostruisce, in base a una relazione di p. Esposito e alle informazioni fornite dall’agenzia DIA e da altre fonti, la trama delle ribellioni che hanno dato origine alla drammatica situazione dell’Alto Zaire. Il 15 febbraio 1964 viene occupata la ferrovia di Ilebo. Il 23 febbraio vengono assassinati due professori belgi. L’8 marzo viene attaccata la missione dei Padri Oblati di Maria Immacolata, e quattro missionari vengono uccisi. Poco dopo viene sepolto vivo un prete zairese, don Lankwan. Tutta la diocesi di Idiofa, dove operano gli Oblati di Maria, è sottosopra. Un gran numero di padri e di fratelli di questa congregazione si rifugiano nel noviziato dei Gesuiti, a Djuma, nella diocesi di Kikwit. Teatro di tutti questi avvenimenti è il territorio del Kwilu, nell’attuale regione di Bandundu.
Dopo circa due mesi, il 18 maggio 1964, scoppia nel Kivu la ribellione di Gaston Soumialo: la diocesi di Uvira e le zone circostanti sono nella tormenta. I missionari Saveriani vengono catturati e malmenati; tre di loro vengono uccisi. E non è tutto. L’incendio investe un’altra regione del paese. Il 27 maggio, nel Katanga, i ribelli conquistano Kalemie. In giugno, il Katanga settentrionale e il Maniema sono nelle mani di Mulele. Tutta la zona viene messa a ferro e fuoco: la desolazione e il terrore dilagano ovunque. Molti bambini assistono impotenti all’esecuzione sommaria dei loro genitori. Si assiste a una tragedia senza nome. È il regno dell’orrore. Gli ultimi caschi blu si ritirano, il primo ministro Adula dà le dimissioni.
Il 6 giugno 1964 gli succede Tshombe, formando un nuovo governo che si prefigge di porre fine alle ribellioni. Poco dopo, il 21 luglio, i ribelli avanzano e occupano Baudouinville. Soumialo annuncia spudoratamente che si sono create due zone di ribellione: quella orientale che obbedisce a lui e quella occidentale che obbedisce a Mulele.
La diocesi di Kongolo è invasa dai ribelli il 28 luglio. Sono passati circa due anni da quando, in questa località, sono stati assassinati a sangue freddo venti missionari Spiritani. Era il primo gennaio 1962. Vent’anni dopo, un testimone oculare scriveva al vescovo di Kongolo rievocando in maniera commovente l’accaduto:
"Monsignore, ieri sera le ho detto che non assisterò alla cerimonia commemorativa del primo gennaio 1982. Ho deciso di non venire per il semplice motivo che non vorrei deviare con la mia presenza l’attenzione dei cristiani e degli amici di Kongolo, che vedendomi potrebbero dimenticare il grande sacrificio dei nostri venti confratelli, che sono caduti solo perché non avevano voluto fuggire.
Per quanto mi riguarda, non ho fatto assolutamente nulla per essere risparmiato, e non vedo perché dovrei essere trattato come un eroe, quando non c’è nessun motivo per considerarmi tale. Non ci sono eroi, Monsignore, ci sono soltanto persone che subiscono gli avvenimenti, loro malgrado e perché vi sono costretti. Le chiedo semplicemente di essere lei a fare l’omelia in quell’occasione. Lei solo è degno di parlare in nome loro, lei solo può spiegare alla gente quell’incredibile dramma, quell’olocausto inutile e ingiustificato che ha spezzato all’improvviso tante vite così necessarie alla chiesa di Kongolo e dell’intero paese.
Responsabile del dramma è stata una piccola parte del battaglione che stava invadendo Kongolo. Secondo me, si trattava soltanto di una trentina di soldati. Il resto del battaglione presidiava la città, il centro e il fiume. Nessuna autorità militare superiore accompagnava questi soldati al momento del loro ingresso in città. Noi siamo stati arrestati domenica 31 dicembre 1961, verso le cinque del pomeriggio. Condotti al campo militare, siamo stati rinchiusi nelle celle del corpo di guardia. Eravamo ciascuno in una cella e non potevamo comunicare fra noi. Sorvolo su ciò che è accaduto la mattina seguente. Non è il caso di raccontarlo. Verso le dieci o le undici (non posso precisare l’ora perché ci avevano rubato gli orologi) ci hanno fatti uscire in fila, in direzione del fiume.
Mi trovo per caso ad essere l’ultimo della fila. Nel momento in cui esco (per ultimo) un soldato si precipita su di me, mi insulta e mi costringe a rientrare nella sede del corpo di guardia. Malgrado la mia resistenza, mi spinge brutalmente, ma dicendomi sottovoce che vuole salvarmi. Confesso che non gli ho creduto e che l’ho insultato a mia volta. Mentre discutevamo aspramente, ho sentito i colpi di fucile. La fila delle vittime era arrivata al centro del campo militare; là sono stati abbattuti, sotto i manghi che sorgevano in quel luogo. Poi i loro corpi sono stati trascinati fino al fiume; li hanno spogliati e li hanno gettati nell’acqua. Quindi i soldati sono tornati al corpo di guardia. Mi hanno visto e mi hanno fatto uscire per uccidermi, ma il soldato che mi aveva fatto rientrare è intervenuto. Una seconda volta hanno cercato di uccidermi, ma diversi altri soldati si sono opposti. Il soldato che mi ha salvato è il sergente Jérôme Rwange, originario della città di Goma, nel Kivu. Non mi conosceva, non aveva mai vissuto a Kongolo. Mi ha detto che era cristiano e che si era sposato in chiesa; mi aveva salvato sperando che altri soldati si comportassero allo stesso modo, così da limitare il disastro. Purtroppo nessuno aveva seguito il suo esempio, e questo spiega la mia situazione... Verso le due o le tre del pomeriggio, è arrivato a Kongolo il colonnello Pakasa. Ha seguito il suo battaglione a ventiquattro ore di distanza. Messo subito al corrente della tragedia, è venuto da me nella cella dove mi avevano rinchiuso, questa volta per proteggermi. Ha pianto davanti a me, assicurandomi che era innocente e che non capiva perché i suoi soldati avessero ucciso i Padri. Ho creduto alle sue parole e la sua sincerità mi ha convinto...
Tutti quei Padri avrebbero potuto mettersi in salvo sulla riva destra del fiume; se l’avessero fatto, non sarebbero stati uccisi. La popolazione che fuggiva di fronte all’avanzata dei soldati ci aveva consigliato di andare via. Ma con noi c’erano le suore, i seminaristi, i malati e i vecchi che si erano rifugiati presso la missione: un centinaio di persone in tutto. Come avremmo potuto andarcene tutti quanti? E poi... perché andare via? Ne avevamo parlato, e nessuno di noi aveva voluto partire. Eravamo decisi a operare a Kongolo, con chiunque, senza scegliere un partito o l’altro...
Preghiamo per la chiesa dello Zaire, perché il sacrificio dei nostri venti confratelli dia a coloro che lo ricordano una fede ardente e un’assoluta fiducia in Gesù Cristo che conduce ogni cosa per la gloria del Padre..." (Jules Darmont, ssp.).
Il dramma di Kongolo ci fa vedere come, poco dopo l’indipendenza, il Congo fosse già teatro di ribellioni un po’ dovunque. Ma riprendiamo il filo degli avvenimenti. Il 4 agosto 1964, i ribelli occupano Kisangani, e il 12 Ubundu; il 13, dopo aver messo a ferro e fuoco Kalemi e Kongolo, se ne vanno. Il 15 agosto occupano la diocesi di Wamba, e in particolare il capoluogo. Il 20 agosto, l’esercito regolare agli ordini di Mulamba mette in fuga i ribelli del Kivu; il 22 agosto, la vita di numerosi ostaggi europei è minacciata e in pericolo. Il primo settembre, il segretario generale dell’Onu ordina ai ribelli di liberare gli occidentali tenuti in ostaggio a Kisangani. Il 7 settembre, i ribelli fondano la repubblica di Kisangani sotto la direzione di Gbenye e Soumialo, il primo come presidente e il secondo come ministro della difesa. I due si rifiutano di accogliere favorevolmente l’invito del segretario generale dell’Onu. Il 17 settembre, l’esercito regolare occupa Kongolo.
Nel frattempo, Tshombe era fuggito e dal 14 settembre si trovava in carcere al Cairo. L’8 ottobre, a Kisangani, i ribelli uccidono il provinciale dei Fratelli Maristi, Fr. Eduard Ettinger. Poco dopo, e precisamente il 15 ottobre, minacciano di morte gli ostaggi occidentali. Gbenye applica la politica della terra bruciata. Il 12 novembre decide di trattare con i ribelli per la liberazione degli ostaggi. Ma il 16 novembre, invece di una trattativa, ha luogo il massacro di un certo numero di occidentali. La liberazione degli ostaggi di Kisangani verrà finalmente realizzata il 24 novembre, grazie ai paracadutisti belgi.
Molti occidentali trovano la morte a Mungbere. Il 26 novembre, gli stessi paracadutisti liberano anche gli ostaggi di Isiro. A Wamba, i ribelli massacrano un gran numero di occidentali, fra cui mons. Wittebols di santa memoria. La liberazione degli ostaggi da parte dei parà belgi non implicava soltanto la lotta fra questi ultimi e i ribelli, con il suo strascico di morte fra gli ostaggi e i ribelli; con ogni probabilità, fra le vittime ci sono anche congolesi innocenti. I parà belgi lasceranno la zona di Wamba il 29 novembre 1964. L’esercito regolare non arriverà a ristabilire l’ordine a Isiro che poco dopo il martirio di suor Anuarite. L’Esercito nazionale congolese, infatti, occuperà Wamba soltanto il 29 dicembre 1964.
Tutte queste ribellioni hanno provocato la tragica morte di 182 religiosi (114 sacerdoti, 29 fratelli, 38 suore e un seminarista). E con ogni probabilità ci sono stati migliaia di morti fra le popolazioni congolesi di quelle regioni devastate. Queste informazioni, riportate da p. Esposito nel dossier relativo al processo di beatificazione di suor Anuarite, sono state fornite dall’agenzia DIA del 18 aprile 1966. Il martirio di Anuarite ha dunque avuto luogo in un periodo in cui lo Zaire, il Congo di allora, era alle prese con una serie di ribellioni scoppiate a partire dal 1963. A Kisangani e nel Kwilu, le ribellioni erano condotte da gruppi mulelisti, nati dal movimento suscitato da Mulele, ex alunno dei Gesuiti e originario del Kwilu. Nello Zaire si vivono ancora le conseguenze di tutte queste ribellioni. Ci vorrebbe uno stato di diritto per mettere fine ai disordini.

 

II. La vita della serva di Dio

1. Infanzia e adolescenza di Anuarite

I biografi della beata Anuarite indicano date diverse per l’anno della sua nascita. Esposito scrive che Anuarite è nata nel 1941, mentre Somers, nel suo opuscolo in kiswahili, afferma che è nata nel 1939. James Fanning colloca la nascita della beata nel 1941, ma probabilmente si limita a riprendere l’indicazione fornita dal libro di Esposito e Somers pubblicato nel 1981 dalla casa editrice Saint Paul Afrique. Somers, che aveva scritto il suo opuscolo nel 1978, ha dunque cambiato parere circa la data di nascita di Anuarite? Suor Marie-Damien Sibille, che la conosceva dalla quinta elementare e che è stata la sua maestra delle novizie, afferma che Anuarite "è nata il 29 dicembre 1939".4
Secondo p. Somers, Anuarite sarebbe stata battezzata due volte. Il primo battesimo avrebbe avuto luogo nel 1943. Non essendo più stato trovato, a quanto sembra, il documento che lo certificava, quando venne il momento di darle la prima comunione si dovette battezzarla, probabilmente sotto condizione. La cerimonia si sarebbe svolta il 25 luglio 1948. Nell’opuscolo in lingala, Mokatisi Ngambo scrive che Anuarite fu battezzata nel 1945. Durante il processo di beatificazione, è stato detto chiaramente che suor Anuarite aveva ricevuto il battesimo con sua madre e le sue sorelle nel 1943, e che aveva fatto la prima comunione il 15 agosto 1948.
I suoi genitori, Amisi e Isude, ebbero sei figlie femmine: Nambeu Bimuloko Inyangbaka Bernadette, Malamatane Suzanne, Anuarite Léontine, Nengapeta Alphonsine (la nostra beata), Anuarite Marie-Thérèse, Anjelani Pauline. Anuarite, la cui famiglia appartiene al clan Bapoma dell’etnia Wadubu, è nata nell’estrema periferia del quartiere di Wamba che allora si chiamava Anversa, oggi "Vittime della ribellione".
Alphonsine (Nengapeta Anoalite significa, secondo suo padre: la fecondità provoca l’invidia, ma la famiglia non se ne cura) ha avuto un’infanzia comune e un’adolescenza normale, che tuttavia sono state segnate dalla separazione dei suoi genitori. Non ci sono documenti scritti che dicano qualcosa dei primi anni della sua vita, ma ci sono i racconti di alcuni testimoni, e in particolare di sua sorella Suzanne Malamatane:
"Anuarite è una delle mie sorelle minori. Non conosciamo esattamente la sua data di nascita. Sul suo certificato di battesimo è indicato l’anno 1939. Anuarite è la quarta delle figlie. Quando nostro padre era in guerra in Egitto, ha scritto alla mamma una lettera in cui le diceva di seguire il catechismo e di farsi battezzare. La mamma è stata battezzata con tre delle sue figlie (tutte, tranne la maggiore). Alphonsine era ancora neonata. Papà, invece, non è stato battezzato. Ha cominciato a frequentare il catechismo, ma non è arrivato fino in fondo perché è stato trasferito. La maggiore non è stata battezzata a causa del suo carattere difficile; non è mai stata ammessa al battesimo, e alla fine è morta senza essere stata battezzata.
Papà era sempre all’estero. Le figlie vivevano con la mamma e con la nonna. Ogni giorno andavamo a messa con la mamma. Quando è tornato, papà è stato accolto bene. Non aveva intenzione di rimanere nel villaggio dove abitavamo; ha cominciato a costruire una casa a Wamba, nel quartiere Anversa. Fino a quel momento, l’unica scuola era quella di Bafwabaka.
Nel 1948, a Wamba sono arrivate le suore. Léontine e Alphonsine sono andate a scuola, rispettivamente in seconda e in prima elementare. Le due sorelle maggiori hanno dovuto restare a casa.
Abbiamo vissuto a Wamba con nostro padre per circa otto mesi. Poi lui ha trovato lavoro come autista, e il suo padrone gli ha chiesto di andare con lui a Bagabanuane, verso Kisangani. È andato, e in seguito ha chiesto alla mamma di raggiungerlo con le due figlie maggiori. Le altre bambine sono rimaste a Wamba con la nonna, una cristiana fervente che consigliava loro di praticare bene la religione. Siamo rimaste con papà a Bagabanuane per un anno. Poi ho raggiunto l’età da marito, e papà mi ha chiesto di tornare a Wamba con la mamma per prepararmi al matrimonio...
Non so bene. Papà è sempre stato severo, e lo è ancora. Non lasciava che le bambine andassero a giocare o a fare visita agli altri membri della famiglia. Neanche la mamma poteva andare. A volte litigavano. Quando uscivano da scuola, le bambine dovevano rientrare immediatamente, senza attardarsi lungo la strada. Più tardi, a Kisangani, ho saputo che papà aveva lasciato il suo padrone ed era tornato a Wamba, dove faceva sempre l’autista. Nel 1950 è tornato dalle parti di Kisangani, verso Nia-Nia. È stato allora che ha preso un’altra moglie. Le figlie sono rimaste a Wamba con la mamma e con la nonna. Intorno al 1953, papà è tornato a Wamba con la seconda moglie. Ha fatto costruire un’altra casa, riservando una stanza per la sua prima moglie. Ha chiesto alla mamma di raggiungerlo e di rimanere insieme alla seconda moglie. La mamma è andata, ma era una situazione che non le piaceva, per cui è tornata dalla nonna. Da allora i miei genitori sono separati".
- Com’era Alphonsine? Chiede il tribunale ecclesiastico.
"A casa, non ho mai visto niente di male in lei. Era una bambina gentile, le piaceva aiutare la sua famiglia e tutti gli altri. Preparava da mangiare, andava a prendere la legna, era molto servizievole. Era una bambina vivace, alquanto turbolenta. Era allegra e faceva ridere gli altri.
Tornava in fretta da scuola per aiutare la mamma e aspettava la sorella maggiore per mangiare. Per quanto riguarda la sua vocazione religiosa, la decisione è stata sua. In casa non ha detto niente. Abbiamo saputo per caso che era andata a Bafwabaka. La mia sorella maggiore si è accorta che non era tornata a casa. Allora la mamma è corsa alla missione per sapere che cosa era successo. Le hanno detto che Alphonsine era già partita col gruppo delle ragazze che volevano diventare religiose. La mamma non lo sapeva. Tuttavia ha accettato. L’ho rivista a Bafwabaka nel 1957, quando ha preso l’abito religioso".5
Il giudice ecclesiastico chiede al padre di Anuarite, Amisi Badjulu, se il motivo per cui l’aveva lasciata andare era che sua moglie Isude aveva soltanto figlie femmine.
"No, risponde Amisi; l’ho lasciata andare perché era stata battezzata e il vescovo mi ha obbligato a non oppormi". Aggiunge di aver sempre cercato, per quanto gli era possibile, di prendersi cura delle sue figlie nonostante il divorzio. Secondo la madre, spesso non è stato così. Entrambi comunque, ciascuno a suo modo, hanno aiutato le figlie.
A proposito di Anuarite, la sua figlia prediletta, Amisi rende la seguente testimonianza: "Era una bambina dal carattere molto vivace. Se qualcuno diceva o faceva qualcosa di scorretto, non esitava a farglielo notare, anche se si trattava dei suoi genitori. Era molto diligente; le piacevano il lavoro manuale e il disegno. Quando ha manifestato il desiderio di diventare religiosa, i padri sono venuti a chiedere il consenso dei suoi genitori. Io ero contento, non avevo obiezioni. Dunque è entrata in convento. Nengapeta Anoalite non voleva soltanto proseguire gli studi, voleva farsi religiosa. Sono andato alla sua vestizione insieme al capo del villaggio e a molte altre persone. Le sono stati presentati dei doni, e io sono rimasto là per una settimana".
Sarebbe stato auspicabile che i genitori di suor Anuarite avessero contratto un matrimonio religioso; ma il giorno della sua beatificazione erano presenti entrambi, ciascuno per conto proprio. Come ex combattente della seconda guerra mondiale, il padre di Anuarite avrebbe voluto avere un figlio maschio, ma la moglie gli dava soltanto figlie femmine e la gente del villaggio prendeva in giro quel guerriero che non era capace di generare un figlio. Ferito nel suo amor proprio, Amisi Badjulu decise di prendere una seconda moglie, nella speranza di riuscire ad avere almeno un figlio. Isude Julienne, una donna di carattere, non aveva nessuna intenzione di vivere con un marito poligamo. Così i due si sono separati. Ma ciò non ha impedito loro di ritrovarsi insieme per affrontare alcuni importanti problemi di famiglia.
Comunque sia, la piccola Anuarite farà i suoi primi passi nella vita all’interno di una famiglia divisa. E non sarà una cosa facile. Anuarite amava entrambi i suoi genitori e li accettava così com’erano. Ciò che ha dovuto soffrire non è raro nelle famiglie di oggi. In tale contesto si è formato il suo carattere. Anuarite non accettava tutto passivamente; in certi momenti sapeva reagire con forza. Si racconta che un giorno un gruppo di ragazzi cercò di molestare le ragazze del suo gruppo. Non esitò allora ad armarsi di bastone, con le sue compagne, per difendersi da loro. Nella lingua dei Wadubu, Anuarite significa non aver paura della guerra. Ma la nota dominante della sua infanzia e della sua adolescenza è la disponibilità: si prendeva cura delle persone anziane e sapeva dedicarsi totalmente al servizio degli altri. Non si trattava soltanto di una disposizione naturale, ma anche del desiderio di imitare il Cristo.
Fin dalla sua tenera infanzia, Anuarite amava la preghiera. Si racconta che un giorno la sorella maggiore l’aveva interrotta mentre stava pregando, e Anuarite le aveva detto che, se avesse continuato a disturbarla, quel giorno non avrebbe mangiato. Questo episodio rivela l’importanza che Anuarite attribuiva alla sua vita d’intimità col Signore; anche la sua devozione alla Vergine Maria era molto grande.
I suoi risultati scolastici erano assai mediocri. Dopo le elementari, le suore avrebbero voluto che si iscrivesse al corso di economia domestica. Ma poiché pensava alla vita religiosa, bisognava che frequentasse la scuola magistrale. Per essere ammessa, dovette ripetere la quinta elementare. Potè quindi iscriversi al ciclo breve D3 della scuola magistrale di Bafwabaka.
Suor Marie-Clémentine aveva un grande amore per la Vergine Maria e amava appassionatamente il Cristo Gesù, suo Signore. La profonda amicizia col Signore Gesù l’aveva aiutata a crescere in perfetta castità. Era pura nello spirito e nel corpo. In un ambiente difficile come il suo, ha saputo dimostrare che è possibile trascorrere un’adolescenza pura e gioiosa; aveva orrore dei discorsi ambigui in materia di castità. Con il suo atteggiamento, aiutava le sue compagne a crescere nella castità secondo lo spirito del vangelo.
A scuola si studiava, ma c’erano anche i momenti di distensione. Anuarite giocava con le sue compagne. Non di rado succedeva che certi giochi sfociassero in vere e proprie baruffe. Questo non piaceva ad Anuarite, che spesso si eclissava per evitare le lotte fra gruppi. Anche lei andava a pescare, come tutte le sue compagne. Non si prendevano molti pesci, ma si portava sempre a casa qualcosa.
Durante gli anni di scuola fu aspirante e poi postulante della congregazione delle Suore della Jamaa Mtakatifu.
Portò a termine gli studi con molta fatica e ricevette il diploma di maestra D3 nel 1956. Negli anni 1956-57 insegnò in terza e in quarta elementare. In seguito, nel 1960, conseguirà anche il diploma D4.

2. Novizia e religiosa

La giovane Alphonsine Anuarite entrò nel noviziato delle Suore diocesane della Sacra Famiglia (Jamaa Takatifu), una congregazione che era stata fondata nel 1936 a Bafwabaka da mons. Verfaille, vicario apostolico delle Falls (diocesi di Kisangani e di Wamba).
Il giorno della vestizione (5 agosto 1957) la gioia di Anuarite fu immensa. La sua maestra delle novizie racconta:
"Aveva un solo timore, che tuttavia era misto a speranza. I suoi genitori, divorziati da tempo, in quel giorno si sarebbero rivisti. Anuarite desiderava ardentemente che facessero la pace, ma nello stesso tempo aveva una gran paura che, incontrandosi, ricominciassero a litigare fra loro. Non avvenne nulla di spiacevole. La sera, Anuarite venne a dirmi tutta la sua felicità di appartenere totalmente al Cristo".
L’orario del noviziato sarà molto positivo per lei.
La giornata iniziava alle sei del mattino, con la meditazione e la celebrazione dell’eucaristia (circa 50 minuti). Poi c’erano le pulizie, la prima colazione e la scuola (fino alle 12.30). Le lezioni riprendevano alle 14.00, dopo il pranzo e la ricreazione. Alle 16.00 si passava allo studio personale.
Alle 18.15 ci si riuniva per la preghiera della sera (mezz’ora circa); seguivano la cena e la ricreazione. Alle 20.30 l’orario prevedeva una riunione comunitaria e la preparazione della meditazione per il giorno seguente. Alle 21.00, la giornata si concludeva con un ultimo momento di preghiera. Quindi ciascuna si ritirava nella propria stanza per il riposo notturno, attraverso cui avrebbe ritrovato le forze per servire il Signore il giorno seguente. Questo orario insegnerà alla novizia a condurre una vita religiosa ordinata.
Entrando nella vita religiosa, Alphonsine Anuarite Nengapeta prese il nome di Marie-Clémentine. Alla superiora e alle compagne diceva che avrebbero dovuto festeggiarla due volte, perché i suoi santi patroni erano due: s. Alfonso de’ Liguori e s. Clemente; si sarebbero potute poi aggiungere le feste della Vergine Maria, che pure era sua patrona. A volte, scherzando, diceva: perché non mi hanno baciata oggi che si festeggia il mio santo patrono? E la superiora le rispondeva che non si poteva festeggiarla più volte. La maestra delle novizie, suor Damien, la aiutò molto nel suo cammino spirituale. Ascoltiamo la sua testimonianza:
"Era aperta a tutto ciò che riguardava la sua crescita spirituale; nelle sue aspirazioni e nei suoi sforzi come nelle sue cadute e nelle sue difficoltà, il suo desiderio era quello di diventare una vera religiosa. Era attenta alle istruzioni, alle meditazioni comuni, ai consigli che le venivano dati e che cercava di mettere in pratica. Direi che aveva una leggera tendenza allo scrupolo. Di tanto in tanto, bisognava scuoterla per toglierle dalla mente certe idee, per aiutarla a diventare adulta; a volte dava l’impressione di essere infantile nel suo modo di comportarsi. Succedeva che le venissero fatte delle osservazioni... ma bastava dirle una parola perché ritrovasse subito il sorriso e venisse a chiarire la situazione.
Nei rapporti con le compagne, a volte le cose non andavano molto bene; era tuttavia tenace nel suo sforzo e riusciva a dominarsi; e lo faceva sempre più facilmente, senza l’aiuto di nessuno se non del Signore. Le piaceva rendersi utile al suo prossimo, e tutte lo sapevano bene. Rimaneva sempre per ultima, per mettere tutto in ordine. Se la carne arrivava di sera e bisognava farla cuocere immediatamente, non avendo un frigorifero, lei era sempre pronta a rinunciare al sonno. A volte si vedeva che questo sacrificio le costava: sapeva che le altre se ne approfittavano, e lo diceva anche; ma si riprendeva subito e continuava il suo lavoro con entusiasmo".
Suor Anuarite godeva di una grande popolarità. Nella danza, a quanto si dice, non riusciva bene, ma era bravissima quando si trattava di suonare il tam-tam o di recitare. Padre Esposito riferisce nel suo libro un episodio divertente:
"Anuarite faceva divertire le consorelle; era capace di rimanere seria facendole ridere fino alle lacrime. Ecco un esempio: le suore, quando si permetteva loro di danzare, dovevano farlo con grande riserbo; si raccomandava loro di non ondeggiare sulle anche e di evitare le contorsioni, limitandosi a fare piccoli passi discreti. Un giorno, Anuarite si traveste da capo tradizionale e con la massima serietà sale sul tavolo, mettendosi a danzare una danza di guerra delle più scatenate. Tutte scoppiano a ridere, comprese le superiore che alla fine devono asciugarsi le lacrime... L’atmosfera un po’ raffinata della ricreazione viene immediatamente dissipata da questa sana reazione di vitalità fisica e morale".6
Durante il noviziato, suor Marie-Clémentine era stata incaricata dalla maestra delle novizie di occuparsi delle ragazze del famoso movimento Xavéri. Aveva preso molto a cuore questo incarico e lo svolgeva coscienziosamente. Quando le cose non andavano bene, a volte si irritava, ma poi riprendeva con impegno il suo lavoro apostolico. Era riuscita a organizzare molto bene due campi di formazione, con grande soddisfazione di tutti. Uno era stato tenuto a Obongoni, prima del suo ingresso in noviziato, e l’altro a Legu, durante il noviziato, nel 1959. A quest’ultimo campo parteciparono 150 ragazzine dagli 8 ai 13 anni. Anuarite osservava attentamente le cose che succedevano, non solo dentro di lei, ma anche intorno a lei. Era una di quelle persone che sanno di essere responsabili non solo di ciò che fanno ma anche di ciò che lasciano fare intorno a loro. Si era accorta che il vento dell’indipendenza cominciava a soffiare; a quell’epoca si parlava già del Movimento nazionale congolese (MNC), fortemente contrario agli europei.
Ascoltiamo ancora la testimonianza di suor Marie-Damien Sibille a proposito della sua intrepida novizia:
"Poiché ha una leggera tendenza agli scrupoli, di tanto in tanto bisogna ascoltarla, chiarire alcune cose e spronarla ad andare avanti. Quando si mette a fare qualcosa, si impegna sempre a fare del suo meglio, in tutti i campi: studio, preparazione delle lezioni, catechesi, riunioni del movimento Xavéri, iniziative della Legio Mariae o attività del noviziato. A questo proposito, non voglio rinunciare al piacere di raccontare alcuni aneddoti.
Nella regione dell’Uele, per cucinare si usano fornelli a legna. Una volta alla settimana, dunque, tutto il noviziato va in foresta con accette e scuri. È un diversivo, ma è anche un duro lavoro. Si tratta di ridurre i ceppi in pezzi trasportabili, e poi di farne solide fascine. La via del ritorno è faticosa, e alcune cercano - senza buoni motivi - di fare in modo di non essere della partita. Anuarite non è mai fra loro. Anzi, bisogna piuttosto frenarla. Vuole veramente dare il suo contributo alla comunità.
Un giorno, dal momento che il vicino oleificio è chiuso per motivi tecnici, si decide di fare l’olio in casa. Che lavoro! L’insolita attività permette scambi di opinioni, chiacchiere, racconti... Quando viene la sera, si tratta di lavare i bidoni che sono stati utilizzati e di rimettere tutto in ordine. Anuarite si fa avanti: le piace l’ordine, e lo spreco le fa orrore. Si ferma spesso per ultima, senza dir niente, per rimediare alla negligenza delle compagne.
Cucinare è per lei una dura prova. Non è molto abile in questo campo, al punto che la professa responsabile della cucina mi chiede di non darle la responsabilità della preparazione del pasto. Tutto quello che prepara lei è immangiabile, mi dice. Anuarite piange, ma ben presto si fa un punto d’onore di imparare a cucinare".7
La superiora generale di allora, madre Henriette, dopo averla esaminata e dopo aver consultato il suo consiglio, annunciò ad Anuarite che era ammessa alla prima professione temporanea. Suor Marie-Clémentine accolse la notizia con grandissima gioia: essere religiosa, essere sposa di Gesù Cristo, era stato fin dalla terza elementare il sogno della sua vita. Il 5 agosto 1959, con l’anima in festa, fece i suoi primi voti durante la celebrazione dell’eucaristia. Voleva vivere da quel momento in poi nella povertà, nella castità e nell’obbedienza, per amore del suo Signore Gesù e per Gesù solo. Non sapremo mai che cosa avvenne fra il Cristo e Marie-Clémentine durante quella messa, ma ci fu indubbiamente uno scambio ineffabile fra lo sposo divino e la sua sposa. Il Vangelo non ci insegna forse che l’albero si riconosce dai frutti?
Concluso il noviziato, la giovane professa continuò il suo lavoro di insegnante elementare. Poco dopo, frequentò dei corsi complementari per poter insegnare alle superiori, e precisamente alla scuola magistrale di Bafwabaka. Poiché si impegnava a fondo in tutto quello che faceva, andò incontro a una sorta di esaurimento fisico che richiedette un periodo abbastanza lungo di riposo. A volte andava in vacanza per fare visita ai suoi. In una di queste occasioni, come racconta la sorella Pauline, sua madre le aveva fatto un discorso molto serio:
"Vedi, figlia mia, la tua sorella maggiore è morta. Suzanne è sposata, ha dei figli e abita lontano, a Kisangani. Léontine è a Mambasa. Tuo padre non esiste più, per noi. Nessuno può aiutarci. Tu sei l’unica a poterlo fare. Le tue sorelle minori hanno bisogno di studiare. Soltanto tu puoi aiutarci. Lascia il convento e vieni a insegnare a Wamba; farai ugualmente del bene e ci libererai da una situazione difficile".
Udendo queste parole, suor Marie-Clémentine si adirò con sua madre. Le ricordò le parole del Vangelo: "Chi mette mano all’aratro e si volta indietro non è degno di me". Chi vuol seguire Gesù deve abbandonare la sua tribù, la sua famiglia e ogni cosa. E concluse dicendo: "Dal momento che hai voluto tentarmi nella mia vocazione, per penitenza reciterai il rosario".
Suor Anuarite non era un’insegnante eccezionale, ma era una buona insegnante, totalmente impegnata nel suo lavoro. E non si limitava a insegnare, ma si occupava in modo particolare delle ragazze che erano guardate con diffidenza dalla gente a causa di certi loro trascorsi. Le sue superiore la rimproveravano per questo, temendo che potesse lasciarsi corrompere. Ma una donna della tempra di Anuarite avrebbe dovuto ispirare loro fiducia. In comunità le cose non erano sempre facili. A volte si trovò di fronte ad atteggiamenti discriminatori: per il compleanno di una suora, ad esempio, si facevano molti doni, mentre di un’altra si ricordava appena la ricorrenza. Suor Françoise-Marie Genin, infermiera, riferisce a proposito di Anuarite un episodio che ci fa capire come il suo cammino spirituale non fosse di tutto riposo:
"Un giorno, poco dopo la sua professione religiosa, suor Clémentine era venuta a chiedermi qualcosa contro alcuni piccoli malesseri... Trovandola un po’ tesa e preoccupata, le domandai se andava tutto bene e lei scoppiò in lacrime; poi mi disse che in comunità le consorelle la trattavano in modo brusco, la rimproveravano: "Per loro, io non faccio mai niente di buono; suor Marie-Léontine (la prima superiora congolese) mi sgrida sempre". C’era sicuramente qualcosa di vero in quelle parole: suor Marie-Clémentine apparteneva a una famiglia molto semplice, originaria dei dintorni di Bafwabaka, mentre la maggior parte delle sue compagne veniva da un ambiente più evoluto (quello di Stanleyville, l’odierna Kisangani) e da famiglie collocate a un livello più alto nella scala sociale.
Altre voci dicevano che suor Marie-Clémentine era abbastanza ostinata (cosa che forse ha reso possibile la sua eroica resistenza di fronte alla morte). Semplice figlia della foresta, era svantaggiata dal fatto di essere un po’ maldestra e nello stesso tempo ostinata, come dice l’altra campana. Le ho consigliato, poiché amava il Signore, di ricordarsi che lui, il Salvatore, era stato offeso, tradito, maltrattato proprio da coloro che veniva a salvare e a cui non aveva fatto che del bene. A questo pensiero, il suo sguardo si è illuminato. Poi, le ho detto, bisogna che ti dica che se gli altri ci urtano, vuol dire che anche noi li urtiamo e facciamo qualcosa che per loro è difficile da sopportare. Accettare questo, è un modo per dimostrare al Signore che lo amiamo e vogliamo assomigliargli. Le ho dunque consigliato di scoprire le cose che davano fastidio alle altre, per correggersi. La risposta si è fatta attendere. Il sorriso di accettazione ha tardato un po’ a venire, ma è venuto, e suor Clémentine ha messo in pratica il mio consiglio".8
Anuarite non tollerava certe negligenze da parte delle consorelle. Succedeva in effetti che trovasse gli abiti ancora stesi ad asciugare all’aperto quando veniva buio; durante la notte avrebbero potuto essere rubati. A volte sapeva parlare con franchezza alle sue superiore, ma lo faceva sempre con rispetto e animata dal desiderio di piacere al Signore, suo sposo. Sapeva fin dove potevano arrivare le esigenze di un amore sincero e forte. La sua infanzia, la sua adolescenza, gli inizi della sua vita religiosa l’avevano preparata a difendere la sua verginità, nel momento scelto dal Signore, fino al martirio.
"Vivere in comunità quando si appartiene a tribù diverse, dice la sua maestra delle novizie, non è cosa facile. Tuttavia Anuarite è sempre un elemento di pace. Non soffia mai sul fuoco, anche se non ha paura di dire all’una o all’altra quello che le va detto... Piena di brio nei rapporti sociali, coscienziosa nel suo lavoro, Anuarite si incammina verso i voti perpetui... Suor Kahenga, la sua superiora, la stima molto. Per quanto mi riguarda, in questo periodo la seguo con attenzione. So che certe incomprensioni la faranno soffrire, ma Anuarite è ormai abbastanza forte per continuare il suo cammino. E quale cammino".9
La vita di Anuarite attira la nostra attenzione per lo spirito di fedeltà nelle piccole cose. La sua vita religiosa si è svolta nella massima semplicità: dal convento alla scuola, dalla scuola alla cappella, e così via. Non ci sono stati eventi straordinari. È nel contesto della vita di tutti i giorni che Anuarite ha imparato a santificarsi, donandosi interamente al Signore nell’umile servizio ai fratelli.
Anuarite aveva un profondo senso della verginità consacrata. In alcuni ambienti, anche religiosi, non si vorrebbe sentir parlare della verginità consacrata o del celibato per il regno dei cieli, col pretesto che non è opportuno, per pudore, toccare questi argomenti. Non possiamo tuttavia fare a meno di dire una parola sul dono di sé che Anuarite ha fatto, nel fiore degli anni, al Signore. È una nostra sorella, una donna della nostra terra e della nostra razza, che ha pagato con la vita il suo amore per Gesù Cristo, suo Signore e suo sposo. Questo la colloca nella scia dei suoi fratelli maggiori, i martiri dell’Uganda che si erano rifiutati di cedere all’omosessualità alla corte del re Mwanga. A causa della loro resistenza, in particolare al re, quei giovani paggi subirono il martirio a Namugongo. Possiamo dunque dire: nella scia dei fratelli maggiori, e a causa del suo indicibile amore per il Cristo, Anuarite resisterà al capo dei Simba, fino alla morte. Dobbiamo sentirci interpellati dal suo esempio. Che ne è della nostra consacrazione al Signore? Alla fine della nostra vita, oseremo guardare negli occhi il Signore per parlargli della nostra fedeltà in questo campo? Alcuni pensano che il celibato per il regno riguardi soltanto le persone consacrate. Invece riguarda anche i diaconi e i sacerdoti in quanto diaconi e sacerdoti che nel giorno della loro ordinazione hanno promesso di assumere questo stato di vita.
Fra le sue consorelle e i suoi assassini, chi avrebbe pensato che un giorno quella giovane donna avrebbe avuto quell’aureola di santità che oggi la circonda? Suor Marie-Clémentine è una fedele sposa di Gesù Cristo. Mentre evochiamo il martirio della serva di Dio, quali sono gli aspetti della sua vita che nelle circostanze attuali possono attirare la nostra attenzione? C’è innanzitutto la sua vita semplice, ma piena di Dio; c’è la sua fedeltà alla verginità consacrata, espressione del suo dono totale a Gesù, suo Sposo e suo Signore; c’è infine la sua grande disponibilità al servizio.

 

III. La donna e la verginità nel pensiero negro-africano

1. La donna nella letteratura negro-africana

Qual è l’immagine che l’uomo africano ha della donna africana?
Quando ero giovane, ho avuto la gioia di leggere la letteratura negro-africana e di approfondirne la conoscenza. Da questa letteratura emerge una certa immagine della donna nera. Chi non ricorda l’emozione la sua prima lettura del poema ineguagliato e ineguagliabile del guineano Camara Laye sulla donna nera?10 È molto probabile che Anuarite conoscesse questo famoso poema e lo cantasse con le sue alunne, come si usa fare ancora oggi nelle nostre scuole zairesi.
Per Camara Laye, la donna nera è innanzitutto madre:
"Donna nera,
donna africana,
madre mia, io penso a te.
O Dâman,
madre mia,
tu che mi hai portato sulla schiena,
tu che mi hai allattato,
tu che hai guidato i miei primi passi,
tu che per prima hai aperto i miei occhi
ai prodigi della terra,
io penso a te...".
La donna nera è madre e educatrice, perché apre gli occhi dei suoi figli ai prodigi dell’universo. Alla sua scuola tutti noi abbiamo imparato a camminare, a parlare, ad assimilare lo spirito della nostra cultura.
La donna nera è madre dei dolori dei suoi figli, e quindi del suo popolo:
"Dâman,
madre mia,
tu che hai asciugato le mie lacrime,
tu che hai rallegrato il mio cuore,
tu che hai sopportato con pazienza i miei capricci,
come vorrei ancora sentire il tuo calore,
essere bambino accanto a te.
Donna semplice, donna della rassegnazione...".
La donna africana è una donna robusta, dalle mani laboriose, che sa lavorare per due...
"Donna dei campi, donna dei fiumi,
donna del grande fiume,
madre mia, io penso a te".
Se nei nostri paesi ci sono persone che lavorano senza posa, queste sono le donne. Suor Anuarite conosceva fin all’infanzia i lavori dei campi.
La donna nera non è soltanto madre, è anche e soprattutto sposa che ispira fiducia; la sua generosità è forte come l’amore. Nel suo "Canto della Terra, canto dell’Acqua"11 (un adattamento per il teatro di uno dei più bei romanzi del mondo nero delle Antille, Gouverneurs de la Rosée di Jacques Roumain) il poeta zairese Elebe Lisembe ci ha fatto scoprire in un memorabile brano il ritorno della vita attraverso l’amore, la fiducia e la generosità di Manuel e di Annaïse. Conquistare la fiducia di una donna, dice Manuel, vuol dire conquistare la fiducia di tutto un popolo...
"MANUEL - La fiducia, è quasi un mistero. Non si compra e non ha prezzo. Dal primo giorno, Anna, tu lo sai, dal primo giorno ho visto che in te tutto era chiaro e limpido come una sorgente, come la luce dei tuoi occhi.
ANNAISE - Basta con queste chiacchiere; non servono a nulla e non sono necessarie. Anch’io, dopo il nostro primo incontro lungo la strada del villaggio, mi sono detta: non è come gli altri, e sembra molto sincero. (...) Qual è il mio ruolo?
MANUEL - Quando avrò fatto scorrere l’acqua, te lo farò sapere e tu comincerai a parlare alle donne. Quando si conquista la fiducia delle donne, si è conquistata la fiducia di tutto un popolo".
La nostra giovinezza si è nutrita anche del famoso romanzo del senegalese Cheik Hamidou Kane, "L’avventura ambigua".12 Chi non ricorda la figura nobile e maestosa della Grande Sovrana?
La donna africana è educatrice dei popoli, è una donna intelligente e di cuore. Ma è soprattutto maestra di vita, saggezza forte e dolce, affascinante:
"- Io dico questo: io, la Grande Sovrana, non amo la scuola straniera. La odio. Tuttavia ritengo che dobbiamo ugualmente mandare là i nostri bambini. (...) Ardo Diallobé, ieri lei mi diceva: "Si può sospendere la parola, ma non la vita". È molto vero. Guardate il bambino di Coumba. - La gente era immobile, come pietrificata. Soltanto la Grande Sovrana si muoveva, collocata al centro dell’assemblea come il seme nel suo involucro.
- La scuola verso cui sospingo i nostri figli ucciderà in loro ciò che oggi noi giustamente amiamo e conserviamo con cura. Forse il ricordo stesso di noi morirà in loro. Quando torneranno dalla scuola, alcuni non ci riconosceranno più. Quello che io propongo, è che noi accettiamo di morire nei nostri figli, e che gli stranieri che ci hanno sconfitti prendano in loro tutto il posto che noi avremo lasciato libero. - Tacque di nuovo, anche se nessun mormorio l’aveva interrotta. Samba Diallo si accorse che qualcuno, vicino a lui, si era messo a russare.
Alzò la testa e vide due grosse lacrime rigare il volto rude del maestro dei fabbri.
- Stirpe dei Diallobé, pensate ai nostri campi. Che cosa facciamo? Vi mettiamo il ferro e il fuoco, li uccidiamo. Pensate a quello che facciamo delle nostre riserve di semi quando è venuta la pioggia. Vorremmo mangiarli, e invece li nascondiamo nella terra. L’uragano che annuncia la grande stagione delle piogge del nostro popolo è arrivato con gli stranieri, stirpe dei Diallobé. Il mio parere, Grande Sovrana, è che i nostri semi migliori e i nostri campi più cari sono i nostri figli. Qualcuno vuole parlare?
Nessuno rispose.
- Allora, la pace sia con voi, stirpe dei Diallobé, concluse la Grande Sovrana".13
L’autore ha messo questo insegnamento profondo sulle labbra di una principessa africana, di una donna nera. Quelli che non conoscono bene l’Africa hanno sempre creduto che la donna, in Africa, non avesse mai niente da dire. È vero che abitualmente la donna nera non prende la parola nelle grandi assemblee, ma tacere, per lei, significa parlare molto più profondamente e più a lungo. Donna nera, donna dalla parola sconcertante e misteriosa!
Anche suor Anuarite appartiene alla grande schiera delle donne africane che si sono rivelate educatrici dei popoli.
La donna nera non è soltanto saggezza; è maestra di vita e portatrice della cultura del suo popolo. Nel suo poema intitolato "Notte di Sine",14 Léopold Sédar Senghor afferma di ricordare e rimpiangere.
Che cosa ricorda? L’Africa, la Donna nera a cui chiede di posare sulla sua fronte le sue mani profumate, che hanno proprietà simili a quelle del balsamo. La donna nera che l’ha introdotto all’Africa continua a introdurlo, al di là dei mari, in Occidente, nel suo mistero. Questo è ciò che ricorda. La donna è portatrice della cultura negro-africana.
Che cosa rimpiange? Rimpiange la voce degli anziani di Elissa, che vorrebbe ascoltare nel suo esilio. Rimpiange che si perda "nelle sabbie il loro torrente seminale". E nel suo rimpianto vorrebbe posare il capo sulla donna, vorrebbe posare il capo sul suo "seno caldo come un dang quando esce fumante dal fuoco". Ancora attraverso la donna respirerà l’odore dei suoi morti, raccoglierà e ripeterà "la loro voce viva" e imparerà "a vivere, prima di discendere, oltre il tuffatore, nei profondi abissi del sonno".
Attraverso i suoi ricordi e i suoi rimpianti, attraverso la donna nera, Senghor ci fa cogliere la sua situazione ibrida a livello culturale. Un uomo nero che ha preferito sposare una donna bianca, come può apprezzare ancora la donna nera? Non dimentichiamo che la madre di Senghor è una donna nera, e che la "negritudine" non è razzismo. Nella sua situazione ibrida, Senghor continua ad esaltare la donna nera come portatrice della cultura che ha segnato più profondamente il suo essere. In Europa, Senghor continua a vivere con la sua Africa natale, come ben pochi africani favoriti dalla sorte hanno saputo fare. Ne è prova quel capolavoro che è la "Notte di Sine".
"Donna, posa sulla mia fronte le tue mani balsamiche,
le tue mani più morbide di una pelliccia.
Lassù le palme ondeggianti che stormiscono appena
nell’alta brezza notturna,
più lieve di una ninna-nanna.
Che ci culli, il silenzio ritmato.
Ascoltiamo il suo canto,
ascoltiamo pulsare il nostro sangue, ascoltiamo
il battito del polso profondo dell’Africa
nella nebbia dei villaggi perduti.
Donna, accendi la lampada alimentata dal burro liquefatto,
perché intorno discorrano gli antenati
come i genitori, mentre i bambini sono a letto.
Ascoltiamo la voce degli anziani di Elissa.
Come noi esiliati
non hanno voluto morire,
non hanno voluto che si perdesse nelle sabbie il loro torrente seminale.
Che io ascolti, nella capanna fumosa,
visitata da un riverbero di anime propizie,
il mio capo sul tuo seno caldo come un dang
quando esce dal fumante fuoco.
Che io respiri l’odore dei nostri Morti,
che io raccolga e ripeta la loro voce
viva, che io impari a vivere
prima di discendere, oltre il tuffatore,
nei profondi abissi del sonno".
La donna nera è anche sensuale.
La sua sensualità è impregnata di pudore, non è erotica nel senso deteriore del termine. Quando una ragazza nera è stata ben educata secondo lo spirito più puro del suo popolo, non lascia che chiunque attinga sfrontatamente il piacere dalla sua carne. Nel poema intitolato per l’appunto "Donna nera",15 Senghor parla, o meglio canta, forse in un modo un po’ particolare, la donna africana. Nel cuore dell’Occidente, egli si ricorda di questa donna come nella "Notte di Sine", e canta la dolcezza delle mani di lei sui suoi occhi. La donna nera è "nuda", cioè semplice, spoglia, sensuale ma non gaudente. È "oscura", cioè nascosta ma non assente o inosservata.
Senghor la paragona al "frutto maturo dalla polpa soda, oscure estasi del vino nero, bocca che schiude al canto la mia bocca". In "Donna nera", Senghor celebra a suo modo la sublime bellezza della donna negro-africana. Cediamo a lui la parola:
"Donna nuda, donna nera,
vestita del tuo colore che è vita,
della tua forma che è bellezza!
Sono cresciuto alla tua ombra;
la dolcezza delle tue mani copriva i miei occhi.
Ed ecco, nel cuore dell’Estate e del Mezzogiorno,
ti scopro Terra promessa
dalla cima di un alto colle calcinato
e la tua bellezza colpisce il mio cuore come un fulmine,
come il lampo di un’aquila.
Donna nuda, donna oscura,
frutto maturo dalla polpa soda,
oscure estasi del vino nero,
bocca che schiude al canto la mia bocca.
Savana dai limpidi orizzonti,
savana che freme alle calde carezze
del vento dell’Est.
Tam-tam scolpito, tam-tam teso che rimbomba
sotto le dita del Vincitore.
La tua voce profonda di contralto
è il canto spirituale dell’Amata.
Donna nuda, donna oscura,
olio che nessun soffio può increspare,
olio pacificatore sui fianchi dell’atleta,
sui fianchi dei principi del Mali.
Gazzella dai legami celesti,
le perle sono stelle
sulla notte della tua pelle.
Delizie dei giochi dello spirito
i riflessi dell’oro rosso
sulla tua pelle marezzata.
All’ombra dei tuoi capelli
si rischiara la mia angoscia
vicino ai soli dei tuoi occhi.
Donna nuda, donna nera,
canto la tua bellezza che passa,
forma che io fisso nell’Eterno,
prima che il Destino geloso
ti riduca in cenere
per nutrire le radici della vita".
Come si vede leggendo questi versi, la donna nera è sensuale, ma non per questo è meno degna di un rispetto che sembra sconfinare nell’adorazione. Donna nera, donna pura come acqua di sorgente. Donna che fa tremare gli uomini più orgogliosi e sprezzanti. Donna nera, donna amata al punto da non volerla violare. Donna nera, donna affascinante, terra fertile dal frutto sugoso, noi siamo nati da te, siamo usciti dalle tue viscere, tu sei la carne della nostra carne; noi ti amiamo.
Sono significative le riflessioni di un sacerdote africano:
"Quando si sono risvegliate in noi l’adolescenza e l’età degli amori, i nostri occhi si sono chiusi alla tua bellezza sfavillante, il nostro cuore ha taciuto. E non perché tu non ci attirassi, ma a causa della buona notizia di Gesù che per tutti noi è via, verità e vita. Se non ti abbiamo conosciuta, è stato unicamente a causa dell’aurora dei tempi nuovi, a causa dell’unico Sposo delle nostre anime. Ci sono giorni in cui la tua presenza dà i brividi al nostro corpo e fa fremere il nostro cuore. Tuttavia abbiamo continuato e continuiamo ancora il nostro cammino verso quel Sole che sorge che è venuto a visitarci e a farci partecipare alla sua vita, che è eterna pienezza e comunione eterna.
Se sposarti è felicità, non unirsi a te a causa del Cristo è una gioia che ha il sapore dell’eternità. Donna nera, i tuoi figli hanno visto fiorire in loro, con la grazia del Cristo, la verginità consacrata per il regno dei cieli. Uomini dalla carne fragile e sensuale, nati da te, sono stati affascinati da colui che nutre ogni carne. Perché colui che genera ogni vita non ha celebrato nozze terrene. Il Cristo, nostro Signore, non ha mai avuto né moglie né figli. Se amiamo lui, nella nostra carne nera e mortale, allo stesso modo nutriamo per te, donna nera, un amore profondo che non si consumerà che in Cielo, dove non ci sarà più né uomo né donna".
Alcuni scherzano sull’Africa nera proclamando ai quattro venti che l’unica cosa vergine e pura, in Africa, è la foresta equatoriale. Ciò significa conoscere poco la nostra Africa, e quindi il fiore più bello che sboccia dal suo terreno, la donna nera, "savana dai limpidi orizzonti, savana che freme alle calde carezze del vento dell’Est", come scrive il poeta Senghor in "Donna nera".
È arrivato dunque il momento di affrontare la problematica della verginità, o meglio della castità, in quell’area culturale che è già stata oggetto di nostri precedenti studi, e cioè l’ambiente negro-africano in generale, e il mondo bantu in particolare.

2. La vita consacrata nell’Africa pre-cristiana

Sembra che in alcune aree culturali negro-africane esistesse la pratica del celibato a vita. Nel suo studio intitolato "Spiritualità africana e spiritualità cristiana", P. E. Mveng scrive:
"In particolare nella civiltà del Benin, esistono alcune forme di vita claustrale che la letteratura ha battezzato "conventi feticisti". Ne ho visitati a Benin-City, in Nigeria, ad Abomey, a Zagnanando, a Pobe, a Kove, a Sakete, a Ouidah, nel Benin, così come a Bê, vicino a Lomé, nel Togo. Questi conventi sono noti soprattutto come centri di iniziazione. Le opere di Pierre Verger, che si è sottoposto personalmente all’iniziazione, hanno fornito un quadro impressionante del loro rituale.
Questi conventi sono veri e propri monasteri che comprendono diverse costruzioni collocate all’interno di "un recinto, lontano dai villaggi". Sono consacrati a un "culto preciso" che definisce la loro specificità e la loro identità. Spesso i membri del gruppo sono contraddistinti da un abito monastico costituito da un perizoma e da collane, braccialetti e diademi di colore e fattura diversa per ciascun convento. La vita comune obbedisce a una regola, ma la divisione del lavoro ricalca quella del villaggio. A capo di ogni convento c’è un "Padre" o una "Madre", a cui presta assistenza un "consiglio". Le comunità comprendono diverse categorie di adepti:
a) consacrati a vita, poco numerosi,
b) consacrati temporanei,
c) ospiti per un periodo di ritiro.
Il "celibato" viene osservato in alcune vocazioni a vita: si tratta di individui votati alla divinità spesso fin dal seno materno...".16
Alcune persone che conoscono questi conventi avanzano qualche riserva sul fatto che originariamente ci fosse un celibato a vita. In linea generale, sembra che la pratica del celibato a vita non avesse un particolare rilievo. Comunque sia, anche se questo celibato esistesse, non sarebbe simile a quello delle persone consacrate al Signore.

3. La castità prematrimoniale in ambiente bantu

Mi sembra che nella cultura bantu si parlasse raramente di verginità a proposito dell’uomo. Il termine "vergine" faceva pensare non all’uomo che non conosce donna, ma alla donna che non conosce uomo. In materia di sessualità prematrimoniale, si prestava attenzione alla donna più che all’uomo. Nel cristianesimo le cose vanno diversamente: quando si parla di castità consacrata o di verginità, sono chiamati in causa sia gli uomini che le donne.
Per verginità bisognerebbe intendere la condizione di un uomo o di una donna che vive in perfetta continenza o che non ha mai avuto rapporti sessuali. Nel caso della donna, la verginità sembrava essere attestata da un imene non ancora deflorato. Ma la medicina moderna, fondandosi su un’ampia casistica, è concorde nell’affermare la relatività di questa "prova", un tempo considerata come segno inequivocabile della verginità di una donna. Nella sua opera intitolata "La sessualità prematrimoniale: la verginità femminile nelle società zairesi tra passato e futuro", il professor Shomba K. sostiene per parte sua che, prendendo in considerazione lo stato dell’imene, molte ragazze rischiano di essere dichiarate deflorate, e quindi non vergini, o viceversa, senza che ciò sia necessariamente vero.17
Ma qual è l’atteggiamento delle società bantu di fronte al problema della verginità?
Portando avanti la sua ricerca, Shomba identifica tre tendenze presenti nelle società zairesi per quanto riguarda la verginità, e in particolare la verginità prematrimoniale: in alcuni ambienti è tenuta in grande considerazione; in altri appare indifferente; in altri ancora è considerata in maniera negativa.18

a) Atteggiamenti favorevoli alla verginità

Per i Bemba, la ragazza deve arrivare vergine al matrimonio. Deve essere intatta ("kisungu").
L’espressione precisa che la definisce è "Umukashana wa kisungu". Una ragazza deflorata è una "Umukashana uwaliwa ikisungu" (ragazza la cui verginità è stata mangiata). Spetta alla nonna il compito di esplorare con le dita i genitali della nipote quando si avanza il sospetto che quest’ultima non sia vergine. Se è stata effettivamente deflorata, la ragazza è obbligata a dire il nome di colui che l’ha conosciuta in quel modo, ed egli deve sposarla. La deflorazione legale aveva luogo nella notte che seguiva le nozze, ed era certificata dalla fuoruscita di sangue. In quell’occasione il marito pagava la dote, ma anche i beni della verginità, chiamati "içuma ça kisungu".
Presso gli Yansi, la verginità non è chiamata in causa quando si conclude il matrimonio. Lo è invece un mese prima che la giovane donna partorisca per la prima volta. In quel momento la si invita a parlare della sua vita sessuale prematrimoniale. Se ha avuto rapporti sessuali con qualcuno deve dirlo, altrimenti morirà durante il parto. Se da un lato c’è la paura della morte, dall’altro c’è quella della cattiva reputazione e di eventuali zuffe tra il marito e gli amanti. Come presso i Pelende e alcune altre tribù, gli Yansi non offrono nessun dono materiale per la verginità.
Atteggiamenti simili, pur con alcune differenze, si ritrovano presso i Cokwe, gli Hutu, i Kanyok, i Lele, i Lokele, i Lombo, i Luba-Lubilanji, i Lulua, gli Ngbaka, gli Ngbandi, gli Ngombe, i Pelende, i Poto, i Ruund, i Soo, i Suku, i Tabwa, i Topoke, i Tutsi, gli Yaka, ecc.

b) Indifferenza nei confronti della verginità femminile

Secondo la loro tradizione, i Ding sono indifferenti alla verginità. Tuttavia usano due termini diversi per indicare la donna che non ha ancora conosciuto uomo ("mukar nse") e quella che l’ha conosciuto ("mukar ngapal"). Soltanto in seguito all’incontro con tribù diverse i Ding hanno cominciato a valorizzare la verginità femminile, senza tuttavia farne una condizione per il matrimonio.
Gli Angwi (Ngoli), per quanto li riguarda, hanno cominciato ad attribuire una certa importanza alla verginità con l’arrivo del cristianesimo. Anche se non era richiesta la verginità prematrimoniale, un tempo nei villaggi c’erano alcune donne paradossalmente incaricate di soddisfare i bisogni sessuali dei visitatori o degli ospiti. Questa consuetudine proteggeva per così dire le ragazze e le donne sposate, salvaguardando la verginità delle prime e la fedeltà matrimoniale delle seconde. Il fatto che una donna fosse sorpresa in flagrante adulterio provocava grossi problemi nelle famiglie. Sembra persino che l’uomo colpevole potesse venire ucciso o costretto a pagare un’ammenda proporzionale alla posizione sociale della famiglia della donna.
È bene ricordare che essere indifferenti alla verginità femminile non voleva dire lasciare alle ragazze un’eccessiva libertà in materia sessuale. Voleva dire soltanto che il fatto di aver conosciuto un uomo prima del matrimonio non impediva alla ragazza di sposarsi come si conveniva in quelle società. Non dobbiamo dunque pensare che si favorisse la dissolutezza; anzi, la morale sessuale era assai rispettata. In quelle società, si faceva fatica a capire una donna che rinunciasse al matrimonio per abbracciare la vita religiosa. Era un non-senso, una cosa inammissibile per un clan che apprezzava altamente la procreazione.
Atteggiamenti simili, al di là di alcune differenze, si ritrovano in particolare presso gli Hemba, i Kuba, i Lega, i Lobala, gli Mbala, gli Mbole, gli Shi, i Songye, i Tetela, gli Yombe, (gli Abudu: la tribù di Anuarite potrebbe collocarsi in questa categoria; Shomba non lo dice), ecc.

c) Atteggiamenti contrari alla verginità

Shomba attribuisce questa tendenza soltanto alla società dei Luba-Shankadi. Per loro, una ragazza che fosse arrivata vergine al matrimonio sarebbe stata oggetto di scherno. La donna ideale era dunque quella che aveva già avuto un bambino: aveva diritto al matrimonio soltanto la donna che avesse dimostrato di essere feconda. Questo fa vedere quanto fosse temuta la sterilità della donna. Presso i Luba-Shankadi, una ragazza vergine è chiamata "yao unkundi mpofu" (costei è ancora cieca) o "mwana mukaji kayukile mwana mulume" (ragazza che non ha ancora conosciuto uomo). La ragazza che ha già conosciuto un uomo è chiamata "yao wakosokala" (ragazza matura) o "yao kabamusabe kala" (costei è già stata forata).
Il modo di pensare dei Luba-Shankadi in materia di verginità si è evoluto grazie al cristianesimo e al contatto con molte altre tribù del paese. Oggi ci sono dunque famiglie che danno importanza alla verginità delle loro figlie prima del matrimonio.

4. La castità prematrimoniale oggi

Parlando delle società bantu, si può affermare ancora oggi, in maniera netta e precisa, che alcune tengono in grande considerazione la verginità prematrimoniale e che altre sono indifferenti o addirittura contrarie ad essa? Nelle zone interne del paese ci sono indubbiamente famiglie che si mantengono fedeli alla tradizione e che cercano, malgrado la seduzione della società dei consumi, di educare i figli secondo la mentalità tradizionale. Ma non è esagerato affermare che nelle città e nei centri urbani questi tre tipi di società sono ormai mescolati fra loro. Per quale motivo le società che praticavano la verginità prematrimoniale l’hanno ormai abbandonata?
In linea generale, la società zairese non aiuta abbastanza i giovani a vivere in perfetta continenza. Le famiglie vivono in condizioni inestricabili di permissività e di promiscuità, il che non favorisce la morale sessuale. Studiando in particolare la società Luba-Lubilanji,19 che dava importanza alla verginità prematrimoniale, Shomba individua alcuni dei fattori che hanno modificato il comportamento sessuale prematrimoniale.
C’è in primo luogo il fattore sociale. In questo ambito, Shomba colloca l’età del matrimonio, l’ambiente e i contatti sociali, l’emancipazione, l’uso dei contraccettivi orali, l’atteggiamento dei maschi e la mancanza di un’educazione sessuale integrata.
Anche il fattore economico riveste una grande importanza in materia di verginità prematrimoniale. Gli uomini giovani, anche se molto spesso non sono vergini, desiderano sposare ragazze vergini. Gli uomini nel pieno vigore degli anni, ricchi di beni materiali, desiderano a loro volta corteggiare ragazze vergini. Queste ultime sono dunque ricercate sia dagli uni che dagli altri. Molto spesso sono gli uomini ricchi ad avere la meglio sui giovani in questa lotta, a causa della loro situazione economica che in parecchi casi attira sia le ragazze che i loro genitori. Quando invece certe ragazze fanno dei loro corpi tanto desiderati una "riserva inesauribile di mezzi" per soddisfare le esigenze della "moda", la verginità sembra non interessare più ai loro genitori, che temerebbero di perdere una fonte di finanziamento...
Che dire del fattore religioso?
La verginità è stata molto praticata nelle nostre società in quanto finalizzata alla trasmissione della vita ricevuta all’interno del clan e trasmessa per la sopravvivenza del clan. La religione tradizionale esercitava una grande influenza sulla pratica della verginità prematrimoniale. La morale sessuale dipendeva molto dalla morale religiosa. Dal momento che l’osservanza di quest’ultima è andata riducendosi, è normale che anche la morale sessuale non abbia più la stessa influenza di un tempo nelle società africane di oggi.
C’è infine il fattore culturale. Le culture umane sono realtà dinamiche e quindi mutevoli, sia in senso positivo che in senso negativo. Lo stesso si può dire per il fattore culturale. Se ieri alcune tradizioni hanno favorito la pratica della verginità prematrimoniale, questo non avviene più nell’Africa di oggi, esposta all’influsso di ideologie diverse e travagliata da una profonda crisi sociale. La morale sessuale ha dunque bisogno di trovare altri fondamenti che favoriscano la verginità prematrimoniale.
Una nuova pista di ricerca potrebbe essere la seguente: una donna non può unirsi degnamente a un uomo se non nella misura in cui i due si impegnano a vivere insieme in maniera definitiva, nella buona e nella cattiva sorte. La sessualità genitale diventa in tal modo un elemento che si inserisce nella globalità della loro vita. Conoscere sessualmente un essere umano senza che insieme sia stata presa la decisione definitiva di rimanere uniti nella buona e nella cattiva sorte, significa mancare sostanzialmente al rispetto della persona umana in ciò che ha di più profondo. Significa supporre che l’essere umano sia un essere di desiderio e non possa fare a meno del desiderio fondamentale inscritto nell’atto sessuale. Che cosa rispondere a chi ragiona in questo modo?
I filosofi greci, e in particolare Aristotele, hanno posto il problema nei seguenti termini: diamo valore alla vita a causa del piacere che la vita ci procura, o diamo valore al piacere a causa della vita che esso accresce? E la loro risposta è: vita e piacere sono troppo legati perché si possa rispondere a questo interrogativo. Vita e piacere sono una cosa sola.20
Riflettendo sull’argomento, possiamo trarre, con Charles Bernard, "una conclusione provvisoria: il piacere non può essere contrario alla vita morale e spirituale, perché è il segno della vita che fiorisce".21
In un altro passo dell’Etica Nicomachea, Aristotele aggiunge:
"Il piacere perfeziona l’attività, ma non la perfeziona nello stesso modo in cui la perfezionano l’oggetto sentito e la facoltà senziente quando entrambi sono validi; così la salute e il medico non sono allo stesso modo causa del fatto che una persona stia bene. Il piacere perfeziona dunque l’attività, non come la perfeziona lo stato abituale immanente da cui essa procede, ma come una sorte di fine che viene ad aggiungersi in sovrappiù, come alla forza dell’età si aggiunge in sovrappiù la bellezza".22
Alla luce del passo di Aristotele citato sopra, Charles Bernard prosegue la sua riflessione dicendo:
"In questa prospettiva, ciò che sta al primo posto è l’apertura immanente alla vita; e questa apertura, in sovrappiù, procura piacere. Tanto più che, secondo una precedente osservazione del filosofo, i piaceri sono di natura diversa: "ad ogni senso, infatti, corrisponde un determinato piacere (il che vale anche per il pensiero e la contemplazione)". Bisogna dunque evitare i trabocchetti del ragionamento astratto. Dicendo che il piacere è un fine in sé, senza precisare a che livello lo si colloca, si corre evidentemente il rischio della soluzione di comodo nella ricerca dei piaceri fondati sull’attività corporea. Tutti i moralisti sarebbero d’accordo sulla validità di una simile messa in guardia".23
Nel corso di questo capitolo, abbiamo cercato di comprendere il senso della verginità prematrimoniale secondo le nostre tradizioni. Esaminando attentamente la questione ci siamo resi conto che i bantu, in virtù del loro desiderio di trasmettere nel miglior modo possibile la vita e di mantenersi fedeli al clan e agli antenati che sono all’origine delle loro tradizioni, riconoscono un certo valore alla pratica della verginità prematrimoniale. Questo fondamento tuttavia è crollato nel contesto dell’Africa d’oggi. Si è visto ormai che la vita può essere trasmessa con o senza la verginità. Per dare un fondamento al vero senso della verginità dobbiamo dunque trovare un Altro. Questo Altro è il Cristo, il Vergine per eccellenza. Con la sua verginità, il Cristo è il fondamento di ogni verginità feconda e vitale, radicata nel mistero della croce. La verginità cristiana è essenzialmente escatologica, è il già e non ancora del regno dei cieli. Vivendola, noi annunciamo già le realtà del mondo futuro, dove non ci sarà più né uomo né donna, dove saremo come gli angeli di Dio.
Che cosa significa tutto ciò? È quanto cercheremo di approfondire più avanti. Notiamo innanzitutto che le società che danno valore alla verginità prematrimoniale cercano fondamentalmente la fecondità, e non la verginità in se stessa. In queste società, la verginità è osservata per un certo periodo, allo scopo di poter un giorno trasmettere la vita in maniera sovrabbondante. Le società indifferenti alla verginità prematrimoniale non invitano le ragazze alla dissolutezza prima del matrimonio, ma non fanno drammi se prima del matrimonio una ragazza ha conosciuto un uomo. L’importante, per loro, è che la giovane donna possa vivere in modo tale che, venuto il momento, sia in grado di trasmettere la vita.
Le società che avevano un atteggiamento negativo nei confronti della verginità prematrimoniale non erano fondamentalmente contrarie ad essa. Ciò di cui avevano orrore erano le unioni matrimoniali sterili. Per prevenire la tragica delusione della sterilità, volevano dunque che la ragazza avesse un bambino prima di contrarre un matrimonio che si voleva fosse duraturo e soprattutto fecondo. Questi diversi tipi di società tendono insomma a un solo medesimo scopo: la procreazione, la fecondità.
Nel cristianesimo, la verginità per il regno dei cieli non è vissuta in vista della sterilità, ma in vista della fecondità spirituale. Dunque la fecondità fisica, a cui le nostre società danno il primo posto, è chiamata a cedere il passo alla fecondità spirituale (si veda il mio libro Métaphysique de l’Union, éd. Loyola, Kinshasa, pp. 77-98).

 

IV. Il fondamento della verginità consacrata

1. Alla base della verginità consacrata

Il fondamento e la ragion d’essere della castità cristiana, per tutti gli stati di vita, è Gesù Cristo. Nel suo libro, "Gesù Cristo nel nostro mondo",24 Jacques Guillet dedica un capitolo alla castità di Gesù, commentando un buon numero di passi della Scrittura sull’argomento:
1) "Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (Lc 2,49).
2) "Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo" (Gv 3,29).
3) "Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno" (Mt 9,15).
4) "Vedi questa donna?..." (Lc 7,39-44).
5) "Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre" (Mt 12,50).
6) "Le nozze dell’Agnello" (Ap 5,6; 19,9; 21,9).
7) "Non mi trattenere" (Gv 20,17).
Jacques Guillet conclude il capitolo con un commento all’incontro del Cristo risorto con Maria Maddalena:
"Egli è passato attraverso la morte per andare fino a lei, egli è con lei e, allo stesso modo, è con tutti i suoi fratelli e sorelle. Gesù risorto ci svela il segreto della propria castità: un cuore aperto a tutte le creature, un’intimità fatta di tenerezza e di libertà, capace di accoglierle tutte chiamandole per nome e di radunarle tutte nella casa del Padre, nella gioia delle nozze. Maria Maddalena, Agostino, Francesco d’Assisi, Teresa di Gesù, i santi e i peccatori, gli sposi uniti nel Cristo e i celibi donati al Signore, tutti ormai sono, nel mondo, i testimoni della castità di Gesù Cristo".25
Walter Kasper inizia il suo libro La foi au défi con un’affermazione che fa pensare: ""La trasmissione della fede" attraversa oggi una grave crisi".26 Questa situazione di crisi può essere colta in alcune espressioni della nostra fede, come ad esempio l’impegno nel vivere la castità. La castità, e in particolare il celibato per il regno, è una delle espressioni più pure della nostra fede nel Dio vivente. Soltanto coloro che ripongono la propria fede in Gesù Cristo possono aprirsi a questa dimensione. Il cammino della castità si inscrive profondamente nel cammino dell’amore e della fede.
"Molti santi, scrive Walter Kasper, hanno descritto il cammino della fede. E tutti i loro racconti concordano su un punto: non si tratta di una strada larga e agevole, ma di un sentiero stretto e sassoso (Mt 7,13). È la via della purificazione e della costante conversione, della rinuncia, spesso dolorosa, e del perenne ricominciare da capo. Questa via passa anche per il deserto dell’aridità interiore: tutti i grandi santi ne hanno fatto l’esperienza. Finché non ha raggiunto le vette a cui aspira, l’uomo è incapace del necessario distacco e del disinteresse dell’amore, radicato nella fede. In questa prospettiva, l’esperienza del deserto è fondamentale per la crescita della fede. Il cammino della fede è infine un cammino di pazienza e di quotidiana fedeltà".27
La castità radicata nell’amore e nella fede si vive all’interno della comunità in cui si è inseriti e col suo aiuto. Se non si giocano queste carte fondamentali del radicamento in una fede inculturata e del sostegno di una comunità, un impegno soltanto volontaristico sul piano della castità rischia di andare incontro a un doloroso fallimento. L’Africa cristiana del XVIII secolo ce ne offre un esempio.
Uno storico africano, Ibrahim Baba Kake, legge in questo senso la disavventura di Kimpa Vita (Dona Beatrice). Quest’ultima è vissuta nell’antico regno del Congo, che a quel tempo era evangelizzato dai Padri Cappuccini.
"L’anno 1703 vide nascere nel regno del Congo (l’attuale Zaire), evangelizzato da missionari portoghesi fin dal 1491, un movimento politico e religioso che prese la forma di una setta grazie alle capacità organizzative della profetessa Kimpa Vita. Fu chiamata la "setta degli Antoniani" dal nome di s. Antonio, che gli adepti affermavano essersi reincarnato in Kimpa Vita".28
Più avanti, Ibrahim Baba Kake scrive:
"Malgrado le sue penitenze, le sue preghiere, le sue estasi, Kimpa Vita si ritrova simile a tutte le sue sorelle. A un certo punto aveva voluto fare delle sue compagne delle vergini consacrate, ma l’esperienza durò poco. Nella gioiosa promiscuità dei canti e delle danze, si formarono troppe coppie perché si potesse negare l’evidenza. La stessa Dona Beatrice, traboccante di vita, non potè rimanere a lungo rinchiusa nella sua solitudine. (...)
Per questo motivo, nel corso di uno dei primi mesi dell’anno 1706, Dona Beatrice un giorno non si presentò all’appuntamento quotidiano con i suoi fedeli. E da allora non la si vide più. All’insaputa di tutti aveva lasciato Sao Salvador insieme a Barro (il bel s. Giovanni del gruppo). L’accompagnava soltanto una ragazzina che abitualmente la serviva. (...)
Gli ambasciatori del duca di Bemba e della vecchia regina Anna si stavano recando a Evolulu poco dopo le feste di Pasqua, e furono loro, durante il viaggio, a scoprire Kimpa Vita e Barro nascosti nell’erba alta che fiancheggiava la pista. Il pianto di un bambino, in quei luoghi deserti, aveva attirato la loro attenzione. (...) Facendosi strada fra i cespugli, trovarono una giovane donna che allattava un bambino. Un uomo le stava accanto, immobile. Una ragazzina, terrorizzata, era fuggita a gambe levate. (...)
L’ora della rivincita era suonata. Legati come criminali comuni, Kimpa Vita e il suo compagno vennero subito condotti sotto buona scorta a Evolulu".29
Così Kimpa Vita, che era considerata vergine, divenne madre. Col pretesto della sua infedeltà alla virtù della castità verrà bruciata sul rogo, a quanto sembra con la complicità dei missionari. Lungi da me l’intenzione di giudicare l’opera dei missionari cappuccini agli inizi dell’evangelizzazione del Congo, quando bisognava agire in contesti probabilmente più difficili dei nostri. Non voglio giudicare il passato. Lungi da me anche l’intenzione di generalizzare il problema con cui si è scontrata Kimpa Vita in quella che sempre e dovunque è l’Africa, perché molte cose positive sono state realizzate e ancora si realizzano nell’ambiente cristiano africano.
Dal 2 al 6 luglio 1996, in occasione del 290º anniversario della morte di Kimpa Vita, si è tenuto a Luanda, in Angola, un seminario sul tema: "Dimensione culturale della religione". In un articolo intitolato "Kimpa Vita, fra mistica e politica",30 il professor Ngimbi Nseka si esprime nei seguenti termini: "È importante ricordare che è "morta convertita", "con il nome di Gesù sulle labbra", come Giovanna d’Arco. Se questo può essere sufficiente per rivendicare la riabilitazione dell’eroina del Congo, potremmo arrivare fino a chiedere la sua beatificazione o la sua canonizzazione? Ci assumeremmo una grande responsabilità, ma lo faremmo dopo un lungo studio di testi che spesso mettono in cattiva luce colei di cui oggi commemoriamo il sacrificio". Comunque sia, si tratta indubbiamente di un compito interessante per gli storici della religione.
Nell’Africa nera di oggi, la chiesa di Dio che è nello Zaire ci offre una figura eminente nella persona della beata Marie-Clémentine Anuarite, religiosa, vergine e martire. Forte della sua fede e del suo attaccamento a colui nel quale si radicava la sua vocazione, questa donna diede prova di una straordinaria fedeltà a Gesù Cristo. Minacciata di morte dai capi dei ribelli Simba a causa della sua verginità, non cedette alla tentazione e, come il suo sposo divino, "amò sino alla fine".
"Colonnello Olombe, disse a uno dei suoi carnefici, lei diceva che la sua fidanzata che si trova a Wamba è vergine, e che ha raccomandato al padre di lei di custodirla bene. Anch’io sono vergine. Sono fidanzata a Dio".
Poiché il colonnello Olombe non desisteva, Anuarite aggiunse:
"Non voglio commettere questo peccato; se vuole uccidermi, mi uccida!".31
Anuarite fu presa a calci, fu trafitta a colpi di lancia e fu finita con un colpo di pistola. Spirò il primo dicembre 1964, all’una di notte, in mezzo alle consorelle che con preghiere e canti celebravano già in quelle ore terribili la verginità di colei che nell’agosto 1985 sarebbe stata proclamata da papa Giovanni Paolo II la prima martire zairese. Anuarite è l’onore del nostro popolo, il fiore più bello che gli umili di cuore presentano al Cristo, il Signore della gloria, nostro fratello e nostro Dio.
Per tutte le persone consacrate al Signore in quest’ultimo scorcio del ventesimo secolo, la beata Anuarite è un modello di fedeltà al Signore nel celibato consacrato.
Se leggiamo attentamente i seguenti passi del Vangelo: Mt 19,3-12, Mc 10,2-12 e Lc 16,18, veniamo a trovarci nel cuore dell’approccio al mistero della castità cristiana.
Ai tempi di Gesù, i giudei ammettevano che un uomo potesse ripudiare la moglie, ma non erano d’accordo sui motivi che potevano giustificare il ripudio. Alla domanda che gli viene posta: "È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?", Gesù risponde: "Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?". I giudei allora avevano obiettato: "Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via?".
Per Gesù, è chiaro che non si può ripudiare la moglie, con nessun pretesto e per nessun motivo. In Matteo, Gesù contesta in radice il modo in cui i giudei concepiscono il matrimonio e il divorzio. A un testo dell’Antico Testamento ne contrappone un altro, più fondamentale del precedente. In principio Dio ha ordinato all’uomo che nessuno separi ciò che Dio ha congiunto. Mosè è stato indotto a permettere il ripudio della moglie a causa della durezza di cuore dei giudei del suo tempo. L’eccezione fatta da Mosè potrebbe applicarsi ai casi di adulterio. Ma è molto probabile che riguardasse piuttosto tutte le unioni illegittime vietate dalla legge ed elencate nel Levitico: "Nessuno si accosterà a una sua consanguinea, per avere rapporti con lei. Io sono il Signore..." (Lv 18,6ss). Secondo diversi esegeti e studiosi della Bibbia, il Levitico allude ai casi di fornicazione. Comunque sia, in principio non si parlava di ripudio o di divorzio.

2. Fonte di fecondità spirituale

La verginità consacrata o il celibato per il regno dei cieli, liberando il cuore della donna o dell’uomo per il regno di Dio, li predispone a fare l’esperienza della fecondità spirituale. Questa fecondità non è sempre percepita nel suo vero valore, perché esige la fede nel Cristo. Il fatto di essere spirituale non la rende meno umana. La verginità consacrata e il celibato per il regno, vissuti nella fede, risvegliano ancora gli uomini e le donne di oggi alla vita di Dio. La testimonianza eccezionale di Anuarite ci risveglia e ci stimola nella nostra ricerca dell’unica cosa necessaria. La verginità consacrata e il martirio di suor Anuarite sono una ricchezza per il mondo, e in particolare per l’Africa nera. Il concilio Vaticano II si esprime nei seguenti termini: "Gesù Figlio di Dio ha rivelato il suo amore dando la vita per noi; nessuno perciò ha amore più grande di chi dà la vita per lui e per i fratelli (cf. 1Gv 3,16; Gv 15,13). (...) Il martirio rende il discepolo simile al suo maestro che accettò liberamente la morte per salvare il mondo, e lo conforma a lui nell’effusione del sangue; perciò il martirio viene stimato dalla chiesa come dono esimio e prova suprema di carità" (Lumen gentium 42).
Il concilio spiega poi che la santità della chiesa è particolarmente favorita dai molteplici consigli che il Signore ha proposto ai suoi discepoli. Fra questi si colloca in primo luogo la verginità o il celibato consacrato. Dice il concilio: "Questa continenza perfetta per il regno dei cieli è sempre stata tenuta in singolare onore dalla chiesa, come segno e stimolo della carità e come sorgente di fecondità spirituale nel mondo" (Lumen gentium 42).
La chiesa di Dio che è in Africa ha dato al mondo una religiosa eroica: suor Marie-Clémentine Anuarite Nengapeta. Per celebrare il 25º anniversario del martirio della beata Anuarite, la Conferenza episcopale del suo paese ha organizzato, dal 30 novembre al primo dicembre 1989, un pellegrinaggio dalla "Maison bleue", luogo del martirio, alla cattedrale di Isiro. La madre della beata, mamma Isude, ha partecipato al pellegrinaggio. Ho avuto la gioia di incontrarla nel corso di quella celebrazione.
Suor Anuarite può essere proposta come modello di umile semplicità nella preghiera, di obbedienza nello stesso tempo docile e libera, di vita fraterna senza discriminazioni etniche e timori feticisti, e soprattutto di amore verginale fino all’eroismo.
Uccidere, stuprare, rubare non sono prerogative dell’Africa e neppure del mondo contemporaneo. La storia dell’umanità lo dimostra ampiamente. La novità sta nel fatto che i mezzi di comunicazione ne parlano di più. Inoltre, con la crescita della popolazione mondiale, è aumentato anche il numero dei crimini. In che modo Anuarite è per noi una testimone di Gesù Cristo? Qual è il messaggio che il Signore vuole trasmetterci attraverso la sua persona?
La vita di Anuarite e il suo martirio ci insegnano prima di tutto e soprattutto che la verginità per il regno dei cieli è un valore per cui si può dare la propria vita fino al martirio, per amore del Cristo.
La vita di Anuarite invita le figlie e i figli dell’Africa nera a lottare contro il tribalismo, l’etnicismo, il regionalismo e tutte le divisioni che ogni giorno mettono a ferro e fuoco il nostro continente. Nel suo ambiente di vita, suor Anuarite era portatrice di perdono e di comunione.
Questa donna infine ci invita a non perderci di coraggio, e soprattutto a riporre la nostra fede nel Signore, che vuol liberare l’Africa nera emarginata. Anuarite è stata fedele al suo sposo e Signore fino al martirio. È testimone di Gesù Cristo per l’Africa e per il mondo.

 

V. Il martirio della serva di Dio

Il giorno del loro arresto, secondo p. Esposito,32 le suore si erano trattenute a tavola più a lungo, perché avevano festeggiato i santi patroni di due consorelle: quello di suor Marie-Clémentine, la cui festa cadeva qualche giorno prima, e quello di suor Marie-Andrée. I ribelli arrivarono a Bafwabaka nel pomeriggio. Quando le suore udirono il rumore di un camion, interruppero il pasto. I ribelli entrarono, urlando, attraverso le finestre, distrussero molte cose e mangiarono tutto quello che era rimasto sulla tavola. Dissero alle suore che avevano ucciso tutti i padri, compreso mons. Joseph Wittebols. Dissero alle suore di prepararsi a partire per Wamba, consigliando loro di prendere con sè qualche indumento e del cibo, perché a Wamba ormai si trovava ben poco.
Molti ribelli salirono sul camion. Le suore erano sedute, e i ribelli erano in piedi intorno a loro. Scandivano la seguente canzone: "Le donne dei padri, dove dormirete oggi, voi avete fumato tabacco, voi che appartenete al partito politico PNP, amiche dei bianchi. Simba di Mulele, acqua. Simba intelligenti. Non mi laverò, non mi laverò. Non mangerò le foglie di manioca, non mangerò le foglie di manioca. Non mi laverò nel fiume finché Lumumba non ritornerà. Niente donne, niente donne. Non andrò con una donna finché Lumumba non ritornerà".
Il capo della spedizione, un certo Justin Segbande, stava nella cabina del camion con Thérèse, che era sua moglie o la sua concubina. Ex alunna delle suore, forse era stata costretta da lui ad assumere tale ruolo. Durante il viaggio, Justin fu molto duro con le suore. I Simba mangiavano arachidi e banane e gettavano le bucce alle suore. Arrivati a Ibambi, Segbande ordinò di fermarsi per passare la notte. Sfondò la porta del refettorio dei padri. Si dormì sul pavimento o sui tavoli. I Simba portarono delle banane e anche una capra. Segbande ordinò ai ribelli di preparare la cena per le suore, ma queste rifiutarono il cibo dei Simba e si accontentarono delle focacce che avevano portato da Bafwabaka.
Suor M. Xavéria e suor Anuarite si misero a dormire su un tavolo; dopo un po’, Anuarite cedette il posto a un’altra consorella. Verso le sei del mattino partirono per Wamba. Ma a un incrocio i Simba cambiarono itinerario. A Nepoko, un villaggio che si trova un po’ prima di Wamba, incontrarono infatti un altro veicolo, quello dei capi dei ribelli: Yuma Deo, Ngalo, Olombe. Quest’ultimo consigliò all’autista del camion di andare a Isiro invece che a Wamba. Disse: Che cosa fate con quel Gesù? È il Dio dei bianchi; il nostro Dio è Lumumba. Yuma chiese alle suore di scendere dal camion, e disse loro: "Se qualcuna di voi ha nascosto un rosario o una statuetta, li butti immediatamente per terra. Ho già ucciso i missionari di Batema e di Bafwasende e li ho gettati nel fiume. Farò lo stesso con voi se non mi obbedite". Quindi si diressero verso Isiro.
Le suore giunsero a Isiro il 30 novembre 1964 verso le 18.30. I Simba le condussero alla casa del colonnello Yuma Deo e vi depositarono i loro bagagli. Poco dopo, alcune suore cominciarono a preparare da mangiare, e dovettero ascoltare le stupidaggini e le oscenità dei ribelli. Dicevano: "Tutte queste belle ragazze congolesi rimangono inutili invece di partorire figli per Lumumba. Se restano qui per una settimana, alla fine saranno tutte incinte".
Suor Fidélia Sembo Maastajabo ricorda che suor Marie-Clémentine diceva: "Sorelle care, bisogna pregare molto. Il nostro spirito è pronto, ma la nostra carne è debole. Per quanto mi riguarda, non rimarrò con voi fino a domani". Era seduta su una sedia. Madre Xavéria le stava accanto. Vedendo che non voleva mangiare, madre Xavéria le disse: "Anche se non hai fame, prendi qualcosa". Suor Marie-Clémentine le raccontò quello che era successo nella prima casa, e aggiunse: "Sorelle, credo veramente che morirò stanotte".
I Simba decisero all’improvviso di condurle in un’altra casa di Isiro. Non permisero alle suore di fare il tragitto a piedi. Era notte. Le trasportarono con una camionetta e una macchina. Suor Anuarite voleva andare col primo gruppo. Ma Justin Segbande si era accordato segretamente col famoso colonnello Ngalo per trattenerla. Doveva impedirle di andare via per prenderla come moglie. Justin proibì alla suora di salire sulla camionetta e le ordinò di andare a chiamare sua moglie, che si trovava dietro la casa. La Madre Generale si accorse dello stratagemma e attese il ritorno della suora.
La camionetta partì senza suor Anuarite, ma con altre suore. Poi Justin disse a suor Marie-Clémentine che il colonnello Ngalo la voleva per sé. Suor Anuarite andò dietro alla casa e disse a suor Elisabeth Kahenga, con un’espressione di profonda tristezza sul volto: "Madre, desidero fuggire". Non fuggire, le disse la Madre; non conosciamo la zona di Isiro ed è già buio. Vai ad avvertire Madre Léontine". Suor Anuarite andò a cercare Madre Kasima Léontine, la Madre Generale di allora, che la consolò. Quando la macchina tornò per la seconda volta a prendere le suore, suor Elisabeth, chiamata anche Mélanie, salì insieme a suor Anuarite, tenendola per le spalle: Non aver paura, andremo insieme. Justin impedì violentemente ad Anuarite di salire in macchina.
Madre Kasima, che si trovava lì vicino, disse a suor Anuarite: "Scendi, rimarremo qui tutte e due". Suor Anuarite rimase là con la Madre Generale. Quando l’ufficiale superiore ebbe finito di mangiare, si avvicinò a suor Anuarite e le dichiarò senza pudore la sua intenzione di prenderla come moglie. La Madre Generale reagì energicamente: Questa suora ha fatto voto di verginità davanti a Dio: di conseguenza lei non può prenderla come moglie. A queste parole, Yuma Deo e l’ufficiale superiore si adirarono e dissero: "Per i padri, siete sempre pronte. Per noi, che siamo vostri fratelli, non avete che disprezzo. C’è di mezzo la politica. Siete membri del partito PNP". La Madre Generale continuò a discutere con fermezza. Ricevette degli schiaffi. Il colonnello Yuma Deo alla fine le disse: "Visto che lei parla in questo modo, chiamo i miei soldati perché maltrattino le sue figlie. Lei, la chiuderò in un sacco e la getterò nel fiume. Suor Anuarite protestò vivamente, ma non le fecero caso.
Arrivarono i Simba e dissero: "Ai padri vi date, ma quando vi desideriamo noi, vi rifiutate". Cercarono di rinchiudere la Madre Generale in una casa vicina, ma non ci riuscirono. Alla fine vi entrò da sé, tenendo la porta aperta e non abbandonando per un solo istante con gli occhi la sua giovane suora. Quando Anuarite fu sola, ripeterono la loro richiesta. Lei non si mosse e semplicemente rifiutò. Quando le dissero che avrebbero ucciso Madre Kasima, reagì dicendo: "Perché volete uccidere suor Kasima? Uccidete soltanto me". I Simba le strapparono il velo.
A quel punto, un altro gruppo di suore arrivò nella casa dove dovevano passare la notte. I Simba prepararono loro riso e sardine. Ma le suore, preoccupate per la sorte delle due compagne che erano ancora nella residenza di Yuma Deo, dissero ai Simba che portarono loro il cibo: "Non mangeremo se non sarà qui anche la nostra Superiora". Informato della cosa, Olombe si recò in macchina alla villa di Yuma Deo, insieme a suor Banakwemi Hélène e a suor Mungwapanane Lucie. In segreto, si era messo d’accordo con Ngalo: avrebbero lasciato che le suore mangiassero, e poi gli avrebbero portato la ragazza tanto desiderata.
Quando arrivarono le due suore, tutte le altre erano contente. Pensavano che i loro guai fossero finiti. Ma era un’illusione. Le suore, rassicurate, cominciarono a mangiare. Madre Kasima disse a suor Anuarite di rimettersi il velo, cosa che fece per obbedienza. Quando gliel’avevano intimato i Simba, si era rifiutata di farlo dicendo: "Chi mi ha tolto il velo, venga a rimettermelo". Quando si mise a tavola, suor Anuarite non aveva appetito, perché era molto stanca dopo la lotta contro i Simba. Chiese che si pregasse per lei. Si rendeva conto che rischiava di perdere la verginità che aveva votato a Dio. In piedi, disse a una compagna: "La mia anima è inquieta". Poco dopo la cena, disse ancora alla stessa compagna: "Preghi per me". La consorella le promise di farlo, e Anuarite la ringraziò gentilmente.
Quando erano arrivate le suore, il colonnello Ngalo aveva chiesto al suo collega, il colonnello Olombe, di darle suor Anuarite perché voleva sedurla e farne la sua concubina. Olombe aveva pensato di fare lo stesso con suor Bokuma Jean-Baptiste. Finita la cena, il colonnello Olombe aiutò le suore a sparecchiare la tavola. Visto che avevano finito di mangiare, chiese alle suore di andare in camera a dormire. Le suore gli risposero che erano abituate a dormire insieme. Olombe voleva che suor Anuarite dormisse con l’ufficiale superiore Ngalo e che suor Bokuma dormisse con lui. Il volto di Anuarite esprimeva una grande tristezza. Tutte le suore lasciarono la stanza per sistemarsi insieme in un’altra stanza.
Il colonnello Pierre Olombe disse a suor Anuarite di alzarsi perché dovevano andare dal colonnello Ngalo che la voleva come moglie. Anuarite rifiutò di alzarsi perché non voleva andare. Olombe cercò di trascinarla via. La giovane suora si rifiutò. Gli disse: "Lei ha detto che la sua fidanzata che si trova a Wamba è vergine, e che ha raccomandato al padre di lei di custodirla bene. Anch’io sono vergine, ho fatto la mia promessa al Signore". Vedendo che era inutile insistere, Olombe cominciò a insultarla dicendo: "Guarda la tua testa allungata. Non sei affatto bella. Mia moglie è più bella di te". Suor Anuarite replicò a sua volta: "Mafou" (me ne infischio). Olombe la prese per la mano, la condusse fuori, la fece salire in macchina e chiuse la portiera. Aveva preso anche suor Bokuma, per farne sua moglie.
Il colonnello Olombe rientrò in casa per prendere qualcosa. Suor Anuarite aprì la portiera e uscì dall’altra parte. Suor Bokuma, che pure era stata fatta salire in macchina, aprì l’altra portiera e uscì. Olombe tornò e cercò di far risalire in macchina suor Anuarite, ma lei si rifiutò. Prima che Olombe conducesse via le due suore, Madre Kasima e Madre Kahenga erano già uscite nel cortile per vedere che cosa sarebbe successo. Chiesero invano a Olombe di aver compassione di quelle suore. Lui cercò di far salire in macchina suor Bokuma, che gli oppose resistenza. Allora la sua collera crebbe ed egli cominciò a percuotere le suore. Suor Anuarite gli disse: "Non voglio commettere peccato. Se vuole, mi uccida". Pazzo di collera, Olombe ricominciò a percuoterla.
Mentre veniva percossa, suor Anuarite trovò la forza di dire: "La perdono, perché non sa quello che fa". Il sedicente colonnello Olombe prese il fucile di un ribelle e cominciò a colpire le due suore col calcio del fucile. Il rumore sembrava quello che si sente quando viene abbattuto un grosso animale. La povera testa di suor Anuarite era tutta tumefatta, ma lei rimaneva ancora in ginocchio. Mentre Olombe la colpiva, suor Anuarite diceva: "Ndiyo nilivyotaka. Ndiyo nilivyotaka". Poi cadde a terra. Non aveva più forza. Non capiva più nulla, era svenuta, ma moveva ancora un po’ una gamba. Suor Bokuma aveva un braccio spezzato in più punti. Olombe colpì suor Bokuma finché non svenne anche lei. Le due suore rimasero così per circa un quarto d’ora.
L’amministratore Justin Kengbande e un giovane Simba cominciarono ad avere paura, perché il colonnello Olombe era pazzo di collera. Di nascosto presero le sue armi, il fucile e le munizioni, e le gettarono nell’erba perché non le vedesse. Agirono in questo modo perché temevano che l’odioso colonnello li uccidesse tutti. Olombe cercò il suo fucile, ma non lo trovò. Allora cominciò a gridare e a chiamare a gran voce i Simba: "Simba, Simba, venite subito qui, vogliono uccidermi, complottano contro di me".
Poco dopo arrivarono due Simba giovani e robusti. Olombe chiese loro se avessero un fucile. Risposero che non l’avevano. "Che armi avete?". "Delle lance". "Pugnalate quella suora". "Quale?". "Quella, suor Anuarite". Mentre i Simba trafiggevano il petto di suor Anuarite, Olombe diceva: "Fate entrare la lama nel suo cuore". La trafissero quattro o cinque volte. Ad ogni colpo, la suora reagiva: "Uh, uh, uh". Voltandosi verso la Superiora di Bafwabaka, suor Mélanie Kahenga, il colonnello Olombe disse: "Vada a dire alle altre suore di prepararsi, perché le ucciderò tutte. Se lei non fosse infermiera, le avrei sparato subito". Si era accorto che era infermiera perché portava il distintivo della Croce Rossa.
Madre Mélanie andò a riferire alle suore quello che aveva detto il colonnello Olombe. Le suore le dissero di togliersi il distintivo della Croce Rossa e di andare con loro per morire tutte insieme. Madre Mélanie si tolse il distintivo e lo gettò sopra un armadio. Il colonnello trovò un fucile e sparò al braccio sinistro di suor Anuarite, fratturandole l’omero. In quel momento suor Anuarite non era cosciente, stava per morire. Le suore si trovavano in una stanza che dava sul lato opposto del cortile dove si era consumata la tragedia. Avevano sentito delle grida e il colpo di arma da fuoco. Avevano capito che cosa era successo.
Mentre si preparavano anch’esse alla morte, si chiesero perdono a vicenda per le loro mancanze di carità fraterna. Dicevano le une alle altre: "Fra poco moriremo, andremo in cielo, allora andiamoci con gioia". Avevano preparato il Magnificat a tre voci. Il colonnello, spaventato, andò in collera. Proibì loro di cantare: "Smettetela. Voi pregate Dio perché mi uccida". Suor Nabeane Hélène non sentì le parole del colonnello e continuò a cantare. Olombe le diede un colpo così violento col suo fucile che la suora perdette i sensi e svenne. Le altre suore furono soltanto minacciate. Olombe agitò verso di loro il suo fucile, che non era carico. Poi fracassò delle bottiglie e uscì. Sembrava che si fosse calmato; chiamò le suore perché prendessero il corpo di suor Anuarite e lo portassero in casa. Era ancora viva, il suo cuore batteva debolmente. Una delle consorelle la chiamò: "Suor Marie-Clémentine, suor Marie-Clémentine...". Ma lei non rispose, e qualche minuto dopo esalò il suo ultimo respiro. Era circa l’una di notte del primo dicembre 1964.
Per tutta la notte, Olombe e i Simba malmenarono le suore: schiaffi, bastonate, colpi con il calcio dei fucili e con sbarre di ferro. Fortificate dalla loro sorella Anuarite, resistettero vittoriosamente agli assalti di quei banditi. Olombe chiamò l’autista per portare all’ospedale suor Bokuma e suor Nabeane, che erano in gravi condizioni a causa delle percosse ricevute. Avevano le braccia spezzate. Venne caricata in macchina anche un’altra suora malata. Madre Mélanie, essendo infermiera, le accompagnò all’ospedale. Al sorgere del sole, quando i Simba si accorsero che i loro sforzi erano stati vani, si misero a dire: "Non abbiamo mai visto delle donne con un cuore duro come il vostro. Sono streghe, non vogliamo più vederle qui a Isiro. Andatevene a Bafwabaka". Prima di lasciare Isiro, le suore chiesero la spoglia mortale di suor Marie-Clémentine. Ma in un primo momento i Simba si rifiutarono di accogliere la loro richiesta e le condussero sulla strada di Medje.
Poco dopo, un Simba andò a prendere il corpo della vergine martire, figlia del nostro popolo e della nostra razza, Anuarite Nengapeta Marie-Clémentine, per seppellirlo come si conviene a una sposa del Cristo, cioè nello spogliamento, nell’umiltà e nella discrezione più totale. Il racconto del martirio della beata Marie-Clémentine Anuarite, che ho brevemente narrato, è ricavato dai racconti dei testimoni oculari, racconti che ho cercato di raccogliere il più fedelmente possibile, e in particolare da quelli di Kasima Léontine, suor Marie-Lucie, all’epoca Madre Generale, e di Kahenga Mélanie, Madre Elisabeth, all’epoca superiora della comunità delle suore della Jamaa Mtakatifu di Bafwabaka.

 

VI. Testimonianze sulla vita e il martirio di Anuarite

Queste testimonianze sono tratte dalla Positio super Martyrio, un documento redatto in vista del processo di beatificazione di Anuarite. L’indice di questo documento si intitola Tabella-Index Testium et Summarii. Riporto le seguenti testimonianze perché mi sembra che contribuiscano a far conoscere meglio la vita e il martirio della serva di Dio. Tutte queste persone, ad eccezione di Olombe, l’hanno conosciuta prima del suo martirio e hanno condiviso la sua vita; tutte sono state accanto a suor Marie-Clémentine Anuarite Nengapeta fino all’ultimo istante della sua vita.

1. Suor Marie Stella (Adèle Uwenze)

Anuarite ed io ci siamo conosciute quando ci preparavamo alla prima comunione. I nostri genitori hanno vissuto a Wamba. Frequentavamo insieme la scuola elementare. In seconda eravamo insieme. Alla fine della terza ci siamo separate. Eravamo amiche. Non siamo entrate insieme nella Sacra Famiglia (la congregazione). All’inzio, quando sono entrata io, eravamo in cinque. Lei è entrata un anno o due dopo di noi. Quando eravamo a Wamba, suor Anuarite diceva che desiderava diventare "mia sorella"... L’ho conosciuta personalmente. L’ho vista con i miei occhi, perché vivevamo insieme. Ci siamo separate durante il noviziato. Ancora oggi non so se lei era pre-postulante mentre io ero novizia a Bafwabaka. Dopo il noviziato, io sono rimasta là. In seguito, dopo il noviziato e i primi voti, non ci siamo più separate.
Anuarite è nata a Wamba nel 1939, non so in che giorno. I suoi genitori? Suo padre fu richiamato nel 1940; a quell’epoca, "mama" Julienne doveva essere pagana. Non so se suo padre allora fosse cristiano oppure no. So che sua madre deve essere diventata cristiana, perché fu battezzata con metà delle sue figlie. Sua madre aveva dato alla luce cinque figlie femmine. La mancanza di un figlio maschio può aver creato qualche difficoltà in famiglia. Dopo la guerra, se ben mi ricordo, suo padre ha lavorato a Isiro, mentre sua madre abitava a Bafwabaka. Penso che suo padre avesse un’altra moglie, o anche più di una, non so bene.
Ho sentito con le mie orecchie suor Anuarite esprimere la propria sofferenza per la separazione dei suoi genitori; voleva cercare di riconciliarli nel giorno della sua professione religiosa.
Dopo la vestizione, i suoi genitori si sono separati di nuovo. Da allora non ho più avuto notizie di suo padre; so soltanto che sua madre abita a Wamba. Non so chi sia il sacerdote che ha battezzato suor Clémentine, e non so assolutamente in che giorno è stata battezzata.
Frequentava la scuola elementare a Wamba. In seguito siamo andate alla scuola magistrale di Bafwabaka. Il corso durava quattro anni. Penso che l’abbia portato a termine. Poi ha cominciato a insegnare a Bafwabaka. Aveva il diploma di insegnante. Secondo me non aveva un’intelligenza brillante, ma non era stupida: rientrava nella media.
Per quanto riguarda il suo carattere, era una persona esigente. Dopo una ramanzina, cercava l’intesa. Non serbava rancore. Quando eravamo a Wamba, ho notato che tendeva ad aiutare i più deboli. Un giorno avevamo sbarrato la strada alle ragazze protestanti, ma quando si è accorta che avevamo la meglio, ha voluto porre fine alla zuffa. A Bafwabaka non l’ho mai vista venire alle mani con altre ragazze.
Si attirava non pochi rimproveri, perché aveva la risposta pronta (andava in collera facilmente), ma dopo qualche parola dura, chiedeva perdono. Per quanto riguarda la sua vita religiosa, le piaceva pregare. Spesso ho notato che, se non le era stato possibile terminare le sue preghiere, cercava l’occasione per pregare più a lungo. Quando riceveva una visita, le succedeva di chiacchierare molto. Tuttavia non era contenta di chiacchierare così, le spiaceva di dover recitare in fretta le sue preghiere. Ha attraversato periodi difficili, ma non ho mai sentito che volesse uscire. Cercava piuttosto di risolvere i suoi problemi.
A partire dal giorno in cui ci erano state impartite le istruzioni sul matrimonio e sulla verginità, e ci era stato insegnato che la verginità è superiore al matrimonio, desideravamo diventare religiose. Soprattutto quando vedevamo delle suore nere, pensavamo che avremmo potuto diventare come loro. Anuarite si sforzava di moderare il suo carattere troppo violento. Siamo entrate nella Sacra Famiglia perché non c’era nessun’altra congregazione. Le sue responsabilità? Ricevette l’incarico di insegnare, con il compito di sorvegliare le interne, figlie dei capi tradizionali. Doveva occuparsi anche dei lavori domestici. Per quanto riguarda la sua vita consacrata, si impegnava seriamente; in alcune cose seguiva il suo temperamento, in altre si è corretta.
Ha avuto delle difficoltà sul piano dei rapporti con le persone esterne, a causa della sua solida amicizia con alcune ragazze che seguiva da vicino, cercando di attirarle e di indurle a cambiare condotta. Voleva che evitassero il peccato. Sopportò pazientemente i rimproveri delle sue superiore e continuò a mantenere buoni rapporti con quelle ragazze. So che almeno una di loro, di nome Jacqueline, ha tratto profitto dai suoi consigli; ha fatto un buon matrimonio. Credo che abiti dalle parti di Isiro (Jacqueline Ebandumbi).
Una sera, più o meno verso le 19.00, arrivarono i Simba e ci chiamarono. Eravamo molto spaventate. Lei si mise a rispondere. Le altre la ripresero: "Smettila di rispondere". In quei giorni, i Simba volevano sapere se avevamo una radio trasmittente, dei beni o altre cose. Facevano ispezioni. Noi tutte eravamo sul chi va là, disprezzavamo i Simba per quello che dicevano, ci infastidivano. Quando abbiamo saputo che avevano ucciso Mons. Wittebols e i capi tradizionali, abbiamo cominciato a capire che avremmo avuto dei problemi. Il 29 novembre, suor Anuarite era di turno in cucina: aveva preparato un dolce, del cibo, delle arachidi. Sentendo arrivare il loro camion, volevamo fuggire. Io sono scappata in foresta. Quando abbiamo visto che le nostre compagne partivano, siamo ritornate. Suor Anuarite cercava alcune cose per il viaggio: una coperta, un grembiule, del cibo.
Non ha dimenticato la sua corona del rosario. È andata da don Marcel a chiedergli la sua benedizione: l’ho vista io. Non so se si è confessata o che altro, ma ha ricevuto la benedizione.
Dapprima siamo andate verso Isiro. Lungo la strada, hanno rovesciato su di noi ogni genere di insulti. Con le loro parole e i loro canti, ci manifestavano il loro disprezzo. Siamo arrivate a Ibambi. Ci hanno fatte scendere dal camion vicino a un campo di canna da zucchero. Anuarite ha detto: "Non conviene che dormiamo stanotte. Dobbiamo vegliare e pregare". Penso che sia stata lei a prepararci qualcosa da mangiare. Dopo aver aiutato suor Anne-Marie, le ha ceduto il posto per dormire e le ha dato la sua coperta. Lei, suor Hélène ed io abbiamo passato la notte in uno spazio ristretto. All’ora del risveglio, lei stava pregando. Recitava il rosario e ha continuato a pregare durante il viaggio. Non l’ho sentita rispondere agli insulti dei Simba. Lungo la strada, non ho notato nulla. Ci hanno strappato i crocifissi e il velo. Lei aveva nascosto nelle tasche il rosario e l’immagine (una statuetta) della Vergine Maria. La mattina del primo dicembre, dopo la morte di Anuarite, uno dei ribelli, Yuma Deo, disse: "Adesso ci rendiamo conto che la vostra vocazione non è priva di esigenze"...
Quella sera, i ribelli hanno indicato alcune suore che dovevano rimanere là e diventare le loro mogli. Olombe è andato in collera due o tre volte, perché Anuarite non aveva corrisposto al suo desiderio. Suor Xavéria disse: "Preghiamo, perché ci insudiceranno (ci disonoreranno) prendendoci come loro mogli". I ribelli ci hanno portato del cibo, ma non l’abbiamo toccato, perché la Madre superiora e suor Clémentine Anuarite non erano con noi. Olombe cercava di distrarci con molti discorsi.
Suor Anuarite si è difesa con le sue risposte. Dopo essere tornata con noi, ci ha chiamato, ha cambiato le mutande perché voleva essere pulita al momento della morte. No, non posso mettere in dubbio l’intenzione dei Simba di abusare di suor Clémentine e di ucciderla. Dopo aver ucciso suor Clémentine, i Simba ci hanno costrette a toglierci le scarpe e l’abito religioso. Ci hanno schiaffeggiate e ci hanno percosse con il calcio del fucile. Suor Aliswa ha avuto un braccio fratturato. Suor Jean-Baptiste Bokuma fu percossa duramente e riportò una frattura. Era svenuta prima che cominciassero a infierire su suor Clémentine. Io non ho visto niente, ho visto la suora dopo. Suor Jean-Baptiste adesso si trova a Kinshasa. Ho saputo che ha cambiato religione. Non apparteneva alla congregazione della Sacra Famiglia, ma l’avevamo accolta fra noi perché doveva rimanere da sola a Bafwabaka. Attualmente è testimone di Geova.
Abbiamo sentito dire: "Portateci il corpo di suor Clémentine". Abbiamo visto che avevano in macchina alcuni cadaveri. Ci siamo avvicinate. Scavavano la terra. Abbiamo visto molti cadaveri, ma non siamo riuscite a vedere il suo. Il secondo giorno, abbiamo scoperto un altro cadavere. L’abbiamo raccolto, ma non era il corpo di suor Clémentine, perché lei aveva un braccio rotto, mentre su quel cadavere non c’era traccia di fratture. Ero molto indecisa; alla fine, è risultato essere il cadavere di un uomo. Il terzo giorno siamo andate dal capo del Servizio d’igiene, ma ci ha detto che non avrebbe concesso altre autorizzazioni se non trovavamo il suo cadavere il giorno stesso. Era l’ultima autorizzazione.
L’abbiamo trovato. Il suo corpo si stava decomponendo, ma sono stata in grado di riconoscerla. Aveva in tasca una statuetta (Sanamu) della Vergine Maria. Attualmente la sua tomba si trova a Isiro. Non ho avuto più dubbi quando ho visto la sua testa e la sua statura. Ho preso il suo taccuino prima di lasciarlo fra le (sue) mani al momento della sua prima sepoltura.
Alcuni dicono che è morta a causa della sua ignoranza (ujinga). Altri dicono che è morta martire della verginità, come Maria Goretti.
La gente dice che era una ragazza molto coraggiosa. Io credo che Anuarite sia una vera martire.
La gente la invoca. Ho sentito che una famiglia ha ottenuto la guarigione di un bambino. Rosa Maua (una ex suora) ha chiesto l’aiuto di suor Clémentine ed è stata esaudita. Io non ho l’abitudine di invocarla. Spesso è per negligenza; ma una volta ho chiesto, e non ho ottenuto. Non ricordo altre cose da dire a proposito di suor Clémentine.

2. Pierre Olombe

Come e quando ha saputo che sarebbe stato chiamato a presentare la sua testimonianza sulla serva di Dio?
Ho saputo ieri dal responsabile laico della parrocchia che dovevo venire qui a testimoniare.
Lei ha fatto parte dell’esercito dei Simba? Chi era il capo di quell’esercito? Qual funzione ricopriva lei al suo interno?
Sì, ho fatto parte dell’esercito dei Simba. Sono stato preso dai Simba nel 1964, a Kindu, e mi è stato conferito il grado di luogotenente colonnello agli ordini del generale dei Simba Olenga Nicolas. Mi è stato affidato il compito di condurre l’operazione dell’Alto Uele insieme al colonnello Deo Yuma Matthias.
In che modo il vostro gruppo ha conosciuto le suore della comunità di Bafwabaka?
Ho ricevuto l’ordine di arrestare tutte le suore e di portarle a Isiro. Sono andato a Bafwabaka con un camion e ho preso tutte le suore.
Siamo andati direttamente da Bafwabaka a Isiro, senza passare per Wamba. Nel frattempo ho lasciato a Wamba mia moglie, Bangamosa Angélique, per andare a riprenderla in seguito.
Perché sono state prese le suore di Bafwabaka? Dove sono state condotte? A quale scopo e per quale strada?
Il generale Olenga aveva dato l’ordine di condurre tutti i padri, tutte le suore e tutti gli europei al quartier generale di Aba, vicino al confine sudanese, per evitare che continuassero a inviare messaggi via radio all’estero.
Lei personalmente, quando ha incontrato per la prima volta le suore?
Le ho viste per la prima volta a Bafwabaka.
Quando siete arrivati a Isiro, dove ha sistemato le suore?
Arrivato a Isiro, ho portato le suore nella mia residenza, una casa che apparteneva a un commerciante di nome Taxi, situata di fronte all’Air Zaïre, una casa di color grigio-giallo.
Ne ha scelte alcune per condurle altrove? Dove? Quante? A quale scopo? Destinate a chi?
In quella casa, ho preparato loro la colazione. Alcune suore hanno mangiato qualcosa, altre non hanno voluto. Alcune pregavano, cantavano. Durante il viaggio, Ngalo ha deciso di prendere suor Clémentine Anuarite per farne sua moglie e mi ha mandato a dire a suor Clémentine di raggiungerlo nella sua residenza, che era accanto alla banca. Lei si è rifiutata. Allora sono andato dal colonnello Yuma Matthias a dirgli che la suora si era rifiutata di andare da Ngalo. Deo mi ha dato carta bianca, dicendomi: "Faccia quello che vuole". Avevo fumato canapa indiana. Non ho scelto un’altra suora per me perché avevo già preso una suora europea, di nome Marie, che avevo lasciato a Wamba.
Che cosa ha proposto alle suore? Hanno accettato la sua proposta? Che cosa hanno risposto? Qual è stata la risposta di suor Clémentine?
Ho proposto a suor Clémentine di diventare la moglie di Ngalo; lei ha rifiutato categoricamente, dicendo: "Non posso accettare di diventare la moglie di un uomo; se devo farlo, preferisco morire subito". Mi ha detto: "La perdono, perché non sa quello che fa".
Le avevo chiesto perché non avesse voluto diventare la moglie di Ngalo: "Sei forse più bella di mia moglie Angélique che è rimasta a Wamba?". Lei mi ha risposto: "Perché non mandi tua moglie da Ngalo?". Le ho detto: Bada alla tua testa lunga, "mesengi". E le ho dato un pugno. Volevo costringerla a salire in macchina, ma non ha voluto; le ho dato un calcio. Quando ho visto che rifiutava Ngalo, l’ho portata in camera mia e volevo dormire con lei nel mio letto, ma si è rifiutata. Non ho voluto costringerla. Le ho detto che sarebbe morta se diceva di no; mi ha risposto: "Me ne infischio".
Le altre suore sono state bastonate. Ho minacciato di uccidere quelle che piangevano. Hanno smesso di piangere. Non sono state uccise altre suore perché la Suora generale, che è della mia stessa tribù, dopo la morte di suor Clémentine mi ha proibito di uccidere un’altra suora. Ho chiamato Wtshi Raphaël (ufficiale d’ordinanza del colonnello Olombe) e gli ho ordinato di uccidere suor Clémentine con un fucile Mauser calibro 65. È stata uccisa davanti alla casa. Era notte. (Nel frattempo, tutte le suore erano chiuse in casa). [La versione della Madre Generale è un po’ diversa da quella di Olombe, che a quanto sembra si sbaglia su più di un punto].
Suor Clémentine è stata uccisa perché non voleva commettere peccato?
Suor Clémentine è stata uccisa perché aveva rifiutato di essere la moglie di Ngalo e poi la mia.
Che cosa è stato fatto del suo corpo? È stata seppellita?
Due giorni dopo la morte di suor Anuarite ho visto un colombo che volava sopra la mia casa, ho sparato due colpi e non l’ho preso. Due giorni dopo la morte di suor Clémentine ho ricondotto tutte le suore a Bafwabaka, penso con il corpo di suor Anuarite.
Può aggiungere altri particolari?
Dopo due giorni, l’effetto della canapa era finito e ho capito che avevo agito male. Arrivato a Bafwabaka ho lasciato là le suore e sono andato a Wamba a prendere mia moglie per andare a Isiro. Arrivato a Isiro, ho continuato l’operazione militare a Monguele. Ho sognato suor Clémentine che mi diceva di pregare e ho detto a mia moglie: "Perché ho sognato quella donna?"; sono ritornato a Isiro e non ho continuato l’operazione.
A Bafwabaka, ho chiesto perdono alle suore. Le suore hanno risposto che mi perdonavano e che dovevo chiedere perdono a Dio.
Nel 1966, sono stato arrestato dall’esercito nazionale congolese, e il generale Yossa Malasi mi ha fatto rinchiudere in carcere a Isiro. Mi hanno condannato a morte a Kisangani come ribelle.
Nel 1967, all’epoca del caso Schramme, ho combattuto con l’esercito nazionale congolese. Grazie a questo fatto, la mia pena è stata commutata in cinque anni di detenzione, che ho trascorso nel carcere militare di Ndolo.

3. Françoise Bambanota

Ho conosciuto Anuarite alla scuola elementare di Wamba; eravamo parenti e abitavamo nella stessa strada. L’ho conosciuta anche a Bafwabaka, quando era novizia. Appartenevamo alla stessa tribù e andavamo alla stessa scuola. P. Alfred Nothum mi ha informato e mi ha chiesto di venire qui, ma non ho ricevuto nessuna convocazione.
Anuarite andava in collera facilmente, ma era una cosa passeggera; non serbava rancore. Non so se avesse dei difetti; io ero più piccola di lei e facevo quello che mi chiedeva. Tutto quello che ho visto, è che andava in collera facilmente.
Le sue qualità: si notava soprattutto la carità. Le piaceva aiutare gli altri, mi aiutava nel mio lavoro. Quando sbagliavo, mi dava qualche consiglio. È stata lei a darmi il nome di Virginia, in onore della Vergine. L’ho conosciuta da quando frequentava le scuole elementari fino alla sua morte.
Ha incontrato qualche difficoltà nel seguire la sua vocazione religiosa?
Anuarite diceva: "A volte, nella nostra Congregazione, le superiore sono tribaliste, favoriscono le ragazze della loro tribù; ma non importa, non bisogna scoraggiarsi per questo; bisogna prendere in considerazione Dio solo". Vedeva che le suore erano gioiose, soprattutto nei giorni di festa; è questo che l’ha attratta.
È stato quando siamo arrivate a Isiro che abbiamo capito quello che volevano i Simba... Io stavo preparando da mangiare. A un certo punto, Anuarite mi è passata accanto e mi ha detto: "Se i Simba mi chiedono di essere loro moglie, io non posso; se vogliono uccidermi, che mi uccidano". Olombe l’aveva scelta per sé. L’ha uccisa perché lei si è rifiutata di andare con lui. Non ho visto nulla di quello che è successo, ne ho soltanto sentito parlare. Non so niente di ciò che è avvenuto dal momento in cui mi ha detto che preferiva morire piuttosto che accettare di essere la moglie dei Simba al momento della sua morte. I Simba ci minacciavano, ci hanno chiesto perché eravamo in convento; quando rispondevamo che era per Dio, per pregare, ci percuotevano. Ma i Simba volevano soprattutto mettersi in buona luce con i loro capi. Quando, interrogando le suore, ne trovavano alcune che erano della loro tribù, le separavano dalle altre col pretesto di prenderle come mogli, ma in realtà lo facevano per proteggerle.
Perché è stato chiesto alle suore di spogliarsi?
A causa dei capi. Perché i Simba dicevano che avevano trattato il capo da imbecille. Allora quattro Simba hanno costretto le suore a spogliarsi; alcuni hanno cercato di proteggere certe suore.
È successo qualcosa?
No. Del resto la maggior parte delle suore che erano state messe in disparte non erano completamente nude. Io sono stata messa in una stanza, dove ho potuto dormire tranquilla; nessuno mi ha molestato, e il mattino seguente ho saputo quello che era successo. Suor Jean-Baptiste è a Kinshasa ed è impiegata alla Pubblica istruzione.
Anuarite è stata sepolta soltanto a Isiro. Per un certo periodo è stata in una tomba a parte. Poi hanno riesumato il suo cadavere e l’hanno sepolto di nuovo nel cimitero dei combattenti, dove si trova ancora oggi. È un’eroina. Perché hanno ucciso suor Clémentine, lei sola? Forse perché era la più bella? La gente può averlo detto. In realtà, ha resistito mentre le altre suore hanno accettato. Alcuni pensano che sia morta per amor di Dio, altri pensano che sia morta per stupidità. So che molti la pregano, a Isiro. Per quanto riguarda Kisangani, non ne so niente.
Molti di coloro che la pregano sono stati esauditi. Ad esempio, un fratello di suor Xavéria aveva una piaga, ed è guarito. Quando la mia bambina era all’ospedale, ammalata, don Boniface l’ha battezzata e l’ha chiamata Clémentine. In seguito, ho preso la bambina e sono andata via per curarla con rimedi indigeni. La bambina è guarita: non so se questa guarigione va attribuita a suor Clémentine o a qualcos’altro. Non ho più niente da aggiungere. Ho finito.

4. Suor Marie-Léontine (Lucie Kasima), all’epoca Madre Generale

L’ho conosciuta, sono stata sua insegnante per un anno. Era un’alunna docile, e agli esami riusciva bene. L’ho conosciuta direttamente. Ho ricevuto una convocazione e sono venuta. L’ho ricevuta l’altro ieri. Ho conosciuto suor Clémentine per averla vista vivere.
Nel 1952 ero maestra delle novizie, ma non so il giorno preciso in cui ho fatto la sua conoscenza. È stato all’epoca in cui sono tornata come superiora della casa di Bafwabaka, e più ancora quando ero Madre Generale, nel 1961 (l’agenda di Anuarite ci fornisce la data esatta: 26 luglio 1961).
Ha frequentato la scuola elementare a Wamba e la scuola superiore a Bafwabaka. Non penso che avesse un’intelligenza brillante. Era nella media, una buona media. Dal punto di vista religioso, aveva ricevuto più delle sue compagne.
Per quanto riguarda la sua giovinezza... Per natura, nutriva un grande rispetto per le sue superiore. Per natura, aveva reazioni vivaci e andava in collera facilmente. Ma ogni volta chiedeva volentieri perdono.
Prima della ribellione, avevo dei problemi e sono andata da mons. (Wittebols). Ma avevo assunto un’aria severa con lei, perché monsignore mi aveva detto che suor Clémentine aveva lasciato intendere senza parlare... Al mio ritorno, Clémentine si è accorta del mio disagio ed è venuta da me: "Mama, sono sua figlia, poco importa che cosa!".
Il difetto di Anuarite: andava in collera in fretta, molto in fretta. Quando c’era una festa, sapeva preparare dolci e desserts. In altri momenti, poteva succedere che nascondesse certi oggetti, perché sapeva che io ero una persona troppo liberale. Spesso soffriva di mal di testa. Ma cercava di rallegrarmi raccontando una storia, sebbene avesse l’emicrania. Era molto obbediente. Stava spesso con suor Estella.
Prima di entrare da noi, non è stata in nessun altro posto. Amava la nostra Jamaa. Alcune sono uscite per andare con le suore europee (di Gesù Bambino), ma lei non ha voluto. Era sagrestana, insegnava a scuola e sorvegliava le interne. Seguiva bene la regola, si sforzava di essere fedele ai suoi voti. Povertà: era dispiaciuta quando ha saputo che avevamo fatto un dono alla sua famiglia. Per quanto riguarda la castità, era irreprensibile. Era una persona caritatevole. Non voleva apparire.
Qual è stato il comportamento di Clémentine quando sono arrivati i Simba? In quel momento, lei sapeva già che i Simba avevano ucciso alcuni membri della sua famiglia. Si era recata presso le suore europee quando i Simba era andati ad arrestarli e a portarli via. Provava ripugnanza nei confronti dei Simba. Questi le avevano detto: "Aspetta, verrà anche il tuo turno". Quando sono arrivati i Simba, io non ero in casa. Ero andata a visitare alcuni ammalati. Siamo venute a sapere che era arrivato un camion, e il nostro spirito era inquieto. Siamo rientrate in convento, ma lungo la strada abbiamo incontrato le nostre suore con delle valige. Ci siamo disperse tutte in foresta e abbiamo mandato un ragazzino a vedere che cosa succedeva a casa. Il ragazzino ci ha riferito che i Simba volevano prendere le suore. Ho affrettato il passo. Al momento di salire sul camion, vedendomi arrivare, Clémentine è entrata in casa; era felice di vedermi. Abbiamo preparato insieme i bagagli.
Lungo la strada, i Simba cantavano canzoni oscene. Chiesero una capra al capo del villaggio. Preparai da mangiare con Clémentine e, penso, con altre suore. I Simba parlavano molto e dicevano che avevano ucciso mons. Wittebols; ma io non ci credevo.
Il loro scopo era di unirsi ai Simba che stavano andando a Isiro. I loro canti ci rivelavano le loro intenzioni. Parlavano molto. Abbiamo recitato il rosario con un Simba di nome Gérard. In seguito non l’abbiamo più visto. L’abbiamo rivisto il mattino della morte di Clémentine, piangeva... Durante la strada, non ho notato che volessero scegliere Clémentine o che ce l’avessero con lei. Chi desiderava Clémentine, era Ngalo.
Ci portarono del vino, ma io sola ne ho bevuto. Ci portarono birra e whisky; ho detto che l’whisky non andava bene, che portassero della birra e l’avremmo bevuta. Volevano separarci per dormire. Mi sono opposta. A Ibambi abbiamo dormito insieme. È stato preparato qualcosa da mangiare. Io non mi movevo di là. "Mama, mi chiamano", disse Clémentine. "Chi ti chiama? Resta dove sei". E non ci siamo mosse. Poi chiamarono di nuovo. Feci salire in macchina Clémentine per andare da Ngalo, ma loro volevano trattenere Clémentine e farmi andar via da sola. Non ho voluto. Ho preso per mano Clémentine, siamo andate insieme da Ngalo e gli abbiamo chiesto: "Signor Ngalo, che cosa sta succedendo con questa ragazza?" - "Aspetta lì". Voleva prenderla come moglie. Ho detto: "Signore, quello che lei dice è impossibile. La ragazza ha pronunciato dei voti davanti a Dio". Ci hanno risposto: "Tu sei del PNP, tu sei fiamminga, una testa dura". A quel punto è intervenuto Deo: "Tu dai alle ragazze una testa dura. Ti metteremo in un sacco e ti butteremo nel fiume". Si sono messi a spingermi verso la casa. Tuttavia non c’era possibilità con le porte. Là, Clémentine ha detto loro: "Perché dovreste uccidere Mama? Mi uccidereste?". Io ero all’interno della casa. Guardavo fuori e sentivo Olombe che diceva: "Mangiate". Ma le suore non volevano mangiare finché io non fossi rientrata con le ragazze: "Non possiamo mangiare senza la nostra Mama". Allora Olombe mi ha detto: "Tu non puoi morire, va con le tue ragazze e mangia".
Poi ha detto a sua volta: "Desidero una donna". Ha scelto suor Clémentine, e suor Jean-Baptiste l’ha seguita. Tutte le mie parole sono state vane, Olombe non mi ascoltava più. Allora ho deciso di tacere, perché dicevano che avrebbero ucciso le ragazze a causa delle mie parole. Ci hanno fatte uscire. Io ero fuori. Le suore, compresa Clémentine, erano in casa. Olombe è entrato con una bottiglia e l’ha rotta. È tornato fuori a dirci che stava per uccidere due suore. Sono andata a vedere se era vero, ma non c’era niente del genere. Uscendo, ho visto Clémentine e Jean-Baptiste all’interno di una macchina. Olombe cominciava a percuoterla col calcio del fucile. "Colpisci soltanto, io lo voglio. Va’ fino in fondo". A quel punto, Clémentine si è accasciata al suolo. Prima di cadere, ha detto: "Ti perdono, perché non sai quello che fai". Io sono stata schiaffeggiata e sono caduta. In seguito, lui ha ferito di nuovo Clémentine. Poi non ho sentito più niente. Dentro di me ho pensato: "Che la uccidano del tutto, in modo che non debba più soffrire". Suor Anuarite si è messa in ginocchio ed è crollata a terra... Hanno portato il corpo di suor Clémentine che era stato caricato su un camion insieme ai corpi di altre persone che erano state uccise dai Simba durante i combattimenti.
"Questa non seppellitela con gli altri perché è Simba, è morta combattendo" (queste parole si riferivano a suor Clémentine). Simba è sinonimo di coraggio. A parlare in questo modo era l’autista del camion. Non ho partecipato agli eventi successivi. Non so come sia stata sepolta. In quel momento avevo altre difficoltà. Suor Estella saprà dire qualcosa di più a proposito della sua tomba. A Wamba ho sentito dire: "Adesso abbiamo la nostra martire; hanno ucciso suor Clémentine, come ci hanno insegnato a catechismo". A parlare così era una ragazza che si trovava in cucina quella notte e che è stata una testimone oculare dell’accaduto. Era la moglie di un certo Mandefu, Justin Sigbande. La gente parla così; non so se si esprimono anche in un altro modo. Molti dicono che ha compiuto delle "cose" (mambo). La gente la invoca.
Un uomo è guarito completamente dopo aver pregato suor Clémentine. Aveva una fistola. Un altro esempio: un bambino paralizzato è stato guarito da suor Clémentine il giorno della messa di mercoledì scorso (il 25 gennaio 1978), in occasione della concelebrazione dei vescovi, quando è stato aperto ufficialmente il processo di beatificazione.

5. Rose-Marie Bokuma

(ex suor Jean-Baptiste, della Congregazione delle Suore di Gesù Bambino)
L’ho conosciuta quando andavamo a scuola. Non eravamo nella stessa classe. Vedevo sua madre. Ho visto per caso suo padre. Non sono mai stata in casa loro.
Nel nome di Gesù, io personalmente trovavo che era una suora rumorosa; andava in collera facilmente. Anuarite era nervosa. Ma era gentile. Quando lei era novizia, io ero aspirante. Quando ha pronunciato i voti, io ero in noviziato. Ho lasciato le Suore della Sacra Famiglia per entrare dalle Suore di Gesù Bambino.
Bisognava andare a Wamba, dicevano i Simba. Durante il viaggio, lanciavano minacce verbali che ci spaventavano molto. Ma lungo la strada non ci hanno percosso. I Simba dicevano che a Isiro non c’erano infermiere. Voi farete questo lavoro. Era una sciocchezza. Si vedeva bene che mentivano. Durante il viaggio dicevano: Tutte le donne Badubu saranno uccise.
A Isiro, hanno cominciato a mettere gli occhi addosso a suor Marie-Clémentine e a me, perché vivevo con le suore europee. Hanno preso suor Marie-Clémentine fin dal suo arrivo a Isiro. La minacciavano dicendo che l’avrebbero buttata viva nel fiume. Mentre dormivamo, suor Clémentine pregava e ci diceva di pregare invece di dormire. Non si sa perché, ma loro si erano fissati su suor Marie-Clémentine.
Mi minacciavano di morte, mi facevano paura. Olombe ha colpito la suora e ci minacciava entrambe. Ha cominciato a fare una scelta. Di notte, ha condotto suor Clémentine e me in una stanza. Olombe diceva: "Voglio andare a letto con voi". Era con qualcuno che chiamava quando noi gli opponevamo resistenza. Questa persona non ci ha toccate. Olombe ci aveva scelte per sé. Noi dicevamo: "Non possiamo farlo, è un peccato davanti a Dio". Sì, voleva violentarci. Diceva: "Voi altre vi divertite con i preti. Anche noi siamo uomini". Vedendo che resistevamo, ha detto: "Sì, è perché siete vicino alle vostre sorelle". Ci ha caricate in una Volkswagen. Quando ha messo in moto, ho gridato : "La Santa Vergine". Allora ha detto: "Stanno rivolgendosi al loro Dio perché mi uccida". È sceso dalla macchina. Ha colpito suor Clémentine dappertutto, dappertutto. Eravamo circondate dai ribelli.
Io gridavo: "Signore". Suor Marie-Clémentine era in ginocchio, con la testa bassa, e si moveva ancora. Olombe mi ha spezzato il braccio sinistro, provocandomi tre fratture. Avevo la testa gonfia, e ancora adesso ho delle cicatrici. Mentre la percuotevano, suor Clémentine non gridava: mormorava il nome di Gesù. Non sappiamo dove abbiamo trovato la forza per non gridare. Lei non ha ceduto. Eravamo in due nella stessa stanza. Volevano portarci ciascuna in una stanza. Ci siamo rifiutate. Le altre suore erano da un’altra parte. Non ci vedevano. Cantavano il Magnificat. Dopo aver ricevuto molte percosse, avevo male al braccio rotto e sono svenuta. Mi ha colpito dicendo: "Questa ragazza è venuta per restare con i bianchi". Poi Olombe ha chiamato in suo aiuto gli altri Simba dicendo: "Le ragazze evolute vogliono uccidermi". Poi ho sentito che davano delle coltellate a suor Clémentine; infine l’hanno finita con un colpo di pistola. Io ero stata portata all’ospedale. Là mi hanno detto che suor Clémentine era morta.
(Questa testimone ha lasciato la chiesa cattolica, non si sa bene per quale motivo).
Queste testimonianze presentano alcune ripetizioni, che a volte sono inevitabili se vogliamo comprendere il racconto dei testimoni della vita di Anuarite. Essi parlano infatti della stessa vita, ma ciascuno lo fa da un punto di vista personale. Per motivi di stile, ho ritoccato alcune delle espressioni utilizzate dai testimoni e riportate nella Depositio super martyrio.

 

VII. La spiritualità della beata Anuarite

Ci sono diversi tipi di spiritualità. Qui noi considereremo la spiritualità di Anuarite come un’espressione particolare della spiritualità cristiana. Intendiamo con questo un approccio esistenziale al vangelo, un modo di viverne il messaggio secondo una determinata prospettiva. L’accento posto su un aspetto del messaggio evangelico non impedisce comunque che se ne incarni tutta la sostanza. Attraverso l’uno o l’altro degli aspetti che vengono spiritualmente privilegiati, si accede al mistero totale di Gesù Cristo, la Parola definitiva di Dio.
Anuarite ha condotto una vita cristiana e religiosa improntata alla semplicità, allo spirito di servizio, alla purezza e soprattutto all’amore. Ha vissuto in maniera straordinaria nella semplicità e nella fedeltà alla sua vocazione. Ha fatto cose ordinarie con un amore straordinario per Gesù Cristo e per l’umanità. Radicata in una cultura che attribuisce una grande importanza alla comunione clanica e tribale, Anuarite ha saputo andare al di là di questo genere di comunione, superando ogni discriminazione. Ha assunto e superato questa comunione per viverla nel Cristo, suo sposo e Signore. La spiritualità della beata Marie-Clémentine è una spiritualità della comunione, dell’"essere con", una spiritualità che si apre alla reciproca trasparenza del sensibile e dello spirituale.

1. Gesù solo e la carità

Donna di grande sensibilità, donna che amava appassionatamente il suo popolo africano e tuttavia ha saputo amare di vero amore le sue formatrici belghe, Anuarite è ancora oggi un modello da seguire per noi, figli e figlie di quest’Africa emarginata. Lottando perché il mondo cambi i suoi atteggiamenti e il suo comportamento nei confronti dell’Africa, dobbiamo sapere che questa lotta non può essere vissuta secondo verità se non con un grande amore per l’uomo redento dal Cristo. I nostri valori, quello che siamo e quello che abbiamo di profondamente africano, sconfinano sempre nell’universale. Il sangue che Anuarite ha versato difendendo la sua verginità votata al Cristo, l’ha versato nel Cristo per la salvezza dei suoi fratelli e delle sue sorelle d’Africa, come ha detto lei stessa: "Il Cristo non è forse morto anche per gli uomini e per le donne nere?"; ma l’ha versato anche, nel Cristo, per completare nel proprio corpo ciò che mancava alla passione del Signore per la salvezza del mondo intero, secondo le parole dell’Apostolo.
Un’espressione cara ad Anuarite era: Gesù solo. Alcuni brani del piccolo diario della beata ci aiuteranno a scoprire il posto e il significato che la vita consacrata aveva assunto in questa giovane donna africana votata al Cristo, suo sposo e Signore. Questo diario è uno dei pochi scritti, se non l’unico, che ci apre il santuario della sua anima. Nelle sue pagine non si parla soltanto di spiritualità, ma anche di altri argomenti: ricette di cucina, principi di pedagogia, direttive riguardanti il movimento giovanile di allora, chiamato Xavéri. Proprio in questo diario, in cui si sente scorrere la vita, scopriremo la visione spirituale di suor Anuarite.
Da un’attenta lettura del diario risulta che la sua vita spirituale era fondata su Gesù. Si tratta del nome che ritorna più spesso nelle sue riflessioni e che si colloca alla base della sua visione spirituale: Gesù che ha versato il suo sangue per gli uomini neri, come scrive Anuarite in uno dei passi di questo diario così breve eppure così denso di significato. Il nome "Gesù" o "Signore Gesù Cristo" ritorna 31 volte, quello di Dio 21 volte, "Maria" o la "Madre di Dio" è nominata 13 volte, e s. Giuseppe 7 volte. C’è un passo in cui Anuarite scrive: "Mio unico beneamato Gesù". Lo Spirito invece viene citato solo indirettamente quando Anuarite parla della cresima. Il suo Dio è senza dubbio uno e trino, perché è il Dio di Gesù. Ma la sua spiritualità è essenzialmente cristocentrica: non può esserci ombra di dubbio in proposito. Qualcuno potrebbe chiedere: ci troviamo di fronte a un’espressione del suo pensiero o soprattutto ad appunti relativi alle sue letture? Anche se così fosse (e certamente alcuni passi sono di questo tipo), è pur sempre vero che avrebbe annotato quello che le toccava il cuore, quello che attirava la sua attenzione, quello di cui aveva bisogno per nutrire la propria vita.
Più di una volta, suor Marie-Clémentine nomina Gesù, Maria e papà Giuseppe. Le piaceva pensare alla famiglia di Nazaret, dopo aver tanto sofferto nella sua infanzia per la separazione dei suoi genitori. Nel recente Sinodo dei vescovi sulla chiesa in Africa, i vescovi africani hanno incentrato il loro contributo teologico e pastorale sulla chiesa-famiglia. Questa giovane religiosa non ha aspettato il Sinodo per volgersi verso la chiesa-famiglia di Dio (sia detto per inciso e senza voler calcare la mano). È un dato di fatto: Anuarite vede Gesù nel cuore della famiglia di Nazaret; era lui il vero centro per coloro che, al tempo della sua vita terrena, venivano introdotti al mistero del regno; e lo è allo stesso modo per coloro che vi sono introdotti ancora oggi. Attraverso la beatificazione di alcuni dei suoi figli, la chiesa nostra madre intende mettere in luce il modo in cui le virtù teologali, insieme ad altre virtù, hanno segnato il loro cammino spirituale. Nelle pagine che seguono cercheremo di far vedere come la beata Anuarite ha praticato queste virtù secondo la sua inclinazione spirituale. Evocheremo dunque la sua vita di fede, la sua speranza e il suo amore per Dio e per l’umanità.
La vita della beata è stata un vita di fede, non solo vissuta a livello personale ma, come si legge nel suo diario, orientata alla proclamazione pubblica. Anuarite si esprime infatti nel modo seguente: "Che cosa si aspetta da me la chiesa? La cresima fa di me un soldato della chiesa. La chiesa si aspetta che io combatta i suoi nemici e proclami pubblicamente la fede nel Cristo". La sua era una fede viva e nutrita quotidianamente dalla preghiera, dall’unione col Signore e dall’apostolato. Ascoltiamo la testimonianza di suor Damien: "La sua vita di fede: grande devozione alla Vergine come al suo santo patrono, s. Alfonso de’ Liguori; fede nella grazia dei sacramenti dell’eucaristia e della penitenza; fede nella necessità della preghiera e specialmente della meditazione per rimanere fedeli alla propria scelta di vita; (la) presenza del Cristo occupa uno spazio sempre più grande nel suo cammino spirituale, il suo attaccamento a lui si accresce. Era pronta a pronunciare i suoi voti, e la sua offerta è stata totale. Era sfavillante di gioia. Manifestava la sua fede in Gesù, in Dio, nelle sue lezioni di catechismo, nella "parolina" della responsabile durante le riunioni della Legio Mariae, durante le ricreazioni del noviziato; il nome di Gesù la induceva a cambiare atteggiamento (conversione) o le dava il coraggio di agire".33
Colma di questo spirito di fede, una fede messa alla prova fin dalla sua infanzia, come risulta dal racconto della sua vita, Anuarite ha scelto di diventare religiosa perché era il modo migliore per testimoniare la sua fede, per amare Gesù e per santificarsi, come scrive lei stessa nel suo diario. Vediamo come precisa il senso della sua consacrazione al Signore: "Noi ci lamentiamo a causa del lavoro. Non dobbiamo lagnarci per il lavoro. Siamo venute qui per santificarci. È lo scopo di ogni famiglia religiosa. Il primo lavoro delle religiose è la propria santificazione. La nostra vocazione è una cosa unica: al servizio di Dio solo, non degli uomini! Consacrata. Io, povera, peccatrice, sono stata scelta da Dio per essere messa a parte per lui".
E ancora: "La nostra condizione è quella di una ragazza che è stata scelta dal Re per essere sua sposa (si tratta di Gesù). La nostra vocazione è l’amore di Dio. Ci sono molte famiglie religiose, ma hanno tutte un unico scopo. La nostra vocazione è l’amore, servire Dio. Il Signore Gesù, quando ci ha chiamate, ci ha chiesto il sacrificio: il sacrificio dei beni di questo mondo, il sacrificio dell’amore umano, fino al sacrificio delle nostre persone".34
Così, con l’entusiasmo della sua anima ardente e del suo carattere vivace, Anuarite invoca l’aiuto di Dio: "Gesù, concedimi la grazia di morire, anche sull’istante, piuttosto che abbandonarti".35 Indubbiamente la beata "era una ragazza dalla fede profonda".36
La speranza ha sempre guidato suor Anuarite, sia negli studi (non avendo superato gli esami di quinta elementare, ha preferito ripetere la classe piuttosto che passare alla scuola superiore di Bafwabaka senza essere pronta a cominciare, in qualità di aspirante, la tappa che precede l’ingresso nella vita religiosa),37 sia nella preparazione alla vita religiosa (affrontata malgrado una salute cagionevole, che induceva le superiore a mettere in dubbio la sua accettazione a causa della sua debolezza fisica),38 sia negli incarichi che ha dovuto assumere come religiosa, sia nelle difficoltà che ha incontrato per dominare il suo carattere vivace, che faceva di lei una religiosa trasparente, piena di serenità e di gioia, come risulta dalle dichiarazioni della sua superiora e dalla testimonianza di suor Marie Mélanie, che conobbe la beata dal tempo del postulato fino alla sua morte.39
Esteriormente, sembrava una ragazzina che non ha paura di niente (mkaramusi). Di tanto in tanto si adirava, poteva andare in collera (kutomboka), ma ben presto si calmava e non aveva pace finché non si era riconciliata. Le piaceva moltissimo recitare e suonare il tamburo; giocava molto, ma le piaceva lavorare, preparare i pasti, e così via.40
Cercava unicamente Gesù, lasciando da parte tutto ciò che è umano; trovava presso di lui aiuto e conforto, sottomettendosi totalmente a lui, come manifestano le sue note personali.
Suor Marie-Clémentine amava profondamente il Signore; diceva: "Dio c’è e mi vede in tutto e per tutto".41 Pregava sempre per conoscere la sua volontà; lo chiedeva a Gesù, a Maria e a Giuseppe: "Non lasciate che mi allontani da voi. Ottenetemi anche la grazia di riconoscere la volontà di Dio in tutto ciò che mi è vietato dalla regola o che mi è comandato dalle mie superiore; ottenetemi di essere pronta a riconoscere le astuzie del demonio e dei suoi seguaci".42
Per amore, accettava tutto dal Signore: "Mi sono consacrata a Gesù solo. Cercherò dunque di piacere a lui e di riconoscere che tutto quello che mi succede è volontà sua".43
Nel suo diario, in data 6 giugno 1964, tutto ciò viene di nuovo confermato: "Essere obbediente agli ordini, alle regole, alla campana. In tutto questo non vedere altro che la volontà di Dio".44 Anuarite infatti desiderava sempre di "non piacere che a Gesù solo".45 Per questo pregava molto e con intensità: "Amava molto pregare";46 il testimone n. 28 ricorda che "Amava la preghiera e si tratteneva spesso in cappella più a lungo delle altre".47 Durante la preghiera e la meditazione appariva felice; diceva: "È il tempo del riposo e del colloquio col Signore (...). Parlare col Signore durante la meditazione. Chi si stancherebbe a parlare col suo fidanzato? Non si ama forse pensare a lui? Noi, che siamo consacrate, dobbiamo pensare ancora più spesso allo sposo delle nostre anime".48
Anuarite affermava che non è possibile progredire senza la preghiera, e ogni giorno pregava dicendo: "Signore Gesù, dammi lo zelo e un grande amore per la preghiera, perché io possa progredire nella vita spirituale".49
Il suo modo di pregare era speciale e veniva notato da tutti, come attesta suor Marie Elena Banakwemi: "Quando si andava in chiesa, ho notato il suo modo di pregare e di raccogliersi".50
La carità verso il prossimo fu la caratteristica principale della beata Anuarite:
"La sua virtù era innanzitutto la carità";51 "la carità fraterna era la sua virtù".52 Era ancora una ragazzina, e già si metteva a disposizione delle altre per rendere loro qualche servizio: "Era una ragazza caritatevole".53 Quando frequentava la scuola elementare a Wamba, subito dopo le lezioni tornava a casa per aiutare sua madre nei lavori domestici o per dare una mano ai vicini che si trovavano in difficoltà a causa delle loro condizioni disagiate o della loro età. Un testimone afferma: "A casa aiutava sua madre, e le altre donne del villaggio la indicavano come esempio alle loro figlie".54
Una sua compagna di scuola, Ida Baminyaka (testimone n. 34), si esprime nei seguenti termini:
"A casa, suor Anuarite era sempre obbediente, e aiutava i poveri anche sotto la pioggia".55 Degna di nota è anche la frase seguente: "Amava di preferenza il debole".56
Divenuta religiosa, si mise ad aiutare quelle che erano nel bisogno, come afferma il testimone Nembasa: "Suor Clémentine era una brava ragazza. Ciò che ho notato, è che era caritatevole e aiutava volentieri".57 Un altra testimonianza va nella stessa direzione: "Era gentile con tutti, senza distinzioni. Era sempre pronta ad aiutare chiunque si trovasse in difficoltà (...), anche all’esterno del convento, senza che nessuno glielo chiedesse; aiutava le mamme a portare i loro bambini".58
Come insegnante, si prendeva cura delle sue alunne sul piano spirituale come su quello materiale; lo attesta suor Luanga: "La vedevo a scuola, in sagrestia e quando conduceva i bambini a messa. Era molto devota (...). Le piacevano molto i bambini e amava far piacere alla gente. Ad esempio, quando avevamo attinto l’acqua, non ci lasciava andar via senza darci qualcosa da mangiare".59 Suor Hélène Banakwemi conferma questo aspetto del suo comportamento ricordando che, oltre ad essere molto generosa, era gentile con tutti:
"Le piaceva molto occuparsi dei lavori di casa. Quando qualcosa veniva lasciato in giro perché avevamo fretta di ritirarci nella nostra stanza, lei si fermava a riporre tutto nel magazzino. Quando venivano degli estranei, lei manifestava la sua gioia e si dava da fare per accoglierli bene. Nelle giornate di festa, cercava di preparare qualcosa che facesse piacere; ad esempio faceva il vino con gli avocadi rossi (...). A scuola, si dedicava totalmente al suo compito. L’ho sostituita per tre mesi quando soffriva di mal di testa. Ho constatato che le sue alunne erano esemplari; ricevevano un’ottima educazione (...). Posso fare anche il seguente esempio: eravamo andate in foresta, a 7 chilometri di distanza, per preparare con la gente del luogo un campeggio della sezione femminile del movimento Xavéri. Nella casa dove abbiamo dormito c’erano una sedia a sdraio e una stuoia. Ha preso la stuoia e mi ha lasciato la sedia a sdraio. Poi mi ha dato la sua coperta, perché ero giovane, e si è avvolta nel suo grembiule. Io stavo bene, mentre lei ha sofferto il freddo".60
La beata aveva una sollecitudine particolare per i vecchi, che assisteva volentieri, nella misura in cui i suoi doveri e i suoi incarichi glielo permettevano: "Assisteva le persone anziane di Bafwabaka, senza trascurare il suo lavoro in convento".61 La sua carità non si fermava di fronte alle difficoltà, soprattutto quando si trattava di salvare qualche ragazza dal peccato. Questo fatto viene segnalato più di una volta. Ascoltiamo una delle testimonianze:
"Ha avuto delle difficoltà sul piano dei rapporti con le persone esterne, a causa della sua solida amicizia con alcune ragazze che seguiva da vicino, cercando di attirarle e di indurle a cambiare condotta. Voleva che non cedessero così spesso al male. Sopportò pazientemente i rimproveri delle sue superiore e continuò a mantenere buoni rapporti con quelle ragazze. So che almeno una di loro, di nome Jacqueline, ha tratto profitto dai suoi consigli; ha fatto un buon matrimonio. Credo che abiti dalle parti di Isiro (Jacqueline Ebandumbi) o di Niangara".62
Per avere una conferma della carità che le era abituale, bisognerebbe aggiungere la testimonianza di suor Françoise-Marie Genin, che è stata sua superiora:
"Un elemento degno di nota è la sua grande carità nei confronti di coloro che erano accusati di essere Mlozi. Nella regione vigeva una terribile consuetudine. Quando moriva qualcuno, c’era la convinzione che la morte fosse dovuta alla cattiveria di qualcun altro. Allora lo stregone della tribù, dopo aver pronunciato formule magiche e compiuto gesti rituali, designava lo Mlozi, cioè lo iettatore. Nessuno metteva in dubbio il verdetto, e il ragazzo, o il vecchio, era scacciato dalla tribù e rischiava la morte se cercava di ritornare. Questi sventurati si nascondevano nella foresta, racimolando come potevano qualcosa da mangiare.
Fin da quando era stata fondata la missione, costoro sapevano che là sarebbero stati accolti, nutriti e protetti dalle sevizie degli altri. Ma era necessaria la presenza dei missionari perché non venissero maltrattati. In fondo, tutti avevano paura di loro. Suor Marie-Clémentine ha vinto immediatamente questa paura e si è occupata di loro, cercando di iniziarli, di consolarli, di aiutarli quando erano ammalati; veniva a chiedere per loro ciò di cui avevano bisogno. Questo gesto di carità spirituale è veramente meritorio. Molti si sarebbero limitati a non fare loro del male... e già ne sarebbero stati fieri: lei agiva in quel modo per dimostrare il suo amore per il Signore".63 E a proposito di alcuni bambini difficili, in un appunto del 31 maggio 1964, suor Marie-Clémentine scriveva quanto segue:
"Per eliminare la paura di quei due bambini, bisogna che io manifesti loro più affetto. Se hanno qualche problema, essere vicina a loro per aiutarli. Così potrò sistemare tutto in modo che fra noi non ci sia acredine".64 E questo perché "non dobbiamo aiutare soltanto quelli che amiamo".65

2. Obbedienza

Anuarite, una donna forte e tutta d’un pezzo, ha dovuto imparare a dominarsi per progredire realmente nell’obbedienza. Alcuni brani del suo diario ce lo fanno toccare con mano:
"Mancare di fedeltà alle regole è come mancare di amore verso il Signore Gesù. Io sono religiosa perché Dio mi ha preferita a tutte le altre. Con le regole si vincono i vizi. San Bernardo diceva: "Custodisci la regola, e la regola custodirà te". Non c’è nulla che sia piccolo davanti a Dio, se lo fai per amore. Papà Giuseppe e la Vergine Maria non erano costretti a recarsi a Gerusalemme, avrebbero potuto sottrarsi a quell’obbligo e prendere un’altra strada, nessuno se ne sarebbe accorto. Per insegnarci l’umiltà, essi obbedirono a tutte le prescrizioni della Legge. Bisogna che tu osservi bene le regole, senza cercare di piacere o di essere lodata dalla superiora".
Suor Anuarite rifletteva sul suo voto di obbedienza:
"Se riesco a osservare il voto di obbedienza, riuscirò anche a osservare quello di povertà, perché mi abbandono senza inquietudine fra le mani delle mie superiore; aspetto soltanto che mi comandino. La superiora, invece, ha molti problemi: dorme male, perché pensa a quello che deve fare affinché le sue figlie possano progredire. Ho dunque il dovere di aiutarla, obbedendo ai suoi ordini".
Anuarite accosta la povertà all’obbedienza. È come se collocasse questi due voti a un altro livello rispetto al voto di castità, di cui praticamente non parla in maniera diretta nel suo diario. In effetti, la castità è la donazione totale della sua persona al suo unico sposo Gesù, e le conseguenze di tale donazione sono l’obbedienza e la povertà. Suor Anuarite è come una donna che sposa un uomo povero. Non ama la povertà per la povertà, ma a causa del suo sposo divino che, da ricco che era, si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà. Non obbedisce per obbedire, ma per amore del suo sposo divino che si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo diventerà anche lei obbediente fino al sacrificio della vita, rimanendo fedele allo sposo delle vergini a cui ha votato la propria verginità.
"Signore, eccomi spiritualmente malata. Sono venuta qui a cercare il rimedio per guarire, cioè per guadagnare il cielo. Signore, dammi la forza di non ricadere più nel mio stato di malattia, di non tornare di nuovo indietro o nel mondo. Non hai forse versato per me il tuo sangue? E anche per gli uomini neri? Rispondimi. Gesù, Maria, Giuseppe, mi metto nelle vostre mani".
A suor Marie-Clémentine non piaceva che si accettassero facilmente delle eccezioni nella pratica dell’obbedienza religiosa. Nel suo diario leggiamo quanto segue:
"Prima di concludere la meditazione, bisogna offrire la propria giornata al Signore Gesù; poi, prima di cominciare a fare qualcosa, bisogna aspettare un momento e chiedersi: che cosa vuole Gesù da me? Se quello che faccio è conforme al suo beneplacito, vado avanti; altrimenti tralascio di fare quella cosa. Spesso la suora a cui viene rifiutato un permesso è innanzitutto quella che la superiora non vuole privare di un’occasione di grazia, perché si ricordi delle cose di lassù".
"La suora invece a cui si concedono spesso dei permessi perché non capisce, non dovrebbe forse essere triste ogni volta che la superiora acconsente alle sue richieste? Il Signore Gesù diceva a santa Margherita Maria: "I consacrati che si ribellano ai loro superiori non riceveranno molte grazie, perché non hanno la virtù dell’obbedienza: Sono come rami separati dal tronco: non ricevono la linfa e seccano"". La beata Anuarite, probabilmente attraverso le persone che si erano occupate della sua formazione e attraverso le sue letture, aveva conosciuto la spiritualità di santa Margherita Maria Alacoque. A proposito dell’obbedienza, ad esempio, quest’ultima dice in uno dei suoi scritti:
"In quel periodo, (Gesù) mi disse che, nella notte tra il giovedì e il venerdì, avrei dovuto alzarmi all’ora che mi avrebbe indicato per recitare cinque Pater e cinque Avemarie prostrata a terra, con cinque di quegli atti di adorazione che mi aveva insegnato per rendergli omaggio nell’estrema angoscia da lui sofferta nella notte della sua passione. Gli risposi: Voi sapete che non appartengo a me stessa e che farò soltanto quello che la superiora mi ordinerà. - Non la penso diversamente, mi disse il mio Signore; pur essendo onnipotente, infatti, non voglio da te nient’altro che la dipendenza dalla tua superiora. Ascolta bene queste parole dalla bocca della verità: tutti i religiosi separati dai loro superiori e in disaccordo con loro devono essere considerati come vasi di riprovazione; in essi tutti i buoni liquori si trasformano in corruzione, e il divino sole di giustizia, dardeggiando su di essi, produce lo stesso effetto del sole che risplende sul fango. Queste anime sono talmente rifiutate dal mio cuore, che più cercano di accostarvisi per mezzo dei sacramenti, della preghiera e di altre pratiche, più io mi allontano da loro per l’orrore che mi fanno".66
Suor Anuarite si era sicuramente dissetata alla fonte della devozione al Sacro Cuore di Gesù attraverso la vita e il pensiero di santa Margherita Maria Alacoque. Il Sacro Cuore di Gesù aveva insegnato a Margherita Maria quello spirito di obbedienza senza del quale non è possibile piacergli, perché il Signore stesso, per tutta la sua vita, non ha fatto che obbedire. Essere figli, significa in primo luogo e innanzitutto essere obbedienti. Nei momenti di dubbio, a volte di tormentosa inquietudine, e di fronte a superiore che forse non avevano le sue stesse doti interiori, suor Anuarite sapeva di dover rinunciare ai suoi modi di vedere e ai suoi progetti. Di carattere piuttosto impulsivo e impetuoso, aveva imparato a poco a poco a dominarsi e a lasciare la sua vita nelle mani del Signore. Quante vocazioni si perdono a causa di ostinazioni sciocche e senza futuro!
L’insistenza di suor Marie-Clémentine sulla pratica dell’obbedienza manifesta la grande importanza che tale voto rivestiva ai suoi occhi, specialmente in questa tappa della sua vita. Vediamo come prosegue la sua riflessione, facendo riferimento al pensiero di santa Margherita Alacoque sull’importanza che Gesù attribuisce all’obbedienza religiosa:
""La ribellione ne ha perse molte e ne perderà ancora di più, perché la superiora, buona o cattiva, è la mia pastora (la mia capo-carovana). La suddita che la combatte, ferisce la propria anima nella misura stessa della lotta che conduce contro di lei. E alla fine, sarà inutile che venga a piangere alla porta della mia misericordia; non l’ascolterò". Gesù infatti la perdonerà soltanto nel momento in cui comincerà a obbedire".
La beata Anuarite l’aveva sperimentato: lo spirito di obbedienza e lo spirito di povertà si richiamano a vicenda. Abbiamo già trovato questa riflessione in uno dei passi del suo diario. Vediamo che cosa dice ancora sull’argomento:
"Come è difficile, per coloro che fanno assegnamento sui loro beni, entrare nel regno di Dio!". Ovviamente Anuarite si riferisce qui alle parole del Signore riportate nel Vangelo.
Il suo spirito di obbedienza ci rivela anche il suo atteggiamento di fronte all’orgoglio, che in definitiva è il rifiuto di vivere in quell’umiltà di cui parla il Signore nel suo insegnamento: "L’orgoglio, scrive, è il grande ostacolo all’unione con Gesù. Se vogliamo obbedire per amore verso Dio, bisogna che la nostra obbedienza si compia con spirito di fede (sottolineato nel testo). Se le superiore ci lodano per il bene che abbiamo fatto, diciamo nel nostro cuore: "Grazie, Signore, per avermi aiutata; perdono, Signore, per la mia povertà". Se non ci lodano o ci rimproverano, diciamo: "Portiamo tranquillamente pazienza per piacere a Dio". Gesù vuole che io gli dia la chiave del mio cuore: questa chiave è la mia libera volontà. Gesù diceva a santa Geltrude: "Trovo la mia felicità nei cuori che si donano veramente a me attraverso una vera obbedienza". Gesù può fare di queste anime tutto ciò che gli piace. Le superiore hanno i loro difetti; noi avremo dei meriti se obbediremo senza guardare ai loro difetti. Mi conoscono soltanto nel momento del lavoro. Succede lo stesso alle persone sposate: il marito conosce la moglie soltanto quando lei lavora e quando lui ha fame. Ma se riceve del denaro, se lo mette in tasca senza pensare alla moglie. Lo stesso vale per me. Mi sforzerò di accettare per non piacere che a Gesù solo".
È bene tener presente, leggendo queste riflessioni sull’obbedienza, che la giovane congregazione delle suore della Jamaa Mtakatifu (suore della Sacra Famiglia) era appena passata dal regime delle superiore belghe a quello delle superiore congolesi. Le suore di Nivelles avevano ricevuto dal vescovo l’incarico di fondare una congregazione diocesana. Nel momento in cui Anuarite scrive il suo diario era appena avvenuto il passaggio delle consegne; la congregazione era sufficientemente avviata: le suore congolesi erano ormai in grado di guidarla, e le suore di Nivelles avevano potuto ritirarsi.
Quando si comincia a essere responsabili di una comunità religiosa, ci sono molte cose da imparare. In una situazione del genere, sia la superiora che i membri della comunità possono fare delle esperienze che si sarebbero potute evitare se la superiora fosse stata più esperta. È dunque probabile che nella giovane congregazione ci fossero alcune difficoltà in materia di obbedienza. Un temperamento tutto d’un pezzo come quello di Marie-Clémentine doveva spesso infastidire le superiore e le compagne. Quasi certamente Anuarite si era permessa molte volte di dire apertamente la verità sia alle une che alle altre, e ciò aveva provocato qualche attrito. Comunque sia, suor Marie-Clémentine lasciava sempre l’ultima parola alle sue superiore, perché era fondamentalmente obbediente e conosceva il prezzo di questa virtù. Il suo profondo desiderio era di piacere in tutto a Gesù, e Gesù le chiedeva di obbedire; obbediva dunque alle superiore per amore del suo Signore.
Come confermano i testimoni, suor Anuarite aveva un carattere forte, vivace, e aveva la risposta pronta (caratteristica delle giovani zairesi). Suor Damien attesta: "Era come tutte le ragazze zairesi, che hanno la lingua sciolta e la risposta pronta".67 Le costava molto dominarsi e obbedire; ma era decisa a obbedire sempre alla superiora, come leggiamo nel suo diario: "Aspetto soltanto che mi comandino".68
Sappiamo che ha sempre cercato di essere obbediente, anche quando vedeva le cose in un modo diverso e il suo carattere forte la spingeva a esternare la sua volontà:
"Per quanto riguarda l’obbedienza, posso dire che obbediva in maniera intelligente, afferma suor Marie Hélène Banakwemi. Quando riceveva un ordine e vedeva che c’era qualche difficoltà ad eseguirlo, esponeva le difficoltà alle superiore e dialogava con loro".69
Suor Marie Camille Meka aggiunge: "Era obbediente; discuteva un po’, ma poi faceva quello che le era stato chiesto".70 Malgrado i suoi problemi fisici, obbediva sempre, e a volte si rammaricava di aver fatto qualche rimostranza, come riferisce suor Christine Bombogoni:
"Nonostante le sue condizioni di salute era obbediente, ed era sempre pronta a pentirsi, arrivando fino a piangere se le succedeva di commettere una piccola trasgressione".71
La sua obbedienza è confermata da un episodio particolare: un giorno la superiora le proibì di frequentare una ragazza (che la beata stava cercando di ricondurre sulla retta via), e lei obbedì prontamente: "Da quel momento in poi, suor Clémentine non se n’è più occupata".72 L’esercizio di questa virtù doveva costarle molto, ma si è sempre sforzata di coltivarla, al punto da poter essere definita una religiosa obbediente.73
Il suo spirito di obbedienza era improntato a una grande semplicità, in particolare nei suoi rapporti con le superiore. A questo proposito, suor Kahenga Bora racconta la sua esperienza:
"Ero superiora. Quando mi vedeva commettere qualche errore, mi diceva: "Mama Nia (Mama Mélania: Anuarite amava i diminutivi), andiamo nel suo ufficio, voglio chiederle un permesso" (quello di darmi dei consigli). Quando eravamo nel mio ufficio, mi diceva: "Mama Nia, quello che fa non va bene, altre fanno così...". Un giorno, ad esempio, erano arrivati alcuni stranieri e io non avevo fornito in tempo il cibo che doveva essere preparato per loro. Mi ha chiamato in ufficio per consigliarmi. Dopo questo consiglio, le ho detto: "Grazie"... Accettavo che mi consigliasse, perché lo faceva con gentilezza e carità. Quando è morta, mi sono detta: Non ho più nessuno che mi dia consigli, avrò dei problemi. In effetti ne ho avuti". Questo racconto ci fa vedere quanto Anuarite amasse le sue superiore.
La beata Anuarite non concepiva una vita di obbedienza senza umiltà. Leggiamo nel suo diario: "Se le superiore ti rimproverano o ti umiliano, e tu cerchi di difenderti, vuol dire che non possiedi ancora l’umiltà". L’obbedienza, per lei, doveva arrivare se necessario fino all’eroismo. A questo proposito scrive nel suo diario: "Non ho pronunciato i miei voti? Anche se le superiore sono cattive, io obbedisco loro. Agirò così perché lo fanno anche gli altri? Venir meno agli impegni, e via di seguito? Mi sono forse consacrata alle superiore? Alle consorelle? O a causa di loro? Io mi sono consacrata a Gesù solo. Cercherò dunque di piacere a lui e di riconoscere che tutto quello che mi succede è volontà sua. Non ho forse pronunciato dei voti? Restare calma, nell’ora della malattia come nel momento della prova. Bisogna che accetti ogni cosa, sì! Non è forse per questo che sono venuta qua? Essere zelante, senza prestare attenzione alle colpe e ai difetti delle mie superiore".

3. Riconciliazione e virtù provate

a) Il sacramento della riconciliazione

La riflessione sul mistero di quel Dio che l’ha amata fino a prendere su di sè tutti i suoi peccati spinge Anuarite a riflettere sulla confessione nella sua vita religiosa; senza giri di parole, scrive nel suo diario:
"Gesù rivolge il suo sguardo al peccatore, penetra dentro di lui perché si converta. Se tu piangi i peccati degli altri, Dio avrà pietà anche dei tuoi; se tu ne confessi uno grande, non pensare che sarai disprezzata; no, il sacerdote avrà rispetto per te, a causa della tua lealtà. Dio non vuole la morte del peccatore. Bisogna cominciare col confessare il peccato grosso; quello piccolo verrà fuori facilmente. Confessare tutti i propri peccati senza nascondere nulla, con grande umiltà. Prima di cedere alla tentazione, rifletti: Dio è qui presente, ti vede. Non dobbiamo vergognarci se il sacerdote ci conosce: "Se gli confesso tutto, non si stupirà e non mi disprezzerà?"".
Chi conosce la vita delle nostre missioni nelle zone interne dello Zaire, dove ogni parrocchia ha pochi sacerdoti e dove a volte bisogna superare distanze enormi per raggiungere un’altra parrocchia, può capire il problema di una giovane religiosa che deve confessarsi regolarmente vincendo il rispetto umano. È una cosa molto normale. Se i sacerdoti leggessero ciò che suor Marie-Clémentine dice a proposito dei confessori, indubbiamente terrebbero un comportamento più degno della fiducia che si ripone in loro, e sarebbero di una bontà estrema con i penitenti e con le penitenti che il Signore affida al loro ministero.
Il sacramento della penitenza è il luogo dell’incontro del figlio o della figlia prodiga con suo padre; è un luogo di riconciliazione e di festa. Nelle riflessioni di Anuarite possiamo cogliere la sua delicatezza d’animo, la sua preoccupazione di essere sincera e di evitare ogni doppiezza e menzogna nel ricevere il sacramento della penitenza. In fondo, Anuarite dice che la confessione è una prova da superare; conviene dunque cominciare da quello che pesa di più, per passare poi a quello che pesa di meno. Una volta fatto il passo, il resto verrà. Vediamo come continua la sua riflessione:
"Chi confessa senza vergogna i suoi peccati, anche se sono grandi, è un eroe. Perché ci rallegriamo quando una persona riceve sacramenti come il battesimo e il matrimonio, e non ci rallegriamo quando andiamo a confessarci per purificare le nostre anime? Mi pentirò di tutte le mie colpe: confessarle tutte senza nascondere nulla, perché Dio non vuole la morte del peccatore. La creatura di Dio non può esistere e non può far nulla (senza di lui)".74
La fedeltà al Signore era una realtà che segnava molto profondamente la vita spirituale di Anuarite, determinando anche il suo modo di confessarsi. Anuarite è dunque un modello per noi; dobbiamo imitare la sua semplicità e la sua umiltà nel ricevere il sacramento della penitenza. La chiesa invita le persone consacrate a confessarsi di frequente. Se alcuni fanno pochi progressi nella vita spirituale, questo può dipendere in gran parte dalla poca profondità delle loro confessioni. Come progredire nella vita spirituale senza quello spirito di umiltà e di apertura di spirito che ci viene dato dal sacramento della penitenza? Ci sono persone consacrate che non si confessano nemmeno una volta all’anno. È desolante. E quando ci si confessa, bisogna ovviamente andare a fondo delle cose ed evitare di essere superficiali.
La situazione di Anuarite non era quella in cui si trovano certi sacerdoti che vivono insieme e devono confessarsi a vicenda, inseriti nel contesto della medesima vita comunitaria in cui non mancano né i pregiudizi né gli attriti, per non parlare della suscettibilità. I sacerdoti che si trovano in una situazione del genere sono chiamati a superare quello che c’è di troppo umano in loro per corrispondere a ciò che il Signore si attende da loro, come sacerdoti e come uomini peccatori.
I sacerdoti più anziani a volte possono sentirsi a disagio quando devono confessarsi a sacerdoti più giovani, mentre questi ultimi, a causa di un certo pudore, possono avere difficoltà a confessare i più anziani. Tutto ciò è molto comprensibile, ma sia gli uni che gli altri devono sapere che non sono sacerdoti per se stessi, ma per il Signore, e che tutti sono peccatori che hanno bisogno del perdono di Dio.
Chiedere umilmente perdono a Dio nel sacramento della confessione è una chiara testimonianza della fiducia che si ha nel Signore attraverso i fratelli nel sacerdozio e nella vita secondo lo spirito.
Poco più avanti, Anuarite aggiunge: "Proposito: obbedienza sempre. La santità dei figli è l’obbedienza". Una domenica, Anuarite scrive nel suo diario: "Giorno del Signore: per essere una consacrata per mezzo dell’obbedienza, osservare i miei voti; pietà, fedeltà nei confronti delle mie superiore. Mi sforzerò di evitare i piccoli gruppi, cercherò di familiarizzare con tutte". E ancora: "Mandar giù cose amare, come in passato. Essere aperta. Obbedire agli ordini, alle regole, alla campana. In tutto non vedere altro che la volontà di Dio". La volontà di Dio in ogni cosa: è un linguaggio molto ignaziano. Le formatrici della beata conoscevano la spiritualità di s. Ignazio.

b) Virtù provate

La serva di Dio ha dimostrato, da ragazza e poi da religiosa, una grande prudenza in tutte le sue azioni. Da bambina, è sempre stata vicina alla mamma. Quando usciva da scuola, tornava a casa in fretta, evitando i pericoli che potevano presentarsi lungo la strada e non lasciando mai che qualche ragazzo l’accompagnasse, come abbiamo già sottolineato nel racconto della storia della sua vita. Aveva scoperto la sua vocazione quando era ancora molto giovane, nel 1952,75 e l’aveva coltivata in maniera molto decisa, cercando di migliorarsi e intensificando la preghiera, come confermano i suoi appunti spirituali.76 Una volta divenuta religiosa, ha cercato di vivere l’intimità col Signore,77 riconoscendosi peccatrice, ma animata da un grande amore per lui e sicura del suo aiuto:
"Il mio proposito - scrive il primo agosto 1963 - è di amare il Signore, perché ha fatto per me grandi cose. Come è grande è la sua bontà!".78 Successivamente, durante il ritiro del 9 novembre 1963, formula il seguente proposito:
"Mi sforzerò di acconsentire al beneplacito divino: silenzio. Intrattenermi con i miei, non lamentarmi del freddo o del caldo".79 E conclude affermando:
"Soltanto presso Dio troveremo la felicità perfetta".80
In tutte le sue azioni, ha coltivato in maniera particolare la virtù della giustizia, non solo rendendo a Dio l’onore che gli è dovuto, ma anche consacrandogli la propria vita e rimanendogli fedele fino alla morte. Nei rapporti con gli altri era giusta: i testimoni affermano che trattava tutti e ciascuno nello stesso modo.
"Era giusta", attesta suor Séraphine.81 "Era socievole con tutti".82 "Dimostrava lo stesso affetto verso tutte le alunne".83 "Era gentile con tutti e non disprezzava nessuno; aiutava tutti".84
La virtù della forza è stata manifestata dalla serva di Dio a partire dal momento in cui ha deciso di diventare religiosa. Anuarite ne ha dato prova anche nel modo in cui ha realizzato la sua vocazione (nonostante le difficoltà e la salute cagionevole), conformandosi ad essa in maniera sempre più perfetta, fino ad essere pronta a dare la vita per essere totalmente fedele al Signore. Dotata di un temperamento vivace e di un carattere particolarmente esuberante, ha cercato di disciplinare la sua natura per renderla disponibile e adeguata alla vita religiosa, in cui bisogna coltivare in special modo l’obbedienza rimettendosi completamente alle superiore:
"Non aspetto che di essere comandata", si propone nel 1963.85 Sappiamo che si sforzava di addolcire il suo carattere troppo violento86... perché, come dice lei stessa, "la superiora è la mia pastora (la mia capo-carovana). (...) "La suddita che la combatte, ferisce la propria anima nella misura stessa della lotta che conduce contro di lei. E alla fine, sarà inutile che venga a piangere alla porta della mia misericordia; non l’ascolterò". Gesù infatti la perdonerà soltanto nel momento in cui comincerà a obbedire".87
Suor Clémentine ha sempre seguito i consigli che le sono stati dati e che lei stessa sollecitava,88 come dimostrano alcuni fatti accertati.89 Che la beata Anuarite possedesse la virtù della forza è provato anche dalla sua perseveranza nella vita religiosa, di cui ha osservato perfettamente i voti con una forza di volontà poco comune, come confermano i testimoni.90 Lei stessa scrive: "Signore, sono venuta qui (...) per guadagnare il cielo".91 In particolare, ha dimostrato la sua forza nello svolgimento dei suoi incarichi, sia come insegnante, sia in altri compiti che le erano stati affidati in convento:
"Nei piccoli lavori come in quelli grandi, si dimostrava una persona attiva, che amava il lavoro ben fatto".92 È stato notato infatti che "era zelante nel suo lavoro".93
Anuarite ha lavorato intensamente, sebbene non godesse di buona salute e fosse continuamente soggetta a forti mal di testa: "Lavorava molto. Malgrado la sua debolezza fisica e la sua salute cagionevole, lavorava in cucina".94
Come ha confermato suor Henriette Lenoir, superiora generale della Congregazione della Sacra Famiglia negli anni 1953-1961,95 la beata "era molto fedele ai regolamenti"96 e a tutto ciò che la vita religiosa comporta dal punto di vista del riposo, del sonno, del cibo. Per quanto riguarda le necessità della vita, "sapeva distaccarsi facilmente". Si prendeva cura dei beni della Congregazione e ne disponeva soltanto con l’autorizzazione della superiore. "Aveva la stessa cura delle sue cose e di quelle della comunità. Per fare un regalo - attesta suor Christiane Bombogoni - si rimetteva sempre alla superiora".97 E ancora: "Quando si distribuiva qualcosa, aspettava di essere servita per ultima";98 "aveva spirito di abnegazione: prendeva le cose meno belle per sé, lasciando il meglio alle altre".99
Suor Marie-Clémentine è stata una persona umile, che amava la virtù dell’umiltà e cercava di coltivarla, non esitando a dedicarsi ai servizi più umili. Suor Bernadette Lunza, che è stata con lei dal 1959 in poi, afferma che "era umile".100 A proposito di questa virtù, nelle note della serva di Dio leggiamo quanto segue:
"L’orgoglio è l’ostacolo che si oppone alla santità. Dio non dà la sua grazia che agli umili. Tu l’hai offeso con i tuoi peccati, cerca ora la sua misericordia umiliandoti, e sarà placato. L’umiltà porta la pace. L’orgoglio invece genera dispute e lotte su questa terra. L’uomo umile sarà glorificato, la sua ricompensa è grande in cielo".101
Dominare la propria natura forte e vivace ha sempre rappresentato per suor Anuarite un esercizio continuo di virtù. Doveva ripetersi spesso, come si legge nel suo diario: "Se le superiore ti rimproverano o ti umiliano, e tu cerchi di difenderti, vuol dire che non possiedi ancora l’umiltà".102 Si sforzava costantemente di acquistare questa virtù, perché diceva e sapeva che senza umiltà non c’è santità.103 È stata veramente umile di fronte a tutti, al punto che nel "suo lavoro in convento, si dedicava alla pulizia dei servizi igienici".104
La condizione di vita della Congregazione zairese delle Suore della Sacra Famiglia era particolarmente povera, e suor Anuarite vi si adeguava perfettamente, trattando con molta cura le cose che le venivano affidate. I testimoni affermano che aveva "la preoccupazione della povertà, perché sgridava sempre le altre quando sciupavano qualcosa. Era molto disinteressata: i paramenti liturgici erano riposti in una valigia, mentre i suoi abiti erano in una cesta".105
Conservava tutto quello che poteva essere utile: "Non voleva buttar via niente, nemmeno un pezzo di stoffa strappata, che usava come straccio della polvere".106 Suor Anne Ndakala conferma questo suo modo di fare: "Si prendeva cura di tutto. Quando veniva lasciato in giro qualcosa, lo raccoglieva e rimproverava alle altre di lasciare tutto in giro. Non sprecava nulla. A quell’epoca, del resto, non si poteva sprecare, c’era molta severità su questo punto".107
Il testimone n. 20 afferma che la serva di Dio ha sempre osservato il voto di povertà: "Ho constatato con i miei occhi che rispettava questo voto. Non possedeva nulla, non chiedeva nessun favore per sé".108
"Quando lavorava nei campi o in cucina, faceva attenzione a non rovinare il suo abito".
"Quando andava al lavoro, portava un abito molto ordinario".109 Tuttavia era ordinata e pulita: "I suoi abiti erano sempre puliti. La sporcizia le ripugnava".110 Quando mancava qualcosa, "si privava di ciò che era suo per aiutare un’altra".111 Se non aveva quello di cui c’era bisogno, cercava di procurarselo: "Quando eravamo senza zucchero, dice Monique Amboko, tagliava della canna, la pestava e la cuoceva per farcelo avere".112
Suor Clémentine ha cercato di vivere pienamente la sua vocazione religiosa, mantenendosi fedele ai suoi voti: "Seguiva bene la regola - attesta suor Marie-Léontine (superiora generale della Congregazione a partire dal 1961), che la conosceva particolarmente bene -; si sforzava di essere fedele ai voti".113 E suor Françoise-Marie Genin, che pure è stata sua superiora, aggiunge: "Le sue riflessioni, le piccole paure che a volte esprimeva, attestano il suo grande desiderio di essere una buona religiosa, unita al Signore e alla Vergine Maria, e di testimoniare loro il suo amore".114
Il suo continuo sforzo è stato coronato di successo, come afferma suor Marie-Damien nella sua dichiarazione: "La lettura delle sue note spirituali mi ha rivelato una Clémentine che era molto maturata e per la quale Gesù solo contava".115 Ciò corrisponde a verità, perché tutte le consorelle affermano che la beata Anuarite viveva pienamente lo spirito dei suoi voti, come dice ad esempio suor Marie Hélène Banakwemi: "I suoi voti, li ha adempiuti bene".116
Suor Mélanie Kahenga lo conferma quando dice: "Per quanto riguarda i suoi voti, li ha osservati".117 Il testimone n. 41 dice a sua volta: "Osservava i regolamenti della Congregazione ed era esemplare".118 Possiamo dunque concludere, con suor Marie-Damien, che la beata ha vissuto "la fedeltà a ciò che aveva promesso",119 e con Madeleine Tipolo che "è stata uccisa perché si è rifiutata di peccare".120
Suor Marie-Clémentine ha conosciuto momenti di incomprensione da parte delle sue superiore; ha conosciuto passaggi difficili, ma non ne è uscita sminuita; anzi, tutto ciò l’ha aiutata a diventare ancora più fedele ai suoi voti. Illustreremo questa affermazione con la testimonianza di una delle sue superiore, suor Marie Camille:
"Ho avuto modo di conoscerla soltanto quando era aspirante e durante l’anno in cui sono stata superiora; per il resto del tempo, ero a Wamba. Conosco sua madre. Ma non posso fornire notizie sulla sua famiglia, perché era proibito parlare della famiglia delle suore. È andata alla scuola magistrale di Bafwabaka. So che era capace di studiare, perché in seguito ha fatto l’insegnante.
Posso descrivere il suo atteggiamento esterno: era schietta; quando aveva commesso una sciocchezza, era pronta a riconoscere i suoi torti. Aveva l’abitudine di farlo. Ho avuto tuttavia qualche problema con lei per la questione delle amicizie particolari, una faccenda che aveva avuto molto peso nella Congregazione. Bisogna ricordare innanzitutto ciò che era accaduto. Si era scoperto che quattro professe, tre novizie e una postulante avevano questa abitudine delle amicizie particolari. Un sabato alle 11.30, dopo il lavoro, tutte costoro sono state chiamate. Io non ero lì, ma mi trovavo nella casa di fronte, da dove ho visto che si sono tolte il velo, che alcune sono andate a salutare e che sono andate via. Alcune erano di Kisangani, una era di Wamba e un’altra di Nduye.
Dopo questi fatti, sono passati alcuni anni. Quando sono diventata superiora, ho visto che suor Marie-Clémentine andava spesso a parlare con una ragazza. Allora l’ho chiamata e le ho chiesto se voleva che le capitasse quello che era successo alle altre. Si è messa a piangere e mi ha spiegato che non aveva un’amicizia particolare: si trattava di una ragazza che aveva dei problemi e a cui lei dava consigli. Le ho risposto che prima di uscire doveva chiedere l’autorizzazione, e che dopo le sei di sera non era permesso uscire. È andata via piangendo, irritata, e si è recata in cappella. Il giorno seguente è venuta a chiedermi perdono per essere andata via irritata. Anche per il resto chiedeva perdono, ma pensava di aver fatto bene ad agire in quel modo con quella ragazza; se aveva fatto male, che le si spiegasse che cosa doveva fare. Le ho detto che aveva fatto male a uscire senza permesso e che doveva informarmi della sua intenzione profonda; se quella ragazza si comportava male, avrei detto a un’altra suora di occuparsene. Era suor Estella la responsabile, insieme a un’altra suora, di quel gruppo di ragazze. Le ho affidato la ragazza in questione, e da quel momento suor Clémentine ha smesso di occuparsene. Ecco le difficoltà che ho avuto con lei...".
Per quanto riguarda la pratica del voto di povertà e di quello di obbedienza, la stessa superiora rende la seguente testimonianza:
"Non voleva che le cose si sciupassero o venissero lasciate in giro. Diceva alle altre suore: Allora, non avete coscienza? Il voto di povertà ci chiede di rimettere tutto a posto. Quando vedeva qualcosa che non andava, lo diceva e si irritava, ma si riprendeva in fretta. Aveva spirito di abnegazione: prendeva le cose meno belle per sé, lasciando il meglio alle altre. Era anche obbediente; discuteva un po’, ma poi andava a fare quello che le era stato chiesto. A quei tempi, non c’era dialogo fra le superiore e le suore".121

4. Verginità e passione.

Abbiamo visto che Anuarite è nata in una famiglia in cui i genitori hanno divorziato. Era una famiglia numerosa in cui c’erano solo figlie femmine. Anuarite sapeva quello che la società pensava della donna. Si rallegrava quando le sue sorelle o le sue amiche erano incinte e mettevano al mondo dei figli. Come tutte le donne del suo ambiente culturale, apprezzava la gioia di essere sposa e madre. La sua famiglia, ristretta o allargata, e il suo ambiente di vita l’aiutavano a comprendere il valore della vita da ricevere e da trasmettere. Consapevole di tutto ciò, ha udito nel profondo del suo essere un’altra chiamata, che la invitava ad appartenere unicamente a Gesù, senza divisioni.
La giovane Alphonsine aveva modo di vedere anche le religiose che lavoravano in parrocchia, e in particolare nella scuola. Anch’esse erano donne, ma erano donne nubili che vivevano per il Cristo e che amavano nel Cristo tutti quelli che incontravano, uomini e donne, senza discriminazioni. E nella sua preghiera di adolescente cresceva giorno dopo giorno il suo desiderio di vivere per Gesù solo, come facevano le religiose. Anuarite aveva capito molto presto che, per diventare religiosa, avrebbe dovuto vivere in perfetta castità.
Era chiamata a consacrare al Signore la sua verginità. Era il dono più bello, che custodiva gelosamente per offrirlo quando sarebbe stato il momento al suo Signore, lo Sposo delle vergini consacrate. Anuarite era di una bellezza non appariscente; aveva la testa allungata, e la ornava non alla maniera dei Wabudu, ma piuttosto secondo lo stile dei Bangbetu, loro vicini. Era di statura media: 1 metro e 61. Aveva un difetto a un occhio, e per leggere doveva portare gli occhiali. Si sentiva a disagio per questo fatto, e cercava di nasconderlo. Era loquace e intraprendente. Era nemica giurata del tribalismo che imperversava nel suo ambiente come in molti dei nostri conventi. Nel suo diario, Anuarite non parla in maniera diretta della verginità ma usa un linguaggio velato, che rivela lo stato d’animo di una ragazza che non ha mai conosciuto l’intimità con un uomo. La sua figura fa onore alla nostra chiesa particolare. Come diceva il giorno della sua beatificazione il defunto cardinal Malula, Anuarite è una "figlia della nostra razza". È il fiore più bello del nostro popolo. Il suo fermo proposito di vivere nella verginità non era qualcosa di scontato: vivendo in mezzo a persone che apprezzavano poco la verginità consacrata, Anuarite aveva dovuto riflettere e pregare per mantenersi fedele al Signore. Il giovane o la giovane che ha scelto la verginità deve difendersi abbastanza spesso dalla tentazione di pensare a che cosa può essere l’unione carnale fra un uomo e una donna. Questa tentazione può continuare a presentarsi anche in età adulta. Ma è chiaro che voler conoscere anche una sola volta questa realtà significa non essere più vergini.
La verginità, quando è vissuta nel profondo del proprio essere, è un tesoro che si porta in un vaso di creta, come dice l’apostolo. È come un uovo che si tiene sul palmo della mano. Se cade a causa di un movimento falso, non è più possibile tenerlo come prima. Quando l’uovo è sul palmo della mano, si sente che bisogna fare attenzione per evitare che cada, come ha potuto cadere dalla mano di altri. Si tratta di un tesoro estremamente difficile da custodire senza la grazia di Dio, ma è un tesoro che procura una gioia indicibile anche in mezzo alle più terribili prove della vita: si sente, si sa e si è fieri di offrire ogni giorno al Signore il dono indiviso di se stessi; in tal modo si è testimoni delle realtà del mondo futuro. Ci sono cose che possono essere comprese soltanto da chi non conosce uomo o donna.
Nel cammino della verginità ci sono indubbiamente tentazioni, cadute, sconfitte, che tuttavia non intaccano il tesoro che si porta in onore del proprio maestro e Signore. Lo comprenderemo pienamente soltanto il giorno in cui vedremo faccia a faccia il Vergine dei Vergini, che asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi, la cui opacità a volta ha potuto nascondere la luce dell’amore. La verginità consacrata è fonte di un’immensa gioia perché è mistero. Alla sera della vita, coloro che saranno rimasti fedeli sino alla fine conosceranno la gioia e l’esultanza di contemplare faccia a faccia colui che avranno amato con cuore indiviso nella penombra della vita presente.
La nostra futura martire sapeva di portare il tesoro della sua verginità in un vaso di creta; sapeva di dover sempre mantenere la semplicità della colomba e la prudenza del serpente per far fronte alle insidie del maligno e di coloro che vivevano intorno a lei e non conoscevano l’incommensurabile valore di quel tesoro. Le religiose e i sacerdoti che vivevano nel celibato rafforzavano la sua vocazione e la aiutavano a procedere con fiducia e con serenità. Anuarite voleva ardentemente trovare la sua gioia soltanto in Gesù. La sua pratica della castità affondava le radici in una vita semplice, impregnata di carità, di preghiera, di gioia e di prudenza. Ascoltiamo le sue riflessioni in proposito:
"Non preoccuparsi di nulla. Sapere innanzitutto che cosa Dio vuole da me quando mi ordina qualcosa. Se cerco la mia gioia al di fuori di Gesù, sappi bene, anima mia, che non puoi trovare consolazione. Gesù, dammi uno spirito di preghiera e di fedeltà per osservare la mia regola. Dammi la forza di non fidarmi di me stessa dicendo: "Non c’è pericolo". Vergine prudente, che io sia prudente. Se voglio essere una ragazza saggia, devo amare la madre del mio beneamato Gesù, cioè Maria. Accetterò tutto quello che mi succede, perché è volontà di Dio. Sono venuta qui per seguire chi? Le superiore? Le consorelle? Le bambine? Tutti gli uomini? Niente di tutto ciò. Non sono forse venuta per il mio beneamato, Gesù? "Mamma Maria, custodiscimi come custodivi il mio omonimo Alfonso. Quando vengo meno, guardami con i tuoi occhi materni, perché io possa venire a te. Gesù, Maria, Giuseppe, custoditemi"".
Secondo il promotore della causa di beatificazione di Anuarite, per comprendere bene questo passo bisogna leggerlo nel contesto di un episodio particolare. Si tratta di una rappresentazione teatrale sulla parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte. Quella recita aveva scosso suor Marie-Clémentine e aveva rafforzato il suo desiderio di appartenere al Cristo come una vera vergine saggia, interamente consacrata al suo sposo divino. Queste righe lasciano intuire quanto si prendesse cura della sua vita di castità. Pregava, chiedeva la grazia della prudenza. Considerava il Cristo come suo sposo e voleva, con tutte le fibre del suo essere, vivere per lui e unicamente per lui. Un altro passo è significativo di questa sua preoccupazione per la verginità, che sembra investire anche i più piccoli particolari della sua esistenza:
"Se gli altri parlano di una cosa poco edificante, sforzarsi di tacere o di dire qualcos’altro a qualcun altro, invece di ascoltare quel discorso. Prudenza".
La parola "prudenza" ritorna più volte nel suo diario; Anuarite non era un’ingenua, si rendeva conto dei pericoli che potevano minacciare la sua fedeltà al Signore. In materia di castità, non bisogna evitare soltanto le relazioni sessuali, ma anche quelle parole o quei gesti che possono ledere la consacrazione al Signore nel celibato consacrato.
Al sabato, le novizie andavano come in pellegrinaggio a svolgere il loro apostolato nei villaggi dei dintorni. Un giovane le osservava da tempo. Un giorno aveva preso la decisione di seguire le suore con cattive intenzioni. Per tornare in convento, le novizie e alcune suore percorrevano come al solito un sentiero che attraversava la foresta, quando il giovane si parò loro davanti all’improvviso. Le suore giovani che si trovavano nel gruppo reagirono con forza. Anuarite si trovava in un altro gruppo; avendo sentito il rumore, ritornò sui suoi passi per raggiungere il gruppo delle suore in difficoltà. Quando capì di che cosa si trattava, si rivolse severamente al giovane dicendogli: "Sabanu gani?, ma perché?". In simili circostanze le succedeva di balbettare, il che rendeva ancora più drammatica la situazione. "Perché parli così, perché vuoi fare del male a queste suore? Che cosa vuoi? Vattene. Noi ti perdoniamo, ma vattene. Vi comportate sempre come gente che perde la testa. Che cosa volete da noi? Noi siamo vergini consacrate".
Questo episodio ci aiuta a scoprire in maniera significativa l’importanza della verginità consacrata nella vita di suor Marie-Clémentine.
Anche la vita comunitaria aiuta a vivere il voto di castità. In essa si trova forza e sostegno. La donazione di Anuarite al Signore si manifestava anche nell’amore che nutriva per la sua famiglia religiosa, la Sacra Famiglia. Nel suo diario scrive:
"Gesù, concedimi la grazia di morire, anche sull’istante, piuttosto che abbandonarti ancora per tornare in questo mondo cattivo. Tu non puoi abbandonarmi, a meno che non cominci io con l’abbandonarti. Tutte le conoscenze marciscono nella terra. A che cosa mi serviranno? Proprio come papà Ch. Dov’è adesso? E tutta la sua intelligenza così brillante? Non resterà anch’essa nella tomba? Anima mia, osserva tutte queste cose; a che cosa serve tutto ciò, se non sono stata buona?".
Anuarite desiderava irradiare bontà intorno a sé. Nella vita comunitaria non voleva essere amica di alcune più che di altre; voleva essere sorella di tutte, senza badare alle origini etniche o alle simpatie e alle antipatie. Era buona con tutti, anche con la gente esterna, e specialmente con le alunne meno dotate o con le ragazze che si erano comportate male e di conseguenza godevano di cattiva fama nell’ambiente del villaggio.
Una volta, al tempo del suo noviziato, la maestra si era accorta abbastanza tardi che una delle sue novizie era incinta. La cosa fece molto scalpore e fu un’umiliazione per la formatrice che non se n’era accorta in tempo. Si parlò allora di certi segni che potevano aiutare a scoprire se una persona era incinta. In seguito, racconta padre Esposito, Anuarite ebbe l’impressione di notare su di sè uno di quei segni e chiese alla maestra delle novizie: "Per caso non sarò anch’io incinta?". La maestra le chiese se avesse avuto qualche rapporto con un uomo. "Mai, neanche in sogno", fu la sua risposta. Questa mirabile reazione dice tutto di Anuarite. Rivela la qualità della sua anima.
Una volta, una suora missionaria un po’ scoraggiata diceva al vescovo la sua delusione nei confronti del paese e delle giovani che stavano ricevendo la loro formazione. Ma il vescovo le rispose con le lacrime agli occhi che fra le religiose nere si trovano delle persone meravigliose. Mons. Wittebols conosceva bene le sue care religiose congolesi, sapeva apprezzare la qualità della loro anima, perché le conosceva dal di dentro. Lo chiamavano il vescovo delle religiose. Ogni anno predicava all’incirca cinque ritiri alle sue religiose. Questo dimostra quanto si preoccupasse di nutrirle spiritualmente, perché fossero salde e fedeli nella loro vocazione.
Questo santo vescovo meriterebbe a sua volta di essere beatificato. Nelle ore difficili della prova, uno dei suoi sacerdoti gli aveva consigliato di tornare in Belgio per non farsi uccidere dai Simba. Ma lui aveva risposto che non poteva assolutamente abbandonare le sue pecorelle. Lo stesso sacerdote era tornato alla carica per la seconda volta, e aveva ricevuto la seguente risposta: "A te chiedo di nasconderti, ma io non posso andar via di qui, abbandonando le religiose, i sacerdoti e tutto il popolo cristiano che mi è affidato". Poco dopo arrivarono i Simba, lo torturarono atrocemente e lo uccisero, come vedremo più avanti.
Così si concluse la vita di colui che Anuarite chiamava "mio padre il vescovo". Questo grande vescovo missionario ha reso una testimonianza straordinaria. Anuarite era stata alla scuola di questo grande maestro di vita spirituale, che non si è limitato a insegnare ma ha sempre predicato con l’esempio, sino alla fine. Come sono grandi le tue opere, come è infinita la tua misericordia per noi uomini, Signore, che in mons Wittebols hai dato alla chiesa locale di Wamba un pastore secondo il tuo cuore!
Possiamo chiederci perché il Signore abbia chiamato al martirio suor Anuarite e non le sue compagne di lotta. A quanto si dice, non era di una bellezza straordinaria. Ma il Signore ha voluto così. I suoi criteri di scelta non sono i nostri. Nel Vangelo non si rivolge forse al Padre dicendo: "Ti benedico, o Padre, perché ai rivelato ai piccoli i misteri del regno"? (cf. Mt 11,25). Non riusciremo a capire il modo di comportarsi del Signore finché non ci convertiremo allo spirito delle beatitudini. Ciò di cui possiamo essere certi, è che Anuarite ha voluto, con tutte le fibre del suo essere, appartenere totalmente al Cristo suo sposo.
Suor Marie-Clémentine ha dunque osservato il voto di castità in maniera perfetta:
"L’ho constatato: Anuarite osservava questo voto - dichiara il testimone n. 20 -; detestava le conversazioni che non si confacevano al nostro stato".122 Era molto precisa nell’osservanza di questo voto,123 e "dava importanza alla purezza del cuore".124
Anuarite ha sempre avuto un grande riserbo e un pieno autocontrollo, che le hanno permesso di mantenere la purezza del corpo e dello spirito al punto che, nonostante i rischi, "è stata in grado di rimanere vergine",125 preferendo la morte al peccato: "Preferiva morire piuttosto che commettere peccato".126 Come risulta dalle dichiarazioni unanimi dei testimoni, non ha mai ricevuto nessun rimprovero a proposito di questa virtù: "Per quanto riguarda la castità, era irreprensibile".127 Possiamo citare anche la testimonianza di suor Gertrude Aundabo: "Per quanto riguarda l’amicizia, aveva l’abitudine di stare con alcune ragazze e le attirava alla vita religiosa. Non ho notato nient’altro".128
Anuarite si è esercitata per tutta la sua esistenza nella pratica di questa virtù, che ha difeso fino al dono della vita stessa, come conclude suor Marie Berta Leclercq:
"Quando le suore della Sacra Famiglia sono state ricondotte da Paulis a Wamba e ci hanno detto che suor Clémentine era stata uccisa perché aveva voluto rimanere vergine, mi sono detta che sicuramente non aveva avuto la minima esitazione, perché so che era leale, decisa e impegnata a seguire sempre la strada che aveva scelto entrando in noviziato".129
Nella sua vita religiosa può aver incontrato qualche difficoltà dovuta al suo temperamento, ai suoi difetti e a quelli della altre suore, ma ha sempre contato sul Signore per superare tutte queste prove. Gesù era una persona con cui si intratteneva spesso nel corso delle sue giornate.

5. Devozione alla Vergine Maria

Tutte sapevano che Anuarite era particolarmente devota alla Vergine Maria. Suor Silvana Clerici racconta un episodio che ci aiuta a conoscere più a fondo la sua spiritualità mariana:
"Suor Anuarite amava la Vergine Maria di un amore ardente e appassionato. Un giorno, poco prima dell’arrivo dei Simba a Wamba, era venuta a trovarmi in ospedale. Avevamo appena ricevuto dall’Italia certe statuette della Madonna che piacevano molto alla gente. Conoscendo l’inclinazione del suo cuore, gliene abbiamo regalata una. Rivedo ancora i suoi occhi sfavillanti e il suo sorriso angelico quando prese in mano, con straordinaria grazia e delicatezza, quell’umile statuetta. Per un momento rimase muta e come rapita in estasi, poi lasciò parlare il suo cuore, uscendo in esclamazioni ardenti come: "O Bikira Maria, safi mno! O Vergine Maria, tutta pura!". Stringeva al cuore la statuetta e la contemplava con lo sguardo indicibile di chi non può contenere il suo amore per la persona amata. Prima di andar via ci ringraziò più volte, e quando stava per scomparire dietro la prima curva della strada si voltò ancora una volta, ci salutò, strinse la sua cara statuetta e ci gridò: "La terrò sempre con me!". Se chiudo gli occhi la rivedo ancora, ed è l’immagine che conserverò sempre di suor Anuarite, con il suo entusiasmo giovanile, quasi infantile, con il suo ingenuo candore, senza affettazione, con il suo sguardo ardente e il suo volto sfavillante di gioia".
Quasi tutti i giorni, Anuarite andava a inginocchiarsi davanti alla statua della Vergine Maria. La sua devozione mariana si esprimeva anche attraverso la recita del rosario. Due delle sue compagne, suor Basabange e suor Aliswa, rendono la seguente testimonianza:
"Aveva una simpatia particolare per il rosario. Con discrezione e con passo svelto, spesso andava alla grotta di Lourdes che era stata costruita nel nostro modesto giardino. Là recitava il rosario, con gli occhi fissi sulla statua. Quando poteva, prendeva con sé un gruppo di bambini, orfani o alunni della scuola, e pregava con loro; la suora insegnava ai piccoli a recitare con amore le lodi della Vergine. Le piaceva particolarmente recitare il rosario durante il lavoro, realizzando la raccomandazione di san Benedetto: "Ora et labora" (preghiera e lavoro). In cucina o in sagrestia, quando si faceva il bucato e quando si stirava, invitava le sue compagne a recitare il rosario ad alta voce". "Nei giorni che hanno preceduto la sua morte, dice suor Bakoma, la maestra delle novizie, l’ho vista pregare più volte alla grotta della Santa Vergine, soprattutto nelle ore serali".130
Quando si è andati a cercare il suo corpo per riesumarlo, è stato possibile identificarlo anche grazie alla statuetta che aveva con sé. La devozione a Maria purificava il suo cuore e l’aiutava a vivere la verginità consacrata.
Non ci stancheremo mai di ripetere che le esigenze della verginità consacrata possono essere comprese soltanto da chi le ha vissute nella fragilità della propria carne e da chi ha ricevuto dal Signore questo dono.
Anuarite è un modello per i giovani d’oggi. Il suo esempio dovrebbe essere loro di stimolo nella ricerca di Gesù Cristo in un mondo in cui la superficialità rende ottusi e la ricerca del piacere rischia di invadere tutto. Per lei, quello che contava al di sopra di ogni cosa era l’attaccamento indefettibile a Gesù Cristo. In alcuni ambienti si è sostenuto che è impossibile ai neri vivere la castità consacrata. Anuarite dimostra la falsità di questa affermazione. Non abbiamo che da guardarla per scoprire ciò che il Signore ha fatto per noi nella persona della beata Anuarite. Possa la sua testimonianza suscitare autentiche vocazioni religiose nella chiesa del nostro continente e del mondo intero.
Suor Marie-Clémentine, la ragazzina nervosa, la cuoca maldestra, la suora malaticcia, è stata scelta dallo Sposo delle Vergini perché diventasse la guida del suo piccolo gregge. Nel profondo del suo essere ardeva la fiamma che divora ogni pastore. Come il suo Signore Gesù, Anuarite ha percorso il suo calvario da sola ed è stata giudicata degna di ricevere la corona del martirio. La piccola figlia dell’Africa emarginata ha dimostrato di fronte al mondo che il Vangelo è la forza dei deboli e degli umili di cuore. Quando ci si affida a Dio, si possono fare grandi cose. Anuarite ha vissuto una vita semplicissima, ma ha fatto grandi cose offrendoci questa luminosa testimonianza di fedeltà e di spirito di perdono, a immagine del suo sposo e Signore crocifisso. Sia lode a Dio in tutti i tempi e in tutte le culture; Dio solo è santo, Dio solo è grande. Nella sua serva, Marie-Clémentine Anuarite, egli "ha fatto grandi cose, e santo è il suo nome".
In queste pagine abbiamo cercato di mettere in luce la figura della nostra sorella Marie-Clémentine Anuarite Nengapeta. Nel periodo estremamente tumultuoso delle ribellioni, come già abbiamo ricordato, nel Congo-Kinshasa ci sono stati molti morti; e in particolare hanno perso la vita un buon numero di persone consacrate al Signore. Vogliamo dunque ricordare questo drappello di coraggiosi missionari che sono venuti a portarci l’unico bene, il vangelo di Gesù Cristo, nostra forza e nostra vera vita:

Nazionalità Sacerdoti Fratelli Suore

Belgi 65 17 20
Olandesi 29 8 —
Italiani 9 1 1
Lussemb. 2 — 6
Spagnoli — — 5
Francesi 1 1 2
Tedeschi — 2 —
Inglesi — 1 —
Austriaci 1 — —
Americani — — 1

 

VIII. Note spirituali di suor
Marie-Clémentine Anuarite Nengapeta

1. Introduzione

Il diario (l’agenda) di Anuarite è stato trascritto e tradotto dal kiswahili al francese da un piccolo gruppo di religiose e di sacerdoti che conoscevano bene la beata. Il lavoro è stato compiuto sotto la direzione di padre Emile Somers. Questo testo è stato riconosciuto e approvato dal giudice incaricato del processo canonico relativo alla serva di Dio. Il testo che presento qui di seguito non è completo; ho tralasciato, ad esempio, le ricette di cucina e tutto ciò che riguarda i giochi per il movimento Xavéri, al cui interno suor Anuarite svolgeva un ruolo di responsabile. Ho riportato unicamente ciò che riguarda la sua vita spirituale, ovvero quella che in effetti è la parte più importante del diario di Anuarite.131
Pur attenendomi alla traduzione francese che si trova nel libro di padre Esposito (Anuarite, Vierge et Martyre zaîroise), mi sono permesso in alcuni punti di modificare qualche parola o qualche forma sintattica. Colgo l’occasione per ringraziare padre Esposito per la generosità con cui mi ha reso partecipe dei frutti del suo lavoro.
L’agenda di Anuarite comprende due generi di annotazioni. Il primo ha carattere religioso e riguarda il periodo che va dal 27 luglio 1963 al 30 novembre 1964. Il secondo, che non ha carattere religioso, appartiene al periodo che va dal 1957 al 1962. Si trovano qui le ricette di cucina e i giochi del movimento Xavéri.
Come abbiamo già detto, la vita spirituale di Anuarite è stata profondamente segnata dagli insegnamenti del suo padre spirituale, mons. Joseph Wittebols, e dai due libri che egli aveva scritto.132
Nel diario di Anuarite bisogna sottolineare una data importante: il 12 maggio 1964. Scrive padre Somers: "È stato allora, di fronte alla durezza (ben intenzionata) delle sue superiore, di fronte agli esempi poco edificanti di alcune consorelle, di fronte a consigli sconcertanti per una persona semplice come lei, e per di più in un periodo molto burrascoso, in cui la sua Congregazione divenuta indipendente cercava faticosamente la propria strada, è stato allora che suor Anuarite ha riformulato in maniera assai personale la sua scelta di fondo, puntando all’essenziale: "Gesù solo"".
Aveva scelto questo motto fra le idee-forza della vita religiosa proposte da mons. Wittebols in uno dei suoi libri (La donation totale, p. 86): "Si cercherà l’inclinazione dominante della propria vita spirituale e si tenderà a orientare in quella direzione tutta la propria attività. Ci si domanderà ad esempio: facendomi religiosa, qual era il mio obiettivo? (...) Una volta scoperto questo punto importante, lo si sintetizzerà in un motto breve e chiaro, che deve risuonare alle orecchie come uno squillo di tromba nel momento del pericolo o della lotta". E ancora (p. 193): "Ogni vita spirituale e apostolica ricca e feconda è figlia di un’idea semplice e di un grande amore".133
Le note di questo diario non sono state scritte per essere pubblicate. Anuarite scriveva soltanto per nutrire la sua vita spirituale. Non dobbiamo dunque aspettarci un trattato di spiritualità. Queste pagine ci faranno scoprire tuttavia le linee di forza della spiritualità personale della beata.

2. L’agenda

25-28 gennaio
(Osservare la regola per amore di Gesù).
Mancare di fedeltà alle regole è come mancare di amore verso il Signore Gesù. Io sono religiosa perché Dio mi ha preferita a tutte le altre. Con le regole si vincono i vizi. San Bernardo diceva: "Custodisci la regola, e la regola custodirà te". Non c’è nulla che sia piccolo davanti a Dio, se lo fai per amore. Papà Giuseppe e la Vergine Maria non erano costretti a recarsi a Gerusalemme, avrebbero potuto sottrarsi a quell’obbligo e prendere un’altra strada, nessuno se ne sarebbe accorto. Per insegnarci l’umiltà, essi obbedirono a tutte le prescrizioni della Legge. Bisogna che tu osservi bene le regole, senza cercare di piacere o di essere lodata dalla superiora".

13 febbraio
Ci sono tre mezzi per attirare i bambini:
1. Cercare di attirarli con le parole, con l’insegnamento.
2. Fare assegnamento su Dio. Ci sono due vie: la prima: la preghiera.
3. I sacrifici.

25-27 marzo
Che cosa si aspetta da me la chiesa? La cresima fa di me un soldato della chiesa. La chiesa si aspetta da me:
- che io combatta i suoi nemici
- e proclami pubblicamente la fede nel Cristo.
1. L’appartenenza alla chiesa:
- tramite il battesimo,
- tramite l’unità della fede,
- tramite l’unione della comunità.
2. Il battesimo ci fa diventare persone nella chiesa.
(Questo brano si trova su un foglio staccato ed è scritto in francese con alcune parole in swahili).

B. Maria
Quando si trasporta un morto, tu ti fermi o ti togli il cappello, ma non adori.
- difendere coraggiosamente la fede,
- professare a voce alta la fede,
- propagare la fede.

29 marzo - 9 aprile
27-7-63: Ecce
Un giorno, Gesù mi dirà: "Tu hai molto tempo per gli altri, ma per me non avevi tempo; cioè abbreviavi la tua preghiera o la lasciavi a metà. L’esempio della capra di Fra’ Celestino: una capra rinchiusa vede ogni genere di cose come (in) una pentola: "Se potessi uscire, avrei subito da mangiare". Pensa che ci sia del cibo nella pentola. Ma quando esce e guarda nella pentola, vede che dentro non c’è niente! Succede lo stesso a noi religiose. Noi pensiamo: "Quando sarò uscita di qui, avrò cose buone!". Così ci si immagina ogni genere di cose. Ma dopo che si è uscite, non c’è niente. Ecco la serva del Signore. Alla fine dice: "Non ho fortuna con gli altri". Risponde così, quando la si interroga.

(Obbedire)
Se riesco a osservare il voto di obbedienza, riuscirò anche a osservare quello di povertà, perché mi abbandono senza inquietudine fra le mani delle mie superiore; aspetto soltanto che mi comandino. La superiora, invece, ha molti problemi: dorme male, perché pensa a quello che deve fare affinché le sue figlie possano progredire. Ho dunque il dovere di aiutarla, obbedendo ai suoi ordini.

(Preghiera)
Signore, eccomi spiritualmente malata. Sono venuta qui a cercare il rimedio per guarire, cioè per guadagnare il cielo. Signore, dammi la forza di non ricadere più nel mio stato di malattia, di non tornare di nuovo indietro o nel mondo. Non hai forse versato per me il tuo sangue? E anche per gli uomini neri? Rispondimi. Gesù, Maria, Giuseppe, mi metto nelle vostre mani.

(Consigli per il peccatore)
Gesù rivolge il suo sguardo al peccatore, penetra dentro di lui perché si converta. Se tu piangi i peccati degli altri, Dio avrà pietà anche dei tuoi. La confessione: non bisogna nascondere i propri peccati; se tu ne confessi uno grande, non pensare che sarai disprezzata; no, il sacerdote avrà rispetto per te, a causa della tua lealtà. Dio non vuole la morte del peccatore. Bisogna cominciare col confessare il peccato grosso; quello piccolo verrà fuori facilmente. Confessare tutti i propri peccati senza nascondere nulla, con grande umiltà.
Prima di cedere alla tentazione, rifletti: Dio è qui presente, ti vede. Non dobbiamo vergognarci se il sacerdote ci conosce: "Se gli confesso tutto, non si stupirà e non mi disprezzerà?". Niente affatto. Chi confessa senza vergogna i suoi peccati, anche se sono grandi, è un eroe. Perché ci rallegriamo quando una persona riceve sacramenti come il battesimo e il matrimonio, e non ci rallegriamo quando andiamo a confessarci per purificare le nostre anime?
Mi pentirò di tutte le mie colpe: confessarle tutte senza nascondere nulla, perché Dio non vuole la morte del peccatore. La creatura di Dio non può esistere e non può far nulla (senza di lui).

10-18 aprile
Preghiera
Bisogna essere felici, nell’ora della meditazione, perché è il tempo del riposo e del colloquio col Signore, come quando due fidanzati parlano fra loro senza pensare allo sforzo o alla fatica. Se ti senti tiepida nell’ora della preghiera, non devi scoraggiarti. Continuiamo a supplicare. Anche se il tuo cuore è arido, supplica sempre. Il Signore Gesù si stupirà e dirà: "Anche quando le volto le spalle, non si stanca!". Parlare col Signore durante la meditazione. Chi si stancherebbe a parlare col suo fidanzato? Non si ama forse pensare a lui? Noi, che siamo consacrate, dobbiamo pensare ancora più spesso allo sposo delle nostre anime.

(Difendersi)
Se le superiore ti rimproverano o ti umiliano, e tu cerchi di difenderti, vuol dire che non possiedi ancora l’umiltà.

(Perché sono venuta in convento?)
Non dobbiamo serbare rancore né aiutare soltanto quelli che amiamo. Non è bene. Bisogna leggere spesso il Vangelo. Non c’è santità senza umiltà. Chiedere la grazia del silenzio, di saper conversare con Dio nel proprio cuore. Perché sono venuta qui? Per perdere inutilmente il mio tempo divertendomi? Non sono forse qui per servire il Signore? Gesù buono, ti chiedo perdono per tutte le volte che ho perso vanamente il mio tempo invece di seguire te, per il quale sono venuta qui. Maria, madre mia, dammi la forza di resistere. San Giuseppe, custodiscimi perché non abbia più a cadere. Con il tuo aiuto, non voglio offenderti più. Sii tu la mia forza, il mio scudo, il mio sostegno.
Se mi presentassi oggi stesso davanti a Dio, mi chiederebbe che sforzo ho fatto. Allora, Signore, voglio essere zelante per correggere il mio cattivo uso del tempo. Vieni in mio aiuto.
Non è opportuno tralasciare la lettura spirituale o abbreviarla, o fare lo stesso con le altre preghiere, perché senza preghiera non c’è progresso. Signore Gesù, dammi lo zelo e un grande amore per la preghiera, perché io possa progredire nella vita spirituale.

(Lamentarsi)
Quando sei malata, non devi mostrarti imbronciata e lamentarti perché tutte si occupino di te.
Papà Giuseppe, protettore della Sacra Famiglia, proteggimi; sono così povera di beni spirituali. Alfonso de’ Liguori, mio omonimo, insegnami ad amare la madre di Dio come tu l’hai amata.

19-23 aprile
Il mio nuovo anno a partire dal mese della mia mamma, il primo agosto 1963. Il 31 luglio 1963, alle 16.20, ho provato una grande gioia, dopo essermi confessata da padre Joseph, fratello di padre Jean. Il mio proposito: amare il Signore, perché ha fatto per me grandi cose. Come è grande la sua bontà!
Signore Gesù, mamma Maria, papà Giuseppe, fate che io ami tutti i bambini, che sono miei fratelli e sorelle, unicamente per amore del Signore. Non lasciate che mi allontani da voi. Ottenetemi anche la grazia di riconoscere la volontà di Dio in tutto ciò che mi è vietato dalla regola o mi è comandato dalle mie superiore. Ottenetemi di essere pronta a riconoscere le astuzie del demonio e dei suoi seguaci.

9-11-63
Ritiro mensile.
Mi sforzerò di acconsentire al beneplacito divino: silenzio. Intrattenermi con i miei, non lamentarmi del freddo o del caldo (del sole).

24 aprile - 8 maggio
(Preghiera di Anuarite: il suo modo di meditare)

20-3-64
La vocazione
L’angelus. L’angelo ha annunciato a Maria.
Dio chiama il giovane, la giovane.
Lei capisce. - Ave Maria.
Rispondere alla chiamata. - Ave Maria.
Il Verbo si è fatto carne.
Sono la serva del Signore.
Noi continuiamo e completiamo l’opera del Cristo.

(Obbedienza eroica)
12-5-64
Non ho pronunciato i miei voti? Anche se le superiore sono cattive, io obbedisco loro. Agirò così perché lo fanno anche gli altri? Venir meno agli impegni, e via di seguito? Mi sono forse consacrata alle superiore? Alle consorelle? O a causa di loro? Io mi sono consacrata a Gesù solo. Cercherò dunque di piacere a lui e di riconoscere che tutto quello che mi succede è volontà sua. Non ho forse pronunciato dei voti? Restare calma, nei momenti di gioia come nelle difficoltà, nell’ora della malattia come nel momento della prova. Bisogna che accetti ogni cosa, sì! Non è forse per questo che sono venuta qua? Essere zelante, senza prestare attenzione alle colpe e ai difetti delle mie superiore.

16-5-64: Ritiro.
Proposito: obbedienza sempre. La santità dei figli è l’obbedienza.

31-5-64: Giorno del Signore
Domenica delle Palme
Per essere una consacrata per mezzo dell’obbedienza, osservare i miei voti: pietà, fedeltà nei confronti delle mie superiore. Mi sforzerò di evitare i piccoli gruppi, cercherò di familiarizzare con tutte.

(Aiutare i bambini difficili)
Per eliminare la paura di quei due bambini, bisogna che io manifesti loro più affetto. Se hanno qualche problema, essere vicina a loro per aiutarli. Così potrò sistemare tutto in modo che fra noi non ci sia acredine.

(Le prove)
Mandar giù cose amare, come in passato. Essere aperta.

6-6-64: Ritiro
Obbedire agli ordini, alle regole, alla campana. In tutto questo non vedere altro che la volontà di Dio.

16-6-64
Cominciare con l’essere paziente nelle piccole cose.

27-6-64. 6.30 Ritiro
Lunedì ore 9: Gesù ama molto le consacrate. Dice loro: "Rimanete nel mio amore, non per un giorno, ma per l’eternità". Gesù ama unirsi a noi come uno sposo alla sua sposa.

Pio XII:
1. Conoscete bene la vostra condizione di consacrate
2. Amatela
3. Custoditela con cura.
Non dobbiamo lagnarci per il lavoro. Siamo venute qui per santificarci. È lo scopo di ogni famiglia religiosa. Il primo lavoro delle religiose è la propria santificazione. La nostra vocazione è una cosa unica: al servizio di Dio solo, non degli uomini! Consacrata. Io, povera, peccatrice, sono stata scelta da Dio per essere messa a parte per lui.
ore 3: "Sono geloso di voi...". La nostra condizione è quella di una ragazza che è stata scelta dal Re per essere sua sposa (si tratta di Gesù). La nostra vocazione è l’amore, servire Dio. Ci sono molte funzioni, ma Dio è unico; ci sono molte famiglie religiose, ma hanno tutte un unico scopo.
La nostra vocazione è l’amore, servire Dio.
Il Signore Gesù, quando ci ha chiamate, ci ha chiesto il sacrificio: il sacrificio dei beni di questo mondo, il sacrificio dell’amore umano, fino al sacrificio delle nostre persone. Quelle che cercano qualcos’altro, sappiano che non servono il Signore Gesù. "Chi mi ama, osserva la mia parola".
Ore 5: Dio ci chiama alla santità. "Chi mi ama (chi ama il Signore Gesù), cioè ogni singola consacrata. (Teresa di Gesù Bambino): vivere d’amore non è dimorare sul monte Tabor".

13 maggio
(giorno della sua morte: al centro del quaderno, e di suo pugno; la cosa è stata controllata seriamente, e suor Uwenze, l’unica ad aver avuto fra le mani il quaderno, lo conferma).

30-11-64
Nostra testimonianza di purezza di cuore con Bwana Patris. (Firmato) suor Marie-Clémentine.
(Olombe si chiamava Petro? Patrice? Le suore non conoscevano con certezza il suo nome).

26-27 giugno
Il cuore di Gesù
L’orgoglio è l’ostacolo che si oppone alla santità. Dio non dà la sua grazia che agli umili. Tu l’hai offeso con i tuoi peccati, cerca ora la sua misericordia umiliandoti, e sarà placato. L’umiltà porta la pace. L’orgoglio invece genera dispute e lotte su questa terra. L’uomo umile sarà glorificato, la sua ricompensa è grande in cielo.

28 giugno - 2 luglio
(Obbedienza di ogni momento)
Prima di concludere la meditazione, bisogna offrire la propria giornata al Signore Gesù; poi, prima di cominciare a fare qualcosa, bisogna aspettare un momento e chiedersi: che cosa vuole Gesù da me? Se quello che faccio è conforme al suo beneplacito, vado avanti; altrimenti tralascio di fare quella cosa.

(Beata la suora a cui si ha il coraggio di rifiutare qualche permesso!)
Spesso la suora a cui viene rifiutato un permesso è innanzitutto quella che la superiora non vuole privare di un’occasione di grazia, perché si ricordi delle cose di lassù.
La suora invece a cui si concedono spesso dei permessi perché non capisce, non dovrebbe forse essere triste ogni volta che la superiora acconsente alle sue richieste? Il Signore Gesù diceva a santa Margherita Maria: "I consacrati che si ribellano ai loro superiori non riceveranno molte grazie, perché non hanno la virtù dell’obbedienza. Sono come rami separati dal tronco: non ricevono la linfa e seccano".

3-16 luglio
Come è difficile, per coloro che fanno assegnamento sui loro beni, entrare nel regno di Dio!
Difficoltà dell’obbedienza:
Il Cuore di Gesù, quando apparve a santa Margherita Maria, le diceva: "Le consacrate che si ribellano alle loro superiore, si considerino come vasi di scarto. Queste persone, io le respingo dal mio cuore. Nella misura in cui cercano di avvicinarmi nei sacramenti, nella preghiera o in altri lavori, ma senza obbedienza, io rifuggo da loro, perché mi disgustano. Passeranno così da una fornace (fuoco) a un’altra (l’inferno). La ribellione ne ha perse molte e ne perderà ancora di più, perché la superiora, buona o cattiva, è la mia pastora (la mia capo-carovana).
La suddita che la combatte, ferisce la propria anima nella misura stessa della lotta che conduce contro di lei. E alla fine, sarà inutile che venga a piangere alla porta della mia misericordia; non l’ascolterò". Gesù infatti la perdonerà soltanto nel momento in cui comincerà a obbedire.
L’orgoglio è il grande ostacolo all’unione con Gesù. Se vogliamo obbedire per amore verso Dio, bisogna che la nostra obbedienza si compia con spirito di fede. Se le superiore ci lodano per il bene che abbiamo fatto, diciamo nel nostro cuore: "Grazie, Signore, per avermi aiutata; perdono, Signore, per la mia povertà".
Se non ci lodano o ci rimproverano, diciamo: "Portiamo tranquillamente pazienza per piacere a Dio". Gesù vuole che io gli dia la chiave del mio cuore: questa chiave è la mia (libera) volontà. Gesù diceva a santa Geltrude: "Trovo la mia felicità nei cuori che si donano veramente a me attraverso una vera obbedienza".
Gesù può fare di queste anime tutto ciò che gli piace. Le superiore hanno i loro difetti; noi avremo dei meriti se obbediremo senza guardare ai loro difetti. Mi conoscono soltanto nel momento del lavoro. Succede lo stesso alle persone sposate: il marito conosce la moglie soltanto quando lei lavora e quando lui ha fame. Ma se riceve del denaro, se lo mette in tasca senza pensare alla moglie. Lo stesso vale per me. Mi sforzerò di accettare per non piacere che a Gesù solo!

12-16 luglio
(Non cercare la tua gioia che in Gesù solo)
Non preoccuparsi di nulla. Sapere innanzitutto che cosa Dio vuole da me quando mi ordina qualcosa. Se cerco la mia gioia al di fuori di Gesù, sappi bene, anima mia, che non puoi trovare consolazione. Gesù, dammi uno spirito di preghiera e di fedeltà per osservare la mia regola. Dammi la forza di non fidarmi di me stessa dicendo: "Non c’è pericolo". Vergine prudente, che io sia prudente. Se voglio essere una ragazza saggia, devo amare la madre del mio beneamato Gesù, cioè Maria.
Accetterò tutto quello che mi succede, perché è volontà di Dio. Sono venuta qui per seguire chi? Le superiore? Le consorelle? Le bambine? Tutti gli uomini? Niente di tutto ciò. Non sono forse venuta per il mio beneamato, Gesù? "Mamma Maria, custodiscimi come custodivi il mio omonimo Alfonso. Quando vengo meno, guardami con i tuoi occhi materni, perché io possa venire a te. Gesù, Maria, Giuseppe, custoditemi".
Se gli altri parlano di una cosa (poco edificante), sforzarsi di tacere o di dire qualcos’altro a qualcun altro, invece di ascoltare quel discorso. Prudenza.

2-7-62, ore 4.55
Vedi, dare a qualcuno una cosa che non ti appartiene, senza permesso, è...

12-5-64
Ho ottenuto il permesso di chiedere alcune medicine al Vescovo.

1-8-64, ore 11.15
(Natività)
Il Vescovo mi ha mandata a chiedere questo incenso a suor Françoise.

2-3 dicembre
Scrivere una lettera al Vescovo a Roma, senza scrivere l’indirizzo, a proposito della Sacra Famiglia.

4-6 dicembre
Bisognerebbe che ciascuna si facesse violenza. In poche parole, mi sforzerò di osservare la regola senza badare al fatto che le altre non la osservano.
A causa di 4, 3, 2 persone buone, Dio può fare misericordia; a causa di quelle soltanto, cioè di noi. Così, noi rendiamo santa la nostra famiglia.
Gesù, concedimi la grazia di morire, anche sull’istante, piuttosto che abbandonarti ancora per tornare in questo mondo cattivo. Tu non puoi abbandonarmi, a meno che non cominci io con l’abbandonarti.
Tutte le conoscenze marciscono nella terra. A che cosa mi serviranno? Proprio come papà Ch. Dov’è adesso? E tutta la sua intelligenza così brillante? Non resterà anch’essa nella tomba? Anima mia, osserva tutte queste cose; a che cosa serve tutto ciò, se non sono stata buona?

23 dicembre
Madre Generale. Abbiamo ricevuto la nostra dignità, il 26-7-61.

Annotazioni
Prepararsi al ritiro; ne trarrai beneficio nella misura in cui ti sarai preparata. Bisogna arrivare al ritiro con qualche bagaglio. I giorni più ricchi di grazie sono i primi giorni del ritiro.
Noi commettiamo dei peccati perché cerchiamo la felicità... e abbandoniamo la vera via della felicità. Soltanto presso Dio troveremo la felicità perfetta. Noi perdiamo delle grazie, perché non osserviamo la regola.

Rubrica A-B
Consiglio: Chi non lavora non merita di mangiare.

Rubrica K-L-M-N
Quando le bambine hanno un lavoro da fare, bisogna badare che lo portino a termine.

3. Le idee di fondo

Dagli appunti di Anuarite emergono le seguenti linee di forza:
1. Lo spirito di obbedienza, senza del quale Anuarite non può piacere a Dio:
"Se riesco a osservare il voto di obbedienza, riuscirò anche a osservare quello di povertà, perché mi abbandono senza inquietudine fra le mani delle mie superiore; aspetto soltanto che mi comandino. La superiora, invece, ha molti problemi: dorme male, perché pensa a quello che deve fare affinché le sue figlie possano progredire. Ho dunque il dovere di aiutarla, obbedendo ai suoi ordini".
2. Lo spirito di umiltà:
"Se le superiore ti rimproverano o ti umiliano, e tu cerchi di difenderti, vuol dire che non possiedi ancora l’umiltà. (...) Bisogna leggere spesso il Vangelo. Non c’è santità senza umiltà".
"L’orgoglio è l’ostacolo che si oppone alla santità. Dio non dà la sua grazia che agli umili. Tu l’hai offeso con i tuoi peccati, cerca ora la sua misericordia umiliandoti, e sarà placato. L’umiltà porta la pace. L’orgoglio invece genera dispute e lotte su questa terra. L’uomo umile sarà glorificato, la sua ricompensa è grande in cielo".
3. La vita di preghiera:
"Bisogna essere felici, nell’ora della meditazione, perché è il tempo del riposo e del colloquio col Signore, come quando due fidanzati parlano fra loro senza pensare allo sforzo o alla fatica. Se ti senti tiepida nell’ora della preghiera, non devi scoraggiarti. Continuiamo a supplicare. Anche se il tuo cuore è arido, supplica sempre. Il Signore Gesù si stupirà e dirà: "Anche quando le volto le spalle, non si stanca!". Parlare col Signore durante la meditazione. Chi si stancherebbe a parlare col suo fidanzato? Non si ama forse pensare a lui? Noi, che siamo consacrate, dobbiamo pensare ancora più spesso allo sposo delle nostre anime".
"Non è opportuno tralasciare la lettura spirituale o abbreviarla, o fare lo stesso con le altre preghiere, perché senza preghiera non c’è progresso. Signore Gesù, dammi lo zelo e un grande amore per la preghiera, perché io possa progredire nella vita spirituale".
4. Il centro della spiritualità di Anuarite: Gesù solo.
"Io mi sono consacrata a Gesù solo. Cercherò dunque di piacere a lui e di riconoscere che tutto quello che mi succede è volontà sua. Non ho forse pronunciato dei voti? Restare calma, nei momenti di gioia come nelle difficoltà, nell’ora della malattia come nel momento della prova. Bisogna che accetti ogni cosa, sì! Non è forse per questo che sono venuta qua?".
"Signore, eccomi spiritualmente malata. Sono venuta qui a cercare il rimedio per guarire, cioè per guadagnare il cielo. Signore, dammi la forza di non ricadere più nel mio stato di malattia, di non tornare di nuovo indietro o nel mondo.
Non hai forse versato per me il tuo sangue?
E anche per gli uomini neri?
Rispondimi. Gesù, Maria, Giuseppe, mi metto nelle vostre mani"
.
""Sono geloso di voi...". La nostra condizione è quella di una ragazza che è stata scelta dal Re per essere sua sposa (si tratta di Gesù).
La nostra vocazione è l’amore, servire Dio. Ci sono molte funzioni, ma Dio è unico; ci sono molte famiglie religiose, ma hanno tutte un unico scopo. La nostra vocazione è l’amore, servire Dio. Il Signore Gesù, quando ci ha chiamate, ci ha chiesto il sacrificio: il sacrificio dei beni di questo mondo, il sacrificio dell’amore umano, fino al sacrificio delle nostre persone"
.
"Gesù ama molto le consacrate. Dice loro: "Rimanete nel mio amore, non per un giorno, ma per l’eternità". Gesù ama unirsi a noi come uno sposo alla sua sposa".
5. La devozione a Maria e l’amore per la Sacra Famiglia.
"Il mio nuovo anno a partire dal mese della mia mamma, il primo agosto 1963. Il 31 luglio 1963, alle 16.20, ho provato una grande gioia, dopo essermi confessata da padre Joseph, fratello di padre Jean. Il mio proposito: amare il Signore, perché ha fatto per me grandi cose. Come è grande la sua bontà!
Signore Gesù, mamma Maria, papà Giuseppe, fate che io ami tutti i bambini, che sono miei fratelli e sorelle, unicamente per amore del Signore"
.
Ricordiamo un elemento significativo: il giorno del suo martirio, Anuarite ci ha mostrato fin dove si spingesse il suo amore per la Vergine Maria, di cui teneva in tasca la statuetta. Le piaceva chiamarla: "Bikira safi mno" (la Vergine tutta pura).

4. Conclusione

Spero che queste pagine abbiano aiutato il lettore a scoprire maggiormente la ricca personalità di suor Marie-Clémentine. Era una donna semplice, ma coraggiosa. La sua consacrazione al Signore non era una scelta scontata. Ha lottato per tutta la vita per rimanere fedele fino in fondo ai suoi impegni. Suor Anuarite aveva un acuto senso di quella vita consacrata di cui ci parla Giovanni Paolo II nella sua Esortazione apostolica post-sinodale circa la vita consacrata:
"Quanto alla significazione della santità della chiesa, un’oggettiva eccellenza è da riconoscere alla vita consacrata, che rispecchia lo stesso modo di vivere di Cristo. Proprio per questo, in essa si ha una manifestazione particolarmente ricca dei beni evangelici e un’attuazione più compiuta del fine della chiesa che è la santificazione dell’umanità. La vita consacrata annuncia e in un certo modo anticipa il tempo futuro, quando, raggiunta la pienezza di quel regno dei cieli che già ora è presente in germe e nel mistero, i figli della risurrezione non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli di Dio (cf. Mt 22,30). In effetti, l’eccellenza della castità perfetta per il Regno, a buon diritto considerata la "porta" di tutta la vita consacrata, è oggetto del costante insegnamento della chiesa".134
Per Anuarite, la verginità consacrata era l’espressione della sua donazione totale al Signore crocifisso e glorificato. Dio non le ha dato soltanto il dono della castità consacrata, ma anche la grazia insigne del martirio, che l’ha totalmente configurata a Gesù Cristo, lo sposo delle vergini.
Possa l’esempio della beata Anuarite, sul finire di questo ventesimo secolo, risvegliare nei giovani di tutto il mondo l’amore per la vita consacrata.
Tutte le vittime delle ribellioni zairesi si inseriscono nella drammatica storia di un popolo da troppo tempo emarginato, che si dibatte per uscire dall’abisso scavato dai suoi stessi figli e figlie e da complici stranieri che sostengono ancora oggi quelli che non pensano che ai propri sporchi interessi o che ignorano che la loro vera felicità nascerà soltanto dall’amore fraterno e non da una politica di esclusione. Possa la beata Anuarite intercedere per l’intera umanità, e in particolare per tutti i popoli dell’Africa nera che ancora soffrono nella più squallida miseria. Possa chiedere insistentemente al Padre della tenerezza e della misericordia di aiutare le persone consacrate a vivere in pienezza, per la gloria della Trinità e della chiesa-famiglia di Dio, la loro consacrazione, che è la forma di vita abbracciata dal Cristo stesso (cf. Mt 4,18-22; Mc 1,16-20; Lc 5,10-11; Gv 15,16). L’Esortazione apostolica circa la vita consacrata sviluppa ampiamente la questione del posto e del significato della vita consacrata nella chiesa del nostro tempo.
Il giorno della beatificazione di Anuarite da parte di papa Giovanni Paolo II (Kinshasa, 15 agosto 1985), mons. Uma Arakayo Amabe, vescovo di Isiro Niangara, nel riassunto della biografia di Anuarite previsto dal rituale della beatificazione, ha pronunciato davanti al Santo Padre e a tutto il popolo cristiano presente alla memorabile celebrazione le seguenti parole commoventi e appassionate:
"Mentre lo Zaire era dilaniato da sanguinosi conflitti interni, durante i quali furono massacrati molti religiosi, una banda di giovani Simba, spinti dall’odio nei confronti della fede cattolica, il 29 novembre prelevarono dal convento delle Suore della Sacra Famiglia di Bafwabaka 18 suore professe, 9 novizie e 7 postulanti. La serva di Dio, che per caso si trovava in un campo non lontano dalla casa, volle raggiungere le consorelle dicendo: "Che cosa facciamo qui? Andiamo; se bisogna morire, moriamo insieme".
"Le suore furono portate a Ibambi, dove passarono la notte. Suor Clémentine, come se presagisse la morte ormai vicina, esortava con calma le consorelle a vegliare e a pregare: "Preghiamo i martiri dell’Uganda, siamo in grande pericolo; preghiamo, preghiamo! Per quanto mi riguarda, non so se domani sarò ancora viva". "Sorelle, so che sto per morire". Il 30 novembre arrivarono a Isiro. Fu in quel luogo che in tutti i modi, e con crudele sfacciataggine, venne ordinato alle religiose di prostituire la loro verginità in quella stessa notte, con i soldati che le avevano sequestrate.
Suor Marie-Clémentine fu scelta per il comandante. Unanimi, le suore e la serva di Dio si rifiutarono energicamente di obbedire. Di fronte all’infame ostinazione dell’ufficiale, che le prometteva grandi favori se avesse acconsentito, Anuarite rispose con forza e con volontà ostinata: "Non posso sopportare di diventare la moglie di un uomo; se è necessario, preferisco morire; mi rifiuto, sono consacrata a Dio"; "Non posso far questo, non posso commettere questo peccato: piuttosto uccidetemi".
L’ufficiale, furibondo, cominciò a percuoterla con violenza, ma non potè spezzare la resistenza della serva di Dio, che offriva la sua vita come sacrificio di soave profumo, mormorando il nome santo di Gesù. Infine, nell’ora in cui il buio cominciava a oscurare ogni cosa, suor Marie-Clémentine Anuarite Nengapeta fu assassinata con un colpo di fucile, all’una di notte del primo dicembre 1964. Al coraggio di affrontare la morte, seppe associare la virtù cristiana del perdono: "Ti perdono, disse ad alta voce al suo carnefice, perché non sai quello che fai". Nello stesso momento, le altre suore si erano messe a cantare il Magnificat".
Sono questi, a grandi linee, gli avvenimenti che hanno condotto suor Marie-Clémentine al martirio. In queste pagine abbiamo voluto rievocare brevemente la vita religiosa di questa nostra sorella, per risvegliare nuove vocazioni religiose e per riaccendere il fervore della nostra consacrazione al Signore nei tempi difficili che i nostri paesi dell’Africa nera stanno attraversando. E vogliamo pregare perché un giorno, se il Signore lo vorrà, la nostra sorella Marie-Clémentine possa essere canonizzata per la maggior gloria di Dio e per la nostra gioia.

 

Parte seconda
Joseph Wittebols vescovo missionario

I. La figura di mons. J. Wittebols, padre spirituale di Anuarite

Al termine di questo lavoro sulla vita della beata Anuarite, vorrei riassumere brevemente la vita di mons. Joseph Wittebols. Per comprendere la spiritualità della beata, infatti, è opportuno conoscere anche il suo maestro spirituale, il vescovo di Wamba, che ha preceduto la sua figlia spirituale sulla via del martirio.
Le informazioni che mi hanno permesso di redigere questa presentazione derivano da due documenti rinvenuti a Roma nell’archivio della Casa generalizia dei Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani), la congregazione a cui apparteneva mons. Wittebols. Il primo documento è un manoscritto anonimo che narra la vita e il martirio di mons. Wittebols. Da questa relazione ho ripreso soltanto il racconto della vita; per quello del martirio ho preferito il secondo documento, sicuramente degno di fede perché redatto da un testimone oculare, padre Emile Wolter. Quest’ultimo è sfuggito al supplizio inflitto ai suoi confratelli belgi unicamente a causa della sua nazionalità lussemburghese.

1. Il racconto anonimo della vita di mons. Wittebols

Il 26 novembre 1964, nel cortile della prigione di Wamba, mons. Wittebols, primo vicario apostolico e vescovo della diocesi di Wamba, cadeva sotto i colpi dei ribelli, dopo un lungo martirio, insieme a sette dei suoi missionari e confratelli belgi. Scompariva con lui, nel pieno vigore degli anni, una bella figura di vescovo missionario, proprio nel momento in cui la sua opera, che recava l’impronta della sua ricca personalità, stava per dare i suoi frutti. Mons. Wittebols realizzava così nella sua persona il titolo del suo libro: "La donazione totale".
Joseph Wittebols era nato il 12 aprile 1912 a Etterbeek, un importante e popoloso sobborgo di Bruxelles. Ancora bambino aveva perso la madre, ma doveva trovare nella seconda moglie di suo padre un’altra mamma, che amò i suoi figli adottivi con tutto il suo cuore e diede loro, insieme al calore di una famiglia, anche una solida formazione cristiana. Non stupisce quindi che il vescovo, sino alla fine della sua vita, abbia nutrito per lei tutta la devozione e tutto l’affetto che un bravo figlio riserva alla propria madre.
Joseph era, ed è rimasto anche da vescovo, un autentico uomo di Bruxelles, uno di quei tipi che danno alla capitale belga una simpatica reputazione. Il suo modo diretto e brioso di trattare le persone, senza ambiguità e senza diplomazia, con una punta di sfacciataggine che non era per nulla spiacevole e non escludeva una certa naturale signorilità, l’abitudine di mescolare al francese il suo fiammingo (di cui gli piaceva infiorare la conversazione nei momenti di relax), le canzonette del momento che si sorprendeva a canticchiare davanti alla radio, tutto tradiva le sue origini.
Dopo le elementari, entrò nell’Istituto Saint-Louis di Bruxelles e andò a terminare i suoi due anni di studi classici al seminario di Tervüren, che a quel tempo accoglieva ancora fiamminghi, valloni e originari di Bruxelles.
Negli anni 1931-1932 si iniziò alla vita religiosa al noviziato di Brugelette, dove ebbe padre Charles Kanters come maestro dei novizi e padre Léopold Mahias, della Compagnia di Gesù, come direttore spirituale. Al termine del noviziato, collocò la sua vita religiosa sotto il patrocinio di s. Alberto di Lovanio. Compì senza interruzioni tutto il ciclo degli studi superiori. Seguì il corso di filosofia allo Scolasticato Nostra Signora del Congo, a Lovanio, e frequentò il corso di teologia presso i gesuiti di rue des Récollets. Aveva molto a cuore la propria formazione religiosa e sacerdotale, e non trascurava nulla di ciò che riteneva potesse prepararlo meglio al suo futuro apostolato. Oltre a una buona cultura, possedeva un profondo buon senso, una sana rettitudine di giudizio, un’abnegazione totale, una grande capacità di lavoro e una tenacia che nulla riusciva a scoraggiare. A ciò si aggiungeva un’acuta coscienza delle proprie responsabilità. Di tutte queste qualità saprà avvalersi nel migliore dei modi nel suo apostolato.
Quando entrò allo Scolasticato, i superiori gli affidarono un incarico che includeva la spedizione (indirizzi e timbratura compresi) del "Regno del Cuore di Gesù", l’organizzazione della propaganda, l’aggiornamento degli schedari degli abbonati e dei benefattori e la corrispondenza con questi ultimi, senza parlare dei molteplici imprevisti. Era un incarico di grande fiducia, ma faticoso, impegnativo e delicato. Con i suoi aiutanti, ma tenendo per sè la maggior parte del lavoro, Fratel Wittebols si dedicò al suo incarico con tutto il cuore e con tutte le energie, sacrificando praticamente tutte le passeggiate infrasettimanali e una buona parte del suo tempo libero, senza mai manifestare il minimo scontento.
Almeno per un certo periodo, pensò di dedicarsi all’insegnamento. Nel 1933, nonostante la carenza di sacerdoti insegnanti, venne aperto il nuovo seminario di Burnot; Fratel Wittebols era pronto a rimandare il suo ingresso in teologia per far parte del primo gruppo di insegnanti. Ma deve aver abbandonato ben presto questo progetto, dal momento che il sogno delle missioni fu presente al suo spirito lungo tutto il corso di teologia.
I suoi ex compagni di studio hanno serbato di lui il ricordo di un ottimo confratello, buono come il pane, servizievole in tutte le occasioni, allegro, sempre pronto ad accogliere con una risata le frecciatine che gli venivano lanciate. Aveva un buon carattere, naturalmente incline alla benevolenza e all’ottimismo; si rifiutava di fermarsi ai lati peggiori degli uomini e delle cose, interessandosi soltanto a ciò che la vita offre di buono e di bello. La critica, soprattutto nei confronti dei superiori, lo metteva a disagio. Nessuno l’ha mai visto scoraggiato o in collera.
Non c’era festa in cui non fosse in programma un numero di "Jef". Lo vedo ancora presentarsi in mezzo al refettorio, ondeggiando col suo passo pesante e accomodandosi con un gesto nervoso, a dita aperte, gli occhiali di tartaruga con quelle lenti che gli ingrandivano gli occhi, e aspettare un po’ imbarazzato che cessassero le acclamazioni che salutavano il suo ingresso. Quando "Jef" entrava in scena, il divertimento era assicurato. Con la sua forte e bella voce di basso, intonava una canzone popolare di Bruxelles ("Poléon! Poléon! Arriva la guardia civile di Schaebeek... Siamo rovinati...") o una canzonetta con un ritornello da cantare tutti in coro ("Il valzer delle mosche..."). Bei tempi!

Sacerdote e missionario

P. Wittebols ricevette l’ordinazione sacerdotale a Lovanio l’11 luglio 1937, alla fine del terzo anno di teologia. Nell’autunno del 1938, soltanto qualche mese dopo la sua uscita dallo Scolasticato, si imbarcò ad Anversa, diretto verso il continente africano.
A Stanleyville, mons. Verfaille gli assegnò come primo campo di apostolato la nuova scuola - ancora da creare! - per i figli degli europei. La scuola assunse particolare importanza a partire dal 1940, quando la guerra cominciò a impedire ai coloni belgi di mandare i loro figli a studiare in Europa. Poco dopo, la scuola di Stanleyville diventò il "Collegio Sacro Cuore"; p. Wittebols, che l’aveva fondata, la diresse fino al 1949, attirandosi la stima di tutti. Il suo amore per i bambini trovò modo di esprimersi, e gli alunni rispondevano bene. Oltre ad essere direttore e insegnante, p. Wittebols assunse anche l’incarico di assistente del gruppo scout (sempre fra i giovani!) e dedicò alla fondazione di questo movimento tutto il suo cuore e tutte le sue risorse. La predicazione di ritiri alle religiose occupava gran parte delle sue vacanze.

Vescovo missionario

L’espandersi della missione e le difficoltà crescenti dell’amministrazione di un territorio grande sei volte e mezzo il Belgio resero necessaria a un certo punto la scissione della missione in due vicariati autonomi.
Con un decreto del 24 marzo 1949, il Segretario della Congregazione della Propaganda rese pubbliche l’erezione della regione del Nepoko (Nord-Est) in vicariato apostolico di Wamba e la nomina di mons. Wittebols a vicario apostolico come vescovo di Callipolli (elezione e nomina proclamate da Pio XII nell’udienza del 10 marzo 1949). La Delegazione apostolica del Congo era stata precedentemente informata di queste decisioni, con l’indicazione che il neo-eletto poteva ricevere la consacrazione episcopale prima dell’arrivo delle Bolle apostoliche.
La consacrazione del nuovo vescovo ebbe luogo nella cappella della Procura delle missioni di Bruxelles il 16 giugno 1949, officiata da Sua Eminenza il cardinal Van Roey, arcivescovo di Malines, assistito da mons. Demont e da mons. Cobben, entrambi della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore. Mons. Wittebols scelse come suo motto: "Servus Christi".
Nel 1959, quando Giovanni XXIII introdusse la gerarchia ecclesiastica in Congo, il vicariato apostolico fu elevato al rango di diocesi.

Il compito del nuovo vescovo

Wamba riservò al nuovo pastore un’accoglienza trionfale, ma la festa fu di breve durata. Bisognava mettersi all’opera. Mons. Wittebols trovò senza dubbio una missione fiorente, e potè raccogliere immediatamente i frutti del lungo e fecondo lavoro dei pionieri, la maggior parte dei quali aveva ormai lasciato questa terra. Ma il compito da svolgere era ancora immenso.
Fino ad allora, il nuovo vescovo aveva avuto contatti quasi esclusivamente con gli ambienti studenteschi e scout di Stanleyville. Non aveva mai partecipato alla direzione di un vicariato, conosceva poco i problemi dell’apostolato diretto in territorio indigeno e soprattutto non aveva nessuna esperienza delle difficoltà che si incontravano in foresta. Aveva dunque tutto da imparare. Si mise subito all’opera con il massimo impegno, facendosi consigliare dai veterani della foresta, documentandosi presso chiunque potesse fornirgli informazioni utili e mettendosi in contatto con altri vicariati. Nel giro di pochi anni divenne così esperto da essere in grado di pubblicare delle istruzioni pastorali apprezzate da tutti.
Si trattava in primo luogo di guidare i suoi immediati collaboratori, i suoi missionari, non soltanto nel loro apostolato, ma anche e soprattutto nella loro vita religiosa. A tale scopo, non c’è migliore stimolo dell’esempio personale. Mons. Wittebols dava molta importanza al fatto che, nei limiti del possibile, le pratiche prescritte dalla Regola fossero integralmente osservate in ogni comunità. E si sa che questo non è sempre facile quando si è soltanto in due o tre religiosi e bisogna fare i conti con l’urgenza del lavoro esterno. L’orario della comunità di Wamba era rigorosamente identico a quello di qualsiasi casa religiosa d’Europa: esame di coscienza, adorazione, preghiera del mattino e della sera ogni giorno, a ore fisse, ritiro mensile con lettura delle Costituzioni, preparazione alla morte, e così via. Si preoccupava specialmente che tutti facessero il ritiro annuale in condizioni normali. Durante le sue visite alle missioni, gli succedeva di constatare che qualche pratica era trascurata; aveva allora la delicatezza di non fare rimproveri - c’erano indubbiamente delle attenuanti! - ma il suo esempio era il colpo di timone che raddrizzava la barca.
Non si separava mai dalla croce della professione, nonostante le irritazioni provocate, col caldo tropicale, dal suo sfregamento sul petto; la vigilia della sua morte, se l’era tolta dal petto insanguinato e l’aveva appesa alla spalliera del letto; p. Wolter l’ha raccolta e l’ha conservata in suo ricordo.
I contatti di mons. Wittebols con i suoi missionari erano sempre contraddistinti da una carità pienamente evangelica. Carità che del resto egli estendeva a tutti, e che molti neri sfruttavano abilmente a proprio vantaggio. "Non si è mai troppo buoni", ripeteva mons. Wittebols. "Con lui abbiamo perso tutto", dichiarava uno studente nero che aveva ottenuto una borsa di studio grazie al suo interessamento. Per rendere un servizio, non esitava a scrivere lunghe lettere, a fare tutti i passi possibili, a tornare alla carica senza mai stancarsi. A volte la controparte cedeva... per essere lasciata in pace.
La stessa carità caratterizzava i suoi interventi in caso di mancanze o di infrazioni. Invece di mostrarsi brusco o severo, mons. Wittebols usava la dolcezza, cercando di condurre l’interessato a riconoscere il proprio torto e a correggersi. A volte questa lentezza nell’intervenire gli è stata rimproverata come debolezza o come mancanza di energia, ma a distanza di tempo si può chiedersi se, in molti casi, le maniere forti non sarebbero state un rimedio peggiore del male.
Mons. Wittebols si preoccupava sempre di far regnare la gioia e l’ottimismo in tutte le comunità affidate alle sue cure, comunità che visitava regolarmente quattro volte all’anno. Aveva portato in Congo la giovialità e il buon umore che lo contraddistinguevano allo Scolasticato. Gli piaceva ridere e far ridere. E questo era straordinariamente di stimolo, soprattutto nelle ore buie e nei momenti di stanchezza. Quando parlava delle altre missioni, non faceva che dirne bene e riferire i risultati positivi che aveva constatato. In sua presenza, la critica appariva fuori luogo. Di temperamento calmo, incline all’ottimismo e alla benevolenza verso tutti, non conosceva quegli sbalzi d’umore che sono così frequenti ai tropici; era sempre padrone di sé e gli succedeva di rado di alzare la voce in pubblico.
Un uomo come lui suscitava simpatia, creava amicizie profonde e durature. Mons. Wittebols del resto coltivava l’amicizia come una virtù indispensabile. Non stupisce dunque che avesse una cerchia di amici estremamente ampia, non solo in Belgio e in Congo, ma in tutte le parti del mondo, e che, nonostante i suoi numerosi e pesanti impegni, riuscisse a tenersi costantemente in corrispondenza con loro.
Soprattutto nel lavoro apostolico, il suo atteggiamento verso i collaboratori era improntato a una benevolenza squisita e premurosa. Non aveva nulla del dittatore o del despota. Invece di arrogarsi l’esclusiva delle iniziative da prendere, sosteneva con benevolenza e incoraggiava i tentativi, le esperienze e i metodi nuovi che promettevano di dare buoni risultati nel campo della scuola, dell’apostolato o della creazione di nuovi contatti utili.
Su questa linea - e qui arriviamo forse al lato più bello della sua personalità di capo - dava fiducia ai suoi uomini. Quando affidava una missione o un incarico a uno dei suoi collaboratori, contava sinceramente su di lui, sempre pronto a sostenerlo e, se necessario, a difenderlo. Non si permetteva mai di criticarlo di fronte ad altri, senza per questo rinunciare a parlargli con grande carità delle carenze o degli errori di cui fosse venuto a conoscenza. Sapendosi in tal modo stimato, sostenuto e soprattutto amato dal proprio capo, senza il minimo sospetto e la minima ingerenza, quale missionario avrebbe pensato di abusare della sua fiduciosa lealtà? La fiducia genera fiducia.
A volte mons. Wittebols era chiamato "il vescovo delle suore". In effetti si preoccupava molto della loro situazione materiale, spirituale e morale; spesso predicava loro i ritiri (fino a cinque volte all’anno), secondo lo stile tradizionale. Raccolse le riflessioni che presentava in questi ritiri in due volumi: "Donazione totale" (1960) e "Ecce Ancilla Domini" (1962). Un terzo volume era in preparazione, ma non ebbe il tempo di portarlo a termine. La prima edizione si esaurì rapidamente; di fronte alla costante richiesta, l’autore stava pensando a una nuova edizione.
In modo speciale, se così si può dire, mons. Wittebols si occupava delle suore africane dell’Istituto diocesano fondato nel 1939. Egli fu nello stesso tempo il padre, la guida, il consigliere e il difensore di quelle brave ragazze nere, alle quali la vita religiosa imponeva a volte esigenze eroiche, e ciascuna delle quali, presa individualmente, costituisce un miracolo della grazia. Non stupisce quindi che l’ultimo lavoro compiuto da mons. Wittebols su questa terra fosse proprio per le sue care suore della "Jamaa". Per tutto il mese di ottobre del 1964 si era dedicato infatti alla redazione del "Direttorio spirituale" per questa giovane congregazione.
Alla fine di ottobre, quando tutti i missionari furono messi a "domicilio coatto", il Direttorio era pronto e si trovava, battuto a macchina, sulla scrivania di mons. Wittebols.
Dopo aver fatto tanto per questa cara congregazione, mons. Wittebols avrà avuto la gioia di assistere dal cielo, alcuni giorni dopo la sua morte, al martirio di una delle suore, suor Clémentine, morta per rimanere fedele al suo voto più bello, ma anche più difficile, mentre le sue consorelle cantavano il Magnificat fino all’ultima nota, nonostante le percosse selvagge di cui erano oggetto: una di loro era martire della purezza.
Mons. Wittebols esigeva molto dai suoi missionari, ma lui per primo era un lavoratore accanito che non stava mai con le mani in mano; predicava con l’esempio e pagava ampiamente di persona. Leggeva non tanto per distrarsi quanto per tenersi al corrente dei problemi e delle esperienze che venivano realizzate nella chiesa e nelle missioni. La corrispondenza occupava buona parte delle sue giornate.
A una grande capacità di lavoro associava, quando si trattava di realizzare ciò che aveva progettato di fare o di ottenere, una tenacia che nulla riusciva a scoraggiare. Le amministrazioni di Wamba, di Stanleyville, di Léopoldville, di Bruxelles e di Roma ne sanno qualcosa. Se una prima lettera non raggiungeva lo scopo e rimaneva senza risposta, a tempo debito era automaticamente seguita da una seconda, e se era necessario da una terza, da una quarta e anche da una quinta, finché il destinatario, per farla finita, non acconsentiva alla richiesta, come l’uomo della parabola evangelica.
Un esempio della tenacia del vescovo si è avuto quando si è trattato di trovare delle religiose per il vicariato di Wamba. Durante le sue vacanze in Europa, mons. Wittebols era andato a bussare alla porta di quasi tutte le case generalizie dei nostri paesi, ma invano: la grave carenza di vocazioni impediva alle responsabili di sottrarre personale alle numerose istituzioni in cui le suore prestavano servizio. Altri si sarebbero scoraggiati, ma non mons. Wittebols, che pensò di rivolgersi all’estero: si fece condurre in Spagna e in Italia, e ottenne ciò che voleva. Mentre al suo arrivo a Wamba una sola missione aveva un gruppo di religiose (quella di Bafwabaka, dove lavoravano le Suore di Gesù Bambino di Nivelles), nel 1964 le religiose erano presenti in ben dieci missioni. Si trattava di Domenicane spagnole del S. Rosario e di Pie Madri della Nigrizia provenienti dall’Italia. E altri due conventi erano in costruzione.
Sotto la guida di un pastore dinamico, generoso, intraprendente e metodico, che per di più era un religioso fervente, un ottimo sacerdote e un trascinatore ottimista e disinteressato, che poteva contare sull’impegno di un personale missionario qualificato, il vicariato apostolico di Wamba conobbe subito un periodo di prosperità a cui purtroppo i recenti avvenimenti hanno brutalmente posto fine.
Col passare degli anni, i problemi si moltiplicavano e si complicavano. L’opera missionaria era arrivata a un punto critico della sua evoluzione; era ormai vicino il giorno in cui il Congo, come altri paesi africani, avrebbe reclamato la propria indipendenza politica. L’azione missionaria doveva necessariamente assumere orientamenti nuovi e introdurre metodi nuovi. Bisognava che la chiesa avesse solide radici, con un clero e anche una gerarchia indigena, in modo che i missionari potessero senza difficoltà passare il testimone ai sacerdoti autoctoni. Il compito era immenso e urgente. Mons. Wittebols ne era ben consapevole, e faceva fronte magnificamente alla situazione.
Per prima cosa cercò di occupare il più completamente e il più rapidamente possibile tutto il territorio affidato alle sue cure, garantendo il buon funzionamento di tutta l’organizzazione, perché il vangelo potesse penetrare in tutti gli ambienti.
Nel 1949, il vicariato apostolico di Wamba annoverava cinque missioni principali: Wamba, Bafwabaka, Ibambi, Maboma e Pawa, a cui si aggiungeranno quelle di Avakubi, di Bafwasende e di Panga, cedute dal vicariato di Stanleyville. Sotto mons. Wittebols, furono fondate nuove missioni a Nduye, Ngayu, Babonde, Bomili, Lingondo, Mambasa, Bayenga, Legu, Nungo e Obongoni.
Nel 1956, mons. Wittebols aprì ad Avakubi una scuola magistrale per la formazione di insegnanti neri; nel 1957 aprì a Lingondo (a 18 km. da Wamba) un seminario minore per i candidati indigeni al sacerdozio. Nel 1960, l’insieme delle nuove costruzioni era stato portato a termine.
Nel 1964, quasi tutte le missioni principali avevano la loro chiesa; al momento dei dolorosi avvenimenti del mese d’agosto, la cattedrale di Wamba era arrivata al tetto, e il grosso dei lavori era ormai compiuto.
Nel 1960, cioè appena un anno dopo la trasformazione del vicariato apostolico in diocesi, mons. Wittebols convocò il primo sinodo diocesano e si dedicò alla strutturazione della diocesi. Ne risultò la seguente organizzazione:
1. Consiglio episcopale e commissioni diocesane. Il consiglio episcopale era formato da otto membri, tre dei quali "ex officio": il superiore regionale dei Sacerdoti del Sacro Cuore, il procuratore della diocesi e l’ispettore delle scuole. Altri tre erano nominati direttamente dal vescovo. Infine facevano parte del consiglio i due vicari generali. In quel momento, il consiglio annoverava due sacerdoti congolesi e sei europei.
2. Commissioni diocesane. Erano quattro:
- commissione per la scuola,
- commissione per la pastorale e la liturgia,
- commissione per le opere,
- commissione economica.
3. Divisione ecclesiastica. Al Sinodo diocesano, la diocesi fu divisa in cinque regioni. A partire dal 1962, si tennero riunioni regionali a intervalli regolari: i sacerdoti delle singole regioni venivano radunati una volta ogni tre mesi per una conferenza teologica e per discutere i problemi del momento. Le otto succursali principali erano dotate di cappella e di scuole elementari. Avevano inoltre alcune opere dell’Azione Cattolica (Legio Mariae, Lega del Sacro Cuore, movimento Xavéri...). Queste succursali ricevevano la visita di un sacerdote almeno una volta al mese. Quelle secondarie disponevano di una cappella-scuola con un catechista o un maestro-catechista. Il missionario le visitava almeno quattro volte all’anno.
Il Sinodo aveva previsto che in ogni missione venisse costituito un comitato parrocchiale che, sotto la presidenza del superiore della missione, doveva promuovere lo sviluppo della parrocchia e, se necessario, difenderne gli interessi materiali e morali; mons. Wittebols ci teneva a visitare personalmente tutte le missioni almeno tre volte all’anno.
La congregazione congolese della Sacra Famiglia, di diritto diocesano, fu fondata nel 1939 e divenne autonoma nel 1961, anno in cui si tenne il primo capitolo generale, che elesse una superiora generale e il suo consiglio. La maestra delle novizie, congolese, era stata preparata in modo particolare a questo compito con uno stage al noviziato delle Suore di Gesù Bambino di Nivelles. Le Suore della Sacra Famiglia si dedicano all’insegnamento, al servizio sanitario e sociale e all’apostolato diretto.
Nel 1963, il seminario minore ospitava 63 seminaristi.
I catechisti erano suddivisi in tre categorie:
- I catechisti di villaggio: si chiedeva loro di insegnare i primi rudimenti del catechismo, di far imparare le formule di preghiera ai catecumeni e di dirigere le preghiere e le riunioni dei cristiani. Ricevevano un salario da poco, perché nel tempo in cui non erano occupati nella loro attività di catechisti potevano dedicarsi ad altri lavori, come la gente del villaggio.
- I maestri-catechisti, che erano incaricati di insegnare il catechismo nell’ambito dei programmi scolastici e che erano pagati dal governo come maestri.
- I catechisti volontari, che erano scelti dagli stessi cristiani, i quali provvedevano anche al loro mantenimento.
Fra le opere di apostolato e di reciproco aiuto, ricordiamo: la Legio Mariae, con una ventina di presidi; la Lega del Sacro Cuore, che praticava la comunione e l’adorazione mensili; in campo giovanile, il movimento Xavéri e la Lega dei giovani; i centri sociali, frequentati da circa 500 donne a cui si insegnava il cucito, il catechismo, la puericultura...; il Servizio di diffusione della stampa; la Caritas Congo, che si occupava dei più poveri; le Commissioni parrocchiali per lo sviluppo e la difesa degli interessi materiali e morali delle parrocchie.
Le ultime iniziative di mons. Wittebols furono a favore dei malati. A Bayenga c’era un ospedale che era appartenuto a una società mineraria. Il vescovo lo acquistò per conto della missione. L’assunzione di personale medico europeo si rivelò difficile a causa della mancanza di sicurezza dovuta all’instabilità della situazione politica. Dopo molte ricerche, mons. Wittebols riuscì ad assumere il dottor Lombard, un medico belga che arrivò nel luglio del 1964. Quattro mesi dopo, in novembre, fu assassinato dai Simba.
La partenza dei medici dopo la bufera del 1960 aveva lasciato praticamente in stato di abbandono il lebbrosario di Pawa, fondato dalla Croce Rossa. Mons. Wittebols prese le disposizioni necessarie per trasformare il lebbrosario in una scuola per infermiere. Era ormai tutto pronto, i contratti erano stati firmati e il personale europeo era stato assunto. La scuola doveva essere aperta in settembre. L’invasione dei ribelli bloccò questa bella impresa, l’ultima in ordine di tempo fra quelle avviate dal defunto vescovo.
In base all’ultima relazione, che porta la data del 30 marzo 1964, la situazione del personale della missione di Wamba era la seguente: 47 sacerdoti, di cui 39 della congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore, 6 sacerdoti diocesani congolesi e 2 sacerdoti diocesani europei; 12 Fratelli coadiutori; 92 religiose appartenenti a 4 congregazioni diverse, di cui una indigena (la Sacra Famiglia). C’erano 325 scuole elementari per un totale di 20.835 alunni, maschi e femmine, e altre 12 scuole con 889 alunni, maschi e femmine. A livello di assistenza sanitaria e sociale, la situazione era la seguente: 7 ospedali per un totale di 1.016 letti; 18 dispensari che avevano realizzato 1.303.658 visite; 11 maternità in cui erano avvenute 8.932 nascite; 8 lebbrosari con 2.791 malati; 2 ricoveri per anziani con 34 ospiti; 2 orfanotrofi che ospitavano 112 bambini.

Il sacrificio supremo

La dichiarazione dell’indipendenza del Congo (1960), con i disordini che seguirono, fu fatale per la missione di Wamba. In una lettera pastorale pubblicata dal Courrier d’Afrique il 14 aprile 1961, mons. Wittebols espone le difficoltà a cui la chiesa va incontro nella provincia controllata più direttamente dal governo Gizenga di Stanleyville. Il vescovo comincia col rispondere a una campagna contro la chiesa, tendente ad accreditare l’idea che i sacerdoti dovrebbero essere eletti dal popolo. "I vescovi, scrive, esercitano l’autorità sui fedeli della loro diocesi non perché si sono impadroniti di questa autorità e neppure perché il popolo li ha eletti, ma perché sono stati scelti e consacrati da Dio per esercitare l’autorità stessa di Nostro Signore Gesù Cristo, a cui sono sottomesse tutte le autorità della terra".
Il vescovo dichiara poi che "attualmente la chiesa è in pericolo, non solo nel mondo, ma in particolar modo nel nostro paese", dove è "disprezzata e calunniata con orgogliosa ostilità da coloro che, abbandonando la saggezza cristiana, ritornano miseramente alle dottrine, ai costumi e alle istituzioni del paganesimo".
Passata la prima tempesta, sembrò ritornare la calma. A poco a poco, il lavoro apostolico potè essere ripreso in maniera più metodica. La situazione economica invece non faceva che deteriorarsi sempre più: i negozi erano vuoti e i generi alimentari scarseggiavano.
La crisi che fece seguito all’indipendenza fu fatale per i seminaristi; molti dovettero essere espulsi, altri se ne andarono spontaneamente. Il numero dei catecumeni subì un notevole calo, dovuto ai disordini politici, alla ricomparsa di consuetudini pagane e alla nefasta influenza di sette politico-religiose come il "kitavala" (testimoni di Geova); inoltre, dopo la partenza dei coloni e l’abbandono delle fabbriche e delle piantagioni, una gran parte della popolazione era tornata alle regioni d’origine; e l’apostolato in foresta era praticamente paralizzato dall’insicurezza delle strade e dalla mancanza di carburante e di veicoli.
Di fronte al crescente pericolo di un’invasione della Provincia orientale da parte delle bande ribelli, mons. Wittebols decise di rinunciare al suo viaggio a Roma per la terza sessione del Concilio, scegliendo di rimanere fra i suoi nelle ore buie che si annunciavano.
Il 4 agosto 1964, Stanleyville cadde nelle mani dei rivoluzionari. Mons. Wittebols, non pensando che il pericolo per i suoi missionari fosse imminente, al termine del ritiro annuale a Bafwabaka raccomandò loro di tornare alle rispettive sedi.
Il 15 agosto, giorno dell’Assunzione, i ribelli fecero il loro ingresso a Wamba, imponendo immediatamente un regime di terrore. Di giorno e di notte, si moltiplicarono le accuse piene di odio, gli insulti, le minacce e le perquisizioni. Le uccisioni in massa dei capi indigeni, di impiegati della pubblica amministrazione e di molti degli uomini più in vista, compiute in piazza davanti a una folla radunata con la forza, strapparono a mons. Wittebols la seguente riflessione: "Lo spirito che li anima non è assolutamente bantu; deve venire dall’estero".
L’attività pastorale e scolastica venne comunque ripresa, sia pure a scartamento ridotto e in condizioni più precarie, e fu portata avanti fino al 29 ottobre. In quella data, mons. Wittebols e il personale della missione si videro imporre il domicilio coatto, dapprima all’ospedale delle Palme e poi nella missione stessa, sorvegliata giorno e notte da soldati in armi. E furono attacchi sempre più sfrontati, perquisizioni, torture inflitte all’uno o all’altro dei confratelli, esplosioni di odio, umiliazioni e vessazioni di ogni genere, per giorni e per intere settimane. Tutto ciò, unito a una totale inazione forzata, all’incertezza del domani, al crollo della sua opera e all’assoluta impossibilità di scongiurare il male, rattristò profondamente il vescovo. Mons. Wittebols divenne taciturno, non partecipava quasi più alla conversazione: la molla si era spezzata.
Che dire delle sue disposizioni interiori in quelle ore buie, cariche di incertezza? Normalmente il vescovo non aveva l’abitudine di sfogarsi: sapeva accettare quello che gli succedeva e non si lamentava mai. Nell’ora della prigionia, dell’umiliazione, della tortura, anche se il suo aspetto esteriore recava i segni evidenti delle peggiori sevizie, la sua grande calma e il suo atteggiamento dignitoso impressionavano tutti, rivelando nello stesso tempo la sua rassegnazione e il suo totale abbandono alla volontà divina.

2. Il racconto del martirio
(P. Wolter: "La diocesi di Wamba sotto il regime del terrore")

Il 29 luglio, quando presi l’aereo per il Congo al termine delle mie vacanze in Europa, non mi aspettavo assolutamente di andare incontro all’inferno.
Le prime pagine dei giornali mettevano indubbiamente in risalto notizie allarmanti: "I ribelli a 20 km. da Stanleyville". Ma il mio vescovo mi aspettava per l’inizio di agosto, e non mi è venuto in mente di rimandare la partenza. Soltanto qualche giorno dopo, la mancanza di mezzi di comunicazione mi avrebbe impedito di raggiungere il mio campo di lavoro. Comunque sia, presi l’aereo e partii. A Léopoldville feci appena in tempo a salire sull’ultimo aereo diretto a Stanleyville, dove giunsi il 30 luglio. Il primo agosto ero a Wamba, a una distanza di 450 km. da Stanleyville.
Il 4 agosto, Stanleyville cadeva nelle mani dei ribelli, quasi senza opporre resistenza.
La maggior parte dei missionari si trovava a Bafwabaka per il ritiro annuale. All’annuncio della caduta di Stanleyville, mons. Wittebols li rimandò nelle rispettive missioni, raccomandando loro, come aveva fatto nel 1960, di non abbandonare il loro posto.
Il 12 agosto, l’Amministrazione territoriale ricevette un telegramma dei ribelli che diceva: "Fra tre giorni saremo a Wamba". Il 15 agosto, dopo la messa pontificale nella chiesa gremita di fedeli, i Simba fecero il loro ingresso a Wamba sparando a salve con i fucili e le mitragliatrici. Alcune jeep percorrevano le strade a tutta velocità, alla ricerca della pattuglia di soldati dell’Esercito nazionale congolese che avevano l’incarico di difendere Wamba, ma che in quel momento erano nascosti nel folto della foresta vergine. Poco dopo si presentò alla missione il primo Simba, che ordinò ai missionari e a tutte le suore di radunarsi nell’abitazione del vescovo. Ci trovammo in ventidue intorno a mons. Wittebols: tre padri, un sacerdote nero (gli altri tre se l’erano data a gambe ai primi colpi di arma da fuoco) e sedici religiose (tre belghe, quattro italiane e nove indigene della Sacra Famiglia). Tutti ci chiedevamo con ansia che cosa ci sarebbe successo.
Mezz’ora dopo arrivò un gruppo di Simba, che ci costrinsero a forza di minacce e di insulti a correre il più in fretta possibile alla sede dell’Amministrazione territoriale. Tutti i bianchi di Wamba erano riuniti là. Un capitano prese nota della nostra identità; poi se la prese con mons. Agwala, il nostro vicario generale, accusandolo di essere uno "sfruttatore del regime" perché portava una veste viola. Arrivò fino a minacciare di ucciderlo sull’istante, ma si fermò lì. In quel momento ci giunsero dall’esterno clamori e selvagge grida di esultanza; venne introdotto nell’edificio l’Amministratore territoriale. Povero straccio d’uomo! Quando ci vide, il poveretto cadde in ginocchio gemendo: "Ah, Padre!". A un cenno del capitano, i Simba si precipitarono sullo sventurato, sempre prostrato a terra, e lo percossero selvaggiamente, prendendolo a pedate e colpendolo con il calcio dei fucili; poi, sotto i nostri occhi sbalorditi, lo finirono seduta stante a colpi di fucile. Il capitano aggiunse un discorsetto rivolto a noi. Che cosa aveva da dirci? Che dal 1960 i missionari facevano politica, che queste manovre dovevano cessare immediatamente; che ci avrebbe rimandati alla missione; che non ci sarebbe successo niente di spiacevole se ce ne stavamo tranquilli, e così via.
L’ottima cena che il nostro personale di servizio aveva preparato ritornò in cucina quasi intatta. Quella sera stessa, la missione fu sottoposta a una perquisizione in piena regola. Speravano sempre di stanare i soldati dell’Esercito nazionale congolese che quella mattina si erano rifugiati nella foresta. Un gruppo di Simba urlanti assaltò la casa e ci fece ammassare in un angolo, sotto la sorveglianza di un soldato armato; gli altri si precipitarono nelle diverse stanze, preceduto da un missionario che venne costretto ad aprire tutte le porte, tutte le cassapanche e tutti i cassetti che avrebbero potuto nascondere un nemico. Questa storia si sarebbe ripetuta quotidianamente per una settimana.
Nei giorni seguenti, la grande piazza antistante la sede dell’Amministrazione territoriale fu teatro di scene atroci. Di fronte a tutta la popolazione radunata d’ufficio, con le donne e i bambini in prima fila, tutti i capi indigeni, gli impiegati della pubblica amministrazione e gli uomini più in vista furono abbattuti come bestiame.
Il colonnello che sovrintendeva personalmente a questo macello poteva disporre di tre plotoni d’esecuzione; il primo era armato di fucili, il secondo di lance e il terzo di grossi bastoni. A discrezione del colonnello, l’uno o l’altro di questi gruppi di carnefici fu incaricato di procedere all’esecuzione. Per rendere più incisivo lo spettacolo, molti condannati, prima di ricevere il colpo di grazia, furono storpiati o mutilati: veniva loro mozzato tutto quello che si può mozzare a un corpo umano, venivano loro spezzate braccia e gambe; un infermiere fu costretto a spellare vivo un grande capo tribù; in seguito, quella pelle fu portata in corteo attraverso tutta la regione, mentre un corifeo urlava ai passanti: "Guardate che cosa rimane del vostro grande capo". Nel giro di tre giorni, furono massacrate più di sessanta persone.
Grazie a Dio, lo spettacolo di queste atrocità ci fu risparmiato; fummo informati dell’accaduto dall’uno o dall’altro dei nostri maestri, che avevano assistito alla scena e vennero in seguito a farcene un resoconto particolareggiato.
Dopo quelle orribili giornate, la vita ritornò quasi normale; il lavoro riprese alla meno peggio. La paura tuttavia allontanava dalle funzioni religiose molti cristiani neri, impressionati dalle affermazioni che, fin dal loro arrivo, i Simba avevano fatto a destra e a manca, del tipo: "I missionari bianchi sono spudorati bugiardi; vengono a predicarci Gesù Cristo; ma Gesù Cristo è il salvatore dei bianchi; noi abbiamo un solo salvatore, Patrice Lumumba, ed è lui che dobbiamo pregare".
All’inizio di settembre, vennero riaperte le scuole elementari come in tempi normali.
Il numero dei nostri alunni non era affatto diminuito: 1800 ragazzi e 1200 ragazze iniziarono il nuovo anno scolastico. Ma quando, poco tempo dopo, i Simba arruolarono i ragazzi per accrescere il numero degli effettivi del loro esercito, ci furono molte defezioni; se ne andarono almeno in trecento, soprattutto fra quelli che frequentavano la quarta, la quinta e la sesta. L’offerta era troppo allettante per quei poveri ragazzi: il giorno stesso dell’iscrizione, ogni nuova recluta riceveva un premio di 3.000 franchi, e alla fine del mese uno stipendio di 6.000 franchi. Chi avrebbe potuto resistere?
Dopo qualche giorno soltanto di addestramento, i poveretti furono caricati su dei camion che li portarono a Stanleyville, e poco dopo furono mandati allo sbaraglio nella battaglia di Kindu. Che ne è stato di loro? Non ne abbiamo visto tornare neanche uno.
Le scuole medie vennero a loro volta riaperte nel mese di ottobre. Ma poiché la maggior parte degli insegnanti era andata in ferie in Europa e non aveva la possibilità di rientrare, ci si dovette limitare ai primi due anni. Le aule erano stracolme.
Nel corso del mese di ottobre, i Simba fecero diverse perquisizioni nelle nostre case. Si trattava di mettere le mani, non più su soldati nemici, ma sulle emittenti clandestine che si riteneva avessimo nascosto nelle missioni. I Simba stavano subendo le loro prime serie sconfitte, e i capi avevano fatto presto a indicarne le cause: il vescovo doveva intrattenere rapporti con gli americani. Vennero confiscati tutti gli apparecchi radio, le radioline a transistor, i giradischi, i magnetofoni, le macchine fotografiche... Anche il telefono della nostra casa appariva gravemente sospetto. Tutte queste noie non bloccavano tuttavia il funzionamento della chiesa, della scuola e dell’ospedale.
Un giorno, alcuni Simba armati fino ai denti si presentarono alla missione, ordinandoci di seguirli alla mensa degli ufficiali. Tutti gli europei erano stati radunati là. Un colonnello di Stanleyville controllò la loro identità. Alle religiose e ai greci fu permesso di tornare subito a casa. Tutti gli altri (il vescovo, i missionari e i belgi) furono condotti in fila per due all’hôtel des Palmes, dove furono trattenuti in domicilio coatto. La sera stessa ci raggiunsero dapprima i missionari del seminario minore di Lingondo, poi p. X. Flick di Bayenga. Con mons. Wittebols eravamo in undici, rinchiusi in una camera in cui c’erano due letti, una poltrona e una sedia. Il vescovo trascorse la notte sulla poltrona, gli altri si distesero a turno sui letti per dormire un po’.
I Simba continuavano a fare irruzione nella stanza, per molestarci e minacciarci. Il giorno dopo, un luogotenente mi obbligò ad accompagnarlo alla missione per una nuova perquisizione. Speravano sempre di trovare la famosa emittente clandestina. Ancora una volta, la ricerca fu vana. Per ripagarsi, il luogotenente mise le mani su un mucchio di oggetti che gli sembravano interessanti, costringendomi a regalarglieli: un bravo Simba non ruba! Tornai all’hôtel. Poco dopo, il comandante fece aprire le porte e, per "speciale favore", rilasciò i missionari. Lo stesso favore non fu riservato agli altri europei.
Due giorni dopo era la festa di tutti i santi. Eravamo a tavola per la cena, quando un luogotenente entrò nel refettorio: "Preparatevi a tornare all’hôtel".
Ci riportarono là su un camion scoperto. La stanza che ci era stata destinata era più grande della precedente; al suo interno trovammo i missionari di Maboma e di Ngayu, condotti là dai Simba. Il trattamento era sopportabile. Dormivamo su materassi di gomma; avevamo il permesso di passeggiare nel cortile posteriore e di giocare a carte. Il 3 novembre, il comandante venne ad annunciarci che potevamo tornare alla missione, e si offrì persino di riaccompagnarci in macchina. Eravamo a domicilio coatto. Cinque Simba, a turno, facevano la guardia. Eravamo autorizzati a trascorrere la giornata sulla terrazza del cortile interno, chiacchierando e leggendo. Quando veniva la sera, i Simba ci confinavano nelle nostre stanze, bloccando le porte dall’esterno.
Il 9 novembre, i padri di Pava, di Ibambi, di Babonde e di Legu furono condotti alla missione di Wamba. Con quelli di Bafwabaka arrivati qualche giorno prima, eravamo 22 padri e 6 fratelli coadiutori, oltre a mons. Wittebols. C’erano poi sei piantatori belgi, costretti a loro volta a rimanere alla missione.
La casa delle suore, costruita per otto persone, ne ospitava 46. Il convento delle religiose indigene, normalmente abitato da dodici suore, ne ospitava 34: sette suore di Ponthiervilles e l’intera congregazione delle suore indigene della Sacra Famiglia. In simili condizioni, a lungo andare si sarebbe indubbiamente posto il problema del cibo. Per fortuna, alla fine di luglio la Caritas ci aveva inviato un notevole rifornimento di viveri: tonnellate di farina, zucchero, latte in polvere, semola di avena, ecc. Il tutto era destinato ai poveri e ai malati di Wamba, ma nessun nero avrebbe osato venire alla missione dopo che i Simba ci avevano internati. Grazie a quelle preziose riserve, non abbiamo sofferto la fame.
Il 13 novembre, mentre pranzavamo, alcuni Simba stranieri vennero all’improvviso e ci rinchiusero in due stanze della missione: i belgi nella prima e gli altri nella seconda. Eravamo pigiati come sardine, si soffocava e ci avevano proibito di aprire una finestra. Verso mezzogiorno, il nostro personale di servizio fu autorizzato a portarci qualcosa da mangiare. Restammo in quella situazione deprimente per tutta la giornata e per tutta la notte. La mattina successiva, inaspettatamente, ci permisero di tornare sulla terrazza, e alla sera nelle nostre stanze.
In quei giorni ci giunse la notizia della morte di p. Longo a Mambasa. Il direttore della scuola di quella località era stato autorizzato a presentare all’Ispettore un resoconto dell’attività scolastica, e ne aveva approfittato per raccontargli gli ultimi istanti di vita del missionario. P. Longo, che dopo l’ordinazione aveva frequentato alcuni corsi in Italia, dirigeva da anni una scuola professionale nella missione di Nduye. Durante una perquisizione, i Simba misero le mani su un apparecchio che non conoscevano. Non poteva essere che una radio trasmittente. Alcuni giorni dopo, p. Longo fu massacrato a colpi di lancia, mentre le suore della sua missione, senza i loro veli, venivano costrette dai capi a danzare davanti a una folla in delirio. L’ultima parola che il morente potè indirizzare alle religiose fu la seguente: "È la morte più bella per un missionario".
Il 17 novembre ci rendemmo conto del crescente nervosismo dei Simba. Durante la notte, p. Ch. Bellinckx aprì appena un poco la finestra della sua camera da letto. Il caso volle che proprio in quel momento passasse un Simba, che constatò il crimine. Alla mattina presto, un luogotenente e sei soldati vennero alla missione e ci radunarono tutti nel cortile interno. Il luogotenente se la prese con p. Bellinckx, accusandolo di aver avuto intenzione di fuggire durante la notte e aggiungendo che un simile delitto doveva essere punito immediatamente con la morte. Il padre fu arrestato e gettato in prigione. Forse impressionato dalla nostra reazione, l’energumeno acconsentì a soprassedere all’esecuzione, sostituendola con una punizione esemplare. Il colpevole dovette togliersi la veste e sdraiarsi bocconi per terra. Noi intuivamo che si sarebbe trattato del terribile supplizio del "comando contraereo". È una tortura cinese introdotta in Congo dai Simba. Due soldati afferrarono le braccia del padre e con tutte le loro forze le avvicinarono fra loro in parallelo dai gomiti ai polsi lungo la colonna vertebrale, legando solidamente gli avambracci con una corda sottile e resistente. Lo sventurato gridò di dolore. Poi i soldati gli afferrarono i piedi e li ripiegarono all’indietro, il più in alto possibile, fissandoli alle braccia con altre corde. Soltanto il petto e il mento toccavano il suolo. Per intensificare la tortura, i carnefici versarono acqua sulle corde. Il poveretto dovette restare per un quarto d’ora in quella posizione. Noi eravamo là, muti e immobili per il terrore, senza poter fare altro che pregare. Lo slegarono. Incapace di compiere il più piccolo movimento, il malcapitato rimase disteso per terra; bisognò che lo sollevassimo e lo portassimo su un letto, dove a poco a poco ritrovò l’uso delle membra.
Ma le nostre pene non erano finite. Il nostro calvario era soltanto all’inizio. Era il 24 novembre, giorno della liberazione di Stanleyville da parte dei paracadutisti belgi. Un greco aveva appreso la notizia via radio e ce l’aveva comunicata di nascosto. Temevamo il peggio. La sera stessa si scatenò l’inferno.
Eravamo cinque padri e due fratelli coadiutori accanto a mons. Wittebols, occupati a recitare la preghiera della sera. All’improvviso, la porta si aprì con fragore; una banda di Simba si precipitò su di noi puntandoci le armi al petto; ci presero a pedate e ci colpirono col calcio dei fucili, spingendoci in un angolo dove le sevizie continuarono per un po’. Quei bruti ci sospinsero poi verso la residenza dei padri (la missione di Wamba comprende tre grandi edifici indipendenti: al centro la missione propriamente detta, a destra il convento delle suore, a sinistra la residenza del vescovo). Là si trovavano gli altri padri, anch’essi picchiati a sangue. Ci obbligarono a toglierci scarpe e calze e a consegnare occhiali e orologi. Il superiore della missione dovette aprire la cassaforte, il cui contenuto passò interamente nelle tasche dei nostri torturatori.
Ci fecero mettere in fila sulla terrazza del cortile interno. Condussero lì anche gli altri europei (piantatori di caffè), che formarono una seconda fila dietro di noi. Uno di loro perse il controllo, saltò nel cortile e cercò di fuggire. I Simba lo inseguirono, lo afferrarono e lo riportarono sulla terrazza, dove, gettato a terra, fu trafitto con le lance e spirò sotto i nostri occhi. Uno spettacolo orribile!
Ci portarono in prigione, a piedi nudi, in fila indiana, e di corsa. La prigione dista circa cinquecento metri dalla missione. Eravamo in 34. In testa al sinistro corteo correva mons. Wittebols. Senza occhiali, affetto da grave miopia, il pover’uomo inciampava ad ogni passo nel buio della notte; questo gli valse una vera gragnuola di pugni in faccia, di bastonate sulla testa, di colpi con il calcio dei fucili nelle costole. Per tutto il tragitto, i Simba correvano lungo la fila, infliggendoci lo stesso trattamento per accelerare l’andatura. Cercammo di sottrarci ai colpi, ma nessuno ci riuscì. Per il povero vescovo fu un vero martirio. Soprattutto uno dei torturatori gli si mise alle costole e lo colpì senza interruzione.
Stremati, più morti che vivi, raggiungemmo la prigione. Nel cortile interno, ci costrinsero a sdraiarci bocconi per terra, e i Simba, con le loro scarpe pesanti, si divertirono a correre su quel tappeto di corpi. Guai a chi cercava di rialzare la schiena: veniva ben presto calpestato e costretto a tornare in posizione orizzontale. Per variare il gioco al massacro, che finiva per stancarli, i carnefici si tolsero i cinturoni e ci frustarono come bestie da soma. Inutile gridare o lamentarsi. La minima reazione attirava sul suo autore una doppia razione di colpi di correggia. Risuonò un ordine: "Basta per oggi!". Finalmente! C’era una porta aperta che conduceva all’interno della prigione. Ci precipitammo verso di essa per schivare i colpi che continuavano a piovere su di noi. Per la fretta e il buio, nessuno vide il profondo canale di scolo che passava davanti alla porta. Il primo, p. Vandaele, vi cadde dentro, un altro inciampò su di lui e rotolò in fondo al fossato, poi caddero un terzo e un quarto. Si formò un groviglio di corpi che sgambettavano e si dibattevano come disperati. Vedendo la scena, diversi Simba di guardia che stavano intorno a un fuoco presero dei tizzoni ardenti e li scagliarono in mezzo alla massa brulicante. Parecchi padri furono gravemente ustionati. Alla fine ci ritrovammo in un vasto locale nudo: il cachot (cella senza finestre). Era buio pesto. Seduti sul cemento lungo la parete, cominciammo a sentire i dolori lancinanti delle nostre membra straziate e delle nostre ferite sanguinanti. La notte insonne ci sembrò interminabile. P. Vandemoere fu preso da continui conati di vomito. Mons. Wittebols soffriva un vero martirio; i cocenti dolori alla schiena gli impedivano di rimanere seduto per più di cinque minuti; si alzava, faceva qualche passo, si sedeva per rialzarsi di nuovo, e così per tutta la notte. Soltanto alla luce del giorno nascente vedemmo le tracce di sangue che macchiavano le nostre vesti bianche. Tutti perdevamo sangue. Il colletto e il davanti della veste di mons. Wittebols formavano un’unica, grande macchia di sangue.
La giornata passò nella prostrazione più totale. Verso le cinque della sera, ci fu un nuovo ordine: "Tutti nel cortile interno". Che cosa avremmo dovuto subire ancora? Un capitano elegantemente vestito controllò la nostra identità e ci divise in tre gruppi: da una parte gli americani, più in là i belgi e poi i non belgi. Nel gruppo degli americani c’erano due missionari protestanti, uno americano e uno inglese, che avevano diviso la cella con noi. Venne annunciato loro che sarebbero stati uccisi seduta stante. Li gettarono per terra; un Simba li colpì ripetutamente alla nuca col tallone. Alcuni soldati li presero e li lanciarono su una camionetta come fagotti; li portarono al fiume per gettarveli dentro.
Poi toccò ai belgi subire i peggiori soprusi. Mons. Wittebols fu il capro espiatorio. Quei forsennati lo accusarono di essere il nemico dei neri. Addussero come prova che ogni mattina, a colazione, si faceva servire come piatto forte un bambino nero. Inoltre, delitto supremo, il vescovo nascondeva una emittente segreta di cui si serviva per chiamare gli americani a Wamba. Gli strapparono la croce pettorale e la misero al collo di p. Beutener, dichiarando che da quel momento era lui il vescovo di Wamba. Poi tornarono al discorso della radio trasmittente. Rivolgendosi a mons. Wittebols, gli dissero in tono di sfida: "È il momento di mostrare il tuo potere: chiama gli americani". Lo costrinsero a gridare in fiammingo: "Mi trovo in prigione a Wamba. Venite con i vostri aerei a liberarmi!". Alla fine intervenne il capitano e congedò i diffamatori. Poi fece un discorsetto, dichiarando in sostanza di essere stato mandato dallo stato maggiore di Stanleyville per liberarci. "Tornate alla missione, aggiunse, ma astenetevi dal fare politica". (Il termine "politica", nel gergo dei Simba, andava inteso nel senso di "critica al regime").
Verso le sette, le porte della prigione si aprirono davanti a noi. Due padri dovettero sostenere il vescovo, che non era in grado di camminare. Evitammo il più possibile di camminare sui sassolini della strada, che la sera prima, sotto la gragnuola dei colpi, quasi non avevamo sentito sotto i piedi nudi. Una toeletta sommaria, uno spuntino, e poi a letto. Verso l’una del mattino bussarono alla porta d’ingresso. Erano ancora i Simba. Avevano un’aria accomodante, persino amichevole. Controllarono per l’ennesima volta i nostri documenti per individuare i belgi. Questi ultimi ripresero la via della prigione. Fu l’ultima volta che vedemmo il nostro vescovo e i nostri sette confratelli belgi.
La mattina del 26 novembre trascorse senza nuovi incidenti, ma in un’atmosfera opprimente. Che ne era stato del nostro vescovo e dei nostri confratelli belgi? Verso l’una del pomeriggio udimmo delle salve di mitragliatrice. Poco dopo, un capitano si presentò alla missione per ispezionare l’appartamento di mons. Wittebols. Ne approfittai per chiedergli che significato avessero i colpi di mitragliatrice che avevamo sentito a mezzogiorno. La sua risposta fu evasiva, imbarazzata: "Io non ero presente, ma credo che sia stato fucilato qualcuno". Era vero?
La mattina dopo, arrivò un signore distinto che si presentò come "ufficiale giudiziario". Chiese quale fosse l’alloggio del vescovo, ispezionò le due stanze (ufficio e camera da letto), chiuse le porte a chiave e si mise in tasca le chiavi. Poi scrisse col gesso sulla porta d’ingresso la parola "Deceduto". Procedette quindi allo stesso modo per le stanze dei nostri confratelli belgi e dei sei coloni. Il nostro cupo presentimento era dunque divenuto una crudele realtà. Erano morti!
Nel pomeriggio, un alunno della scuola di Stanleyville chiese di vedermi. Conosceva parecchi Simba, che l’avevano lasciato passare. Appresi da lui i dettagli dell’orribile carneficina. Al mattino, fin dall’alba, alcuni Simba avevano percorso tutte le strade di Wamba per convocare la gente all’esecuzione dei bianchi. Tutti dovevano essere muniti di lance o di coltelli. Quando tutta la popolazione fu radunata, fecero uscire dalla prigione i 24 condannati, con indosso soltanto un paio di mutandine, e li obbligarono a sdraiarsi sulla striscia di prato che c’era lungo il muro. Alcuni Simba avanzarono verso di loro armati di mitra e spararono loro alla testa e alla schiena. Il colonnello aveva rivendicato l’onore di abbattere personalmente, e come primo della serie, mons. Wittebols. La popolazione fu costretta a mutilare i cadaveri a colpi di lancia e di coltello. Il guardiano della missione, un vecchio e fedele servitore, dovette tagliare con la scure una gamba al suo vescovo, per il quale aveva sempre avuto una profonda venerazione. Ciò che rimaneva dei corpi fu caricato su una camionetta e fu gettato nel Wamba, un piccolo corso d’acqua che scorre nei pressi della missione. Il livello dell’acqua era basso, perché eravamo nella stagione secca; di conseguenza i cadaveri rimasero dove erano stati gettati e si decomposero sotto il sole tropicale. (Qualche tempo dopo, a Paulis, i mercenari ci promisero di tornare a Wamba il 2 gennaio e di dare alle vittime una degna sepoltura).
Due giorni dopo, i Simba uccisero altri quattro belgi, fra cui due medici, il dr Lambert e il dr Swerts; quest’ultimo era il miglior specialista di lebbra del Congo e dirigeva dal 1947 il lebbrosario di Pawa, creato dalla Croce Rossa. Pawa è una missione della diocesi di Wamba.
Che cosa era successo alle nostre suore, di cui non avevamo più nessuna notizia? Anch’esse erano state arrestate dopo il 24 novembre, erano state picchiate di santa ragione ed erano state rinchiuse in un hôtel sotto sorveglianza. Erano stati strappati loro gli abiti, e per tutta la notte le sventurate avevano dovuto subire i peggiori soprusi da parte dei loro sadici carnefici. Il giorno seguente erano state rimandate nel loro convento. Da quel momento, e fino alla loro liberazione, si dedicarono alla pratica del rosario perpetuo. Tre religiose recitavano nove rosari di fila, poi ne subentravano altre, e continuavano così notte e giorno, senza un attimo di interruzione. Anche le missionarie protestanti, rinchiuse insieme a loro, partecipavano ogni giorno alla preghiera per un’ora intera.
Dopo questi avvenimenti, la sorveglianza a cui eravamo sottoposti divenne più rigida. Come unica occupazione, potevamo pregare e leggere, ammassati in una sola stanza. Il morale di parecchi di noi era molto basso; si mordeva il freno in quell’inazione forzata. La prova più dura tuttavia era l’incertezza sulla sorte che ci attendeva, era la paura del domani. Il terribile colonnello infieriva sempre a Wamba, e i nostri guardiani si divertivano a ripeterci: "Vuole uccidervi tutti, cinque oggi, cinque domani, ecc.". Quando una macchina si fermava davanti alla missione, i cuori battevano più forte, le voci tacevano e le mani frugavano nelle tasche cercando la corona del rosario. La preghiera era la nostra unica speranza e la nostra unica consolazione in quelle ore buie.
L’8 dicembre fummo costretti a riprendere la strada della prigione, questa volta senza percosse. I padri erano in una stanza, le suore in un’altra. Mezz’ora dopo il nostro arrivo, il capitano e un colonnello straniero vennero a controllare la nostra nazionalità. La maggior parte dei padri erano olandesi. La loro dichiarazione fu accettata senza verifiche. Fra noi c’era fratel Léon, un jugoslavo nato e cresciuto in Germania. Si dichiarò jugoslavo. Il colonnello gli battè amichevolmente la mano sulla spalla e disse ridendo: "Molto bene! Un compagno comunista! Era ora! Vieni, sei libero". Quindi si mise a parlare in lingua slava. Evidentemente era stato alla scuola di Tito. Quando venne il mio turno, dichiarai di essere lussemburghese. "Lussemburghese?, esclamò irosamente il capitano; ma è lo stesso che belga!". Protestai energicamente. Intervenne il colonnello: "No, un lussemburghese non è un belga. Il Lussemburgo è un piccolo paese indipendente. Io ci sono stato. Il Lussemburgo non ha fatto nulla per nuocere al Congo. Sei libero!". Respirai di sollievo. Alla fine, otto di noi furono rilasciati: tre lussemburghesi, uno spagnolo, un francese, uno svizzero, un jugoslavo e... un vallone, che si presumeva combattesse per la propria indipendenza contro i belgi! Nel pomeriggio del giorno seguente, anche gli altri riebbero la libertà. Tuttavia le suore avevano dovuto nuovamente pagare un pesante tributo alla bestalità dei loro oppressori.
Il 10 dicembre, mentre finivamo di fare colazione, scorgemmo le suore che si dirigevano, in fila per due, verso la prigione. Qualche minuto dopo, una macchina dei Simba si fermò davanti alla missione: "Tornare in prigione!". Fu come andare alla morte. Lungo la strada, i Simba ricominciarono a percuoterci nel modo più selvaggio. Gli ultimi duecento metri furono percorsi al galoppo; sembrava una gara di velocità, in cui gli inseguitori cercavano di raggiungerci per colpirci sulla schiena col calcio dei fucili, e noi cercavamo di sfuggire ai colpi.
Ci misero in fila nel cortile interno. In un angolo, tremanti, c’erano le suore. Il colonnello infernale era là, e passava da un gruppo all’altro, bestemmiando e imprecando. Che cosa sarebbe successo? A pochi passi da noi, quattro ufficiali stranieri discutevano animatamente. Uno di loro portava un copricapo russo di pelo d’orso. La discussione verteva sulla sorte che bisognava riservarci. Si trattava di vita o di morte. "Bisogna ucciderli tutti!" - "Non ne abbiamo il diritto!". La discussione si prolungava senza che le posizioni cambiassero. Sopravvenne il comdandante di Wamba. Uno degli ufficiali lo interpellò: "Lei è il comandante di Wamba, tocca a lei decidere. Noi siamo stranieri e non abbiamo il diritto di intervenire". Il comandante rimase a fissarsi la punta dei piedi. Poi rialzò la testa e disse: "Non posso farlo, non ho ricevuto nessun ordine dal generale a questo proposito".
Poco dopo, venne da noi il direttore della prigione: "Tutti i medici si facciano avanti". Ci scambiammo degli sguardi interrogativi. Avevamo capito bene? Dal momento che nessuno si moveva, egli stesso scelse i medici: i sette che erano stati liberati la sera precedente, e tre meccanici. Ci presentò un foglio da firmare, in cui si attestava che eravamo "dottori in medicina". Noi, i neo-laureati, fummo rimessi in libertà! Fra le suore, fu concesso a loro volta alle infermiere di tornare in convento. Tutti gli altri, dodici padri e ventidue suore, dovettero restare in prigione per tre giorni e tre notti prima di poter tornare alla missione. Per le suore fu un altro periodo atroce.
Non ci rimaneva che da attendere lo sviluppo degli avvenimenti. Dai greci, che avevano ancora il loro apparecchio radio, venimmo a sapere che l’Esercito nazionale congolese avanzava al sud e al nord. Ma quando avrebbe raggiunto Wamba? Per passare il tempo facevamo pronostici, ma nessuno si realizzava. Forse si erano dimenticati di noi, o ci credevano morti.
La vigilia di Natale, verso le cinque, il comandante mi fece chiamare e mi disse: "Ho ricevuto una lettera dal generale Olenga; lei deve andare a Mungbere con la Suora Superiora per discutere con lui della vostra situazione". Non sapevo che cosa pensare. Il comandante aggiunse: "Capisco la sua esitazione; ho concordato che cinque padri e cinque suore vadano dal generale. Preparatevi, fra mezz’ora verrà una camionetta a prendervi".
Un’ora dopo eravamo in viaggio per Mungbere, stretti in una camionetta scoperta. Era buio e faceva freddo. Mungbere si trova a 130 km. da Wamba. Ci vollero quattro ore per coprire questa distanza. In ogni villaggio i nostri autisti si fermavano, innanzitutto per rinfrescarsi la gola e poi per lasciare alla "Gioventù lumumbista" il tempo di venire a insultarci e a schernirci con tutto comodo. Arrivammo a Mungbere alle undici di sera. Impossibile trovare un generale. C’era un colonnello, ma era ubriaco e dormiva stringendo i pugni. Il capitano che ci accompagnava ebbe la buona idea di lasciargli smaltire la sbornia e ci condusse in un alloggio di fortuna. Quella notte di Natale non dormimmo sul fieno o sulla paglia, ma per terra. Il giorno dopo comparve il colonnello, ci esaminò da capo a fondo, lesse la lettera che ci era stata consegnata dal comandante e spiegò di non avere la competenza richiesta, aggiungendo che tutti i padri e tutte le suore di Wamba dovevano recarsi a Mungbere.
Poco dopo arrivò un maggiore che sembrava ben disposto nei nostri confronti; ci spiegò che non avevamo nulla da temere, che saremmo stati condotti ad Aba, al confine sudanese, e che di là saremmo stati riportati in Europa a cura della Croce Rossa. Malgrado questi discorsi rassicuranti, passammo una festa di Natale molto tetra.
La sera stessa, la camionetta portò da Wamba tredici confratelli (tutti quelli che poteva caricare). Nei giorni seguenti andò avanti e indietro più volte, finché non rimase ferma per un guasto a Bétongwé, con a bordo dieci donne belghe, i cui mariti erano stati uccisi, e sette bambini. Sistemarono tutti quanti in una casa vuota, dove i porci di Epicuro non ebbero problemi a sfogare i loro istinti depravati. Il 28 dicembre, un camion più grande portò più di quaranta fra padri e suore. A Wamba erano rimasti Fratel Wolfgang, un ottimo meccanico requisito dai Simba per la riparazione della loro vettura, e sette religiose.
Il 29 dicembre, alle sei del mattino, una colonna di mercenari si annunciava a Wamba con un crepitio di armi automatiche; occuparono la località in un batter d’occhio, senza incontrare resistenza. Fratel Wolfgang e le religiose assistevano alla messa, celebrata da un sacerdote nero che era rimasto alla missione. Suor Françoise si decise infine a socchiudere la porta. Vide un mercenario che avanzava verso la casa. "Siamo liberi!", gridò, e corse incontro al soldato, baciandolo sulle guance con effusione. Il suddetto soldato era un padre domenicano di Paulis, in divisa, venuto per indicare la strada ai mercenari e molto divertito dall’inattesa accoglienza.
Trovando così poca gente alla missione, i mercenari rimasero stupiti. Quando appresero che gli altri bianchi erano detenuti a Mungbere, decisero di tornare immediatamente a Paulis. Caricarono in fretta i nove missionari e gli undici greci sul pullman e sui camion, e senza perdere un secondo partirono per Paulis. La notte seguente un altro convoglio, formato da una macchina blindata, tre camion, tre jeep e una camionetta, partì in direzione di Mungbere. Lungo la strada si imbattè in una nutrita formazione Simba che avrebbero dovuto attaccare all’alba. Misero subito in azione tutti i pezzi d’artiglieria e fecero fuoco a pieno ritmo sui quattro camion pieni zeppi di Simba in fuga. Alla fine, quattrocento Simba rimasero sul terreno, mentre i mercenari non ebbero nemmeno un ferito.
Verso le sette del mattino - avevamo appena finito di lavarci - i nostri guardiani furono presi dal panico. Chiusero dall’esterno le porte delle due case in cui ci trovavamo e si misero al sicuro nel folto della foresta. In quel momento si udirono i primi colpi di arma da fuoco all’ingresso del villaggio. Ci buttammo a terra lungo la parete, tremando di paura. Qualche minuto dopo, il baccano cessò all’improvviso, seguito da un pesante silenzio. Udimmo dei passi che si avvicinavano. Erano forse i ribelli che tornavano per farci passare a miglior vita? La porta si aprì bruscamente. Sulla soglia c’era un grosso soldato bianco con un cappello da cow-boy e un imponente paio di baffi. "Siete liberati! Venite!", gridò in inglese. Altri mercenari entrarono nella stanza. È facile immaginare le effusioni con cui furono accolti. "Fate presto, disse il maggiore sudafricano che comandava la spedizione, dobbiamo continuare".
Venimmo a sapere che p. Koens, che stava in un altro edificio, era stato gravemente ferito a una gamba da un proiettile. Il radiotelegrafista del gruppo si mise in contatto con la base di Paulis per chiedere un elicottero per evacuare il ferito. Si dovette aspettare un’ora. Poi salimmo su alcuni camion scoperti insieme ai mercenari, che non abbandonavano nemmeno per un attimo le loro armi pesanti. I Simba erano scomparsi come per incanto. Passando per Bétongwé, i mercenari liberarono le dieci donne e i sette bambini belgi e li fecero salire sui camion. Lanciati a tutta velocità, i veicoli sollevavano nuvole di polvere. Quando arrivammo a Paulis, dopo 180 km. di viaggio, sembravamo dei negri, e le nostre voci avrebbero potuto essere scambiate per quella di Louis Armstrong. Ma che cosa importava? Eravamo liberi.

3. Conclusione (tratta dal racconto anonimo)

Gli zelanti e coraggiosi operai evangelici che sono caduti in quei giorni sul campo di battaglia della missione hanno sofferto molto, ma ora il loro calvario è terminato e, grazie alla bontà e alla misericordia di Dio, essi riposano nella pace del Signore. Non sono più con noi su questa terra, ma sappiamo che le loro sofferenze e il loro sacrificio serviranno alla gloria di Dio, al trionfo della chiesa, al rinnovamento spirituale delle loro comunità cristiane e al bene di quel Congo che hanno tanto amato.
Sono stati giudicati degni "di essere oltraggiati per il nome di Gesù" (At 5,41), e possiamo legittimamente confidare che ormai intercedano in cielo per i loro fratelli religiosi, proteggendo quel campo di apostolato che hanno bagnato col loro sudore e col loro sangue.
Si possono uccidere i missionari, ma il Cristo vive, e la sua chiamata continua a risuonare, così come le parole rivolte da padre Dehon ai suoi missionari:
"Voi andate lontano a lavorare per il regno del Sacro Cuore di Gesù, a prezzo di grandi sacrifici e di grandi fatiche. La vostra vita è una vita di riparazione e di immolazione, come la nostra vocazione richiede. Siate generosi fino in fondo; il vostro desiderio sia di morire in missione, perché il vostro sacrificio sia completo e senza riserve".
Testimoni del Cristo e vittime della loro dedizione alle anime, i ventinove missionari di Stanleyville e di Wamba, figli spirituali di p. Dehon, sono stati generosi fino in fondo e fedeli alla consegna del loro venerato Fondatore.
Il nostro ricordo, commosso e riconoscente, va anche alle altre ventuno vittime, fra cui un sacerdote diocesano (Stanleyville), diciannove religiose europee di cinque congregazioni diverse e una religiosa congolese della congregazione della Sacra Famiglia (Wamba). Furono dunque cinquanta le vittime nella sola diocesi di Stanleyville e di Wamba.
Isti sunt qui, viventes in carne, plantaverunt Ecclesiam sanguine suo.
Per quanto riguarda mons. Wittebols, che fu per la beata Anuarite un padre spirituale di grande esperienza, possiamo affermare che svolse il suo compito di pastore fino al martirio. Avrebbe potuto dire: "Vado alla terza sessione del Concilio"; imitò invece Gesù, il suo Maestro, rimanendo nella propria diocesi. Diede la vita per le sue pecore che erano in pericolo. "Le amò sino alla fine".

Due lettere di mons. Wittebols

Wamba, 22 gennaio 1956
Alcuni grandi capi hanno più di cento mogli; quasi tutti i loro luogotenenti, i capitani, ne hanno un buon numero. È un flagello, perché, se un uomo ha cento mogli, è quasi certo che 99 giovani vivono nell’immoralità, ed è altrettanto chiaro che le donne hanno una mentalità da schiave e che è molto difficile sviluppare la loro personalità e portarle ad evolversi. Non bisogna pensare tuttavia che questa consuetudine abbia principalmente lo scopo di soddisfare un istinto sessuale esagerato. Evidentemente c’è anche questo, ma si tratta soprattutto di una questione di prestigio. Dal momento che la consuetudine vuole che si paghi una dote per avere una donna, e che questa dote sia spesso molto consistente (fino a 10 o 15.000 franchi belgi), è chiaro che chi possiede più donne è un uomo ricco e stimato; oltre a questo, le mogli sono per lui una fonte di guadagno, perché sono loro a coltivare i suoi campi, e cento donne possono lavorare un’estensione di terreno più grande di quella che può essere coltivata da una donna sola.
Chi non vede che tutto ciò impedisce alla nostra gente di diventare cristiana? Per farlo, dovrebbero sacrificare questo prestigio e questa ricchezza, andando nello stesso tempo contro usanze profondamente radicate e diffuse nella regione. Che fare?
C’è un recente testo di legge che vieta di contrarre nuove unioni poligamiche in Congo; ma non è con una legge che si cambia la mentalità di un popolo. La lotta per la scomparsa della poligamia sarà una lotta di lungo respiro e di pazienza. E questa lotta consisterà in primo luogo nell’aiutare la donna stessa a prendere coscienza della propria dignità.
Con l’attuale sistema della dote, la donna è considerata come un articolo commerciale e continua sempre ad appartenere al suo clan, anche se è sposata.
Da noi, quando due giovani si sposano, il loro scopo è fondare un "focolare", cioè un’intima unione che ai loro occhi sarà ancora più importante dell’amore dei loro genitori, secondo la parola della Scrittura: "Abbandonerà suo padre e sua madre, e i due saranno una sola carne". Per un giovane congolese, invece, sposarsi vuol dire chiedere al clan di una ragazza di prestargliela perché gli renda determinati servizi: dargli dei figli, preparargli il cibo, lavorare nel suo campo... E il clan gli chiederà un compenso per questi servizi: la dote. Ma la giovane continuerà ad appartenere al suo clan. E quando avrà dei figli, il clan avrà il diritto di chiedere al marito un supplemento di dote. "Una dote non è mai finita", si dice qui. E se il marito la tratta male, la moglie si rifugerà presso la sua famiglia, che esigerà una riparazione in denaro per restituirla al marito. E se la questione finirà davanti al tribunale indigeno, che giudica in base al diritto tradizionale, e si deciderà di rompere il matrimonio, i giudici dovranno fare un calcolo difficile per stabilire la somma che bisognerà consegnare al marito se la donna verrà restituita al clan. Si dirà: la dote era tot, meno tot per i figli e tot per i servizi resi dalla donna. Dunque si dovrà dare tot al marito... E che i missionari vengano a parlare di matrimonio uno e indissolubile!
In una situazione del genere, come arrivare a fondare famiglie veramente cristiane, che saranno la base della comunità cristiana? Si tratta davvero di un lavoro di pazienza.
I missionari non si scoraggino per questo, ma si sforzino soprattutto di dare alla donna il senso della propria dignità. Sarà questo che a poco a poco la porterà a insorgere contro consuetudini che fanno di lei una cosa o un oggetto di soddisfazioni sensuali per l’uomo, e niente di più.
Si capisce allora quanto sia necessario che noi abbiamo al nostro fianco delle brave religiose missionarie. Soltanto la religiosa, essendo una donna, può fare veramente quello che serve per trasformare e far evolvere la sua sorella nera. Per questo, fin dal suo arrivo in vicariato, il vicario apostolico ha cercato di dotare ogni missione di una comunità di suore che si dedichino a educare le bambine, a consigliare le donne adulte, a curare i malati e ad aiutare le mamme nelle cure da prestare ai loro piccoli.
Quest’opera è ben avviata. Fra qualche anno avremo delle suore in tutte le missioni. Attualmente si assiste a un cambiamento di rotta nella mentalità indigena. In precedenza, all’inizio di ogni anno scolastico, il missionario itinerante doveva andare a cercare tutte le alunne per riportarle a scuola; adesso vengono spontaneamente, e il loro numero è sempre in aumento. Abbiamo anche la gioia di assistere allo sviluppo di una congregazione di suore indigene; dopo quello che abbiamo detto sopra, è chiaro che si tratta di un vero miracolo della grazia, e nello stesso tempo di una lezione vivente che mostra alle donne del luogo che anche la donna ha una sua dignità, dal momento che è stata giudicata degna di essere consacrata a Dio. Ma tutto ciò richiederà ancora un grande sforzo paziente e continuo, e saremo riconoscenti a tutti coloro che vorranno aiutarci con le loro preghiere e con i loro sacrifici.

+ J. Wittebols
Vicario apostolico di Wamba

Wamba, 15 ottobre 1964

Carissimo padre Longo,
Carissime suore,
Già da parecchi giorni, nei momenti di insonnia durante la notte, il mio primo pensiero era per voi. Mi dicevo: da tempo non ho più notizie di Nduye. Come vanno le cose laggiù? Come se la cavano? Bisognerebbe fare qualcosa per inviare loro un messaggio; ma come?
Stamattina, un membro dell’amministrazione di Mambasa è venuto dal padre ispettore per parlare della questione dei maestri e delle scuole. Mi ha dato vostre notizie e mi ha detto che non siete molestate. Suppongo dunque che tutto vada bene, per quanto è possibile nelle circostanze attuali. Ne ringrazio il Signore, perché se riusciamo a cavarcela soltanto con perdite materiali, potremo ritenerci molto fortunati. Ho pregato per voi e per la vostra missione nel giorno della Maternità della Santissima Vergine.
Mi dispiace molto di non poter viaggiare per andare a portare un po’ di conforto in tutte le nostre missioni. Ma ci hanno requisito tutte le macchine, e per spostarsi bisogna farsi accompagnare da una scorta militare. D’altronde la mia presenza è spesso necessaria al centro della diocesi, per prendere decisioni quando sorgono delle difficoltà in un luogo o nell’altro.
Abbiamo ricevuto il biglietto che madre Clara ha mandato a Maboma. Sappiamo che la missione di Mambasa è stata abbandonata... Ad Avakubi abbiamo dovuto chiudere la missione, perché il padre e il fratello che erano laggiù da soli (tutti gli insegnanti erano in vacanza in Europa) erano continuamente molestati dagli arabizzati e da altri individui, senza possibilità di difendersi e senza un mezzo di trasporto. Altrove la situazione deve essere molto simile a quella di Nduye, con la differenza che voi siete isolati e che le comunicazioni sono rare e difficili.
Come fate per i rifornimenti? Se avete modo di ricevere qualcosa, fatecelo sapere, e dite che cosa vorreste avere. Il padre procuratore cercherà di farvi avere quello che è ancora in grado di procurare. A volte i Simba accettano di fare qualche commissione. Anche se per questo bisogna passare per Paulis. A volte noi riusciamo a comunicare con Paulis.
Tutte le comunità delle Pie Madri stanno bene. Penso che le suore vi daranno maggiori notizie in proposito. Il console del Belgio è passato di qui. Gli ho affidato un messaggio per tutte le Superiore delle suore, e abbiamo sentito per radio che il messaggio era arrivato.
Il buon Dio ha le sue mire su tutto quello che ci succede. Cerchiamo di accettare la sua santa volontà e offriamo le nostre sofferenze e le nostre pene per il bene della chiesa con un grande amore per Gesù. Durante questo mese del rosario, mi unisco costantemente a tutti voi tramite la recita della corona per ottenere l’aiuto e la protezione del Cuore addolorato e immacolato di Maria.
Sono unito di cuore a tutti voi, e benedico paternamente tutti e ciascuno.

+ J. Wittebols
Vescovo di Wamba

(Questa è probabilmente una delle ultime lettere scritte da mons. Wittebols prima del suo martirio).

 

II. Insegnamenti di mons. Wittebols nella vita della beata Anuarite

L’essenziale dell’insegnamento di mons. Wittebols ci è offerto dal suo martirio. Ma molto prima del sacrificio supremo egli aveva per così dire sintetizzato il suo insegnamento in due libri: "La donazione totale" e "Ecce ancilla Domini".
Suor Marie-Clémentine Anuarite aveva assimilato questo insegnamento fino a farlo proprio. E anch’essa, per l’infinita misericordia di Dio, l’ha concretizzato nel martirio. Molto prima del martirio, tuttavia, Anuarite aveva sintetizzato a suo modo questo insegnamento nelle sue note spirituali. In sostanza, ciò che il suo padre spirituale le aveva insegnato non era che l’attuazione pratica del vangelo in tutta la sua integralità secondo la chiamata di Dio. Vediamo alcuni punti fondamentali di questa spiritualità:

1. L’inclinazione dominante della vita spirituale

"Si parla spesso del difetto dominante, e va molto bene... ma è bene anche conoscere l’inclinazione dominante della propria vita spirituale...
Dopo averla trovata, la si sintetizza in una formula breve, un motto che deve risuonare chiaro e forte nell’ora della battaglia. Ad esempio:
Sono una consacrata, il mio fine è l’amore (M. Passion),
Ad majorem Dei gloriam (s. Ignazio di Loyola),
Ecce venio (padre Dehon),
Tutto per Gesù,

Gesù solo,

Servire... Sempre pronta... ecc.
L’essenziale è che questo motto sia conforme alla propria psicologia. E così si va avanti; si fa ruotare tutto intorno a questa idea centrale, mirando alla perfezione delle azioni e alla generosità delle intenzioni".
Fra i motti proposti da mons. Wittebols, suor Marie-Clémentine aveva scelto: "Gesù solo". Dice infatti, come abbiamo già ricordato:
"Mi sono consacrata a Gesù solo".

2. Il santo abbandono

Mons. Wittebols scrive: "L’atteggiamento di abbandono totale al beneplacito del Padre è veramente l’essenza della vita di Nostro Signore. È ciò che fa di Gesù la vittima unica, senza macchia, la sola gradita al Padre, la sola capace di redimere l’umanità riparando l’offesa fatta a Dio. Per essere vittima si è fatto uomo, e l’ha testimoniato con tutta la sua vita, dall’Ecce venio iniziale fino al Consummatum est sull’altare della croce.
È anche la disposizione della Santissima Vergine Maria, la corredentrice, la cui vita fu totalmente guidata dalla volontà di realizzare con amore l’Ecce ancilla Domini dell’annunciazione" (La donation totale, p. 195).
Nelle sue note, Anuarite dice: "Ecco la serva del Signore... Non hai forse versato per me il tuo sangue? E anche per gli uomini neri? Rispondimi. Gesù, Maria, Giuseppe, mi metto nelle vostre mani".

3. L’obbedienza

Nel suo libro Ecce ancilla Domini, mons. Wittebols scrive (p. 117):
"E infine la nostra obbedienza deve essere totale e intera. Non è l’obbedienza voluta da Dio quella che le nostre superiore devono strapparci con riguardi esagerati, o con giri di parole, o con eccessiva insistenza. No, per essere veramente soprannaturale, la nostra obbedienza sarà pronta e rapida, senza interminabili discussioni, e non perché non si può fare altrimenti; sarà intera: non cercheremo di dare alle superiore una parvenza di soddisfazione, tenendoci un’uscita di sicurezza per poter filare per la tangente non appena se ne presenterà l’occasione. Gesù non ha discusso i voleri del Padre suo; in tutte le cose, nelle piccole come nelle grandi occasioni, si è sempre affrettato a obbedire. "Mio cibo, diceva, è fare la volontà del Padre mio" (Gv 4,34).
Nelle sue note spirituali, Anuarite non cessa di riflettere sull’obbedienza:
"Se riesco a osservare il voto di obbedienza, riuscirò anche a osservare quello di povertà, perché mi abbandono senza inquietudine fra le mani delle mie superiore; aspetto soltanto che mi comandino. La superiora, invece, ha molti problemi... Ho dunque il dovere di aiutarla, obbedendo ai suoi ordini".

4. La verginità consacrata

In questo campo, l’insegnamento del padre spirituale di Anuarite era degno di nota. In Ecce ancilla Domini scrive (p. 137):
"A dire il vero, l’espressione "voto di castità" non sembra per niente indovinata, e ultimamente il Santo Padre, trattando questa materia, non ha intitolato la sua enciclica "De Sacra Castitate", bensì "Sacra virginitas".
La castità, infatti, è la virtù per mezzo della quale la ragione illuminata dalla fede domina la passione sessuale. Ma questa virtù deve essere praticata anche nel matrimonio. Ogni cristiano deve essere casto secondo il suo stato di vita...
Il contenuto essenziale del voto non consiste dunque nel non commettere colpe contro la castità, ma nel non sposarsi. La rinuncia che impone non si riferisce principalmente al piacere dei sensi, ma piuttosto all’amore sentimentale, all’intimità della vita a due e alle gioie della maternità...
Il celibato in quanto tale è un semplice dato di fatto... Non ha in se stesso un valore morale.
Ma il valore della verginità deriva dal suo scopo: "Vi sono alcuni che rinunciano al matrimonio a causa del regno di Dio" (Mt 19,12).
Ciò che rende cattive o mediocri le religiose, è precisamente il fatto di vivere la vita religiosa per un motivo del tutto diverso dal dono totale di sé a Dio. A tutto il resto c’è rimedio, ma non a questa mancanza".
Anuarite aveva assimilato bene questo insegnamento. Scrive infatti: "La nostra condizione è quella di una ragazza che è stata scelta dal Re per essere sua sposa (si tratta di Gesù). La nostra vocazione è l’amore, servire Dio. Il Signore Gesù, quando ci ha chiamate, ci ha chiesto il sacrificio dei beni di questo mondo, il sacrificio dell’amore umano, fino al sacrificio delle nostre persone". E ancora: "Gesù ama molto le consacrate. Dice loro: "Rimanete nel mio amore, non per un giorno, ma per l’eternità". Gesù ama unirsi a noi come uno sposo alla sua sposa".
Un giorno, Anuarite andò dalla sua superiora, suor Meka, per confidarle che aveva difficoltà a spiegare il sesto comandamento, "che ciò la turbava. La superiora mandò Anuarite dal suo vescovo, che la rassicurò completamente, mostrando alla sua figlia spirituale che doveva essere capace di guidare quelle che le avessero chiesto consiglio".135 Mons. Wittebols fu per Anuarite un vero maestro spirituale.

5. Grande franchezza nella confessione

Il maestro e la discepola danno molta importanza alla franchezza nella confessione, che è un prezioso mezzo di santificazione. Ma ciascuno dei due affronta questa realtà con accentuazioni personali.
Mons. Wittebols scrive:
"Oltre a queste virtù custodi, un ottimo mezzo per salvaguardare la castità è una grande franchezza nella confessione. Spesso in questo campo si va incontro a penose inquietudini e si è presi da un falso ritegno che impedisce di spiegare bene le proprie difficoltà al confessore o al direttore spirituale. È un’astuzia del demonio. Quando vuol farci cadere su questo terreno, fa balenare le cose in modo che non vediamo immediatamente il male; ma quando si tratta di liberarcene, ne esagera l’enormità per impedirci di parlarne in confessione. Vero ragno infernale, cerca di tessere la sua tela di tentazioni negli angoli più oscuri delle coscienze, per evitare che venga alla luce. Tuttavia basta parlare con molta franchezza e con molta chiarezza delle proprie difficoltà al confessore perché gli assalti del demonio perdano subito la loro violenza; egli infatti odia essere scoperto. Siate sicure che il confessore non si stupirà. In generale possiede una sufficiente esperienza delle anime per sapere che si tratta di una prova comune a tutti i figli di Eva, e sarà sempre una gioia, per lui, poter riconciliare un’anima col buon Dio e restituirle la pace" (La donation totale, pp. 143-144).
Suor Anuarite affronta lo stesso argomento nelle sue note: "Prima di cedere alla tentazione, rifletti: Dio è qui presente, ti vede. Non dobbiamo vergognarci se il sacerdote ci conosce: "Se gli confesso tutto, non si stupirà e non mi disprezzerà?". Niente affatto. Chi confessa senza vergogna i suoi peccati, anche se sono grandi, è un eroe". E ancora: "Gesù rivolge il suo sguardo al peccatore, penetra dentro di lui perché si converta. Se tu piangi i peccati degli altri, Dio avrà pietà anche dei tuoi. La confessione: non bisogna nascondere i propri peccati; se tu ne confessi uno grande, non pensare che sarai disprezzata; no, il sacerdote avrà rispetto per te, a causa della tua lealtà. Dio non vuole la morte del peccatore. Bisogna cominciare col confessare il peccato grosso; quello piccolo verrà fuori facilmente. Confessare tutti i propri peccati senza nascondere nulla, con grande umiltà".
Continuando la sua riflessione, più avanti Anuarite scrive: "Il mio nuovo anno a partire dal mese della mia mamma, il primo agosto 1963. Il 31 luglio 1963, alle 16.20, ho provato una grande gioia, dopo essermi confessata da padre Joseph, fratello di padre Jean. Il mio proposito: amare il Signore, perché ha fatto per me grandi cose. Come è grande la sua bontà!".

6. La donazione totale

Si tratta del cuore del messaggio fondamentale trasmesso da mons. Wittebols alla sua figlia spirituale: "Chi ode questa chiamata, capisce che la sua vita non avrà più senso se non si dona. E la parola "dono" non significa qui dare qualcosa, ma dare se stessi; e non ci si dona parzialmente. Non abbiamo donato noi stessi finché non ci siamo donati senza riserve e senza limiti. Donazione totale a Dio" (La donation totale, p. 61).
Suor Anuarite affronterà questo tema in un modo ancora più semplice, dicendo: "Quelle che cercano qualcos’altro, sappiano che non servono il Signore Gesù. "Chi mi ama, osserva la mia parola". Dio ci chiama alla santità". La donazione totale al Signore conduce alla santità.
Ci sarebbero molti altri punti da rilevare, come ad esempio lo spirito di preghiera, la carità fraterna, il senso del perdono; i pochi elementi che abbiamo indicato possono comunque aiutarci a comprendere quanto la vita di Anuarite sia stata segnata dall’insegnamento di mons. Wittebols.
Non abbiamo purtroppo le lettere personali che si erano scritti. Ma i due libri di mons. Wittebols e le note di Anuarite possono aiutarci a scoprire le affinità spirituali che c’erano fra il maestro e la discepola, che Dio ha voluto unire nel martirio per la gloria del suo nome.

Note

1. P. Biarnes, L’Afrique aux Africains, Armand Colin, Paris 1980, pp. 388 e 390.

2. J. Kizerbo, Histoire de l’Afrique noire, Hatier, Paris 1978, p. 530.

3. P. Biarnes, op. cit., p. 391.

4. Suor Marie-Damien Sibille, Anuarite Nengapeta, in "Vie Consacrée" 4(1985), p. 199.

5. Summarium, pp. 51-54. Si tratta del documento della sacra Congregazione pro causis sanctorum, P.N. 1218, Isiren-Niangaraen, relativo alla causa di beatificazione di "Sororis Mariae Clemantinae Anuarite Nengapeta. Positio super martyrio". Citeremo questo documento con l’abbreviazione: Summ.

6. R.F. Esposito, Anuarite, Vierge et martyre zaïroise, St Paul Afrique, Kinshasa, p. 23.

7. Suor M.-D. Sibille, art. cit., pp. 202-203.

8. Summ.

9. Suor M.-D. Sibille, art. cit.

10. Camara Laye, L’enfant noir, Plon, Paris 1995, 7-8.

11. Elebe Lisembe, Chant de la terre et chant de l’eau (adattamento teatrale, realizzato a Kinshasa, del romanzo di J. Roumain, Gouverneurs de la rosée).

12. Cheik Amidou Kane, L’aventure ambiguë, Julliard, Paris 1961.

13. Cheik Amidou Kane, op. cit., pp. 56-58.

14. L.S. Senghor, Chants d’ombre, Seuil, Paris 1945.

15. Ibid.

16. E. Mveng, "Spiritualité africaine et spiritualité chrétienne", in L’Afrique et ses formes de vie spirituelle, Actes du 2e colloque international, Kinshasa, 21-27 febbraio 1983, CERA 17(1983), 264-265.

17. Shomba Kinyamba, Sexualité préconjugale, Laboratoire des sciences sociales appliquées, Kinshasa-Lubumbashi, pp. 5-14.

18. Ibid.

19. Ibid., pp. 126-147.

20. Aristotele, Etica Nicomachea, X,5,1175, citato da C.A. Bernard, Théologie affective, Cerf, Paris 1980, p. 247.

21. C.A. Bernard, op. cit., p. 247.

22. Ibid.

23. Ibid., p. 248.

24. Cf. J. Guillet, Jésus-Christ dans notre monde, Desclée De Brouwer, Paris 1974, pp. 39-52.

25. Ibid., p. 52

26. W. Kasper, La foi au défi, Nouvelle Cité, Paris 1989, p. 9.

27. Ibid., pp. 62-63.

28. Ibrahim Baba Kake, Dona Béatrice, la Jeanne d’Arc congolaise, ABC, Paris 1976, p. 7.

29. Ibid., pp. 75, 80-82.

30. Ngimbi Nseka, "Kimpâ Vita, entre mystique et politique", in Renaître 16(Kinshasa, 1996), p. 17.

31. R.F. Esposito, op. cit., pp. 96-99.

32. R.F. Esposito, Sr. M. Clementina Anuarita Nengapeta, Edizioni Paoline, Roma 1978, p. 130.

33. Summ., p. 195, 429.

34. Ibid., p. 215.

35. Ibid., p. 219.

36. Ibid., p. 74 ad 7.

37. Ibid., p. 108, 432.

38. Cf. Summ., p. 74, 144.

39. Cf. Summ., p. 38, 7.

40. Summ., p. 39, 72.

41. Ibid., p. 210.

42. Ibid., p. 213.

43. Ibid.

44. Ibid., p. 214.

45. Ibid., p. 218.

46. Ibid., p. 102, ad 8; Conc., p. 7, 7 e 62, ad 10.

47. Ibid., p. 134, ad 8.

48. Ibid., pp. 210-211.

49. Ibid., p. 212.

50. Ibid., p. 27, ad 5.

51. Ibid., p. 94, ad 8; Conc., p. 21, ad 10.

52. Ibid., p. 36, ad 9.

53. Ibid., p. 116, ad 8.

54. Ibid., p. 154, ad 7; Conc., p. 175, 381.

55. Ibid., p. 151, 321.

56. Ibid., p. 76, 6.

57. Ibid., p. 82, ad 8.

58. Ibid., p. 173, ad 8 e 10.

59. Ibid., p. 94, ad 8.

60. Ibid., pp. 27-28, ad 5 e 10.

61. Ibid., p. 102, ad 10; Conc., p. 90, ad 10.

62. Ibid., p. 8, 8; Conc., pp. 39-40, 72-73.

63. Ibid., p. 189, 417.

64. Ibid., p. 214.

65. Ibid., p. 211.

66. Mons. Gauthey, Vie et oeuvres de la bienheureuse Marguerite Marie Alacoque, Paris 1915, pp. 174-175.

67. Summ., p. 196, 430.

68. Ibid., p. 209.

69. Ibid., p. 28, 50.

70. Ibid., p. 191, 421 e p. 194, 427.

71. Ibid., p. 145, 304.

72. Ibid., p. 69, 132.

73. Ibid., p. 57, 107 e p. 61, 116.

74. Anuarite, Le Carnet (manoscritto).

75. Summ., p. 192, 423.

76. Ibid., p. 209ss.

77. Cf. Summ., p. 8, 8.

78. Ibid., p. 212.

79. Ibid., p. 213.

80. Ibid., p. 220.

81. Ibid., p. 80, 157.

82. Ibid., p. 160, 345.

83. Ibid., p. 127, 335.

84. Ibid., p. 176, ad 8.

85. Ibid., p. 209.

86. Ibid., p. 8, 8.

87. Ibid., p. 217.

88. Ibid., p. 192, 424.

89. Ibid., p. 8, 8 e p. 188, 416.

90. Ibid., p. 21, 36; p. 28 ad 10; p. 81, 163.

91. Ibid., p. 209.

92. Ibid., p. 40, ad 10.

93. Ibid., p. 57, ad 8.

94. Ibid., p. 142, 297; Conc., p. 36, ad 9; p. 61, ad 10; p. 163, 353.

95. Ibid., p. 162, 350.

96. Ibid., p. 163, 354.

97. Ibid., p. 145, 305.

98. Ibid., p. 28,50.

99. Ibid., p. 69, 134.

100. Ibid., p. 36, ad 9.

101. Ibid., p. 216.

102. Ibid., p. 211.

103. Ibid.

104. Ibid., p. 102, ad 10.

105. Ibid., p. 75, 145.

106. Ibid., p. 57, 101.

107. Ibid., pp. 46-47, 89; Conc., p. 69, ad 10 e p. 121, 249.

108. Ibid., p. 106, ad 10.

109. Ibid., p. 90, 182.

110. Ibid., p. 102, 213; Conc., 116, ad 8.

111. Ibid., p. 1, 213.

112. Ibid., p. 106, 222.

113. Ibid., p. 21, 36.

114. Ibid., p. 189, 418.

115. Ibid., p. 192.

116. Ibid., p. 28, 50.

117. Ibid., p. 40, 75; Conc., p. 106, ad 10.

118. Ibid., p. 165, 359.

119. Ibid., p. 196, 430.

120. Ibid., p. 177, 387.

121. Ibid., pp. 66-68.

122. Ibid., p. 106, ad 10.

123. Ibid., p. 83, 63.

124. Ibid., p. 102, 213.

125. Ibid., p. 152, 323.

126. Ibid., p. 57, 107.

127. Ibid., p. 21, ad 10; Conc., p. 28, 50 e p. 41,76.

128. Ibid., p. 61, 116.

129. Ibid., p. 198, 433.

130. R.F. Esposito, Anuarite, vierge et martyre zaïroise, St Paul Afrique, Kinshasa 1978, pp. 40-41.

131. Cf. Ibid.

132. Mons. J. Wittebols, Ecce ancilla Domini, Société St Pierre Claver, Roma 1962, e La donation totale, Société St Pierre Claver, Roma 2 1963.

133. Cf. anche R.F. Esposito, op. cit., p. 156.

134. Giovanni Paolo II, Esortazione post-sinodale circa la vita consacrata, 32.

135. R.F. Esposito, op. cit., p. 56.

^