CARO PADRE DEHON
(Anonimo)
(lettere del padre Anonimo s.c.j. scritte al padre Dehon sui primi cinquantanni della Congregazione dei Sacerdoti del S.Cuore in Mozambico)
Una nota a mo dintroduzione
Nel 1997 si sono compiuti 50 anni dallarrivo dei primi missionari della congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore in Mozambico. Si considera come giorno della fondazione di questopera il 27 marzo del 1947, quando i primi quattro confratelli giunsero ad Alto Molócuè, sede della stazione missionaria loro affidata.
È desiderio proprio delluomo fare memoria della storia passata, specialmente in occasione di date significative che, in certo modo, chiudono periodi o segnano passaggi depoca. Si suole affidare a note scritte il compito di mantenere vivo il passato, così da poter essere consegnato alle generazioni presenti e future, affinché lo possano ripercorrere e rivivere ricordando ciò che altri hanno vissuto, pensato, dubitato, sofferto, sperato e, soprattutto, amato.
Quello che segue è appunto un contributo alla storia dei primi cinquantanni s.c.j. in Mozambico, in una forma semplice e popolare, attraverso le lettere scritte da un immaginario padre Anonimo s.c.j. inviate al fondatore della congregazione, il padre Leone Giovanni Dehon di santa memoria. Lautore delle lettere ha fatto unesperienza indimenticabile e, per certi versi, irripetibile: il p.Dehon gli ha ottenuto la grazia di poter viaggiare a suo piacimento non solo su e giù per il Mozambico, ma anche avanti e indietro nel tempo!
Vogliamo qui ringraziare il p.Fondatore per averci fatto avere le sue lettere e per averci autorizzato a pubblicarle. A tutti i curiosi buona lettura!
LETTERE DEL P.ANONIMO S.C.J. AL P.FONDATORE L.DEHON
Maputo, 25 gennaio 1998
Caro Padre Dehon,
mè spiaciuto non aver potuto partecipare di persona alla consacrazione episcopale del nostro padre Tomé. Come ben sai è il tuo primo figlio nato in Mozambico ad essere nominato vescovo. La notizia della sua elezione cera giunta allinizio dellavvento, il tempo liturgico col quale si chiudeva il 1997, lanno del cinquantesimo anniversario della nostra presenza missionaria in questo paese.
Sai, padre Dehon, sono rimasto un attimo esitante sullaggettivo da usare dopo la parola presenza. Stavo per scrivere congregazionale, oppure dehoniana, ma poi mi sono deciso per missionaria, perché ho pensato che la consacrazione di padre Tomé si potrebbe intendere come lavvenimento che, al tempo stesso, corona e chiude la nostra presenza missionaria. Dora in poi questaggettivo stona. Ora che hai un tuo figlio vescovo qui, credo che si debba usare un altro termine, o forse, meglio, proprio nessuno: presenza e basta!
Quindi, se sei daccordo, scegliamo questavvenimento (ma con la dovuta modestia) come spartiacque fra un prima e un poi, come si usa fare per esempio con la caduta dellimpero romano, la scoperta dellAmerica, la Rivoluzione francese ecc.
In quei giorni ero a Maputo, la capitale. In casa nostra sono passati in parecchi per recarsi ad assistere alla consacrazione al Gurúè, la cittadina capoluogo del distretto natale di padre Tomé, nella provincia della Zambézia. I primi sono stati i rappresentanti del Superiore Generale e di quello Provinciale, entrambi impediti da precedenti impegni gravi di congregazione; poi sono venuti due padri polacchi della nostra Provincia del Sudafrica, ed infine il padre Zolile, anchegli sudafricano, ma di razza negra, eletto a sostituire padre Tomé come consigliere generale a Roma. Da Maputo sono pure partiti il cardinale Dom Alexandre, il nunzio apostolico e il vescovo segretario della conferenza episcopale. Insomma un avvenimento molto sentito da tutti!
I due confratelli del Sudafrica ci hanno fatto vedere la videocassetta girata nella consacrazione. Ce la siamo goduta, noi rimasti a Maputo, non trattenendoci da commenti soddisfatti e da esclamazioni di contentezza al vedere comparire facce di amici antichi, confratelli di missioni lontane, suore che avevano lavorato con noi nei tempi andati, vecchi alunni. E soprattutto cè stato il giubilo di vedere consacrare vescovo il nostro caro padre Tomé e poi cè stata la preghiera daccompagnamento, che penso tutti abbiamo fatto, perché potesse essere un vescovo santo e santificatore! È stata davvero una grande festa, con una partecipazione popolare entusiasta.
Ora lo aspetta la diocesi di Pemba, lultima a nord verso la Tanzania, dove giungerà per prendere possesso l8 febbraio. Diventa questa la quarta diocesi dove lavoriamo per il regno di Dio in Mozambico. Le altre sono Quelimane, Gurúè e Maputo. Ma di queste e della storia di come ci siamo arrivati, ti parlerò ora in un viaggio interiore a ritroso nel tempo.
Per ora ti saluto caramente in Corde Jesu!
Padre Anonimo s.c.j.
Mocuba, 25 giugno 1975
Caro padre Dehon,
ho pensato di fare una sosta a questo punto nel nostro viaggio a ritroso negli anni, per parlarti subito dellavvenimento centrale della storia del Mozambico: la proclamazione della sua Indipendenza.
Mi trovo di passaggio a Mocuba, a metà strada circa tra le missioni di Quelimane e di Ile. Allentrata di questo centro importante, il più grande della provincia dopo la capitale, cè una targa di piastrelle di ceramica, i tipici "azulejos" della cultura portoghese, con questa bella frase: "Mocuba, dove tutte le strade si incrociano e la Zambesia si abbraccia". Guardando la carta geografica, si vede al primo sguardo come sia centrale la posizione di questa cittadina e come molte strade vi convergano da varie direzioni. Sono arrivato ieri pomeriggio: ho trovato unaria di festa straordinaria. Gente allegra per le strada, negozi affollati, mentre si sentivano tamburi da molte parti e radio a tutto volume.
La piazza davanti allospedale, che ingloba un grande prato, era stata addobbata a festa. Cera un palco col tetto di paglia e un grande palo al centro, per la cerimonia della mezzanotte. In cima sventolava per lultimo giorno la bandiera portoghese, verde e rossa, con lo stemma in mezzo. Tutto intorno festoni, drappi colorati, qua e là banchi di vendita. Tutte le occasioni sono buone per improvvisare un mercatino, vendere qualcosa e.. comprarla!
Mi sono fermato nella casa del dottore, dove vivono due nostri confratelli: p.Aldo Marchesini e fr. Giuseppe Meoni. Il primo è medico, lunico per tutto il distretto, e il secondo è laboratorista. Hanno moltissimo lavoro, anzi ti dirò che sono stati proprio loro a farmi notare la scritta allentrata di Mocuba, che dice che qui tutte le strade si incrociano. Loro ne vivono (non senza una certa fatica) una delle conseguenze: ricevono dagli altri distretti molti malati, che si vanno ad aggiungere a quelli già numerosi - di qui.
Bene, al mio arrivo p. Aldo era in sala operatoria e fr. Giuseppe in laboratorio, a togliere il sangue al marito della paziente che era sotto i ferri, per prepararle una trasfusione. Si trattava di un caso grave, una giovane donna al suo primo parto, con una rottura dutero. Veniva da una località remota della missione di Ile. Aveva cominciato con le doglie allinizio della settimana ed era stata aiutata in casa dalle donne del vicinato, poi, quando si erano rese conto che il feto non passava, avevano avvisato il marito e il fratello di lei . Gli uomini avevano radunato altri quattro parenti, lavevano caricata su una barella fatta di bastoni e di frasche e portata a spalla per oltre dieci chilometri, fino alla strada. Un camion di passaggio li aveva condotti alla missione, dove cera suor Monica, molto brava in questioni di maternità. Appena vista la partoriente, sera resa conto che la situazione era già grave ed era corsa dal padre superiore per chiedere che qualcuno la portasse a Mocuba per essere operata.
Chi lha portata è stato p. Remo Zanol, il quale ha approfittato per fare anche un po di spese in città. È stato proprio lui ad aprire la porta al mio arrivo e a farmi gli onori di casa. Mi ha poi accompagnato in giro per Mocuba per vedere i preparativi della festa.
Voleva attendere la fine delloperazione per ripartire con parte dei familiari. Il marito e il fratello della donna avevano detto di voler trattenersi per assistere la loro paziente dopo loperazione. È stato fr. Giuseppe ad uscire per primo e ad informarci che lintervento sembrava fosse andato bene. La donna aveva resistito al dolore, allo stress, allo shock, ed infine alloperazione, anche grazie alla trasfusione di sangue del marito. P.Aldo stava chiudendo laddome, ma lutero rotto sera già molto infettato ed era stato necessario toglierlo. Ora si sperava che superasse la peritonite. Le sofferenze non erano purtroppo ancora finite per lei: oltre al dolore fisico doveva portare anche il dispiacere di aver perso il primo figlio e, cosa ancora più grave, quello di non poterne avere più.
P.Remo voleva ritornare ad Ile - circa 120 chilometri - prima di notte, per cui ci salutò, ma, al momento di montare in macchina, non seppe trattenersi dal correre fin sulla porta della sala operatoria per ringraziare p.Aldo ed augurargli buona festa.
Per la cena siamo stati ospiti dei Cappuccini di Trento, titolari della missione di Mocuba. Hanno qui una bella casa circondata da alcune piante secolari, tra cui fa spicco un magnifico esemplare di albero di cajù. È una pianta tropicale che si trova sparsa un po dappertutto lungo le strade della Zambesia, per non dire del Mozambico intero. Produce un frutto stranissimo: una specie di pera, ricca di succo, la cui forma ricorda un peperone, e che nellestremità inferiore presenta allesterno un nocciolo avvolto in una scorza dura, a forma di una tozza mezzaluna. È questa la castagna di cajù, che ha un grande valore commerciale. Le persone la raccolgono e la vendono ai commercianti che passano per i distretti a comprarla, per poi rivenderla alle fabbriche dove viene tolta la scorza e trasformata in un prodotto alimentare. Già che sono in argomento, ti voglio anche riferire una voce che ho sentito da più parti e di cui non so francamente dire lattendibilità secondo cui da essa si estrarrebbe pure un olio usato nei razzi che mettono in orbita i satelliti.
Ho notato che tra i Cappuccini e i nostri cè un grande affiatamento e collaborazione e si respira un vero spirito di famiglia.
A tavola abbiamo commentato ampiamente lavvenimento straordinario che stiamo vivendo in prima persona. Naturalmente cè stata una sincera soddisfazione per il raggiungimento di questo traguardo, preceduto da tanti drammatici avvenimenti della lotta armata di liberazione e da molta sofferenza, sia da parte dei mozambicani e dei portoghesi, sia da parte della Chiesa. Ho però notato una certa apprensione in tutti per lincertezza del futuro. Le nuvole si sono cominciate ad addensare circa un mese fa, quando il capo della Frelimo, il movimento che ha condotto la lotta di liberazione del paese, Samora Machel, è entrato in Mozambico dallestremo nord , proveniente dalla Tanzania, dovera la sua base negli ultimi anni. Iniziò il viaggio di avvicinamento a Maputo, la capitale situata allestremo sud con un comizio nella città di Mueda. Scelta quasi obbligata, perché, oltre ad essere il distretto più a nord, era anche il luogo dove si dette lepisodio di sangue che avviò la lotta armata di liberazione. Quel discorso fu come una specie di doccia fredda per tutti, perché cambiò in modo drastico e drammatico lo scenario dinsieme che aveva caratterizzato i mesi del governo di transizione. Questo aveva saputo suscitare nel paese un clima quasi idilliaco dintesa e collaborazione fra portoghesi e mozambicani. Si potevano leggere su striscioni nelle strade e sui muri delle case frasi come questa: "Lavoriamo insieme per il Mozambico nuovo", "Mano nella mano", "Siamo tutti fratelli" e così via.
Samora Machel usò nel comizio un linguaggio duro, ricordando i torti subiti dal Portogallo, lanciando quello che sarebbe stato un po il ritornello durante tutto il viaggio verso Maputo:"Ci avete succhiato il sangue per cinquecento anni", e sottolineando lappoggio dato dalla Chiesa al regime coloniale portoghese. Nella vita di tutti i giorni, però, sembrava che nulla fosse cambiato: continuava latmosfera di tolleranza e collaborazione di prima. Bisognava aspettare le prime settimane dindipendenza per poter tirare qualche conclusione e capire da che parte tirava veramente il vento.
Verso le 22 ci siamo alzati per andare tutti in piazza per assistere alla festa. Cera una confusione incredibile. Cerchi di danze intorno a tamburi da ogni parte, sul prato, per le strade, nei crocicchi. Ogni tanto qualcuno, delle persone più in vista, saliva sul palco a chiedere un istante dattenzione per qualche informazione oppure per un breve discorso. Era un momento veramente magico! Cera un non so che di autocoscienza collettiva, consapevole di stare vivendo il momento più straordinario di tutta la vita. LAmministratore del distretto era emozionato e per loccasione aveva pensato bene di mettersi alla cintola una fondina con la pistola, quasi a voler dare a tutti la sicurezza di rappresentare il garante più alto, perché nessuna forza al mondo potesse ostacolare il realizzarsi della cerimonia dellIndipendenza. Anche il comandante militare della piazza di Mocuba era pieno di zelo, salendo sul palco ogni poco, per dire ai microfoni qualcosa e per impartire ordini ai suoi subalterni. Mezzora prima della mezzanotte i tamburi e le danze cessarono.
Salì sul palco il segretario del gruppo dinamizzatore, una delle figure nuove inventate dal governo di transizione, per un breve discorso. Dopo di lui parlò il comandante militare e per ultimo lAmministratore. Discorsi moderati, di giubilo, senza accenni polemici al Portogallo: era festa e basta! Forse le nostre apprensioni sul futuro erano esagerate.
Arrivò la mezzanotte. Tre soldati in alta uniforme si avvicinarono allasta in mezzo al campo e, nellassoluto silenzio generale, il primo sciolse la corda che fissava la bandiera portoghese e cominciò ad ammainarla con una lentezza che in un primo momento mi parve esagerata. Ero rimasto sorpreso che lammainabandiera fosse cominciato senza alcun segnale come, per esempio, uno squillo di tromba o una salve di fucili. Ma queste sono cose che facciamo noi europei. Ora mi rendevo conto che non cera bisogno di fare baccano prima del silenzio, per attirarvi lattenzione, e che nulla poteva essere più efficace per renderlo solenne, di quella lentezza così studiata e incomparabilmente maestosa!
Quando la bandiera arrivò in basso, il soldato la staccò, la ripiegò e poi la depose con tutta la solennità sulle mani del secondo soldato. Si avvicinò il terzo, con la nuova bandiera del Mozambico e la porse al primo. Questi la spiegò, la fissò alla corda e cominciò a issarla con la stessa maestosità con cui aveva ammainato quella portoghese. Saliva lentissima verso la sommità dellasta, mentre il silenzio continuava assoluto. Tutti stavamo sullattenti, con gli occhi fissi alla bandiera. Col salire di essa vedevamo nascere un nuovo Paese e sentivamo nel cuore la soddisfazione di poter dire con tutta verità, un giorno: "Io cero!"
Quando la bandiera toccò la cima del pennone nessuno interruppe il silenzio. Il soldato fece un passo avanti e ne legò la corda allapposito gancio, poi si girò, si allineò cogli altri due e, lentissimamente, si allontanarono. Una donna, dalla piazza, fece risuonare il caratteristico trillo fatto con la lingua che vibra orizzontalmente tra i denti e che sottolinea i momenti più solenni di intenso giubilo. Fu come il segnale: un battimani fragoroso riempì la piazza e si protrasse a tal punto che sembrava non dovesse mai finire. Quando smise, quella in effetti non fu una fine, ma una trasformazione: diventò un travolgente rullare di tamburi che dette il via ai canti e alle danze destinate a durare fino a giorno pieno.
Ora il sole è già alto sullorizzonte, mentre ti scrivo, padre Dehon. La casa del dottore è proprio accanto allospedale e dà sulla piazza: è bello essere come abbracciati da questa grande festa!
I miei due confratelli sono andati allospedale per vedere i malati e specialmente la donna portata dal padre Remo ieri sera. Per oggi resterò loro ospite, poi domani proseguirò per Alto Molócuè. Da lì ti scriverò di nuovo.
Padre Anonimo s.c.j.
Alto Molócuè, 29 giugno 1947
Caro Padre Dehon,
come promesso ti scrivo da Alto Molócuè, e mi trovo già allinizio della nostra storia, nel 1947.
Sono partito da Mocuba con la corriera ieri laltro, ancora nel 1975. Mi sono seduto vicino allautista, un signore anziano, mulatto, originario di Quelimane, figlio di un portoghese e di una donna mozambicana. Mi ha detto che faceva questa linea da trentanni. Ho fatto un rapido calcolo ed ho concluso che nel 1947 doveva essere già lui a guidare la corriera su questa strada, quando i nostri padri arrivarono per la prima volta ad Alto Molócuè. Gli ho chiesto allora se si ricordava di aver accompagnato dei padri italiani, giovani e novellini che andavano a prendere possesso della missione. Ricordava bene di quei padri italiani, per averli incontrati spessissimo e si rammentava pure di quella prima volta, perché avevano attirato la sua attenzione per essere un gruppo di quattro e per parlare con un accento strano. A quel tempo, però, la linea andava ad Ile e quindi loro erano dovuti smontare al bivio di Nampevo e proseguire con un camion.
Cosa ne dici, padre Dehon? Niente male come fortuna! Laver incontrato nellandata ad Alto Molócuè una delle persone in carne ed ossa che fecero quel viaggio nel 47, mè sembrato di buon auspicio, poiché come ti avevo già detto, ero diretto proprio verso questanno, nel mio peregrinare a ritroso nel tempo, alla ricerca della storia dei nostri primi cinquantanni di Mozambico.
Ed eccomi, quindi, finalmente allinizio della nostra avventura. Ho scelto proprio il giorno della festa di S.Pietro perché mi sembrava adatto, per cominciare la nostra storia, fare riferimento al principe degli apostoli e chiedere a lui aiuto per percorrere con occhi di fede il cammino. Ed ho avuto fortuna! Sai chi ho trovato qui oltre ai padri? Nientemeno che il vescovo di Beira, mons. Sebastião Soares de Resende. Quante volte i padri più anziani me ne avevano parlato in conversazione, con una venerazione e stima straordinarie! Lo consideravano tutti un uomo eccezionale e un pastore santo. Era stato lui a chiamare i nostri padri perché lavorassero in questa zona di lingua Lomwè della sua immensa diocesi.
I nostri primi quattro padri, p.Pedro Comi, p.Agostinho De Ruschi, p.Celestino Pizzi e p.Luís Pezzotta avevano attraccato a Beira il 20 marzo di questanno, dopo un lungo viaggio sul bastimento Quanza, iniziato a Lisbona il 12 febbraio (mi scuserai se uso i loro nomi tradotti in portoghese, ma mi sembra più vero, perché qui tutti li chiamano così). Il vescovo li aveva ricevuti con grande affabilità ed aveva illustrato nei particolari la zona loro affidata e il suo piano devangelizzazione di quelle popolazioni (Sono passati appena tre mesi e mons.Sebastião è già venuto a visitare ed incoraggiare i suoi nuovi missionari sul loro campo di lavoro.
Anche i nostri però non hanno certo perso tempo! Infatti, ho trovato ad Alto Molócuè soltanto i padri Pedro e Luís. Gli altri due, p.Agostinho e p.Celestino Pizzi, sono partiti questa settimana per fondare la nuova Missione di Nauela, secondo le raccomandazioni del vescovo, ricevute a Beira. Mi hanno raccontato che lerezione della Missione era già stata fatta il 1º giugno, ma la ricerca di un mezzo di trasporto era stata molto laboriosa. Qui le strade esistono, anche se di terra battuta, ma le macchine, le corriere ed i camion sono scarsi. Possono trascorrere dei giorni interi senza che passi nessuno. Tre giorni fa è potuto partire il p.Agostinho, nominato superiore, andato in avanscoperta. Ma la provvidenza è venuta subito in soccorso, offrendo una soluzione insperata: il giorno seguente sè fermato alla missione per salutare i nuovi arrivati un italiano, diretto col suo camion - neanche a farlo apposta - proprio a Nauela. In quattro e quattrotto p.Celestino sè preparato ed è partito con lui. Quanto alle casse coi bagagli, la provvidenza darà unaltra mano! Mimmagino quale sarà stata la sorpresa del p. Agostinho a vedersi raggiunto così in fretta dal suo confratello. E quanto maggiore sarà, quando vedrà arrivare fra tre o quattro giorni nientemeno che mons.Sebastião. Me l´ha detto infatti poco fa lui stesso, mentre prendevamo il tè sulla veranda di casa. Il vescovo è una persona squisita, molto semplice ed affabile, ma anche assai intelligente e con una visione ampia e lungimirante delle cose della Chiesa, della popolazione e della politica. Verso il governo ha una posizione ferma ed esigente nella difesa dei diritti degli africani ed ha già preso più volte posizione in loro difesa contro abusi da varie parti.
In questi giorni ho approfittato della sua visita ufficiale per conoscere un po la nostra prima missione in Mozambico. I nostri non hanno dovuto cominciare tutto da zero, ma sono stati inviati in unopera già esistente. Cerano già un sacerdote diocesano portoghese, piuttosto anziano, p.Alexandre Pereira de Carvalho, ed una comunità di suore Francescane di Nostra Signora delle Vittorie, fondate nellisola di Madera qualche anno prima di noi, nella seconda metà dellottocento, da uninfermiera inglese, convertita dallanglicanesimo. Le suore conducevano linternato femminile con parecchie bambine e prestavano assistenza in un dispensario condotto da un medico portoghese residente in missione con la famiglia. Anzi, in attesa che la sua abitazione fosse terminata, viveva nella casa del missionario. Il padre Alexandre era già partito dopo aver fatto le consegne. La missione era dedicata al beato Nuno Álvares Pereira, detto il "Condestável" cioè il Condottiero, perché in gioventù aveva guidato lesercito portoghese nella battaglia decisiva contro gli spagnoli che volevano conquistare il Portogallo. In seguito aveva abbandonato le armi e si era fatto religioso.
Qui siamo a circa una decina di chilometri dalla sede amministrativa. È una disposizione dei vescovi, questa di stabilire le missioni un po distanti dalle amministrazioni statali: dà più indipendenza organizzativa e aiuta anche la gente a non confondere coloni e missionari.
Il posto è bello, pieno di silenzio, mentre lo sguardo è rallegrato da un panorama ampio e costellato di alture, alcune dal profilo dolce e collinoso ed altre a forma di grandi panettoni rocciosi.
Per contare i cristiani mozambicani bastano le dita di una sola mano. Più missione ad gentes di così i nostri non potevano trovare! Per il momento il primo compito sarà quello di impegnarsi nella scuola. Listruzione è la base indispensabile della crescita umana. Una volta stabilita una relazione di servizio disinteressato e di stima reciproca, il Signore aprirà una porta anche per lannuncio del vangelo. Pure il dispensario è un mezzo per rispondere ai bisogni della popolazione. Il venire incontro alle necessità è unesigenza imperiosa della carità e si può iniziare fin dal primo momento, senza attendere che ci siano condizioni per cominciare la predicazione.
Nelle conversazioni col vescovo ed i padri ho colto un grande desiderio di poter avere al più presto qualche fratello come insegnante di professioni pratiche. Le più urgenti sono quelle di falegname, muratore, calzolaio ecc. Mi ha un po sorpreso lenfasi che il vescovo ha dato soprattutto a questultima professione. Forse voleva contribuire perché anche gli africani potessero avere facilità ad usare le scarpe. Qui tutti, o quasi, vanno a piedi nudi ed a me, sinceramente, pare che proprio non se ne preoccupino per nulla. Tuttavia, usare le scarpe in mezzo ad un popolo di scalzi fa indubbiamente sentire un po a disagio e ciò mi fa notare, una volta di più, la sensibilità umana di Mons.Sebastião!
Padre Pedro dovette promettergli di scrivere al più presto al superiore provinciale, per chiedere che inviasse fratelli, sia per essere insegnanti che costruttori: cera bisogno di edificare nuove abitazioni, scuole, internati e, col tempo, anche le prime chiese. Ho avuto modo di conoscere il piano di sviluppo della missione in mezzo alla tribù Lomwè. Il vescovo desidera che quanto prima si cominci anche a Vila Junqueiro nel distretto del Gurúè, a Namarroi, a Ile e si scelga un posto nel distretto di Pebane.
Nel frattempo andrà a visitare i padri a Nauela, dove sono appena giunti, proprio questa settimana. È ben contento chio laccompagni.
Quindi sai già da dove ti scriverò la prossima volta, e che non sarà fra molti giorni!
Un caro saluto da questa terra affidataci dal S.Cuore, come piace tanto dire ai nostri missionari.
Tuo Padre Anonimo s.c.j.
Nauela, 3 luglio 1947
Caro padre Dehon,
eccomi qui a Nauela. Ho viaggiato insieme al vescovo e al suo autista. Nella strada di terra battuta la macchina sollevava un nuvolone di polvere rossastra, che andava poi a ricadere sullerba dei fossati, sulle foglie delle colture dei campi, sugli alberi e su tutto quanto si trovava nei pressi. Una buona parte, naturalmente, entrava in macchina e tingeva di rosso i nostri vestiti, i capelli, la tappezzeria e i bagagli. Per fortuna in questepoca dellanno la temperatura è fresca, specialmente qui, dove laltitudine oscilla tra i 500 e i 900 metri. Così abbiamo potuto tenere chiusi i finestrini e, al nostro arrivo, eravamo ancora abbastanza puliti. La distanza, poi, non è grande, neppure 80 chilometri.
Durante il viaggio il vescovo mi ha raccontato le vicissitudini che ha dovuto affrontare per riuscire ad offrire ai missionari una casa come primo punto dappoggio al loro arrivo. Laveva chiesta più di un anno fa al governo, che, finalmente, gli aveva ceduto quella del capo della polizia. La casa era abbastanza grande e discretamente conservata. Ma la sfortuna volle che le fiamme che la popolazione ha l'abitudine di accendere per bruciare il cosiddetto "capim", cioè lerbaccia che cresce dappertutto e che molto spesso supera i due metri daltezza, penetrassero, spinte dal vento, nella casa. Le porte e gli infissi bruciarono e così pure il falso tetto e qualche trave di sostegno della copertura. Il governatore sera impegnato a farla riparare sotto le pressioni di mons.Sebastião, ma questi dubitava molto che i lavori fossero stati eseguiti con diligenza e compiutamente.
Si chinò poi verso di me, per dirmi allorecchio, sottovoce, che questa missione gli stava molto a cuore perché trentanni fa erano arrivati in zona dei missionari scozzesi protestanti, entrati dal Niassaland ed avevano già avuto numerose conversioni. Ora urgeva una missione cattolica nelle vicinanze. Non aveva proprio nulla contro i protestanti, anzi li ammirava per la loro dedicazione e per il coraggio di portare con sé, assai spesso, la moglie ed i figli. In quella zona, oltretutto, avevano la speciale benemerenza di aver educato molto bene i loro cristiani alla cura dellagricoltura e della casa. E così dicendo mi invitava a far caso alla struttura delle capanne, costruite in mattoni dargilla, non raramente intonacate con fango e poi dipinte con motivi ornamentali. Molte di loro avevano nelle vicinanze una costruzione simile ad una palafitta, col fondo sollevato da terra, coperta con un tetto di paglia, che serviva per la conservazione dei prodotti agricoli.
Cera proprio di che rallegrarsi! Però, come vescovo cattolico, sentiva in coscienza di dover far qualcosa perché anche la nostra Chiesa fosse presente e potesse far conoscere agli abitanti di quella regione linterpretazione cattolica del vangelo, che, era chiaro, riteneva essere la vera.
Giungemmo alla casa dei missionari, a Nauela, unora buona prima di mezzogiorno. P. Agostinho e p.Celestino Pizzi ci stavano aspettando, anche se, ufficialmente, non sapevano nulla. Il vescovo desiderava fare una sorpresa, ma il buon padre Pedro, come superiore di tutto il gruppo, aveva pensato bene di avvisare, per mezzo di una staffetta, che monsignore ed io saremmo arrivati il primo di luglio. Labitazione era davvero in condizioni precarie. Sembrava solida, questo sì (difatti aveva saputo resistere al fuoco) però il pavimento era di terra battuta ed i muri senza intonaco. La copertura era stata rimessa a posto, ma le tegole e le travi erano a vista. Le porte e le finestre erano state rifatte e sotto limmancabile veranda erano già state sistemate delle sedie coi braccioli dallo schienale di paglia.
Nauela era un centro ben piccolo! Cerano un pugno di case e due o tre botteghe che vendevano un po di tutto. Tutti i portoghesi che abitavano lì vennero a riverire il vescovo, che li trattenne in conversazione per qualche minuto e si informò sulle notizie e novità della zona.
Dopo poco il p.Agostinho ci informò che il pranzo era pronto. Una signora del luogo, la moglie di un commerciante, aveva offerto il caldo verde portoghese (il tradizionale brodo con passato di patate e cavoli tagliati fini fini ) e un piatto di "caldeirada", fatto di carne di capretto, intingolo e patate.
Uno degli argomenti principali della visita era quello di scegliere il luogo dove edificare la nuova missione. Siamo quindi andati insieme a visitare parecchie località, un po in macchina e molto a piedi. Ieri sera abbiamo tirato le fila e ci siamo trovati daccordo su una località a circa due o tre chilometri, in vicinanza di una sorgente dacqua abbondante e pura. Il terreno è però piuttosto scosceso, con molti sali e scendi, ma la sommità dellaltura prescelta è abbastanza ampia e, grosso modo, pianeggiante. La vista che vi si gode è panoramica e distensiva. Certo, anche queste cose, allapparenza secondarie, hanno la loro importanza nella scelta della sede di una missione.
Stamani vi siamo tornati tutti insieme per fare uno schizzo della planimetria e definire, seppure sommariamente, gli edifici da costruire col tempo e la loro orientazione rispetto ai punti cardinali, alla strada, alla erigenda chiesa e tra di loro.
La costruzione della missione non poteva però assorbire tutte le energie! Bisognava subito cominciare anche con lorganizzazione delle scuole periferiche. Cera al riguardo un accordo tra lo Stato portoghese e la Chiesa cattolica , firmato già da alcuni anni, che dava alcune facilitazioni ai missionari per poter onorare limpegno dellistruzione. Ciò su cui si poteva sul serio fare affidamento era però soltanto laiuto del Signore e la sua onnipotente provvidenza!
Prima di partire, il vescovo confidò ai padri che era a buon punto ormai la trattativa con una congregazione femminile, le Religiose dellAmor di Dio, fondate nel secolo scorso in Spagna da un sacerdote che era stato monaco di clausura e poi missionario in Africa e a Cuba: il venerato padre Usera Se avessero accettato, era sua intenzione che cominciassero la loro prima opera proprio a Nauela. Si sarebbero occupate delleducazione delle ragazze e di un dispensario.
Non puoi immaginare, padre Dehon, la contentezza dei due padri a questa notizia! La presenza delle suore in una missione, le dà una dimensione di completezza e di dedizione straordinarie, mentre contribuisce potentemente a circondarla di prestigio e di fiducia nel cuore della gente.
Il vescovo ha pure confidato che un nuovo gruppo di nostri confratelli dovrebbe arrivare nei primi mesi del prossimo anno. Il superiore provinciale gli ha scritto che la partenza per il Portogallo è prevista per la fine dellestate e che resteranno là qualche mese per studiare la lingua.
Con queste belle notizie ti saluto in Corde Jesu!
Padre Anonimo s.c.j.
Da bordo del "Quanza", 25 febbraio 1948
Caro padre Dehon,
può darsi che lintestazione di questa lettera sia per te una sorpresa. Ma credo che mi approverai, perché i lunghi viaggi in nave fanno parte dellesperienza reale della vita missionaria. Ho accettato linvito dei nostri confratelli del secondo gruppo di partenti per vedere più da vicino cosa vuol dire non solo lo stare in missione, ma anche landarvi!
I miei confratelli in viaggio sono sei. Lepopea della partenza (la chiamerei proprio così) è iniziata a Bologna il 7 settembre dellanno scorso con la solenne Messa di saluto e dinvio celebrata dal Superiore provinciale. Non cerano soltanto i nostri sei del Mozambico: in tutto i missionari partenti erano ben 16! Tre erano destinati al Camerun, quattro allArgentina e tre al Portogallo. Durante la celebrazione, realizzata nella nostra parrocchia di S.Maria del Suffragio, attigua allo Studentato, è stato letto un telegramma del Papa, la cui premura ha certamente commosso i partenti (e non solo loro!). Ecco il testo:
"Città del Vaticano,5 settembre 1947.
Alleletto drappello Sacerdoti Sacro Cuore che,
accogliendo superno invito,
muovono conquista anime in terra missionaria,
Sua Santità,
invocando sopra loro viaggio et lavoro
perenne assistenza Divino Maestro,
invia di cuore, auspicio consolanti frutti apostolato,
implorata confortatrice Benedizione.
Montini Sostituto"
Alle 17 dello stesso giorno il Cardinale di Bologna Nasalli Rocca ha voluto consegnare personalmente ai missionari il crocifisso nella chiesa di S.Bartolomeo, proprio sotto le Due Torri. Il discorso è stato pronunciato dal nostro padre Franceschetti, ben noto per la sua infuocata oratoria. A nome di tutti ha risposto il padre Antonio Losappio, scelto come portavoce per essere il più anziano e, soprattutto, per i suoi trascorsi di professore di filosofia. Ha manifestato la comune decisione di affrontare qualsiasi sacrificio, pur di offrire tante anime al Cuore di Gesù, ed ha sottolineato la loro consapevolezza di avere enorme bisogno del sostegno spirituale di chi resta.
La cerimonia in sé è stata abbastanza breve, ma, alla sera ,nel cuore della notte, alle 23, cè stata una cerimonia veramente straordinaria. I sedici missionari, accompagnati da moltissimi fedeli con le fiaccole in mano, hanno portato a spalla in solenne processione dalla cattedrale di S.Pietro fino alla parrocchia del Suffragio limmagine dellamatissima Madonna di S.Luca, presente in quei giorni in città. A mezzanotte: solenne pontificale e distribuzione delle comunioni, fatta dai sedici che passavano avanti e indietro col ciborio tra la folla, radunata anche fuori dalla chiesa, nel cortile della parrocchia. Una giornata veramente memorabile, abbellita dalla constatazione dessere la vigilia della natività di Maria.
La partenza dallItalia dei nostri sei fu il 24 di settembre. Saluto della Provincia a Monza con la presenza di molti confratelli giunti apposta da parecchie case. Erano venuti anche i due provinciali precedenti, p.Santulli e p.Zagaria. Il superiore in carica, p.Ceresoli, li accompagnò sino a Milano, salì con loro sullo scompartimento, recitarono insieme le preghiere rituali per loccasione, impartì la benedizione e poi li abbracciò uno per uno. Il 25 passarono il confine a Ventimiglia, il 26 si fermarono per due giorni a Lourdes. Il P.Losappio, nominato responsabile del drappello, scrisse così al padre Provinciale: "Qui tutto è grandioso, il luogo, il Santuario, la folla dei devoti. Però ho trovato Lourdes come me la sognavo solo quando abbiamo potuto raccoglierci nella Grotta, povera, ma tanto bella!.. Vergine Immacolata ho ripetuto più volte fateci santi missionari e dateci dei santi missionari!"
Proseguirono in treno attraverso la Francia e la Spagna del nord, passarono da Salamanca, poi entrarono in Portogallo ed arrivarono a Lisbona alla fine del mese. Qui cera ad accoglierli il P.Colombo, venuto apposta da Madera. Aveva già trovato per ognuno alloggiamento e ministero: chi cappellano delle suore, chi in parrocchia, chi, addirittura, come il p.Giovanni Gadotti, nel seminario patriarcale di Lisbona. Due di loro invece, p.Damiano Bettoni e fr. Vittorio Maiocchi, sarebbero andati con lui a Madera, dove cera grande necessità. Avrebbero lavorato con i nostri padri, in attesa dellarrivo dei padri Carrara e Franchini.
Dopo quattro mesi di studio della lingua portoghese, di lavoro pastorale e di conoscenza ed amicizia di parecchie persone, è arrivato il giorno della partenza. Mi sono imbarcato anchio con loro il 7 febbraio su questo bastimento che porta il nome di Quanza, il fiume principale dellAngola. La nave è adibita al servizio di andata e ritorno tra Lisbona e le Colonie dellAfrica. Quanta gente è salita a bordo con noi! Partire con la nave è unesperienza indimenticabile: ci si sente trascinati lontano dalla terra ferma e da tutti coloro che, sul molo, sventolano fazzoletti, salutano e piangono. Il cuore di chi lascia qualche figlio o la moglie o i genitori deve sperimentare una commozione travolgente
Scendemmo lungo lestuario del Tago, veramente solenne e maestoso quando entra nellOceano.
I miei quattro confratelli intonarono il canto in latino dellAve Maria e del "Sub tuum praesidium" e subito un gruppetto di passeggeri si strinse intorno a loro per unirsi, anche se silenziosamente, alla preghiera alla Vergine. Ben presto, però, le onde delloceano aperto ci consigliarono di ritirarci in cabina!
I primi giorni di viaggio sono serviti per far conoscenza con alcuni dei passeggeri, specialmente con quelli che devono andare, come noi, in Mozambico. La nave è solida , non molto grande, abituata alle grandi traversate. In forza dellAccordo Missionario tra Governo e la Santa Sede, noi missionari abbiamo un trattamento di riguardo. Siamo alloggiati nella prima classe, dove le cabine sono confortevoli e la cucina molto buona e abbondante. A proposito di ciò, sono stato testimone di una scenetta veramente gustosa. Al termine del primo giorno di navigazione ceravamo fermati a Oporto per caricare altri passeggeri e materiale. Siamo potuti scendere per tre o quattrore e ne abbiamo approfittato per salire al convento dei cappuccini, dove sapevamo che cera qualche padre originario dellItalia. Al ritorno a bordo era già pronta la cena, molto abbondante e prelibata. Al vedere tutto quel ben di Dio, al padre Soldavini vennero in mente i suoi cari studenti di Foligno e quasi non voleva mangiar nulla pur di poter inviare loro qualcosa di quellabbondanza!
Il Quanza diresse decisamente la prua verso il mare aperto, in direzione alla nostra prima vera tappa: lisola di Madera. Il padre Damiano Bettoni, che si trovava lì da ottobre, aveva già scritto ai suoi compagni rimasti sul continente, descrivendo le bellezze di quellisola in mezzo allAtlantico, più prossima allAfrica che allEuropa. Ecco le sue stesse parole: "Madera è veramente unisola pittoresca. Sulle pendici dei monti, su ogni altura, sparse ovunque , sorgono ville e casette bianche che ricordano i mistici paesaggi dei nostri presepi. La temperatura è ottima. Non cè né inverno né estate, ma eterna primavera. La terra viene seminata tre volte allanno e sempre con abbondanti raccolti. Il nostro superiore, il p. Colombo è solito dire che qui doveva trovarsi il paradiso terrestre!"
Vi arriviamo col buio, alle 21,30. Nonostante la sosta prevista sia brevissima, ci permettono di scendere, e così anchio posso salire fino al nostro Collegio - Scuola Apostolica. I ragazzi ci hanno preparato unaccoglienza veramente simpatica con canti, poesie, discorsi e saluti.
A mezzanotte bisognava essere a bordo. Sul molo, allultimo addio, molte lacrime da parte degli Apostolini e del personale di servizio, nel dare labbraccio a fr.Vittorio Maiocchi. Col suo bel modo di fare e con la sua straordinaria bontà li aveva già conquistati tutti. Anche p. Bettoni ebbe la sua parte di gloria, salutato da una quantità di persone che avevano frequentato la sua cappellania del Buon Successo e lavevano cominciato a stimare ed amare. Cerano anche i componenti del gruppo missionario da lui fondato, impegnati ad aiutare specialmente con la preghiera e sacrifici lopera di evangelizzazione.
Il viaggio verso il sud è proseguito con il conforto del mare calmo. A bordo abbiamo fatto amicizia con altri missionari: due padri bianchi, un cappuccino ed alcune suore. Ci siamo organizzati per la nostra vita religiosa. Alle sei del mattino ci alziamo ed andiamo subito nella sala di lettura finché è deserta. Mettiamo sui tavoli i nostri altarini portatili e, servendoci la messa a vicenda, celebriamo tutti leucaristia. Approfittando della presenza eucaristica nel nostro cuore proseguiamo con ladorazione e la meditazione. In tal modo riusciamo a mantenere, anche in questambiente così eterogeneo ed estroverso, una sufficiente concentrazione interiore ed unione con Dio.
Due date importanti hanno scandito il nostro viaggio. La prima è stata il compleanno di p.Antonio Losappio, il 13 febbraio, cioè il giorno dopo il nostro arrivo a Madera. Essendo il nostro Superiore di Viaggio, labbiamo solennizzata con la preghiera ed anche a tavola. Il p.Soldavini aveva avvisato il comandante, che ha offerto una bottiglia di Porto per un brindisi in suo onore.
La seconda è stata il 21 febbraio, giorno dellattraversamento della linea dellequatore. Anche se eravamo tutti novellini, non abbiamo avuto nessuno scherzo o inconveniente. La nostra posizione di padri ci ha fatto da scudo! Non si può negare di provare una certa emozione intima ad attraversare lequatore ed entrare nellemisfero sud. Lignoto, per quanto amato, non può mai lasciarci indifferenti quando vi entriamo!
Stasera arriveremo a Luanda, la capitale dellAngola. Lì ci fermeremo un giorno intero, per poi ripartire per lultima tappa. Fa un po impressione fare il periplo dellAfrica per arrivare in Mozambico. Pur non avendo mai visto la costa, o quasi, la sua costante presenza alla nostra sinistra, oltre lorizzonte, si mantiene praticamente continua nel nostro spirito, anche se implicita.
Quando siamo passati di fronte al Camerun non abbiamo potuto fare a meno di ricordare i nostri confratelli là impegnati, e così pure davanti al Congo Belga.
Quantè grande questo continente, e come poco ancora conosce il vangelo! Spesso, quasi senza volerlo, ci troviamo appoggiati al parapetto a guardare dalla parte dellAfrica, così, in silenzio Non sappiamo nulla o quasi di ciò che ci attende, ci sentiamo impreparati per il grande compito dellevangelizzare. Ci offriamo con tutta la nostra incertezza ed il nostro timore al Cuore di Gesù. Come possiamo capire bene S.Paolo quando confidò ai Corinti di essersi diretto alla loro città in timore e tremore! Poi la nostra mano va al grande crocifisso che ci è stato consegnato alla partenza e che portiamo sotto la veste e, come lapostolo , comprendiamo che la nostra sicurezza è una sola, e non può essere che questa: non sapere nullaltro che Cristo e Cristo crocifisso!..
Un caro saluto da tutti noi!
tuo P.Anonimo s.c.j.
Alto Molócuè, 9 febbraio 1949
Caro padre Dehon,
sono venuto di nuovo qui ad Alto Molócuè per visitare il padre Pedro, il superiore Regionale, e parlare un po con lui della missione del Mozambico. Sono stato felice nello scegliere la data, perché il p.Pedro era tutto preso, in questi giorni, dalla stesura della relazione ufficiale da inviare al Vescovo, che la dovrà poi inoltrare alla Santa Sede. Una copia lha fatta anche per il p.Provinciale e una per larchivio della missione. Lho trovato quindi con tutte le informazioni presenti e fresche nella mente.
Ero arrivato a metà pomeriggio, mentre stava scrivendo. Sai bene anche tu come sia formidabilmente metodico in tutte le sue cose! Mi ha ricevuto con molta cortesia, ma si è subito scusato di non poter trattenersi, perché occupatissimo a finire la relazione. Ha chiamato il cuoco e lo ha pregato di darmi la stanza per farmi sistemare e poi di cercare subito il p.Damião perché stesse con me.
Il p.Damião è il p.Bettoni, che come ben sai - si chiama in realtà Damiano, ma che ha subito portoghesizzato il suo nome, secondo il simpatico uso di qui. Anche questa è una forma dinculturazione, per quanto estremamente semplice. Era occupato a fare scuola ai catechisti, ma è venuto subito. Qui in Mozambico - ma penso che sia così in tutta lAfrica - si dà una grande importanza allaccoglienza e alle relazioni interpersonali. Quando arriva qualcuno - specialmente se è un confratello si interrompe tutto quello che è interrompibile e si sta insieme a chiacchierare e a prendere qualcosa.
Mentre sorseggiavamo il tè, mi ha spiegato quanta importanza dessero alla formazione dei catechisti. Quando arrivò ad Alto Molócuè nel maggio dellanno scorso, il p.Luís Pezzotta aveva già portato a buon punto lorganizzazione della catechesi: oltre ad insegnare il catechismo alle bambine dellinternato delle suore, aveva iniziato la tradizione della catechesi anche nelle scuole che dipendevano dalla missione. Il p.Pedro, tuttavia, aveva a cuore soprattutto la formazione di catechisti che potessero dislocarsi e insegnare le verità della fede con più libertà di spostamento dei padri, con più calma e cosa fondamentale - nella lingua africana parlata dalla gente. Per quanto i missionari simpegnassero a studiare il Lomwè, erano ancora ben lontani dal poterlo parlare correttamente e in modo gradevole per chi li ascoltasse. Così il p.Luís aveva aperto anche un corso di catechisti ed era già a buon punto col programma.
Egli aveva trasmesso al p.Damião in meno di una settimana tutto ciò che stava facendo, e poi era partito per andare col p.Antonio Losappio a Mualama, per fondare quella nuova missione. Il p.Pedro era diventato famoso in breve tempo per la tempestività con cui dirigeva la movimentazione del personale!
A questo proposito il p. Bettoni mi confidò che, per loro giovani appena arrivati, tale rapidità se laspettavano, perché negli ultimi anni prima della partenza serano immersi un po nel mondo delle grandi figure dei missionari più famosi, come S.Francesco Saverio, padre Damiano di Molokai, padre Daniele Comboni ecc. Ebbene, riguardo a S. Francesco Saverio, patrono delle missioni, si raccontava che S.Ignazio avesse scelto un altro padre per partire da Roma collambasciatore del re del Portogallo. Questi aveva lincarico di presentarsi a corte e ricevere linvestitura per evangelizzare le Indie, di cui i Portoghesi avevano da pochi anni scoperto il cammino via mare. Alla vigilia della partenza il prescelto sera ammalato in modo serio ed a S. Ignazio non era rimasta altra soluzione che designare un sostituto. Si recò di notte nella cella di Francesco e gli disse di prepararsi in tutta fretta perché lindomani sarebbe dovuto partire collambasciatore per Lisbona e, da qui, per lIndia. Questi si inginocchiò per ricevere la benedizione di Ignazio, labbracciò, poi preparò i bagagli e lindomani partì. Mentre p. Damião raccontava questepisodio, gli vedevo gli occhi brillare! Devo riconoscere che tutti i confratelli che ho incontrato finora qui e sul Quanza sono veramente pieni di ardore missionario!
Per quanto p.Bettoni fosse disponibile a farmi compagnia, non volli trattenerlo e, appena finito il tè, gli dissi che mi sentivo un po stanco e che desideravo ritirarmi in stanza fino alladorazione. Mi informò che era in orario tutte le sere per le sei e mezzo, e che, venti minuti prima dellesposizione, si trovavano in cappella per il rosario.
A cena il p.Pedro fu particolarmente affabile, forse per farsi perdonare per essere dovuto restare chiuso in camera per scrivere la relazione. Da parte mia lo tranquillizzai, tuttavia gli chiesi di informarmi un po sui dati che stava scrivendo.
Cominciò col dirmi che la superficie della missione era quasi di 20 mila chilometri quadrati, cioè grande come una delle regioni dItalia, mentre gli abitanti erano sui 100 mila. Gli europei erano appena 90 persone.
Era stata fondata nel 1940 da un sacerdote diocesano portoghese. La sede però era stata spostata più volte alla ricerca di un posto più adatto e più alto. Si stabilì lì dovera, allinizio del 42.
Le suore erano giunte nellottava del natale del 1943, mentre il dottor Guedes era arrivato con tutta la famiglia nel novembre del 46.
Fino allarrivo dei nostri confratelli, in missione erano stati battezzati 8 africani, dei quali solo due vi risiedevano ancora, mentre le scuole in tutta larea erano sette.
Nel 47 i padri avevano battezzato 10 persone e nel 48 altri 63. Nel frattempo, di quei 73 cristiani ne erano deceduti 16.
Nel 1949 era stata finita di costruire la chiesa nella cittadina di Alto Molócuè, ed uno dei padri della missione vi si recava ogni domenica per celebrare la messa e poi si tratteneva per fare catechismo e scuola di canto agli africani. Le spese erano state coperte dalle offerte dei portoghesi residenti nel distretto.
Una delle preoccupazioni maggiori del padre Pedro era stata quella di disporre di insegnanti cristiani per le scuole, almeno per quella della sede. Lanno anteriore era riuscito ad avere quattro maestri che serano formati nella scuola per insegnanti indigeni nella missione di Boroma, presso Tete, gestita dai padri Gesuiti. Sempre nel 48 era terminato il primo corso di catechisti, quello iniziato dal p.Luís Pezzotta. I promossi erano stati quattro.
Mi congratulai col p.Pedro e col p.Damião per la solida impostazione data alla missione e per i risultati raggiunti in soli due anni. Non erano certo restati con le mani in mano!
Anche le suore serano date da fare: avevano 110 ragazze interne e nel dispensario cera stato un afflusso di 43 mila visite e medicazioni, vale a dire quasi 150 presenze ogni giorno.
Stamani il p.Damião mi ha accompagnato a visitare la "gafaria", cioè il lebbrosario, col camioncino Chevrolet, di cui dispone ora la missione. Il luogo è situato a circa 12 chilometri ed è tenuto dai religiosi dei Fatebenefratelli, che qui si chiamano i fratelli di S.Giovanni di Dio, dal nome del loro fondatore. Sono una congregazione che ha il carisma dellassistenza ai malati.
Lopera è costituita da numerose costruzioni dove abitano i lebbrosi, poi cè la casa dei fratelli, la cappella e il dispensario dove si fanno le medicazioni delle ferite ed ulcere che affliggono questi malati. Uno dei fratelli mi fa da guida e mi spiega che le mutilazioni non sono dovute direttamente al bacillo della lebbra, bensì al fatto che questa malattia dà spesso lesione dei nervi per cui il paziente perde la sensibilità. Senza la protezione del dolore il malato di lebbra si brucia e si ferisce senza accorgersene, e quindi la ferita si infetta facilmente. Linfezione si approfondisce, raggiunge le ossa, provoca unosteomielite, poi una distruzione dellosso e quindi appare una mutilazione.
Unaltra grave conseguenza dellinsensibilità, quandessa colpisce la pianta dei piedi, è lapparizione delle ulcere plantari. Il malato non si rende conto di nulla e facilmente esagera nel camminare senza cambiare il punto dappoggio sulla pianta. I tessuti si irritano, poi entrano in sofferenza per essere schiacciati sempre nello stesso punto, finché si forma unarea di necrosi ed appare unulcera plantare. Queste sono difficilissime da guarire: bisognerebbe convincerli a non appoggiare il piede fino a guarigione avvenuta, ma è unimpresa assai difficile da raggiungere.
Gli chiedo se esistono medicine efficaci ed il fratello mi dice che ora cè un gruppo di nuove sostanze: i sulfoni, che sembrano promettere bene e che si prendono per bocca, ma bisogna essere fedelissimi ad usarli, per alcuni anni.
Cè un bel clima di famiglia nella gafaria. I fratelli sono in confidenza coi malati e si vede come pure loro siano affezionati ad essi: si respira unatmosfera di villaggio più che di istituzione.
Rimontando in macchina noto che la carrozzeria è stata aggiustata e in parte ridipinta. Chiedo informazioni al padre Damião e mi racconta che lanno scorso il p.Pedro per poco non cadde in un fiume. Tornava di notte dalla cittadina ed i fanali non facevano molta luce. Vide il ponte allultimo momento, frenò bruscamente, ma non riuscì ad evitare di battergli contro. Per fortuna cera una folta vegetazione che attutì il colpo e gli impedì di cadere nel fiume. Subito accorse gente e fu possibile, collaiuto di qualche tronco tagliato in tutta fretta, rimettere la Chevrolet sulla strada e pian piano ritornare in missione. La cosa diventò famosa perché proprio il giorno dopo, mentre il p.Pedro era fermo sulla strada a chiedere un passaggio, un uomo venne a chiamarlo per battezzare suo figlio che aveva febbre e convulsioni e sembrava che stesse per morire. Il padre andò e lo battezzò col nome di Domenico, in onore del santo che aveva divulgato nella chiesa la recita del rosario, visto che era il mese dottobre, il mese del rosario. Ebbene, il bambino cominciò a migliorare e in pochi giorni guarì! Fu un episodio che dette molto entusiasmo a tutti, comè facile immaginare.
Come se non bastasse, nella prima settimana di dicembre apparve nel cielo una stella cometa dalla coda molto lunga e ben visibile. Quale migliore occasione per parlare della stella dei magi e della nascita di Gesù, durante le lezioni di catechismo?
A pranzo eravamo già a casa e ne ho approfittato per chiedere al superiore regionale comerano stati distribuiti i sei missionari coi quali avevo fatto il viaggio in nave. Il p. Pedro non ha nascosto la sua soddisfazione per avergli rivolto tale domanda! Mi ha spiegato nei dettagli la situazione delle varie zone e dei desideri del vescovo e poi mi ha dato le destinazioni. A Mualama aveva mandato, come già sapevo, p.Antonio e p.Luís. Era una zona a prevalenza mussulmana, ma cerano anche tanti pagani. Bisognava cominciare da zero, con una capanna e gli era sembrato che il p.Antonio Losappio fosse molto pratico e risoluto, capace di affrontare una situazione così impegnativa senza spaventarsi. Mentre lui era tutto preso dai problemi di fondazione, il p.Luís, che aveva mostrato, lì a Molócuè, tante belle doti di organizzatore della catechesi, poteva portare avanti levangelizzazione più diretta.
A Nauela aveva messo insieme i due cugini De Ruschi, Agostinho e Francisco, che si sarebbero potuti sostenere a vicenda nei delicati contatti coi protestanti, coi quali cera bisogno di tenere relazioni di buon vicinato, pur nellinevitabile situazione dessere, di fatto, concorrenti.
Restavano le due nuove missioni di Ile e di Gurúè. Per essere superiore ad Ile ci voleva un padre con un po desperienza, così aveva pensato di nominare il p. Pizzi, che era arrivato col primo gruppo lanno precedente ed aveva già avuto loccasione di iniziare una missione, insieme al p.Agostinho, a Nauela. Con lui aveva mandato il p.João Gadotti, che gli aveva fatto limpressione desser molto pratico e al tempo stesso ben preparato nella pastorale.
Per il Gurúè non restavano che due novellini: il p.Vicente Soldavini e il fr.Victor Maiocchi. Il padre fece il superiore e il fratello da primo consigliere!
Mentre per Ile fu scelta la zona di Muliquela a 13 chilometri dallAmministrazione, in una località vicina allomonimo fiume, che assicurava acqua abbondante, al Gurúè gli ordini del vescovo erano di restare in città. Gurúè, infatti, era un centro piccolo, ma con prospettiva di crescere molto per via delle grandi compagnie del tè, dove confluivano migliaia di lavoratori, che restavano per turni di sei mesi. Cera un po da ridire sul modo usato per reclutare la mano dopera, perché le Compagnie si servivano di agenti che andavano nei distretti e molte volte usavano metodi spicci per convincere gli uomini ad arruolarsi. Vedendo le cose da vicino, i padri avrebbero potuto far sapere al vescovo informazioni sicure, che gli avrebbero poi permesso di intervenire per difendere la giustizia ed eliminare, per quanto possibile, gli abusi più gravi.
"Il nostro vescovo è un uomo straordinario!", aveva concluso il p.Pedro. Ed io, che lo avevo già un po conosciuto, non ho potuto che concordare.
Per oggi, caro padre, termino qui. Stasera sono stato invitato a cena dal dottor Guedes e dalla sua famiglia. Il giorno si avvia ormai al tramonto ed i colori del cielo, dalla veranda della casa dei padri, sono una cosa splendida!
Domattina partirò subito dopo la messa e la colazione.
Un caro saluto in Corde Jesu!
Tuo P.Anonimo s.c.j.
Mualama, 14 Agosto 1949
Caro padre Dehon,
Mi è arrivata in questi giorni una lettera del padre Pedro, di cui ti voglio copiare i passi principali. Come ben sai ha labitudine di trattare tutti col "Voi".
"Caro p. Anonimo,
penso di farvi cosa gradita ad inviarvi copia di brani della lettera che la Segreteria di Stato della Santa Sede ha avuto la bontà di dedicarmi, in risposta a quella relazione che stavo scrivendo quando mi veniste a trovare nel febbraio u.s.
SEGRETERIA DI STATO DI SUA SANTITÀ
n.3030/49
Dal Vaticano, 23 maggio 1949
Reverendissimo Padre,
è qui giunta regolarmente la pregiata relazione sul primo anno di attività dei Sacerdoti del Sacro Cuore Gesù in diocesi di Beira, inviata dalla paternità vostra reverendissima.
Tale relazione, resa più interessante dalle note illustrative su la situazione del territorio affidato ai Missionari del suo Istituto e su le possibilità che ivi si offrono allopera di evangelizzazione, con le quali Vostra Paternità accompagna gli indici statistici, è stato oggetto di attenta considerazione da parte di questUfficio, il quale, nel dargliene riscontro, intende esprimere alla medesima Paternità Vostra e a tutti i Suoi collaboratori, il suo compiacimento per i promettenti inizi del loro ministero.
Già il primo anno di vita delle nuove missioni ha dato i suoi frutti; essi sono le primizie e il pegno di quelli più abbondanti con i quali il Signore non mancherà di coronare le fatiche di cotesti Missionari.
QuestUfficio ha intanto rilevato con soddisfazione limportanza che ella e i suoi Confratelli danno alla diffusione delle scuole. Vostra Paternità ha ben compreso come esse siano un mezzo efficacissimo di penetrazione tra la popolazione indigena, alla quale, insieme ai primi rudimenti delle lettere, si possono così insegnare e inculcare nellanimo le verità della Fede.
Codesti Missionari non mancheranno poi di attendere alla formazione di buoni e numerosi catechisti. Il loro ausilio è infatti indispensabile quando i Missionari stessi, sia per il loro limitato numero, sia per le grandi distanze da percorrere, non possono essere presenti in tutte le località. Laiuto pertanto che essi daranno allopera del sacerdote, compenserà largamente le fatiche spese per la poro formazione.
A conforto intanto e a consolazione della Paternità Vostra e dei Suoi collaboratori, sono lieto di parteciparle che il Santo Padre, il quale segue con viva sollecitudine lopera di evangelizzazione di coteste regioni, imparte a tutti di gran cuore, a pegno delle divine grazie, lApostolica Benedizione.
Profitto della circostanza per raffermarmi con sensi di distinta e sincera stima
di Vostra Paternità Rev.ma
Dev.mo nel Signore
DOMENICO TARDINI
Come vedete cè di che rallegrarsi! Mi ha rincuorato soprattutto lincoraggiamento per insistere nella formazione dei catechisti per la quale mi sono tanto preoccupato e impegnato.
Vi ringrazio, caro Padre, per la vostra cortesia e per la vostra visita di febbraio. Quando passate, sapete che ci fate sempre piacere!
Vi saluto nel Signore!
P.Pedro Comi s.c.j. "
Dopo questa parentesi introduttoria, caro padre Dehon, entro nel vivo della mia visita qui a Mualama. I due padri mi hanno fatto unaccoglienza straordinaria. Il superiore, p.Antonio, è molto ospitale e si fa in quattro per farmi sentir bene. Labitazione è una capanna, ma la costruzione della missione è abbastanza avanti. Il P.Luís si difende già bene con la lingua e si è molto impegnato nella catechesi e nei contatti con la gente: qui infatti, lontano dalle città, in pieno "mato", come si dice da queste parti (cioè in piena area rurale), ben pochi sanno parlare il portoghese!
Ho fatto leggere ai due padri la lettera del p.Pedro. Lhanno apprezzata anche loro, è chiaro, ma si sono messi a sorridere con un fare misterioso. Li ho stuzzicati, perché mi rivelassero il motivo di quel sorrisino. Il p.Antonio, allora, mi ha raccontato il loro primo spostamento in terra di missione, subito dopo larrivo a Quelimane.
Al porto cera ad attenderli il p.Pedro, che aveva già organizzato il viaggio, non per il giorno dopo, ma addirittura per la stessa notte! La partenza era infatti combinata per le tre del mattino, con un camion. Solo che esso era già ben carico! I loro bagagli furono sistemati sopra gli altri, coperti con una grande tela cerata e ben legati. Quindi tutti quanti salirono in cima e viaggiarono così, aggrappati alle corde per non cadere. I salti non mancarono, ma per fortuna non pioveva ed il cielo mostrava lincredibile scenario delle stelle del Sud e della luna piena, visto che si era nella settimana santa. In marzo il caldo è molto torrido, per cui quel viaggio allaria libera, nel fresco della notte era veramente gradevole. Arrivarono a Mocuba, distante 185 chilometri, nel primo mattino. Scaricarono i loro bagagli e li sistemarono sotto il portico di una casetta. Il p.Pedro li pregò di attendere un momento, mentre andava a ritirare la Chevrolet dal meccanico. Passa unora, ne passano due e p. Pedro non torna. Comincia a fare caldo, lombra sotto il portico diventa sempre più piccola. Arriva mezzogiorno e nessuno si fa vivo. Non appare nessuno, inviato dal p.Pedro per dir loro qualcosa. La sete e la fame cominciano a farsi sentire, ma, da bravi religiosi quali erano, non avevano in tasca neppure un soldo. Soltanto alle quattro del pomeriggio arriva il p.Pedro a bordo di un vero pezzo da museo e, come unica scusa, allarga le braccia con un gesto di rassegnazione e li invita a caricare e salire in tutta fretta, perché era già tardi e li attendevano altri 200 chilometri! Tutti si aspettavano, se non qualcosa da mangiare, almeno qualcosa da bere, ma niente!
Così fu il primo impatto con la vita missionaria e il primo incontro col p.Pedro. Ed ecco pure svelato il mistero di quel risolino
P.Antonio mi presenta la realtà della missione di Mualama. Il territorio è più piccolo di quello di Alto Molócuè: "appena" 12 mila chilometri quadrati. La capitale è Pebane, ma è situata eccentricamente rispetto al resto del distretto. Mualama invece è centrale, un po allinterno, a 30 chilometri dal mare in linea daria. Gli abitanti sono più o meno 90 mila, una parte Lomwè, quasi tutti pagani e residenti nelle zone più interne, ai margini della grande zona di bosco che li separa da Alto Molócuè, ed una parte Macùa, prevalentemente mussulmani e residenti sul litorale. Mualama, che è un centro amministrativo, si trova a 80 chilometri a nord dalla sede distrettuale di Pebane e ad altri 80 a sud del Posto di Naburi e la sua popolazione è in maggioranza Lomwè, dedita allagricoltura e alla caccia.
Mi riferisce che coi mussulmani non hanno mai avuto grossi problemi. Anzi, poco dopo la fondazione della missione, un pomeriggio, mentre era da solo nella capanna, sentì un canto lontano e vide venire per la strada una moltitudine di uomini, donne e bambini, con bandiere e tamburi. Sarà stata una festa? O una processione? Invece no: era unambasceria delle popolazioni mussulmane della costa, capeggiata dallo stesso grande capo dellisola di Yusi. Venivano per invitare i padri ad andare anche da loro. Si dicevano disposti a costruire da soli le scuole.
Aprire unaltra missione o spostare la sede da lì era impossibile, ma un giorno o laltro li avrebbero esauditi! Come prima risposta il p.Antonio aveva aperto una scuola nel territorio del Regolo Vilalo, a 80 chilometri più a nord, proprio fra i mussulmani di Naburi. Il Regolo, un vecchio molto garbato, aveva aiutato lui stesso a dirigere i lavori e a piantare i pali, a movimentare tutti, uomini, donne e bambini. Tante altre scuole erano state costruite e la gente aveva sempre aiutato molto.
Il primo anno era stato duro, specialmente per la povertà di vita, per il clima e soprattutto per la mancanza dacqua potabile. Utilizzavano lacqua di fiume, torbida e giallastra, dove tutti si bagnavano, persone e animali. La facevano bollire e poi la filtravano.
La popolazione locale intanto li stava studiando. Venivano in un gruppetto, si sedevano a distanza e restavano lì seduti, in silenzio, a guardarli. Anche i padri avevano cominciato a fare visite, recandosi specialmente dagli ammalati. Al p.Antonio era servito molto il corso fatto allospedale S.Orsola di Bologna durante la guerra dAbissinia nel 1936. A volte, però sorgevano casi imbarazzanti, come quello di un vecchietto che, dopo essere stato guarito da lui, si era seduto un giorno sotto la veranda della capanna del padre e gli aveva detto:" Padre, tu non hai voluto che morissi Ebbene, adesso dovresti darmi da mangiare per il resto della mia vita, perché io non ho nessuno che si prenda cura di me "
Il padre Antonio fa una pausa ed entra nella capanna, per uscirne,dopo pochi istanti, con un piattone di banane ed una bottiglia dacqua.
"Ecco, p.Anonimo mi dice - questacqua non è di fiume. Il mese scorso abbiamo trovato una buona sorgente non lontano da qui: una vera benedizione del Signore!"
Era ormai cominciata a scendere la sera e siamo rientrati al coperto. A quellora le zanzare cominciano a pungere e bisogna ripararsi.
Quasi subito è arrivato anche il p.Luís, colla bicicletta, reduce dalla visita a una scuola non lontana. Andammo nella cappellina, ricavata in un vano della capanna, per ladorazione. Mentre accendeva le candele, p. Antonio mi disse che non avevano ancora battezzato nessuno. Quella era una terra vergine e non ci voleva fretta, perché lannuncio cominciasse ad attecchire. Gli veniva spesso in mente quella frase di Paolo ai Corinti in cui diceva che il suo ministero fra loro non era stato quello di battezzare, bensì quello di annunciare.
Mi tratterrò ancora qualche giorno, qui a Mualama. Domani è la festa dellAssunzione di Maria. Per ora non ci sono cristiani, ma tra di noi la celebreremo con solennità! Il p.Antonio mi forza a restare ancora un po. È così insistente e sincero che alla fine ho deciso di accettare!
Ti saluto caramente nel Cuore di Gesù!
P.Anonimo s.c.j.
Mualama, 22 agosto 1949
Caro padre Dehon,
come vedi sono rimasto a Mualama unaltra settimana. Ed è stato un bene, perché ieri, domenica, il governatore della Zambesia è venuto a visitare il posto amministrativo di Mualama. Dopo lincontro con i coloni portoghesi è voluto passare anche da noi, qui, fuori mano. Per loccasione sera radunata molta gente, tutti nostri vicini, abbastanza in fermento per la novità e per la festa che sempre accompagna le visite di Sua Eccellenza!
Il governatore prese sottobraccio il padre Antonio e gli disse: "Con tutti questi evviva, cè troppo baccano, qui davanti. Andiamo dietro la capanna per parlare un po." Rimasero lì alcuni minuti e poi riapparvero per continuare con la popolazione. Quando il Governatore se ne fu andato, p. Antonio chiamò p.Luís e me e ci raccontò che cosa gli aveva detto. Aveva saputo del grande impegno messo dai padri per aprire nuove scuole e come la gente collaborasse volentieri nella costruzione. Aveva poi subito soggiunto: "Si ricordi però che listruzione più importante che il Governo vuole è quella del lavoro. Dia agli alunni in mano una zappa e dica che questo strumento si chiama zappa e che usarlo vuol dire zappare, e che zappare è la scuola migliore per la vita!". Il padre Antonio era convinto che quella frase fosse una risposta indiretta al nostro vescovo Mons. Sebastião, che stava portando avanti, sulle pagine del suo giornale di Beira "Diário", una battaglia di opinione pubblica a favore dellammissione degli africani agli studi secondari. Per ora la Chiesa aveva solo scuole elementari, che, nella loro maggioranza si chiamavano addirittura "rudimentali", perché i programmi dinsegnamento previsti dalla Direzione delle Scuole si proponevano di fornire i rudimenti del sapere. Dom Sebastião aveva già inoltrato richiesta di autorizzazione per aprire dei collegi cattolici in cui fornire linsegnamento secondario e non perdeva occasione per ribattere pubblicamente questo chiodo. Tutti i missionari pensavano che, prima o poi, lavrebbe spuntata.
I miei confratelli continuarono la conversazione su argomenti di questo tipo, riferendomi come lautorità fosse insistente e controllasse strettamente tutte le famiglie, affinché ognuna coltivasse un campo di cotone. Spesso indicava addirittura i terreni dove seminarlo, che, naturalmente, erano i migliori della zona. Lautorità entrava profondamente nella vita delle popolazioni, a volte con un certo eccesso di autorità e questo cominciava a far nascere qualche tensione tra i missionari e gli amministratori. Per le questioni di fondo bisognava avvisare il vescovo e lasciare a lui condurre le cose, ma per gli episodi più superficiali ed immediati, non si poteva aspettare che il vescovo intervenisse: bisognava recarsi direttamente dallautorità interessata e, possibilmente colle buone maniere, cercare di far cambiare decisione.
A volte sorgevano casi imbarazzanti, in cui era difficile saper prendere una posizione giusta. Il p.Antonio mi ha riferito, per esempio un caso come questo: viveva , proprio lì a Mualama un signore portoghese, impiegato dellAgricoltura, che aveva il compito di visitare i campi coltivati e gli alberi. Quando trovava una palma da cocco malata, aveva lordine di farla abbattere. Ciò era di assai difficile comprensione da parte della gente e quel funzionario era andato più volte dai padri a sfogarsi per lantipatia di cui era oggetto tra la popolazione. Che consigli dare in casi come questi? Era una cosa molto difficile.
Eppure cerano anche casi belli, come quelli dei medici dei distretti. Parecchi di loro erano veramente dedicati e la gente li amava. Uno di loro era il dottor Fonseca, delegato della Sanitá del distretto di Pebane. Ogni quindici giorni passava dalla missione per visitare i posti sanitari più remoti della zona. Restava fuori alcuni giorni di seguito e si portava sempre dietro il cibo per una settimana, in modo da non essere di peso a nessuno. Spesso i padri approfittavano di un passaggio sulla sua vettura per fare anche loro la visita alle scuole. Ebbene, pochi mesi prima, aveva avuto un malore mentre faceva il bagno in mare, sulla spiaggia di Pebane ed era scomparso tra le onde. Un ragazzone portoghese, di nome Albuquerque, responsabile del cotone, sera buttato per cercare di trarlo a riva ed invece era stato travolto pure lui: erano entrambi annegati. Fu un grande lutto per tutti ed il rimpianto per il dottor Fonseca era ancora vivo in tutta la regione.
Il padre Antonio era rimasto profondamente addolorato per la scomparsa di entrambi, ma forse un po di più per Albuquerque. Mi raccontò che lultima notte di Natale, mentre il p.Luís era andato a Pebane a celebrare la messa per gli europei, lui si trovava da solo in casa ed era uscito per rimirare le stelle che riempivano il cielo africano. Mentre faceva quattro passi, aveva sentito un pianto sommesso lì vicino. Sera avvicinato ed aveva scoperto un ragazzone di circa ventanni, Albuquerque, col volto bagnato da lacrime di nostalgia per la famiglia lontana. Lo aveva consolato ed invitato ad entrare per fare insieme la cena della notte di Natale, che, per i portoghesi è abbellita dalla tradizione di ritrovarsi tutti i figli insieme ai genitori, per quanto lontani possano vivere. Purtroppo il cuoco della missione era malato e in dispensa cera solo del pesce. Il padre Antonio cucinò due pesci per ciascuno, senza dolci e senza vino. Brindarono con acqua semplice, che era ben poco fresca, per via del caldo soffocante del dicembre mozambicano. A partire da quella notte il giovane Albuquerque era diventato come un ragazzo di casa per p.Antonio. La sua morte così tragica e prematura laveva profondamente commosso.
Una specie a sé erano i cacciatori. La missione sorgeva ai limiti della riserva di caccia più ampia della Provincia, decine e decine di chilometri di diametro. È naturale che, ai margini di quella foresta, vivessero dei cacciatori di professione, che, muniti di regolari permessi, procuravano selvaggina per i portoghesi ed anche per gli africani. Ogni tanto la missione riceveva qualche capo di cacciagione, naturalmente sempre in omaggio! I cacciatori più celebri, ed anche più amici dei padri, erano i famosissimi Cabral. Il "pater familias" era il vecchio Teodosio, originario dellAngola, dove possedeva grandi estensioni di terreno e moltissimi capi di bestiame. Il Governatore gli mandava spesso personaggi importanti perché li accompagnasse a cacciare. La sua ospitalità e generosità erano diventate proverbiali. Aveva un grande prestigio tra la gente, perché ogni tanto qualche leone vecchio usciva dalla riserva e cominciava a fare strage tra la popolazione. Lanno precedente, nel primo mese che i padri avevano passato a Mualama, erano state sbranate dal leone ben 23 persone, ma poi il patriarca Teodosio lo aveva ucciso, con grande giubilo di tutti.
La gente del posto non soffriva solo per i leoni e per la povertà. A volte sopravvenivano calamità naturali che creavano situazioni demergenza. A metà della stagione delle piogge, in febbraio, un ciclone proveniente dalloceano Indiano sera infilato nel Canale del Mozambico (il grande tratto di mare che separa il nostro paese dal Madagascar) e sera abbattuto sul territorio di Mualama facendo straripare due fiumi, uno da una parte e uno dallaltra della missione. Tutta la zona era rimasta isolata per settimane ed avevano dovuto andare avanti mangiando manioca, lunico alimento di cui disponevano, sia la popolazione che i padri.
La mia permanenza qui ha stimolato la conversazione dei confratelli, come puoi ben vedere dal tenore di questa lettera, caro padre Dehon. Ho pensato che, forse, avresti gradito sapere qualcosa anche tu della vita di tutti i giorni: la missione non è solo predicazione, sacramenti, costruzione di scuole, di case, visite di supervisione, viaggi a Quelimane o anche soltanto fino a Pebane e Alto Molócuè, per fare i rifornimenti o per documenti. È fatta anche di semplici relazioni umane, amicizie, sia con gli africani che con i portoghesi, di avvenimenti lieti e tristi, a volte di vicende ufficiali, ma più spesso, anzi, abitualmente, del banale "tran tran" della vita di tutti i giorni.
Domani parto per davvero. Ti saluto caramente!
Tuo P.Anonimo s.c.j.
In giro per la Zambesia, ottobre 1950
Caro padre Dehon,
ho pensato di fare un giro per la Zambesia e visitare , anche se un po di corsa, i confratelli. In questi ultimi tempi ne sono arrivati diversi. Le pressanti lettere del vescovo di Beira al Superiore Provinciale hanno trovato eco favorevole. Daltra parte lardore missionario dei giovani studenti e neo-sacerdoti è grande ed il Consiglio ha solo limbarazzo della scelta per fare la lista dei partenti. Lo schema della preparazione è sempre lo stesso: consegna del crocifisso, viaggio in treno passando per Lourdes, sistemazione in Portogallo per qualche mese per imparare il portoghese, poi viaggio in nave, sosta a Lourenço Marques per parlare col cardinale Teodosio de Gouveia, originario di Madera e nostro caro amico, quindi prosecuzione fino a Beira. Qui i missionari si presentano al loro nuovo vescovo e, pochi giorni dopo, proseguono su una nave costiera fino a Quelimane. La capitale della Zambesia ha infatti un porto dal fondale basso, situata comè sulla riva sinistra di un braccio di mare, a due o tre chilometri dalloceano aperto e solo le navi più piccole riescono ad entrare.
Il 25 marzo di questanno il direttivo Regionale è stato rinnovato, allo scadere dei primi tre anni di mandato. Il padre Pedro Comi è stato rieletto come superiore per un secondo triennio, mentre il primo consigliere è il p. Antonio Losappio ed il secondo il p.Agostinho De Ruschi. Ci sono stati poi numerosi cambiamenti anche nella distribuzione dei padri nelle varie missioni. Li vedremo durante il mio viaggio.
Ho pensato di non passare, questa volta, da Mualama, perché resta molto scomoda e fuori mano. Daltra parte ti ho scritto da lì non molto tempo fa. Lunica novità è la sostituzione del padre Luís, trasferito alla nuova missione di Molumbo, col p.João Gadotti. Cè poi un ulteriore motivo, e non secondario: siamo in ottobre e le piogge potrebbero cominciare da un momento allaltro. La zona di Mualama non è per nulla raccomandabile quanto a fondo stradale!
Il mio piano è di cominciare da Ile e poi proseguire verso nord e verso ovest, infilando le missioni come si fa con lago, per le perle di una collana.
La sede del distretto di Ile è un incanto per gli occhi. È situata tra i monti dalla forma di panettoni rocciosi, in cima ad un colle. Proprio nel punto più alto cè un trivio: una strada scende verso la costa, passando per Mocuba e proseguendo fino a Quelimane. La seconda scende rapidamente dallaltra parte e, con un percorso tortuoso, tutti su e giù, arriva a Vila Junqueiro e poi prosegue verso la Colonia Inglese del Niassaland. La terza strada non è propriamente una via di comunicazione: è unavenida, con due corsie, separate da aiuole nel centro e costeggiata nei lati da alberi frondosi per ombreggiarne i margini. Dopo un certo tratto riprende a salire leggermente, fino al palazzetto dellAmministrazione. Da lì si può proseguire, in una gola fra i monti, verso Socone. Siamo a più di 500 metri di altezza, perciò il clima non presenta quegli eccessi di calore e di umidità caratteristici della zona costiera. Il panorama che si gode da qui è amplissimo e di una pace e serenità veramente distensive.
Mi immetto nella strada che scende dal colle e va verso la cittadina di Vila Junqueiro, nel distretto del Gurúè. A 13 chilometri cè la nostra missione di Ile. Il luogo si chiama Muliquela e prende nome dal fiume omonimo che vi scorre a lato. La posizione non è così panoramica come la sede del distretto, però ha una vista abbastanza ampia verso nord. Ciò che ha fatto scegliere il posto penso che sia stata la ricchezza dacqua e la fertilità del suolo.
Vi arrivo verso mezzogiorno. Nonostante laltezza, il caldo è quasi opprimente. In questi mesi, nellalta Zambesia, il clima è asciutto e la vegetazione ha perso tutte le foglie. Il cosiddetto capim, cioè lerbaccia alta fino a tre - quattro metri che cresce dappertutto, è secco e rigido come se fosse fatto di finissime canne. Per questa sua caratteristica è usato dalla popolazione per farne dei fasci con cui ricoprire le capanne. Per poter preparare la terra per la semina bisogna prima liberare i campi. Il mezzo più semplice e di minor fatica è quello di appiccare il fuoco alle erbacce. Ora questi incendi ardono per giorni e giorni, surriscaldando laria e facendo volare a grande distanza cenere e scorie carbonizzate.
A Muliquela i lavoratori addetti alle costruzioni sono fermi da più dunora e stanno facendosi da mangiare sotto una tettoia di pali e di paglia. La prima impressione che ricevo è quella di un cantiere. Il padre Celestino Pizzi, che era stato nominato superiore allinizio, ha ceduto la responsabilità della missione al nuovo arrivato, il p. Afonso Biasiolli, un trentino di poche parole, austero e buon organizzatore, per dedicarsi con tutte le forze alle cose pratiche delle costruzioni.
I padri mi accolgono con affabilità. Il p.Celestino, nonostante il caldo, mi guida tra le varie costruzioni che stanno sorgendo, poi mi mostra i forni per cuocere le tegole e i mattoni, frutto della sua abilità. " Qui a Ile non stiamo con le mani in mano! Questanno ho già cotto 50 mila mattoni e oltre 9 mila tegole. Una delle nostre prime costruzioni è stata una scuola di trenta metri di lunghezza e dodici di larghezza."
Mentre parla gli si vedono gli occhi brillare dentusiasmo. Ora capisco il soprannome affettuoso con cui i confratelli parlano di lui: p.Celestino, lAmericano.
A pranzo il p.Afonso mi illustra il progetto. Si sta preparando un grande internato per le ragazze ed uno per i ragazzi, la casa dei padri è già coperta ed abitata, poi bisogna preparare le scuole ecc.
Anche in questa missione, come ad Alto Molócuè, cerano già le suore Francescane di N.S. delle Vittorie, che seguivano un gruppo di ragazze ed avevano un dispensario per i malati della regione. Le costruzioni sono state ampliate e sè canalizzata lacqua, facendo un grande serbatoio sopraelevato.
Al pomeriggio mi conduce dalle suore. I malati sono già stati tutti attesi e la comunità si dedica alle mille mansioni di cui le suore sanno sempre scoprire la necessità. Una di loro sta insegnando alle bambine a rammendare e a tenere lago in mano. Questa è unidea che, per la verità, avevo avuto già anchio, nonostante la mia mascolinità! Mi ha sempre colpito, fin dallinizio, lo spettacolo di tante persone, soprattutto bambini e uomini, ma anche donne, che vanno in giro con enormi strappi e scuciture nella camicia, nella blusa e perfino nei calzoni. Lavano gli indumenti, ma non li rattoppano praticamente mai. Ci ho messo poco a capire che la causa era la mancanza di una tradizione femminile di saper usare il filo e lago. Per cui mi sono molto rallegrato a vedere come le suore si impegnino con passione ad insegnare alle giovani questarte familiare, così fondamentale ed utile.
Il fervore delle opere mi ha rinforzato nel proposito di fare visite brevissime alle missioni. Scrivo queste note alla luce di un lume a petrolio nella camera degli ospiti. Subito dopo cena, abbiamo fatto dieci minuti di conversazione e poi, dopo aver recitato il "Tesaurus" ( il libretto di preghiere della nostra congregazione, che tu componesti tanti anni fa) e la compieta, ci siamo ritirati, ciascuno nella propria stanza.
Domattina partirò presto, subito dopo la messa.
Buona notte!
Riprendo in mano la penna ad Alto Molócuè. La vita della missione si fa sempre più intensa. Il dispensario lavora a pieno regime. La gente è contenta del dottore e delle suore. Lassistenza e la supervisione delle scuole sparse nel territorio occupa molto tempo ai padri. Linsegnamento del catechismo è ormai una tradizione consolidata. Il padre Pedro ha speso molte energie in proposito ed è riuscito a circondarsi di un buon gruppo di insegnanti cristiani e di un numero crescente di catechisti. Mi ha confidato che col Consiglio Regionale hanno ormai deciso di aprire in un prossimo futuro una scuola per catechisti nella missione di Nauela. Stanno aspettando larrivo di qualche altro padre per cominciare lopera.
Mi riferisce poi uniniziativa singolare, alla quale pensavano già da tempo: creare un allevamento di asini, per cercare di introdurne luso come animali da soma. Tutti i padri sono rimasti colpiti dallabitudine della gente di caricare i pesi sulla testa, dalle bambine e ragazzine che vanno a prendere lacqua, alle donne che vanno a lavorare nei campi con la zappa in bilico sul capo, agli uomini che portano al mercato sacchi di manioca o di arachidi o di altri prodotti della terra. Passi per i piccoli percorsi e per gli usi domestici, ma per i pesi maggiori e per le distanze più consistenti bisogna fare qualcosa per alleviare quellenorme fatica! Sè pensato così agli asini. Nella Rodesia del Nord sono usati come bestie da soma ed è stato possibile, con un po diniziativa, farne venire alcuni ed iniziare un allevamento. Ora qui in missione ce ne sono già un buon numero e siamo nella fase di "propaganda". Si tenta cioè dinvogliare alcune famiglie ad iniziarne lallevamento e luso. Non sè notato finora un grande entusiasmo: ogni novità, si sa, esige unassimilazione di nuove idee e linizio di modi di comportarsi mai sperimentati in precedenza. Il tempo sincaricherà di dire se luso delle bestie da soma sarà capace di far cambiare il modo di portare i pesi!
Trovo qui due nuovi padri: p.Ottorino Maffeis e p.Onorino Venturini. Sono entrambi molto giovani, piuttosto alti e slanciati. Sono pieni dentusiasmo e di desiderio di impegnarsi sia nel lavoro apostolico che in quello delle costruzioni, della coltivazione e dellallevamento. È un problema reale, caro p.Dehon, quello del sostentamento e della creazione di infrastrutture che permettano di realizzare lopera dellevangelizzazione e delleducazione. La predicazione del vangelo non può andare separata da quella della promozione umana. Sono stato a visitare alcune scuole, un giorno col p.Ottorino e uno col p.Onorino. Gli alunni sono numerosi dappertutto e pieni di desiderio di imparare. Mè parso di notare un sincero interesse anche nei genitori: vogliono veramente che i loro figli studino e imparino. Cè un po più di resistenza con le bambine. La mentalità di inferiorità della donna è ancora abbastanza radicata negli usi e costumi.
Per domattina, prima di partire ho combinato col dottore una visita al dispensario, mentre le suore mi hanno invitato a celebrare la messa per loro, molto presto. Chissà perché tutte le suore che ho conosciuto qui in missione amino alzarsi così di buonora? Se stesse in loro preferirebbero finire la messa proprio mentre laurora comincia a schiarire il cielo e soltanto le stelle più grosse si attardano ancora a brillare. Incorreggibili spiriti poetici o anime nostalgiche di preghiera contemplativa, avvolta dal silenzio dellultima vigilia della notte?
Caro padre Dehon, ti scrivo molto romanticamente da sotto un albero di mango. Da un anno o due il Governatore della Zambesia ha fatto piantare lungo le strade della Provincia un numero sterminato di manghi. Le principali vie di comunicazione sembrano degli interminabili viali, mentre la gente, che si sposta moltissimo a piedi, lo benedice per aver posto dappertutto questa risorsa per calmare lappetito e ristorasi nel cammino. Stiamo viaggiando, padre Pedro ed io, con la Chevrolet di Alto Molócuè in direzione a Nauela. Abbiamo forato dopo dieci chilometri e poi di nuovo ora. Non sappiamo esattamente a che distanza siamo dalle due missioni perché il contachilometri non ha più funzionato dopo lincidente del ponte dellanno scorso. Padre Pedro ha stimato che siamo ancora più vicini ad Alto Molócuè che a Nauela. Ad ogni modo ha fatto togliere la ruota dallaiutante di carro (questo è il bellissimo nome del ragazzo che accompagna, sempre e dappertutto, ogni missionario e ogni portoghese che viaggi per queste strade e che meriterebbe assai di più un nome come "angelo custode", perché è incredibile la quantità di cose che il conducente pretende da lui, ma infinitamente di più sono le cose che di fatto riesce a risolvere in qualunque avventura - o sventura! - di viaggio) e poi lha fatta smontare per estrarne la camera daria. Ora laiutante di carro è in giro nella boscaglia in cerca della pianta della colla. Cè infatti un albero che fa un succo, una specie di linfa che esce dai rametti o dai gambi delle foglie spezzati, molto efficace per incollare superfici larghe e piane. In un sacchetto ci sono dei ritagli di camere daria vecchie, che servono per fare delle pezze per tappare i buchi delle forature. Insieme con loro il viaggiatore avveduto mette sempre anche della carta vetrata per preparare le superfici da incollare. È incredibile quante cose sia prudente portare con sé in ogni viaggio: qui le distanze fra centri abitati si misurano in decine di chilometri e le macchine che si incrociano in un giorno stanno sulle dita di una mano o, se si è fortunati, di due! Per questo la possibilità di essere soccorsi è veramente minima. Cè sempre una robusta corda per farsi rimorchiare (o rimorchiare altri malcapitati), un coltellaccio per tagliare rami e frasche da mettere sotto le ruote in caso di impantanamento, pezzi di filo di ferro e di spago, la cassetta con pinze, chiavi inglesi, cacciaviti, stracci, il piccone e una vanga per uscire dal fango sdrucciolevole, oltre al crick, alla pompa a pedale per gonfiare le ruote e ad una lanterna.
Già che ci siamo, il padre Pedro fa aggiustare tutte due le camere daria forate. Quando si comincia con la sfortuna, non si sa mai quando la smetterà!
Riprendo la penna in mano mentre stiamo per risalire. Il ragazzo ha fatto tutto con unabilità straordinaria. La linfa di quella pianta è veramente efficace. Lunico inconveniente è che bisogna aspettare una mezzoretta perché faccia presa. Ed ora via, verso Nauela!
A Nauela, caro p.Dehon, ho trovato parecchio entusiasmo. Nel luogo che fu scelto tre anni fa, quando capitai qui col vescovo Dom Sebastião, ci sono già alcune costruzioni. La casa dei padri è finita e già abitata. Anche quella delle suore è ormai pronta. Fra pochi mesi dovrebbero arrivare le prime suore della Congregazione dellAmor di Dio, fondate in Spagna attorno alla metà del secolo scorso. Gli internati per i ragazzi e le ragazze sono a buon punto. Il p. Agostinho sta già pensando alla chiesa ed ha fatto mettere giù i picchetti che ne delimitano larea. Il posto è molto bello e la temperatura piuttosto fresca: siamo attorno ai novecento metri daltezza.
In missione cè un nuovo padre al posto di p. Francisco De Ruschi: è il padre João Bonalumi, che è appena arrivato in Mozambico ed è chiamato da tutti i confratelli col nome di Giovannino. Il diminutivo si riferisce forse allaspetto molto giovane - quasi di un ragazzino - del padre, perché, quanto alla corporatura, non lo meriterebbe di certo! A proposito di soprannomi ho saputo che anche il padre Agostinho ne ha uno, quello di Conte Zio, evidente rimembranza dei tempi del seminario, quando si studiavano a scuola i Promessi Sposi. Ha infatti la gentilezza ed il "saper fare" propri dei vecchi nobili dei secoli passati, uniti ad un occhio a cui nulla sfugge e ad una prudenza che prevede e pensa a tutto.
Ho saputo che cè un commerciante di qui che deve andare al Gurúè domani. Ne approfitto per fare il viaggio con lui.
Sono al Gurúè, ma non a Vila Junqueiro dove i padri serano sistemati allinizio. La missione è stata fondata a circa 15 chilometri dalla cittadina, in una località chiamata Invinha. È un luogo pianeggiante, tuttavia cè unampia vista, perché il terreno è in leggera pendenza e lo sguardo può spaziare dalle montagne che sovrastano il centro abitato fino alle sagome dei rilievi che chiudono lorizzonte di fronte a noi. Sulla destra, in un piano più distante, si vede il grande monte Namuli, luogo sacro per eccellenza, da cui, secondo la tradizione, sono discesi i primi uomini. Questa cosa la sanno tutti e quanto profondamente sia radicata nel cuore della gente, lo dimostra il fatto che i morti sono sepolti su un fianco, con la faccia rivolta verso il monte sacro.
Anche qui lavori in corso! La fondazione delle missioni comporta sempre un grande impegno di costruzioni. In ogni gruppetto di padri che formano una comunità bisogna che qualcuno si immerga con tutte le energie in questopera. Ad Invinha ho trovato come superiore il padre Vicente Soldavini, e poi il padre Francisco de Ruschi e il fratel Vittorio Maiocchi. È questa la prima volta che li incontro dopo il memorabile viaggio sul Quanza, da Lisbona fino al Mozambico. Grandi abbracci di letizia al rivederci dopo circa due anni. Tutti e tre insieme mi portano a vedere le opere in corso. Lo schema è più o meno lo stesso in tutte le fondazioni. Prima la casa dei padri e linternato, poi la costruzione della casa delle suore. Linizio della sua costruzione dipende da quanto sia sicura la loro presenza o la promessa di un loro prossimo arrivo. Seguono poi linternato delle ragazze, padiglioni per la scuola, magazzini ecc. Ad un certo punto fratel Vittorio chiede il permesso di assentarsi perché vuole preparare un pranzetto speciale per festeggiare il mio arrivo... Questo fratello è straordinario: sempre allegro, servizievole e gentile. Basta la sua presenza per sentirsi sereni e ben disposti!
A pranzo studiamo la maniera per poter andare allultima meta del mio viaggio, a Molumbo. Posso prendere la corriera che ogni giorno va da Vila Junqueiro fino a Milange, al confine con il Niassaland. La missione di Molumbo si trova più o meno a metà strada. Il percorso è tormentato, pieno di sali scendi e di molte curve, la strada è di terra battuta, ma, dato che non ha ancora cominciato a piovere, il fondo dovrebbe essere regolare. Bisognerà invece che mi prepari ad una memorabile impolverata di terra rossa!
Eccomi finalmente a Molumbo! Padre Damião Bettoni e padre Luís Pezzotta mi accolgono con grande cordialità. Larrivo di un confratello è per loro un avvenimento di grande gioia. La posizione geografica di questa missione è veramente un po fuori mano ed isolata. Ciò nonostante cera già, prima del loro arrivo, un sacerdote portoghese. Hanno trovato la casa dei padri già esistente, anche se molto modesta. Il centro abitato, poco distante, ha alcune botteghe e la sede di un Posto Amministrativo. Limpressione che ho provato, al mio arrivo in corriera, è stata quella di trovarmi ai confini del mondo. Sarà forse stato leffetto di un viaggio che non finiva più, di unimmersione totale, per ore ed ore, nellambiente senza fretta del "mato"(cioè delle zone rurali fuori mano), sarà forse stato il silenzio della natura e dei campi, che mi pareva di toccare con mano ad ogni fermata, quasi fosse palpabile come laria calda o come la luce a perpendicolo del sole (due presenze che si impongono alla coscienza e ai sensi con unevidenza indimenticabile). Comunque sia, limpressione che mi dura finora è veramente questa, di essere in un posto sperduto. Lorizzonte è ampio, anche se cè unaltura quasi sopra la nostra casa. Comunico queste mie impressioni ai due confratelli. Mi confidano che anche loro allinizio avevano provato qualcosa di simile, ma poi, col risiederci, con gli impegni della vita di tutti i giorni e, soprattutto, col relazionarsi sempre più strettamente con le persone del luogo, si sono ormai ambientati.
A pranzo mi raccontano come anche qui il lavoro principale sia quello di seguire le scuole. Ne hanno trovate alcune già esistenti, sparse nella regione, ma la situazione di evangelizzazione è ancora quasi a zero. Il padre Luís, che si trova in Mozambico da tre anni e mezzo, se la cava discretamente colla lingua, e sè già buttato, anima e corpo, nella catechesi e nella formazione dei maestri. In questa prima fase di missionazione sembra una buona soluzione questa, di stimolare gli insegnanti elementari a collaborare nella catechesi. Molti di loro non sono ancora stati battezzati, ma è molto diffuso il desiderio di farsi cristiani.
Insomma, padre Dehon, ho trovato dappertutto una chiesa nascente. Questi nostri confratelli mi appaiono tutti pieni di vero zelo e di desiderio sincero di seminare il Regno di Dio nelle zone loro affidate. Credo però che la maggioranza di loro non simmaginasse certo quanto lavoro materiale portasse con sé limpegno di fondare una missione. Non mi sono parsi però minimamente impauriti o disillusi. La realtà è questa e quindi bisogna adattarvisi.
Ed ora ti saluto, caro padre. Spero che ti ricordi, nelle tue preghiere, che siamo in ottobre, il mese missionario, oltre che del rosario!
Tuo p.Anonimo s.c.j.
Mozambico, in viaggio negli anni 50
Caro padre Dehon,
lascia che questa volta cominci con un ringraziamento per il permesso che mi hai ottenuto in paradiso perché potessi viaggiare non solo lungo le strade, ma anche lungo il tempo.
Ho pensato di cambiare così "itinerario", almeno per questa volta. Invece di andare in giro per le missioni, andrò in giro lungo gli anni 50.
Come avrai potuto capire dalle mie lettere, la vita in tutte le missioni scorre fondamentalmente in modo abbastanza simile. Nei primi anni si vive il grande sforzo di "gettare le basi", non solo in senso spirituale, ma anche in quello strettamente fisico di costruire case, internati, scuole, cappelle, magazzini ecc. La strategia generale è quella di "occupare il territorio", mossi da un desiderio di arrivare per primi, in relazione a protestanti e mussulmani. Bisogna fare presto! Bisogna approfittare di tutte le opportunità. In questi anni prima del Concilio lecumenismo è ancora un atteggiamento di pochi, mentre la convinzione che fuori dalla Chiesa ( naturalmente quella Cattolica) non cè salvezza, è vissuta con ansietà e apprensione. Cè ancora radicato nel subconscio il convincimento che la salvezza di tutti passa solo attraverso la via visibile della fede esplicita e del battesimo e che pertanto non si può riposare, non ci si può fermare, non si può rimandare lapertura di nessuna missione, perché, altrimenti, sarebbe mettere intralci alla volontà del Signore che è che tutti si salvino.
Ma ormai, padre Dehon, il Concilio si sta avvicinando a grandi passi! Tuttavia, per il momento, lo possiamo sapere solo tu ed io. Quanta fiducia e che maggior libertà, serenità, gioia ci dà il sapere che lo Spirito Santo è capace di salvare e di santificare anche al di fuori dei cammini visibili e controllabili dai sensi!
Però, seppure velato da una certa ansietà, quanto grande è lo zelo e quanto grande lamore per questa gente!
Ti avevo cominciato a parlare del mio desiderio di fare un viaggio lungo gli anni cinquanta.
Credo che le linee più salienti dellinizio della decade siano state lapertura, per volere di Mons. Sebastião, dellopera di Quelimane e del catechistato di Alto Molócuè. Ti avevo già scritto dei progetti di aprire una scuola per catechisti, forse a Nauela. Ma il vescovo decise di accelerare i tempi e venire in soccorso alla nostra scarsezza di personale, affidando la formazione dei catechisti ai fratelli Maristi, portatori del carisma dellinsegnamento e della formazione. Decise anche che il posto migliore era senzaltro Alto Molócuè, vista limportanza e la centralità di questa missione e la facilità di avere unadeguata assistenza spirituale sia per i fratelli che per gli alunni catechisti.
Quanto allopera di Quelimane, questa era unantica speranza dellinesauribile Dom Sebastião, che, nonostante limmensità della sua diocesi, ne conosceva tutte le esigenze e ne sognava tutti gli sviluppi. La presenza dei coloni portoghesi, in maggioranza uomini, aveva dato origine alla nascita di molti bambini mulatti, che per lo più restavano a vivere colle mamme. Bisognava fare qualcosa per loro! Ci voleva unopera sociale, con un luogo dove potessero studiare e imparare un mestiere che consentisse loro di affrontare la vita con dignità.
Lincarico cadde sul padre Antonio Losappio, che, dopo lavvio di Mualama, si vide affidare lincarico di aprire una scuola di Arti e Mestieri, completa di aule, officine, internato e dispensario. Poi - già che cera! poteva ben affiancarvi una parrocchia, di cui si sentiva un grande bisogno. Sul nome da darle, padre Antonio non esitò neppure un istante: lavrebbe dedicata alla Sacra Famiglia! Chi più di Gesù e di Giuseppe avrebbe potuto condividere la fatica del lavoro ed avrebbe potuto insegnare lonestà, la serietà e la perseveranza? E chi più di Maria si sarebbe potuto prendere cura con affetto materno di quei ragazzini un po al margine della città?
Cera però un problema non da poco da risolvere. Il Comune aveva regalato una bella estensione in periferia, proprio dove usciva la strada che collegava la città al resto della Provincia, ma il terreno era molto basso, assai paludoso. Bisognava, come prima cosa alzarne di almeno un metro il livello. Che opera sovrumana!. Tuttavia il p. Antonio non si spaventò: se gli egiziani erano riusciti a costruire le piramidi tremila anni prima di Cristo, lui sarebbe riuscito a livellare un terreno pantanoso nellanno di grazia del 1951! E così fu.
Allinizio accettò lospitalità del parroco della città, p.Manuel Guerreiro ed ebbe la fortuna di trovare un "mestre de obras", cioè un direttore dei lavori, veramente efficiente, nel signor Quintas. Si lavorava con ardore dalla mattina alla sera e il terrapieno prima e le costruzioni poi, cominciavano a prendere corpo. Altri due confratelli vennero a rinforzare le fila: p. Francesco De Ruschi e p.Celestino Pizzi. La città vedeva con soddisfazione quellopera e, fra tutti, il governatore della Zambesia, Gouveia e Melo. Veniva spesso alla sera a fare due chiacchiere con i padri. Ed essi, conoscendo il debole che aveva per la musica, non si lasciavano sfuggire loccasione per rallegrarlo con qualche suonata di pianoforte, di cui il P.Francesco era un vero maestro. Non mancavano pure i brani dopera cantati dalla voce tenorile del p. Antonio.
Questa della musica fu una nota caratteristica di quei primi anni. Il p.Francesco aveva formato una vera "Banda "musicale di ragazzini e, nei pomeriggi della domenica e delle feste, andavano a fare un concerto in città nei giardinetti vicini al Lungomare che correva di lato al Rio dos Bons Sinais. Grazie a questiniziativa, lopera della "Sagrada" (questa era la forma abbreviata del nome in portoghese di Sagrada Família) diventò ben presto conosciuta e addirittura famosa prima ancora di aprire i battenti della scuola.
Il Consiglio Regionale, nel 1952, fece alcuni di quei trasferimenti di personale che restarono famosi per la loro frequenza. nella storia dei primi anni della missione. Ma era necessario fare spesso rimpasti di comunità per via del ritmo tanto accelerato sia di apertura di nuove missioni sia di arrivo di nuovi confratelli.
Furono così collocati alla Sagrada Família il p.Tarcisio Finazzi, appena arrivato dallItalia, pieno di energia ed ottimismo ed il primo collaboratore laico della storia della missione del Mozambico, il giovane Adriano Campiglio, che contava appena 25 anni. Questultimo aveva soltanto gli studi delle scuole tecniche ed aveva sentito la vocazione di lavorare in missione come laico. Sera incontrato col padre procuratore, che laveva seguito per un periodo di preparazione di due anni, poi era partito col padre Finazzi. Serano fermati insieme a Madera per imparare il portoghese ed insieme erano ripartiti per il Mozambico nel dicembre del 1951.
Adriano sera buttato, allinizio, a fare il camionista per trasportare il materiale da costruzione nelle varie missioni, poi era stato collocato fisso a Quelimane. Per un anno e mezzo sera prodigato per lopera in costruzione, ma, alla fine delle piogge del 54, la salute laveva abbandonato. Si sentiva sempre più senza forza ed erano cominciate ad apparire delle linfoghiandole ingrossate. Il dottore di Quelimane aveva intuito qualcosa di brutto ed i padri lavevano subito fatto tornare in Italia per curarsi. Tutto però risultò inutile, perché il 2 settembre morì, stroncato a 27 anni da un linfoma maligno.
Debbo dirti, padre Dehon, che Adriano ha lasciato qui in Mozambico un bel ricordo di sé. Giovane, pieno di entusiasmo e di voglia di lavorare, animato da vero amore per il prossimo e da spirito di preghiera, è ancor oggi ricordato con affetto da tutti.
Nel primo lustro della decade ci furono anche importanti novità nella conduzione della congregazione. Innanzitutto nel 1953 ci fu la nomina del nuovo Consiglio Regionale: p.Antonio Losappio, superiore, col p.Ottorino Maffeis e p.Afonso Biasiolli come consiglieri.
Sempre in questanno ci fu pure la prima visita di un superiore dallItalia. Venne il p.Colombo che era Provinciale. Fu un viaggio pieno di amicizia e di riabbracci, perché, dalla sua antica sede di Madera li aveva visti passare quasi tutti, senza contare gli accordi che aveva preso con varie parrocchie, conventi, seminari e case religiose del Continente, dove i nostri missionari si erano fermati per apprendere a parlare correttamente il portoghese.
Nel 1953 cera in programma anche il Capitolo Generale. Tutto ormai era già organizzato per il 15 settembre, quando, durante lestate, il Superiore Generale p.Guglielmo Teodoro Govaart si ammalò gravemente. Il Padre Vicario si vide costretto a rinviare la convocazione per la primavera seguente, ma il 7 settembre il nostro padre Generale spirava. Bisognava eleggerne uno nuovo al più presto e così la data di convocazione del Capitolo fu ancora una volta spostata e fissata per i primi di gennaio del 1954.
Venne eletto un uomo veramente straordinario! Il nuovo Superiore Generale era il p.Alfonso Maria Lellig, tedesco, di neppure 45 anni. Nel 41 era stato chiamato alle armi appena ritornato da Roma, dove aveva conseguito il dottorato in sacra Teologia. Fu arruolato in Sanità ed inviato in Russia. Dopo quattro anni, al momento del collasso delle truppe tedesche, fu fatto prigioniero dai Sovietici a Koenisberg, l8 aprile, pochi giorni prima della fine della guerra! Rimase prigioniero per ben quattro anni, prima in Lettonia e poi in Cecoslovacchia, come falegname e minatore. Le sue qualità umane ed intellettuali, però, diventarono ben presto evidenti, al punto che fu posto dai Russi a capo del Lager, nonostante fosse risaputo che era un sacerdote cattolico. In questa posizione aiutò molto i suoi compagni. Dopo quattro anni di prigionia, alla fine di settembre del 49 gli si presentò unoccasione favorevole, che non si lasciò sfuggire. Con una avventurosa e fortunata fuga, riuscì ad arrivare a Berlino il 9 ottobre. Qui gli Alleati lo ricevettero e lo spedirono, per via aerea, a Francoforte sul Meno.
Già nel suo primo discorso come Superiore Generale aveva promesso il suo interessamento e sostegno più vivo alle missioni della Congregazione. Non perdette certo tempo! In maggio istituì il Segretariato Generale delle Missioni e nominò per questa carica il p.Christen, lantico Vicario del defunto p.Govaart. Dopo poco partì per un viaggio, che durò ben cinque mesi, per visitare tutte le nostre Missioni africane , Sudafrica, Mozambico, Congo Belga e Cameroun, passando, nel ritorno via mare, per Madera e il Portogallo.
Il p.Lellig, caro padre Dehon, ha molto apprezzato in quel viaggio lattività dei missionari e molto di più il loro spirito di preghiera e di impegno nellevangelizzazione. In Mozambico ha viaggiato in lungo e in largo, accompagnato dal p.Antonio, sperimentando le soste forzate per le forature e gli impantanamenti causati dal fango della stagione delle piogge. Da Quelimane ha pure scritto una lettera di rallegramenti e di saluto al padre Provinciale dItalia. Dopo il ritorno è andato a parlare del suo viaggio agli studenti di teologia di Bologna e allo Scolasticato di Monza. Il suo racconto è durato più di due ore e mezzo. Tra le cose citate dal p.Lellig che più hanno colpito gli studenti cè stato il ricordo per lospitalità veramente affettuosa e straordinaria riservatagli dal superiore Regionale (p.Antonio), poi lepisodio del p.Vicente Soldavini che non riusciva a mangiare tre cucchiai di seguito senza doversi alzare per chiamare un catecumeno o per dare un ordine ed infine la definizione, riservata al p.Nava, di "vero ingegnere", per lammirazione suscitata nel p.Generale dalle costruzioni di Mualama.
Il suo passaggio tra i missionari ha certo contribuito molto per incoraggiare e per far crescere in loro la consapevolezza di essere seguiti e sostenuti da tutti i confratelli.
Frattanto alla fine del 1953 era stata eretta la nuova missione di Mulevala, sempre sotto la spinta del desiderio di occupare il territorio appena se ne presentasse la minima convenienza. Tuttavia, per la mancanza di personale sufficiente, era stato deciso di aprirla senza una comunità residente. La seguiva uno dei padri della comunità missionaria di Muliquela-Ile
Ancora nel 1954 cè stato un avvenimento di importanza fondamentale: la creazione della nuova diocesi di Quelimane, corrispondente, come territorio, a tutta la provincia della Zambesia, poco più di 100 mila chilometri quadrati. È stata ritagliata dalla diocesi di Beira, che abbracciava un terzo del Mozambico. Come suo primo vescovo, la Santa Sede nominò p.Francisco Nunes Teixeira, che era il segretario di Dom Sebastião Rezende, vescovo di Beira. Per i nostri padri è stata una bella notizia, sia perché avevano una grande stima del nuovo eletto, sia perché cera con lui una vera amicizia, basata sulla stima reciproca. Anche se Dom Sebastião cessava di essere il nostro vescovo diretto, rimaneva tuttavia come nostro arcivescovo, a cui la diocesi di Quelimane, sua suffraganea, doveva fare referenza. La presenza del vescovo a Quelimane era una bella e grande novità: i contatti potevano essere ben più frequenti e diretti. Tutto diventava più agile e immediato.
Il 1954 fu anche lAnno Mariano. I nostri confratelli non si lasciarono certo sfuggire loccasione per onorare come si conveniva Nostra Signora. Nella vita delle comunità cristiane si tennero numerose iniziative per manifestare lamore semplice e sincero dei cristiani verso la Madonna.
Tra i missionari si cominciò a progettare la costruzione di alcune grandi chiese nel contesto delle costruzioni delle Missioni. Sorse quasi una sfida a chi costruiva la chiesa non solo più bella (difficile da giudicare) ma anche la più grande (e qui non ci potevano essere dubbi, fosse anche di un solo metro, in più o in meno). Si mise mano così alla costruzione delle chiese di Muliquela-Ile, Gurúè-Invinha, Mualama, Molumbo, Nauela e, un po più tardi, a quella della Sagrada Família. Una "competizione" che doveva occupare molte energie e molti mesi, per non dire qualche anno, di duro lavoro.
Nel 1956 scadeva il triennio del Consiglio Regionale e giungevano in Mozambico ben quattro nuovi missionari: p.João Colombo, p.Fortunato Pegolotti, P.José Brambilla e un sacerdote diocesano di Cesena, don Dino Finazzi. Nel 1955 era arrivato come collaboratore laico il sig. Domenico Mazzucchi, insieme al p.José Carlessi. Era loccasione favorevole, tanto attesa, per unulteriore espansione. Cera, finalmente, personale sufficiente per iniziare la nuova missione del Gilé.
Vi andò il p.Antonio Losappio, sempre desideroso di situazioni di frontiera. A Quelimane venne il p. Agostinho De Ruschi, che già lo aveva sostituito a Mualama. La carica di Superiore Regionale fu affidata di nuovo al p.Pedro, che, nel frattempo era stato trasferito a Muliquela-Ile.
La missione del Gilé era la più fuori mano di tutte, in un distretto molto ampio e non molto abitato, situato su una strada secondaria, che univa Alto Molócuè alla città di Nampula.
La collocazione del p. Antonio era stata concordata col Vescovo Dom Francisco. Al momento p.Antonio era da solo. Un confratello lavrebbe raggiunto appena possibile. Ma, si sa come vanno le cose in Africa, e qual è la velocità a cui corrono gli avvenimenti quaggiù, sotto lequatore! Visto che in quei giorni mi trovavo a Quelimane mi offrii di fargli compagnia nel viaggio e poi per qualche giorno al Gilé. Ne rimase assai contento. Nonostante avesse un carattere che gli faceva affrontare senza batter ciglio qualunque difficoltà, aveva un cuore molto sensibile allamicizia e allaffetto.
Partimmo molto presto, appena il cielo aveva cominciato a sbiancare. Ciò nonostante il p. Agostinho, sempre attento e previdente in tutto, ci aveva fatto preparare dal cuoco dei panini e una bottiglia dacqua già bollita e filtrata. Abbracciammo tutti i confratelli e ringraziammo di cuore il superiore per la premura, anche se io sapevo già che per strada non ci sarebbe servito nulla, conoscendo comera fatto il p.Antonio. Prima darrivare ad Alto Molócuè, si doveva passare infatti davanti a ben tre missioni dei cappuccini italiani, tutti originari della provincia di Trento e certamente ci saremmo fermati in ognuna di esse.
La prima era a poco più di trenta chilometri da Quelimane, subito dopo le botteghe, ben ordinate sulla strada, della "Fiera commerciale di Nicoadala". Il p.Antonio mi chiese se conoscevo già la storia del nome del luogo: Nicoadala. Risaliva ai tempi della costruzione della ferrovia da Quelimane a Mocuba, iniziata nel 1917. Qui sorgeva un grande accampamento con centinaia di lavoratori. Dovevano esserci difficoltà di comunicazione tra Quelimane e laccampamento, specie a quei tempi, in cui le strade erano poco più che piste. Fatto sta che durante un certo numero di giorni non arrivarono i rifornimenti e i lavoratori cominciarono a lamentarsi della scarsità del cibo, in quella maniera - caratteristica della lingua locale - di esprimere col passato remoto un avvenimento che minaccia gravemente il presente. Cominciarono perciò a cantilenare quasi piangendo, sul motivo di una nenia sempre uguale, che ripete allinfinito la stessa frase, intervallata unicamente da un respiro: "Nikwa dala..!" , cioè "Siamo morti per la fame..!"
Subito il luogo rimase con quel nome: Nikwa dala, portoghesizzato poi in Nicoadala.
Trovammo i padri che stavano uscendo dalla cappella. La missione era in mezzo ad un vero frutteto: aranci, mandarini, banane, manghi, pere avogado, alberi di cajú.. La sosta fu breve, il sufficiente per bere un caffè e mangiare un po di frutta. Naturalmente non mancarono gli auguri per la nuova missione!
Mentre continuavamo il cammino verso Namacurra, a 70 chilometri da Quelimane, il padre Antonio mi raccontò un gustoso episodio capitatogli un anno o due prima. Vivevano in Missione gli stessi padri cappuccini di adesso p.Emilio, p.Teodoro e p.Marcellino. Un giorno trovò p.Teodoro a letto da più di 15 giorni, con una febbre che non voleva passare. Il dottore era già venuto due volte, ma senza risultato. Padre Antonio andò in camera sua a trovarlo e gli disse:" Te la do io adesso, caro padre, la ricetta!", ed uscì a comprare una bottiglia di champagne nella cittadina.
Era convinzione comune a quei tempi, tra i coloni, che lalcool avesse benefici effetti sulla malaria renitente alle altre cure. Io però, caro padre Dehon, nutro forti dubbi al riguardo (e non solo perché sono astemio!). La natura umana è sempre incline, infatti, a rivestire di pregi nascosti, e a volte miracolosi, tante cose assai buone da gustare! Il padre Teodoro si sottomise allesperimento e, di fatto, in due giorni, la febbre passò.
"Beh mazzardai a dire dopo 17 giorni potrebbe anche essere passata da sola, per esaurimento della malattia! Sai bene che la Scuola Salernitana teneva in gran conto la forza risanante della Natura, la cosiddetta "vis medicatrix naturae."
"Sono io il primo a crederlo. mi rispose lui Ti voglio però riferire ciò che disse subito agli altri il p. Marcellino: «Mi raccomando! Quando sarà la mia volta ad ammalarmi, chiamatemi solo padre Antonio!»".
A Namacurra trovammo appena il padre Teodoro, lamico del cuore. La vicinanza di missione per tanti anni, li aveva molto uniti. Rimanemmo a chiacchierare una buona oretta. Dal Gilé, a 550 chilometri da Quelimane, le occasioni per incontrarsi sarebbero state assai più rare!
La strada per Mocuba non era molto buona, alla fine delle piogge, per cui era necessario andare piano. Arrivammo poco prima delle 12. I padri Cappuccini furono molto contenti per il nostro arrivo. Qui in Africa sappiamo bene che i viaggi possono riservare sorprese e che si arriva quando si arriva. A qualsiasi ora si bussi alla porta, però, si sa che si è sempre, in ogni caso, e con tutta sincerità, i benvenuti!
Un padre che passa, con armi e bagagli, per andare a fondare una nuova missione e che si ferma a pranzo, è poi un onore assi raro e bisogna far festa adeguatamente! I cappuccini sono famosi per preparare varie qualità di sottaceti, salse piccanti e vino con la frutta più varia. La vite non cresce bene, ma anche gli aranci, i limoni, i pompelmi e il cajù possono fornire il succo dolce che poi fermenta e che, con una buona dose dabilità, può fornire un eccellente surrogato del vino.
Ci fu perciò lantipasto, un buon pranzo e poi, alla fine, anche un buon brindisi ed una solenne cantata!
Il caldo era soffocante ed accettammo di buon grado di fare un pisolino. Nelle ore fresche della sera e della notte si viaggia più a proprio agio. Ad Alto Molócuè sapevano del nostro arrivo e sarebbero stati su ad aspettarci, se del caso, fino ad alta notte. Ripartimmo comunque verso le tre, in modo da arrivare, se possibile, prima delle dieci: bisognava calcolare sulle sei ore di macchina, per fare i duecento chilometri che restavano.
Il punto più delicato del percorso era il passaggio del fiume Nipiodi. Cera un ponte stretto, in fondo ad una discesa assai ripida e tortuosa. Se si incontrava il fango bagnato dalle piogge, bisognava sul serio affidarsi allangelo custode! Forse fu il pensiero del possibile pericolo che ci avrebbe potuto attendere, che spinse il padre Antonio a raccontarmi un episodio accadutogli pochi anni prima e la cui soluzione considerava un vero miracolo della Madonna in suo favore.
Era il 1953, appena dopo la nomina a Superiore Regionale. Il vescovo di Beira, Dom Sebastião gli aveva mandato a dire di portare a Beira al più presto i padri Damião Bettoni e João Gadotti, perché avevano già il viaggio prenotato sullaereo che li doveva portare in Italia in ferie. I due confratelli erano in due missioni lontane e per andare a prenderli e tornare a Quelimane bisognava percorrere parecchie centinaia di chilometri. P.Antonio si fece coraggio: chiese aiuto ad un caro amico italiano di passaggio da Quelimane, il sig. Moranduzzo, perché gli facesse compagnia nel viaggio. Era una corsa contro il tempo: lindomani dovevano presentarsi a Beira. Alle sette di sera, grazie a Dio, rientravano a Quelimane coi due padri!.
Ma bisognava proseguire fino a Beira quella stessa notte, in tutto altri 600 chilometri
La stagione delle piogge non era ancora finita: cera lincognita dei fiumi. Il punto cruciale era il guado dello ZiuZiu, un grosso affluente dello Zambesi. Non esisteva ponte. Vi arrivarono a mezzanotte. Sotto il vago chiarore delle stelle si vedeva la grande massa dacqua scura scorrere maestosa. Che fare? Lunica possibilità era sapere quanto era alta lacqua. Bisognava andare a svegliare lamministratore. La necessità urgente li aveva resi audaci. Bussarono alla porta e quale non fu la sorpresa al vedersi di fronte il sig. Camillo, che era stato Amministratore di Mualama, vecchio e caro amico del p.Antonio! Tutti i familiari si alzarono, alla notizia che era arrivato lantico superiore della missione di Mualama. Gli ospiti dovettero prendere un buon caffè e qualche biscottino. Poi, tutti al fiume, collimmancabile ragazzo esperto pescatore. Questi si avventurò nel fiume con molta prudenza tastando il fondo con un lungo bastone: lacqua arrivava al ginocchio per tutto il percorso. Frattanto sera radunata gente che viveva lungo il corso dacqua. Rallegramenti, abbracci e saluti. Poi via, coi fanali accesi, dopo aver fissato un gruppo di stelle come punto di riferimento. Lacqua arrivava al livello dei fari. Adagio, adagio arrivarono alla metà del percorso. Forse era fatta. Ma no! Una buca e la macchina sprofondò lentamente nellacqua. I padri Bettoni e Gadotti riuscirono ad uscire da un finestrino, ma il p.Antonio, grasso comera, non ci riuscì. Le porte erano tenute chiuse dalla pressione dellacqua. La macchina era tutta sommersa; solo la capotte affiorava sul pelo e i due padri riuscirono ad issarcisi su. Dentro la cabina il p. Antonio, pur in quella situazione disperata, sentì una calma inspiegabile entrare in lui mentre col cuore sera messo a recitare unAve Maria. Coi piedi contro uno sportello e la schiena contro laltro, animato da una forza sovrumana, tentò lo strattone. La portiera cedette, con le cerniere e tutto: era salvo! Fino ad allora, mentre mi raccontava lepisodio, non sapeva con quale forza avesse potuto fare ciò. Nessuno poteva togliergli la convinzione che era stata una grazia personale della Madonna
Frattanto dalla riva avevano seguito tutto con grande apprensione. Decine duomini stavano arrivando per soccorrere, un po a nuoto e un po sulle canoe. Tutti furono tratti in salvo e, per ultimo, si riuscì ad estrarre dal fiume pure la macchina.
Il racconto mi impressionò molto, lasciandomi senza parole. Rimanemmo in silenzio a lungo. Oltrepassammo facilmente la discesa verso il Nipiodi, senza incontrare fango bagnato e alle nove e mezza arrivavamo alla missione di Alto Molócuè.
Erano tutti ancora alzati ad aspettarci. Il superiore, padre Angelo Minoia, chiamato da tutti Angelino, per la sua corporatura minuta e per il suo fare gentilissimo, sempre premuroso con chiunque, ci aveva fatto tenere in caldo la cena. Ci sedemmo tutti attorno alla stessa tavola, curiosi di conoscere reciprocamente le novità. Ad Alto Molócuè cera il p. José Brambilla, arrivato fresco fresco dallItalia e il signor Domenico Mazzucchi, collaboratore laico. Il lavoro era molto, per due soli padri in una missione così grande e diversificata. Ma bisognava anche contare il signor Mazzucchi, i fratelli Maristi, le suore e il dottore!
Al p.Antonio premeva sapere comera lAmministratore del Gilé.
Beh, le relazioni erano un po tese, specialmente per luso chegli aveva di mandare note e ordini per iscritto, documenti ufficiali che legavano le mani e che bisognava conservare in archivio e ai quali si doveva sempre dare una risposta, che , per forza di cose, doveva essere anchessa scritta. Sera creato così un circolo vizioso piuttosto antipatico, di superiore a sudditi, che il p.Angelino, pur con tutta la sua cortesia, non riusciva a vincere. "Ho capito disse il p.Antonio ci penso io!"
Il giorno seguente celebrammo la messa allalba. Le suore, che se limmaginavano, non persero loccasione per cominciare la giornata un po prima dellusuale! Ci avevano preparato dei dolcetti secchi, una specie di biscottini, buonissimi e di lunga conservazione, di cui avevano la ricetta esclusiva. Chiunque di noi padri ne mangiasse uno, immancabilmente commentava "Però, queste suore Vittoriane, coi biscotti ci sanno veramente fare!"
Il viaggio verso il Gilé fu senza problemi. Ci mettemmo tre ore a fare i 150 chilometri. Per prima cosa il p.Antonio si diresse alla sede del Posto Amministrativo, per ossequiare (e cercare di conquistare) il titolare. Lo trovammo sotto la veranda dellufficio: il soprannome con cui era chiamato dalla gente "Empitela" (veranda), non poteva sembrare più azzeccato!
Il p.Antonio scese e si diresse verso di lui col più bel sorriso del mondo, dicendo che era venuto a presentarsi, quale superiore della nuova missione. LAmministratore, onorato da quel gesto, laccolse cordialmente. Entrammo dentro, nel suo ufficio e, quando ci alzammo per salutarci, al dargli la mano disse" Bene, padre, noi saremo sempre amici!". "Sì gli rispose andremo sempre daccordo. Quando avrò qualcosa da dirle, non glielo manderò per iscritto, ma verrò io stesso a comunicarglielo a viva voce!".
Ecco, padre Dehon, il p.Antonio era fatto così!
La sede della missione era stata scelta distante dallAmministrazione un po più dellusuale, circa a venticinque chilometri in direzione alla località di Alto Ligonha. Il motivo era quello di trovarsi in una posizione più favorevole per dirigersi anche alle popolazioni di quellarea. Il luogo prescelto si chiamava Mabua, dal nome del regolo di quella terra. Come prima residenza bisognava sistemarsi in un angolo della scuola del posto, una costruzione di pali e fango, coperta con lamiere di zinco. Cera un gruppetto ad aspettarci, col regolo in testa. Lavere tra loro i padri era un grande onore! Ci avevano addirittura preparato la cena, con una gallina arrostita e piri piri, il loro famosissimo peperoncino superpiccante, più la tradizionale polenta di farina di manioca.
Dopo averci aiutato a sistemare tutto, ormai a notte fonda, ci lasciarono soli.
Il posto era alto, circondato da molti boschi, ed il silenzio totale. Si sentiva, solo a volte, un po di vento che muoveva le foglie degli alberi vicini. Il cielo era pieno di stelle. La luna, ancora al primo quarto, stava tramontando. Si poteva intravedere un panorama vastissimo e, non tanto lontano, la sagoma scura di un monte elevato e massiccio. Soltanto il silenzio poteva commentare adeguatamente quello spettacolo!.
Era il mese di maggio e ad un certo punto tirammo fuori la corona per recitare il rosario
Alla fine il p. Antonio mi disse: "Sai, p.Anonimo, so già che nome darò alla missione. La consacro allAnnunciazione."
Unaltra novità importante del 56, fu il trasferimento del catechistato alla missione di Nauela, affidato allardore del giovanissimo p.Fortunato Pegolotti, appena giunto dallItalia. La scuola per catechisti di Alto Molócuè, affidata ai fratelli Maristi, si trasformò in quella per insegnanti elementari, ritenuta di estrema importanza, visto limpegno straordinario che la Chiesa Cattolica aveva assunto con lAccordo Missionario tra il Governo Portoghese e la Santa Sede. Soltanto quella congregazione, votata alleducazione, poteva avere le risorse umane e la preparazione necessarie per un compito così qualificato.
Lanno scolastico si aprì allinizio di ottobre, per la festa di santa Teresa del Bambin Gesù, patrona delle missioni. Gli alunni erano 63. Le costruzioni disponibili per quellepoca erano scarse. Una trentina abbondante dormiva in uno stanzone della casa principale, uno accanto allaltro, come i denti di un pettine. I restanti invece si sistemavano nella scuola: chi sui banchi riuniti insieme e chi sdraiato per terra sulle stuoie. La vita era spartana: alzata alle 4,50 collo squillo di una tromba e tutto il giorno occupato dallo studio e dal lavoro.
La missione di Nauela era ormai di grande importanza! Anche le suore dellAmor di Dio serano impegnate a fondo e nellinternato femminile avevano già raccolto alcune decine di bambine e ragazzine.
Ieri sera mi sono riletto quello che ho scritto finora: mi pare, sinceramente, di stare abusando della tua pazienza. "Questo viaggio lungo gli anni cinquanta non finisce più!", starai forse pensando.
Beh, certo, dieci anni sono dieci anni
Allora mè venuta unidea: perché non fare una piccola sosta? Loccasione è propizia, visto che il prossimo anno ricorre il decimo anniversario dellarrivo dei primi padri.
Prima di deporre la penna, però, cè ancora un avvenimento da sottolineare: il 1956 si chiudeva con una nota, se vuoi, un po sentimentale. Proprio nel giorno di natale si fondava la nuova missione di Namarrói. Il padre Afonso Biasiolli era da solo, come altre volte era successo. Per noi Sacerdoti del Sacro Cuore cera però un sapore speciale: anche la nostra prima missione dAfrica era stata fondata da un missionario solo, il padre Grison, che aveva iniziato pure lui - con la messa di mezzanotte, celebrata a Stanley Falls, nel Congo, davanti a quattro belgi e ad un gruppetto di ragazzini ancora non cristiani. Era la notte di natale del 1897.
Ti saluto caramente nel Signore!
Padre Anonimos.c.j.
Namarrói, 1 gennaio 1957
Caro padre Dehon,
mè parso bene cominciare lanno del decimo anniversario della fondazione, partendo proprio da Namarrói. Mi ci ha portato volentieri il padre Pedro, di nuovo Superiore Regionale - dopo la fine del mandato del padre Antonio - e responsabile anche della missione di Muliquela-Ile, che dista appena una cinquantina di chilometri. Anche il "fondatore" di Namarrói, p.Afonso Biasiolli, apparteneva prima alla comunità di Ile. Anzi, padre Dehon, ne approfitto per dirti che il nome di Muliquela-Ile non lo usa ormai più nessuno. Sè imposta la tendenza, propria delluomo, di semplificare e sfrondare! Dora in poi seguirò anchio luso corrente e userò il nome di Ile da solo.
Siamo venuti qui al pomeriggio, perché al mattino eravamo tutti impegnati con le messe.
Il viaggio è breve, come chilometri, ma abbastanza accidentato come strada. La regione è tutta montagnosa e si attraversano vallate completamente ricoperte di foltissima vegetazione. La vista ne gode veramente! Ci sono delle salite e delle discese da brivido, specialmente ora, che siamo nel bel mezzo della stagione delle piogge. Per fortuna che questa volta non cè la famosa (e gloriosa) Chevrolet degli anni eroici di Alto Molócuè. Il padre Pedro, dritto come un fuso, solenne e di poche parole, guida una Land Rover, che, come tutte e come sempre, fa un rumore assordante. Ma il motore è buono ed anche i pendii più ripidi sono superati senza ripensamenti. Solo ad un certo punto il p. Pedro ferma la jeep e la mette la marcia ridotta. Prima che riesca a chiedere il perché, gira verso di me la testa col casco ben piantato sugli occhi e le tese che quasi gli toccano le orecchie e mi dice, con uno dei suoi ineffabili sorrisi: "Guardate ora cosa cè dietro questa curva!" . Dopo pochi metri appare infatti una rampa ripidissima, dal fondo di "matope", cioè di quel fango sdrucciolevole e traditore che si attacca alle ruote e fa slittare le macchine. È lunga più di cento metri e, verso la sommità, fa una curva, che toglie alla vista la parte finale. Per fortuna che il fondo è secco, se no avremmo potuto passare il capodanno lì, invece che a Namarrói!
Quando finalmente arrivammo in cima, questa volta continuando però a guardare dritto davanti a sé, il p.Pedro mi disse: "Ora potete capire perché i camionisti chiamano questo tratto «la Rampa della Gloria»!"
Namarrói è sede di distretto, nonostante la sua localizzazione sperduta tra i monti, fuori dalle vie di comunicazione importanti. Le case sono poche, ma quella dellamministratore ha un aspetto solenne, al centro di un viale di grandi alberoni che vanno su dritti verso il cielo, ripieni di foglie verdissime. Il padre Afonso sè appoggiato ad una scuola, in attesa di costruire la prima abitazione. Il luogo non era stato ancora scelto definitivamente, quando partì da Ile, la settimana scorsa.
Ci riceve con visibile allegria: non si aspettava una visita dopo così pochi giorni. La prima cosa che ci dice, dopo i saluti, è: "Ho già deciso il posto della missione!" e, senza aspettare reazioni nostre, si avvia con passo quasi militare verso unestremità dellabitato, dove sorge una montagnetta di basalto, rotonda e liscia, senza vegetazione, allinfuori di qualche ciuffo derba. Ci precede in cima con una facilità straordinaria. Cammina anche lui dritto come un filo a piombo, ha una bella barba bionda, ma con le guance ben rasate e sulla testa un cappello da passeggio di panno scuro. Mentre aspetta che noi saliamo, tira fuori una cartina e si prepara una sigaretta. Il suo modo di fare sicuro e rapido mette in risalto il suo carattere sereno e forte, che non si impressiona con niente. Sembra infatti perfettamente a suo agio a trovarsi da solo a fondare una nuova missione, con poco più di trentanni. Anche lui ha tra noi un soprannome affettuoso, che oggi mi pare particolarmente ben azzeccato: "Germania".
"Voglio piantare, qui sulla cima, una bella croce grande, che si veda da lontano. Ho già adocchiato due stanghe di ferro nel cortile di un commerciante portoghese e spero che me le dia, Anzi, sono sicuro che le vorrà offrire gratis, quando ne saprà lo scopo. Per la sede della missione, pensavo di chiedere allamministratore quellarea di boscaglia che guarda verso ponente, proprio qui sotto. È disabitata, pianeggiante, un po alta, così che non vi si formeranno pozzanghere colle grandi piogge, ed in più cè una sorgente, dietro questo cucuzzolo, in un posto facile per farne la captazione e canalizzarla."
Sia p.Pedro che io siamo rimasti ben impressionati da tutti i requisiti favorevoli del luogo e ci siamo congratulati col p.Afonso. Ormai il sole era tramontato e da quel posto lo sguardo si poteva spingere verso ponente fino ai monti che chiudevano lorizzonte. Il cielo stava diventando di un giallo che sfumava nel rosa, con tonalità incredibilmente belle. Neanche Alto Molócuè, nonostante la sua meritata fama per i bei tramonti, poteva competere con lo splendore di questi di Namarrói.
Una volta tornati alla residenza, p.Afonso voleva trattenerci a cena, ma il p.Pedro fu irremovibile: il giorno dopo aveva già fissato degli incontri e non voleva arrivare troppo tardi ad Ile. Così ci siamo salutati e siamo ripartiti, affidandoci reciprocamente al Signore.
E anchio ora saluto te! È quasi mezzanotte e ti scrivo da Ile, al lume di petrolio. Fa un gran caldo ed ho la finestra aperta: contro la retina alla finestra si intravedono le zanzare che, attirate dalla luce, vorrebbero entrare, ma, per fortuna, i buchi della rete sono più piccoli di loro!
Un caro saluto da p.Anonimo s.c.j.
Alto Molócuè, 27 marzo 1957
Caro p.Dehon,
si compiono oggi i primi dieci anni dallarrivo dei nostri confratelli alla missione del Santo Condestável di Alto Molócuè! Pur nella massima semplicità, sè voluto fare un segno esterno per ringraziare il Signore per tutte le grazie ricevute in questi dieci anni. La sede della celebrazione non poteva essere che Alto Molócuè.
Ieri sera sono arrivati da Ile il p.Pedro, nella sua duplice veste di Superiore Regionale in carica e di "comandante" del primo drappello ed il p.João Colombo, arrivato in Mozambico lanno scorso.
Stamani alle nove il p.Pedro ha cantato (a voce spiegata, e con suo grande gusto!) la Messa "Pro gratiarum actione" davanti a tutto il personale della missione, padri, fratelli Maristi, suore, dottore e famiglia, alunni delle scuole, molti catechisti e altri cristiani residenti nei dintorni. Lo assistevano come diacono il p.Angelino Minoia, superiore attuale della missione e il giovane p.Colombo.
Dopo la messa grande festa per tutti, con le immancabili danze in circolo e i tamburi.
Alla fine del pranzo, preparato dalle suore Vittoriane, tutti abbiamo chiesto al p.Pedro un "memorabile" brindisi. Ben volentieri, fra gli applausi di tutti, il p.Pedro sè alzato ed ha brindato agli altri tre pionieri: al p.Agostinho, impegnato a Quelimane nella scuola di arti e mestieri, preoccupato (ma in fondo contento) di avere da pensare a tanta gente ed ora anche alle prese colla costruzione della chiesa parrocchiale, al p.Celestino Pizzi, trasferito al Gilè da pochi mesi, tutto preso, col p.Antonio e il p. Onorino Venturini nella costruzione della missione e al p. Luís Pezzotta, dedicato allevangelizzazione del Molumbo, sempre in moto e sempre contento di fermarsi a parlare in lomwè con la gente del posto.
Durante la conversazione a tavola si è commentato che anche al Molócuè era ormai ora di mettere mano alla costruzione di una grande chiesa. Il p.Pedro non disse nulla, segno che laccenno aveva fatto centro nel suo animo. Il p.João Colombo, per tutta la durata del pranzo approfittò per fare domande un po a tutti su questo e su quello. Voce forte e fare esuberante, senza peli sulla lingua, fu un po il beniamino della festa. Si lamentò che cerano troppi padri Colombo in congregazione ed ancora di più erano quelli che si chiamavano Giovanni, anche se con altri cognomi. Forse ha detto questo per farci capire che aveva già sentito più di una volta il soprannome con cui cominciava ad essere affettuosamente chiamato fra noi, di "Colombaccio"!
Prima di ripartire mi confidò che stava preparando uno scritto commemorativo dei dieci anni, da inviare al superiore provinciale e da pubblicare poi sul "Cor Unum" il bollettino della nostra Provincia Italiana. Anzi, ha tirato fuori dalla tasca un appunto e me lha mostrato, per chiedermi se i dati erano esatti. Era la lista delle missioni, con la loro data di fondazione. Mè parsa esatta, per quello che potevo ricordare. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere averla anche tu e così te la ricopio.
27/03/47 - Alto Molócuè
01/06/47 - Nauela
07/04/48 - Muliquela-Ile
20/05/48 - Mualama
31/05/48 - Gurúè-Invinha
07/07/49 - Molumbo
20/05/51 - Quelimane
01/05/56 - Gilé
25/12/56 - Namarrrói
Ed ora ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.
Dalla seconda parte del viaggio negli anni 50
Caro p.Dehon,
se sei daccordo, risaliamo in carrozza! Il viaggio volge verso il termine, ma una serie di avvenimenti di un certo rilievo si stanno preparando.
Comincio dalle cose più semplici, cioè dalle due visite ufficiali, quella del Nunzio Apostolico in Portogallo, mons.Cento nel novembre del 57 e quella del Superiore provinciale p.Olivieno Giuseppe Girardi, alla fine del 58.
Bisogna conoscere latmosfera della vita ufficiale e politica del Portogallo di questi anni, sotto il governo del Dr.António de Oliveira Salazar, per capire quanto importante sia stata la visita ufficiale del rappresentante del Papa (Pio XII), la prima della storia, che un Nunzio faceva in Mozambico.
Mons. Cento rimase nella Zambesia tre giorni, ricevuto con tutti gli onori, e sempre, in tutti i discorsi, ci tenne a sottolineare che lui non era altri che il rappresentante del Papa: la parola che diceva non era la sua, ma quella che il santo Padre laveva incaricato di dire, e così pure gli onori di cui era oggetto, non li riteneva fatti a sé ma al Vicario di Cristo.
Arrivò allaeroporto di Quelimane alle 11 del 15 novembre, quindi già con un caldo opprimente, accolto dal Governatore sig. Gouveia e Melo e dal vescovo Dom Francisco. Cerano naturalmente il p.Pedro, Superiore Regionale in carica e tutti e tre i padri di Quelimane, p.Agostinho, p.Francisco De Ruschi e p.José Carlessi. Andarono tutti in macchina alla Residenza del Governatore, dove ci fu un pranzo in onore del Nunzio. Quando il p.Pedro si avvicinò al Nunzio per baciargli lanello, Mons.Cento gli chiese di che congregazione era. Al sentire che era dei Sacerdoti del S.Cuore, cominciò a parlare con grande stima e affetto della nostra congregazione davanti al vescovo e al governatore.
"Sappiano disse loro che io sono stato nunzio in Belgio e in Lussemburgo, perciò conosco bene questa congregazione" e continuò a parlare di mons.Philippe, grande vescovo del Lussemburgo, dopo essere stato per tanti anni tuo vicario, caro padre Dehon, e poi tuo primo successore come padre Generale.
"Conosco poi continuò il Nunzio un loro padre molto fine e dotto,il p.Jaques e ,come si chiama quel padre domandò al p.Pedro che è il Postulatore della causa di beatificazione del loro Fondatore?"
"Padre Lorenzo Ceresoli!".
"Sì, questo padre! Venne a visitarmi quando si fecero i processi diocesani nel Belgio."
Si può ben immaginare la contentezza del p.Pedro per questo colloquio fatto davanti al Vescovo e al Governatore!
Alla sera ci fu una sessione solenne di omaggio allospite, con la partecipazione di tutte le Associazioni Istituti della città. Anche i ragazzi della Sagrada Família fecero un numero, che riuscì molto bene.
Il giorno seguente cera in programma la visita al Gurúè, un viaggio di circa 400 km, con sosta in tutte le missioni del percorso: Nicoadala, Namacurra, Mocuba e Ile.
Il padre Pedro era corso avanti insieme al suo vicario, p.Ottorino Maffeis, in quel tempo superiore di Nauela, per controllare che tutto fosse ben preparato. Alla missione, i padri Giovannino Bonalumi e il "Colombaccio" avevano addobbato la facciata della chiesa, il campanile e tutta la spianata davanti alla chiesa con bandierine, festoni e scritte di "Viva Il Papa", "Christus vincit!" e "Christus imperat!".
Alle 17 la vedetta sul campanile vede la comitiva del Nunzio scendere dalla sede del Distretto e si attacca alla campana per avvisare tutti. Il Nunzio scende dalla macchina tra gli applausi e gli evviva. Saluta tutti i missionari e le suore e poi entra in chiesa a salutare il Signore. La vastità della chiesa lo impressiona. "Lha costruita lei?" chiede al p.Pedro. "No, è opera del p.Biasiolli, attuale superiore di Namarrói".
Esce poi sul sagrato e pronuncia un breve discorso. Comincia così: "In questo splendido tramonto e dinanzi a questa bella chiesa, sono contento di rivolgervi la mia parola, che non è mia, ma del Papa, del quale io sono il Rappresentante."
Dopo il discorso una breve sosta per bere una bibita nella casa dei padri e poi via, verso Gurúè: restano ancora 90 chilometri
Il giorno dopo era domenica e alle dieci arrivò alla missione di Invinha. Il superiore, p.Vicente Soldavini fece gli onori di casa. Il p.Maffeis non seppe trattenersi e disse al Nunzio che la sua missione di Nauela era confinante con questa. Dato che non cera tempo per visitarla, chiese che almeno la benedicesse da lì! "Volentieri!" rispose il Nunzio e la benedisse. Prima di partire volle visitare la chiesa, ormai quasi finita. "Questa è degna di una cattedrale!" esclamò rivolto al vescovo di Quelimane.
Da lì partì per laeroporto, per tornare a Quelimane in aereo. Al pomeriggio visita alla Sagrada Família. Essendo domenica sera potuta radunare una moltitudine di gente impressionante, che riempiva ogni spazio libero. Alluscita dalla macchina, un ragazzino mulatto della scuola lesse al Nunzio un indirizzo di benvenuto, finito il quale ricevette da lui un affettuoso abbraccio. In chiesa pronunciò il discorso e poi dette a tutti i presenti la benedizione del Papa.
Si diresse verso la scuola che visitò con attenzione. Il p.Agostinho lo accompagnava, spiegando tutto. Alla fine il Nunzio si congratulò col p.Agostinho e col p.Pedro, veramente ammirato per lo sforzo fatto dai missionari per questopera. Quando stava per salire sullauto scorse, in seconda linea, il p.José Carlessi, che aveva seguito la visita con tutta semplicità, mescolato tra la gente. Il Nunzio si diresse verso di lui, per salutarlo e scambiare qualche parola, visto che era una sua vecchia conoscenza di Lisbona. Poi si diresse verso Coalane per visitare i padri Cappuccini.
Questa visita fece molto bene a tutti i missionari, dando animo e soddisfazione. Bisogna provare a vivere per anni, in un paese che è alla periferia del mondo, per capire cosa significa una visita importante, specie se è quella dellinviato del Papa.
Anche la visita canonica del Superiore Provinciale p.Girardi servì per fortificare nella fraternità e nella fede tutti i missionari. Visitò tutte le missioni, fermandosi a parlare prolungatamente con ognuno, prendendo nota di tutte le problematiche, difficoltà, progetti e desideri, sia comunitari sia personali. La prima finalità di una visita canonica del Superiore competente è proprio questa. guardare in faccia la verità, senza paure e senza imbarazzo. Come ci ha detto Gesù: "La verità vi farà liberi!"
Il 1958 fu anche lanno dellinvio di altri due fratelli: fr.José Ossana e Miguel Tapparo. Ebbero la soddisfazione di ricevere il crocifisso con grande solennità dal Card.Lercaro nella cornice della Piazza Maggiore di Bologna insieme ad altri 19 missionari. Anche il giorno era particolarmente importante: la festa del patrono della città, S.Petronio.
Entrambi erano destinati a dare un contributo determinante alla missione del Mozambico. Fr.Ossana, con la sua predisposizione per leconomia e la precisione, coprirà per molti anni la carica di Economo Regionale, mentre fr.Tapparo sarà lartista che abbellirà con i suoi grandi affreschi le chiese della Zambesia e al tempo stesso, con la sua abilità multiforme, sarà lanimatore della nuova grande scuola di Arti e mestieri del Gurúè.
Nellultimo scorcio del decennio ci furono altri avvenimenti importanti per la missione del Mozambico, anche se non accaddero nel Paese.
Un avvenimento di grande importanza per la nostra congregazione fu la divisione della Provincia Italiana in due: Meridionale e Settentrionale. Il Mozambico rimaneva legato giuridicamente a quella Settentrionale, anche se altri padri avrebbero continuato a venire da entrambe le Provincie. La data della divisione fu il 19/10/1957, mentre il primo Provinciale del Sud fu il p.Giuseppe Zampogna.
Nella notte di Natale dellanno seguente a quello della fondazione di Namarrói, nel 1957, nasceva a Bologna la Compagnia Missionaria del S.Cuore. La fondava, con un gruppo di giovani e meno giovani signorine, animate dalla spiritualità sostenuta dal tuo carisma, caro p.Dehon, il nostro p.Albino Elegante. Col tempo, questo gruppetto sarebbe diventato un Istituto Secolare di diritto Pontificio, diffuso in tre continenti e animato dal tuo stesso spirito di Amore e di Riparazione. La loro presenza in Mozambico, al lato dei nostri confratelli, non si sarebbe fatta attendere ancora molto.
Tra la fine del 58 e linizio del 59 si completò il trasferimento da Napoli a Genova della Procura delle missioni. Il padre incaricato, che inaugurò la casa di viale Gambaro, fu p.Livio Clamer. Facevano comunità con lui p.Angelo Vassena, p.Virginio Scarpellini e fr. Giorgio Peterlini, che in breve sarebbe giunto in Mozambico.
Anche a Roma ci sono state novità di rilievo: nel 1957 il papa pubblicò unenciclica sul tema missionario dal titolo "Fidei Donum", che ebbe vasta eco nel mondo Cattolico.
Nellottobre del 1958 il papa PioXII moriva, al termine di un lunghissimo pontificato. Saliva sulla cattedra di S.Pietro il Patriarca di Venezia Angelo Roncalli. Aveva 77 anni, ma era destinato - pur con quelletà ritenuta da molti troppo avanzata per iniziare un pontificato - a voltare pagina e ad iniziare una nuova epoca nella Chiesa. Scelse per sé il nome di Giovanni XXIII.
Sempre a Roma, poche settimane dopo, moriva il 13 dicembre 1958, il p.Alfonso Maria Lellig, strocato a 50 anni da una misteriosa malattia che sera manifestata negli ultimi mesi. Era andato a Stanleyville, nel Congo Belga per presenziare, l11 ottobre, alla consacrazione episcopale di mons.Kinsch, nostro confratello, che saliva sulla cattedra che era stata già di Mons.Grison, il primo missionario della Congregazione. Tornò a Roma il 17, per sbrigare alcuni affari urgenti e ripartire di nuovo per il Congo, dopo neanche un mese, per completare la visita canonica alle nostre comunità delle diocesi di Wamba e di Stanleyville. Durante la visita alla prima missione, a Yanonghe ebbe una ricaduta dei suoi disturbi, con forti dolori allo stomaco. Visto che lo stato si aggravava fu organizzato un rientro in tutta fretta: si erano manifestate complicazioni polmonari e cardiache. Il 10 dicembre arrivava a Roma e veniva internato. Alla mattina del 13, ebbe un peggioramento improvviso e grave, mentre era assistito dal Vicario generale p.Bouclier. Questi ebbe appena il tempo di amministrargli lunzione degli infermi. Alle 7,40 il p.Generale spirava.
Si può bene immaginare limpressione che questa morte improvvisa e prematura provocò in tutti, ma soprattutto tra i missionari! Tutto il suo mandato era stato caratterizzato da un grande amore e impegno per le missioni.Quasi a sottolineare la sua dedizione alla causa missionaria, la morte laveva colto sul campo, facendogli interrompere una visita ufficiale in terra di missione.
Lultimo, degli anni cinquanta, portò con sé il capitolo Generale, in luglio, nel quale venne eletto come Superiore , al posto di padre Lellig, il p.Giuseppe Antonio De Palma, che era il Provinciale degli Stati Uniti.
Ai primi di Aprile sera pure celebrato il Capitolo Provinciale dellItalia Settentrionale. Il Mozambico aveva eletto come rappresentanti il p.Damião Bettoni e il p.Pistelli. La stima mostrata dai confratelli nella scelta dei delegati si concretizzò poi, il 16 luglio, nella nomina di p.Damião a Superiore Regionale. I consiglieri erano il p.Pedro e il p.Agostinho, due angeli custodi dalle spalle robuste. Come economo risultò eletto il p.Afonso Biasiolli, nonostante la sua missione un poco fuori mano di Namarrói.
Il decennio, caro padre Dehon, è ormai finito ed il mio viaggio temporale si conclude. Restano solo due avvenimenti che vorrei raccontarti, linaugurazione delle due ultime grandi chiese costruite, una a Quelimane e laltra ad Alto Molócuè. Questultima, cominciata per ultima, è partita avvantaggiata sulle altre concorrenti al titolo di più grande. È bastato allungare gli scavi delle fondamenta ancora un po, dopo aver chiesto ai Cappuccini di Bari le misure di quella di Morrumbala, che, fino ad allora aveva il primato. Ma poi per la manutenzione di queste cattedrali come si farà? Non sarà semplice tenerle in efficienza e riparare ogni piccolo danno prima che diventi irreparabile. Ti voglio riferire qui una confidenza che il p. Antonio, architetto e impresario di Alto Molócuè soleva fare, negli ultimi anni della sua vita: "È stata lultima pazzia della mia gioventù!" , anche se, a quellepoca aveva già 47 anni suonati.
Beh, allora ti saluto! Scendo dal treno della storia per salire su quello della cronaca. Allora a risentirci dalla Sagrada!
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, 13 settembre 1959
Caro padre Dehon,
è domenica mattina, alla parrocchia della Sagrada Família, qui a Quelimane. Il sole è ancora radente sopra lorizzonte, ma già cè un gran brulichio di gente sul sagrato e nei dintorni. Alle dieci il Vescovo Dom Francisco verrà per la consacrazione e la Prima Messa Solenne. Ne approfitterà per fare la consacrazione della diocesi ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, visto che ciò non sera potuto realizzare il 31 maggio scorso, come nella maggior parte del mondo cattolico.
La grande festa è cominciata ieri sera con la solenne processione della statua della Madonna dalla cattedrale alla Sagrada. Cerano senzaltro alcune migliaia di persone. Siamo partiti alle 17,30, mentre il sole stava per tramontare. Siamo arrivati a notte fonda, verso le 20. Molte le candele accese nel buio della notte. Parecchie mamme di famiglia hanno fatto tutto il percorso a piedi nudi per sciogliere un voto, secondo unusanza che è diffusa in varie parti del Portogallo. A trecento metri dalla meta tutto il percorso era affiancato da addobbi, festoni e bandiere, dando un colpo docchio veramente bello.
Quando la statua arrivò a quel punto, dal campanile cominciò ad essere diffuso da tre potenti altoparlanti il concerto di campane della parrocchia di Desio, nel milanese. Il disco laveva portato in Mozambico il p.Donadoni, della missione di Ile. Nessuno della popolazione originaria di Quelimane aveva udito mai qualcosa del genere! Per i tre padri della Parrocchia poi, tutti e tre bergamaschi, p.Damião Bettoni, p.Francisco De Ruschi e p.Tarcisio Rota, abituati alle campane della loro diocesi, anchesse famose, quasi come quelle di Desio, quelle note dovevano sembrare provenienti dal paradiso!
La statua della Madonna fu posta in cima alla gradinata di fronte alla facciata perché potesse essere vista da tutti i partecipanti, una vera moltitudine.
Il p.Gesuita di Beira, che aveva predicato tutte le sere in cattedrale per la preparazione alla consacrazione della diocesi ai Sacri Cuori di Gesù e Maria, dovette salire su un pulpito inusuale, ma efficace: un tavolo messo accanto a Nostra Signora. Dopo il canto finale , un po alla volta, la gente cominciò a disperdersi.
Riprendo in mano la penna alla fine del giorno.
Dom Francisco è stato puntuale. Alle dieci esatte ha cominciato laspersione della chiesa tuttintorno e allinterno, consacrandola così al culto di Dio. Poi ha iniziato la Messa solenne, accompagnata dal coro diretto da un p.Francisco in gran forma. Al termine della celebrazione il vescovo ha intronizzato solennemente il Santissimo sullaltare maggiore per ladorazione in gruppi, fino alle 17,30. A questora Dom Francisco è tornato per la recita del S.Rosario, al termine del quale il predicatore ufficiale ha tenuto un solennissimo discorso. Per ultimo il Vescovo, con tutta la solennità ha letto latto di consacrazione della diocesi ai S.Cuori di Gesù e di Maria.
La benedizione Eucaristica ha concluso questo memorabile giorno di festa e di preghiera.
Non posso chiudere questa lettera senza fare menzione del bellissimo affresco della Sacra Famiglia, che fr. Miguel Tapparo ha dipinto nellabside del presbiterio. Si vede un Gesù giovanetto, fiancheggiato dalla Madonna e da S.Giuseppe, mentre sullo sfondo cè la sagoma della chiesa, insieme ai profili caratteristici delle montagne dellalta Zambesia, dove sono ubicate in maggioranza le nostre missioni. Unopera veramente bella che non ci si stanca mai di rimirare.
Ed ora ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.
Alto Molócuè, 8 novembre 1959
Caro p. Dehon,
mi accorgo ora di una dimenticanza: non ti avevo detto del trasferimento del p.Antonio da Gilè ad Alto Molócuè nel settembre del 57. Ti ricordi di quando ad Alto Molócuè a tavola si parlò che era ora di fare una chiesa come si doveva, anche lì, e come il p.Pedro era rimasto senza fare alcun commento, indice che la freccia aveva colpito nel segno? Ci scommetterei losso del collo (scusa lespressione "corposa") che quel trasferimento il p.Pedro lo fece pensando proprio a quella costruzione.
Ebbene, a meno di tre anni, sono qui per linaugurazione della più maestosa chiesa della Zambesia. Zitto zitto il "Gattone" è riuscito a dare una zampata che ha sorpreso tutti!
Immagina che stamani era qui non solo il Vescovo di Quelimane, ma anche il Cardinal Gouveia di Maputo. E quando si muovono autorità di questo calibro cè sempre dietro anche la stampa.
Il gran piazzale della chiesa era pieno fin dalle prime luci dellalba. Moltissimi cristiani, arrivati da tutte le cappelle nei giorni precedenti, avevano affollato i dintorni, ospiti di parenti e amici e infilati nelle varie costruzioni scolastiche della missione.
Alle nove è cominciata la solenne consacrazione della Chiesa a Maria Regina Mundi col rito dellaspersione, prima allinterno e poi allesterno (al contrario di Quelimane).
Il p.Antonio , durante la costruzione, forse per giustificare tanto entusiasmo di grandezza e di solennità, aveva ottenuto dal vescovo di dedicarla a Maria Regina Mundi, anche se il titolo ufficiale della missione era del Santo Condestável.
La messa solenne lha celebrata il p.Antonio, come superiore della missione ,mentre il Cardinale e il Vescovo assistevano. Lomelia, però lha tenuta il Cardinale. Lufficialità delloccasione imponeva un ringraziamento e una lode a tutti: Vescovo, congregazione dei Sacerdoti del S.Cuore, superiore della missione, Amministratore del distretto e perfino governo del Mozambico e della Zambesia. Alla fine ha concluso con queste parole: "Dora in poi la voce delle campane, echeggiando per i colli e per le valli di questa incantevole regione, dovrà essere per tutti un invito di Dio alla preghiera ed alla meditazione delle verità eterne!"
Finita la parte religiosa si è passati a quella conviviale. Il p.Antonio, che ha sempre curato anche la parte bianca del suo gregge, aveva mobilitato per preparare il pranzo tutte le mogli e madri portoghesi della cittadina di Alto Molócuè, le quali non si lasciarono certo sfuggire loccasione per una memorabile bella figura di fronte a tutta la Zambesia (molti i convitati da Quelimane e dagli altri distretti) e anche di fronte alla capitale, presente nella persona del Cardinale e dei suoi accompagnatori.
Il banchetto non era evidentemente solo per i portoghesi, ma anche per tutti i presenti! Tutti ebbero da mangiare a sazietà oltre ogni dire
Al pranzo non sono certo mancati i discorsi e i brindisi. Tutti, proprio tutti coloro che ne avrebbero potuto avere, non dico il diritto, ma perfino il desiderio, hanno potuto farlo con piena libertà.
E chi aveva voglia di battere le mani, certamente ebbe una storica occasione per levarsela per completo!
Tuo p.Anonimo s.c.j.
Nauela, 7 gennaio 1960
Caro p.Dehon,
mi viene la voglia di augurarti Buon Anno, anzi, meglio: Buona Decade Sessanta!
Cosimporta, infatti, se sono già passati i primi sei giorni degli anni 60?
Sai perché sono qui?
Perché, dopo tanto parlare, il 5 gennaio u.s. (ieri laltro) il Consiglio Regionale ha finalmente pubblicato i nomi dei due confratelli incaricati di aprire la nostra nuova Opera della Scuola Apostolica di Milevane.
Come ben sai la Scuola Apostolica è lequivalente del Seminario minore per gli Istituti religiosi. Ci lanciamo quindi nella grande avventura della formazione di nostri nuovi confratelli Mozambicani! È certamente un evento storico, quello a cui sto per assistere in diretta.
Oggi, dopo due soli giorni, i confratelli incaricati, p.Fortunato Pegolotti e fr.Josè Ossana si trasferiscono ufficialmente da Nauela a Milevane. I chilometri sono soltanto 8, ma, con le piogge che stanno cadendo questanno, possono costituire una grande distanza!
I preparativi per la partenza fervono fin da stamattina prestissimo. Il p.Fortunato si può dire che è "scatenato". Va avanti e indietro con i suoi piccoli passi, un moto perpetuo! Comè suo costume è madido di sudore e porta a mo di stola, attorno al collo, un asciugamano col quale si deterge continuamente. Sembra un po agitato, ma la faccia preoccupata si scioglie ogni poco in un sorriso.
Fr. Ossana invece è lopposto: calmo, silenzioso, controlla la carica e si mantiene pazientemente fermo accanto al camion imprestato da un commerciante. Il nostro, della missione, è fuori uso da vari mesi per un pezzo di ricambio che non si riesce a far venire.
Come ti dicevo, piove a dirotto da parecchi giorni e le strade sono ridotte a una miseria. Stamattina il cielo è coperto, ma tira vento e si spera che porti via un po di nuvoloni. Per essere pronti a qualunque evenienza si fanno salire, comunque, una quindicina di alunni della scuola per catechisti, muniti di zappe, coltellacci e picconi.
Appena si parte comincia a piovere!
Dalla missione si arriva al paese e, poi, su per la strada in salita! Ma, dove la pendenza si fa severa, le ruote cominciano a girare a vuoto e il camion sembra sprofondare nel fango. Lautista si ferma subito e spegne il motore prima che le ruote, girando vorticosamente, scavino buche profonde. Se la cassa del differenziale toccasse per terra, sarebbe veramente un caso serio!
I giovani scendono giù in un balzo, gridando e ridendo. Per loro questo diversivo è preso con allegria, come una festa. Alcuni vanno a tagliare rami frondosi da mettere sotto e davanti agli pneumatici, altri portano pietre, altri scavano la terra per liberare le ruote infossate.
Poi, tutti dietro a spingere!
Anchio e p.Fortunato ci mettiamo con loro per aumentare la forza. Fr.Ossana, al volante mette in moto. Spingere un camion è una gran fatica, ma dover farlo in salita, è una cosa che non si riesce a immaginare. Per fortuna il pavimento stradale era stato preparato a dovere e così, al primo sollevare il piede dalla frizione, il camion comincia a muoversi tra un urlo di vittoria strepitoso. Un gran corri corri per risalire e poi: via, cantando e battendo le mani. Poco dopo un catechista riesce a districare un tamburo dal resto delle cose e inizia a suonare un ritmo travolgente.
Il nostro arrivo a Milevane non poteva essere più trionfale! Continua a piovere, ma ormai che si è bagnati, inzuppiamoci! Con questo caldo è addirittura piacevole
Milevane non è il nome di un paese o di una fiera commerciale. È solo un passo tra due vallate. È molto ampio, lungo, pieno di verde anche se la vegetazione non è fitta. Le montagne si innalzano sia a destra che a sinistra e qua e là ci sono gruppetti di capanne.
Quassù in cima un portoghese possedeva un enorme pezzo di terra, praticamente senza alcun sfruttamento agricolo. Aveva qui la sua abitazione e una "bottega del mato", che serviva tutta la popolazione del piccolo altipiano e quella del versante opposto a Nauela.
È di fronte alla sua casa che ci fermiamo e cominciamo a scaricare. Due stanze, che servivano come deposito di foglie di tabacco, devono essere pitturate subito perché saranno trasformate in dormitorio per i primi ragazzi. Fr. Ossana ne assume immediatamente la direzione, scegliendo i quattro catechisti già preavvisati e mettendoli allopera. P.Fortunato ed io facciamo depositare le cose al coperto, prima che si rovinino sotto lacqua.
Come vedi, padre Dehon, sè aspettato parecchio tempo per decidere e combinare il contratto dacquisto, ma poi, una volta concluso, non abbiamo più perso un attimo!
A conferma dellaccelerazione che hanno preso ora le cose, stasera, poco prima del tramonto, abbiamo sentito suonare il clackson da lontano: era il Regionale, p.Damião Bettoni, che portava da Ile e dal Gurúè i primi alunni della Scuola Apostolica!
Anche lui, appena sceso, ha cominciato a raccontarci, con dovizia di particolari, tutti gli impantanamenti subiti nel percorso. Loro hanno fatto laltra salita, quella che viene dal Gurúè, assai più lunga e ricca di curve e contro curve, al punto da essersi meritata laffettuoso nomignolo di "caracol", cioè di guscio di chiocciola.
La casa è piccola, ma in compenso noi siamo tanti! Anche se scomodo è tuttavia bello vivere questi momenti di affollamento la prima sera di apertura di una nuova opera!
Per fortuna ha smesso di piovere! Fr. Ossana riporta a Nauela i catechisti e noi restiamo con i nuovi arrivati per finire di sistemare le cose.
Riprendo a scrivere il 10 gennaio. Per oggi, infatti è fissata linaugurazione ufficiale, con la presenza del Vescovo.
Stamani il cielo era terso! Ancora prestissimo sono cominciati ad arrivare da Nauela , a piedi e cantando, gruppetti di catechisti e di alunni dellinternato.
Poco dopo sono arrivati p.Ottorino Maffeis, superiore di Nauela e fr.Miguel Tapparo, muniti di cinepresa, per fissare limmagine storica dellinaugurazione di questopera.
Dom Francisco è arrivato alle 9,45 accolto dagli applausi di tutti. Il Vescovo è passato in tutte le stanze della casa , benedicendole con lacqua santa, poi ha concluso con la celebrazione della S.Messa.
È seguita la visita al grande appezzamento di terreno, che si estende a perdita docchio.
Nel frattempo sono arrivati i nostri confratelli di Invinha, p.Agostinho e p.Aldo Fortuna (arrivato di recente in Mozambico), in compagnia di un sacerdote diocesano portoghese, che sarà il primo parroco della cittadina di Vila Junqueiro, "capitale" del distretto del Gurúè.
Il ricevimento è stato molto modesto, ma in compenso il calore dellamicizia lha reso particolarmente bello e simpatico.
Alle 15 sono ripartiti tutti e noi siamo rimasti da soli, circondati da queste montagne piene di silenzio! Tranne quelle poche capanne inerpicate sui monti, non ci sono segni di presenza umana nei dintorni. Il senso di solitudine è intenso, ma anche quello della vicinanza e compagnia del Signore non è da meno!
Tuo p.Anonimo s.c.j.
Gurúè-Invinha, agosto 1960
Carissimo padre Dehon,
sono venuto anchio alla riunione generale dei nostri confratelli che inizia cogli esercizi spirituali predicati dal Consigliere Generale p.Bernardo Salandi.
La sua è una visita ufficiale, inviato dal Superiore Generale p.De Palma. Ha già avuto modo di vedere le nostre missioni ed ora facciamo un incontro per affrontare insieme qualche tema importante di interesse comune. Comè nostra tradizione, di cui ti siamo grati, perché ce lhai insegnata tu, cominciamo con gli esercizi spirituali. La preghiera precede, perché crediamo fermamente che solo col suo aiuto possiamo avvicinarci alla verità e discernere la realtà con la sapienza dello Spirito Santo.
La missione si presta bene per riunioni e per pregare. Ha una chiesa bella e grande, che è in lista di attesa per essere affrescata da fr.Miguel Tapparo, che dopo aver concluso laffresco della Sagrada Família, è ora alle prese con la chiesa di Nauela. Comunque, anche lui è venuto al ritiro e alla riunione e ha già cominciato a prendere le misure dellabside e a fare schizzi per laffresco dellImmacolata Concezione.
La preghiera ci ha ritemprato, aiutati dalle meditazioni del p. Bernardo, piene di una spiritualità delicata e di confidenza nella bontà di Dio.
Nella riunione abbiamo affrontato il tema della distribuzione del personale dopo lultima espansione di stazioni missionarie ed anche quello economico, che ci assilla non poco. Ora infatti, rallentata la fase delle nuove costruzioni, dobbiamo pensare a finire di pagare i debiti e a trovare forme di sostentamento, oltre che per gli internati delle missioni, anche per il catechistato e la scuola apostolica. Ma vado con ordine.
1-Personale. Si sono sommate due difficoltà. La prima è che abbiamo aperto nuove comunità: le missioni di Mulevala, Namarroi e Pebane, la scuola Apostolica di Milevane ed il catechistato a Nauela.
La seconda è una conseguenza del grande vento di novità che sta soffiando con forza sullAfrica: da un capo allaltro cominciano ad apparire fermenti di coscienza della propria identità e dignità da parte dei vari popoli e ciò esige, colla forza stringente della logica, che i Paesi che hanno colonizzato e sottomesso le popolazioni africane, se ne vadano e riconoscano ad esse il diritto sovrano allIndipendenza. Ciò suona per molti come una cosa inaudita, specialmente in Portogallo, dovè radicatissima la convinzione di incarnare una forma di presenza in Africa differente da tutte quelle esistenti. Molte razze costituiscono il Portogallo, composto da terre metropolitane e terre dOltremare, ma una sola è la nazione ed uno solo il Paese. Per ora in Mozambico non si sente muovere una foglia, ma il governo centrale comincia a preoccuparsi e a prendere misure preventive.
Una di queste è la restrizione dei visti dentrata ai missionari stranieri. I sacerdoti portoghesi presenti in Mozambico stanno diventando una minoranza, specialmente nella Zambesia, dove la proporzione è di 4 contro una sessantina. Nellultimo anno nessun confratello ha ottenuto il visto. In Portogallo ce ne sono ben quattro in attesa: i padri Emilio Bertuletti e Nunzio Leali ed i fratelli Antenore Spadaccini e Giorgio Peterlini. Lidea del governo, che il vescovo crede daver colta, è quella che ci sia equilibrio fra il numero di missionari portoghesi e di quelli stranieri. Se ciò dovesse essere applicato con rigore, per la Zambesia sarebbe un problema gravissimo.
Ad ogni modo, per la nostra congregazione sè aperta una nuova prospettiva: dalla Regione del Portogallo, fondata in contemporaneo con la Regione del Mozambico, è stato inviato a Milevane il primo religioso scolastico, per fare il prefetto - cioè lassistente dei ragazzi e, al tempo stesso, insegnare una materia o due nella scuola. Si chiama Fr.Manuel Gouveia, nato a Madera e arrivato dalla nostra casa di Funchal. È un giovane posato, tranquillo e silenzioso, molto amico dei ragazzi. Tutti sono contenti di lui, e la cosa più bella è che, dopo aver concluso gli studi, desidererebbe ritornare per fare il missionario in Mozambico.
Latteggiamento del governo, tuttavia, resta un punto che preoccupa, ma il p.Bernardo, abituato a vedere da Roma le cose con uno sguardo panoramico e con una conoscenza degli affari internazionali assai vasta, ci tranquillizza. Tra il dire e il fare cè di mezzo il mare, specialmente in queste scelte che hanno una grande eco internazionale e che, in certo modo, andrebbero contro i patti tra Portogallo e Santa Sede, sanciti nellAccordo Missionario del 1941.
Alla fine della discussione sè considerato che, anche col personale esistente, alcune cose possono essere migliorate e si può fare una distribuzione più equa ed equilibrata. Abbiamo demandato la decisione ad un incontro tra il padre Visitatore ed il Consiglio Regionale.
La "questione economica", come sè voluta definire, usando questespressione altisonante, ha riscaldato gli animi ed impegnato tutti con ardore!
Ciò che rende scottante il problema è la contemporaneità di tre cose da tenere presenti:
1- il richiamo critico del Vescovo e del Superiore Provinciale p.Girardi (durante lultima visita canonica) verso le nostre "botteghe del mato" che, via via si sono affiancate alle missioni come fonte di sostentamento per gli alunni degli internati,
2- i molti debiti ancora da pagare, dopo lo sforzo gigante di aprire undici missioni e costruire sette grandi chiese in tredici anni,
3- laver aggiunto molta carne al fuoco con la nuova scuola apostolica di Milevane e il catechistato di Nauela.
Sè discusso accesamente e tutti hanno potuto dire la loro. È emersa limpossibilità attuale di sostituire le botteghe con altre fonti di sostentamento. Parecchi si sono alzati a difendere lopinione che la gente sa di fatto molto bene che i padri non lo fanno con spirito di guadagno, ma per la necessità di mantenere i ragazzi che studiano nelle missioni. Inoltre i prezzi sono assai più bassi di quelli dei commercianti portoghesi, e ciò ha pure effetto di concorrenza, che risulta benefico perché trattiene questi ultimi dallesagerare sui guadagni. Lidea suggerita dal Vescovo e da p.Girardi, di cercare di sviluppare le entrate provenienti dai vari laboratori di sartoria, falegnameria, calzoleria, meccanica, ecc. potrebbe essere buona e va di fatto messa in pratica, ma ci vorrà ancora abbastanza tempo perché diventi una fonte di rendita che permetta lautosufficienza economica delle missioni.
Tutti i missionari celebrano le s.Messe devolvendo lofferta corrispondente per il sostegno delle opere, ed ultimamente, in modo speciale per la Scuola Apostolica di Milevane. È stato pure fatto un appello di recente alle nostre case dItalia, chiedendo ai superiori un aiuto analogo, perché autorizzino qualche loro confratello a devolvere lofferta della s.Messa per le missioni.
Riguardo poi a Nauela il p.Damião, nella sua qualità di Superiore Regionale, ha dato uninformazione interessante. Tutti già erano stati informati a suo tempo che la missione protestante nostra vicina, dopo varie vicissitudini, che avevano provocato lalternarsi successivo, in una decina danni, di ben tre diverse confessioni evangeliche, era stata chiusa nel 1958. Gli alunni della loro scuola, assai numerosi, insieme agli insegnanti, avevano chiesto di inserirsi in blocco nella nostra missione. Le bocche da sfamare erano cresciute improvvisamente. Dom Francisco aveva interessato il Governatore della Zambesia e lAmministratore del distretto. Questi erano riusciti ad ottenere dal Governo centrale un aiuto di cento mila scudi, una somma veramente considerevole!
Il p.Bernardo aveva consigliato di acquistare con quei soldi un appezzamento di terreno, per farne una coltivazione che potesse mantenere per lo meno tutti i catechisti.
A questo punto, padre Dehon, come avrai potuto immaginare, un grande battimani ha accolto la notizia!
Anche per Milevane sè pensato di fare altrettanto, visto che la terra ce labbiamo già, ed in grande abbondanza: la tenuta è di più di mille ettari! È vero che ci sono zone di bosco, di pascolo e molti pendii scoscesi, ma resta pur sempre una grande area che si può coltivare.
Esauriti gli argomenti incandescenti, si è passati ad un giro di informazioni e di questioni puntuali.
Alla fine di tutto ha preso la parola il p.Bernardo Salandi, che ha fatto un riassunto delle sue impressioni di visitatore. Ha, tra laltro, proposto a tutti lesempio delliniziativa della parrocchia della Sagrada Família in Quelimane, che, dal giorno della sua consacrazione, fa tutti i giorni lesposizione del Santissimo dalle 17 alle 19. Ladorazione eucaristica sta cominciando ad entrare nelle abitudini dei cristiani e cè sempre qualcuno presente. Per tutti noi è una grande gioia, e non mi dire, padre Dehon, che non lo è anche per te, che ladorazione ce lhai lasciata come tua eredità!
Tuo p.Anonimo s.c.j.
P.S. Al termine dellincontro il p. Damião ha riunito il Consiglio Regionale a cui ha partecipato anche il padre Visitatore. Uno dei temi era il rimpasto delle comunità, specialmente di quelle più sprovvedute di personale.
Eccoti le novità:
--Milevane: è stato collocato come superiore p.Ottorino Maffeis, trasferito dalla vicina Nauela. Insieme a lui è stato inviato pure fr.Vittorio Maiocchi, proveniente da Ile. Ora la comunità può affrontare con più fiducia le molte difficoltà che unopera così nuova e così complessa, porta con sé. Sono ora in cinque confratelli: p.Maffeis, p.Pegolotti, fr.Ossana, fr.Maiocchi e il prefetto fr. studente Manuel Gouveia.
--Nauela: il nuovo superiore, al posto di p.Ottorino Maffeis è il p.Tarcisio Finazzi, che viene a fare coppia col suo omonimo don Dino Finazzi, della diocesi di Cesena. Continua a dirigere il catechistato p.Franco Massieri, appassionato degli studi ed entusiasta della recente carica
--Mulevala: anche qui cè un nuovo superiore, il padre Erminio Martelli, che va a fare comunità col solitario p.Giovannino Bonalumi. Nei primi tempi di difficoltà e di solitudine non sè certo perso tempo, visto che ormai è pronta la chiesa e la casa dei padri.
--Pebane: la solitudine che tanto pesava al p.José Carlessi, resa più dura dallambiente impenetrabile dei mussulmani, che qui sono la stragrande maggioranza, è stata alleviata dalla collocazione come superiore del p.Antonio Losappio. I suoi rapporti dantica amicizia coi mussulmani della zona, risalenti al tempo in cui era superiore di Mualama, distante appena 80 km, contribuiranno anche a rasserenare la vita dei missionari.
Memorabile volo col p. Francisco De Ruschi, febbraio 1961
Caro padre Dehon,
immagino la tua sorpresa a leggere la mia intestazione! Non ti avevo mai detto delle imprese aeree del p.De Ruschi junior. Aveva sempre avuto la passione del volo e la sua lunga permanenza a Quelimane gli ha offerto loccasione propizia per imparare a pilotare. Lamicizia coi piloti portoghesi che spesso volano fra Quelimane e i vari distretti, tutti muniti di un piccolo aeroporto in terra battuta o di prato, lha condotto, prima per gioco e poi sul serio, a sedersi ai comandi, finendo col prendere il brevetto di pilota.
Mentrero di passaggio da Quelimane, mi ha offerto la possibilità di fare una scorrazzata aerea per la Zambesia, con lunica condizione di concludere tutto in un solo giorno.
La prima tappa la facciamo a Mualama, per andare a visitare il p. Enzo Pistelli, miracolosamente scampato da un infortunio di viaggio, sia per fargli coraggio, sia per sapere da lui cosè realmente accaduto. Forse non lo saprai, p.Dehon, ma la Zambesia è rinomata per i suoi "boati", espressione locale, pittoresca, che potrebbe essere tradotta con "dicerie": quando succede qualcosa, subito si formano voci, si accrescono particolari, li si abbellisce, li si ingrandisce, fino al punto da far entrare il malcapitato addirittura nella leggenda!
Per arrivarci in macchina, a Mualama, spesso non basta un giorno. La strada infatti, oltre ad essere assai sconnessa - specie in febbraio, nel pieno delle piogge fa un giro incredibile, sfiorando da Quelimane i 400 chilometri. In aereo sembra invece a due passi! Ci si arriva in tre quarti dora. Passiamo a volo radente sulla missione per due volte, nella speranza che i padri capiscano che laereo arriva per loro, poi puntiamo sul campo daviazione, dove il p.De Ruschi junior fa un atterraggio perfetto. Non passa un quarto dora che il servizievole p.Angelino Minoia compare colla sua sferragliante Land Rover. Andiamo subito a casa e lì possiamo abbracciare con affetto lo scampato p.Enzo. Ci sistemiamo sotto la veranda, mentre il cuoco ci porta un piatto pieno di belle banane e si appresta ad aprire con due o tre secchi colpi di "catana"(coltellaccio pesante), un "lanho" per ciascuno. Il "lanho" è il cocco da bere, cioè quello ancora verde, quasi senza polpa e ripieno di un liquido delizioso e abbondante, dal sapore delicatissimo e leggermente dolciastro. Il contenuto sfiora spesso il litro.
Il cocco da mangiare, invece, è quello maturo, dalla polpa bianca, grossa un centimetro. Anchesso contiene liquido, ma non così abbondante e squisito come il "lanho".
Il cuoco mette in tavola anche i bicchieri, ma solo per appoggiarci sopra le noci di cocco, perché non rotolino sul tavolo.
Guai a versare il liquido nei bicchieri! Se tu lo facessi, p.Dehon, appariresti subito come un turista pivellino che non sa il proverbio forse più famoso della Zanbesia: "Lacqua di «lanho» è buona solo quando è bevuta nel suo guscio!" Il significato sapienziale è facile: se vuoi gustare e apprezzare davvero qualcosa, devi avvicinarti a quel qualcosa nel suo contesto originale.
Mentre facciamo cin-cin con i "lanhos", chiediamo a p.Pistelli che ci racconti la sua avventura.
"Stavo tornando da Naburi, distante circa 80 km, insieme ad un catechista. Al mattino eravamo passati senza nessun problema. La strada era dritta e il fondo buono. Era lepoca delle "queimadas", quando la gente mette il fuoco alle erbacce dei campi per liberare il terreno e poterlo preparare per la semina. Landatura era piuttosto sostenuta, quando allimprovviso mi accorgo che un ponticello, che al mattino cera, era scomparso, bruciato dal fuoco. Ormai ero troppo vicino per frenare. Distinto ho accellerato al massimo, nella speranza di arrivare in volo dallaltra parte. Ma la jeep non aveva le ali e latterraggio è stato un disastro. Abbiamo battuto contro il margine del lato opposto, e siamo caduti nel fondo del fiumiciattolo. che per fortuna era secco. Il giovane che era con me ha sfondato il parabrezza con la testa ed io ho preso una gran botta del volante sul petto. Siamo rimasti doloranti e storditi un bel po, ma poi abbiamo recuperato e ce labbiamo fatta ad uscire dalla jeep, una Toyota a cabina chiusa. Per fortuna non ci siamo feriti né abbiamo avuto fratture. Solo un gran male per le ammaccature. Che fare? La macchina non serviva più, e si trovava nel letto secco del fiume. Ad un certo punto sentiamo il rumore di un camion in arrivo. Veniva da Naburi. Gli corro incontro zoppicando, facendo grandi segni di fermarsi. Andava in fretta, ma ce lha fatta a frenare proprio sul ciglio del torrente. Il camionista, uno della compagnia del cotone, guarda giù dovera la jeep e poi gli esce spontaneo questo commento: "Che fortuna che sia passato prima lei, signor padre!"
Ci invita a caricare le nostre cose sul suo camion e quindi facciamo un gran giro per trovare un altro passaggio per arrivare a Mualama.
Solo dopo una settimana mè riuscito di andare a tirar su la jeep e riportarla a casa. Ed ora stiamo aspettando ancora un pezzo di ricambio che non si trova né a Quelimane né a Lourenço Marques. Labbiamo dovuto chiedere in Giappone. Per il momento usiamo questa vecchia Land Rover che il p.Damião ci ha imprestato"
"Qui ci vuole un altro brindisi!", esclamò p. Francisco e, facendo cin cin con il cocco di p.Enzo e poi con i nostri, gridò con tutto il fiato dei suoi polmoni di tenore: "Al secondo aviatore della Congregazione!!!"
Sarebbe stato bello poter rimanere più a lungo, ma il tempo a disposizione era striminzito. Siamo ritornati allaeroporto tutti e quattro insieme, dove ci siamo salutati fraternamente. Poi di nuovo in volo, verso il Gurúè.
La missione di Gurúè-Invinha è a circa 15 km dal campo daviazione della cittadina di Vila Junqueiro. Per convincere i padri che laereo veniva apposta per loro, p.Gino ha fatto ben tre passaggi radenti sulla missione, lultimo dei quali come se volesse atterrare sulla strada che passa davanti alla chiesa. Tutti devono aver capito, perché, mentre riprendevamo quota, ho visto la sagoma di una macchina uscire in tutta fretta dalla missione lasciandosi dietro la scia di un grande polverone.
Il padre ha approfittato dei minuti di vantaggio sul confratello che ci veniva a prendere per via terrestre, per farmi dare uno sguardo panoramico alle grandi piantagioni di tè che ammantano di un verde smeraldo, variegato, le ondulazioni del terreno per unestensione di chilometri e chilometri. Abbiamo volato fin sotto la montagna che incombe sullabitato con una parete a strapiombo, passando sopra la cascata, i boschi di eucalipti giganti e i laghetti che abbelliscono la zona. Un volo veramente incantevole, di cui ho ringraziato di cuore il mio confratello!
Quando atterravamo, il polverone della jeep era ormai alle porte della cittadina.
Era venuto a prenderci il p.Aldo Fortuna, dalla voce di tuono, sempre pronto a fare un servizio.
In meno di venti minuti eravamo a casa. La strada era in perfette condizioni, nonostante le piogge, perché la livellatrice era appena passata. Il Superiore, padre Agostinho, cugino del mio pilota, era in attesa sul prato di fronte a casa per darci il benvenuto. Colla coda dellocchio avevo notato sotto la veranda un tavolino e le poltrone di vimini pronte per accoglierci. Una volta di più il p.Agostinho aveva già pensato a tutto, mostrando di continuare a meritare sul campo il titolo di "Conte Zio".
Mentre sorseggiavamo leccellente tè delle piantagioni, abbiamo manifestato i due nostri desideri: ammirare, durante la creazione, laffresco gigante dellImmacolata, che fr.Miguel stava dipingendo nellabside della chiesa e poter vedere lormai famoso ariete idraulico, propagandato dappertutto dai padri Nava e Fortuna.
Il p.Agostinho si alzò in fretta, dicendo che dovevamo sbrigarci perché sera vicini al mezzogiorno e fr.Miguel stava per interrompere il lavoro. Entrammo quasi di corsa in chiesa e potemmo ammirare il magnifico colpo docchio che si godeva dal fondo. La figura della Madonna era ormai quasi finita, grandissima, al centro dellabside, dolce e maestosa. Il pittore stava lavorando allo sfondo del lato destro. Larrivo di fr. Miguel era stato davvero un avvenimento straordinario per la nostra missione del Mozambico! Quante chiese dAfrica potevano contare su un proprio artista per evangelizzare coi colori?
Ci avvicinammo per congratularci con lui e salutarlo fraternamente. Gli chiedemmo qualche spiegazione e ci mostrò alcuni particolari. Anche se non era mezzogiorno suonato, fr.Miguel depose i pennelli ed uscì con noi.
Mentre lui si lavava, il p.Agostinho, insieme agli altri due confratelli, p.Luís Nava e p.Aldo Fortuna, ci ha portato a vedere lariete idraulico. Avevano fatto una piccola diga per sbarrare un fiumiciattolo e creare un dislivello di qualche metro. Lacqua del laghetto usciva da ununica apertura che immetteva in un grosso tubo. Il peso dellacqua in caduta faceva funzionare, grazie alla forza di gravità, un meccanismo a pompa, lariete idraulico, capace di spingere circa un terzo dellacqua che cadeva, fino alla missione, parecchio più alta e distante qualche centinaio di metri.
Il p.Agostinho, antico professore di fisica ci spiegò pure in virtù di quale legge ciò potesse avvenire, ma io te ne faccio venia, perché avrei paura di tradire il suo pensiero!
Dopo il pranzo ci riposammo una mezzoretta ed il "Conte Zio" in persona volle riaccompagnarci a Vila Junqueiro per risalire sullaereo.
Lultima tappa era Namarrói. Volevamo vedere uno dei nuovi arrivati, il p.Emilio Bertuletti, sistemato da pochi giorni nella sua prima sede di missione. Da questaccenno potrai capire che finalmente il governo ha concesso il visto ai nostri quattro confratelli che aspettavano in Portogallo.
Qui a Namarrói non cè gran bisogno di voli radenti sopra la missione, perché il campo daviazione è proprio sotto la nostra casa, situata in posizione elevata a meno dun chilometro.
Ci avviamo a piedi, ma dopo un brevissimo tratto una macchina si ferma a pochi passi e ne scende il p.Emilio, sorridente ed espansivo. Qualche bambino era corso ad avvisarlo che dallaereo erano sbarcati due padri. Ci accompagna in missione, dove fervono i lavori. La casa è già finita. Si sta ora costruendo la casa delle suore. A poca distanza cè una specie dofficina montata sotto delle tettoie con una macchina per preparare largilla per i mattoni, le tegole, i vasi ecc. Il forno è nella vicinanze.
Anche qui lacqua che esce dalla sorgente è stata captata e incanalata, ma non ci sono dislivelli da superare: entra da sola come una regina nel serbatoio sopra il tetto e scorre giù dai rubinetti senza il costo di un solo scudo di combustibile per la pompa. Una vera benedizione!
Non cè bisogno di chiedere al p.Emilio se è contento dessere finalmente in missione: lo si vede lontano un miglio! Ci magnifica con entusiasmo i pregi di Namarrói: clima eccellente, fresco e poco umido, panorami incantevoli, ricchi di montagne. Dice che gli pare dessere in Svizzera!
Sta già studiando con passione la lingua, insieme agli usi e costumi della popolazione. Peccato che le cose da fare siano tante e il tempo voli in un attimo. Il p.João Gadotti, venuto temporaneamente per fare compagnia al p.Afonso, è già partito per Ile, doverano rimasti in due, dopo il trasferimento di fr.Vittorio Maiocchi a Milevane. Di modo che a Namarrói ci sono tantissime cose da fare. E poi ci rivela che avrebbe anche un suo progetto, per il quale sè preparato a Bologna allo Studentato, negli ultimi anni di teologia: montare un gabinetto fotografico per documentare ciò che i missionari fanno, come pure la vita, i costumi, le facce e gli avvenimenti della gente. Gli chiediamo se ha già qualche foto da mostrarci. Non se lo fa ripetere due volte! Ce ne porta una scatola piena. Sia io che padre De Ruschi rimaniamo a bocca aperta. Ci sa fare sul serio con la macchina fotografica questo giovane!
Siamo davvero un popolo, caro padre Dehon, non solo di pittori, di costruttori, di evangelizzatori, di fisici, ma anche di piloti e di fotografi!
Ed ora tanti cari saluti: te li mando mentre torno in volo a Quelimane. Ti arriveranno più in fretta, visto che tra questi nuvoloni che si sono formati nel pomeriggio quassù, siamo più vicini a dove abiti tu!
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, 11 ottobre 1962
Caro padre Dehon,
ti potrà sembrare un eccesso di zelo questa lettera, perché della notizia che ti voglio dare ne è piena la terra. Oggi comincia il Concilio Ecumenico Vaticano II!
Questo paese è molto alla periferia del mondo, ed il numero dei cristiani estremamente esiguo. La notizia del Concilio è ignorata dalla maggior parte della gente, ma nelle piccole comunità sparse nella Zambesia sè pregato nelle domeniche degli ultimi mesi.
Qui a Quelimane, nella nostra chiesa parrocchiale della Sagrada Família, si fa ladorazione eucaristica tutti i giorni e, prima della benedizione, si recita la preghiera che papa Giovanni ha composto.
Stamani il p.Damião è riuscito a sintonizzarsi direttamente sulla Radio Vaticana, che ha cominciato a trasmettere sin dalle 9. Lha tenuta accesa come sottofondo, mentre lavorava nel suo ufficio parrocchiale, poi, quandè cominciata la processione dei padri conciliari, ci ha fatti chiamare perché ascoltassimo in diretta questavvenimento memorabile.
Qui, padre Dehon, non siamo molto addentro ai temi, ma abbiamo tutti la convinzione che qualcosa di straordinario stia cominciando ad accadere per la Chiesa e per il mondo!
Mi dirai che non ci vuole uno speciale spirito di profezia per poterlo affermare: ogni concilio è sempre stato un avvenimento di grande importanza. Hai ragione! Ma il fatto che questa opinione possa apparire come un luogo comune, non toglie ad essa nulla della sua verità.
E su questidentità di vedute, ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.
Milevane, 21 giugno 1963
Caro padre Dehon,
riprendo la penna dopo un certo silenzio! La vita di missione non è sempre fatta di cose grandi o importanti, ma assorbe fino allosso. Potrei riassumere questo tempo senza lettere, adattando la bella espressione di fede che S.Paolo disse agli ateniesi nel famoso discorso allAreopago: " Il Lui abbiamo vissuto, ci siamo mossi e siamo esistiti". Mi piace molto, sai, assaporare questa frase. Cosa si potrebbe aggiungere che non sia già contenuto in tali parole?
Oggi però ti voglio scrivere perché è un giorno storico per Milevane: vengono accettati i primi otto postulanti fratelli. È il primo passo verso la fondazione della congregazione in Mozambico. Il postulandato durerà sei mesi e poi inizieranno il noviziato. Il Consiglio Generale ha ufficialmente istituito la casa di Milevane come Noviziato il 30 aprile scorso ed ha nominato il p.José Brambilla come padre Maestro.
Sono passati tre anni dallapertura della Scuola Apostolica ed ora stanno apparendo i primi frutti concreti. Gli Apostolini, cioè i ragazzi che studiano qui, sono una quarantina.
Si è voluto dare la massima solennità a questo giorno, perché la sua importanza è veramente storica.
Innanzitutto sè voluto scegliere la data della festa del S.Cuore e poi sè pensato di abbinare la celebrazione solenne delle nozze dargento sacerdotali dei p.Pedro Comi ed Antonio Losappio.
Stamani alle sei il p.Pedro ha tenuto la meditazione per i postulanti e tutti i presenti, seguita dalla S.Messa dorario della comunità. Poi alle dieci il p.Antonio ha celebrato la Messa solenne, assistito da p.Pedro e p.Agostinho, col p.Damião che fungeva da cerimoniere.
Ho potuto ammirare il p.Ottorino Maffeis, il superiore locale, mentre dirigeva con vera perizia il coro dei ragazzi, che cantava una bella Messa a due voci. Quando lho visto andare davanti e sistemarsi al leggio del direttore, sono rimasto sorpreso: non avevo mai saputo di queste sue doti musicali! È stata una piacevolissima novità: è veramente bello scoprire doti nascoste nei confratelli!
Dopo lomelia sono stati accettati i primi otto postulanti fratelli del Mozambico. Qui ho dovuto davvero ringraziare il Signore per avermi dato la gioia di poter dire, riguardo a questavvenimento: "Io cero!"
Comè nostra tradizione, il pranzo è stato solenne.
Per mezzogiorno erano già arrivati i rappresentati di quasi tutte le missioni. Gli Apostolini hanno letto alcuni messaggi sia ai padri festeggiati, sia agli otto postulanti. Sono stati eseguiti anche numerosi canti, questa volta diretti dal p.José Alves, che riunisce due aspetti interessanti: quello dessere allo stesso tempo lultimo confratello arrivato in Mozambico ed il primo padre portoghese qui con noi.
Ma la novità più bella è giunta alla fine del pranzo, quando fr.Vittorio ha annunciato di aver sentito alla radio che a Roma era stato appena eletto papa il card. Montini di Milano, col nome di Paolo VI.
Grande battimani, come puoi ben immaginare, al termine del quale il p.Pedro sè alzato ed ha intonato, in onore del papa, il "Christus Vincit" in latino, a voce spiegata.
Dopo il pranzo i giovani hanno solennizzato a loro modo questa giornata di festa con una sfida a pallone tra gli Apostolini e i catechisti di Nauela.
Allimbrunire ci siamo ritrovati tutti in chiesa per ladorazione eucaristica solenne, che ha concluso degnamente la grande festa.
In un buon gruppetto ci siamo trattenuti a dormire a Milevane. Ho approfittato della presenza del p.Lusardi, della missione del Molumbo per farmi raccontare qualche particolare della morte improvvisa del fr. Antenore Spadacini, avvenuta il 25 marzo scorso. Ci aveva colpito tutti, sia per essere la prima di uno di noi del Mozambico, sia perché il fratello era arrivato da pochissimo in missione.
"Purtroppo non cè molto da raccontare, caro p.Anonimo. disse p.Lusardi Antenore era uscito a cacciare per procurare un po di carne per la missione e non è più tornato a casa. Labbiamo trovato il giorno dopo, ucciso da un colpo di carabina al petto. Da come labbiamo trovato, doveva aver ferito un animale e pensava di finirlo con una mazzata col calcio del fucile, per risparmiare una pallottola. Purtroppo il secondo colpo era in canna e lha colpito in pieno.
Ti puoi immaginare come ci siamo rimasti il padre Pezzotta ed io, ed anche tutta la gente. Una tragedia tanto più dolorosa quanto più imprevedibile e, soprattutto, evitabile."
Da questa lettera ti puoi rendere conto, padre Dehon, come il 1963 si preannunci un anno di avvenimenti importanti. A parte il fatto dellinizio della formazione dei primi confratelli mozambicani, la morte di fr.Antenore e quella del Papa Giovanni, a poco più di un mese di distanza, il 3 di giugno, ha segnato la memoria di questanno in modo indelebile.
Tutta lAfrica è in agitazione, dopo le prime Indipendenze di alcuni Paesi. Il colonialismo sta scricchiolando e, prima o poi penso che sarà destinato a scomparire. La Storia, quando comincia a muoversi, di solito non ritorna più indietro. Siamo tutti un po preoccupati per i nostri confratelli del lantico Congo Belga, ora chiamato Zaíre. Ci giungono notizie di disordini e agitazioni. Speriamo che non scoppi una guerra civile!
Ti saluto, caro padre Dehon.
In Corde Jesu!
P.Anonimo s.c.j.
Mocuba, 13 agosto 1963
Caro p. Dehon,
sono arrivato a Mocuba nel pomeriggio, venendo dal Gilé. Sono entrato ad Alto Molócuè ed ho appreso la notizia che il p.Erminio Martelli della missione di Mulevala, era stato operato durgenza a Mocuba nella notte fra l8 e il 9 di questo mese. Mi sono fermato, ospite dei Cappuccini, per aver modo di andarlo a visitare con calma, ma appena ho saputo che cerano già a Mocuba due miei confratelli, ho cominciato ad allarmarmi. Ho trovato in casa p.Francisco Donadoni che si preparava per andare ad assisterlo di notte. Mi ha raccontato che l8 agosto, durante la visita del Governatore a Mulevala, il p.Martelli aveva cominciato a sentirsi male, con forti dolori alla pancia. Al pomeriggio la sofferenza sera fatta insopportabile. Il suo compagno di missione, p.Giovannino Bonalumi, era andato a chiamare il dottore, ma questi era fuori sede. Visto lo stato grave del p.Martelli, aveva preso la decisione di non perdere più tempo e di portarlo subito a Mocuba, dove cera lospedale più attrezzato della regione. Al loro arrivo il medico aveva diagnosticato un addome acuto, da probabile appendicite perforata. Laveva portato in sala operatoria per operarlo durgenza quella stessa notte. Non aveva però trovato unappendicite acuta, ma un pancreas tutto infarcito di sangue. Aveva fatto una pulizia delladdome, lavato, drenato e poi richiuso, fidando solo nella forza delle difese della natura. Aveva subito avvisato della gravità della situazione il p.Bonalumi, che aveva chiesto rinforzi alla vicina missione di Ile. Erano arrivati il p.Donadoni da Ile ed il p.Afonso da Namarrói. Dopo i primi giorni, piuttosto burrascosi, da ieri il p.Martelli si sentiva un po meglio, al punto che il p.Giovannino era tornato a Mulevala per sistemare alcune cose rimaste in sospeso per la partenza improvvisa.
Sono andato allospedale a trovarlo. Non mha fatto una gran buona impressione, e da qui ho potuto capire la gravità dei primi giorni! Tuttavia i dolori sono ora sopportabili e qualche speranza, di fatto, cè. Lho salutato ed ho cercato di fargli coraggio. Ho dato il cambio al p.Afonso e sono restato con lui fino alle otto e mezzo, quandè venuto il p.Francisco per restare tutta la notte.
Domattina presto ripartirò, in direzione a Quelimane, da dove ti terrò informato.
Ti saluto.
P.Anonimo s.cj.
Quelimane, 16 agosto 1963
Caro p. Dehon,
ieri il superiore Regionale, p. Damião, accompagnato dal p. Francisco De Ruschi è andato a Mocuba per vedere il p. Martelli su mio consiglio. Di fatti anche lui è tornato assai preoccupato. Nella notte anteriore il paziente sera sentito peggio: molti dolori e agitazione. Poi, durante il giorno sera ripreso e stamani sembrava di nuovo equilibrato. Il p. Damião mha confidato che è ritornato soltanto perché aveva alcuni impegni importanti che non poteva rinviare, ma che contava di voltare a Mocuba fra due o tre giorni. Frattanto, ogni sera, durante ladorazione, qui alla Sagrada sè cominciato a pregare per lui.
Tutti noi padri lo ricordiamo ogni giorno nella messa.
Per ora ti saluto. Appena ci saranno novità te le farò sapere.
Tuo P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, 18 agosto 1963
Caro padre Dehon,
stamani verso le undici il segretario del Governatore è venuto dal p.Damião per consegnargli un messaggio radio dellAmministratore di Mocuba: "Il Signor Padre Erminio Martelli, Superiore della missione di Mulevala, è gravissimo. Avvisare immediatamente il Signor Padre Damião Bettoni, Superiore Regionale".
Tutti apprendiamo la notizia in pochi minuti ed io sono invitato ad andare con lui a Mocuba. Accetto volentieri. Mi porto via questa lettera appena cominciata. La continuerò là.
Mocuba, 18 agosto, verso mezzanotte.
Appena arrivati, siamo andati in ospedale, senza neppure passare dalla casa dei Cappuccini. Accanto al letto del p.Erminio, uno di qua e uno di là, cerano il p.Giovannino, suo compagno di missione ed il p.Alves, sceso da Milevane. Il malato era in uno stato penoso, estremamente sofferente, tutto sudato e col viso contratto dal dolore. La coscienza era molto alterata. Sembrava che non ci riconoscesse, ma poi, ad un certo punto ha abbozzato un sorriso ed ha fatto un cenno con la mano.
Siamo usciti fuori un momento insieme al p.Giovannino. Ci ha riferito che il superiore dei Cappuccini gli aveva già amministrato lunzione degli infermi e la benedizione papale in "articulo mortis", mentre il medico li aveva avvertiti che ormai non cerano più speranze.
Siamo rientrati e restati lì qualche ora, alternando il silenzio a qualche giaculatoria ad alta voce, mentre ciascuno recitava per conto proprio, senza far rumore, il rosario, la preghiera che sempre ci sa soccorrere in ogni momento tragico della vita.
Poi ci siamo ritirati insieme al padre cappuccino che era venuto a sapere notizie dopo cena.
Mocuba, 19 agosto, ore 13.
Alle 12,15 il padre Erminio è spirato tra le braccia, posso dire, del p. Damião.
Siamo rimasti con lui tutta la mattina, pregando in silenzio e dicendo ogni tanto qualche giaculatoria, nella speranza e convinzione che il p.Martelli le potesse udire e fare sue.
Al momento della morte eravamo presenti il p. Damião, il p.Giovannino, p.Bertuletti ed io.
Ore 18,30.
La salma è stata composta nella stanza dove il padre è morto. Molti cristiani sono venuti a pregare e per presentare a noi, suoi confratelli, le condoglianze. Stanotte ci sarà la veglia della salma.
In una piccola riunione di tutti i padri presenti abbiamo deciso di seppellire il p.Erminio a Milevane, la casa della congregazione per eccellenza. La sua tomba sarà un segno per tutti noi ed un seme per il nostro carisma di Sacerdoti del S. Cuore, in terra Mozambicana.
Ti saluto, in questo momento triste, che ci fa tutti riflettere.
P.Anonimo s.c.j.
Nauela, 10 dicembre 1963
Caro padre Dehon,
sono venuto a passare qualche giorno di ferie qui a Nauela. Il caldo opprimente della costa mi ha sospinto verso le frescure dellAlta Zambesia. Il nuovo superiore p.Tarcisio Rota mi ha fatto una grande accoglienza, felice che qualcuno abbia scelto la sua missione per riposare un po. Dopo la partenza del p. Giovannino Bonalumi per Mulevala, pochi mesi fa, sono rimasti solo in due padri. Il secondo è p. Franco Massieri, che dirige il Catechistato con grande impegno ed entusiasmo.
Ti ricordi quando ti scrissi nel luglio del 1947, allorché visitai Nauela per la prima volta col vescovo di Beira Dom Sebastião? Sono passati, è vero, 16 anni, ma che differenza! Allora eravamo venuti per scegliere il posto, ed ora sorge qui un imponente complesso di opere. La costruzione che attira subito lattenzione è la chiesa, grande, in una posizione alta, visibile da lontano. Allinterno cè un bellaffresco, grande come tutto labside. Poi ci sono gli internati e le scuole, la casa dei padri, le casette del Catechistato, la casa delle suore con linternato delle ragazze ed il posto sanitario, conosciuto in tutta la zona come "lOspedale". Le suore dellAmor di Dio svolgono un grande lavoro in campo educativo e sanitario. Ora poi, allospedale, si respira unaria nuova collarrivo, da pochi mesi, della dottoressa portoghese Risette. È anestesista, ma qui deve occuparsi di tutto. Visita i pazienti che vengono ogni giorno al dispensario e si può dire che faccia vita comune con le suore. Passa un certo tempo a catalogare e ordinare le medicine che arrivano come campioni gratuiti dal Portogallo e dallItalia. Fa parte di un Istituto Secolare fondato in Francia ed abbastanza esteso pure in Portogallo. Il suo arrivo ha fatto compiere un salto di qualità allassistenza sanitaria ed anche la missione nel suo complesso ne ha tratto beneficio.
In questo 1963 sè fatto un nuovo passo in avanti nellespansione della rete missionaria.
È stata aperta Alto Ligonha, che viene a consolidare ed alleggerire il lavoro svolto dal Gilè. Cè un solo padre per ora, don Dino Finazzi, sacerdote diocesano di Cesena. La sede è parecchio lontana dal posto amministrativo, circondata da alberi, ma le comunità che prima appartenevano al Gilè sono numerose e vivaci, anche se piuttosto piccole. Lunico padre è un po isolato, ma cè da dire che, essendo sacerdote diocesano, ha più risorse interiori di noi per affrontare un lavoro da solo. È tuttavia una soluzione provvisoria, perché è previsto che vada con lui un altro sacerdote diocesano di nazionalità portoghese, originario di Goa, in India, don António Fernandes.
La seconda missione aperta è quella di Naburi, che viene in aiuto di Mualama, coprendone il territorio verso nord, in direzione alla diocesi di Nampula. Queste regioni sono molto povere e molto arretrate. Sono situate fuori da qualunque strada di comunicazione ed il territorio è occupato in buona parte da foresta. Quando si dice foresta, qui in Mozambico, non si deve intendere foresta vergine, con vegetazione intricata e lussureggiante, con liane, paludi, corsi dacqua insidiosi e coperti da gallerie vegetali di rami e fronde dove non penetra il sole. Per foresta qui si intende il "mato", cioè una selva di alberi di altezza non eccessiva, a volte dal tronco poderoso e dal fogliame denso e intricato, ma in genere priva di quel sottobosco impenetrabile e ostile, che così spontaneamente associamo alla parola foresta. Anche lì, per ora, siamo riusciti a collocare soltanto un confratello, il p.Aimone Benetti, giunto in Mozambico recentemente., dopo alcuni anni passati in Portogallo. Naburi però è ancora più una succursale di Mualama che una sede autonoma, per cui non si può dire che il p.Benetti sia in missione da solo.
Già che ho cominciato a scriverti delle ultime novità del 1963, devo aggiungere qualche notizia sulle chiese delle due missioni di Namarrói e di Pebane. Quella di Namarrói non è molto grande, ma armonica e ben proporzionata. Il p.Afonso è andato avanti con perseveranza e usando molto i mezzi da lui stesso montati, come la fabbrica dei mattoni e delle tegole. Anchessa è in una bella posizione, proprio sotto quel cucuzzolo di roccia, scelto perché fosse di riferimento per tutti gli abitanti della regione.
Criteri differenti invece a Pebane. Il p.Antonio Losappio è stato soccorso dai suoi grandi amici della famosa famiglia del patriarca cacciatore Teodosio Cabral, conosciuto ai tempi di quando aveva fondato Mualama.. Uno dei suoi figli, Pio, aveva scoperto dei giacimenti di pietre dure e di metalli rari a Morrua, allinterno di Pebane. Era riuscito ad avere in concessione il terreno ed aveva aperto una miniera, che aveva fatto la sua fortuna e quella di tutta la famiglia. Un suo fratello, Luís, sera laureato in architettura a Lisbona e poi era ritornato in famiglia. Un po con gli aiuti economici di Pio e un po con i disegni di Luís, il p.Antonio era riuscito ad iniziare la costruzione duna chiesa in cemento armato di uneleganza e luminosità veramente notevoli. È dedicata al "Buon Pastore" e sulla facciata ci sarà una bella raffigurazione stilizzata, ottenuta col cemento di vari colori.
Concludo questa carrellata con una notizia sui missionari. Siamo già arrivati al numero di 37 confratelli, e di questo dobbiamo essere grati anche ai Superiori che ci hanno visitato in questi anni: il p.Girardi, Provinciale, ed il p.Salandi, consigliere di Roma, giunto come delegato del padre Generale. Entrambi hanno constatato la scarsità del personale in confronto alle necessità del lavoro ed hanno dato un contributo consistente ad incoraggiare le scelte missionarie ed a facilitare la loro collocazione effettiva sul campo.
E non è finita qui! Abbiamo ricevuto notizia che altri due confratelli, p.Ambrogio Bottesi e p. Matteo Sangallettti sono già in viaggio per il Mozambico, e li attendiamo tra non molti giorni.
Ti saluto caramente!
p.Anonimo
Alto Molócuè, 1º luglio 1964
Caro padre Dehon,
sono stato invitato dal p. Agostinho De Ruschi alle sue nozze dargento sacerdotali. Da qualche mese si trova qui ad Alto Molócuè come superiore. Gli sono compagni p.Nunzio Leali, arrivato da poco in Mozambico, e fr.José Ossana. La missione continua ad essere sempre imponente. La sua enorme "cattedrale" le dà un aspetto di solennità fuori del comune. La presenza delle suore Vittoriane e dei fratelli Maristi contribuisce a dare una forte consistenza alla presenza dei missionari, in questa forma articolata di varie congregazioni, esempio unico in Zambesia. Ieri sera, dopo i saluti e le congratulazioni al p.Agostinho, ho fatto un giro con lui per visitare i vari edifici e a salutare tutti i missionari e le suore. Mi ha portato anche nelle stalle, dove un tempo cerano gli asini, importati dalla Rhodesia del Nord. Mi pare di averti parlato, a suo tempo, di questesperienza. Ebbene, le notizie al riguardo sono brutte. Tutti gli asini che avevano distribuito ad alcune famiglie sono morti. E dire che tutti erano stati sensibilizzati riguardo alla loro utilità e preparati ai segreti dellallevamento! Era rimasto in missione un solo asino, ma anche questo alla fine è deceduto!
Mi sembra una conferma eloquente del principio di antropologia che dice che lintroduzione di una novità nel modo di vivere di un gruppo umano attecchisce solo se questa novità riesce ad essere integrata nel sistema globale di vita. Ora lintroduzione delle bestie da soma portava con sé cambiamenti probabilmente troppo radicali nei comportamenti, come avere delle stalle, accudire agli animali, portarli a pascolare, tagliare e conservare lerba per loro. Alla fine il grande fiume della maniera normale di vivere ha portato a valle, colla piena, stalle ed asini!
Stamani cera unaria di grande festa: in una missione come questa che ha laspetto di una piccola città non ci vuole molto, specie se si mettono in moto gli alunni, che, con la loro vivacità, contagiano tutti i presenti.
Per le 10 eravamo ormai arrivati da tutte le missioni vicine: una gioia ritrovarci insieme in tanti!
È stata cantata la Missa II Pontificalis del Perosi. Per noi è stato un vero godimento spirituale, ma mi sono chiesto se lo sarà stato anche per il gran numero di mozambicani presenti, che hanno tradizioni musicali tanto diverse!
Dopo la messa il solito pranzo solenne con discorsi, brindisi e taglio della torta!
Atmosfera di festa e di rendimento di grazie a Dio per il dono del sacerdozio di Cristo agli uomini.
Alla fine però, quando ormai stavamo per partire, il discorso è caduto inevitabilmente sui rumori di guerra che vengono dallo Zaíre, sulla ribellione dei Simba e sul pericolo a cui i nostri padri sono esposti. Sono ben 160 i missionari s.c.j. in quel Paese e pure nostri confratelli sono i due vescovi delle diocesi di Stanleyville e di Wamba, dove si trovano la maggioranza delle nostre missioni.
Qualcuno dice che anche in Mozambico il desiderio dellindipendenza dal Portogallo sta prendendo piede. Ci sono voci di giovani che fuggono dalle loro zone per andare ad unirsi ad un fronte di Liberazione che si sta organizzando da qualche parte. Qualcuno dice che sia in Tanzania. La stampa e la radio naturalmente tacciono. In un regime assolutistico come questo del Portogallo, sarebbe pericoloso parlare di tali cose in pubblico.
Tempi duri e difficili si stanno avvicinando! Questo è il pensiero, ben nascosto nella mente e ben presente nel cuore, che ognuno di noi porta a casa con sé.
Ti saluto caramente
P.Anonimo s.c.j.
Porto Amélia, ottobre 1964
Caro padre Dehon,
Penso che avrai aggrottato le ciglia interrogativamente per la sorpresa al leggere lintestazione "Porto Amélia" Cosa ci fa p.Anonimo in questa città costiera del nord del Mozambico, nella provincia di Cabo Delgado?
Buona domanda, padre Dehon! Ed è appunto per rispondervi che ti scrivo questa lettera a sorpresa.
Pochi giorni fa ci sono stati dei disordini nella cittadina di Mueda, allestremo nord del Mozambico, abbastanza vicino al fiume Rovuma, che segna il confine con la Tanzania. La polizia ha sparato sulla gente e ci sono stati numerosi morti. Il governo ha dato la notizia, ma in forma molto succinta e senza particolare enfasi. Tra la gente invece cè stata come una raffica di vento, che ha sollevato polvere dal nord al sud del Mozambico. Ma soprattutto la novità è che questo vento ora ha un nome ben preciso, anche se impronunciabile: "Indipendenza"!
Noi missionari, che siamo tutto il giorno in contatto con la gente, ce ne siamo accorti bene.
Dato che avevo ottenuto dal p.Damião di fare due settimane di ferie da qualche parte, qui in Mozambico, gli ho chiesto se non mi lasciava andare a Porto Amélia, ospite del vescovo Dom José, famoso per la sua ospitalità e per la larghezza delle vedute. Il padre Regionale ha subito accettato di buon grado, raccomandandomi di essere prudente perché la P.I.D.E.( la polizia segreta del Regime) non scherza ed è molto sospettosa soprattutto verso i non portoghesi. Tuttavia sarebbe stato molto interessante se avessi potuto sapere qualcosa di più sullaccaduto.
Sono arrivato qui la settimana scorsa, accolto molto affabilmente dal Vescovo. Dom José ha un aspetto austero, alto e magro, con una barba imponente, ma nella conversazione si impone subito per le sue idee chiare e per una visione ampia delle cose. Sta costruendo un seminario minore per accogliere e guidare le vocazioni al sacerdozio ed ha già chiesto ad un architetto di fargli un progetto anche per il seminario maggiore, cioè per gli studenti di teologia. Pensa che Lourenço Marques, la capitale del Mozambico, sia troppo lontana per mandare fin là a studiare i suoi futuri sacerdoti.
Beh, debbo dirti che non ha tutti i torti, visto che da qui a là ci sono, in linea daria, più di duemila chilometri!
Per mantenere i seminaristi bisogna che la diocesi abbia delle entrate, per cui sta pensando di costruire un palazzo nel terreno di fronte alla sua residenza, con appartamenti da dare in affitto.
Non pensa solo ai sacerdoti diocesani, ma anche alle suore. La chiesa non può andare avanti solo con le suore missionarie. Bisogna fondare una congregazione mozambicana che funzioni tutta intera con personale del Paese.
A parlare con lui gli orizzonti si aprono. Non cè solo il presente, in cui vivere: una parte di noi bisogna che abiti stabilmente anche nel futuro!
Stavo pensando al modo come poter cogliere notizie su Mueda, quando la provvidenza mè venuta incontro! Dom José aveva mandato a chiamare il superiore della missione di Mueda, perché venisse a riferirgli cosa fosse realmente avvenuto. È un monfortino olandese, alto e asciutto, affabile molto più di quanto potessi immaginarmi, vista la nazionalità così nordica del padre.
Laccaduto è stato in sé molto semplice, anche se molto triste e doloroso. La popolazione di Mueda aveva organizzato una sfilata e la polizia, in un modo poco chiaro, ad un certo punto sè innervosita e spaventata ed ha aperto il fuoco sulla folla, uccidendo parecchie persone. La situazione era tesa già da tempo, e la rivolta covava sotto la cenere. Questepisodio è stato come la scintilla che ha dato fuoco alle polveri. A partire da lì sono cominciati attacchi armati da parte di insorti, che ora vivono alla macchia ed attaccano allimprovviso. Molti giovani spariscono dalle loro case per unirsi ai combattenti. In poche parole, anche in Mozambico si può considerare già iniziata la lotta armata per ottenere lIndipendenza!
Bisogna considerare che Mueda è la località più importante della regione abitata dalla tribù dei Makonde. Mi raccontava il padre che questa tribù, formata da circa cento mila persone, è estremamente fiera e determinata. Arrivarono in quella zona un secolo o due fa, provenienti da occidente. La regione da loro abitata è un altipiano abbastanza elevato e molto fertile per le piogge frequenti e regolari. Non ci sono però sorgenti dacqua là in cima, ma solo nei pendii che degradano verso la pianura e il fiume Rovuma. Ebbene, nonostante ciò, si sono insediati sullaltopiano e le loro donne e figlie fanno tutti giorni molti chilometri con i recipienti sulla testa per portare lacqua a casa. Già questo particolare ti dà unidea della determinazione che li anima!
Un altro aspetto tipico è la fierezza della propria identità. I portoghesi hanno introdotto come unica lingua ufficiale la loro, ma questa tribù non sè piegata: continua ad usare soltanto la sua.
Ci si può ben immaginare come ora la lotta armata per lindipendenza non cesserà probabilmente più, anche perché i Makonde non sono certamente da soli in questa posizione. LAfrica intera lotta per essa e molte nazioni lhanno già raggiunta. Anche le altre tribù del Mozambico la pensano così e prima o poi la spunteranno, perché il fiume della storia è inarrestabile e scorre in quella direzione!
Ho limpressione di essere venuto qui per girare una pagina della storia! Credo che questo viaggio me lo ricorderò per sempre. Ormai mè passata la voglia di ferie. Tornerò a Quelimane col primo aereo. Sono ansioso di informare i miei confratelli di tutto quello che so e di tutto ciò che si può ora immaginare, molto più concretamente, per i prossimi anni.
Ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.
Milevane, 1º gennaio 1965
Caro P.Dehon,
Tanti auguri di Buon Anno! Sono qui a Milevane dove cè il p.Manfredi, Superiore Provinciale dellItalia Settentrionale (da cui noi dipendiamo), in visita canonica. È la prima volta che viene in Africa. Fu eletto un anno e mezzo fa, il 1º maggio del 1963, mentre era missionario in Argentina. Fu una nomina un po a sorpresa, anche se già un'altra volta era stato scelto un missionario come Provinciale. Era il p.Colombo, missionario in Portogallo, nellisola di Madera.
Tutti noi del Mozambico ce ne siamo rallegrati: avrebbe potuto comprendere in maniera più diretta i nostri problemi e le nostre difficoltà.
Ebbene, ora è in visita canonica. Ormai è alla conclusione. Milevane è lultima comunità ad essere visitata ed i superiori delle missioni, convocati per le conclusioni, arriveranno tutti dentro di due o tre giorni.
Io ho avuto la gioia di essere presente il 27 dicembre, per la festa di S.Giovanni Apostolo, nostro insigne protettore. In quelloccasione hanno fatto la prima professione religiosa i nostri primi otto confratelli mozambicani. Hanno emesso i loro voti di povertà, castità ed obbedienza nelle mani del p. Manfredi. Sono gli stessi di cui ti parlai, quando entrarono come postulanti e fecero la vestizione il giorno della festa del S.Cuore di un anno e mezzo fa, in occasione delle nozze dargento del p.Pedro e del p.Antonio. La festa, in quelloccasione, fu solennizzata dalla notizia lieta dellelezione del nuovo papa, PaoloVI.
Sia per il gran caldo, sia per dare una maggior solennità, la messa è stata celebrata allaperto, con laltare adornato con rami di palma. Cera presente anche il nostro Regionale, p.Damião.
Gli Apostolini ci hanno poi rallegrato con canti e danze alla fine del pranzo.
Anche questa volta non è mancata la sorpresa di una notizia importante. Purtroppo però, non è stata gioiosa - come laltra volta - ma piuttosto, lo si può ben dire, tragica!
Lha portata, verso sera, il p.Francisco Lusardi, salito apposta dal Gurúè. Era un telegramma mandato da Quelimane, che ripeteva quello giunto da Roma per il p.Provinciale.
"Nuove notizie dallo Zaíre confermano morte diciannove confratelli uccisi dai Simba. Tra essi il vescovo di Wamba, mons.Wittebols e p.Bernardo Longo. Altri nove confratelli sono dati per dispersi."
Puoi ben immaginare, p.Dehon, leffetto di questa notizia su tutti noi! La gioia si tramutò in pianto, come dice un salmo. Ladorazione della sera, prevista da lì a mezzora fu la nostra prima preghiera di suffragio per i nostri confratelli e di intercessione per quel Paese martoriato.
Domani laltro ci sarà la riunione dei superiori, ma ormai è già stato deciso che io anticiperò le mie ferie, previste per marzo, per rappresentare la Regione del Mozambico nella commemorazione dei confratelli uccisi, che certamente avrà luogo in Italia nelle prossime settimane.
Milevane, 4 gennaio 1965
Aggiungo queste righe per informarti delle conclusioni principali della riunione dei superiori.
In primo luogo è stata presa la decisione di fermarci nella continua espansione sul territorio. Si avverte il bisogno di consolidare ciò che è stato fatto sinora. Il p. Manfredi raccomanda poi, soprattutto, di non aprire più nuove missioni fatte soltanto di capanne, come quella di Naburi, tanto più ora, che è iniziata anche fra noi la lotta armata.
In ogni missione dovrebbero essere almeno in tre confratelli, per permettere una vita comunitaria più fraterna e meglio equilibrata.
La seconda decisione importate riguarda il coordinamento delle attività che hanno bisogno di un sostegno dallItalia. Si conviene che qualsiasi richiesta di ordine economico debba essere inoltrata in Italia esclusivamente dal Procuratore Regionale del Mozambico, daccordo col Regionale.
Per laspetto spirituale, il p.Manfredi raccomanda la fedeltà al ritiro mensile, che dovrebbe essere fatto da due o tre comunità vicine, riunite insieme fin dalla sera della vigilia.
Anche i neo-professi sono oggetto di dibattito. Per un anno intero resteranno alla Scuola Apostolica, sotto lo sguardo del loro padre Maestro, il quale resterà il responsabile della loro crescita spirituale anche negli anni seguenti, fino alla professione perpetua.
Domani andrò a Quelimane col p.Manfredi e col Regionale, p.Damião. Il 10 gennaio abbiamo laereo per Lourenço Marques e il 12 per Lisbona e poi per lItalia.
A risentirci dallEuropa!
Tuo P.Anonimo s.cj.
Bologna, 18 gennaio 1965
Caro padre Dehon,
Sono ospite allo Studentato delle Missioni, dove tutti noi abbiamo studiato teologia. La gioia di rivedere i vecchi professori e i direttori spirituali è stata vissuta in tono minore, per via della mestizia del motivo che ci ha radunati.
Sono arrivato qui venerdì sera ed ieri, domenica, ho partecipato alla solenne messa da requiem per i missionari caduti nello Zaíre, vittime dei Simba nel mese di novembre. Frattanto il giorno 15, il p.Generale aveva mandato un messaggio per informare che anche i nove missionari dispersi erano stati trucidati. I nostri confratelli uccisi salivano così a 28, di cui 1 vescovo, 22 sacerdoti e 5 fratelli. Riguardo alle nazionalità 14 erano olandesi, 11 belgi, 2 lussemburghesi e 1 italiano ( il p.Bernardo Longo). Nelle due diocesi di Stanleyville e di Wamba erano stati uccisi anche 1 sacerdote diocesano e 20 suore di sei differenti congregazioni.
Per tutti loro e per tutte le vittime della rivolta dei Simba, come pure per tutti gli uccisori e per tutta la popolazione di quel martoriato Paese, abbiamo celebrato una messa solenne nella chiesa di S.Bartolomeo e Gaetano, sotto le Due Torri.
La chiesa era strapiena, cera il card. Lercaro, le autorità cittadine, una delegazione delle Pie Madri della Nigrizia, che hanno, tra le altre, una comunità proprio a Nduye, la missione del P.Longo. Cerano pure tre padri superstiti: don Toneatto, sacerdote diocesano friulano, superiore della missione confinante a quella del p.Longo, e i nostri padri Buccella e Ravasio.
Ha celebrato la messa il Superiore Generale, padre Antonio de Palma, giunto appositamente da Roma.
Al termine, don Toneatto ha tenuto la commemorazione ufficiale delle vittime, ricordando in modo speciale le due figure del vescovo di Wamba, mons.Wittebols, e quella del p.Longo (suo carissimo amico e da cui ha detto di aver ricevuto la vocazione missionaria). Ha ricordato con molti dettagli gli ultimi giorni prima della tragedia e il saluto che gli rivolse il padre lultima volta che lo vide, poco prima di morire: "Se verrà la bufera, ci rivedremo in cielo."
Il rito si è concluso con lassoluzione al tumulo, impartita dal card. Lercaro, assistito dai canonici mons.Rosati, delegato diocesano per le opere missionarie e mons. Pasi.
La celebrazione è stata commovente. Tutti siamo stati toccati profondamente. Io guardavo il catafalco vuoto, che simbolizzava tutti i caduti e pensavo tra me e me al Mozambico. Da noi le cose sono appena allinizio, ma che piega prenderanno? Nessuno lo può sapere, tranne il Signore!
Chissà se un giorno qualcosa di simile a questa cerimonia si ripeterà anche per noi?
Davanti allesempio dei confratelli uccisi, come mi paiono vere e piene di una forza enorme le parole di Gesù: "Chi perderà la vita per causa mia e del vangelo, la troverà!"
È stata una grande grazia aver potuto essere presente a questa celebrazione. Mi ha rinforzato ed incoraggiato nella mia vocazione missionaria.
Ed ora un caro saluto.
P.Anonimo s.c.j.
Bologna, 23 gennaio 1965
Caro padre Dehon,
ti scrivo dalla mia stanza dello Studentato. Tutti si sono già ritirati e cè un gran silenzio. Penso che la maggioranza starà già dormendo. Linverno questanno è particolarmente rigido, o almeno così a me sembra. Può darsi che sia un po influenzato in questo giudizio dal brusco cambiamento di clima: dai 38 gradi di Quelimane con 80% dumidità, ai meno due di Bologna!
A questora tutti i termosifoni della casa sono stati abbassati al minimo, ed il freddo comincia a farsi sentire. Così mi sono messo una coperta sulle gambe e il berretto in testa per poterti scrivere.
Forse ti chiederai perché senta il bisogno di scriverti così, di notte e tutto imbacuccato. Perché stasera ho vissuto un avvenimento storico! Alle ore 17,30 nella cappella dello Studentato ho partecipato ad una delle prime concelebrazioni della storia della chiesa!
Sai, là in Mozambico, mera quasi passato di mente che a Roma si stava celebrando il Concilio Vaticano II! Ed ora , senza poterlo prevedere alla mia partenza da laggiù, mi ritrovo quasi al centro della riforma liturgica. Come saprai, qui a Bologna è vescovo il card. Giacomo Lercaro, uno dei quattro Moderatori del Concilio ed il grande ispiratore del Decreto sulla Liturgia.
Ci troviamo, in questi giorni, nella settimana di preghiere per lUnità dei cristiani. Qui allo Studentato hanno fatto le cose in grande, mossi dal desiderio di mettere in pratica il nuovo spirito che soffia nella Chiesa dopo la pubblicazione del decreto sullEcumenismo. Veglia di preghiera, via crucis con temi biblici, conferenze di teologi profondi, quali il vescovo di Imola, mons. Carrara ed il nostro professore di dogmatica p.Duci.
Il card.Lercaro ha particolarmente apprezzato questimpegno dei superiori ed ha voluto farcelo sapere con uno di quei suoi gesti imprevisti di stima e daffetto, che gli sono caratteristici.
Così, avvalendosi delle sue prerogative nel campo delle applicazioni delle riforme liturgiche, ha voluto "regalarci" la possibilità di una concelebrazione, la prima della storia dellIstituto e di ciascuno di noi! Naturalmente lha voluta presiedere lui in persona. E non solo, ma lha voluta abbinare ad unaltra novità assoluta, quella delluso della lingua italiana.
Tutti sappiamo che il valore e la grandezza della messa derivano dalla celebrazione del mistero della morte e risurrezione di Gesù e dalla presenza del suo corpo e del suo sangue, col quale comunichiamo. Ma devo dirti, padre Dehon, che poter vivere tutto questo attraverso una concelebrazione, in cui il nostro sacerdozio ministeriale realizza in unità questa realtà, è unesperienza indimenticabile. Essa fa intendere in forma diretta, fuori dalla descrivibilità delle parole, la verità espressa da Gesù: "Tu in me o Padre, ed io in essi, perché siano perfetti nellunità!"
Ora potrai capire perché non ho potuto fare a meno di scriverti tutto questo nello stesso giorno, prima di andare a dormire!
Dopo la concelebrazione siamo andati nellAula Magna, dove il Cardinale ha tenuto una conferenza sulla terza sessione del Concilio, con leloquenza e la larguzia che gli sono caratteristiche. Al termine, ha voluto comunicarci che ci autorizzava ad usare per tre volte la lingua italiana per la messa, secondo le istruzioni che entreranno in vigore il 7 marzo. Un gran battimani ha accolto la notizia!
Ora che ti ho raccontato tutto, sono contento e posso andare a letto, anche perché penso che si stia ben più caldi sotto tre buone coperte, tirate su fino la mento, che con questa qui, striminzita - anche se piegata quattro volte - soltanto sulle ginocchia!
Buona notte!
P.Anonimo s.c.j.
Naburi, maggio 1965
Caro padre Dehon,
eccomi di nuovo a scriverti dal Mozambico. Sto accompagnando il padre Giovanni Carlessi, Procuratore delle Missioni, a visitare la nostra "Provincia Orientale", cioè la regione di Pebane, Mualama e Naburi, vicina alla costa e piuttosto lontana dal resto del territorio a noi affidato.
Il p.Giovanni è fratello del p.José Carlessi, di sede a Pebane. Lì ci siamo trattenuti un po più a lungo, per permettere ai due di "matar saudade", come si dice qui. È una bellissima espressione idiomatica portoghese che si potrebbe tradurre con "appagare la nostalgia". Da Pebane siamo andati tutti e tre fino a Mualama, poi il p.José è ritornato indietro e noi siamo proseguiti da soli per Naburi, perché qui labitazione è piccola e precaria, costituita da due capanne, in tutto uguali a quelle tradizionali.
È bello girare col p.Giovanni, perché vuole vedere tutto, fa un mucchio di domande per cercare di capire le cose e prende poi nota di tutto.
Siamo arrivati ieri ed abbiamo già visitato diverse cappelle periferiche.
In questo territorio, di tremila chilometri quadrati vi abitano 25 mila persone, di cui i due terzi sono pagani ed un terzo mussulmani. I cattolici sono soltanto 450 e catecumeni 420.
Stamani siamo usciti col p. Francisco Lusardi, arrivato qui da pochi mesi come superiore, mentre il p.Aldo Fortuna era restato a casa per preparare un buon pranzetto in festeggiamento di questa visita importante. Siamo rientrati verso le tre, abbastanza sudati, anche se la temperatura non è più così violenta come in gennaio e febbraio.
Dopo esserci rinfrescati un po, ci siamo seduti a tavola pieni di un ottimo appetito e di letizia.
Stavamo sorbendo un classico "caldo verde", la buona minestra portoghese, costituita da brodo con passato di patate e foglie di cavoli tagliate in fettine finissime, quando sentiamo uno scricchiolio sopra le nostre teste. La voce stentorea del p.Fortuna gridò: "Cade il tetto! Fuori tutti!"
Lasciando il caldo verde così comera, siamo scappati tutti e quattro in un battibaleno.
È seguito un gran fracasso e poi più nulla. Siamo rientrati per vedere i danni, ma per fortuna le travi del tetto e tutta la paglia erano rimaste al loro posto. Era venuto giù soltanto il tetto falso, con tutta la sua armatura di sostegno. Danni, tutto sommato abbastanza lievi, che non impedivano labitabilità, anche se avrebbero procurato parecchi grattacapi per risistemarlo.
Passato lo spavento, anzi addirittura quasi allegri, pensando allo scampato pericolo che poteva esser stato procurato dal crollo del tetto, abbiamo portato fuori il necessario ed abbiamo continuato il pranzo sotto la veranda della capanna a lato.
Alla fine, dopo il brindisi in onore dellospite, ne abbiamo voluto fare un secondo "alla ricostruzione del soffitto".
Oh, non allarmarti, padre Dehon. Lacqua di lanho con cui abbiamo brindato non ci ha fatto correre nessun pericolo di restare un po brilli!
Ricevi i miei saluti, allora, dalla Provincia Orientale!
Tuo p. Anonimo s.c.j.
Alto Ligonha, 10 dicembre 1965
Caro padre Dehon,
mè venuta voglia di visitare padre Dino Finazzi, nella nuova missione di Alto Ligonha. Non cero ancora venuto, così ho unito il desiderio di conoscere una cosa nuova al piacere di visitare un amico. Penso che, anche se ha il carisma di sacerdote diocesano, un po di solitudine dovrà pure sentirla, a vivere da solo!
Non meravigliarti, padre Dehon, se chiamo anche lui padre Dino e non don Dino, perché nella lingua portoghese tutti i sacerdoti, sia religiosi che diocesani, hanno il titolo di "padre". Il "Dom" con la "D" maiuscola e con lemme finale (e non con lenne, come in italiano), è il titolo riservato ai vescovi.
Padre Dino è bergamasco di nascita, ma è incardinato nella diocesi di Cesena. Non è alto di statura, parla sottovoce e ha labitudine di guardare spesso per terra. Mi fa venire in mente, ogni volta che lo vedo, le "Regole di modestia di S.Ignazio", che si leggevano in refettorio al Noviziato dei nostri tempi, durante il ritiro mensile e che, a forza di sentirle, le sappiamo tutti a memoria!
"La testa sia alquanto inclinata in avanti e lo sguardo abitualmente basso. Si tengano le mani decentemente ferme, a meno che non servano per sostenere gli abiti e si salga e si scenda per le scale con gravità".
Che nostalgia mi fa venire il ricordare questi particolari! Il Noviziato lo conservo nella memoria come un anno meraviglioso, differente da tutti gli altri, intriso di fervore e dinnocenza. Tutto era nuovo, tutto era bello, tutto aveva il sapore e il profumo della gioventù!
Ebbene, sono stato accolto dal p.Dino con grande affabilità e con visibile piacere!
La sede della missione è distante parecchi chilometri dal Posto Amministrativo di Alto Ligonha, che dipende a sua volta da Gilé. Come dire che siamo proprio in un posto sperduto e poco importante. Il nome deriva dal grande fiume Ligonha, che marca il confine tra le provincie della Zambesia e di Nampula.
Il padre Dino vive in una casetta piccola, ma confortevole e sta già pensando di mettere mano alla costruzione di una chiesa di non grandi dimensioni, nello stessa spianata della casa. Il posto è ricco di verde e silenzioso. La strada che passa qui vicino è di pochissimo transito. Forse una macchina o due al giorno, nei periodi di punta. Tuttavia essa si immette in una via di grande comunicazione, la Strada Nazionale nº1, cioè la via che percorre tutto il Mozambico, dalla capitale Lourenço Marques fino a Mueda, al confine con la Tanzania. Dallincrocio ci saranno 90 km per Alto Molócuè, verso sud, e 110 per Nampula, verso nord.
La regione apparteneva prima alla missione del Gilé. Le strade impervie, le numeroso comunità e la grande estensione del territorio imponevano uno smembramento, per rendere la presenza e lanimazione missionaria più efficienti.
P Dino mi ha portato a visitare alcune cappelle periferiche. A volte bisogna fare dei gran giri con la macchina, per arrivare ad un posto che, in linea daria, non sarebbe tanto distante. Mentre mi portava in giro con la sua Land Rover chiusa,a passo corto, di color verde scuro, mi ha raccontato che non gli è costato molto dar avvio a questa missione, perché prima era restato per parecchi mesi al Gilé ed aveva potuto conoscere abbastanza bene le varie comunità cristiane, specialmente quelle che poi sono diventate le sue.
A cena restavamo a lungo a tavola a chiacchierare, passando in rivista fatti e problemi. Abbiamo commentato la tragica storia dello Zaíre ed ha voluto che gli raccontassi nei particolari il mio viaggio in Italia. È rimasto pure particolarmente contento delle notizie di prima mano sul Concilio e sulla riforma liturgica.
Abbiamo commentato alcuni avvenimenti del 65, come la nomina del nuovo consiglio regionale il 15 luglio scorso. Dopo i sei anni di p.Damião Bettoni è subentrato il p.Tarcisio Finazzi. Gli ho chiesto che impressione gli fa ad avere lo stesso cognome del Superiore.
"Nessuna. mi ha risposto Io non mi sono mai confuso!"
Le novità più importanti sono forse quelle legate alle persone. La più bella per noi è stata lordinazione di un giovane mozambicano di Alto Molócuè, padre Luís Vasco Monoca.
È stata una grande gioia vedere un figlio di questa terra diventare sacerdote! Il Vescovo lo ha collocato nella missione di Ile, insieme coi nostri confratelli.
DallItalia, sempre in questi ultimi due anni, sono giunti tre giovani padri: Lino Battistel, Ambrogio Bottesi e Matteo Sangalletti. Dopo la battuta darresto nella concessione di visti, pochi anni fa, le cose paiono ora normalizzate, anche dopo i fatti di Mueda.
Recentemente le fila si erano rafforzate con larrivo dei padri Agostinho Azzola (Quelimane), Remo Zanol (Gilé), Ezio Toller, Eduardo Ferreira ed il fr.José Diomário Gonçalves a Milevane.
Da notare pure il ritorno a Milevane del p.Manuel Gouveia, che prima aveva fatto lassistente come studente. Con queste presenze le nostre comunità si sono ora abbastanza consolidate e la vita fraterna può svilupparsi con più equilibrio.
A proposito di Milevane, quella comunità è diventata davvero imponente! Ci sono sette padri, due fratelli italiani, uno portoghese e otto mozambicani, senza contare unottantina di Apostolini.
Le domande di ammissione di nuovi ragazzi sono molte, al punto che il 1º febbraio scorso è stata posta la prima pietra di un nuovo padiglione, che sarà completamente circondato da verande a pianterreno e al primo piano.
Ci siamo chiesti fra noi quanti di questi ragazzi diventeranno poi effettivamente membri della congregazione. Siamo in molti a nutrire forti dubbi. Ci sembra effettivamente che il cristianesimo sia penetrato ancora molto poco nella cultura locale, per riuscire a dare frutti così rigogliosi. Ma siamo anche noi convinti che leducazione di tanti ragazzi ne valga comunque la pena! Anche se poi usciranno e formeranno una famiglia, il seme di fede gettato nel loro cuore e leducazione agli studi, coltivata nella loro mente, non potrà che essere una grande ricchezza per tutto il popolo.
Sono rimasto qui due giorni, con grande soddisfazione reciproca. Domattina devo andare ad Alto Molócuè, dove il padre Agostinho mi ha invitato per predicare gli esercizi alle suore. Si erano affidate a lui per la scelta del predicatore: qui in Mozambico il superiore della missione gode di un enorme prestigio presso le comunità femminili che vi lavorano. Ebbene, lui lha chiesto a me ed io ho accettato: predicare un solo corso di esercizi serve al predicatore molto più che ascoltarne due o tre!
Ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.
Alto Molócuè, 19 dicembre 1965
Caro padre Dehon,
lascia che cominci facendoti gli auguri per lanniversario della tua ordinazione sacerdotale! Fra tre anni saranno 100!
Purtroppo, qui ad Alto Molócuè, non cè oggi unatmosfera favorevole per celebrare familiarmente questo bella data, che non è solo tua, ma appartiene a tutti noi, tuoi figli.
Come ti avevo scritto pochi giorni fa, sono venuto a predicare gli esercizi alle suore Vittoriane. Dovevo finire oggi, che è domenica. Secondo la tradizione degli Istituti femminili, gli esercizi devono durare una settimana completa, e quindi sogliono andare da domenica a domenica. Ma ieri sè abbattuto sulla missione il finimondo!
Fin dalla mattina era cominciato a soffiare un vento a raffiche violente, che facevano piegare le cime degli alberi. Poco dopo mezzogiorno sè formato allorizzonte un fronte di nuvoloni neri come linchiostro, che si sono andati avvicinando minacciosamente. La temperatura sè abbassata di colpo, mentre le folate si trasformavano in uragano. Porte e finestre hanno cominciato a sbattere, ed ogni cosa che fosse stata soltanto appoggiata cominciava a volare con un impeto impressionante. In breve è cominciato a piovere a dirotto, mentre luragano fischiava ed urlava a squarciagola. Il padre Agostinho ed io stavamo col naso incollato ad una finestra da cui si può vedere tutta la missione. Una saetta caduta sul parafulmine della chiesa ci ha fatto sussultare dallo spavento: non mera mai capitato che il lampo coincidesse istantaneamente col tuono e questo fosse di un fragore così impressionante, capace di tramortire. Ieri ho capito, dal di dentro, come gli antichi potessero attribuire direttamente alla divinità un tale fenomeno!
Subito dopo abbiamo visto le lastre di zinco del tetto della chiesa cominciare a piegarsi ad angolo, schiodate dal vento e cominciare a volare come proiettili impazziti.
A due, a tre alla volta si staccavano e venivano scaraventate chissà dove. La furia é durata meno di mezzora, ma una mezzora, ti assicuro, che non finiva più! Verso sera la pioggia sè calmata e noi siamo potuti uscire per vedere da vicino cosera successo alla chiesa.
Sul pavimento ci saranno stati non so quanti centimetri dacqua e, guardando in alto, invece del tetto si vedeva il cielo! Tutta la navata centrale era stata scoperchiata ed alcune capriate erano state schiantate e divelte. Insomma, uno spettacolo desolante!
Il padre Agostinho era preoccupatissimo. La chiesa scoperchiata e, per di più, in pieno svolgimento della stagione delle piogge, col pericolo assai probabile che i danni andassero crescendo a dismisura ad ogni rovescio!
Cerano, inoltre, ancora molti debiti da pagare Dove trovare i soldi per le riparazioni, se già eravamo alle strette?
"Certamente Dom Francisco ti aiuterà. tentai di rincuorarlo Poi vedrai che anche il governo della Zambesia darà una mano. E alla fine potrai chiedere un aiuto straordinario pure alla nostra Provincia italiana s.c.j."
"Tutto vero, mi rispose ma il difficile sarà convincere i negozianti a farci ancora credito per comprare tutte le lastre di zinco necessarie!"
"Beh, adesso potrai mostrare veramente quanto il titolo di "Conte Zio" ti si adatti! Nei Promessi Sposi quel personaggio risolveva le situazioni più spinose della famiglia ed ora, più spinosi di questo, credo che ti possano capitare ben pochi casi!"
"Altro che Conte Zio! Avrò bisogno del Fondatore, che mi dia una mano dal cielo. Loccasione però è favorevole, dato che domani celebrerà il novatasettesimo anniversario della sua ordinazione!"
Bene, caro p.Dehon, ora tocca a te. "A buon intenditor poche parole!"
P.Anonimo s.c.j.
Milevane, 27 dicembre 1966
Caro padre Dehon,
è passato un anno dallultima lettera! Oggi sono venuto qui col padre Regionale per fare festa con i nostri tre confratelli portoghesi, p.Alves, p.Manuel e fr.José Diomário. La Curia Generale ha infatti fissato per oggi linizio ufficiale della nuova Provincia Portoghese. Anche per noi Italiani è festa, perché furono i nostri padri a fondare la congregazione in Portogallo nel 1947. Fu una cosa che si dovette fare, per poter avere dal Governo lautorizzazione ad aprire la missione del Mozambico. Si può dire davvero che le vie del Signore sono infinite!
Come sempre, lo statuto giuridico iniziale è quello di "Regione". Quando, poi, si raggiunge la maturità, si passa a "Provincia".
Un giorno questo dovrà accadere anche a noi della Regione del Mozambico, ma prima bisogna che la congregazione simpianti saldamente con confratelli mozambicani e con una certa capacità di autonomia nella formazione ed anche nel sostentamento economico.
In attesa di quel giorno, abbiamo festeggiato il Portogallo!
Anche se è un martedì, è festa piena, in onore dei nostri tre portoghesi e dei giovani fratelli che oggi hanno fatto la rinnovazione dei voti.
Grazie al Concilio ed alla riforma liturgica, cè stata una concelebrazione solenne, presieduta dal Superiore Regionale p.Tarcisio Finazzi.
Dopo pranzo il superiore della casa, p.Damião Bettoni, mi ha accompagnato a visitare la nuova costruzione della Scuola Apostolica, inaugurata il 1º ottobre scorso. È un padiglione molto grande, dove non cè stato nessun risparmio di spazio. A pianoterra cè la cappella dove abbiamo avuto la concelebrazione. P.Damião mi dice soddisfatto che misura 25 metri per 13. Mi sembra enorme, ma se penso che ci sono 136 apostolini in casa, la cosa si spiega. Laspetto è molto bello. Tutta dipinta di bianco, la casa risalta bene contro le aiuole verdi, piene di fiori e di oleandri. Ci sono fiori e siepi di bouganville variopinte, dappertutto. È frutto dellopera di fratel José Diomário, che ha trapiantato qui la tradizione maderense riguardo allornamento floreale. Il colpo docchio è magnifico!
Se si pensa che la prima pietra è stata posta il 1º febbraio dellanno scorso, sembra quasi impossibile che sia stata completata in soli 18 mesi, e per di più in questo luogo sperduto tra i monti!
Dopo ladorazione solenne, predicata, il p.Regionale ci raduna per sentire comè andata lapplicazione dellorientamento del vescovo, preso un anno fa, di prolungare il catecumenato fino a tre anni completi e di dividerne il percorsi in tappe, ognuna caratterizzata da una cerimonia. I pareri sono tutti concordi: è stata una decisione opportuna. La società nella quale viviamo è ancora pagana nella sua mentalità, per cui occorre ai catecumeni un tempo prolungato di studio e di pratica di vita cristiana nel seno delle comunità, prima di ricevere il battesimo. Esso esige da loro di diventare creature nuove ed ogni parto ha bisogno, prima, di un tempo proporzionato di gestazione!
Alla fine p.Tarcisio ci presenta il frutto di un grande lavoro del p. Giovannino Bonalumi: la prima grammatica della lingua lomwuè, costata anni di studio e di pazienza. Insieme ad essa è uscito anche il dizionario, che è ricco di tremila vocaboli. Il padre ha approfittato delle ultime ferie in Italia per correggere le bozze e prepararne ledizione. Un lavoro veramente encomiabile, di cui si sentiva la necessità. Dopo un sentito battimani, ognuno di noi ne ha presa una copia.
Tutto questo però è sembrato poco al p.Giovannino, per il suo zelo infuocato e la sua indomabile attività: ha dato alle stampe anche un altro libriccino, come fiore collaterale del suo giardino apostolico, dal titolo "Cento detti di Cristo e cento risposte della Religione". Già che tornava in Mozambico colla nave, ne ha caricate con sé 5000 copie! Anche queste sono state messe a disposizione.
Per ultimo, uninformazione, per chi ancora non lo sapesse: il 15 ottobre scorso è stato costituito anche a livello della Provincia italiana il segretariato delle Missioni, corrispondente a quello della Curia Generale. Il primo Segretario della storia è il p. Mario Sangiorgio, mentre fanno parte dellufficio il p. Giovanni Carlessi, come Procuratore e il p. Fiorino Gheza, uno dei reduci dal dramma dello Zaíre.
Dato che per la cena cè ancora un quarto dora, lutilizziamo per conversazione a ruota libera. Emergono due temi, contentezza per il consistente arrivo di nuovi missionari e preoccupazione per lirrigidimento del sistema poliziesco da parte della famigerata P.I.D.E., la temutissima polizia segreta. Non si hanno notizie di attentati nella Zambesia, mentre invece non sono rari i sentori di arresti, perquisizioni e torture. Anche nelle altre provincie corrono le stesse voci. Se ne parla, seppure con grande circospezione, in ogni incontro con missionari di altre diocesi.
Sono partiti p.Benetti, ritornato in Portogallo e fr. Giorgio Peterlini, rientrato in Italia per motivi di salute, ma in compenso sono arrivati fr.Abbondio Riva, che è qui a Milevane, p.Elio Greselin (Alto Molócuè), p.José Ruffini (Mualama), p.Lino Battistel (Gurúè) e, da pochi giorni, p.Francisco Vargem (portoghese), p.Elia Ciscato e p.Pedro De Franceschi, tutte tre, per il momento, alla Sagrada Família di Quelimane.
Ci siamo, a questo punto, alzati per andare a cena e, come sempre capita, appena tutti eravamo in piedi, ad un confratello è venuta in mente unaltra cosa da dire, letta sulledizione portoghese dellOsservatore Romano della domenica. Ci siamo seduti di nuovo tutti per udire che nello Zaíre diverse città hanno cambiato nome. La capitale Léopoldville si chiamerà Kinshasa, Stanleyville, così cara a noi tutti, Kisangani ed Élizabethville, Lumumbashi.
Ti mando i miei saluti, insieme agli auguri di Buon Anno!
P.Anonimo s.c.j
De Aar (Sudafrica), 19 luglio 1967
Caro padre Dehon,
a sorpresa ti scrivo dal Sudafrica! Questa è lultima di tutta una serie di sorprese. La prima è stata quella dellelezione del nostro Superiore Generale in carica a vescovo della diocesi di DeAar, suffraganea di Città del Capo. La Santa Sede lha notificato il 29 Aprile, pochissimi giorni prima dellinizio della seconda sessione del capitolo generale. In questo modo, dovendo eleggere un successore, sè dovuta rinviare di qualche settimana la data della convocazione, per permettere alle varie provincie di prepararsi alla scelta del nuovo Generale.
Questi è già stato eletto nella persona del p.Alberto Bourgeois, francese, che era superiore allo scolasticato di Lione e non era membro del capitolo. La votazione decisiva è avvenuta il 6 giugno e già il giorno 8 il p.Bourgeois riusciva ad arrivare a Roma in aereo, per ricevere la direzione della Congregazione dalle mani del suo predecessore.
Il p.De Palma è partito da Roma il 14 luglio. Il nuovo Generale, nellimpossibilità di andare personalmente, ha delegato a rappresentarlo il consigliere generale p. OConnor, a cui sè unito anche il Provinciale degli Stati Uniti p.Noonan, presente al capitolo. Una delegazione è arrivata da Aliwal North, la seconda nostra Regione in Sudafrica, dipendente dalla Germania. Per dovere di vicinanza, anche una delegazione del Mozambico è presente, di cui faccio parte anchio e, questa, è lultima delle sorprese di cui ti parlavo!
La diocesi di De Aar è stata creata insieme al suo vescovo. Prima era una prefettura Apostolica, affidata a Mons. Dettmer, anche lui americano, che in gioventù guarda che combinazione! - era stato addirittura compagno di classe di p. De Palma! Nel territorio di questa nuova diocesi sono presenti da molti anni i nostri confratelli della provincia degli Stati Uniti, che formano qui una Regione.
Stamani, la consacrazione episcopale è avvenuta allaperto, nella piazza davanti alla cattedrale, in una magnifica giornata di sole. Il consacrante principale è stato il Card. McCann, arcivescovo di Città del Capo, coadiuvato dal vescovo di Port Elisabeth e dal vescovo dellaltra nostra Regione Sudafricana di Aliwal North, che è pure lui dei Sacerdoti del S. Cuore, mons.Lueck.
È stata una bella cerimonia, a cui hanno partecipato molti cristiani.. Purtroppo il Sudafrica è un Paese con discriminazione razziale, ma alla messa di stamani cerano di tutte le razze, anche se in maggioranza negri.
Dopo la consacrazione, il nuovo vescovo ha preso possesso della nuova diocesi in una cerimonia davanti alle autorità civili ed a molti cittadini.
È la prima volta che noi del Mozambico entriamo in forma ufficiale nel Sudafrica. Nonostante la vicinanza, non ci sono stati ancora contatti bilaterali tra di noi confratelli. Penso che il problema principale sia la difficoltà delle lingue. Quasi nessuno di noi, per non dire nessuno, sa parlare linglese in un modo discreto, mentre, per loro, il portoghese rappresenta un ostacolo insormontabile. Abbiamo tentato di intenderci un po in latino e, di fatto, ci siamo abbastanza riusciti. Tra le altre cose, ci siamo invitati a vicenda per creare qualche occasione dincontro. Per ora credo che sarà difficile, ma matureranno anche questi tempi! Verrà il giorno in cui i nostri rapporti saranno abituali.
Con questa speranza e con la soddisfazione di avere visto per la prima volta un pezzetto di Sudafrica, ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.
Ile, 15 agosto 1967
Caro padre Dehon,
ho scelto la missione di Ile perché è dedicata a Nostra Signora di Fatima.
Dopo questa frase ci scommetto che avrai già capito tutto!
Come ben sai, questanno è il cinquantesimo anniversario delle apparizioni di Fatima. In tutto il Portogallo questa devozione è molto sentita e, per riflesso, anche in tutto il Mozambico cattolico.
Per il 13 di maggio, tre mesi fa, a cinquantanni esatti dalla prima apparizione, il Papa Paolo VI ha voluto andare a Fatima in pellegrinaggio.
Nella nostra diocesi di Quelimane abbiamo organizzato, sotto la direzione di Dom Francisco, una visita peregrinante della statua della Madonna di Fatima in tutte le missioni. Ci siamo messi daccordo con i nostri colleghi Cappuccini delle Provincie di Trento e di Bari, che reggono laltra metà delle missioni, per redigere il calendario delle visite. Sè deciso che limmagine della Vergine doveva restare una settimana in ogni missione. Durante quei giorni si sarebbero organizzate visite anche alle cappelle più importanti .
La statua è giunta ieri sera, lunedì, da Mugeba.
Domenica al tramonto era arrivata allultima cappella di quella missione, in direzione ad Ile. Ha dormito lì, esposta fino a notte fonda sotto la veranda di paglia, mentre tantissimi cristiani di tutte le comunità vicine, serano dati convegno per recitare il rosario, al lume dei falò. Tra un mistero e laltro si sono intervallati lunghi canti accompagnati dai tamburi.
Il giorno dopo, cioè ieri, molto presto, al primo raggio di sole, si sono messi in marcia, portando a spalla la statua lungo i sentieri che si snodano tra i campi e la boscaglia. Tutti hanno voluto questonore, sia cristiani che non.
A questo proposito, mi hanno raccontato che nelle missioni della costa, dove i mussulmani sono numerosissimi, anche loro hanno preteso il diritto di caricarla per un certo tratto nei trasferimenti da una cappella allaltra. Il Corano, infatti, riserva un posto donore a Myriam, la mamma di Gesù.
Al fiume che segna il confine tra le due missioni, i cristiani della cappella più vicina di Ile - e moltissimi altri dei dintorni - la stavano aspettando fin dallalba, alternando canti, decine del rosario e danze.
Io sono arrivato col superiore di Ile, p.Ottorino Maffeis, verso le otto.
Quelli di Mugeba, anche loro accompagnati dal Superiore della Missione, sono sbucati dallultima altura a metà mattina. Un grande applauso e trilli di gioia delle donne hanno dato il segnale. Dopo aver pregato un certo tempo insieme, limmagine sè inclinata verso i cristiani di Mugeba in segno di benedizione, quindi è stata presa in consegna da quelli di Ile che si sono avviati verso la loro cappella.
Da mezzogiorno fino alle tre la statua è rimasta lì, su un palco, sotto una tettoia di paglia, costruita per loccasione. Il p.Maffeis ha celebrato la messa, ed io ho concelebrato con lui. Ormai è una cosa comune anche in Africa, concelebrare. Naturalmente quando ce nè loccasione, perché, essendo così in pochi sacerdoti su un territorio tanto vasto, è raro che ci troviamo due nello stesso posto per motivi apostolici.
Essendo la vigilia dellAssunta, bisognava arrivare alla sede della missione nello stesso giorno, per dar modo a tutti di partecipare ai festeggiamenti e alle varie cerimonie previste.
Così abbiamo caricato la Madonna sulla jeep e labbiamo trasportata per una quarantina di chilometri, fino ad una certa distanza dalla chiesa. Qui serano radunati in moltissimi, con tutti i ragazzi e le bambine dellinternato: una marea di gente!
Sè snodata una solenne processione, che ha portato la statua fino in chiesa, sullapposito tronetto nel presbiterio, mentre le campane suonavano a festa. È stato recitato il rosario e subito dopo è cominciata la messa vespertina della vigilia dellAssunta, celebrata dal padre Vicente Soldavini.
La preghiera è continuata fino alle dieci, con gruppi di cristiani che si davano il turno ogni mezzora.
Stamani le campane ci hanno svegliato al sorgere del sole! Ai ragazzi non pareva vero di poter attaccarsi alle corde del campanile e suonare tanto tempo di seguito, senza fermarsi!
Il padre Remo, colla sua voce che si sente bene fino in fondo alla chiesa, ha fatto una bella meditazione sullAssunzione di Maria al cielo. Poi scuola di canto, per preparare convenientemente la messa, che è cominciata alle 9 e sè protratta fin quasi a mezzogiorno! Come piace ai cristiani di qui, ogni canto è stato eseguito in tutte le sue strofe e così pure, al momento della preghiera dei fedeli, cè stato tutto il tempo necessario perché ognuno che lo desiderasse, potesse fare ad alta voce la sua. Come sempre capita in queste occasioni, chi è in fondo alla chiesa non capisce ciò che dice chi è davanti e viceversa, ma nessuno si preoccupa di questo: limportante è che capisca il Signore!
Dopo la messa, la statua della Madonna è stata portata sul sagrato per ricevere lomaggio delle tradizionali danze in circolo, che si sogliono fare alla domenica nelle cappelle e che sono chiamate "salmi". Mentre si danza al ritmo dei tamburi, si cantano delle brevi frasi della scrittura, ripetute da tutti ad ogni brevissima strofa, come ritornelli.
Oltre ad essere preghiera e culto secondo la sensibilità della gente, sono anche delle simpatiche lezioni di catechismo!
Mentre ti scrivo, là fuori, davanti alla chiesa, i canti, le danze e i tamburi sono i protagonisti della grande festa in onore della Madonna di Fatima, patrona della Missione. Si andrà avanti fino alle quattro, ora del Rosario meditato, seguito dalla benedizione.
Domani limmagine andrà in visita ad una cappella ad una decina di chilometri. Sarà portata a spalle dalla gente. I catechisti hanno già cominciato a fare le liste dei volontari, per evitare confusioni e disordini ad ogni cambio: sono infatti tantissimi quelli che la vogliono portare, anche solo per un breve tratto!
Ti saluto ed auguro anche a te una buona festa dellAssunta!
P. Anonimo s.c.j.
P.S. Mi stavo dimenticando una notizia importante! Avrai notato che qui ad Ile non ho fatto menzione del giovane sacerdote diocesano p.Luís Vasco Monoca, che era stato collocato qui da Dom Francisco.
Ebbene, ha chiesto di entrare nella nostra congregazione, ed il consiglio Regionale ha accettato la sua domanda ed ha già deciso di inviarlo al noviziato di Bolognano in Italia. Partirà fra giorni.
P.A. s.c.j.
Quelimane, ottobre 1967
Caro padre Dehon,
sono venuto allinaugurazione della nuova casa della congregazione a Quelimane. Per chi guarda la chiesa della Sagrada Família, col suo bel campanile che si erge prolungando verso il cielo la facciata, labitazione dei padri rimane spostata di pochi metri sulla destra. Ha la forma di un parallelepipedo, ben orientata col sole, con lasse maggiore da est verso ovest, per ridurre al minimo il caldo da irraggiamento. In questo modo i lati lunghi della casa ricevono uninsolazione limitata. A queste latitudini è un aspetto importante, perché il sole non scherza!
La casa è a due piani, con due verande sul retro, una sullaltra. Alcune stanze hanno, secondo i criteri più moderni, un bagno privato. Ma siamo abituati, in questo secolo, a considerare più che normali, passati pochi anni, anche le novità più vistose in fatto di "comfort" e digiene. Ci scommetto che qualcuno di noi, che abbiamo visto venir su la costruzione, fra qualche hanno dirigerà i lavori per mettere un bagno in tutte le stanze!
Scherzi a parte, la casa si presenta bene e potrà servire come luogo delle nostre riunioni e sede del padre Regionale. Frattanto sè deciso di mettere a disposizione la vecchia residenza come abitazione per tre famiglie di insegnanti della Scuola Professionale della Sagrada Família.
Mi ha fatto piacere questa decisione a favore dei nostri collaboratori!
In questi giorni è ritornato dalle ferie il p.Afonso Biasiolli e tutti noi confratelli ci siamo fatti raccontare i particolari della morte del fr. Giorgio Peterlini. A rigore non lo potrei più chiamare fratello, se non nel senso di fratello in Cristo, perché, come tutti sappiamo, era stato consigliato di chiedere la dispensa dai voti perpetui, per facilitare il recupero da una situazione psicologica di eccessiva tensione e preoccupazione. Perciò, al momento della morte, non era più religioso, anche se sapevamo che stava per ritornare a lavorare in missione come laico. Il p.Biasiolli era stato incaricato di concordare con lui le modalità del rientro, visto che, soprattutto per la forte amicizia e fitta corrispondenza che lo legava al p.Emilio Bertuletti, era stato deciso che sarebbe andato a lavorare a Namarrói.
Il p.Afonso ci ha raccontato che lo stava aspettando a casa sua a Monteterlago, in provincia di Trento, per la sera del 13 Agosto. Era rimasto alzato fino a tardi, ma Giorgio non sera visto. La mattina dopo aveva ricevuto una telefonata dal superiore del convento dei frati cappuccini di Rovereto ad informarlo che era morto improvvisamente la sera prima al pronto soccorso di quella città.
Giorgio era partito da casa in moto per andare a parlare col p.Afonso. Aveva approfittato di quel viaggio per accompagnare sua sorella, che desiderava visitare una persona amica allospedale di Rovereto. Per strada sera sentito poco bene, al punto che avevano dovuto fare una sosta. Poi erano ripartiti. Nel viale in salita davanti allospedale aveva perso il controllo della moto, aveva zigzagato ed alla fine era caduto. Giorgio non sera fatto quasi niente, ma la sorella aveva riportato qualche ferita superficiale. Laveva accompagnata al pronto soccorso e, mentre linfermiere faceva la medicazione, Giorgio sera sentito male, accasciandosi al suolo. Era stato subito soccorso, ma tutto era risultato inutile: era morto! Aveva appena trentanni.
I funerali furono fatti al suo paese, Zoreri di Terragnolo, presso Trento, proprio il giorno dellAssunta, con la presenza di molti confratelli, venuti dalle case del nord Italia. Il P.Afonso presiedette la cerimonia. Doveva accoglierlo in missione di lì a pochi mesi ed invece era la Madonna che lo accoglieva in paradiso nello stesso giorno in cui cera andata anche lei!
Così sono già tre i missionari morti in questi primi ventanni di presenza in Mozambico!
Guarda, solo ora che lho scritto, mi rendo conto che sono già ventanni! "Il tempo vola!", si dice sempre, ma quaggiù, nel Sud del mondo, proprio dove il tempo sembra fermo, forse invece corre più in fretta che altrove
Un caro saluto!
P.Anonimo s.c.j.
Lourenço Marques, dicembre 1967
Caro padre Dehon,
non so quante volte tho riferito che era stata ribadita la decisione di fermarci con le costruzioni e con lapertura di nuove case!
Ed invece,dopo lultima lettera dellottobre scorso per linaugurazione della casa Regionale di Quelimane, eccomi nella capitale per visitare il p.Eduardo Ferreira e i suoi cinque sudditi, che sono studenti che hanno terminato le classi della Scuola Apostolica di Milevane e devono ora proseguire gli studi al seminario interdiocesano di Lourenço Marques. Il Noviziato lo faranno più avanti, fra qualche anno.
Come vedi, il ritmo della vita è a volte diverso da quello delle idee!
Dato che la Provvidenza ci dà questi ragazzi che sentono la vocazione al sacerdozio, come possiamo far finta di niente? Così sè deciso di mandare un primo drappello, con una sistemazione provvisoria di buona volontà, mentre si cerca una soluzione più adatta.
Abbiamo trovato una casa in affitto in Rua Augusto Castilho, al nº147. Non è né grande, né comoda, ma per ora è sufficiente!
Ti assicuro che è bello avere le persone prima delle case da accoglierle: vuol dire che si sta vivendo intensamente! Io credo che sia un segno di benevolenza da parte del Signore.
Ho trovato la comunità piena di entusiasmo e di spirito di adattamento. Ognuno ha un compito in casa. La sede del seminario non è distante, per cui non si perde molto tempo ad andare avanti e indietro per le lezioni. Il p.Eduardo, con la sua serenità ed il suo imperturbabile sorriso, contribuisce al clima di fraternità.
Resterò qui due settimane, fino a quella prima di Natale. La presenza di un secondo padre non può fare che bene.
Col p.Eduardo ed i ragazzi abbiamo fatto una panoramica della distribuzione dei fratelli mozambicani. Dei primi otto, se nè ritirato uno. Tre sono rimasti a Milevane: fr. Pente, fr. Namonha e fr. Matabua, mentre fr. Muharua è al Gurúè, fr.Maganha e fr.Henriques a Nauela e fr. Namaripa è a Vila Junqueiro col p.Azzola, dopo che il vescovo ha creato una parrocchia in quella importante cittadina.
Il p. Eduardo ci raccomanda di non dimenticarci di altre due persone, che sono il p.Luís Vasco Monoca, che sta facendo il noviziato in Italia ed il fr.Tomé Makhweliha, che fece domanda di entrare da noi due o tre anni fa e che, senza tanto rumore, il consiglio Regionale accettò ed inviò ad Aveiro, in Portogallo, per fare il noviziato là, visto che quello del Mozambico era per fratelli cooperatori e non avevamo quello per studenti. Dopo la professione era rimasto per fare la filosofia. Per la teologia, invece, andrà in Italia insieme ai suoi colleghi della Provincia Portoghese.
Come vedi, padre Dehon, a ventanni dallinizio, il lavoro indefesso di tanti padri e fratelli, che hanno speso le loro energie senza risparmio, sta dando frutti. Non solo hanno creduto in molti alla predicazione della Parola, ma sono pure sbocciate le prime promesse e speranze della congregazione.
Nessuno, è chiaro, si sente di mettere la mano sul fuoco: tutti questi giovani, e tutti coloro che li seguono nelle classi inferiori, devono ancora affrontare la prova concreta della vita. La loro età è molto giovane e questo è per loro soltanto il primo anno della vita in una missione, dispersi nel territorio, con tutte le difficoltà e le solitudini interiori che spesso si devono affrontare.
Comunque, il seme che è nel loro cuore farà certamente sbocciare un fiore, qualunque sia laiuola della vita nella quale sarà trapiantato!
Un caro saluto, anche da questi tuoi figli in crescita!
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, marzo 1968
Caro padre Dehon,
ho accompagnato a Quelimane il p.Manfredi, reduce dalla sua seconda visita canonica alla Regione, per farlo arrivare in tempo a prendere laereo che lo riporterà in Italia.
Anche questa volta è rimasto soddisfatto, addirittura più della prima, perché ha visto come la vita fraterna delle comunità sia migliorata con laumento dei missionari negli ultimi anni. Ormai ci sono tre confratelli per missione quasi dappertutto.
In macchina mi diceva che era rimasto colpito da come i problemi delle costruzioni si rivelassero un pozzo senza fondo. Già laltra volta aveva ribadito la necessità di sostare e di consolidare, ma alla fine di questa visita aveva scoperto che mancavano ancora molte cose, come per esempio la chiesa ad Alto Ligonha e al Gilé, la casa delle suore e linternato a Namarrói e Mulevala, mentre a Naburi, pur essendo pronta la casa dei padri - forse addirittura un po "faraonica", coi suoi due piani - tutto il resto era ancora molto precario. Quanto allultima novità, cioè allapertura della nuova parrocchia a Vila Junqueiro, chiestaci esplicitamente dal Vescovo, non avevamo neppure una residenza.
Oltre alla pressione economica di questi completamenti, cera lassillante necessità di riuscire a mandare avanti "tutta la baracca", specialmente i numerosi internati, nei quali si doveva pensare a dar da mangiare a centinaia, anzi a migliaia di ragazzi.
Per la Scuola Apostolica di Milevane cera la speranza di riuscire ad andare avanti coltivando una parte di quellenorme tenuta. Anche se era in buona parte montagna, tanti ettari erano coltivabili e sfruttabili a pascolo. Ma per le altre missioni?
Le entrate ufficiali della Regione erano le intenzioni di messe che la congregazione inviava dallItalia e lo stipendio che la diocesi passava ad ogni confratello. Troppo poco per tenere in piedi una macchina così grande!
Era ancora necessario sopperire con iniziative locali, come aiuti di qualche amico portoghese o indiano più facoltoso, come servizi fatti coi camion sopravvissuti dallepoca delle grandi costruzioni, e, soprattutto, come gli introiti delle famose e tanto discusse "botteghe del mato".
A guardarle venendo da fuori facevano storcere il naso al solo sentirle nominare, ma a vederle cogli occhi dei missionari che vi trovavano lultima possibilità di sostentamento delle opere, assumevano unaltra fisionomia. Era alla fin fine, è vero, una forma di commercio, ma tutti sapevano che il lucro non era mai accumulato, ma speso per intero per gli internati e le costruzioni e che i prezzi erano tanto moderati, che addirittura creavano problemi con i commercianti che lo facevano ad esclusivo fine di massimo lucro. A sentire poi i missionari interessati, la popolazione era addirittura contenta, perché riceveva un servizio molto apprezzato ad un prezzo onesto.
Ad ogni visita canonica si affrontava largomento, si conveniva che bisognava un po alla volta disfarsene, ma poi non si riusciva mai ad escogitare unaltra forma di sostentamento!
Un po alla volta il discorso economico si era esaurito ed eravamo passati ad uno molto più interessante: quello, cioè, delle novità che il Concilio aveva introdotto nel modo di condurre la missione.
La cosa più evidente era stata la riforma liturgica, anche se luso della lingua volgare era ancora timidamente allinizio in tutta la chiesa e si attendevano norme finali di applicazione. Gli altari erano ormai tutti rivolti verso il popolo, e le letture cominciavano ad essere oggetto di riflessione comunitaria nella liturgia della parola delle cappelle. Anche se la messa, almeno in parte era in latino, le letture erano già in portoghese fin dallinizio della riforma. Da molte parti si cominciava a chiedere ai vescovi che queste fossero nelle lingue locali, cioè di quelle proprie delle varie tribù. La difficoltà, in questo punto, sembrava venire prevalentemente dal timore dellaperta disapprovazione del governo, che vedeva in questi permessi un consolidamento delle forze che desideravano lindipendenza del Mozambico.
Da parte nostra i testi delle letture erano già ad un avanzato punto di traduzione. Lo spirito del Concilio soffiava in questa direzione e la chiesa stava per emettere disposizioni universali ben esigenti, di fronte alle quali i governi non avrebbero potuto opporre più alcuna resistenza. Era solo questione di tempo, anzi di un tempo breve!
Un altro aspetto ben evidente era il diverso spirito con cui si faceva lannuncio del vangelo. Quellespressione in latino che per secoli aveva provocato ansietà e perfino angustia nellanimo dei missionari: "extra Ecclesia nulla salus", cioè " fuori della Chiesa nessuna salvezza", era stata ridimensionata dalla riflessione teologica del Concilio.
Non si doveva interpretare come impossibilità di andare in Paradiso per chi non entrava nella Chiesa visibile col battesimo. Doveva piuttosto essere sostituita da un altro modo di esprimere le cose, più sereno e positivo: intendere la Chiesa come sacramento universale di salvezza, cioè come il mezzo efficace attraverso cui Cristo salvava tutti gli uomini. In effetti tutti i salvati lo erano esclusivamente per merito del Signore Gesù, in virtù della sua morte e della sua risurrezione. Lo Spirito Santo era capace di associare, anche al di fuori della fede esplicita e del battesimo, in un modo solo a Lui noto, ogni uomo alla croce e alla risurrezione di Cristo e di renderlo, con ciò, membro del suo Corpo Mistico e quindi salvarlo.
Questa visione significava in pratica abbandonare lurgenza di amministrare quanti più battesimi possibili in punto di morte, specie a bambini piccoli e a moribondi non preparati in antecedenza da un cammino di fede.
Così pure metteva una grande premessa di serenità nelle relazioni con i Protestanti ed i Mussulmani!
Spalancava le porte allecumenismo e alle relazioni di buon vicinato e di collaborazione reciproca, specie nelle iniziative sociali. Favoriva la preghiera comune e sviluppava una nuova visione della Salvezza e della predicazione del vangelo. Apriva le porte alla fiducia nellefficacia della Parola e soprattutto faceva tornare a riconoscere allo Spirito Santo la responsabilità e liniziativa del progredire del Regno di Dio sulla terra!
Se avessimo avuto la comprensione delle cose di Dio, raggiunta nel Concilio, non ci saremmo preoccupati tanto di occupare il territorio ad ogni costo prima che lo potessero fare i Protestanti ed i Mussulmani! Lespansione delle missioni sarebbe stata più lenta ed il lavoro di evangelizzazione probabilmente fatto con più calma e profondità.
Comunque è inutile rammaricarsi. Quando abbiamo agito così, quella era la maniera di allora di comprendere le cose nella chiesa. Ora che abbiamo una nuova luce, ringraziamone il Signore!
Ti saluto caramente!
P.Anonimo s.c.j.
Milevane, novembre 1968
Caro padre Dehon,
sono venuto a vedere la grande novità di questanno: larrivo delle prime due rappresentanti della Compagnia Missionaria, quellIstituto secolare fondato dal nostro p.Albino Elegante nel Natale del 57. Ricordi che te ne diedi informazione?
Sono due giovani, una di origine sarda: Lisetta Licheri, infermiera, e laltra é Teresa Castro, nata a Madera in Portogallo, che fa scuola ai ragazzi, insegnando francese.
Sono andato a far visita al dispensario, situato alla fine del vialetto di eucalipti che dà accesso alla proprietà. Non supponevo che ci fossero tanti abitanti in questaltipiano! Me ne sono reso conto osservando la fila di malati in attesa dessere visitati!
Le persone vengono per essere curate dalle loro malattie, per cui bisogna per forza che Lisetta faccia un po anche da dottoressa. La visita si fa, come dappertutto nei dispensari dAfrica, seduti ad un tavolino, parlando coi pazienti e ascoltando in cosa consistono i disturbi. Quando cè bisogno, si auscultano i polmoni o si fa stendere il malato sul lettino per palpare la pancia o esaminare meglio un dolore, una ferita o un gonfiore. La stragrande maggioranza sono bambini piccoli, esaminati in collo alle loro mamme. Le loro malattie più frequenti sono la diarrea, la tosse e la malaria. Ogni tanto appaiono casi di congiuntivite, che assumono caratteristiche di piccole epidemie, oppure di morbillo. Questa malattia è molto seria in tutta lAfrica. Colpisce quasi sempre i bambini più piccoli, quelli di un anno o due e la mortalità è molto elevata. In questi ultimi anni è stato messo a punto un vaccino molto efficace, di una sola dose intramuscolare. Sarà presto disponibile nei paesi tropicali per grandi campagne di vaccinazioni.
I medicinali sono rappresentati in maggior parte da campioni gratuiti, tutti ben catalogati ed ordinati in scansie, in una stanza che è una via di mezzo tra un piccolo magazzino ed una farmacia.
La sala daspetto funziona nella veranda esterna della casetta. Lingresso serve da ambulatorio. Allinizio Lisetta andava a cercare personalmente il medicinale necessario nelle scansie, ma poi, collaumento dellafflusso, ha dovuto farsi aiutare da qualche giovane di buona volontà che col tempo ha cominciato ad associare alla sua "clinica".
A pranzo ho potuto incontrare tutta la grande comunità di Milevane e salutare Teresa, reduce da alcune ore di lezione. Lambiente è certamente stimolante per uninsegnante, ricco comè di ragazzi, di idee e di tante cose da fare. Le ho trovate entrambe soddisfatte della loro prima esperienza missionaria. Non si limitano solo al lavoro nel settore specifico, ma ci tengono ad uscire alla domenica per visitare le comunità cristiane e partecipare alleucaristia. Anche in queste uscite Lisetta porta sempre con sé un po di medicine, perché riesce sempre a trovare qualche malato che ha bisogno di un aiuto concreto.
Parlando con loro ho saputo che nella sede centrale della Compagnia, in via Guidotti a Bologna, ci sono alcune loro altre sorelle desiderose di arrivare presto in Mozambico. È già stato deciso che andranno a Namarrói. La promessa del loro arrivo ha messo le ali ai due padri Emilio e Afonso, che ormai si avviano a completare la casa per loro.
Una nuova pagina si apre, nella nostra storia missionaria!
In questanno ci sono stati anche altri passi in avanti, padre Dehon. A luglio, per esempio, siamo riusciti a trovare e, dopo laboriose trattative, ad acquistare, una casa tutta per noi a Lourenço Marques. La Curia Generale ha partecipato in forza per coprire la spesa e così sè fatto il trasloco dalla rua Augusto Castilho allavenida Princesa Patrícia. È una casa a due piani, già costruita, formata da due appartamenti sovrapposti. Era duna famiglia portoghese che se nè andata. La nuova abitazione è arrivata proprio al momento giusto, perché qui a Milevane stavano per fare la vestizione altri 7 studenti, che hanno così portato a 12 il numero dei giovani in formazione nel Seminario interdiocesano, due mesi fa, allinizio dellanno scolastico. Il p.Eduardo è ritornato a Milevane ed ha trasmesso lufficio di Superiore al p.Francisco de Ruschi. Fa comunità con lui il p.José Brambilla, che è stato il padre Maestro dei nostri primi fratelli mozambicani ed ora continua nella formazione con gli studenti.
Nel 68 cè stato pure un rinforzo consistente di personale. Sono giunti dallItalia alcuni giovani: p.José Zanetti, che è andato ad Alto Ligonha, mentre a Molócuè cè il p.Emilio Giorgi intento ad imparare il lomwè, ma già destinato a Namarrói ed a Quelimane è rimasto fr.Piero Camplani. Altri si stanno preparando in Italia. Hanno tutti studiato negli anni del Concilio: aspettiamo da loro che ci portino qualche buona folata di vento fresco!
Ed ora ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, fine 1969
Caro padre Dehon,
ho lasciato passare un anno abbondante prima di riprendere la penna in mano, non perché non ci siano novità, ma perché si ha limpressione che le cose importanti stiano avvenendo sotto la superficie, preparando in silenzio cambiamenti radicali.
Ciò che ha cominciato a scricchiolare è il contesto generale. Negli ultimi anni, come ti ho già detto altre volte, sta prendendo sempre più forza nei mozambicani la coscienza dessere un popolo e quindi di essere un soggetto di dignità e di diritti di fronte a tutti e specialmente al Governo del Portogallo. Questultimo lha capito subito ed in modo oltremodo acuto, ma la forza degli interessi politici ed economici non permette mosse vistose. Bisogna tacere e far finta di niente, alla superficie, mentre è indispensabile essere attivi ed efficaci, sotto il pelo dellacqua.
Sono in tal modo apparsi, senza fare alcun rumore, due provvedimenti legislativi, apparentemente innocenti, ma volutamente indirizzati a contrastare in ogni modo il movimento indipendentista.
Il primo è una decisione economico-amministrativa che ha creato per i portoghesi residenti in Mozambico condizioni estremamente favorevoli ed allettanti per far restare i capitali qui ed investirli sul posto. Moltissimi si sono entusiasmati e da due o tre anni a questa parte si sta assistendo dappertutto alla costruzione di condomini nelle città. Sono sorte anche costruzioni nuove e molto belle, come lHotel Chuabo di 4 stelle, alto 8 piani, che ha accanto la sede della Banca Nazionale. Fervono i lavori per il nuovo aeroporto di Quelimane, mentre si va avanti ad asfaltare il percorso della Strada Nazionale Nº1, che collega Lourenço Marques a Mueda, nellestremo nord, passando per le principali città del Mozambico.
Il secondo è lapertura delle scuole superiori agli studenti negri. La discriminazione a cui erano soggetti, di poter studiare solo fino alla soglia delle superiori, ritirata già alcuni anni fa, dopo i fatti di Mueda, è ora totalmente sparita. Le scuole superiori e luniversità sono ora aperte a tutti.
Un altro grande progetto è stato varato, di enormi dimensioni economiche: la costruzione di una diga sul rio Zambezi nella provincia di Tete, per dare vita ad una centrale elettrica di 400 megawatts, la quarta del mondo e permettere lirrigazione della valle dello Zambezi facilitando linsediamento di un milione di coloni bianchi. È stato creato un grande Ente statale: il Gabinetto del Piano dello Zambezi, più noto come G.P.Z. Per costruire la diga si è fondata la società ZAMCO, unassociazione di grandi multinazionali come Siemens, Cogelex, Grand Traveaux de Marseille e molte altre.
È evidente lo sforzo del governo portoghese di creare una ragnatela di grandi interessi economici internazionali e nazionali, nel tentativo di ostacolare indirettamente il volo di libertà del popolo mozambicano.
Di tutte queste cose si parla sempre più spesso anche se con la maggior circospezione, perché la repressione del regime è inflessibile. Tuttavia anche la politica internazionale sta cominciando a prendere le distanze dal Portogallo e vari Paesi hanno ristretto la collaborazione economica. Il governo italiano, per esempio, ha interdetto alle ditte italiane di concorrere nel progetto di formazione della ZAMCO. Alcune grandi ditte, come la S.A.E., che costruisce linee eletttriche di alta tensione, hanno aperto delle filiali in Sudafrica ed in Svizzera per poter concorrere agli appalti sotto veste non italiana ed eludere il veto.
La situazione si sta facendo tesa, ma questo è un nodo che non si può eludere. Bisogna scioglierlo secondo giustizia.
P.Anonimo. s.c.j.
Namarrói, 31 luglio 1970
Caro P. Dehon,
il Regionale p. Tarcisio Finazzi mi ha mandato qui a Namarrói per rimettermi in sesto dopo una tremenda malaria che non passava con la clorochina. Ho dovuto fare nove dosi di chinino in vena per far passare la febbre. Ho passato qui una settimana veramente distensiva, con le premure del superiore p. Emilio Bertuletti e la simpatia delle missionarie Irene, Ilda e Rosanna, che da non molti mesi si sono sistemate nella casetta costruita per loro accanto alla chiesa. Hanno un piccolo dispensario e collaborano con entusiasmo nella pastorale della missione. Sta prendendo sempre più piede la collaborazione della componente femminile del personale missionario nel lavoro di pastorale diretta, uscendo insieme ai padri nella visita alle comunità cristiane sparse sul territorio, dette comunemente cappelle. Partecipano nella catechesi e trattano i malati con le medicine che si portano dietro dal dispensario.
È qui di comunità anche il padre Elias Ciscato, chiamato da tutti col nomignolo affettuoso di Cacao. È antropologo e raccoglie dati e informazioni sulla cultura del popolo Lomwè, oltre a svolgere il lavoro di evangelizzazione. Ha già pubblicato delle raccolte di proverbi e di indovinelli, che sono la forma in cui si esprime la sapienza popolare e si concretizza la visione della vita e la sua interpretazione. Sono una porta privilegiata per entrare nella cultura di questa tribù. In questi mesi studia particolarmente la iniziazione , che si potrebbe paragonare ad un noviziato in cui i ragazzi e le ragazze, naturalmente separati, sono introdotti alla conoscenza dei comportamenti e delle interpretazioni della vita nei suoi vari aspetti, fatta da maestri ufficialmente scelti ed incaricati, che vivono per alcune settimane con loro dentro i boschi. Al loro ritorno sono accolti con una cerimonia pubblica che li inserisce ufficialmente nella cerchia degli adulti.
Quante ore passate alla sera con Cacao e le missionarie a sentirlo raccontare e spiegare i segreti di questa cultura!
Tre giorni fa il padre Emilio mi ha chiesto se lo volevo accompagnare in Malawi, fino a Blantyre, per andare a prendere allaeroporto di Chileka il padre Marchesini, che ha appena finito la teologia il mese scorso e che, nella sua qualità di medico, dovrebbe interessarsi per concretizzare il progetto a lungo accarezzato, di aprire un ospedale missionario vero e proprio nella nostra diocesi di Quelimane. Ho accettato con vero piacere!
Siamo partiti il 29 mattina prestissimo, per essere là per mezzogiorno. Il padre Emilio aveva combinato di trovarsi a pranzo a Blantyre con un padre monfortino, suo compaesano della provincia di Bergamo, che lavora da trentanni in quella nazione ed ha la missione a Fort Johnston sulla punta estrema a sud, del lago Malawi.
Blantyre è una gran bella città, piena di verde, ricca di eleganti abitazioni degli antichi coloni inglesi e si vede che ha un piano urbanistico secondo il quale è stata costruita e fatta crescere per essere una capitale.
Il pranzo, in un ristorante appena fuori città, è stato unoccasione per fare un sacco di domande al padre monfortino, per conoscere un po più da vicino la chiesa del Malawi e la sua pastorale. Non ci siamo potuti trattenere tutto il tempo che volevamo perché laereo, un Comet dellEast African Airways arrivava da Nairobi poco dopo le 14.
Siamo andati a Chileka, pochi chilometri fuori città, tutti e tre, per dare il benvenuto al giovane missionario, che arrivava da solo, per la prima volta in Africa e per di più in un paese che non era quello finale, ma solo di passaggio.
È sceso dallaereo col suo clergyman ed un cappello a tese, classico, di tela chiara. Era tutto sorridente e si vedeva da lontano la sua contentezza per essere finalmente arrivato in Africa!
Ci abbracciammo come vecchi amici e, dopo una breve conversazione, il padre monfortino si diresse verso nord e noi verso sud, in direzione al Mozambico, alla frontiera di Milange. Avevamo una certa fretta, perché la frontiera chiudeva al tramonto, che a questepoca dellanno è molto presto, di poco dopo le cinque.
In macchina parlammo parecchio. Era la Volkswagen rossa della missione di Namarrói e le sue ridotte dimensioni facilitavano lintimità. Il p. Marchesini ci disse che il suo programma era quello di visitare tutte le nostre missioni nellintento di farsi unidea delle necessità sanitarie, del tipo di ospedale di cui cera bisogno e, possibilmente, di scegliere già il posto dove costruirlo. Aveva a disposizione circa tre mesi e mezzo, perché a metà novembre era prenotato il volo per lUganda, dovera stato invitato dal padre comboniano Giuseppe Ambrosoli, a passare con lui un anno per imparare ad operare. Il padre Ambrosoli era in Uganda da 17 anni ed aveva fondato ed attrezzato lospedale di Kalongo, situato al nord del paese e fornito di circa 300 letti. Vi praticava tutti i tipi di chirurgia, da quella addominale, a quella ortopedica, ginecologica, ostetrica e urologica. Era un posto ideale per imparare molto ed in fretta.
Arrivammo a Milange in tempo, ma il buio ci sorprese quasi di colpo, pochi chilometri dopo di aver cominciato la nostra corsa sulle polverose strade di terra rossa del Mozambico. La nostra meta era la missione di Molumbo. Arrivammo che erano quasi le nove ed i padri Giovannino Bonalumi ed Onorino Venturini erano già a letto. Vista lora tarda avevano pensato che saremmo andati a passare la notte dai cappuccini di Milange. Il frigorifero non conservava bene il freddo, per cui p. Giovannino, il cui appetito è proverbiale e conosciuto ovunque, aveva pensato bene di finire tutta la cena preparata per noi perché non andasse a male! Quando ci vide davanti e senza più nulla di pronto da mangiare, non si perse danimo. Dette ordini al guardiano, che sapeva fare anche da cuciniere, di prepararci rapidamente qualche bistecca, un po di riso ed alcune uova al tegamino. Nel frattempo ci aprì due scatolette che aveva avuto in regalo dal tenente che comandava il contingente di soldati della guarnigione di Molumbo. Erano lumache in acqua e sale e, francamente, furono una sorpresa per tutti. Nessuno aveva mai visto scatolette di lumache e, forse neppure ne aveva mai mangiate. Il sapore era buono e la fame molta, per cui sparirono in un battibaleno. Quando arrivò la "traversa" con tutto il ben di Dio fatto preparare dal padre Giovannino, lappetito era già stato domato, per cui gli avanzi furono abbondanti, nonostante che il buon padre ci invitasse caldamente a finire tutto, perché la "geleira " a petrolio non funzionava. Quando si rese conto che non riusciva a farci continuare, capì che lunico rimedio per non fare andare a male la cena era quella di finirsela lui. Noi lincoraggiammo, dicendo che era un vero peccato lasciar rovinare il cibo, così quella fu la notte in cui p.Giovannino poté finalmente togliersi completamente la fame!
Il giorno dopo, ieri 30 luglio, era il settimo giorno dalla morte del Dr. António de Oliveira Salazar, che per 40 anni aveva governato, come dittatore, il Portogallo. La messa solenne era alle 18, nella chiesa della missione a Namarrói. Cerano tutti i portoghesi del luogo, dallAmministratore del distretto, al contingente militare, schierato in uniforme e con bandiera e gagliardetti, col comandante in prima linea, ai commercianti ed ai residenti. Cerano pure molti africani.
Più tardi a cena il padre Marchesini ci fece notare che quella era stata la sua prima messa in terra di missione e che si sarebbe ricordato per sempre che fu celebrata in suffragio per lanima di un dittatore che non avrebbe mai accettato di concedere lindipendenza al popolo mozambicano. Forse era un segno profetico col quale il Signore gli voleva dire che la sua esperienza di missione sarebbe stata caratterizzata dal collaborare a far girare per sempre quella pagina della storia.
Ti saluto in Corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.
Milevane, 10 agosto 1970
Caro padre Dehon,
mi sono offerto a p. Bertuletti, per accompagnare io il padre Marchesini al Gurúè, per fargli vedere quanto sono belle le piantagioni di tè e per fargli assistere alla fondazione della nostra Scuola di "Artes e Ofícios", di preparazione professionale. Siamo andati in visita turistica alla "Casa dos Noivos",che domina dallalto la distesa a perdita docchio dei campi di tè, e poi alle cascate, ai laghetti ed a vedere i dintorni di Vila Junqueiro.. Ne ho approfittato per portarlo a visitare una delle numerose fabbriche dove si processano le foglie del tè, fino a farne quel prodotto aromatico che tutti conosciamo. Nei campi si vedono decine e decine di raccoglitori che strappano le ultime foglioline degli arbusti del tè e li buttano in grandi cesti che portano dietro le spalle. Quando sono pieni, ci sono dei trattori col rimorchio che li portano, a gruppi di venti o trenta, alla fabbrica. Qui le foglie sono distese su lunghissime reti metalliche per lessiccamento, realizzato con potenti getti di aria calda. Sono poi raccolte, dopo alcune ore e triturate. Dei tappeti rolanti le convogliano in macchine che le separano automaticamente, dividendole in mucchi di frammenti di varie grandezze uniformi. In base alla grandezza, varia il sapore. A questo punto entra in scena la figura del "Tea Maker" il facitore di tè. Questi è un esperto, normalmente indiano o di Sri Lanka che, mescolando frammenti di varia grandezza ed in varie proporzione, prepara miscele di gusti differenti. È unarte sofisticata e difficile, che si tramanda di padre in figlio. Le miscele sono provate sorseggiando gli infusi, assaporandoli e poi sputandoli subito. Non ne devono inghiottire mai, altrimenti perdono la sensibilità. Solo alla sera, in casa loro, possono permettersi di sorseggiare una buona tazza di tè con zucchero e pasticcini!
La nostra scuola di Artes e Ofícios è in costruzione. I lavori fervono, ed insieme alle sale di scuola e allinternato, sta sorgendo anche una fabbrica per produrre scatole di legno compensato, usate in grande scala dalle fabbriche, per imballare e trasportare le molte tonnellate di tè prodotte ogni giorno. Gli introiti delle scatole di compensato dovrebbero servire per coprire le spese, molto ingenti, previste per far funzionare la scuola e linternato. Come sempre, dove si costruisce, i fratelli sono i protagonisti principali, con la loro professionalità e la loro dedizione oltre ogni misura.
Al Gurúè ci siamo fermati tre giorni e poi abbiamo proseguito per Milevane. Qui il padre Aldo ha potuto salutare il suo recente professore di Teologia, padre Duci, anche lui fresco fresco dallItalia. È venuto per predicare gli esercizi spirituali annuali in occasione dellassemblea e fare alcune lezioni di aggiornamento su temi di teologia legati alla spiritualità del S.Cuore, in grande evoluzione dopo le intuizioni sottolineate dal Concilio. Il più prezioso dei tesori, che tu ci hai lasciato, il Cuore di Gesù, svela sempre più la sua inesauribile grandezza e bellezza, col progredire della riflessione teologica!
Pieno di gratitudine ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.
P.S. Mi dimenticavo di dirti che qui a Milevane ci sono tre Missionarie della Compagnia del S.Cuore: Teresa Castro, Lisetta ed Elisabetta, arrivata poco dopo le prime due. Lisetta ed Elisabetta sono infermiere ed hanno organizzato un dispensario, molto frequentato dalla popolazione. Anche qui, come del resto dappertutto, chi frequenta le consulte sono soprattutto le mamme coi loro bambini piccoli. La zona mera sembrata semi deserta, negli anni passati, ma vedo che invece è molto abitata. Naturalmente il padre Aldo ha passato parecchie ore a lavorare con le missionarie. Nonostante sia medico, si sente molto imbarazzato ad affrontare i malati di qua. Sente di aver bisogno di unintroduzione alla patologia e alle abitudini della gente. Alla fine mi ha detto che era interessato a trattenersi qualche giorno in più, aiutato dallamicizia che lo lega sia a Lisetta che ad Elisabetta, amicizia nata e cresciuta durante vari anni a Bologna, dove hanno risieduto tutti e tre nella decade degli anni sessanta.
Mentre p. Marchesini restava con le missionarie nel dispensario, io ne ho approfittato per visitare i lavori dei campi e di allevamento. Lanima di tutto è il P.Afonso Biasiolli, infaticabile, su e giù per la tenuta col suo vecchio jeep Willys. Ci sono campi di mais, di manioca, grandi estensioni di bananeti, di girasole, di arachidi ed anche un orto molto differenziato dove dominano i cavoli e la cicoria, gli ortaggi più resistenti a questo clima. Gli animali da allevamento sono parecchi, soprattutto vacche, capretti e maiali. Le stalle sono un po distanti dalle case, così non ci sono cattivi odori e mosche. Il p.Afonso è aiutato, a partire dallanno scorso, dal sig. Artemio Bergonzini, che è venuto con la famiglia. È unesperienza che fa rinascere la collaborazione coi laici missionari, rimasta spezzata con la morte improvvisa del giovane Adriano, alcuni anni fa.
Quelimane, 18 maggio 1971
Caro padre Dehon,
oggi è arrivato allaeroporto, proveniente dal Sudafrica, via Lourenço Marques, il nostro Superiore Generale, p. Alberto Bourgeois. Allaeroporto ceravamo tutti, come puoi ben immaginare! Insieme a lui è venuto pure il padre Lusardi, che si trovava nella capitale.
Il nostro generale è molto benvoluto e stimato e laccoglienza è stata particolarmente calorosa. Il superiore regionale, p.Tarcisio Finazzi lo ha accompagnato subito a salutare il vescovo D.Francisco, che è stato molto contento di conoscerlo.
In casa nostra, alla Sagrada cera aria di festa, con antipasto e dolce finale. Durante il pranzo, però, la conversazione è scivolata subito sullora presente e sulla preoccupazione che regna nel cuore di tutti, dopo il pronunciamento dei Padri Bianchi che avevano manifestato il proposito di ritirarsi perché il controllo oppressivo del regime politico del Portogallo stava riducendo a zero la libertà despressione e di evangelizzare secondo i valori della giustizia e dei diritti delluomo. Il governo portoghese, appena saputo del fatto, aveva reagito senza indugi, espellendo dal Mozambico tutti i missionari di quella congregazione. Lo scalpore era stato grande in tutto il mondo, ma specialmente qui da noi. Da un lato la dichiarazione dei padri Bianchi fortificava nella convinzione che loppressione governativa esisteva realmente, e dallaltro, la reazione così radicale ed immediata, metteva paura. Il regime mostrava il pugno di ferro della repressione, creando timore ed allarme. Gli occhi del governo, ma soprattutto quelli dei fedeli e del popolo in genere erano rivolti su di noi missionari. Un modo tutto particolare di guardarci era poi quello dei vescovi, presi tra due fuochi, le pressioni del governo da un lato e la coscienza del valore della libertà e dellintransigenza del vangelo dallaltra.
Il p. Bourgeois diceva che era venuto per cercare di capire e non per portare soluzioni dal di fuori.
Voleva visitare le missioni e poi partecipare allassemblea di giugno a Milevane. Solo dopo, alla fine, prima di partire, avrebbe potuto dare il suo parere.
Siamo rimasti tutti ben impressionati dalla prudenza e dallumiltà del nostro generale. La sua visita non potrà che aiutarci a crescere.
Ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j
Milevane, 13 giugno 1971
Caro padre Dehon,
oggi è finita lassemblea generale, qui a Milevane, con la partecipazione del padre generale. La discussione è stata appassionata , quasi tutta attorno al dilemma: andarcene anche noi come i padri Bianchi o restare? Il discernimento è stato difficile. Ne può essere una dimostrazione le parole dette dal p.generale alla fine della giornata centrale: "Ho bisogno di una notte per pregare, prima di parlarvi".Alla fine la decisione è stata presa: restiamo!
Sè sentito il bisogno di redigere un relatorio finale, che resti come documento scritto della decisione presa. Penso di farti cosa gradita a copiartene qui il passaggio centrale.
"La decisione dei Padri Bianchi costituisce una scelta di coscienza coraggiosa. Ogni tipo di scelta comporta un rischio Se è duro andarsene, ugualmente duro è restare.
Riconoscendo che è difficile il limite tra giustizia sociale e scelte politiche, la nostra azione non si orienta a obiettivi politici, ma con la nostra azione apostolica collochiamo le fondamenta per aiutare il popolo a rendere realizzabile una maggiore emancipazione (dallingiustizia, dallignoranza, dalla paura, dal sottosviluppo e dalloppressione). Di fronte allobiezione che tutto ciò èd impossibile, siamo dellopinione che si può insistere e tentare ancora, utilizzando prudenza nelle scelte ed intelligenza nell azione, costituendo un gruppo unito tra di noi e col Vescovo. Scegliendo, responsabilmente, di restare, siamo coscienti delle incognite che troveremo."
Un lungo battimani ha accolto la lettura di questa dichiarazione, che è stata subito messa agli atti.
Stamani messa solenne di concelebrazione col padre Bourgeois, nella festa di S.Antonio da Lisboa (come si chiama ufficialmente qui in Mozambico). Alla fine, mentre eravamo in refettorio per la colazione, è arrivato da Vila Junqueiro fr. Mario Spada, che ci ha portato la notizia che ieri il consiglio provinciale dellItalia settentrionale ha pubblicato le nomine del nuovo consiglio Regionale:
Superiore Regionale: P.Nunzio Leali
1º consigliere P.Ciscasto Elia
2º consigliere P. Zanetti Giuseppe
3º consigliere P.Greselin Elio
4º consigliere P.Madella Maggiorino
Economo e procuratore regionale fr. Ossana Giuseppe
Linizio del mandato sarà il 31 di luglio di questanno.
Benedicili dal cielo!
P.Anonimo s.c.j.
Vila Junqueiro, ottobre 1971
Caro Padre Dehon,
sono venuto a Vila Junqueiro per salutare le nostre nuove comunità, sistemate nelle nuove residenze. Per la festa della Madonna, l8 settembre scorso, è stata inaugurata ufficialmente la nuova comunità della Scuola di Artes e Ofícios. Il superiore è il P. Francisco Donadoni, mentre il P.Bernardo Salandi è da tutti considerato il padre spirituale, con la sua saggezza e gravità, che gli vengono dallessere stato consigliere generale fino a pochi anni fa. Il suo arrivo in missione, recentemente, con unetà già matura, a sessantanni, ha inaugurato un nuovo stile di lavoro missionario, aperto anche a persone nel pieno della maturità e già ricche desperienza. Ha sfatato lidea che, per iniziare il lavoro missionario, bisognava per forza essere giovani per potersi facilmente adattare ad un genere di vita considerato tanto diverso.
La comunità è completata da ben cinque fratelli: fr. Michele Tapparo, fr. Abbondio Riva, fr. Piero Galuppini, fr. Piero Camplani e fr. Mario Spada.
LOpera ha un aspetto maestoso: di un grande rettangolo i cui lati sono occupati dalla residenza dei padri, dalle sale scolastiche, dallinternato e dalla fabbrica del compensato. È situata su uno dei tanti pendii più o meno ripidi, che caratterizzano la cittadina, ed ha attorno un terreno abbastanza ampio, che permette un certo respiro ed una futura espansione.
Laltra nostra abitazione, più antica, formata da due casette con parecchie dipendenze, è adesso la nuova sede del superiore Regionale, che è il p.Nunzio Leali, ed ospita anche il seminario, che conta 33 studenti ed il cui rettore è il p. Maggiorino Madella. Gli altri membri della comunità sono il p. José Vieira Alves e il fr. Rodrigues da Fonseca Fernando.
La sede è situata allentrata dellabitato, di fronte ad una piantagione di tè, con varie costruzioni, sparse su un bellissimo prato verde circondato da grandi eucaliptus. Il luogo unisce i vantaggi di trovarsi in un centro importante ed al tempo stesso dessere abbastanza isolato per poter goder di silenzio e tranquillità, come si addice alla sede dun superiore regionale, che deve pensare e ad una trentina di studenti, che devono studiare!
Tuo p.Anonimo s.c.j.
Namarrói, 29 febbraio 1972
Caro Padre Dehon,
il nuovo superiore di Namarrói, padre Emilio Giorgi mi ha invitato a rinfrescarmi per qualche giorno tra i monti di Namarrói, fuori dal gran caldo di Quelimane. Avrei avuto loccasione di vedere il noviziato appena aperto e di constatare che lo spirito di ospitalità, diventato famoso a Namarrói con il p.Emilio Bertuletti, continuava intatto.
Sono arrivato con la corriera da Mocuba quandera, ormai, la fine del giorno. Il capolinea è davanti al posto sanitario, allestremità dellabitato, ma lautista, mio vecchio conoscente, ha voluto farmi una cortesia e mi ha scaricato davanti al piazzale della chiesa, situata fra la casa dei padri e quella della Compagnia Missionaria.
Le prime a vedermi sono state le Missionarie , che stavano parlando con un gruppo di donne sedute intorno a loro su stuoie. La Rosanna, la più estroversa di tutte, ha dato un grido in tonalità altissima:" Ehi, cè padre Anonimo!" ed è corsa a salutarmi.
Subito anche le altre si sono alzate per venire a stringermi la mano e per forzarmi ad entrare e prendere il tè con loro, prima che i padri mi "sequestrassero".
Stavo per entrare in casa, quando vedo arrivare di corsa il padre Emilio, informato dal grido di Rosanna.
"Ormai padre Anonimo è nostro ospite per il tè. Se vuoi conversare con lui devi entrare anche tu a bere il tè insieme." disse Ilda, la superiora.
"Un sacrificio molto amabile! Entro senzaltro!"
Chiacchierammo affabilmente un po, mentre lIrene concludeva lincontro con le signore, là fuori.
"Tè del Gurúè! - annunciò la Rosanna il migliore del mondo." e posò sul tavolo la teiera fumante.
Finimmo che il sole stava tramontando.
"Il tramonto di Namarrói, il più bello del mondo!" dissi io, sorpreso dal rosso fuoco del cielo. Rimanemmo tutti lì in piedi, in silenzio, a rimirare quel cielo che scivolava lentamente verso il giallo, dietro il crinale immobile dei monti. Che pace e che spettacolo!
Padre Emilio mi presentò ai novizi, sei in tutto, che subito si offrirono per portare la mia valigetta nella casa dei padri.
Mentre mi sistemavo, arrivò, di ritorno da una cappella, il padre João Gadotti, , un vecchio e caro amico.
"Alle 18,30 celebriamo la messa e dopo cè la cena. Ho invitato anche le missionarie, per festeggiare il tuo arrivo." mi disse il padre Emilio.
A tavola eravamo in molti: i quattro padri (includendo me), i sei novizi e le tre missionarie. Mi feci raccontare da Zanetti comera organizzato il noviziato, che risultò essere come quelli di tutto il mondo: vita comunitaria, incontri di formazione, iniziazione alla preghiera, lavoro e studio. Alla domenica visita coi padri alle cappelle della Missione.
Volli fare le congratulazioni al cuciniere per leccellente gallina alla cafriale, arrostita sulla brace e ben condita con piri piri piccante. Venne il cuoco, piccolo e di una certa età. "Ah, ma è il signor Mwalo! ci conosciamo già. Come sta?" "Bene, signor padre! Si ricorda quando passò per di qua, due anni fa, insieme a quel padre dottore? Aveva detto che era venuto per scegliere il posto dove fare un ospedale. Lha poi scelto?" "Sì. - risposi io - Venne anche suo fratello, pochi giorni dopo, ed hanno girato in lungo e in largo tutta la Zambesia, accompagnati dai nostri padri. Alla fine abbiamo deciso, di comune accordo, di farlo a Mugulama, tra Nampevo ed Alto Molócuè" "È pena che sia un po lontano, ma limportante è che si faccia." "Bene, signor Mwalo concluse il padre Giorgi ciò che conta è il bene della gente, anche se lontano da qui."
Mi fece bene quella riflessione del cuoco, caro padre Dehon. Una persona semplice, ma aperta agli altri.
Ah, dimenticavo: Mwalo vuol dire coltello e mi dispiace, perché mi dimenticai di chiedere al padre Emilio se quello era il suo vero nome o il nome darte.
Sono restato qui tre giorni e domani parto col padre Gadotti, che deve andare a parlare col padre Regionale Nunzio Leali. Per andare al Gurúè faremo la strada che passa per Regone, una strada secondaria, che attraversa molti boschi.
Ti saluto nel Signore!
P.Anonimo s.c.j.
Vila Junqueiro, 4 marzo 1972
Caro Padre Dehon,
la strada tra Namarrói e Vila Junqueiro è veramente panoramica. Ci sono molti saliscendi, ma i boschi che si attraversano sono assai belli e poi il profilo delle montagne del Gurúè, azzurrini, visti nel controluce dellalba, fanno di questo percorso una strada turistica. Qui in Africa ci si alza molto presto, come avrai potuto capire da tanti accenni spuntati qui e là tra le mie lettere. Se poi si deve viaggiare, allora si è ancora più mattinieri, specialmente in questepoca dellanno in cui il caldo è asfissiante.
Già che passo dal Gurúè, ne approfitto per fare i miei auguri formali al Superiore Regionale per le nozze dargento della Regione del Mozambico. I nostri primi quattro padri arrivarono alla missione di Alto Molócuè il 27 marzo del 1947. Mancano circa tre settimane alla data dellanniversario e quindi gli auguri sono più che indicati.
Il padre Leali mi ringrazia di cuore, ma mi ricorda che il Consiglio Regionale aveva già annunciato che non ci sarebbero state celebrazioni esteriori per i venticinque anni della nostra presenza in Mozambico. Come si fa a celebrare con esteriorità un anniversario, quando in Mozambico cè in pratica la guerra? I guerriglieri mantengono una situazione di instabilità e di timore. Lesercito governativo è in piena efficienza ed è molto attivo. La polizia segreta non scherza e molta gente è prelevata dalle case, interrogata, messa in prigione e, secondo voci insistenti, ci sono casi di tortura e di uccisione.
Ciò che più conta, mi dice padre Leali, è che noi, come Dehoniani, facciamo il punto della situazione a livello nostro, interno, e che ci interroghiamo sulla nostra testimonianza del vangelo e sul nostro impegno, aperti a riconoscere errori ed a rivedere la situazione. È unoccasione, insomma per un esame di coscienza.
"Un modo per celebrare le nozze doro, però, ce lho in mente: al prossimo consiglio regionale presenterò la proposta diniziare unesperienza nuova nellamministrazione della nostra economia. Ne ho parlato con fr. Ossana , che è daccordo e con p. Azzola, lui pure favorevole. La chiameremo Cassa Comune. Lidea è semplice: tutti i missionari mettono in comune tutte le entrate e così pure i contributi della Provincia, gli aiuti del governo per le scuole, eccetera. In tal modo si forma un unico fondo, dal quale poi tutti attingeranno, ciascuno secondo ciò di cui avrà bisogno, sia per la vita di tutti i giorni, sia per le opere in via di realizzazione: scuole, cappelle, internati, per i trasporti, per il combustibile, insomma per tutto.
Il Padre Provinciale dItalia, padre Marcato, mi ha pregato di preparare una relazione sui venticinque anni da pubblicare sul Cor Unum, il nostro bollettino ufficiale della Provincia, per informare tutti i confratelli sul lavoro svolto e sulla situazione del Mozambico. In consiglio abbiamo dato lincarico al padre Elio Greselin, che ha promesso di consegnarlo prima dellanniversario del 27 marzo.
Questanno poi abbiamo il Capitolo Generale, dove dobbiamo esaminare ed approvare i nuovi testi della Regola di Vita, del Direttorio Generale e della Raccolta Giuridica. Siamo tutti molto impegnati nei preparativi e non è opportuno sovraccaricare i programmi già pieni di attività."
Il signor Faria, il pilota di Vila Junqueiro, vola domani a Quelimane ed ha un posto vuoto. Mi ha invitato ad approfittarne, se voglio fare presto. Visto che sono in viaggio coi mezzi pubblici, sono stato ben contento di approfittarne!
Come puoi vedere tu stesso, Padre Dehon, la Provvidenza è sempre un passo avanti!
P.Anonimo s.c.j.
Lourenço Marques, fine di luglio 1973
Caro Padre Dehon,
ho ricevuto una lettera da P.Aldo Marchesini dal Portogallo, scritta allinizio di giugno, in cui mi informava che la Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Tropicale di Lisbona, che lui frequentava, aveva trovato i fondi necessari per offrire ai finalisti un viaggio di una settimana in Mozambico e di una in Angola. Sarebbe stato bello vederci, se avessi avuto loccasione di trovarmi lì nella seconda metà di luglio. Feci vedere la lettera al padre Ciscato, che faceva le veci del Superiore Regionale, impegnato a Roma nel Capitolo generale. Subito mi incaricò di andarlo a salutare e di informarlo dettagliatamente della situazione difficile della guerriglia in Mozambico. Avrei poi dovuto informarmi per sapere a che punto era della sua preparazione per venire definitivamente in Mozambico.
I finalisti erano una quindicina di giovani dottori e dottoresse, accompagnati da un docente che aveva il compito di far loro conoscere lorganizzazione della sanità nei due territori ultramarini.
La sera stessa del suo arrivo il p. Marchesini mi telefonò, per combinare il modo di vedersi. Il gruppetto di cui faceva parte era alloggiato allHotel Tivoli nella "baixa" di Lourenço Marques, grosso modo nei pressi della cattedrale. Il loro programma era molto stretto, con visite di mattina e di pomeriggio a vari servizi della Sanità della capitale e dintorni. Tuttavia il sabato prevedeva il pomeriggio libero, mentre la domenica avevano una scampagnata fino Ponta do Ouro, il punto più a sud del Mozambico, una spiaggia famosa, sullOceano Indiano. Era anche il punto più meridionale dellimpero portoghese, sparso in tutto il mondo, secondo lespressione in voga in questi tempi di esasperato nazionalismo. Si è soliti dire "Do Minho até Ponta do Ouro", cioè dal Minho, la provincia più a nord del Portogallo, fino alla Punta di Oro, il punto più a sud del Mozambico, che è il più a sud di tutti i territori portoghesi.
Il p. Aldo arrivò verso le quattro e si trattenne appena due orette, perché allhotel avevano la cena con autorità del Ministero della sanità e non poteva mancare. Eravamo tutti in casa ad aspettarlo, P.Toller, P.Manuel Gouveia, Fr. Fernando ed io. Si parlò molto della situazione tesa della guerriglia qui in Mozambico. Fu interessante ciò che il padre raccontò riguardo alla diga di Cahora Bassa nella provincia di Tete, in fase di costruzione già avanzata, nonostante la guerriglia imperversasse nei dintorni per ostacolarla in tutti i modi. Vari suoi colleghi portoghesi avevano espresso il desiderio di visitarla, ed era parso che il Governatore Generale del Mozambico fosse abbastanza favorevole, forse per le ripercussioni di prestigio che il governo avrebbe avuto, portando là in visita turistica quindici medici specializzandi in Medicina Tropicale, arrivati dalla Metropoli e là di ritorno dopo pochi giorni. Sarebbe stata una prova dellassoluto dominio della situazione da parte dellesercito portoghese. Uscirono dal Governatore con una mezza promessa, ma alla sera del giorno dopo era stata comunicata loro la decisione di non andare, perché quel viaggio avrebbe rubato un giorno intero ed il programma sarebbe stato compromesso.
Ci guardammo tutti negli occhi, in silenzio.
Fui io a entrare nel discorso sulle previsioni relative al suo ritorno definitivo in Mozambico.
Ci disse che il corso era appena terminato, con gli esami che, grazie a Dio, erano andati bene.Aveva intenzione di aspettare in Portogallo il rilascio del Diploma, per poterselo portare dietro con se, senza pericoli di ritardi o di smarrimenti. Dopo di ciò era pronto per partire subito. Però cerano molti ostacoli a livello del ministero dellUltramar. A Lisbona aveva conosciuto vari padri e suore che stavano studiando la lingua portoghese, in attesa del visto dentrata e questo non arrivava mai. Si sapeva che la situazione con la chiesa cattolica era molto tesa, per via della sua posizione di sostegno allIndipendenza dei territori ultramarini. Il padre, e tutti gli altri, avevano dovuto firmare un documento in cui si impegnavano a non svolgere nessuna attività politica, una volta entrati in Mozambico e negli altri territori in cui cera la guerriglia. Ma, anche così le cose non andavano avanti. Dei nostri erano ancora fermi a Lisbona i padri FrancescoBellini, Francesco Temporin, Domenico Liuzzi ed il fratel Giuseppe Meoni.
Fu così che ci salutammo con laugurio di rivederci presto. Il quando lo affidavamo alla divina provvidenza!
Quanto a me, caro Padre Dehon, mi trattengo qualche giorno in più per aspettare il padre Leali di ritorno dal Capitolo Generale, conclusosi a Roma il 7 di questo mese. Siamo tutti molto ansiosi di notizie dettagliate sul Capitolo, perché è destinato a restare nella storia. Ha infatti approvato i testi definitivi delle Costituzioni, riviste e aggiornate tenendo presenti le luci e le direttive emerse nel Concilio Vaticano secondo. Sono accompagnate dal Direttorio Generale, che applica alla vita concreta i principi inspiratori della nostra spiritualità e del nostro carisma in essa contenuti. Inoltre è stato redatto un volume in cui ci sono tutte le norme giuridiche per il governo della congregazione.
Abbiamo ricevuto informazioni dirette da Roma, dove il padre DallOsto faceva il cronista per i confratelli di lingua italiana, ma le poste sono molto lente e le ultime notizie sono ancora per strada.
Padre Leali potrà metterci al corrente di molte cose, compreso il Capitolo informale, quello che si svolge nei corridoi, a tavola, nelle conversazioni tra gruppi linguistici e che poi genera le decisioni ufficiali delle assemblee capitolari, che restano scritte e fanno legge. Sono molto più vive, però, se si conoscono anche i retroscena!
Ti saluto dalla Capitale!
P.Anonimo s.c.j.
Namarrói, 29 settembre 1973
Caro Padre Dehon,
mi sono accodato alla comitiva di confratelli venuti a Namarrói per partecipare alla professione perpetua di fratel Piero Camplani, venuto in Mozambico ancora con i voti temporanei. È arrivato dalla sua missione di Mualama 10 giorni fa, per prepararsi con un corso di esercizi spirituali a questo grande avvenimento, che è lequivalente del matrimonio per chi si sposa: è la scelta definitiva di vivere unicamente per il Signore. Fratel Piero è semplice e di poche parole, ma è stato contento di vederci arrivare in parecchi alla sua consacrazione definitiva Labbiamo celebrata nella chiesa della Missione, piena di tantissima gente, venuta da molte cappelle. Questi avvenimenti meritano un particolare rilievo nella Chiesa nascente, perché sono realtà ancora molto poco conosciute. Affinché possano essere capite ed assimilate è necessario che la gente veda, assista, partecipi e si interroghi.
La messa solenne è finita verso le undici, seguita dai "salmi", danze in circolo, in cui si ripete un ritornello un numero di volte senza fine, accompagnati dai tamburi, che, con il loro ritmo, segnano i battiti dei piedi sulla terra. Sono soprattutto queste danze corali che contribuiscono a dare il clima di festa e a farlo scendere fin dentro il cuore.
Alla fine di tutto, pranzo allaperto per gli invitati ed i rappresentanti delle cappelle. Poi ancora canti, danze, declamazione di poesie e presentazione di regali.
Ti saluto da Namarrói in festa.
P.Anonimo s.c.j.
Vila Junqueiro, 31 dicembre 1973
Caro Padre Dehon,
il padre Luigi Pigozzi, Superiore Provinciale, in visita in Mozambico da quasi un mese, ha voluto passare tre o quattro giorni di silenzio e di riflessione qui in casa regionale, prima dellassemblea dinizio dellanno su a Milevane.
Ne ho approfittato per fargli una specie di intervista a nome tuo.
Comincia raccontandomi che la data di partenza era rimasta aperta a lungo, per lincertezza di ottenere il visto dingresso. Alla fine, quando è arrivato, in quattro e quattrotto ha sistemato tutto ed è partito. La data, scelta dalla Provvidenza, era di buon auspicio: 3 dicembre, festa di S. Francesco Saverio, patrono delle Missioni. Un segno di speranza per lannuncio del vangelo in Mozambico! Ha comunicato subito anche in Zaíre, dove si doveva fermare per una visita ufficiale nel viaggio di ritorno. A Milano aveva incontrato il padre Marchesini, in partenza per Roma, dove si doveva imbarcare per andare ad aspettare il visto in Uganda, allospedale della diocesi di Lira, nella missione di Aber. Il vescovo di là, mons. Asili gli aveva scritto,chiedendo se il nostro confratello poteva lavorare nel suo ospedale, rimasto senza dottori, mentre aspettava il visto. Il Consiglio Provinciale laveva ritenuto un servizio utile, che meritava dessere incoraggiato ed il nostro padre Marchesini ne era stato felicissimo. Nel frattempo avrebbe potuto affilare le armi per lavorare più a suo agio in Mozambico.
Passa poi a raccontarmi dellordinazione sacerdotale di padre Tomé Makhweliha nella chiesa di Invinha l8 dicembre, festa dellImmacolata, titolare della Missione. È stata per lui una data storica epocale, perché è il primo confratello Mozambicano, formato nelle nostre file, che accede al sacerdozio. Il padre Luís Vasco, invece, era già sacerdote quando entrò al noviziato.
La festa dellordinazione, con la solennità che gli africani sanno dare alle cose importanti, lo ha riempito di ammirazione. Rivive, parlando con me, i momenti salienti e li sottolinea con compiacenza. Padre Tomé, in fondo, è un po anche figlio suo, visto che appartiene alla sua giurisdizione provinciale!
Un secondo avvenimento lo ha toccato profondamente, per il suo significato storico ed ecclesiale: la professione perpetua di Fr. Namarripa Miguel Boaventura, pochi giorni fa al Gurúè. È il nostro primo fratello mozambicano che si consacra definitivamente al Signore.
Questo dicembre che chiude il 73 è stato memorabile sotto ogni punto di vista.
Cè poi un terzo avvenimento che gli sta molto a cuore e che a suo parere non è meno significativo degli altri due: la nascita e la progressiva affermazione della nuova pastorale di chiesa locale. Si cerca di formare piccole comunità cristiane, in certo modo autonome, che esprimano, a partire dai loro stessi membri, i vari ministeri che fanno vivere la comunità: gli anziani, che guidano la comunità, gli incaricati della Parola, che guidano lassemblea nella liturgia domenicale, gli incaricati dellEucaristia, che si responsabilizzano perché non manchi mai la presenza eucaristica nella cappella: andandola a prendere alla Missione, conservandola dignitosamente e distribuendola nelle celebrazioni liturgiche della parola alla domenica e portandola in casa ai malati e ai moribondi. E poi gli incaricati della catechesi, delle vocazioni, della famiglia, dei funerali, della caritas, dei fidanzati e delle coppie giovani, delleconomia, del canto, della liturgia e così via.Questa nuova pastorale, che mira a creare cristiani adulti e responsabili ed a vivere molto più basati sulla fede che sui sacramenti, sarà destinata a sostituire la tradizionale formula di gestire le comunità locali attraverso i catechisti, persone indubbiamente preparate e molte volte di vita santa, che incentrano nella loro persona tutti i servizi e tutta lautorità. Ma dopo il Concilio questa maniera piramidale di governare la comunità dei fedeli appare superata, sostituita dalla chiesa ministeriale, dove lo spirito di Cristo risorto riposa su tutti e dona carismi e ministeri di servizio a tutti, a ciascuno secondo la benevolenza di Dio.
Certo, la figura del catechista tradizionale sarà destinata a sparire ed il suo servizio dovrà cessar di essere remunerato. Ciò porterà inevitabilmente molte polemiche, ma la storia e lo spirito del Concilio vanno per questa strada.
Tra poco ci sarà lassemblea e mi hanno detto che è ormai tradizione, col p.Regionale attuale, p. Leali, dinvitare alcuni rappresentanti di altri istituti, sia maschili che femminili. Sono invitati Cappuccini di Bari e di Trento, i fratelli Maristi, qualche sacerdote diocesano portoghese, le suore dellamor de Deus, le Vittoriane, quelle del S.Coração de Maria, le Franciscanas Hospitaleiras, della diocesi di Quelimane. Da quella di Nampula, colla quale siete strettamente in contatto, ho saputo che vengono di solito i comboniani e le comboniane, mentre dal Niassa vengono le suore della Consolata. Lallargamento della vostra assemblea è un fatto molto positivo: oltre ad approfondire una familiarità che dura da diversi anni, con le altre congregazioni vicine ed amiche, la diversità dei partecipanti vi allarga la visione delle cose ed apre molte idee.
Non cè che dire: il padre Pigozzi ha avuto la fortuna di visitare questa chiesa e la nostra missione in un momento storico privilegiato e di saperla vedere con occhi aperti a "ciò che lo Spirito vuol dire alla chiesa"!
Buon anno Padre Dehon! Il 1974 porterà forse linizio duna nuova era!
P.Anonimo s..c.j.
Mozambico, 26 aprile 1974
Caro Padre Dehon,
ho messo come luogo da cui ti scrivo, non la missione in cui mi trovo, ma Mozambico, senza nessunaltra determinazione, perché, mai come oggi, il Mozambico è una cosa sola ed unica: un popolo collorecchio attaccato alla radio per sentire nuovi particolari della grande notizia: ieri sera a Lisbona colpo di stato e fine della dittatura. Il governo al potere è stato defenestrato, il parlamento occupato ed un gruppo di militari si è insediato. Nessun colpo è stato sparato, nessuno è morto. La gioia ha riempito i cuori in Portogallo e la gente danza per le strade e nelle piazze. Qui in Mozambico siamo ancora increduli. La speranza comincia a galoppare. La guerra è ormai finita e senza più significato. La gente anche qui danza
Col cuore in gola per la gioia ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.
Vila Junqueiro, agosto 1974
Caro Padre Dehon,
son venuto a trovare qui, nella sua sede, il nuovo superiore Regionale, P.Ezio Toller.
È entrato in carica il 1º luglio coi suoi consiglieri P.Bernardo Salandi, P. Maggiorino Madella, P.Tomé Makhweliha e P. Renato Comastri, mentre leconomo regionale è sempre Fr. Giuseppe Ossana.
Parliamo come prima cosa della situazione politica, come si fa dappertutto. A Lusaka sono in corso le conversazioni tra il Portogallo e la Frelimo, il movimento che combatteva per lindipendenza. Oltre che alla pace, si discute sulle modalità dellIndipendenza e sulla sua data. Il colpo di Stato è stato una conseguenza dun malessere nazionale che era diventato insopportabile: la guerra in corso in tutti i territori ultramarini tranne Macau in Cina, esigeva da tutte le famiglie un contributo altissimo: i figli maschi dovevano fare 4 anni di servizio militare, di cui due sul fronte della guerra. Molti i feriti, molti i morti. Non cera in pratica nessuno che non avesse per lo meno un familiare o sotto le armi, o ferito. o morto. È stato subito chiaro, fin dai primi giorni, che la giunta militare voleva cominciare le trattative per dare lindipendenza immediata a tutti i territori ultramarini. Le conversazioni per il Mozambico si svolgono nella capitale della Zambia.
Il secondo argomento è quello che fa soffrire un po tutti: la decisione del Vescovo e del Consiglio presbiterale di unificare i due catechistati nella sede di Coalane. Non se ne capisce il motivo. E quello di Nauela, costato tanto sudore e tanto impegno umano, perché semplicemente chiuderlo? Che male ci sarebbe a mantenere le due opere? Ci sono state conversazioni col Vescovo, ma lunico accordo che si è concluso è che il processo di fusione potrà, sì, avvenire gradualmente, ma dovrà completarsi per il 1975.
Si fa avanti, a questo punto, in congregazione, lipotesi di trasferire il seminario di Milevane a Nauela. La cosa è in studio.
Il terzo argomento è larrivo dei nuovi missionari P. Bellini, P. Liuzzi, P.Temporin, P.Marchesini e Fr. Meoni che erano fermi a Lisbona. Alcuni sono già in Mozambico ed altri sono in arrivo. Questi rinforzi non possono che rallegrare il cuore di tutti e dare nuove speranze, che si vanno ad accrescere alla gioia per la fine della guerra.
P.Anonimo s.c.j.
Milevane, ottobre 1974
Caro Padre Dehon,
sono entrato nella lista dei partecipanti al primo mese di formazione permanente per tutto il personale missionario della diocesi. Dopo il golpe di aprile e con la fine della guerra, i germi di rinnovamento della pastorale, spuntati dal Concilio, hanno trovato libertà ed entusiasmo. Si fa sempre più chiaro che la chiesa deve essere fondata principalmente sullannuncio della Parola più che sulla celebrazione dei sacramenti. La struttura della chiesa come istituzione, piramidale e gerarchica sta lasciando il posto ad una chiesa intesa come famiglia, come popolo di Dio radunato dalla fede per essere il corpo di Cristo in cammino verso il Padre nella forza dello Spirito Santo. La conseguenza pratica più evidente, nella missione, è che le piccole comunità locali stanno diventando sempre più comunità ministeriali, in cui i diversi servizi che assicurano la vita della comunità come tale sono affidati a persone differenti e numerose. Tutti si sentono partecipi del bene e della vita della comunità.
Il vescovo ha costituito un segretariato diocesano di pastorale con a capo il padre Ciscato. Si stanno elaborando molti testi, come un nuovo catechismo, basato molto di più sulla lettura ed annuncio della Parola di Dio, un nuovo libro di preghiere da recitarsi nelle famiglie e nella comunità, e poi libretti con la catechesi sui vari ministeri, libri di canto e così via. La cosa più importante di tutte, però, è la traduzione in lingua locale dellordinario della messa e del lezionario festivo, in modo che la celebrazione delleucaristia e la celebrazione della liturgia domenicale della Parola, che le comunità fanno quando non cè il sacerdote, si possano svolgere in lingua locale. È la grande rinnovazione liturgica portata dal concilio.
Sè sentito urgente il bisogno di fare una sosta e di riunirsi per offrire a tutti unesposizione sistematica della nuova ecclesiologia conciliare, oltre che per approfondire lo spirito di collaborazione ed approfittare per conoscersi meglio ed essere più uniti.
I corsi di Milevane sono stati creati per questo. Il vescovo ha raccomandato perché tutti quanti partecipino, in gruppi di una trentina di persone, sia padri che suore, fratelli e membri degli istituti secolari. Sono già pronte le liste per diversi mesi.
Le giornate si svolgono in regime di vita comunitaria, con lorazione liturgica, messa lodi e vespri in comune, incontri di studio, lavori di gruppo, refezioni insieme e poi, dopo cena, frequenti serate di giochi, canti ed intrattenimenti vari.
Un gruppetto è incaricato di sentire la radio e di dare poi, in pubblico, le informazioni essenziali.
Milevane è una località in mezzo ai monti, un po isolata, per cui cè bisogno di tenersi in stretto contatto col resto del mondo, specialmente dopo i disordini con parecchi morti, accaduti a Maputo, nei giorni seguenti agli accordi di pace di Lusaka del 7 settembre. Essi fissavano la data dellindipendenza per il 25 di giugno del prossimo anno e determinavano un periodo di transizione, a governo misto, per preparare il passaggio dei poteri nel migliore dei modi.
Questi giorni sono molto belli, Padre Dehon, e mi ricordano i tempi felici del noviziato e degli studi in seminario, caratterizzati da una vita comunitaria molto intensa e vivace.
Ti saluto contento.
P.Anonimo s.c.j.
Namacurra, 3 dicembre 1974
Caro padre Dehon,
ero in viaggio da Alto Molócuè a Quelimane e, passando da Namacurra mè venuta voglia di entrare nella missione, per salutare i padri cappuccini, miei cari vecchi amici e bere con loro un bicchier dacqua fresca e mangiare uno di quei loro magnifici manghi senza fili nella polpa.
Ho trovato il p. Emilio ed il p. Memo. Sono stati ben contenti di vedermi e, appena entrato e seduto a tavola, mi hanno informato che era loro ospite quel padre dottore, appena arrivato, che aveva chiesto di fare gli esercizi spirituali da solo, nella loro missione, prima di cominciare a lavorare.
Anche se gli esercizi si fanno tradizionalmente in silenzio e senza distrazioni, qui in Africa si fa uneccezione, quando cè unoccasione per riabbracciare una persona cara che non si vede da più dun anno. P. Memo andò in chiesa a chiamarlo ed il padre Marchesini arrivò subito. Era sudato fradicio per il caldo torrido di questepoca dellanno. Doveva essere un po dura per lui, appena arrivato dallinverno dellItalia. Lultima volta ci eravamo visti a Lourenço Marques nel luglio dello scorso anno.
Mi raccontò che la notizia del golpe laveva sorpreso nellospedale di Aber in Uganda. Quella sera stessa del 25 aprile, il p. Molinari, missionario comboniano ultra ottuagenario, partito per lAfrica nel 1912, e che gli si era fatto molto amico, era andato apposta in ospedale per dargli lannunzio che a Lisbona cera stato un colpo di Stato. Il visto però era arrivato solo in luglio. Quando esso arrivò, andò a Kalongo a salutare il p. Ambrosoli, e poi, dopo aver ringraziato il vescovo di Lira, per laccoglienza tanto cordiale, salutò tutti e partì. Ad Aber erano già arrivati altri medici, per cui più nulla lo tratteneva ancora in Uganda.
Appena arrivato a Quelimane, daccordo col vescovo mons. Francisco, era andato a presentarsi al Governatore della Zambesia, che era già un rappresentante del Frelimo, il comandante Gruveta. Questi gli aveva annunciato che il progetto di costruire un ospedale della diocesi a Mugulama, non si sarebbe potuto realizzare, perché il nuovo governo voleva subito nazionalizzare la sanità e le scuole. Tuttavia sarebbe stato il benvenuto, se avesse voluto lavorare negli ospedali dello stato. Il vescovo ed il superiore regionale avevano subito concordato e, appena finiti gli esercizi, avrebbe firmato il contratto col governo di transizione.
Era ormai già scesa la notte ed i padri cappuccini mi forzarono a trattenermi per dormire da loro, per rendere completa la presenza dehoniana nella loro missione. Era una buona occasione per festeggiare insieme il nostro comune patrono delle missioni, S.Francesco Saverio!
Allora, buona festa anche a te, Padre Dehon!
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, marzo 1975
Caro Padre Dehon,
sono passati i primi sei mesi del governo di transizione e laria di novità che si respira è più che evidente. Nonostante il potere ufficiale ultimo sia ancora nelle mani del Portogallo, il nuovo vento di indipendenza comincia già a gonfiare le vele della società. In tutti i luoghi abitati sono stati costituiti i Gruppi Dinamizzatori, con a capo un Segretario. Lo scopo principale è quello di "coscientizzare" le persone, insegnando loro che il potere sta passando nelle mani del popolo e che di tutto si deve discutere per arrivare a tracciare piani di azione. La trasmissione delle idee avviene soprattutto attraverso i comizi, in cui tutta la popolazione è invitata ed in cui si susseguono parecchi oratori. Linizio e la fine di ogni intervento sono sottolineati da grida di frasi, accompagnate dal braccio alzato e dal pugno chiuso. La prima è sempre "Viva il Frelimo!", gridato dalloratore. Tutta la folla risponde in coro "Viva!". Molto spesso lo si ripete per tre volte di fila: "Viva il Frelimo!" "Viva!", "Viva il Frelimo!" "Viva!", "Viva il Frelimo!" "Viva!".
Seguono poi evviva in relazione al tema trattato. Per esempio:
"Viva lalfabetizzazione degli adulti! "Viva!".
"Viva la Sanità al servizio del popolo!" "Viva!" .
"Viva il lavoro collettivo!" "Viva!".
"Viva lOrganizzazione della Donna Mozambicana!" "Viva!" .
Si passa poi, subito dopo, alla serie degli "Abbasso", che servono per dare rinforzo negativo alle esortazioni appena proclamate.
"Abbasso lanalfabetismo!" "Abbasso!".
"Abbasso lo sfruttamento delluomo da parte delluomo!" "Abbasso!".
"Abbasso lalcoolismo!" "Abbasso!".
Tra un intervento e laltro si cantano in coro bellissimi canti rivoluzionari, resi celebri da chi ha partecipato alla Lotta Armata. Canti nelle diverse lingue nazionali, Makonde, Makwúa, Chuabo, Changana, Bitonga, Sena, Ronga, Chichewa e così via.
Quando prende la parola lultimo oratore, alla fine dei Viva e degli Abbasso, cè lultimo grido, che è come il botto finale, che mette fine ai fuochi dartificio:
"Indipendenza o morte!" "Vinceremo!".
"La lotta continua!" "Continua!"
"Grazie!" e giù applausi, prima confusi e poi ritmati allunisono, fino allesaurimento.
I comizi sono frequentissimi, accompagnati, nelle varie sedi, da riunioni di gruppo, riunioni di lavoro, detti "consigli di base", ogni settimana e a volte interminabili.
È, tutto ciò, una grande novità, che contribuisce a dare la carica, perché, dopo decenni di inchini , di scappellate e di "Sissignore!" tutti cominciano a sentirsi partecipi e corresponsabili della conduzione e dei destini della collettività.
Una novità tra le più efficaci è quella del lavoro collettivo finalizzato ad un bene pubblico. Ci sono qui a Quelimane, per esempio, strade sterrate che passano tra le capanne, collegando tra loro quartieri fatti case di cemento e di strade asfaltate. Cemento e terra, case e capanne si intersecano fin dentro al cuore della città. Ora, molte di queste strade sono piene di buche e senza un sistema di canalette per far scolare lacqua della pioggia. Il gruppo dinamizzatore di un quartiere ne prende coscienza e comincia unopera di "dinamizzazione del popolo", che mira a far capire che quella strada è loro e che, se rimane piena di pozze, chi ne soffre sono gli abitanti della zona. Al tempo stesso comincia a farsi strada lidea che se si unisse la collaborazione di tutti, in poco tempo la strada sarebbe messa a posto. Il processo culmina in una mobilizzazione generale: tutti siano presenti, zappa e badili in spalla, per le sette del mattino del sabato seguente! Tutti praticamente ci vanno, anche perché la pressione morale della collettività farebbe sentire dessere un traditore, a chi non partecipasse. Lerbaccia è scalzata colle sue radici a colpi di zappa e si scavano le vallette. La terra di riporto è usata per riempire le buche, le gobbe del terreno sono eliminate e gli avvallamenti riempiti. Quando al lavoro sono parecchie decine di persone e lentusiasmo è mantenuto vivo da canti corali e da grida di evviva e di abbasso, in poco tempo i risultati dei miglioramenti saltano agli occhi di tutti. Non cè niente che generi soddisfazione ed entusiasmo come il successo rapido in unimpresa, che sia a beneficio di tutti. Lautostima ed un sentimento nuovo, mai finora sperimentato, che io definirei come autocoscienza della propria sovranità, poco a poco stanno penetrando nellanimo della gente. Un popolo intero sta prendendo forma e consistenza!
Contemporaneamente però, mi rendo conto che tra le file dei portoghesi si sta facendo strada la consapevolezza che il Mozambico sta cessando per sempre dessere Portogallo e che loro si troveranno ad essere stranieri dove, da sempre, a memoria loro, sono stati i padroni. I più grossi imprenditori ed investitori sono stati i primi a capire la situazione e si sono affrettati a portare fuori di qui i loro beni ed i loro capitali, fintanto che è possibile e senza quasi nessun controllo. Resta incerta invece la fascia sociale media e bassa, che continua a sperare, facendo leva sulle scritte di amicizia e di tolleranza che appaiono sui muri delle case e su striscioni tesi attraverso le strade delle città, come:
"Tutti fratelli, mano nella mano",
"Valorizziamo ciò che ci unisce",
"Dimentichiamo il passato",
"Pace e tolleranza",
"Insieme per un Mozambico libero".
Queste, che rimangono incerte, sono famiglie che hanno tutti i loro beni qui. Sono venute nelloltremare per cercare una soluzione migliore alla loro situazione di difficoltà e povertà nella "metropoli". Che prospettive li aspetterebbero se tornassero in Portogallo? È meglio aspettare e vedere se la situazione si manterrà pacifica e con possibilità di sviluppo per tutti, anche per loro.
Questa miscela di entusiasmo, timore, incertezza e speranza caratterizza la società di questo paese in questera di transizione. Fra tre mesi sarà proclamata lindipendenza e le cose si chiariranno senzaltro. Una parte degli interrogativi sospesi nellaria dipende dal fatto che il grande capo, il presidente del Frelimo, Samora Moisés Machel, finora, non ha messo piede nel paese. Aspetta fuori, in una base della Tanzania. Il suo rappresentante ufficiale qui, col quale le autorità portoghesi si relazionano e che detiene la metà del potere nel governo di transizione è il suo luogotenente, un giovane di poco più trentanni, molto moderato e diplomatico: Joaquim Alberto Chissano. Per ora non ci sono motivi di allarme, tuttavia non esistono garanzie di nessun tipo: il futuro arbitro della situazione non è ancora sceso in campo!
Per ora è tutto. Un caro saluto.
P.Anonimo s.c.j.
Nauela, 12 agosto 1975
Caro Padre Dehon,
ciò che mi ha fatto decidere a prendere la penna in mano è stata la data di oggi: cinquantanni fa ritornavi alla casa del Padre, lasciando questa terra a Bruxelles, il 12 agosto del 1925. Penso che in paradiso farai festa e attorno a te si stringeranno i nostri confratelli che hanno già finito la loro missione sulla terra ed hanno lasciato questo mondo. Lascia che ti presenti, dal Mozambico, gli auguri a nome di tutti!
Avrei dovuto scriverti una ventina di giorni fa, per informarti subito, data limportanza storica dellavvenimento, ma ti dico sinceramente, me ne sono mancate le forze.
Il 24 luglio era un giovedì, ed il presidente Samora aveva convocato allo stadio della Machava un grande comizio, che sarebbe stato trasmesso per radio, in diretta in tutta la nazione. Per loccasione era stata proclamata, come si dice qui, la "tolleranza di punto", cioè la dispensa dal lavoro. Niente era trapelato in antecedenza sul contenuto del comizio. Ti puoi ben immaginare che grande attesa cera per loggetto del discorso alla nazione. Il discorso è durato alcune ore, il tono duro e deciso ed il contenuto essenziale è stato quello dellannuncio della nazionalizzazione dellinsegnamento e della sanità. Tutte le scuole, i convitti, i collegi, gli ospedali, i dispensari e centri sanitari, appartenenti alla chiesa e a qualunque altra eventuale entità, diventavano da subito, a tutti gli effetti, proprietà dello stato, senza alcuna forma di indennizzo. Mentre il presidente parlava, gruppi di soldati armati si erano schierati davanti agli ingressi di tutti gli edifici interessati dalla decisione e ne piantonavano laccesso, segno evidente dellavvenuto passaggio di proprietà. Questo avveniva in ogni punto del paese.
Fin qui le cose erano state abbastanza previste, basti ricordare ciò che il governatore Gruveta aveva detto al p. Marchesini, quando era andato a presentarsi appena arrivato in Mozambico. La cosa che invece nessuno saspettava è stata larroganza e la cattiveria con cui molte commissioni di nazionalizzazione hanno proceduto, per fare gli inventari di tutti i beni che si trovavano nei vari edifici al momento del discorso del Presidente. Certamente ha influenzato il modo di parlare del presidente Samora nei confronti della chiesa in Mozambico, sempre duro e intransigente, considerandola schierata in una posizione da nemica.
Tutto ciò che esisteva negli edifici è stato inventariato, senza alcun rispetto della privacità, anche i beni più evidentemente personali, come lasciugamano nel bagno, la saponetta, le lamette da barba, i calzini, i lenzuoli che erano nel letto. Tutto inventariato, tutto contato, tutto dichiarato di proprietà provvisoria dello stato fino a presentazione di richiesta formale di devoluzione come bene di uso privato, personale. In alcuni casi la commissione dinventario è arrivata in piena notte, facendo alzare dal letto le persone.
I sopralluoghi sono ancora in corso, perché ci vuole tempo affinché le commissioni possano fare il giro delle istituzioni presenti nel territorio della propria giurisdizione. Qui a Nauela sono rimasti vari giorni, data lestensione della missione e la presenza delle scuole, degli internati maschili e femminili, del catechistato e del dispensario. I mezzi di trasporto e gli edifici usati come residenze dei padri e delle suore sono oggetto di discussione. La posizione del governo è che, se erano in uso al servizio dellinsegnamento o della sanità, devono passare anchessi in solido allo stato.
Lambiente, qui in missione, è un po in tono minore, come ti puoi ben immaginare, specialmente da parte delle suore, che si sono sentite un po violate e in certo modo oltraggiate nella loro consacrazione a Dio per la violazione della zona di clausura, che esiste in tutte le case religiose femminili, anche se non appartengono agli ordini contemplativi con clausura solenne.
Ed ora ti saluto nel Signore, che più che mai si rivela essere la nostra unica certezza. E questo, penso, è un bene non indifferente che ci viene attraverso la nazionalizzazione. Un frutto non sperato, nato sullalbero di questanno santo 1975, anno santo passato un po in seconda linea per forza degli avvenimenti della storia.
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, 20 ottobre 1975
Caro Padre Dehon,
ti scrivo con un po di preoccupazione. Questo pomeriggio il governatore ha convocato una riunione durgenza con alcuni padri. Siamo andati p.Toller, P.Madella ed io per i dehoniani. Cerano anche due o tre cappuccini. Ci siamo seduti di fronte al governatore, circondato dai consiglieri cubani e della Germania dellEst. Dopo di noi sono entrati dei soldati che imbracciavano fucili a ripetizione e si sono schierati alle nostre spalle. Il governatore è stato molto breve:
"Vi ho convocati per comunicarvi che a partire da oggi i seminari sono chiusi e tutti i seminaristi devono frequentare le scuole dello stato. Gli edifici dei seminari sono nazionalizzati e passano ad essere proprietà dello stato. I seminari sono costruzioni solide e grandi e saranno molto utili. Quello di Milevane poi è particolarmente ben fatto ed in una posizione panoramica. Anche la Scuola di Artes e Ofícios è molto ben fatta, ampia e solida."
Un silenzio imbarazzato seguì allannuncio, ma dopo poco più di un attimo il p.Toller chiese la parola:
"Signor Governatore, è stata presa la decisione di chiudere i seminari ed io non entro in merito alla questione. Vorrei però far notare che Vostra Eccellenza ha avuto bisogno di questo palazzo e di questa sala per riunirci e per comunicarci queste notizie. Se non avesse avuto un luogo adatto ci avrebbe riuniti nel giardino e fatti sedere su dei sassi, per poterci parlare. Tutta la gente si sarebbe girata per lo stupore a vedere una cosa del genere. Ora, noi dehoniani abbiamo bisogno pure noi di mantenere una sede per poterci riunire e discutere.
Lei ha lodato le costruzioni di Milevane e del Gurúè. Esse sono state costruite da noi missionari.
Chiedo perciò che il seminario del Gurúè rimanga di nostra proprietà. Finisce come seminario, e va bene, ma rimane casa di riunioni per noi dehoniani."
Seguì un secondo silenzio, ancora più pesante del primo. I cubani ed i tedeschi si guardavano lun laltro, increduli di aver udito unesposizione così audace. Il governatore pensò un momento, poi disse:
"Questa questione si vedrà in altro momento. La riunione è finita!".
Scendendo le scale, i cubani ed i tedeschi si avvicinarono a Toller a chiedergli come avesse osato tanto.
Arrivammo a casa in parte contenti perché la cosa era stata detta, ed in parte preoccupati perché non si sapeva quali sarebbero state le reazioni. Nella spirito della rivoluzione è chiaro che la legge non può vincolare il comportamento di chi ha il potere. Il bene rivoluzionario viene prima della legge.
A tavola se nè parlato a lungo, e, per quanto improbabile, la possibilità di una reazione pesante non è da escludere. Per questo ti scrivo preoccupato.
Tutti i giorni ci sono novità, in questanno!
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, 1º novembre 1975
Caro Padre Dehon,
oggi il P.Toller ha incontrato per strada il direttore provinciale dellEducazione, che gli ha detto:
"Allora, per Gurúè, tutto bene! Resta vostro."
"Che bella notizia! Ma ora ci vuole nero su bianco."
"Il Frelimo non dà scartoffie!". E se nè andato.
Come ti dicevo, la rivoluzione è al di sopra della norma! Questa volta è al di sopra per il verso giusto!
Un caro e frettoloso saluto.
P.Anonimo s.c.j.
Mocuba, 9 dicembre 1975
Caro Padre Dehon,
col passare dei mesi si sta facendo sempre più chiara la linea rivoluzionaria del Frelimo, ispirata chiaramente alla visione marxista leninista della storia e della società.
Anche la posizione di fronte alla religione, ad ogni forma di religione, si sta facendo sempre più dura. Essa è liquidata sotto letichetta di "oscurantismo". Nelle scuole si comincia ad insegnare lateismo ed i valori della tradizione culturale popolare, chiaramente ispirati ad una visione del mondo basata sulla concezione di un Dio unico, anche se non chiaramente conoscibile, sono combattuti ed irrisi.
Nei comizi, la libertà di parola e di opinione comincia ad essere limitata. Si chiede ai presenti di intervenire, ma, se sono dette cose che vanno contro la "linea corretta", è cominciata a correre la voce che chi ha parlato sia chiamato, interrogato e a volte imprigionato. Ciò sta allarmando, naturalmente, tutta la gente.
È uscita la norma che nessuno si può spostare dal luogo della sua residenza per viaggiare, senza essere munito della "guia de marcha" cioè un foglio di via che autorizza la sua dislocazione e che registra il luogo dove deve andare e quanti giorni resterà. In tutte le strade sono montati controlli, presidiati da soldati o da semplici civili, armati di fucile e chiamati "miliziani". Chiedono a tutti la guia e se uno si trova fuori del percorso o fuori della data scritta, è fermato e portato alla polizia.
Lultima novità in fatto di intransigenza è stata la retata di tutti i Testimoni di Geova, considerati reazionari perché rifiutano di alzare il braccio nei comizi per gridare "Viva il Frelimo" e non si allineano con certe pretese delle autorità.
Parecchie migliaia di persone sono state prese e caricate su camion; famiglie intere, con donne, vecchi e bambini, e trasportati da Maputo verso i "campi di rieducazione" che saranno allestiti nella zona di Milange, qui in Zambesia e nella provincia del Niassa, allestremo nord, caratterizzata da un altipiano coperto di fitta boscaglia per centinaia di chilometri.
La notizia della retata e della deportazione in massa dei Testimoni di Geova si è sparsa in un attimo, divulgata dalla BBC e da altre radio straniere. Il padre Toller, nostro regionale, mi ha inviato subito a Mocuba, dove era stato allestito in tutta fretta un campo di sosta e smistamento, per andare a vedere ed aiutare, nella misura del possibile, con alimenti ed altre cose, da valutare sul posto.
Sono arrivato il 7 dicembre al mattino. P. Marchesini stava operando, ma fr. Meoni era in laboratorio e mi ha subito accompagnato a casa. A pranzo abbiamo parlato tutti e tre della situazione ed ho spiegato il motivo della mia venuta. Il luogo di raccolta era nellaccampamento della compagnia "Sena Sugar", allestremità di Mocuba, quasi sul fiume, ai piedi del pendio su cui è costruita la città.
Al pomeriggio cominciarono ad arrivare i primi camion, pieni di gente stremata per il lungo viaggio, sotto il sole micidiale, che in questa epoca dellanno passa a perpendicolo sulle teste. Siamo nel pieno della stagione delle piogge e certamente si saranno abbattuti su di loro anche acquazzoni violenti.
LAmministratore del distretto aveva mobilizzato lOrganizzazione della Donna Mozambicana, lO.M.M., che aveva preparato una cucina allaperto, con molte grandi pentole che cuocevano polenta e fagioli, appoggiate sulle classiche tre pietre, in mezzo alle quali convergevano grossi legni che assicuravano il fuoco.
Il grosso della carovana di camion cominciò a scaricare il suo fardello umano a partire dalla mattinata di ieri, festa dellImmacolata. Nel primo pomeriggio il campo della Sena Sugar era strapieno di gente. Andai con fr. Meoni per vedere se potevamo entrare e dare alcun aiuto, mescolati alla gente che lamministrazione del distretto aveva messo a disposizione. Potemmo rimanere lì sì e no unora, aiutando le famiglie a sistemarsi e domandando notizie sul viaggio. Quando arrivò il Vice-Amministratore, ci disse con buone maniere che quello non era posto per noi, pregandoci di uscire. Al che fr. Meoni disse che se Geova vuol dire Dio, anche lui era un testimone di Dio e quindi non cera differenza con loro ed avrebbe continuato a stare lì come restavano lì tutti gli altri. Il Vice-Amministratore ed io stesso cercammo di dissuaderlo, ma non ci fu niente da fare. Andarono ad avvisare lAmministratore in persona, che andò a chiamare il padre Marchesini in ospedale, perché venisse a parlare lui col fratello. Arrivarono entrambi, e p. Aldo parlò con fr. José, convincendolo ad uscire. Ma dal campo dovemmo recarci tutti nel gabinetto dellAmministratore. Ormai era scesa la notte e rimanemmo seduti nella sala aspettando che i padri cappuccini e le suore dellAmor de Deus uscissero dalla messa celebrata nella chiesa che sorge di fronte allAmministrazione. Erano stati tutti convocati per trattare la soluzione del caso. La discussione si protrasse per oltre unora, ricostruendo i fatti e le parole. La mediazione di tutti noi, padri e suore, rabbonì, almeno così ci parve, lAmministratore. Tuttavia, alla conclusione dellincontro, al momento di emettere il verdetto, disse che la cosa era superiore al suo livello e che doveva inviare fr. Meoni a Quelimane il giorno dopo, perché il caso era di competenza del Governatore della Provincia. Si scusò, ma non poteva rilasciare il fratello. Avrebbe dormito nella squadra della polizia e la mattina dopo alle quattro, una macchina lavrebbe portato a Quelimane.
P.Aldo ed io andammo a casa a prendere qualcosa da mangiare per il fratello ed una coperta, non per coprirsi, dato il caldo asfissiante, ma per ammorbidire il cemento del banco su cui avrebbe cercato di dormire. Telefonammo subito a Quelimane, per informare il vescovo ed i nostri confratelli della Sagrada.
Stamani, prima delle quattro, eravamo già davanti alla polizia per assistere alla partenza. Puntualissimo, il Land-Rover dellAmministrazione si fermò davanti alla porta e ne uscì fr. Meoni, accompagnato da un poliziotto. Non ci fu possibile parlare con lui, ma per lo meno rimanemmo confortati, perché ci parve sereno e non gli avevano messo le manette.
Passammo il giorno in silenzio. P.Marchesini andò a lavorare, come al solito, ed io rimasi in casa. Durante la mattinata ricevetti la visita dei padri e delle suore, che mi confortarono dicendo che a Quelimane avrebbero risolto la cosa senza molto dramma.
Ed infatti fu così. A mezzogiorno ricevetti la telefonata di padre Agostinho De Ruschi, vicario generale della diocesi, che ci informava che il Governatore aveva fatto soltanto una romanzina al fratello e laveva rispedito a Mocuba, dove sarebbe arrivato nel pomeriggio.
Abbiamo riabbracciato con gioia fr. Meoni, al suo ritorno e stasera dopo cena son venuti i cappuccini e le suore, con una torta, per mangiare insieme il dolce della liberazione.
Caro Padre Dehon ti saluto, col cuore che, nonostante la liberazione, continua a mantenersi molto preoccupato.
P.Anonimo s.c.j.
Vila Junqueiro, 1º gennaio 1976
Caro Padre Dehon,
ti scrivo da Vila Junqueiro nella casa Regionale, dove mi trovo con padre Toller. Passaggio danno con apprensione. Dopo lentusiasmo del periodo di transizione e la gioia dellIndipendenza, sono cominciati gli avvenimenti che destano preoccupazione: la nazionalizzazione della scuola e della sanità ha portato alloccupazione di tutte le missioni. Il Frelimo la fa - giustamente, dal suo punto di vista - da padrone. Noi ci sentiamo stranieri in casa nostra, nelle case da noi costruite Gli alunni sono impediti di entrare in chiesa, per non essere "contagiati" dalla religione. Le abitazioni dei padri e delle suore cominciano ad apparire come corpi estranei. Esse sono state costruite per il personale che lavorava nella missione. Ora, anche gli insegnanti fanno parte del personale che lavora nelle opere delle antiche missioni, e quindi hanno diritto ad occupare una parte delle stanze delle case dei padri e delle suore. In questo modo, un po alla volta, in una missione o laltra, sta cominciando una pacifica invasione delle case religiose. Come si può ben immaginare, ognuno mantiene le sue abitudini di vita: radio accese a tutto volume nelle ore di presenza in casa, visite di amici, stile di comportamento spesso inconciliabile con la convivenza sotto lo stesso tetto. Lopinione generale è quella di abbandonare le case in missione e di andare a vivere in capanne o casette costruite in un terreno un po distante, dove si possa continuare la propria attività apostolica e religiosa con la tranquillità necessaria. La situazione più urgente è al Gilé, dove fra non molto passeranno alla nuova residenza, distante alcuni chilometri dalla missione.
Una cosa positiva, invece, è laccordo, raggiunto tra Santa Sede e Mozambico, di aprire un canale di comunicazione ufficiale, consentendo alla chiesa di avere un suo rappresentante a Maputo. Non potendo esserci relazioni diplomatiche formali, si è raggiunto laccordo di avere, al posto del Nunzio, un Delegato Apostolico, che è lo stesso diplomatico che ha la sede della nunziatura in Rhodesia del Sud: Mons. Francesco Colasuonno, un arcivescovo molto comunicativo ed affabile, che si è subito conquistato la simpatia di tutti e, si dice, anche del Presidente Samora Machel. Uno dei suoi compiti, non è un mistero per nessuno, sarà quello di individuare e proporre al papa dei sacerdoti mozambicani per essere ordinati vescovi ed iniziare così una gerarchia locale di africani.
La sua presenza è un segno molto positivo e fa sperare che la contrapposizione del governo verso la chiesa non oltrepassi certi limiti.
Una fonte di preoccupazione è invece luscita massiccia della stragrande maggioranza dei portoghesi residenti. Ormai è chiaro, per loro, che sono indesiderati. Il ritornello che "il Portogallo ci ha succhiato il sangue per cinquecento anni", ripetuto fino allesaurimento, ha creato un malessere tale, che ben pochi pensano di restare. Chi ha anche solo una piccola speranza di farcela in Portogallo, se ne va. Resta qui solo chi si sente più mozambicano che portoghese, o chi è di idee socialiste, o quelli che ormai avevano già tagliati i ponti con la madre patria.
Le conseguenze sociali ed economiche cominciano già a farsi vedere: luscita in blocco dei quadri medi e alti, senza che ci sia una classe dirigente pronta a sostituirli, rischia di far collassare il paese, affidando i posti di direzione agli unici che hanno un minimo titolo di studio. Sono, questi, quasi tutti giovanissimi: quelli cioè che hanno terminato un corso di scuola secondaria o si trovano in uno degli ultimi anni. Viene ora al pettine una delle politiche più miopi dellantico potere colonialista: ostacolare la formazione intellettuale dei giovani, per cercare di frenare il movimento di indipendenza e di emancipazione. Sotto la pressione della guerra di liberazione, il governo portoghese aprì le porte dei licei e delluniversità ai mozambicani, ma questo fu dopo il 1965, appena da dieci anni in qua.
Questa situazione ha dato origine, peraltro, anche ad un aspetto molto positivo. La maggioranza dei lavoratori, che possiedono appena una scolarità della quarta o quinta classe, si stanno iscrivendo ai corsi di scuola notturna. Alla sera, nelle città, si assiste ad un fiume di persone che alle 18 si dirigono alle sedi scolastiche, per restarvi fino alle 22,30. Riuscire ad avere un titolo di studio più alto, per lo meno quello della sesta classe, che dà accesso ai corsi professionali basici, sia nellinsegnamento che nella sanità, è la meta che mette le ali a tanti lavoratori, alcuni dei quali sono già stagionati, padri e madri di famiglia anche con 40 anni ed oltre. Ci sono due frasi, popolarissime, molto belle, che penso meritino che te le segnali, Padre Dehon, perché non potranno che farti piacere, ricordandoti gli anni in cui eri cappellano a S.Quintino e ti battevi per la promozione degli operai. Esse sono"il sapere non occupa spazio" e "studio per aumentare le mie conoscenze".
Ed ora ti saluto e ti auguro un Buon Anno di tutto cuore!
P.Anonimo s.c.j.
Tete, 12 agosto 1976
Caro Padre Dehon,
padre Marchesini e fr. Meoni mi hanno invitato a celebrare con loro il 12 agosto, la data della tua dipartita da noi. Non ci sono voli tutti i giorni tra Quelimane e Tete, così sono andato da loro alcuni giorni prima. Il trasferimento dei nostri confratelli da Mocuba a Songo, nella provincia di Tete, fu comunicato dal Ministero della Sanità due o tre mesi fa, ma solo alla fine di luglio fu possibile riunire tutte le condizioni per partire.
Il Mozambico indipendente sta trovando molti paesi socialisti, e non solo socialisti, disposti ad aiutarlo, sia con finanziamenti, sia con personale qualificato.
La fuoriuscita in massa dei portoghesi ha creato molte necessità, soprattutto nel campo della sanità. Pensa, PadreDehon, che i medici presenti in Mozambico sono arrivati ad essere appena novanta! In questi mesi stanno arrivando gruppi di cinesi, coreani, sovietici, rumeni, bulgari, vietnamiti, cubani e di altri paesi socialisti. Costituiscono la testimonianza più reale del cosiddetto internazionalismo militante, cioè di quella forma di solidarietà e di mutuo aiuto tra paesi della stessa ideologia, ispirata al marxismo. I governi dimostrano una solidarietà umana che non può che rallegrarci.
Linternazionalismo militante è attivo anche a livello di singoli o di gruppi non legati a governi socialisti, ma animati dagli stessi ideali. Professionisti di vari settori si mettono in lista per andare a lavorare in paesi dovè al potere un governo di questa linea. Sono simpatizzanti, residenti in paesi capitalisti, che vogliono fare unesperienza in società formalmente organizzate secondo quei principi nei quali credono. È lunica opportunità a breve termine, per vivere in una società secondo i loro ideali.
Contemporaneamente a questi movimenti internazionali di personale, il governo del Mozambico ha applicato una politica di dispersione ai quattro venti del personale missionario impegnato professionalmente al servizio dello Stato. Questa politica, inizialmente vista con timore dalla chiesa, è stata poi assunta con una certa soddisfazione, perché ha permesso a molte congregazioni di spargersi sullintero territorio nazionale uscendo dalla ristrettezza di vivere in ununica diocesi o appena in due o tre.
È successo così anche ai due nostri confratelli impegnati nella sanità, trasferiti dalla Zambesia a Tete, alla Irene della Compagnia missionaria, mandata a Pemba, allinfermiera Clara Tortorelli, che lavorava nel dispensario della missione di Munhamade, coi padri cappuccini, inviata a Nampula.
A Mocuba è stato collocato un gruppo di medici della Corea del Nord, che costituivano una squadra completa. Sono andati ad abitare nella casa dove vivevano i nostri due confratelli, e questi ultimi sono stati ospitati dai cappuccini, per tutto il tempo necessario per trasmettere il servizio, che è stato di circa due mesi. La difficoltà della lingua è stato lostacolo maggiore. Dal coreano al portoghese è come dal giorno alla notte e, certo, non sono che da ammirare quei dottori coreani che hanno accettato di fare unesperienza così traumatizzante.
Appena arrivati a Tete, i nostri confratelli sono stati trattenuti lì dal Direttore provinciale, perché in città non era rimasto nessun chirurgo ed i cinesi, destinati a Tete, erano ancora tutti a Chimoio intenti ad imparare un po di portoghese. La difficoltà della lingua era molto superiore allo stimato ed i progressi lenti. P. Marchesini e fr. Meoni sarebbero dovuti rimanere alcuni mesi, prima di andare a Songo, per permettere larrivo dei cinesi.
Fu così che mi invitarono a passare con loro la tua festa, per sentirsi un po più in famiglia, in quella provincia lontana, doveerano soli, senza altri confratelli.
Tete è una città più piccola di Quelimane, situata sulla riva destra del grande fiume Zambesi. La regione è semidesertica, con una umidità bassissima ed un calore esagerato. Il panorama è molto diverso dalla Zambesia. Qui tutto è secco, con alberelli spinosi e grandi baobab che sorgono maestosi, sparsi nella piana assolata, cosparsa di grandi sassi arrotondati.
Lospedale è situato su unaltura da cui si domina il fiume col grande ponte sospeso, che ricorda quello, ancora più grande, della baia di S. Francisco. I reparti sono costituiti da vari padiglioni: medicina, pediatria, chirurgia uomini e chirurgia donne, che ingloba la sala operatoria, ricavata con soluzioni di fortuna da tre antiche stanze. La maternità è collegata da un passaggio coperto allinfermeria col blocco operatorio. I letti di ortopedia sono riuniti insieme a quelli di chirurgia. Questi padiglioni sono strutture grandi, solide, di cemento, sopraelevate su alti basamenti. Il loro aspetto fa ricordare vagamente i raggruppamenti dei templi greci di Selinunte e di Paestum.
Al mio arrivo sono stato presentato a tutti i missionari della città. Feci subito amicizia col padre Castro, spagnolo, dei cosiddetti Padri di Burgos, lequivalente del P.I.M.E. (Pontificio Istituto Missioni Estere) in Spagna. Era un padre molto espansivo, estroverso, ma anche molto spirituale. Quattro sere fa ci venne a salutare, perché il giorno dopo doveva partire per Chimoio e rimanerci una settimana. Andava con Fr. Tardio, suo confratello,con padre Ferrão, sacerdote diocesano mozambicano ed una suora.
La notte seguente, verso le ventuno, vengono a chiamare padre Marchesini e Fr. Meoni perché era arrivato un camion carico di feriti gravi.
Vado anchio, per aiutare, nel caso ci fosse bisogno di dare una mano.
Appena arrivati, apprendiamo che durante il giorno era avvenuto un grande massacro nel campo di addestramento di Nyazónia. Sono preparati qui i guerriglieri del movimento Zanu, capeggiato da Mugabe, che combattono per il rovesciamento dellapartheid in Rhodesia del Sud.
Alcuni camion di soldati di Ian Smith, il capo del governo Rhodesiano, vestiti colla divisa della Frelimo, erano arrivati al campo, dicendo dessere stati inviati per preparare la parata in occasione della visita del Governatore mozambicano di quella provincia. Avevano fatto schierare i giovani in un grande spiazzo, in numero di circa novecento, e poi, quando erano tutti bene in fila, avevano aperto il fuoco coi fucili a ripetizione e le mitragliatrici, facendo una carneficina. I morti erano parecchie centinaia ed i feriti moltissimi.
I soccorsi erano arrivati dopo molte ore: un primo camion di feriti era stato inviato a Tete e un altro a Chimoio, situati, più o meno, alla stessa distanza. I feriti erano una trentina, parecchi dei quali gravi. Il direttore dellospedale aveva mandato a chiamare in casa tutto il personale della sala operatoria e del pronto soccorso.
I feriti furono tutti sistemati nel corridoio della chirurgia ed in due stanze, fatte svuotare dai malati che occupavano i letti. P. Marchesini passò ad esaminare i feriti uno per uno, riempiendo un foglio di cartella, per scriverci la diagnosi, le cure immediate e loperazione che era necessario fare. Una volta completato il censimento, si divisero i feriti secondo la gravità ed il luogo dove potevano essere trattati.
Sei o sette dovevano essere operati in sala operatoria e a questi ci pensava il p. Aldo con due strumentisti e lanestesista. Un gruppetto di feriti intermedi fu affidato a Suor Lucia, che aveva trentanni desperienza . Avevano bisogno di pulizia chirurgica delle ferite, di stecche gessate e di suture. Furono sistemati nella sala dattesa del blocco operatorio, dove cera un lettino adatto.
I restanti furono affidati al personale del pronto soccorso. Il Dr. Oscar, direttore dellospedale e la dott.sa Elena, si prendevano cura dello stato generale dei feriti, provvedendo alle flebo alle trasfusioni, agli antibiotici ed alla antitetanica. Io cercavo di essere utile facendo il fattorino, aiutando tenere in mano recipienti, a vuotare secchi col materiale infettato, a tagliare i vestiti, per riuscire a sfilarli di dosso, a lavare i corpi per togliere il terriccio ed i coaguli di sangue. Fr. Meoni sera unito al personale del pronto soccorso, che doveva prendersi cura del gruppo più grosso.
Lavorammo senza sosta tutta la notte, fino a mattino inoltrato.
Verso sera arrivò in città una voce secondo cui padre Castro e compagni erano caduti in unimboscata nella curva della strada che immetteva al ponte sul fiume Púnguè. Il giorno seguente, ieri, il padre Vicente, confratello di p.Castro è partito con dei giovani per andare a vedere e soccorrerli. Sono tornati che era ormai sera. Il padre Castro era stato colpito al petto ed era morto dopo una breve agonia, confortato dal p. Ferrão. Questultimo, fr. Tardio e la suora avevano ferite di striscio sulla testa e nelle braccia. Avrebbero potuto essere uccisi tutti, per la differenza di traiettoria di un solo centimetro. Ma evidentemente non era giunta la loro ora.
Il corpo di p.Castro è stato posto in chiesa, nella sua parrocchia, per essere vegliato tutta la notte dai suoi fedeli, in preparazione alla messa di oggi.
Eravamo tutti e tre in chiesa, davanti al nostro comune amico, quando sopraggiunge una chiamata dallospedale, perché era arrivato un altro camion di feriti. Questa volta erano meno, una ventina, ma, pur così, è stato necessario ripetere i soccorsi a equipe completa e lavorare fino al sorgere del sole, ed anche un po dopo.
Siamo arrivati in chiesa che la messa era già cominciata, presieduta dal vescovo. La commozione di tutti i presenti era altissima. Molte donne piangevano nei banchi e quando la bara è stata chiusa, un pianto corale, come un canto, ha riempito la chiesa per alcuni minuti.
Questo 12 agosto non lo dimenticheremo più. E a te, nel paradiso, affido lincarico di dare un abbraccio a nome mio e dei miei confratelli al nostro carissimo padre Castro ed a quelle centinaia di giovani, uccisi a tradimento, lì vicino, nello stesso giorno.
P.Anonimos.c.j.
Quelimane, 10 ottobre1976
Caro Padre Dehon,
oggi è un giorno indimenticabile: nel grande prato davanti alla cattedrale Mons. Francesco Colasuonno, Delegato Apostolico in Mozambico, ha consacrato vescovo il primo pastore mozambicano di questa diocesi, nato e cresciuto in Zambesia: Dom Bernardo Filipe Governo.
La piazza era strapiena ed il clima di festa alle stelle. La messa e la consacrazione sono durate parecchie ore, accompagnate da orazioni, danze e canti molto belli. Io ero accanto al padre Pigozzi,nostro provinciale, che aveva fatto di tutto perché la sua visita potesse coincidere con la consacrazione. La liturgia è stata commovente per noi già di una certa età. Vedere consacrare vescovo uno dei figli di questa terra, quando nel 47, meno di trentanni fa, i primi missionari avevano trovato nella Missione di Alto Molócuè appena otto cristiani, non può non sciogliere il cuore in un cantico di esultanza per la grazia di Dio versata abbondantemente su questo popolo e per il fatto che la nostra congregazione è stata chiamata a darvi tutta la sua collaborazione.
Padre Pigozzi rivedeva in parallelo, nella memoria, unaltra ordinazione, quella di padre Tomé, nella chiesa dellImmacolata di Invinha nel 1973, e le comparava nel suo cuore. Me lha confidato in un momento di pausa della liturgia. Entrambe grandiose per la partecipazione dei fedeli e per la solennità del rito. Entrambe primizie della chiamata di Dio: al presbiterato nella nostra congregazione ed allepiscopato nella nostra diocesi.
Anche le autorità civili hanno contribuito a dare lustro allavvenimento, col servizio dordine fatto da polizia in alta uniforme, ornata di cordoni sulla spalla sinistra e guanti bianchi. Ancora un segno positivo,che non bisogna lasciar cadere, perché il fondo del cuore di chi comanda non si è lasciato vincere dalle esigenze, a volte crudeli, della politica.
Da Quelimane in festa, ricevi i miei saluti!
P.Anonimo s.c.j.
In viaggio per la Zambesia, Agosto 1977
Caro Padre Dehon,
riprendo in mano la penna dopo la nomina del nuovo Consiglio regionale , il 1º luglio scorso. Il superiore regionale è stato riconfermato per un altro triennio. I consiglieri del padre Toller sono P. José Zanetti, P. Natalino Costalunga, P. Renato Comastri e P.Elia Ciscato. Leconomo rimane fr. José Ossana.
Il p.Toller mi ha chiesto se lo voglio accompagnare nel viaggio che ha intenzione di intraprendere, perché desidera passare a visitare brevemente un po tutte le missioni, in questo tempo difficile per ciascuno di noi.
Durante il viaggio ne approfittiamo per scambiarci impressioni e fare commenti sulla situazione.
Ormai si è in fase avanzata di costruzione delle nuove residenze, fuori dalle antiche missioni. Oltre a quella del Gilé, anche Namarrói, Nauela e Muiane di Alto Ligonha, hanno già cambiato residenza. Le altre è solo questione di tempo.
P. Toller mi fa notare che la nazionalizzazione è stata causa di molta sofferenza, specialmente per chi è stato trattato male, come p.Elio Greselin, superiore di Milevane, che ha dovuto viaggiare sotto la pioggia, sul cassone di dietro del Land Rover dellAmministrazione, per andare a rispondere alle domande nella sede del distretto di Alto Molócuè. Ma ora che le cose si sono stabilizzate abbiamo tutti limpressione di essere stati liberati da un peso molto grande. La conduzione e la direzione delle scuole, degli internati, i problemi dei fondi per mandare avanti leconomia, il malessere in relazione alle botteghe delle missioni: tutto ciò affaticava molto. In un solo giorno tutto è finito ed ora siamo liberi di dedicarci solo allevangelizzazione e, in campo sociale, alla collaborazione professionale nella sanità e nella scuola.
Arriviamo alla nuova residenza del Gilè, coi padri Ambrogio Comotti e Manuel Gouveia e la comunità delle suore dellAmor de Deus. Ci accolgono con grande affabilità e ci mostrano le varie capanne costruite per residenza, refettorio e cappella. Cè anche la pompa dellacqua manuale, che sembra un piccolo monumento, con la base sopraelevata e dipinta di bianco con la calce. Attorno ci sono varie piante e gruppi di banane che hanno già ben attecchito e fanno bella mostra dei loro caschi lussureggianti. Sono tutti molto contenti della nuova sistemazione. La vita a livello della gente li ha avvicinati di molto alla popolazione. Capiscono molte cose della vita di tutti i giorni, e le capiscono perché vissute dal di dentro. Anche la gente ne è rimasta contenta. Anzi sente ammirazione perché i missionari non solo non sono partiti, come i coloni, ma sono scesi in mezzo a loro, alla pari.
Ci fermiamo la sera, per concelebrare leucaristia. Il buio viene presto ed accendiamo le lampade a petrolio per la messa. Il lume che viene dalle esili fiammelle ci fa gustare il sapore del silenzio e la calma della notte incipiente. Come sempre, dopo le letture ci si ferma per mettere in comune le riflessioni e le orazioni, stimolate dalla parola di Dio. La parola portoghese che si usa per questi commenti : "partilha", ne esprime molto bene, con sole tre sillabe, il senso. La vita nelle capanne non può che potenziare la comunicazione, il gusto del convivere, lo scavare un po più con calma nel senso delle scritture e nella comprensione degli avvenimenti. Ci è desempio latteggiamento tipico di Maria, "che meditava tutte queste cose nel suo cuore".
La mattina dopo ci dirigiamo verso Nampula, per andare a trovare il padre Pedro De Franceschi. Un po prima dellIndipendenza è tornato dalla Spagna dovera andato a fare un corso sulla lebbra. Era già infermiere ed ora, con questa qualifica di specializzazione, gli è stato facile essere assunto dallo Stato per lavorare coi lebbrosi. È stato collocato a Namaita, relativamente vicino a Nampula, dove lavora in una "gafaria", cioè un centro residenziale, a tipo di internato, per malati di lebbra, anzi, devo correggermi, per malati di hanseniasi. La parola lebbra evoca emarginazione, persecuzione, paura e perciò diversi anni fa ci fu un accordo internazionale per usare al suo posto la parola hanseniasi, da Hansen lo scopritore del bacillo che la provoca.
Sul percorso cè la missione di Muiane-Alto Ligonha. I padri, Renato Comastri e Domenico Liuzzi, sono già nella nuova residenza un po fuori dallantica sede. Ci vorremmo fermare solo per il caffè, perché p. Renato fa parte del consiglio regionale e si è visto con P.Toller meno di una settimana fa, ma ormai sono le undici e ci costringono a mangiare un boccone alla buona e a fare un riposino, per non guidare con sonno. Per Namaita ci saranno ancora più di 150 km, ma la strada è buona, in questa stagione senza piogge.
Ci arriviamo che il sole è ancora abbastanza sopra lorizzonte e siamo accolti con molto piacere dal padre Pedro, che per forza di cose vive fuori comunità. Il centro ha laspetto di un piccolo villaggio, con diverse costruzioni adibite ad abitazione ed altre con funzione di ambulatorio, infermeria e sala di medicazione. Anticamente era della diocesi, affidato a una congregazione religiosa. Ora è dello stato e vi lavorano il padre De Franceschi e suor Rita Valente Perfeito, una suora dorotea portoghese, già anziana, ma piena di entusiasmo ed energia più di una giovane.
Il P.Toller si ferma a parlare in privato col confratello ed io ne approfitto per farmi accompagnare da suor Rita a visitare le installazioni.
Non ci fermiamo per cena né per la notte, perché non hanno condizioni per ricevere ospiti e poi perché siamo attesi ad Anchilo, il catechistato della diocesi di Nampula, tenuto dai comboniani. È situato alcuni chilometri fuori città, sulla strada che porta a Ilha de Moçambique. Questa è una cittadina incantevole, ed è stata la capitale del paese per secoli, fino allinizio del 900. Come dice il suo nome, è unisola, in mezzo ad una baia tropicale, con spiagge ricche di palme da cocco. Ci sono molte case antiche, molto belle e parecchie chiese, di stile barocco coloniale portoghese, tutte dipinte di bianco, ma con gli stipiti, le finestre, i rosoni, gli architravi ed i gradini in pietra grigia.
A picco sul mare cè ancora lantica fortezza, coi cannoni di bronzo puntati verso il largo e le palle ammonticchiate in ordine, accanto agli affusti.
Ad Anchilo si pubblica una piccola rivista cattolica, di aspetto modesto, ma molto viva, sempre con notizie molto attuali e che non lascia mai da parte nessuno dei problemi che travagliano il Mozambico. Si chiama Vida Nova ed è distribuita in tutto il paese. Deve passare, naturalmente, la revisione previa della censura, ma, pur così, esce sempre e riesce ad essere ancora fermento di pensiero animato e illuminato dalla fede. Che io abbia notizia, è rimasta lunica pubblicazione in Mozambico che non sia governativa.
Arriviamo a messa iniziata, ma ancora in tempo per unirci alla concelebrazione, grazie ad una "partilha" che tradizionalmente è solita essere molto lunga. Questo di Anchilo è un centro vivace di fede e di pensiero, con un buon numero di padri e di suore e leucaristia è il cuore di tutta la vita del catechistato. È naturale quindi che la Parola di Dio della messa sia commentata, assaporata, riflettuta.
Dopo la messa passiamo in refettorio, che è in comune fra padri e suore ed a tavola si prolunga la conversazione. Presentiamo ufficialmente linvito al padre Regionale, P.Daniel Cimitan, perché partecipi alla nostra prossima assemblea in ottobre, portando con sé un altro padre e due suore. Da che è regionale il padre Leali, noi dehoniani abbiamo sempre fatto tre o quattro assemblee allanno, aperte agli altri istituti religiosi: padri cappuccini e fratelli maristi, più le varie congregazioni femminili della diocesi di Quelimane, e poi comboniani e comboniane ed i padri e suore della Consolata.
Ritorniamo in Zambesia passando da Alto Molócuè, ma il padre Toller vuole dirigersi al più presto a Mocubela, dove il p.Giovannino Bonalumi è rimasto solo, dopo la forzata partenza di don Tarcisio De Giovanni, il sacerdote diocesano di Cesena, che faceva comunità con lui.
Da Nampula a Mocubela ci sono almeno cinque ore di Land-Rover e ne approfittiamo per commentare la recente notizia di politica interna: nel suo Terzo Congresso il Frelimo ha lasciato dessere un movimento di liberazione, per assumere la struttura e lo statuto di partito politico unico, autodefinendosi partito marxista-leninista, che professa la dittatura del proletariato. Il Mozambico assume il nome ufficiale di Repubblica Popolare del Mozambico. È instaurata la pena di morte per reati gravi, sia criminali che politici.
Siamo ancora tutti incerti sul vero significato di questa proclamazione e sul grado dintransigenza a cui aprirà le porte. Il sapore della rivoluzione lo stiamo già sperimentando, ma quello della dittatura del proletariato non lo riusciamo ancora a immaginare nei suoi dettagli. Abbiamo solo davanti agli occhi gli esempi dei paesi comunisti di antica tradizione: U.R.S.S. e paesi satelliti, Cina di Mao, Corea del Nord e Cuba e, da alcuni anni, quelli asiatici, come Viet-Nam e Cambogia. Confidiamo tuttavia nel senso di moderazione e di buon senso della cultura Bantu e sulla gentilezza danimo del popolo mozambicano, riconosciuta da tutti i cooperanti che mettono piede nel paese e coi quali abbiamo occasione di parlare.
Mocubela è un paesino da niente, arroccato su delle collinette che si estendono lungo la riva sinistra di un fiume secondario, il Nipiodi. Durante la stagione delle piogge, tuttavia, il Nipiodi diventa impetuoso e minaccioso, passando sempre, tutti gli anni, sopra il ponte che collega Mocubela alla strada che va verso Maganja da Costa e Quelimane. Lantica missione fondata dal padre Ricci, sacerdote diocesano di Cesena, è stata costruita, comera uso comune a quel tempo, fuori dellabitato, sullaltra riva del fiume. Padre Ricci è partito per tornare in Italia, lasciando il padre Tarcisio De Giovanni da solo. Uno dei nostri, p.Bonalumi è stato allora mandato per rinforzare la missione. Recentemente anche il p.Tarcisio è dovuto rientrare ed ora Giovannino, come tutti lo chiamiamo, è da solo. Per noi religiosi è una situazione irregolare, che dobbiamo cercare di risolvere al più presto, perché la nostra vocazione si basa sulla vita fraterna in comunità. Ce lo hai sempre raccomandato tu stesso, caro Padre Dehon, e nelle costituzioni si legge ancora la tua bella frase in un latino maestoso: " missionibus exteris libenter operam praestent, dummodo observantia et vita communis servari valeant" ( prestino volentieri la loro opera nelle missioni estere, purché losservanza e la vita comunitaria possano essere osservate).
Il padre Giovannino è rimasto naturalmente contentissimo della nostra inaspettata visita e ci racconta, col suo linguaggio pittoresco, una serie di episodi accaduti nella visita alle cappelle in questo tempo di difficoltà. Anche qui, come dappertutto, si può uscire nelle comunità periferiche solo al sabato e la domenica, sempre con foglio di via, da chiedersi una settimana prima allAmministratore. È solo per questo che è stato facile trovare il P.Bonalumi fermo in missione, altrimenti, se fosse stato nei tempi antichi, per poter parlare con lui, lavremmo dovuto rincorrere per le cappelle. Ci tratteniamo con lui la notte e tutto il giorno dopo, per ripartire la mattina seguente. Abbiamo voluto confortarlo con un piccolo regalo di qualche ora di vita fraterna. Ne siamo rimasti contenti tutti e tre.
Da Mocubela ci dirigiamo verso Pebane, sul mare, un posto incantevole, immerso nel silenzio delle palme, sempre inondate di sole. P.Toller vuole andare a trovare il p.Francesco Temporin, che è stato messo in prigione per due giorni. La storia arrivata alla casa provinciale era confusa, ad ogni modo ciò che premeva non era saper le circostanze, ma visitare il padre e fargli sentire la solidarietà dei confratelli. La causa della prigionia era stata unaccusa fatta per vendetta da un antico lavoratore della missione. Una cosa triste, che sera risolta in una bolla di sapone, una volta accertata la verità. Tuttavia limprigionamento preventivo di un padre, solo sulla base di unaccusa, la dice lunga su come è gestito il potere dalle autorità locali, in un clima di entusiasmo rivoluzionario, quando la rivoluzione è al di sopra delle norme.
Da Pebane inizia il nostro viaggio di ritorno al Gurúè. Ora infatti il nome di Vila Junqueiro è sparito, nella revisione dei toponimici di località fatta dopo lindipendenza: si chiama Vila do Gurúè e fra poco passerà alla categoria di città, diventando la terza città della Provincia, dopo Quelimane e Mocuba. Gli altri cambiamenti più vistosi sono quelli di Lourenço Marques, trasformata in Maputo, di Porto Amélia, trasformata in Pemba, di Vila Pery in Chimoio e di Vila Cabral in Lichinga. Anche i nomi delle strade nelle città sono stati cambiati, sopprimendo tutti quelli che ricordavano il colonialismo e mettendo nomi di eroi nazionali della lotta di liberazione e di capi di stato di paesi socialisti, tutti ancora viventi, come Mao Tse Tung, Kenneth Kaunda, Julius Nyerere, Kim Il Sung e così via.
Ringrazio P.Toller di questo invito, che mi ha permesso di vedere tanti confratelli in così pochi giorni e ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.
Gurúè, 2 giugno 1978 Festa del S.Cuore centenario della Congregazione
Caro Padre Dehon,
permetti che cominci facendoti gli auguri e le felicitazioni per il primo centenario della congregazione! È vero che il centenario in sé è il 28 giugno, ma, dato che il 28 giugno di un secolo fa era la festa del Sacro Cuore ed in quella festa facesti i primi voti, mi pare più giusto farti gli auguri oggi. Del resto, anche a Roma, il papa Paolo VI riceve oggi in udienza speciale i membri del Consiglio generale ed i rappresentanti di tutte le Provincie.
Questanno centenario è iniziato con la pubblicazione di un documento doloroso per noi: il decreto di soppressione delle case religiose di Milevane e della Scuola di Artes e Ofícios, da parte del Superiore Generale. La data del decreto è il 13 gennaio 1978. In fondo non è altro che la conferma giuridica di un dato di fatto. Milevane è ora unistituzione dello stato e là non cè più nessun confratello. Così pure nella scuola di Artes e Ofícios non vi abita più nessuno dei nostri. P.Donadoni e Fr. Tapparo vi si recano là ogni giorno per lavorare, ma non vi risiedono più.
In contemporaneo con ludienza col Santo Padre, anche noi del Mozambico facciamo festa e ci siamo riuniti al Gurúè, nella casa regionale, che ha ora ampie installazioni, dopo i lavori di ristrutturazione per essere seminario. Come vedi, il coraggioso intervento del P.Toller davanti al governatore, quando lo convocò per far chiudere tutte le case di formazione, ha dato il suo frutto ed ora oggi possiamo continuare a riunirci in questa sede, nonostante che, come seminario, avrebbe dovuto essere stata incamerata dallo stato.
Celebriamo la festa qui, durante lassemblea annuale, con molti convitati per loccasione.
Il Sacro Cuore ci accompagna sempre, anche in questi tempi difficili, e tu pure, con lui!
Buona Festa!
P.Anonimo s.c.j.
Songo, 16 ottobre 1978
Caro Padre Dehon,
p.Toller mi ha incaricato di fare compagnia nel viaggio a p.Antonio Losappio, perché la grave infezione che ha avuto nella gamba non si sa se sia del tutto guarita. P.Antonio è stato trasferito a Songo per fare comunità col p. Marchesini, rimasto da solo, 6 mesi fa, quando fr. Meoni partì per un anno sabbatico in Italia.
Lascia che ti aggiorni su questo angolo dehoniano nella provincia di Tete. Dopo larrivo dei medici cinesi a Tete, p.Aldo si era trattenuto circa un mese per aiutarli a prender in mano la situazione; quindi lui e fr. Meoni erano andati a Songo, destinazione finale del loro trasferimento.
La conoscenza dei cinesi era stata una scoperta interessante. Vivevano tutti in comunità, dottori e dottoresse, sotto la direzione di un Commissario, ed avevano a loro disposizione i servigi di un interprete e di un cuoco. Erano una decina di persone, tutte gentilissime e disciplinatissime. Uscivano di casa sempre a due a due ed ogni relazione con estranei al gruppo era tenuta dal Commissario e dallinterprete. Qualunque imprevisto o difficoltà nel lavoro in ospedale, come ad esempio un malato difficile, era sempre esaminata e discussa in gruppo.
Una volta un malato indiano, facoltoso, aveva mandato a casa loro un capretto in segno di riconoscenza per la guarigione ottenuta. Il loro Commissario (un cattedratico di fisiologia umana di ununiversità situata in una città di cinque milioni di abitanti), dopo aver ben capito il motivo di quel dono, fece una serie di grandi inchini allofferente,parlando in cinese. Poi incaricò linterprete di tradurre e questi spiegò, molto gentilmente, che non era loro permesso, dalle esigenze del Partito, di accettare qualsiasi regalo in cambio di prestazioni. Fu tanta la gentilezza nel rifiutare, che il paziente indiano rimase edificato ed accettò di buon grado di tornare a casa col capretto di nuovo legato sul cassone della jeep.
Il padre Aldo e fr. Giuseppe erano stati invitati una volta a casa loro, un pomeriggio, per prendere il tè. Li avevano fatti sedere sul divano e poi serano sistemati tutti quanti di fronte a loro, con un sorriso perenne sulla facia. Avevano servito il tè in una tazza ed unaranciata Fanta in un bicchiere a lato. Cerano due o tre piattini con dolcetti tipici cinesi, portati dal loro cuoco, e poi caramelle ed un pacchetto di sigarette. Il tè era al gelsomino, ed aveva un sapore esotico orientale ben gradevole, anche se, comera da aspettarsi, inconsueto. Appena bevuto un sorso, uno di loro si alzava e riportava il tè fino allorlo. Lo stesso con laranciata e coi dolcetti. Solo le caramelle non erano aggiunte. Parlarono del lavoro, della loro attività in Cina e di comera organizzato il servizio sanitario nel loro paese. La conversazione era tradotta dallinterprete che parlava un portoghese fluente e ben pronunciato. Aveva un aspetto molto giovane, meno di trentanni. Il padre Aldo gli chiese cosa faceva in Cina: era una guardia rossa, incaricata di propagandare la rivoluzione culturale nelle provincie vicine al confine del nord.
Durante il tempo del loro servizio a Tete avvenne la morte del presidente Mao. Fecero lutto per alcuni giorni. Misero una grande foto del defunto, listata di nero, appoggiata al muro, su un tavolo, circondata da un drappeggio con molti fiori intorno ed un libro aperto, davanti, per le firme di condoglianza. Due di loro erano perennemente in piedi accanto alla foto, in servizio funebre donore.
I nostri confratelli, p. Aldo e fr. Giuseppe, furono accolti con vero affetto dalla comunità dei missionari comboniani presente a Songo. Il parroco della cittadina era il padre Giorgio Ferrero, sulla settantina, antico missionario in Sudan, che era stato incaricato, negli anni cinquanta, di aprire la missione comboniana in Mozambico. Era un vero papà e subito i nostri confratelli si sentirono a casa, con la sua presenza. Lospedale aveva loro fornito unabitazione molto confortevole, per quanto fosse un prefabbricato. Aveva tre stanze da letto, con due bagni, una cucina ed un grande salone che serviva da sala da pranzo e da salotto. Le sue pareti erano in gran parte sostituite da vetrate, protette da pesanti tende. Quando erano tutte aperte, la luce inondava la stanza, mentre la vista dava sul giardino dietro casa, costituito da un prato con piante e fiori.
Il servizio in ospedale era molto. La capienza era di 110 letti, ed il nostro p. .Marchesini era lunico medico, dovendo occuparsi di tutti i malati, dalle donne in travaglio di parto, ai bambini della pediatria, agli adulti di medicina e di chirurgia. Cera una sala operatoria sufficientemente attrezzata ed insieme al padre e al fratello erano stati collocati anche un anestesista ed una strumentista. Fr. Meoni lavorava nel laboratorio ed aiutava dappertutto, visto che sapeva fare di tutto.
Dopo due anni però, fr. Meoni sentì che doveva fare uninterruzione e partì per lItalia per recuperare e per approfondire la sua preparazione professionale e teologica.
P.Marchesini restò in pratica da solo, seppure ogni giorno si trovasse col padre Ferrero per la messa e cenassero insieme un giorno sì ed un giorno no. Col P. Ferrero viveva allinizio un fratello mozambicano: fr. Agostinho, ma poi passavano spesso da Songo anche gli altri padri e fratelli comboniani della diocesi, che vivevano tutti relativamente vicino: i padri Leonel, Claudio, Franco e Tiago ed i fratelli Paolo ed André. Essi vivevano nelle missioni di Boroma, Marara e Estima. In poche parole la convivenza coi comboniani era molto stretta e permetteva di resistere bene anche fuori comunità
Songo è un gran bel posto, in cima ad un altipiano, con 850 metri di altezza, ed ha la grande attrazione turistica di essere il villaggio dei lavoratori che hanno costruito la diga di Cahora Bassa e la sua grandissima centrale idroelettrica, scavata nel cuore della montagna. Poco più di centanni fa è passato da queste parti il Dr. Livingstone, che esplorava la regione per conto della Corona inglese. Nelle sue memorie si può leggere che, discendendo lo Zambesi, era giunto in un punto in cui il fiume formava delle rapide, nel fondo di una profonda gola. Il nome che gli abitanti della regione davano a quella gola era "Cahora Bassa", cioè "il lavoro (=bassa) è finito (=Cahora)", facendo riferimento a ciò che dicevano i rematori delle canoe che risalivano il corso dello Zambesi, quando arrivavano lì. Le mercanzie in cammino verso il mitico regno di Monomotapa passavano dalle canoe alle spalle dei portatori, che dovevano caricarle fino a monte delle rapide. Chissà se anche i portatori avevano dato lo stesso nome a quella gola?
La diga e la centrale sono imponenti e quasi tutti i giorni ci sono visitatori affascinati, che le vengono a vedere. Anche molti dei nostri confratelli sono venuti in questi due anni a passare una o due settimane di ferie a Songo, sia per far visita ai nostri due, sia per visitare la grande opera dingegneria.
Uno di loro era stato p. Antonio Losappio, che sera trattenuto un mese, perché aveva avuto una flebite ed era rimasto a curarsela col p. Marchesini, quando questi era già da solo. Era sorta una profonda amicizia e, ritornato a Pebane, p.Antonio aveva subito fatto domanda di trasferimento. Il consiglio regionale laveva accolta ed ora mi aveva incaricato di accompagnarlo.
Allaeroporto di Tete abbiamo avuto la fortuna di trovare il p.Leonel, comboniano residente a Marara. Saputo chi eravamo, sera subito offerto di portarci fin su a Songo, quella sera stessa. Era ben vero che viveva a Marara, a metà strada fra Tete e Songo, ma per p. Marchesini poteva ben fare un favore! Arrivammo verso le nove di sera, senza essere attesi. Trovammo il p. Aldo che stava finendo la cena, perché, aprendo la radio, era capitato su una stazione che stava trasmettendo in diretta lelezione del papa. Aveva aspettato la fine della trasmissione ed ascoltato tutti i commenti e solo dopo sera messo a tavola.
"Allora, dicci, chi è il nuovo papa?- esclamò p. Antonio per noi è ancora una sorpresa."
"Si chiamerà papa Giovanni Paolo Secondo, ma chi sia non lho ben capito. Lunica cosa che posso dire di lui è che è polacco!"
Il cuoco non cera più, ma in quattro e quattrotto, con le cose della dispensa, uscì fuori una cenetta coi fiocchi per tutti i tre: p.Antonio, p.Leonel e me.
Penso,Padre Dehon, che mi fermerò una settimana per lo meno, giusto il tempo per visitare la diga e lospedale!
P.Anonimo s.c.j.
Gurúè, 22 luglio 1979
Caro Padre Dehon,
sono passati trenta giorni dalludienza del papa Giovanni Paolo II ai membri del nostro Capitolo Generale, nel quale è stato eletto come superiore Generale il p.Antonio Panteghini.
Qui in Mozambico abbiamo tutti brindato con particolare entusiasmo alla sua nomina perché è italiano come la maggior parte di noi ed ha fatto il prefetto per due anni nellisola di Madera in Portogallo e quindi conosce bene la lingua, gli usi e costumi della patria di un altro buon numero di noi missionari. Ti scrivo oggi perché è appena arrivato il numero dellOsservatore Romano nelledizione settimanale in lingua portoghese, in cui riporta per intero il saluto del nuovo Generale e il breve discorso del papa. In poche parole Giovanni Paolo II ha saputo cogliere aspetti centrali della nostra consacrazione. Ti voglio citare due o tre passaggi:
"Con la parola, con la predicazione, con gli scritti, con gli strumenti della comunicazione sociale, diffondete lampiezza, la lunghezza, laltezza e la profondità dellamore di Cristo. Riproducete nel vostro cuore secondo la felice espressione del Padre Dehon la santità del cuore di Gesù! In questa felice circostanza vorrei raccomandarvi ancora due aspetti tipici della spiritualità del vostro fondatore: lamore fedele alla Sede Apostolica e la devozione filiale alla Madonna."
Mi ha fatto particolarmente piacere che abbia citato delle tue tipiche raccomandazioni!
Con filiale affetto ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.
Alto Molócuè, 31 dicembre 1979
Caro Padre Dehon,
ho pensato di fermarmi qui stanotte, per il passaggio dellanno, come per fare un pellegrinaggio al luogo della prima missione che il Signore ci ha affidato in Mozambico.
Sono passati 32 anni e dobbiamo ringraziare il S.Cuore perché ha benedetto largamente il nostro lavoro. Mi sono accorto, ripensando al passato, che il trentesimo anniversario del nostro arrivo labbiamo vissuto in sordina, senza solennizzarlo né fare celebrazioni particolari. La situazione di tensione non lo permetteva. È stato meglio così: è bene non sovraesporsi davanti alla società in questo clima politico.
Qui ad Alto Molócuè ho trovato in comunità il p. Renato Comastri,che incontrai non molto tempo fa (te lho perfino scritto) nella casa nuova di Muiane-Alto Ligonha. Questanno abbiamo dovuto chiudere quella missione per la situazione insostenibile. Anche dalla Scuola di Artes e Ofícios il p.Donadoni e fr. Tapparo hanno deciso di uscirne, perché le tensioni e gli atteggiamenti contro i missionari sono sempre più duri e difficili da sopportare. I padri Pezzotta, Comi e Carlessi hanno lasciato la residenza di Mulevala e si sono ritirati a Ile. Continuano ad assistere quelle comunità, ma risiedendo fuori dal territorio.
Anche a Namarrói la vita è molto complicata e da Songo il p.Marchesini ha scritto al Regionale che la politica si infiltra negli aspetti del lavoro e che lui vive con molto nervosismo e tensione. La chiesa parrocchiale di Songo è stata chiusa perché troppo vicina alle scuole e cera "pericolo di contagio", come dice nella lettera.
Il p. Ferrero, preso di mira dal Commissario politico, si sentiva minacciato in modo insopportabile. Allunanimità i padri comboniani, insieme a P.Antonio Losappio ed a p. Aldo, lhanno consigliato di tornare in Italia per un periodo. Il giorno dopo, senza bagagli, uno dei padri lha portato a Blantyre in Malawi, per il quale non occorre il visto, e da lì è volato in Europa.
La situazione, padre Dehon, è dura e si fa presto a dire che occorre pazienza, ma larroganza di chi comanda , anche se a livello periferico, è assai difficile da accettare.
In contropartita, lo scontro con lesterno sta facendo crescere allinterno della chiesa ununità di comunione che ha un sapore nuovo e meraviglioso. Viene in mente quella frase del salmo "quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum!" Che cosa bella e piena di giubilo è aver un cuor solo ed unanima sola! In varie missioni la pastorale è gestita in comune fra padri, fratelli e suore ed è entrato in auge lespressione di "equipa missionaria". Ciò è particolarmente sentito dove le nuove residenze, molto più semplici e con vari ambienti in comune tra padri e suore, come la cappella ed il refettorio, facilitano una maggior convivenza e conoscenza reciproca.
Insomma, Padre Dehon, la bontà di Dio sa fare in modo che tutto cooperi per il bene di coloro che lo amano, anche attraverso quegli aspetti che in un primo impatto sono sgradevoli e difficili da sopportare!
Buon Anno!
P.Anonimos.c.j.
Songo, 18 aprile 1980
Caro Padre Dehon,
sono venuto qui su invito del p. Antonio Losappio, che, dopo che lo accompagnai nel suo viaggio di trasferimento dalla Zambesia alla provincia di Tete, non ha mai cessato di tenermi informato sulla sua vita a Songo. Il motivo della visita è la festa per lindipendenza dello Zimbabwe e la fine dellapartheid. Devi sapere che qui ha la sua base un gruppo di guerriglieri dello Zanu, il movimento di liberazione della Rhodesia del Sud, capeggiato da Mugabe.
Songo infatti è lospedale del Mozambico più vicino al confine settentrionale di quel paese, da cui lo divide un centinaio di chilometri di bosco. Da circa due anni arrivano a Songo i feriti di guerra dello Zanu. Il p. Aldo ne parla spesso col p.Antonio e gli racconta molti particolari. Camminano per diversi giorni, prima di arrivare, trasportando i loro ferirti su barelle di frasche. Arrivano sfiniti, disidratati, addolorati, spesso col pus che esce dalle ferite in quantità tale da lasciare la scia sul pavimento del corridoio che porta alla sala operatoria.
Molti di loro hanno fratture esposte con osteomieliti o peritoniti e devono rimanere internati anche qualche mese. Ce ne sono sempre cinque o sei presenti. Uno viene dimesso e ne arrivano subito altri. Lo Zanu ha deciso di chiedere al governo di qua di poter aprire una vera e propria base con finalità legate alla sanità. Tre o quattro guerriglieri alla volta passano alcune settimane in ospedale, per essere addestrati a fare i soccorristi di trincea. Nel frattempo aiutano ed assistono i loro compagni feriti. Il loro capo, di nome Marwodzi, si guadagna da vivere facendo loperatore di bulldozer per conto della ditta Hidroelettrica di Cahora Bassa. È un uomo sulla quarantina grassoccio e pelato, molto affabile, che ha una grande stima per p.Marchesini. È molto rispettato dai guerriglieri sia perché la disciplina di guerra è fatta di ferro, sia perché, di molti di loro, potrebbe esserne il padre.
Quando le conversazioni di Londra fissarono la data della proclamazione dellindipendenza per il 18 aprile 1980, il Sig. Marwodzi mandò al P.Marchesini e al P. Antonio, linvito iufficiale a partecipare alla festa, che la loro base avrebbe organizzato. Il p. Antonio girò linvito anche a me.
Per loccasione avrebbero anche dato al P.Marchesini un documento ufficiale di benemerenza, in cui lo definivano un amico che li ha molto aiutati nei difficili tempi della guerra.
Sono arrivato a Songo lantivigilia della festa, ieri laltro Oggi 18 aprile è venerdì, ma il Mozambico, popolo fratello che li ha aiutati in ogni modo durante la lotta armata,ha proclamato questa data giorno di festa nazionale. Il luogo della cerimonia è nel bosco, ai piedi dellaltopiano, fuori del recinto che delimita il territorio della diga e dellarea dei lavori. Le autorità del Mozambico vogliono evitare qualsiasi pericolo che possa succedere qualcosa nellarea protetta della diga.
Arriviamo puntuali tutti e tre per mezzogiorno. La cerimonia prevede un alzabandiera ufficiale, un discorso del comandante della base e dellamministratore di Songo, a cui seguirà la consegna delle benemerenze ed il pranzo.
Alle 12 in punto, tutti schierati sullattenti, assistiamo allalzabandiera del nuovo stato che, a partire da ora, si chiamerà Zimbabwe. Il comandante Marwodzi ricorda brevemente le varie fasi della loro lotta armata e proclama la sua riconoscenza e quella di tutto il popolo per laiuto determinante che il Mozambico ha dato per la vittoria finale.
LAmministratore risponde e presenta le congratulazioni ufficiali e la credenziale che lo investono come delegato del governo centrale a quella cerimonia. Samora Machel, naturalmente, in questo momento è ad Harare, la capitale, accanto a Mugabe e Nkomo, i capi dei due movimenti di liberazione. Anche loro, come noi del Mozambico hanno cambiato i toponimici: Salisbury, la capitale, si chiama ora Harare e la Rhodesia del sud ora è Zimbabwe.
Il comandante consegna allAmministratore un documento di benemerenza speciale per laiuto ricevuto e così pure fa col p.Aldo, al quale mette nelle mani il diploma di benemerenza col titolo di "Amico dello Zimbabwe".
Dopo gli applausi ed alcuni canti rivoluzionari, sia
dello Zimbabwe sia del Mozambico, si comincia il pranzo, preceduto da un avviso dato ai
presenti dal comandante Marwodzi.
"Cari amici, la nostra gioia è grande. Per fare un bella festa avremmo dovuto avere
denaro sufficiente, ma siamo molto poveri. La gioia della vittoria si deve celebrare nel
giorno della vittoria, per cui abbiamo pensato che era molto meglio mangiare polenta con
foglie oggi, insieme a voi , piuttosto che gallina e capretti fra una anno. Dio benedica
lo Zimbabwe!"
Grandi applausi e abbracci fra tutti i presenti ed i guerriglieri.
Un giorno indimenticabile!
Una volta a casa ho chiesto a P. Aldo di mostrarmi da vicino il diploma di benemerenza. Era un foglio di carta scritto a macchina, ma con lo stemma dello Zanu e tanto di firma del comandante.
Diceva:
"Con questo documento presentiamo il Dr. Aldo Marchesini, di nazionalità italiana. Ha lavorato con noi qui a Songo per quattro anni, curando i nostri camerati del fronte e delle retrovie. Egli ha pure formato due gruppi di soccorristi dello ZANLA. Ha lavorato arduamente ed ha mostrato un indefettibile spirito di aiuto durante il nostro conflitto armato."
Il p. Marchesini lo tira fuori da una carpetta in cui cera un altro documento. Mi spiega che quella era laltra lettera ufficiale che p.Antonio e lui avevano ricevuto lì a Songo. Era del vescovo, D.Paulo Mandlate, già dun anno fa: approvava la loro proposta di essere una comunità di orazione, ufficialmente riconosciuta, incaricata del ministero di intercessione per il bene di tutta la diocesi.
"Era desiderio del Padre Dehon avere per lo meno una casa dorazione nella congregazione. Il suo desiderio sè realizzato nellanno del centenario, nel 1978!"
Con tutte queste belle notizie, ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.
Gurúè, fine giugno 1980
Caro Padre Dehon,
siamo in assemblea qui al Gurúè, nei giorni attorno alla festa del S.Cuore. Uno dei punti allesame dellassemblea era il ritiro dal Mozambico del p. Marchesini. Negli ultimi mesi, a Songo, sera consolidata una situazione di malessere e di tensione attorno al padre Marchesini, che si sentiva oppresso nella sua libertà e professionalità. Aveva manifestato i suoi sentimenti ai superiori ed aveva chiesto parere perfino ai vescovi ed, alla fine, si era giunti alla conclusione di lasciare il Mozambico, per spostarsi in qualche altra missione della Congregazione. Il padre aveva già scritto al ministro per manifestare lintenzione di non rinnovare il contratto, che spirava il 29 giugno, ed era arrivato da Songo al Gurúè per venire a salutarci tutti prima di partire. Dal ministero erano arrivate pressioni per riconsiderare la decisione di dimettersi e perfino larcivescovo di Maputo, D. Alessandre, era stato intreressato per mettere i suoi buoni uffici per lo stesso fine.
Oggi, dunque abbiamo esaminato la questione. Cè stato un ampio dibattito ed alla fine sè arrivati alla conclusione che non era una situazione irreparabile quella che aveva creato tanta tensione nellanimo del padre. Il clima politico della provincia di Tete era infuocato, ma nel resto del paese le cose erano molto più tranquille e pacifiche. Fare uno stacco era cosa buona. Era loccasione per fare un anno dinterruzione e di riposo, approfittando per descontrairsi e aggiornarsi. Era pure il caso di chiedere il trasferimento per la Zambesia e così, al rientro, ritornare nellambito del nostro territorio in Mozambico. Il padre Marchesini ha accettato di buon grado il parere di tutti e sè detto contento della soluzione. Aveva già in programma una visita al Ministro della Sanità, per cui ha detto che approfitterà delloccasione per comunicare che resta e che al ritorno desidererebbe essere collocato di nuovo in Zambesia. Un caldo applauso ha sancito la soluzione finale di questa discussione.
Un altro evento importante è il passaggio dei poteri e della responsabilità dal vecchio al nuovo Consiglio Regionale.
Col 1º luglio comincerà il mandato per il p. Renato Comastri, superiore regionale e per i consiglieri P.Natalino Costalunga, Ambrogio Comotti, Nunzio Leali ed Emilio Giorgi. Leconomo Regionale sarà ancora fr. Giuseppe Ossana. Al Consiglio uscente ed a quello entrante è andata tutta la nostra riconoscenza e simpatia.
Ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.
Gurúè, ottobre 1980
Caro padre Dehon,
il padre Comastri mi ha chiamato in camera per mostrarmi la lettera del p.Antonio Losappio, mio grande amico, nella quale gli comunica che allOspedale S.Orsola di Bologna gli hanno trovato un tumore maligno ai due polmoni, inoperabile. Per cercare di bloccarne levoluzione dovrà internarsi nel reparto doncologia e sottomettersi alla chemioterapia. Accetta dalle mani di Dio questa situazione e si rimette al S.Cuore di Gesù in spirito damore e di riparazione.
Sarà ricoverato allospedale Malpighi, vicino allo Studentato, e quindi potrà usufruire della vicinanza dei nostri padri e dei nostri studenti. Tra questi cita già i nomi di tre di loro, che hanno il desiderio dessere missionari in Mozambico e che si sono già presentati a lui: fr. Claudio Dalla Zuanna, fr. Sandro Capoferri e fr. Domenico Marcato.
Dice pure che anche il p. Aldo è a Bologna e che si vedono quasi tutti i giorni. La comunità di Songo continua ancora, seppure in nuova maniera, nellospedale Malpighi.
Il p. Comastri mi dice che comunicherà subito a tutti i confratelli queste notizie chiedendo per p. Antonio il sostegno dela loro amicizia e della loro preghiera. È unoccasione doro per manifestare quanto ci sentiamo coinvolti dallo spirito del Cor Unum che con tanta insistenza tu, padre Dehon, ci hai insegnato!
Raccomando anche a te il p. Antonio e di saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, 1ºgennaio 1981
Caro Padre Dehon,
ti scrivo da Quelimane, allinizio di questo nuovo anno, che speriamo sia un anno di grazia e di serenità per la chiesa del Mozambico. La nostra speranza sente il bisogno di radicarsi nella preghiera, perché la nuova situazione politica dello Zimbabwe, dopo lindipendenza e la fine dellapartheid dellaprile ultimo, comincia a dare un nuovo tipo di preoccupazione. Al potere cè Robert Mugabe, che ha diretto per anni la guerra di liberazione del gruppo di patrioti rifugiati in Mozambico. La Resistenza Mozambicana, che aveva la sua base e la sua potente stazione radio nellantica Rhodesia di Ian Smith, è stata allontanata dal paese e sè ritirata in Mozambico, vivendo alla macchia. Corrono molte voci e molti "si dice" in proposito. È chiaro che un movimento ostile al regime e situato nel territorio mozambicano non può non far gola al governo del Sudafrica, che si sente pressionato sempre più dai movimenti anti-apartheid che hanno basi nei paesi circonvicini, primo fra tutti il Mozambico. Aiutando la Resistenza anti Frelimo, il governo del Sudafrica creerà problemi al regime mozambicano e quindi contribuirà ad alleggerire la pressione dei movimenti di liberazione antigovernativi che si appoggiano al Mozambico.
La conclusione è che non potranno mancare ripercussioni sulla vita interna del paese.
In questanno ci sará pure il capitolo provinciale dellItalia Settentrionale, e quindi avremo in questi mesi le consultazioni per eleggere i nostri rappresentanti. Oltre al padre Renato Comastri, che, come superiore regionale, partecipa di diritto, dovremo scegliere tre confratelli. Il capitolo provinciale sarà in novembre nella casa di Capiago.
Un altra novità è lapertura a Maputo prevista per questanno di un nuovo seminario maggiore interdiocesano, che la conferenza episcopale è riuscita ad ottenere dal governo. Gli edifici dellantico seminario San Pio X sono stati nazionalizzati e quindi si comincerà in un altro edificio, relativamente vicino alla nostra casa di Salvador Allende, situato nella Rua Francisco Orlando Magumwe. I vescovi ci hanno chiesto il padre Tomé Makhweliha per esserne il rettore. La notizia ci ha naturalmente molto rallegrato e penso che anche tu ne sarai stato ben contento, dato che tanta importanza hai sempre dato al nostro impegno per la formazione del clero e delle anime consacrate.
Ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.
Bologna, fine giugno 1981
Caro padre Dehon,
sono stato inviato in Italia dal p. Comastri, per venire a visitare il padre Losappio e a portargli i saluti e la solidarietà di tutti i missionari del Mozambico. Lho trovato di nuovo ricoverato in ospedale per uno dei cicli di chemioterapia. È stato molto contento di rivedermi e mi ha raccontato come stia vivendo con intensità ed anche con molta gioia interiore la sua malattia. È diventata il grande avvenimento della sua vita, la grande occasione per fare al Padre lofferta totale di se stesso in unione a quella di Gesù. Laspetto totalizzante e definitivo di questa malattia gli ha dato loccasione di vivere unavventura spirituale che non avrebbe mai immaginato potesse essere tanto profonda. Mi ha confidato daver cominciato a scrivere delle note, dei ricordi, delle riflessioni che lo accompagnano nei lunghi silenzi della corsia...
Ti dirò che mi ha fatto molto bene questa visita: la nostra amicizia sè approfondita e la condivisione del mondo interiore coi suoi segreti e la sua profondità ci ha unito ancor di più.
Il giorno della festa del Sacro Cuore sono stato invitato dal p. Antonio a partecipare ad una cerimonia molto intensa e con un sapore missionario particolare: la consacrazione come oblato del S.Cuore di don Dino Finazzi, sacerdote diocesano di Cesena, missionario per tantissimi anni al nostro fianco nella diocesi di Quelimane ed ora ritirato in Italia, anziano e malandato, in un piccolo santuario della Romagna. La sua domanda di aggregarsi come oblato alla nostra congregazione è stata accolta favorevolmente dai superiori, che hanno pensato di delegare i poteri di riceverne la consacrazione al padre Antonio. La cerimonia, di proposito strettamente privata e semplicissima, sè svolta nella cappella dellospedale Malpighi. Oltre a padre Antonio e don Dino e me, cerano pure i padri Marchesini e Pistelli, i due grandi amici di missione del padre Antonio.
Avevamo scelto le tre del pomeriggio, ora di siesta in ospedale, col desiderio della maggiore privaticità possibile. Avevamo appena cominciato, quando sè aperta la porta ed è entrata una malatina in carrozzella, accompagnata dal suo papà. Si sono sistemati in fondo ad assistere in silenzio e con molta partecipazione. Dopo la cerimonia ci siamo tutti trattenuti nella cappella a pregare in silenzio. Ad un certo punto mi sento toccare la spalla: era il papà della malatina. Mi chiede se lo posso ascoltare in confessione. Ci ritiriamo in sagrestia e comincia la confessione con un grande ringraziamento a Dio, perché oggi gli aveva toccato il cuore dopo trentanni che non frequentava più la chiesa...
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, 16 ottobre 1981
Caro padre Dehon,
questo pomeriggio siamo andati tutti allaeroporto per ricevere col maggior affetto possibile il p. Antonio Losappio che è tornato per restare per sempre in Mozambico: sa che gli restano ormai pochi mesi di vita. Dopo aver concluso la chemioterapia ha chiesto ai superiori dItalia di poter realizzare lultimo desiderio: morire nella terra a cui aveva donato se stesso. Le cure erano esaurite: la malattia avrebbe concluso in pochi mesi il suo corso inarrestabile. In Mozambico non avrebbe potuto ricevere assistenza specializzata, ma ciò che delle risorse avanzate avrebbero potuto giovargli, sarebbe stato solo un vantaggio momentaneo.
Il suo desiderio era, per dirla con le sue parole, quello di poter seminare il suo corpo nella terra del Mozambico, e così realizzare, anche esteriormente, il dono totale di sè. Qui aveva vissuto, qui desiderava morire, qui desiderava essere sepolto, da qui desiderava risorgere, nellultimo giorno!
Allaeroporto cera naturalmente anche il p. Marchesini, il suo compagno degli ultimi anni. Aveva concluso il suo periodo di riposo in Italia ed, al suo ritorno, il ministero della Sanità aveva mantenuto la promessa e lo aveva collocato come chirurgo nellospedale di Quelimane.
Ora vive nella comunità della Sagrada Família ed anche il p. Antonio Losappio resterà qui. In caso di necessità di cure, lospedale provinciale potrà offrire un minimo daiuto.
Stasera, dopo cena, molti missionari e suore di Quelimane sono passati da casa per salutare p. Antonio e manifestargli la loro amicizia e solidarietà. Ormai è tra noi e non lo lasceremo da solo in questultima prova suprema.
Ti mando anche i suoi saluti!
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, febbraio 1982
Caro Padre Dehon,
stanotte sembrava che cadesse il mondo! Sè abbattuto su Quelimane un ciclone tropicale. Tutto il pomeriggio di ieri la città era stata flagellata da un vento impetuoso, che piegava le palme e strappava loro dei rami interi, che volavano sopra i tetti come fuscelli.
Poi, nel cuore della notte, fulmini, tuoni assordanti, pioggia che batteva sul tetto e contro i vetri come se fosse fatta di pietre. Il finimondo è durato circa unora. Tutta la città è rimasta al buio. Solo al primo chiarore del mattino sè potuto vedere ciò che era successo. Attorno a noi parecchie piante, divelte dalle radici, giacevano sparse qua e là. Un grande albero era caduto riverso sui cavi dellelettricità ed aveva trascinato con sé i due pali vicini, uno di qua ed uno di là. Dal tetto della chiesa erano scomparse alcune lastre di zinco e varie zone erano allagate dallacqua che non aveva potuto trovare sbocco nelle fognature, intasate da terra, rami e foglie.
Ognuno degli abitanti ha cominciato a sgombrare il suo terreno dai resti trasportabili colle proprie forze, mentre i pompieri ed il personale del comune hanno cominciato il paziente lavoro di rimediare ai danni più vistosi.
Cose dei tropici!
Un caro saluto.
P.Anonimo s.c.j.
Jékwa, Pasqua 1982
Caro padre Dehon,
sarai rimasto sorpreso a leggere lindirizzo di questa lettera! Il Regionale, padre Renato, mi ha incaricato di venire a passare la pasqua insieme al nostro padre Emilio Bertuletti, inserito come "cooperante" in questantica missione della diocesi di Beira. La storia della sua avventura di contrabbandiere del Regno di Dio merita dessere raccontata.
Circa tre anni fa il p. Emilio dovette ritornare in Italia per farsi operare ai reni. Una cosa lunga e complicata, che richiese parecchi mesi di cure. Con lavvento in Mozambico della Rivoluzione, la posizione della chiesa era diventata difficile, come ben sai e come ti ho più volte raccontato.
Tra i vari ostacoli messi alla pastorale, ci fu anche quello di chiudere le porte allentrata dei missionari e quello di limitare ad un massimo di 90 giorni il periodo dassenza dal Mozambico, per chi aveva già il visto di residenza abituale. Queste limitazioni cominciarono subito, fin dal 1975.
Una volta recuperata la salute, il padre Emilio non riuscì più a ritornare tra noi. Il visto dingresso, come missionario, non era concesso. Bisognava aggirare lostacolo, trovando un altro motivo.
Le porte del paese si aprivano solo per accogliere chi veniva per un motivo di lavoro o, comunque, legato alla produzione. Il primo foro sera aperto nel 1978, a Tete, quando il governo aveva concesso a tre suore spagnole della congregazione Francescane Figlie del Calvario, il visto dingresso come infermiere appartenenti alla categoria " cooperanti".
Il retroscena era stato il seguente: nellospedale Provinciale della città di Tete lavoravano da circa 20 anni sei suore spagnole, infermiere, che avevano portato il peso del suo funzionamento impeccabile, dovuto alla loro dedicazione e competenza. Anche col vento della Rivoluzione la stima verso di loro era rimasta intatta. È pur vero che avevano dovuto lasciare la loro casa, situata allinterno del recinto dellospedale, ma ne era stata loro offerta unaltra, molto vicina.
Nel frattempo le nazionalizzazioni avevano tolto alla chiesa tutti i dispensari e centri sanitari. Erano passati nelle mani dello stato ed i nuovi funzionari che li gestivano non erano riusciti a mantenere le strutture in buono stato di conservazione, efficienti e pulite. Qua e lá, nel paese, in alcune unità sanitarie erano rimaste a lavorarvi, come personale dipendente, varie suore infermiere. Furono sufficienti due anni perché la differenza tra i centri, che beneficiavano delle cure e della dedicazione delle suore e quelli che avevano solo infermieri dello stato, diventasse evidente anche ad un cieco.
Lo stesso ministro della Sanità aveva fatto questosservazione passando un giorno in visita a Tete. Le suore ludirono ed ebbero lidea di suggerire al vescovo di chiedere al governo che lasciasse entrare tre infermiere religiose, come cooperanti. Il governo, col parere favorevole del ministro, dette il visto e le tre suore entrarono il 22 agosto del 1978 e furono collocate nellospedale di Songo a lavorare col nostro padre Marchesini.
Il caso delle tre suore infermiere cooperanti fece in breve il giro del Mozambico ed a partire da lì fu possibile ad alcun i missionari di entrare colla funzione di cooperanti, per lo più come insegnanti.
Quando il p. Bertuletti si vide rifiutare lentrata, cominciò a sondare il terreno, per vedere con che veste di cooperante avrebbe potuto entrare. Alla fine si aprì la possibilità di avere un contratto come esperto agricolo. Nella diocesi di Beira era stata nazionalizzata una grande missione, che aveva una scuola enorme, con centinaia di alunni interni. La fonte di sostentamento era una fattoria con produzione di cereali, frutteti ed un allevamento di bovini ed ovini. Dopo la nazionalizzazione nessuno era stato in grado di farla funzionare, per cui il governo cercava un cooperante che la rivitalizzasse.
Il vescovo di Beira laveva saputo ed aveva sparso la voce tra i missionari.
La notizia diede le ali al padre Emilio che subito si offrì per occupare quel posto. Tuttavia cerano varie difficoltà da superare. La più grave era costituita dal fatto che, una volta a Jékwa, il padre Emilio avrebbe dovuto vivere da solo, senza comunità. Per noi religiosi questo è un grave impedimento, che si può tollerare solo per un periodo limitato e per motivi proporzionalmente seri.
Il consiglio provinciale dellItalia si riservò di studiare i pro ed i contra. Alla fine, col parere favorevole dei confratelli del Mozambico, il padre Emilio fu autorizzato e presentò la domanda al governo. Pochi mesi più tardi il visto arrivò e così il p. Bertuletti entrò di nuovo in Mozambico, come missionario vestito da cooperante. È chiaro che si dedicò ad onorare il contratto di lavoro desperto agricolo nel migliore dei modi e di fatto la fattoria ritornò a funzionare ed a mantenere centinaia di alunni.
Il cooperante, però, era solo il di fuori, lanima era di missionario. Secondo ciò che gli permetteva il lavoro, dava assistenza alle comunità dellantica missione e faceva parte del presbiterio della diocesi.
La pasqua di questanno poteva essere celebrata per davvero nelle comunità cristiane di Jékwa, ma era necessario che il padre Emilio potesse avere un aiuto concreto. Così, eccomi qua, per portare a termine questa missione che sa un po di servizi segreti, di cui anche il Regno di Dio, a volte, non disdegna di servirsi!
Saluti cari e Buona Pasqua dal tuo agente segreto
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, 13 maggio 1982
Caro Padre Dehon,
oggi abbiamo sepolto il padre Antonio Losappio nel cimitero della missione di Coalane, accanto ad altri due antichi missionari cappuccini.
È morto poco prima della mezzanotte di ieri laltro, 11 maggio. In quel giorno era cominciata lassemblea annuale dei missionari della diocesi, perciò eravamo quasi tutti a Quelimane.
Da alcuni mesi non riusciva più a sdraiarsi: gli mancava il respiro. Passava tutto il tempo in una poltrona con cuscini, assistito, nellultima settimana, giorno e notte, da qualcuno di noi.
Il dolore era molto forte e p.Antonio lo descriveva come la zampata dun leone. Gli analgesici lo intontivano, per questo celebrava la messa verso le quattro del mattino, aiutato da un confratello, prima di prendere le pastiglie. Lultima volta che ci riuscì era stato l8 di maggio, il compleanno del nostro regionale, p. Renato. Egli era presente ed aveva concelebrato con lui.
La sera dell11 maggio rimase a vegliarlo il padre Renato. Il p. Antonio sera fatto appendere al muro, davanti a sé, un crocifisso di plastica fosforescente, per poterlo vedere anche di notte e lanciargli occhiate silenziose, lultima forma di preghiera che gli era rimasta possibile.
Gli ultimi due giorni però non ci riusciva più. La testa rimaneva incollata sul petto, senza poter sollevarsi.
Poco prima di mezzanotte il p. Renato, che lo vegliava, notò una specie di sobbalzo. P.Antonio sollevò il capo e diresse lo sguardo verso il crocifisso. Riuscì a guardarlo per lultima volta e durante quello sguardo morì.
Il suo corpo fu portato nella chiesa parrocchiale della Sagrada Familia, che lui stesso aveva costruito tanti anni prima. Per tutto il giorno e tutta la notte la chiesa è rimasta piena di cristiani che lo hanno vegliato.
Stamani, messa presieduta dal Vescovo, concelebrata da tutti i padri presenti a Quelimane per lassemblea. Il funerale è stato imponente, con migliaia di persone.
Un particolare doloroso: il vescovo D. Bernardo, appena finito di seppellire il p. Antonio è partito per Macuse per celebrare il funerale di suo fratello, morto tragicamente nellattraversare un fiume.
Tutta la diocesi lo ha accompagnato con la preghiera e lamicizia.
In Corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.
Maputo, 6 giugno 1982
Caro Padre Dehon,
la lettera pastorale inviata dai vescovi del Mozambico a tutti noi missionari nel mese di maggio penso che rimarrà nella storia della chiesa del Mozambico. Essi ci hanno presentato un appassionato appello a dare tutta la nostra collaborazione per la promozione, accompagnamento e preparazione del clero diocesano. Giustamente sottolineano che la chiesa che i missionari hanno impiantato in Mozambico, con la loro predicazione e la loro dedicazione, non si potrà dire consolidata finché non disporrà di un numero sufficiente di sacerdoti nati in Mozambico, appartenenti al clero diocesano, perché questo presbiterio diocesano è il centro della pastorale parrocchiale e della cura danime.
Il desiderio di parlarti un po più dal di dentro delle cose, mi ha suggerito di venire qui a Maputo, per visitare il seminario maggiore interdiocesano, in cui noi sacerdoti del S.Cuore siamo impegnati in prima persona.
Sono arrivato a piedi al seminario, dalla nostra casa di Salvador Allende, che si trova nella stessa zona della città.
Ledificio è una casa di vari piani, situata in un viale alberato, con dormitori e stanze, cappella e refettorio, sala di studio ed un cortile dove i seminaristi possono fare la ricreazione.
Mi ha ricevuto il rettore, che è il nostro padre Tomé. Mi ha fatto visitare la casa, mi ha presentato alle persone che in quel momento della mattina erano libere e poi siamo andati a pregare un po in cappella. Alluscita siamo passati dal refettorio a prendere un caffé e a mangiare una fetta di dolce.
P.Tomé mi ha detto che i seminaristi sono 13 questanno e che uno di loro è il nostro fratello José Diomário Gonçalves, che i superiori hanno autorizzato a passare tra i chierici, come è ora permesso dal Diritto Canonico e dalle nostre Costituzioni.
Per i professori ci sono ancora difficoltà. La nostra congregazione ha messo a disposizione il p. Franco Massieri, che darà Sacra Scrittura.
Tra i seminaristi un gruppettino di tre o quattro ha manifestato il desiderio di entrare nel nostro Istituto. Per ora è un po prematuro: non siamo ancora preparati per affrontare questa reatà, ma la loro richiesta ha messo in moto i nostri superiori per dare una soluzione conveniente al più presto.
Questa notizia non me laspettavo e ti devo dire che mi ha fatto molto piacere. Penso che tu non sia del tutto estraneo allapparire di queste vocazioni: siamo o non siamo tutti tuoi figli?
Ed ora ti saluto a nome di tutti i confratelli di Maputo.
P.Anonimo s.c.j.
Coalane, 15 agosto 1982
Caro Padre Dehon,
il giorno di oggi è destinato a restare per sempre nella storia della Zambesia: i guerriglieri della Renamo, la resistenza Mozambicana, hanno occupato il distretto di Morrumbala. In questo modo la guerra ha attraversato il confine della nostra provincia ed ora la sofferenza ed i morti diventeranno la nostra realtà quotidiana.
Ti scrivo da Coalane, sede del catechistato della diocesi, dove mi trovo da una settimana, per partecipare ad un incontro di preghiera con un gruppo di padri, suore e laiche consacrate. La sede si presta bene per questi incontri: ci sono delle casette e poi cè una costruzione ampia che serve per gli incontri e la celebrazione della Messa. Abbiamo fatto una vita comunitaria, con la recita in coro di gran parte del breviario e commento di condivisione dei brani della scrittura che la chiesa ci fornisce abbondantemente nella liturgia eucaristica e delle ore. Un largo spazio è dedicato alla preghiera silenziosa di fronte allEucarestia.
Oggi abbiamo celebrato la messa solenne dellAssunta e, subito dopo la benedizione finale, mentre ci preparavamo per il pranzo di conclusione, in un ambiente di festa e di contentezza interiore molto grande, qualcuno, arrivato dalla città, ci ha portato la notizia delloccupazione di Morrumbala.
Ne siamo rimasti costernati, tanto piu che tra i partecipanti cerano due suore di quella missione. Come puoi ben capire comincia un modo nuovo di vivere, un modo di vivere che si mescolerà abbondantemente con il morire.
Ricordati di noi, padre Dehon! Abbiamo bisogno della tua intercessione, affinché questi giorni di dolore siano abbreviati.
In Corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.
Gurúè, 27 novembre 1982
Caro Padre Dehon,
da pochi giorni sè conclusa la nostra assemblea di fine danno qui nella casa provinciale del Gurúè. È stata unoccasione unica per riunire le notizie da tutte le missioni ed avere un quadro panoramico di quello che sta succedendo.
A metà settembre nella diocesi dInhambane sono stati rapiti cinque missionari della Consolata: quattro suore ed un padre, della missione di Muvamba. I guerriglieri li hanno fatti prigionieri e li hanno portati via con sè. La notizia è stata diffusa dalle radio straniere.
La prima novità, nelle nostre missioni, in ordine di tempo, è stata quella dellattacco della Renamo a Namarrói il 25 settembre. Hanno aspettato una data significativa per entrare a Namarrói: il 25 settembre è infatti la data dellinizio della lotta armata di liberazione contro il Portogallo ed è festa nazionale: la giornata delle Forze Armate. I guerriglieri sono entrati nella villa, hanno sparato a destra e sinistra ed hanno rubato parecchie cose come bottino di guerra. Non si sono però trattenuti. Il clima psicologico tuttavia è rimasto molto scosso e si respira unaria di grande insicurezza ed incertezza. I padri Madella e Manuel hanno deciso di restare, insieme alla popolazione.
A Mocubela un camion è saltato su una mina, quasi davanti alla nostra casa. La cabina è rimasta distrutta ed il conducente ha avuto lamputazione delle due gambe. Il p. Giovannino, lha subito soccorso e lo ha portato a Pebane, ma durante il viaggio il ferito è morto. Il fatto ha scosso tutti ed i padri di Pebane, Pezzotta e Carlessi, non se la sono sentita di venire alla riunione.
Durante la nostra assemblea i guerriglieri hanno assaltato una fabbrica del té ed hanno costretto i lavoratori a caricare per loro un abbondante bottino. Il giorno dopo siamo stati svegliati da colpi di bazooka e darmi da fuoco: un gruppo ha cercato di assaltare la casa di ferie del Presidente, ma la truppa della Frelimo li ha respinti.
Dalla diocesi è arrivata la notizia che il p. Francesco Monticchio, dei Cappuccini di Bari, parroco della cattedrale di Quelimane, non ha ricevuto il visto per rientrare in Mozambico. La conferenza episcopale si sta muovendo e ci sono speranze che la situazione si sblocchi.
Come puoi vedere, padre Dehon, la logica di guerra sta prendendo possesso della nostra realtà. Le strade sono poco sicure a causa delle mine, che si cominciano a sotterrare, per creare il panico e rendere difficili le comunicazioni. I nostri viaggi per visitare le varie comunità cristiane sparse nel territorio sono sempre più azzardati e difficili. Dobbiamo affidare la conduzione delle cose solo al padrone della messe, perché nessun altro potrà liberarci.
Ricordati di noi tutti, padre Dehon!
Tuo P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, 15 dicembre 1982
Caro Padre Dehon,
oggi il nostro vescovo Don Bernardo ha firmato la nomina del P.Emilio Giorgi a parroco della cattedrale. Tutte le pressioni e preghiere della Conferenza episcopale per far concedere il visto di ritorno al p. Monticchio sono naufragate ed è stato necessario scegliere un nuovo parroco. Padre Giorgi ha abbastanza esperienza di lavoro pastorale in parrocchia e tutti siamo convinti che farà molto bene. Resta però vuoto il suo posto di Segretario della pastorale della diocesi. Il padre Renato, che ha già consultato parecchi confratelli, ha presentato al vescovo il nome di padre Madella. La scelta non poteva essere più felice e dentro di pochi giorni il padre prenderà possesso del nuovo ufficio.
Approfitto della vicinanza del 1º gennaio, per mandarti gli auguri per il nuovo anno da parte di tutti noi residenti in Mozambico!
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, 25 marzo 1983
Caro Padre Dehon,
sono appena tornato dalla solenne concelebrazione col vescovo Dom Bernardo per lapertura dellAnno Santo della Redenzione. Come sempre, nelle feste solenni, la celebrazione della liturgia della Messa è molto partecipata e resa splendente da processioni a passo di danza, canti, cerimoniale solenne ed incensazioni.
Il vescovo, comè suo costume, ha iniziato lomelia in Chuabo e poi lha ripetuta in portoghese, perché tutti potessero capire nella lingua di miglior comprensione. LAnno Santo della redenzione è loccasione più propizia per celebrare la misericordia di Dio.
Il pensiero è corso alla situazione di guerra e di violenza che si vive un po dappertutto in Mozambico. Tutti abbiamo pregato perché questanno santo abbrevi, con la sua grazia di conversione, i giorni della guerra e le sofferenze di tanta gente, povera e semplice, indifesa di fronte alle prepotenze di chi ha unarma in mano.
Ti mando i saluti di tutti noi.
P.Anonimo s.c.j.
Quelimane, maggio 1983
Caro Padre dehon,
abbiamo appena terminato lassemblea annuale dei missionari. Oltre a discutere i temi propri dellincontro, questa è unoccasione unica per scambiarci le notizie e soprattutto per vederci in faccia. Nel passato si viaggiava molto e cera luso di non passare mai davanti ad una missione, senza fermarsi per dare un salutino e chiedere se avevano bisogno di qualcosa lá dove sera diretti. Ora però, non più; e tutti ne sentiamo la mancanza!
Largomento principe è ormai sempre quello della guerra. Ci si scambia notizie, voci, pericoli scampati. Molti di noi conoscevano le suore Mercedarie della missione di Charre, presso Mutarara, nella diocesi di Tete, che il 13 febbraio sono state rapite, perciò la preoccupazione per loro è sensibile. Le altre suore di Inhambane, della Consolata, rapite lanno scorso, sono state ril