A NDOUNGUÉ E DINTORNI
(Sangiorgio Mario)


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titoli

L’idea è di mio cugino Elia.
Nell’incontro di congedo con la parentela, mi ha provocato: "Perché non scrivi la tua vita? È facile: basta una paginetta ogni sera prima di andare a dormire".
Ho ascoltato il suggerimento.
Non ho scritto ogni sera; quello che manca sono le sere che non ho scritto; ma in compenso ho scritto anche dopo... aver dormito.
Non ho scritto la mia vita. Ma la vita che ho trovato qui in Camerun e che ho raccontato nelle lettere agli amici, ai gruppi di sostegno o nei brevi articoli per la stampa.
Mi trovo così in mano queste pagine, che non sono soltante mie, perché faccio parlare anche loro, gli amici, i simpatizzanti, i collaboratori.
Non è un libro sul Camerun. È una successione di flash, una raccolta di impressioni, è il racconto di incontri con persone, bambini e adulti, sani e malati, cristiani e non. Un piccolo mondo: il villaggio di Ndoungué e i dintorni.
Sono desideri e speranze: di meno povertà e malattie; di più vita e dignità, di più amore e solidarietà.
Non è la mia vita. È come una lettera un po’ più lunga, che scrivo agli amici, a tutti coloro che mi hanno accompagnato in questi primi sedici mesi di vita africana.
Per ringraziarli!

p. Mario Sangiorgio

 

 

NEI QUARTIERI E PER LE STRADE

LO CHEF

Domenica gli avevo chiesto di venire a trovarmi. Ed eccolo qui Bernard, il pomeriggio di questo martedì 20 febbraio 2001.

Bernard è lo chef di Ndoungué. Sono curioso di conoscere anzitutto la situazione generale del paese. Mi spiega allora con molta chiarezza che ognuna delle 10 province del Camerun, a cui presiede un governatore, si suddivide in dipartimenti, ognuno sotto la responsabilità di un prefetto, e ogni dipartimento comprende diverse circoscrizioni (arrondissement) cui presiede un sottoprefetto.

Mi interessava soprattutto raccogliere informazioni attendibili sul villaggio; quelle avute finora erano indicazioni molto vaghe e contrastanti. Sul numero degli abitanti, per esempio, chi mi aveva parlato di 10 mila, chi di 4 mila. Bernard, sindaco di Ndoungué (per dare un termine corrispondente italiano), precisa anzitutto che occorre distinguere. C’è un Ndoungué 1, ed è il villaggio degli autoctoni o originari del posto (questa località, queste terre) e i residenti sono circa 400-500; c’è Ndoungué 2, o Ndoungué centro, abitato da quanti si sono stabiliti qui nel corso delle migrazioni del secolo scorso e dai loro discendenti, non considerati quindi originari del posto.

Ma sono questi che fanno Ndoungué.

Quando pongo la domanda sui problemi più grossi e più urgenti del villaggio, dalla faccia del mio interlocutore capisco d’aver chiesto troppo fin dal mio primo incontro. Comunque, dopo una breve esitazione, Bernard pronuncia la parola che riassume tutto: chomage. Il problema è la disoccupazione, non c’è lavoro; l’attività nei campi è solo per l’autosostentamento e il piccolo commercio.

Prolunghiamo il discorso con l’accenno a qualche possibilità di rimedi e soluzione; ma avvertiamo tutti e due che stiamo percorrendo un sentiero difficile. Bisognerà rifletterci sopra adeguatamente.

Mi accorgo invece che Bernard è desideroso di aprire un altro squarcio sulla storia di Ndoungué.

Suo padre era cattolico, ma a quei tempi nel villaggio erano presenti solo istituzioni protestanti. Per ascoltare la messa alla domenica, suo padre si recava a piedi fino a Nkongsamba, 12 km. Gli venne l’ispirazione di costruire una piccola cappella vicino a casa.

Nacque così la possibilità di invitare il missionario per la celebrazione della messa e riunire i primi cattolici presenti sul posto. Poi, a metà degli anni cinquanta i dehoniani fecero l’acquisto di un terreno, e da allora ebbe inizio lo sviluppo della missione cattolica.

IL TRIBUNALE

Al pomeriggio del venerdì durante la quaresima invece della Messa si tiene la Via crucis. Al termine, chiedo a Isaïe di accompagnarmi alla casa dello chef per la via più breve. Di fatto mi conduce proprio davanti alla casa di Bernard, ma la strada è stata certamente la più lunga e così ho potuto conoscere altri quartieri del villaggio; oltre le solite case di legno questa volta ho notato alcune costruzioni in muratura. Il padrone di casa mi accompagna nel cortile, dove trovo radunato un gruppo di persone, schierate su due panche contro il muro: mi fa sapere che sono i membri del consiglio di tribunale, un vero tribunale che si riunisce periodicamente per giudicare e sentenziare sui casi di micriocriminalità. Con l’appoggio del tribunale, lo chef può esercitare un limitato potere giudiziario: infliggere multe o imporre ore di lavoro comunitario.

UNA CASA PER MOLTI INQUILINI

Mi aveva invitato già due volte nel pomeriggio di due venerdì quando era venuto alla chiesa per il servizio della Messa. Questa mattina, di ritorno dalla visita agli ammalati dell’ospedale, invece di prendere come al solito il sentiero di scorciatoia, rientravo per la strada asfaltata. Appena passata la casa dello chef Bernard, scorgo la faccia sorridente di Pierre: ci capiamo allo sguardo, ed eccomi a casa sua. È una delle poche case in muratura; si affaccia sulla strada principale, quella asfaltata. Dentro trovo un certo decoro: divano con poltrone, pavimento rivestito da parquet cartonato, la televisione. Casa sua, per modo di dire, perché quando incomincio la conversazione con il padrone di casa, vengo a sapere che Pierre non è suo figlio, ma è suo "petit frère", cioè figlio di suo fratello, morto anni fa a Douala, e mi indica alla parete la foto, un militare.

Il padrone è un giovane insegnante, che ogni giorno si fa un’ora e mezzo di strada a piedi per recarsi al collegio al villaggio di Manengouba, e altrettanto per il ritorno; me lo conferma anche un amico, un collega che arriva in casa proprio in questo momento. Compaiono poi anche la moglie e i due piccolini.

Anche due giorni fa, il pomeriggio dell’Ascensione, facendo visita alla casa di Barbara, vengo a conoscere che sono undici in casa: oltre ai genitori e ai quattro figli (Victoire Barbara, Sinthia, Frik e Symphorien), c’è la nonna e i figli di una zia.

La casa diventa l’abitazione della famiglia "grande", quella che si allarga ai figli di fratelli o sorelle dei genitori. Nelle settimane scorse ho già incontrato ragazzi e giovanotti che vivono nella casa di zii o zie.

MIO FRATELLO

Poichè mancavano, si era deciso di provvedere alla costruzione di servizi igienici a uso della scuola e della chiesa. Quando lo viene a sapere, Isaïe mi dice: "C’è mio fratello, che è specialista per questi lavori". Si tratta di scavare una fossa, profonda cinque o sei metri, larga un metro - un metro e mezzo e lunga due o più metri in base al numero dei... clienti.

Qualche giorno dopo Isaïe si presenta, accompagnato da un vecchietto che si appoggia al bastone, ed è un bianco, o meglio un albino. Non faccio domande, anche se non riesco a spiegarmi il fratello "bianco" di Isaïe che è nero. Il vecchietto si rivelerà un esperto del mestiere: è lui che scava, che misura, che dà ordini ai due aiutanti.

Qualche giorno fa Albert mi spiega che il fratello di Isaïe non è altro che un suo compaesano, una persona dello stesso villaggio.

Basile è qui al Noviziato come postulante. Ha 29 anni, è un giovane serio, laborioso. Un giorno viene a visitarmi e mi presenta "suo fratello" seminarista. Faccio complimenti, congratulazioni per la sua scelta e auguri per i suoi studi. Anzi, dato che è suo fratello, gli passo anche un regalo: un dizionario inglese francese, che avevo comprato da poco tempo. Passa qualche settimana, Basile viene nuovamente a parlarmi e questa volta mi fa la storia della sua famiglia. Gli chiedo:

"E tuo fratello seminarista? ".
"Non è mio fratello, della stessa famiglia; è un vicino di casa".
Quanti fratelli hanno i camerunesi?

LA MORTE DEL MARITO E DELLA VEDOVA

La tradizione non è uguale per tutti. Ma qui a Ndoungué è avvenuto così.

Alla morte di X, grande celebrazione, secondo il programma stampato per l’occasione. X era morto da alcuni giorni; ma occorre dare ai parenti e agli amici lontani il tempo necessario per essere informati e arrivare al posto. Tra l’altro, aumentano anche le spese: per la conservazione del cadavere alla cella mortuaria e conseguente trasporto. Ma per il caro estinto si fa questo e altro.

Per il defunto, di confessione protestante, il rito è stato celebrato dal pastore della chiesa evangelica. Ma poiché tre dei cinque figli sono cattolici, mi hanno chiesto la messa che ho celebrato davanti alla casa, come si usa in questi casi.

Terminata la celebrazione, entro in casa per dare le condoglianze alla vedova e per due volte, ignaro degli usi, tendo la mano per salutare. Al secondo rifiuto, capisco d’aver preso un bel granchio funebre. Non si deve, fino a quando la vedova avrà terminato le settimane del lutto.

Durante queste settimane, la vedova è reclusa in casa. Può recarsi al campo, ma solo per raccogliere il necessario per il vitto. Solo a termine del tempo prescritto (in questo caso, tre mesi), solo allora si scatena una gran festa per la vedova, che finalmente può tornare in vita e ritornare in società.

TROPPO GRANDE O TROPPO GIOVANE?

Quando l’ho incontrata ieri mi sono fermato e l’ho guardata bene in viso per rassicurarmi che fosse lei. Per rassicurami, faccio il suo nome, mi risponde di sì.

"E il bambino che hai in braccio è tuo?"

"Sì!"

Nei primi mesi dal mio arrivo, la vedevo alla domenica che distribuiva ai chierichetti i turni di servizio. Troppo grande, pensavo, rispetto a tutta la truppa dei chierichetti; ma con qualche anno in più rispetto a loro, serviva a farsi rispettare.

Poi improvvisamente era scomparsa: non la si vedeva né in chiesa né in sacrestia. Tanto che un po’ di tempo dopo, incontrandola, le avevo chiesto per quale motivo avesse lasciato bruscamente il servizio e mi ero fatto premura di esortarla a non abbandonare la messa.

Ieri, rivedendola con un bambino suo, in braccio, mi era sembrata troppo giovane per essere mamma. Tornavo dall’ospedale, e alla piazzetta del mercato era sbucata fuori da un viottolo laterale; forse deliberatamente per farsi incontrare e dire la novità: qui da ogni angolo ti vedono subito.

UN POMERIGGIO

Il cortiletto a fianco alla chiesa alle origini deve essere stato pensato come un piccolo giardino, quasi come un piacevole ingresso alla casa di Dio. Adesso riesce proprio a malapena a tradire questa intenzione, non è proprio un bel vedere. Pensavo di incaricare qualche adulto per impegnarlo in un lavoro di riordino; ne avevo parlato anche con Isaia, il catechista.

Ieri, arrivato alla chiesa, avevo preso una saggina e avevo incominciato a pulire. Immmediatamente un gruppo di ragazzini si è precipitato nel cortiletto, una bambina mi ha tolto di mano la scopa: "je veux balayer" mi dice, voglio scopare. Poi tutta la squadriglia mi aiuta a far pulizia nel giardino. E cercavo l’aiuto degli adulti!

Altre volte avevo visto un gruppo di ragazzi giocare al pallone sul campetto sull’altro lato della chiesa. Ieri a giocare i gruppi erano tre, su tre spazi diversi. E davanti alla chiesa il gruppo delle ragazze, intente ai loro giochi. Soli, abbandonati.

Ho rivisto i nostri oratori della Brianza, centri per l’accoglienza e la formazione umana della gioventù. Sarà possibile avviare anche qui un minimo di strutture per la gioventù? e soprattutto preparare qualche volontario per impegnarsi in questa attività formativa?

IN VACANZA

Luglio e agosto sono due mesi di ferie anche per i ragazzi del Camerun, con un vantaggio sui loro coetanei d’Italia: hanno le ferie gratuite. E il sistema è molto semplice. Tutte le famiglie hanno parentela varia sparsa nei diversi villaggi o nelle grosse città: una famiglia di qui va dagli zii di là; quelli di là vengono qui; e per la spesa tutto è risolto; ma sono specialmente quelli di qui che vanno alla città di Douala. Il sistema in Italia non funzionerebbe, sia perché il commercio turistico andrebbe in fallimento, sia perché mancano... gli zii alla spiaggia o ai monti.

CAFFÈ AMARO

Quanto costa un "espresso" al bar?

Nei bei tempi andati, negli anni 1984-85 il caffé di questa zona era una ricchezza. 66 mila ettari di coltivazione davano 60 mila tonellate di caffé, la metà circa della produzione nazionale. Il lavoro agricolo costituiva l’attività principale del 90% della popolazione del Moungo, il dipartimento o provincia cui appartiene anche Ndoungué.

Allora un sacco di caffé si pagava la bellezza di 25-30 mila franchi. Oggi -leggo sui giornali- un sacco di 70 kg lo pagano a 6.500 franchi (contro i 10 mila franchi che occcorrono per un sacco di concime).

Per questo tutti i contadini rinviano la vendita del caffé, nell’attesa e nella speranza che il prezzo aumenti. La speranza non va del tutto delusa: Thomas Gadom mi dice che adesso (maggio 2002) il sacco di caffé si vende a 11 mila franchi. Ma David Nkongo, per poter pagare la retta dei suoi figli alla scuola media ed evitare che siano allontanati dalla scuola, ha dovuro venedere subito, a 6 mila franchi.

Quello che vent’anni fa era la ricchezza della zona ora è diventato povertà. È specialmente per questo che la popolazione è precipitata nella povertà.

Quanto costa un espresso al bar?

A MARZO: SCHIENE CURVE

Per gli Ebrei era il primo mese dell’anno; lo è anche per il Camerun. Non sul calendario, ma è scritto nel cielo e sulla terra. È in questo mese che finisce la stagione secca; la stagione delle piogge non è ancora incominciata; ma i primi temporali e i primi acquazzoni ne annunciano l’arrrivo.

A dicembre c’è stata la raccolta del caffé; a gennaio l’hanno fatto seccare nello spiazzo davanti alla casa, a febbraio dovrebbero incominciare la vendita, ma il prezzo troppo basso la fa ritardare.

Con la fine della stagione secca scompare anche il prodotto nazionale numero due: la polvere delle strade. Con grande beneficio della salute pubblica!

Le prime piogge di marzo segnano la ripresa dei lavori nei campi: la terra ora si presta al lavoro della zappa (l‘aratro non esiste; il trattore lo si conosce dalla pubblicità). Vengono propizie anche le vacanze scolastiche pasquali. Tutta la famiglia è nei campi a tracciare i solchi per la semina: danno l’esempio i grandi, imparano presto i piccoli, anche i più piccoli. Si vedono bambini di tre-quattro anni che curvano la schiena come i loro fratelli maggiori e i genitori. Un bravo regista potrebbe trarne un film stupendo, l’epopea della zappa!

APERTA A TUTTI

10 ottobre. Questo pomeriggio ho visitato una famiglia. Arrivando nella vicinanza della casa, un nugolo di ragazzi del vicinato, seminudi, mi si è aggiunto ed è entrato con la più grande naturalezza come se fosse casa loro e con la più grande naturalezza si sono accomodati, ricevendo poi anche da mangiare (igname, una delle qualità di patate di qui). Il padre è cieco, la madre deve arrabbattarsi con quattro bambini; il secondo era venuto a prelevarmi. La casa, una miseria completa: la tettoia e le pareti mancano di qualche pezzo. In un paese di sole splendente mi meravigliavo della tosse e dei raffreddori dei bambini. Non è che manchi il sole; mancano le assi alle pareti e la lamiera al tetto.

 

 

A SCUOLA

BARBARA

Anche il pomeriggio di questo venerdì 16 febbraio, al servizio della messa c’è la ragazzina dell’altra settimana. Alle 16.10 è già lì che aspetta; poi, quando la sacrestia è aperta, è lei che prepara tutto, accuratamente, e nel servizio liturgico è attenta e diligente. Al termine della celebrazione, le chiedo di scrivere il suo nome, e lo scrive correttamente: Victoire Barbara.

Di ritorno dalla chiesa, sul sentiero malconcio, le chiedo della famiglia. A casa, dice, con i genitori ci sono una sorella e due altri fratelli.

- Quanti anni hai?

- Undici.

- Allora, sei la più piccola?

- No, sono la maggiore; gli altri sono di 9, 7 e 4 anni.

- Che classe fai?

- Cours moyen 1, la nostra quinta elementare. Ma mi hanno cacciato dalla scuola.

Dalla faccia e dal tono della voce si intuisce la sua umiliazione e il suo dispiacere.

- I tuoi non hanno versato l’ultima rata - commento.

- Sì, non l’hanno ancora pagata.

La risposta mi ripropone il problema degli alunni allontanati dalla scuola perché la famiglia non ha versato una rata della quota annuale.

Il lunedì seguente racconto ai maestri il dialogo con Barbara. Appena faccio il nome di Victoire Barbara, direttore ed insegnante mi dicono: "Barbara è a scuola!"

Il colloquio sul sentiero era stato utile: i soldi per la terza rata c’erano.

Ma si cerca di rinviare il più possibile con un’infondata speranza: Chissà, questa volta forse non si paga; non si sa mai".

SETTIMANA CORTA, ORARIO LUNGO

A quando risalga l’introduzione della settimana corta qui in Camerun, non lo so ancora, perché non è cosa abituale documentarsi e tanto meno ottenere informazioni esatte. Ma al sabato non c’è scuola: i ragazzi sono liberi di andare a giocare, o meglio a lavorare nei campi, in aiuto alla famiglia.

La giornata scolastica però, anche per i più piccoli, non è per niente leggera. Si sta a scuola per 7 ore: in classe, dalle 7.30 alle 9.45, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 12.30 alle 14.30. Immagino che le ultime due ore, per ragazzi dai 6 ai 12 anni, non siano proprio l’ideale per l’apprendimento. Ma tant’è: alle 14.30 la giornata lavorativa del personale amministrativo deve finire, e infatti, per pari opportunità, finisce in tutto il Camerun. Eppure quando passo vicino alla aule, non sento parlare o disturbare; mi avvicino alle finestre: i ragazzi stanno chini sui quaderni, al lavoro. E in aula gli alunni sono numerosi: per ognuna delle prime quattro classi si va da un minimo di 45 a 62; negli ultimi due scendono a una quarantina. (Ma mi fanno sapere che ci sono scuole con classi da 80 e più alunni)

È chiaro che la vivacità trattenuta per le lunghe ore esploda poi nei due intervalli: dalle 9.45 alle 10.00 e dalle 12.00 alle 12.30: i ragazzi li vedi impegnati sul campo di pallone adiacente alla chiesa, e le ragazze intente ai giochi di danza e salti entro i cerchi tracciati sul terreno.

Quest’anno 2001-2002 la scuola termina alle 15.00; ma in compenso, al mercoledì si finisce a mezzogiorno.

SETTE MAESTRI + UNO

L’avevo chiesto io: avremmo iniziato l’incontro con un piccolo "pranzo". Infatti il pomeriggio di giovedì 1° marzo, nella saletta delle riunioni, Cécile e Marie stanno preparando la tavola: un piatto, una forchetta e un bicchiere (non c’è bisogno di tovaglia, perché si tratta di un pasto feriale e poi, a dire il vero, non c’è perché non è un articolo da arredamento scolastico). Nella zuppiera più larga, grossi pezzi di cus-cus, e mi spiegano che è farina di mais: ha colore e sapore della nostra polenta; nell’altra zuppiera banane cotte e igname, che è una patata massicia non farinosa. Da bere, pompelmo in una bottiglia e rafia in un bidoncino di plastica. Blaise Pascal, il direttore, Luc e Jean Pierre, Michel, Bernard, Pauline e il sottoscritto, tutti ci diamo da fare per onorare sia le cuoche che hanno preparato, Cécile e Marie, sia l’appetito, che ha aspettato. Cécile da solista, bella voce, esegue un canto e, stringendomi prima le braccia e poi le gambe, mi augura forza e salute.

Dopo questa salutare e corposa introduzione, faccio loro due semplici dichiarazioni: la loro funzione come insegnanti è molto importante perché si tratta di dare ai bambini una vera formazione umana, con l’istruzione e l’educazione aiutarli a crescere come uomini; da loro inoltre mi attendo un aiuto di informazioni e di consigli per una azione comune di educazione: non intendo fare da solo, ma agire con loro.

Si vede che sono riuscito a farmi capire, perché fanno subito alcuni interventi. Mi chiedono di assicurare loro un incontro di formazione religiosa, almeno una volta al mese. Mi domandano, per le loro abitazioni, di poter sostituire le assi marce con quelle che stiamo recuperando nei lavori di rifacimento alla nostra scuola.

Poi Marie mi segnala che ci sono alcuni casi di epilessia tra gli scolari e che le famiglie non si interessano perché non hanno mezzi. Chiedo se all’ospedale protestante del villaggio ci sono possibilità di intervento: si informeranno, e poi decideremo cosa fare.

Quando chiudiamo l’incontro e la sala, andiamo a curiosare sul cantiere dei lavori: una decina di operai dell’impresa Pascal Azawoung sta lavorando alla costruzione delle prime due aule. Sulla strada di ritorno, Marie mi chiede di andare a vedere la sua casa. Saliamo per un sentiero stretto, in mezzo a piantagioni di caffè; a un certo punto mi segnala l’abitazione di Victoire Barbara, ma la ragazza non c’è.

Quando giungiamo alla casa di Marie, mi tocca constatare che veramente asse marce ce n’è. Nel frattempo è arrivato suo figlio Dieudonné: frequenta la "cinquième", cioè il secondo anno della scuola media-superiore, ogni giorno va a piedi fino a Eboné, 6 km l’andata, 6 il ritorno. Rientro anch’io a casa: pochi minuti di strada a piedi.

LE CINQUE SORELLE

Non sono compagnie petrolifere del Camerun. Chiamo con questo nome le cinque costruzioni scolastiche della nostra parrocchia di Ndoungué.

Sono dieci aule, con la capacità globale di 400-500 scolari. Le hanno costruite vent’anni fa, al tempo che p. André Conrath era parroco del posto. Le hanno costruite appena al disotto del paese. Le hanno costruite in legno, come in legno è la gran parte delle case del paese e dei dintorni. Perché il legno qui è forte, resistente e le foreste abbondano in tutta la regione. Dicono inoltre che la sabbia del posto non è molto buona per le costruzioni. Ma vent’anni di sole e venti stagioni di piogge lasciano il segno anche sul legno duro e forte della foresta.

Avevano chiesto due paia di milioni di lire per tappare i buchi e per una rinfrescatina di colore alle cinque sorelle.

La generosità degli offerenti di Lippstadt (Germania) e di Biassono (Milano) ha portato alla convinzione che le cinque sorelle, invece che abbellite, potevano essere ricostruite in solido (en dur, come si dice qui in francese): ossia cemento al posto del legno.

E così dalla fine di febbraio, gli operai dell’impresa del sig. Pascal Azawoung, di Nkongsamba, sono stati impegnati nel rifacimento delle prime due sorelle. Avevano appena terminato i lavori del primo edificio, gli scolari erano entrati solo da due giorni nelle due aule rifatte della prima sorella, quando il mercoledì 25 aprile un uragano le metteva a k.o. spazzando via il tetto, per fortuna senza danni alle persone. È stato quindi necessario un supplemento di spesa e, al posto delle vecchie lamiere, ecco quelle nuove, acquistate a Douala.

Adesso l’impresa ha portato a termine anche il rifacimento della seconda sorella, quella più vicina alla chiesa della parrocchia; ci sarà anche l’impianto elettrico, dato che le due aule potrebbbero servire come sale parrocchiali. Le altre sorelle si accontentino della luce solare, perché la scuola si fa di giorno, e si risparmia perché la ditta "Sole" non manda bollette da pagare.

Le altre tre sorelle di legno sono un po’ invidiose della fortuna delle due sorelle maggiori. Hanno capito che per l’inizio del nuovo anno scolastico, a settembre, non c’è nient’altro da fare che aspettare e sospirare. Io ho spiegato loro che in una parte di questo mondo (e ho detto loro nome e cognome del luogo preciso: Lippstadt e Pradalunga) si stanno dando da fare per assicurare loro la stessa sorte delle sorelle maggiori. Pare che si siano convinte, ma ci si accorge che ci stanno male.

L’attenzione alla cinque sorelle di Ndoungué non deve sembrare una preferenza immotivata.

Nel villaggio ci sono altre scuole primarie: quella pubblica a Ndoungué villaggio e quella protestante.

La scuola privata (le scuole delle parrocchie o della diocesi sono private) comporta per le famiglie costi superiori a quelli della scuola pubblica.

Gli insegnanti non sono sicuri di un mensile garantito per nove mesi (è un vero handicap).

Un discreto numero di famiglie sono pigre nel pagare la quota d’iscrizione (7.500 franchi camerunesi, meno di 25 mila lire). Con questa situazione, per la scuola privata, anche per quella cattolica, si prospetta un futuro non facile. Perciò tutto quello che si può fare per questa scuola serve per la formazione della persona umana, per il futuro del paese.

Tutto quello che i cristiani possono fare per una scuola migliore, riveste anche il valore di preevangelizzazione. La nostra scuola è frequentata anche da molti alunni non cattolici, non battezzati; c’è anche qualche musulmano.

Il rifacimento in muratura delle cinque sorelle a Ndoungué è per una scuola migliore. Certo non basteranno i muri nuovi, per una scuola migliore. Infatti i risultati di quest’anno scolastico non sono per nulla encomiabili: la media di promossi è di poco superiore al 50%, ma in due classi è addirittura inferiore. Sarà quindi necessario creare una mentalità nuova: nelle famiglie, negli insegnanti, nella società in genere.

Il rifacimento delle cinque sorelle è anche un invito, una provocazione in questo senso. Dopo il sostegno degli amici dall’estero, adesso occorre che la provocazione venga raccolta qui all’interno, con vero senso di responsabilità di tutti, famiglie e scolari.

ZAPPA, MAIS E QUADERNI

Sul pendio che, dallo spiazzo antistante la scuola, scende verso il torrente, gli scolari del CM2, zappa alla mano, stanno dissodando il terreno per predisporlo alla semina. È martedì, è il loro turno, due ore di lavoro. Giovedì tocca agli alunni del CM1 e del CE2. Il venerdì è la volta dei più piccoli del CE1 e del corso preparatorio, che impareranno... il mestiere.

L’acqua dei primi giorni di marzo preannuncia l’avvicinarsi della stagione delle piogge; si deve seminare in tempo, per godere il beneficio di tutta la forza dell’acqua.

Il mattino di San Giuseppe, 19 marzo, il direttore della scuola mi mostra il risultato del lavoro compiuto nelle ultime settimane: il declivio è tutto seminato a mais.

"Poi, chiedo curioso, cosa succede? Il risultato a chi va?"

"Il raccolto viene venduto e il guadagno va a beneficio della scuola, per regalo di materiale scolastico agli alunni". Il ciclo è completo: zappa, acqua, mais e... quaderni. All’inizio e alla fine del ciclo: gli alunni di Ndoungué.

LIBRI... POCHI

In preparazione all’anno prossimo, per avere un’idea della dotazione dei libri di scuola chiedo agli insegnanti di documentarsi. Il 22 maggio 4 maestri mi danno il risultato della ricerca.

Cours préparatoire. Alunni 46, dovrebbero avere 4 libri ciascuno. Situazione: 26 hanno il libro di lettura (francese), 5 il testo di matematica; per la lingua inglese e per le scienze, nessuno ha il testo.

Cours élémentaire 1. Scolari 49, libri prescritti 4. Situazione: francese 36 scolari, matematica 17, scienze 2, inglese 2.

Cours élémentaire 2. Alunni 71, testi prescritti 5. Situazione. Hanno il testo di francese 33 scolari, il testo di matematica 13 scolari, il libro di inglese 4 scolari.

Cours moyen 2. 62 scolari. Testi previsti 8. Situazione: 62 hanno il libro di francese, 23 quello di matematica, 5 quello di inglese, 16 quello di scienze. Gli altri quattro libri sono un sogno.

8 GIUGNO

Mi avevano detto: "Alle 8.00!". E infatti sulla strada e sul sentiero vedo che a frotte gli scolari stanno affrettandosi alla scuola. Non mancano i ritardatari. Le classi si radunano nello spiazzo davanti alle aule, ognuna con a fianco il proprio insegnante. Sono venuti anche alcuni genitori. Poco prima delle 8 e mezzo, il direttore, Blaise Pascal, tiene il discorso d’occasione: consegnerà le pagelle, non tutti sono promossi, l’anno prossimo sarà obbligatorio avere almeno 4 libri, durante le vacanze gli scolari vengano alla messa. Segue il canto dell’inno nazionale e inizia la distribuzione: i 5 migliori classificati ricevono un premio: un quaderno e una penna! Quando l’adunata viene sciolta, non tutti sono allegri.

UNA CASA, DUE SORELLE, MOLTI SCOLARI

Nuovo anno scolastico: 2001-2002. È il secondo giorno di scuola effettivo, oggi martedì 18 settembre.

In due giorni è la seconda volta che la incontro, Rose, 32 anni. La prima volta ieri: mentre tornavo dalla visita ai maestri l’ho incrociata sul sentiero che porta alla scuola e alla chiesa. Mi ha salutato e s’intuiva che voleva parlarmi: stava andando dal direttore, mi dice, per pagare la quota d’iscrizione di quattro suoi bambini (e il quinto è in arrivo, come si vede dalla curva del vestito sul ventre). La seconda volta, questa mattina, mentre vengo dalla visita di un’ammalata: sta tornando a casa con sulla testa il carico della cesta dei panni appena lavati al torrente. Ancora lo sguardo d’ieri per dirmi qualcosa e mi conferma infatti d’avere pagato ieri l’iscrizione dei quattro figli: in totale, dieci mila franchi. A novembre e a gennaio dovrà sborsare le due quote di frequenza: in totale altri 28 mila franchi.

La sua casa è vicina; decido di andare a vederla. Quando passavo sul sentiero che porta verso l’ospedale, i suoi ragazzi mi chiamavano e salutavano a gran voce "Bonjour, Père Mario"; rispondevo, agitavo la mano per il saluto, ma non ero ancora entrato a casa loro.

"A casa loro"... sarà meglio dire: abitazione, tugurio, rifugio. È la prima a destra sul sentiero che sale verso l’ospedale. Davanti alla due stanze che compongono l’abitazione c’è uno spazio coperto dal tetto in lamiera e aperto sui tre lati. Rose mi dice d’aver chiesto del legname, delle assi per un riparo chiudendo uno o due dei tre lati aperti. Inutilmente.

Quando arrivo trovo anche la sorella, Jacqueline, più piccola di statura ma maggiore di età: 35 anni. È con due bei marmocchi; ma ne ne ha altri cinque: tre alla nostra scuola, e due alla scuola del collegio protestante. Jacqueline è malata, è qui dalla sorella a Ndoungué, ma abita a Douala, dove ritornerà con i due piccoli. Gli altri cinque rimarranno qui nel tugurio di Rose per frequentare la scuola. In totale con Rose, nel suo tugurio, ci sono 9 ragazzi, 9 scolari.

Mi faccio coraggio e chiedo di vedere le due stanze. In quella dei ragazzi, un grande letto, e qualche masserizia; nell’altra due giacigli per le donne e i due piccoli.

Ero stato già in qualche altra casa per una visita alle famiglie e, pur nella limitatezza, avevo trovato anche del decoro. Ma qui nel tugurio di Rose c’é solo un riparo per la notte e un... atrio per il giorno.

Rose è rimasta orfana a circa dieci anni; con la morte del marito, ora è vedova. Vedova con 9 scolari: quattro suoi, cinque della sorella. Non l’ho sentita lamentarsi, non l’ho vista triste. Nei due incontri sulla strada era sorridente. Il sorriso della maternità? o la fiducia nel Signore?

SCUOLA DUEMILA

Anche qui in Camerun le scuole riaprono a settembre: la rentrée è fissata, come in Francia, a settembre, per ogni ordine di scuola.

Le iscrizioni alla nostra scuola erano aperte già da mercoledì 5 settembre.Venerdì sera chiedo a Blaise, il direttore:

"Quante iscrizioni finora?"

"Quattro! "

In tre giorni quattro iscrizioni!

Oggi, lunedì10 settembre 2001, è il primo giorno di scuola. Vado a curiosare per vedere l’affluenza degli alunni nelle aule: deserto assoluto! In una sala della direzione ci sono gli insegnanti, arriva un papà con due figli per l’iscrizione.

Fuori, due gruppetti di alunni: non sono allegri, manca anche la compagnia.

Anche i maestri non sono allegri: per la paga di maggio e giugno aspettano ancora la sovvenzione statale. Roba da scioperare per... due anni di seguito.

Ma alla terza settimana, ecco la sorpresa: tutti a scuola, a frotte, anche senza le iscrizioni.

Alla nostra scuola, la seconda settimana (10-15 settembre) gli iscritti erano 24. Il lunedì della terza settimana (17 settembre) c’erano 294 scolari. Naturalmente non hanno ancora pagato l’iscrizione, c’è tempo fino al 31 ottobre. Solo allora, se non avranno pagato, gli scolari verranno allontanati dalla scuola.

In queste settimane sono stato assalito da richieste di aiuto per l’iscrizione alla scuola, anche da persone rispettabili. Sulla loro bocca c’è sempre l’affermazione: Je n’ai pas d’argent. È così, ma forse dovrò tenere un corso d’aggionamento sul concetto e sulla realtà del "rispamio".

Il totale dei tre versamenti (a settembre, novembre e gennaio), previsti per la frequenza alle scuole parrocchiali della nostra zona, quest’anno è di 9.500 franchi, circa 28 mila lire. Non sarebbe moltissimo. Ma chi ha più bambini alla scuola elementare e magari qualcuno alla scuola media, presso un istituto privato, incomincia ad avere problemi; e alla scuola media privata le cifre della "pension" suonano diversamente e cioè da un minimo di 50 mila franchi in su. Senza contare le spese per il materiale scolastico, libri e quaderni: e i quaderni alle scuole superiori vanno... di moda: ne occorre una dozzina e tutti di grosso taglio: 300-400 pagine. Dimenticavo: occorre "la tenue", cioè la divisa: ogni scuola ha d’obbligo la sua divisa. Facevo notare a un sacerdote camerunese, p. David, che alle famiglie si poteva risparmiare questa spesa, forse superflua; mi ha fatto sapere che "la tenue" è stata introdotta d’obbligo dallo Stato per ovviare a un inconveniente sociale: i ricchi, a scuola, sfoggiavano sfacciatamente la loro abbondanza, mentre i poveri vestivano da straccioni; e così ora i poveri, per essere uguali ai ricchi, almeno nella "tenue", sono costretti a una spesa supplementare: sono gli scherzi della povertà.

Paese che vai, scuola che trovi. La scuola del Camerun è questa: tutti a scuola, pochi libri, molti quaderni, moltissimi, ma con "la tenue"..

La scuola, come anche l’ospedale e tutte le strutture statali, sono una fonte di guadagno, si potrebbe quasi dire una fabbrica di soldi, sia per lo stato che per l’iniziativa privata.

Il paese, se si eccettua la città di Douala e pochi altri centri minori, non ha uno sviluppo industriale e commerciale tale da impiegare una forza significativa di manodopera. La gran parte della popolazione si limita al piccolo commercio locale o tenta di accaparrarsi un posto negli impieghi statali e parastatali. Si spiega anche per questo l’alta affluenza alle scuole.

Mancano le condizioni per una scuola di qualità. L’impegno della gente, che vuole la scuola per i figli, meriterebbe di più.

Con gli aiuti che mi vengono dall’Italia e dalla Germania sto facendo qualcosa, come pagare la retta di uno scolaro per le famiglie che ne hanno iscritti quattro o ricostruire in muratura gli edifici scolastici in legno. È poco rispetto al bisogno, ma bisogna pure incominciare!

 

DENTRO E FUORI L’OSPEDALE

SOSPESA LA CURA

Michel è maestro al CE2 (Cours elmentaire 2, la nostra quarta elementare). Il 5 marzo viene ricoverato all’ospedale qui a Ndoungué; il giorno dopo subisce l’intervento per ernia: costo 50 mila franchi e, per la degenza, 45.500 franchi. All’ospedale è costretta anche la moglie, che il giorno 8 viene operata di una ciste alla spalla destra, costo 28.500 franchi più le spese di degenza, 24.300 franchi. Riescono a sborsare 100 mila franchi; ma all’ospedale gli sospendono le cure di medicazione a motivo del debito di 48.300 franchi.

A MEZZOGIORNO

13 aprile, mi trovo all’ospedale per la confessione di un’ammalata. Ho una conversazione con Blaise, infermiere addetto al reparto di oftalmogia, un giovane piccoletto e sempre allegro. Riferendosi a un ammalato, Moïse, che mi aveva mostrato un’ ecografia, mi fa sapere che viene da Douala, che è solo, i suoi lo hanno abbandonato, che non ha mezzi per sostenersi. Chiedo a Blaise se non ci siano associazioni o organismi che provvedano a queste situazioni. "Una volta c’erano" mi risponde e mi conferma che all’ospedale sono numerose le persone senza mezzi: non possono fare la cura prescritta e, a mezzogiorno, all’ora dei pasti, aspettano che qualche vicino offra loro una porzione di quello che c’è sul piatto.

Siamo nel terzo millennio.

I PRIGIONIERI

All’ospedale in genere si va o perché si è ammalati o per far visita agli ammalati. Solo al reparto della maternità si va perché qualche ammalata è tanto sana che dà vita alla prole.

E dall’ospedale si esce quando la cura è finita: in genere, per tornare a casa o al lavoro dei campi; a volte capita che si esce per andare da un’altra parte, al camposanto.

Ma non mi era ancora capitato di andare all’ospedale per far visita ai... carcerati, i "prisonniers", come li chiamano qui; di solito i carcerati alloggiano in prigione. Qui invece si tratta di carcerati di un genere particolare: "i prigionieri dell’ospedale". Ci sono sempre stati i prigionieri di guerra; oggi ci sono anche i "prigionieri della sanità".

Capita anche all’ospedale di Ndoungué.

Me lo raccontava Joseph domenica 15 luglio, dopo la messa. Joseph è il responsabile del reparto di pediatria, è cattolico. L’avevo conosciuto in occasione di una mia visita all’ospedale, dove mi ero recato per dare la somma necessaria per una trasfusione di sangue a un bambino in pericolo di morte. Non avevo fatto a tempo, il bambino era già morto, perché, mi spiegava Joseph, all’ospedale l’avevano portato troppo tardi.

La domenica 15 luglio Joseph viene alla messa per farmi presente una situazione. Nel suo reparto, al momento, ci sono tre ammalati, tre ragazzi, che non possono lasciare l’ospedale, perché non hanno pagato e non sono in grado di pagare. Qui la regola è molto semplice: chi non paga, non esce, rimane "prigioniero" dell’ospedale; in più si devono aggiungere 200 franchi come diaria: sono le nostre vecchie 600 lire: una miseria, ma un capitale per un prigioniero d’ospedale. Naturalmente "i prigionieri" devono anche arrangiarsi per procurarsi da mangiare e Joseph si è preso a carico due di loro. Capita anche che da questo "carcere" speciale, come del resto dagli altri, alcuni tentano la fuga; ma mi dicono che c’è anche un servizio addetto al recupero dei fuggitivi: sono prigionieri, non devono lasciare la prigione dell’ospedale.

Al colloquio di domenica erano presenti il capo del villaggio, Bernard, e il presidente del consiglio parrocchiale, Vincent Nono. Getto lì l’idea che il consiglio parrocchiale dovrà farsi carico di queste situazioni di povertà, che bisognerà fondare una "cassa di solidarietà", per i poveri, per gli ammalati.

Bisognerà! Ma intanto? Rimane la speranza che qualcuno voglia praticare questa nuova opera di misericordia corporale: dare da mangiare... "ai prigionieri dell’ospedale". Meglio ancora se a questo "qualcuno" viene la bella idea di un’offerta per tirarli fuori da questa prigione.

30 luglio 2001. Nell’ospedale di Ndoungué "i prigionieri" sono quindici.

LA MADRE DI PAULINE

Alla fine della messa, mi si avvicina Pauline, un’insegnante della nostra scuola, per dirmi che sua madre è malata e ha chiesto di ricevere l’unzione degli infermi. Il martedì seguente viene una ragazzina, Tatiana, per accompagnarmi alla abitazione di Pauline; Tatiana era appena uscita di casa che l’aveva sorpresa un acquazzone, mi si presenta tutta fradicia. Per straducole, rese fangose dalla pioggia recente, seguo Tatiana e arrivo in un cortile tutto chiuso da abitazioni; Pauline mi introduce in casa, e trovo lo scenario solito: l’ingresso è una stanza buia, disadorna, l’ammalata è raggomitolata in una coperta ed è distesa su un letto senza lenzuola . Dopo la celebrazione del rito, mi trattengo per una conversazione. Pauline ha ritirato la madre dall’ospedale di Ndoungué, perché la degenza costa troppo; la porterà all’ospedale di Bafang, dove la spesa è minore. Ma le cure saranno adeguate?

JANNICK

Mba Jannick è all’ospedale di Ndoungué dalla fine di gennaio. L’hanno portato qui da Douala gli uomini della gendarmerie.

Jannick è nativo di Bamenda, provincia dell’Ovest; a Douala era stato portato dalla madre che lo voleva ricoverare all’ospedale. Qui l’avevano respinto perché la madre non disponeva di mezzi per pagare. E a sua volta la madre aveva abbandonato il figlio.

Giovedì 14 febbraio sono all’ospedale.

Un infermiere mi conduce al reparto di pediatria. Jannick è solo nella sala, dove gli altri cinque letti sono vuoti. Arriva anche Joseph e fanno chiamare la nonna paterna, l’unica persona che segue il piccolo Jannick.

Passa qualche mese, Jannik è guarito, è in buone condizioni, ma non potrà frequentare la scuola, è un prigioniero. Parlo con Joseph: se si interviene con una certa somma, il dr. Richard è disposto a condonare parte del debito e a dimettere "il prigioniero" perché possa tornare a scuola. L’intesa porta al riscatto del prigioniero, che andrà a scuola.

COME CLIENTE

Sono all’ospedale come cliente, ho bisogno di una radiografia.

La recezione si trova nell’atrio di attesa delle visite mediche. Al tavolo, due infermiere. Non ho la cartella d’iscrizione, bisogna chiederla: 800 franchi. Sul posto mi forniscono un termometro per misurare la temperatura. Passo a un bugigattolo accanto, un infermiere trascrive i miei dati su un grosso registro, mi misura la pressione, mi indica la bilancia per il peso. Non avendo fatto richiesta di un medico specifico (non ne conosco, tranne il direttore, dr. Richard), mi accompagnano da un medico per la visita che, dopo alcune domande generiche, prescrive la radiografia. Altra infermiera, Siméonne (è stata eletta presidente del Consiglio parrocchiale, solo due settimane fa) mi accompagna al laboratorio per il prelievo del sangue (il risultato potrò averlo fra un’ora). Finalmente arrivo alla sala della radiologia, dove incontro l’incaricato, Pierre, che conosco da tempo. Mi consegnerà le lastre quando avrò il risultato dell’esame del sangue. Tutto procede secondo una trafila ben stabilita.

Prima di tutti i vari passaggi, si va alla cassa, dove l’impiegata mi ha fatto sfilare dal borsellino 19.100 franchi.

Adesso con la busta delle lastre in mano, attendo il mio turno per le prescrizioni mediche. Mi viene in aiuto il dr. Richard, che mi fa ricontrollare da un medico italiano, presente in questi giorni, assieme a un’équipe di medici italiani, per un aiuto all’ospedale.

Dopo questa visita come cliente, capisco meglio la situazione dei tantissimi che vengono all’ospedale per visite, controlli o degenze. Tutto è ben inquadrato: dall’iscrizione, alla cassa, ai controlli. Ma tutto costa, anche per la gente povera; e allora la gente povera, per risparmiare o perché priva di mezzi, spesso rimane con adosso tutti i suoi malanni.

PICCOLA ZENABOU

Anne Marie mi si avvicina in sacrestia mentre mi preparo per la messa; mi dice che sua madre mi aspetta a casa, subito dopo, perché Zenabou sta proprio male; nessuno in casa ha potuto dormire quella notte.

Frida, la madre, mi si era presentata il giorno prima per dirmi del peggioramento della situazione; l’avevo accompagnata a casa e avevo sentito le grida di dolore della bambina quando sua madre la prendeva nel letto per rivoltarla verso di me perché mi vedesse.

Frida era venuta mesi fa la prima volta chidendomi di andare a vedere la ragazzina ammalata. In piedi, accanto alla porta d’ingresso, affacciata alla finestrella, Zenabou ("Zena "per i famigliari e gli amici) guardava sulla strada: guardava la vita, la vita degli altri, gli alti che potevano camminare, i bambini che giocavano nello spiazzo avanti la casa, le macchine-taxì cariche di persone e di viveri che abitualmente fanno capo al mercato o all’ospedale.

Lei, chiusa in casa, perché malata di cuore, piccola, magra, gli occhi gonfi, socchiusi, la testa abitualmente inclinata.

Ma mancavano i soldi per poterla presentare all’ospedale. Poi, con le prime cure, Zenabou sembrava riprendere. Adesso abbozzava un sorriso, porgeva il polso per il saluto.

Frida ultimamente aveva cambiato abitazione e io avevo tardato a rivedere la piccola Zenabou. Quando quel pomeriggio di sabato 27 aprile mi ero recato per vedere, la piccola si esprimeva solo nel dolore. L’indomani, mentre Anne Marie mi chiedeva di andare a vederla, Zenabou veniva meno. La sera stessa di quella domenica l’avevano portata a Foumban, al villaggio d’origine.

Per me resta l’immagine di quell’Africa malata che non può curarsi perché non ha i soldi per entrare all’ospedale, per curarsi.

L’OSPEDALE

Il dr. Richard Petieu è il responsabile dell’ospedale di Ndoungué, "medecin chef". Poiché ho avuto occasione di aiutare qualche malato, Richard mi vede con simpatia; e quando ci incontriamo mi rivolge sempre la parola in italiano. Ha studiato medicina a Torino e ogni anno viene in Italia per aggiornamento.

Gli ho domandato qualche informazione sull’ospedale, e gentilmente me l’ha trasmessa.

L’Ospedale Protestante di Ndoungué èstato fondato da missionari tedeschi nel 1906. Dopo il 1918 è sottentrata la Missione di Parigi e nel 1960, con l’indipendenza del Camerun, sono arrivati gli Olandesi.

La capacità dell’ospedale è di 400 posti letto, e sale a 600 posti se si aggiungono gli 11 ambulatori dipendenti, dislocati in diversi villaggi.

I reparti sono una decina: pediatria, medicina con dipartimento per malattie infettive, maternità con ginecologia e ostetricia, chirurgia, rianimazione, oftalmologia, gabinetto dentistico, laboratorio d’analisi e radiologia; non mancano, naturalmente, la farmacia, gli uffici amministrativi e la cappellania per il servizio religioso.

Vi lavorano 6 medici, 133 infermieri e aiutanti; con il personale di manutenzione si arriva a 300 dipendenti. Purtroppo l’ospedale non riceve sovvenzioni né dallo Stato né da orgaismi internazionali.

Chiedo al dottor Richard di darmi un’idea della situazione sanitaria del Paese, delle malattie più ricorrenti. Mi risponde con questa pesante enumerazione: malaria (in francese: "paludisme" e nella conversazione "palu"), febbre tifoide, broncopolmoniti, malattie cardio-respiratorie; ipertensione arteriosa, ulcere gastroduodenale, ernie e perforazioni gastriche, traumi causati da incidenti stradali o da caduta dagli alberi nella coltivazione delle palme, tubercolosi e Aids (per i francesi: Sida).

Non vedo come farà l’ospedale a sostenere i progetti che si è dato: formazione del personale, specializzazione dei medici, attrezzature di servizi, creazione di altri centri di sanità, servizio d’assistenza per malati poveri. Il pastore Albert Laha Simo, responsabile del servizio religioso all’ospedale, sta lanciando in questi mesi un progetto per raccogliere fondi.

Il capitolo "sanità" è il capitolo più grave in tutto il paese.

 

SENTIERI DI FEDE E CANTI DI GIOIA

I CANTI DI NGWA

Ieri mattina, per la Messa di domenica 25 febbraio, sono stato per la prima volta alla cappella di Ngwa. Mi accompagna fr. Albert: devo trovarmi là per le 8.00. All’incrocio con la strada nazionale che viene da Douala, si prende a sinistra e dopo 3 km si arriva al villaggio. A un gruppo di casette in legno ai fianchi della strada, Albert si ferma, fa retromarcia all’imbocco di un sentiero: la seconda costruzione è la cappella, una piccola baracca in legno. Il legno qui è forte, è duro, resiste molto. Ma la cappella-baracca di Ngwa si presenta in tutta la sua povertà: una porta sul lato destro, una fenestrella sulla parete di fondo; all’interno una tavolino, ricoperto da una specie di tovaglia, serve come altare; le sedie sono 2 (proprio 2 di numero), le panche 4 (proprio 4), due sono discrete, le altre due un po’ meno; nessun segno religioso, nessuna immagine sacra alle pareti; le dimensioni della baracca sono piuttosto ridotte: 7 metri di larghezza, 9-10 di lunghezza; proprio solo poche asse e un tetto di lamiera, per ripararsi dalla pioggia o dal sole. Il necessario per l’altare lo porto io da Ndoungué in una borsa.

Arrivano per primi dei bambini, alcuni proprio piccoli, 2-3 anni, entrano le ragazze del coro, poi due mamme con bambini, una anziana, un giovanotto. Possono essere venti - venticinque persone. La luce è quella del giorno, che viene dalla quattro finestrelle sulle pareti laterali. Nelle due file a destra le ragazze del coro cantano a voce spiegata come fossero in una cattedrale; dalle altre due panche i bambini, anche i più piccoli, accompagnano il ritmo con i battimani e col movimento del corpo. L’ultimo arrivato, un piccolino di 2 anni, con un bel vestito, della stessa stoffa dell’abito di sua madre, quasi elegante, ora è in braccio a un ragazzo più grande, forse suo fratello: è scatenato nell’accompagnare i canti; il ragazzo che lo tiene in braccio, si vede che deve sforzarsi per tenerlo.

Celebro la messa, faccio anche una predichetta in un francese un po’ stentato e adattandomi al pubblico. Loro cantano e cantano, a non finire, tutti, grandi e piccoli, perfettamente a ritmo sotto l’intonazione e la guida della capocoro. Si vede che sono contenti di cantare, di manifestare con voce forte e squillante i loro sentimenti, la loro preghiera e la loro fede.

Sto in silenzio, perché non conosco i loro canti, che sono anche in lingua locale, e guardo in giro, guardo loro che cantano, guardo le pareti di legno, le pareti completamente spoglie.

Prima di uscire passo a dare il saluto a tutti, anche allo scatenato; ci tengono molto, specialmente i bambini. Dò ancora uno sguardo all’interno della cappella: per quanto tempo rimarrà ancora così spoglia? Un crocifisso alla parete dietro l’altare, un’immagine della Madonna su un piedistallo, l’abito per due chierichetti... certo che ci possono stare in questa cappella, anche se il suo aspetto è quello di una baracca... insomma un po’ come la grotta di Betlemme.

Appena fuori, mi chiedono il nome e la donna anziana mi si avvicina per un nuovo gesto di saluto; una ragazza insiste per farmi ripetere il nome. Ritornerò qui a Ngwa fra due settimane.

Venendo, fratel Albert mi aveva detto che a Ngwa ci sono cattolici, protestanti e molte sette. Tornando mi viene spontanea la domanda di che cosa si potrà fare per questa piccola comunità di cristiani. Anche perché erano stati abbandonati: dopo che un nostro missionario brasiliano, p. Mateus, era partito per il Congo, non si era trovato più nessuno per questo servizio domenicale: semplicemente cappella e comunità abbandonati. Adesso, con il mio arrivo, c’é di nuovo questa possibilità.

APPLAUSI

Nella cappella di Ngwa oggi il numero dei fedeli è più alto del solito: si arriva a 50, naturalmente compresi i circa 20-25 bambini e ragazzi. Vogliono festeggiare così la "Domenica delle Palme", o forse vogliono inaugurare le 8 panche nuove, arrivate in settimana. Due palme sono ai lati della porta d’ingresso e qualche altro scampolo di palma lo si vede alle pareti all’interno. Canti e preghiere come tutte le domeniche. Ma alla fine ci sono degli applausi. Il motivo?

È molto semplice: fr. Albert mi dice di ringraziare i presenti, perché con le offerte per la prima volta siamo arrivati a quota mille franchi (3 mila lire). Quando poi comunico che il totale delle offerte per la "Fête de récolte" arriva a 4.900 franchi (15 mila lire) gli applausi raddoppiano. È il volto della gioia per la generosità nella povertà.

INAUGURAZIONE A EKOHOCK

Domenica 29 luglio non ha fatto eccezione: siamo nella stagione delle piogge, domenica 29 pioveva. E la strada che da Ndoungué porta a Ekohock, con la pioggia era tutta un pantano. Ekohock confina con Ndoungué; ma per arrivare al luogo della nuova cappella, ci sono i suoi buoni 4 km.

Su questa strada, sotto la pioggia, il mattino di domenica 29 luglio quasi duecento cristiani, adulti e bambini, sono venuti a piedi da Ndoungué per l’inaugurazione della nuova cappella; ho visto un ragazzo che portava a spalle il fratellino.

La corale di Ndoungué ha riempito di canti tutta la celebrazione e p. Léon ha coinvolto tutti i presenti nella gioia dell’inaugurazione e nella speranza per la crescita di una comunità di cattolici.

La nuova cappella l’ha voluta lui, p. Leon Kamgang, prima di terminare il suo mandato di parroco qui a Ndoungué. Ha acquistato il terreno, ha provveduto alla costruzione. L’ha voluta per garantire una presenza cattolica su un territorio prevalentemente protestante.

ORA CRESCE

Bambini e ragazzi sono seduti sui primi banchi a sinistra. Dietro si sono sistemate le donne: c’è Hermine, volontaria attiva fin dai primi giorni; c’è Inès con un piccolo in braccio, è la moglie del direttore scolastico, Maurice, che in questa settimana è impegnato a Nkongsamba. Gli uomini sono a destra, anziani e giovani.

È il pomeriggio di giovedì 8 novembre. Nel Consiglio parrocchiale di fine ottobre avevamo concordato questo incontro con la comunità. Siamo venuti da Ndoungué in quattro: Louis Fankam, catechista anziano, perfetto conoscitore del posto; Daniel, un giovane volontario, catechista dei ragazzi; Bernard, vice presidente del Consiglio parrocchiale e l’autista, p. Mario

Si dicono tutti d’accordo sul programma generale: Messa la prima e la terza domenica del mese, le altre domeniche la "preghiera comunitaria"; catechesi per i bambini il pomeriggio di mercoledì e di sabato. Per il battesimo di neonati e bambini fino a 4-5 anni, il Consiglio parrocchiale aveva accettato la proposta del battesimo comunitario in tre date dell’anno: nel tempo di Natale, alla veglia pasquale, alla festa dell’Assunzione. Qui ci si accorda per la terza domenica d’avvento, 16 dicembre, in modo da poter passare il Natale in compagnia...di Gesù Bambino. Il battesimo dei piccoli porta il discorso a quello degli adulti, e qui la sorpresa: delle nove persone che chiedono, uno solo non è battezzato, gli altri, già battezzati, chiedono di entrare nella chiesa cattolica (5 sono della chiesa evangelica, 2 sono avventisti, 1 è presbiteriano): bisognerà incontrarsi e prepararsi.

Il discorso si fa più articolato quando propongo di esporre osservazioni e richieste a riguardo della cappella. La lista è lunga: ci sono le porte, ma mancano due finestre; ci sono le panche per il popolo, ma non la sedia per il celebrante; c’è l’altare, ma non il leggio; i bambini vorrebbero fare i chierichetti, ma non hanno gli abiti del servizio liturgico; cantano bene perché hanno buona memoria, ma qualche libro di canto non stonerebbe; il pavimento in terra battuta è un bel campo per animaletti d’ogni specie, e l’acqua è lontana almeno mezzo chilometro.

Si farà, dico, ma poco alla volta. Intanto facciamo una piccola commissione per studiare e risolvere i problemi insieme, e vengono fuori i nomi di Michelin, Jacques, Pascal, Inès, Hermine e Daniel.

Sembrerebbe tutto finito.

Ed ecco la seconda sorpresa. Le donne che sono arrivate in ritardo non erano dalla parrucchiera, ma attorno ai fuochi e alle pentole, per preparare un bel pasto da servire a tutti i partecipanti dell’incontro. Si usa così da queste parti: se c’è stato un incontro comunitario, anche la...tavola è comunitaria, magari bisogna aspettare il proprio turno, perché si va con ordine: ma ce n’è per tutti.

E con questo si cresce: voglio dire, non solo con la mensa, ma anche con la tavola della comunità nella cappella di Ekohock.

QUATTORDICI CANDELINE

Mamma Yvette si tiene vicina alla sua Amelie Rosine di tre anni e mezzo; Raoul Daniel, il fratello, di sette anni, è accanto a papà Ernest. Jules, pure di sette anni, è seguito dal padrino, Louis Fankam, mentre il papà Felix si tiene in seconda fila; Thimotée Minellie, 22 mesi, è in bracccio a sua madre Hermine, perché è più facile allattarlo (chissà perché, quando arrivano in chiesa, i piccolini ricorrono immediatamente alle mammelle della genitrice!)

È domenica 16 dicembre: sono i primi battesimi nella cappella di Ekohock, inaugurata alla fine del luglio scorso. Siamo poco più di cinquanta persone. Il coro dei bambini è guidato da Daniel, che fa anche da padrino a Raoul Daniel; gli adulti (la piu parte sono protestanti) guardano, ascoltano e seguono: anche loro stanno preparandosi e seguono un corso di catechesi. A Ngwa hanno scelto il pomeriggio di sabato 22 dicembre. Quando arrivo, la cappella è già piena, questa volta non ci sono ritardatari. Hanno ornato le pareti con grandi rami di palma e con festoni di carta; non c’è più la polvere della terra battuta, poiché il pavimento adesso è in cemento; e anche l’altare, in legno, fa la sua bella figura perché è nuovo; è una stonatura soltanto il piccolo leggio, che è proprio rozzo.

In prima fila, Sinthya, tre anni e tre mesi, Stevine Diane, due anni e mezzo, spiccano nei loro vestitini bianchi accanto alle madrine Augustine e Julienne. La messa e il battesimo sono un tripudio di canti: non è l’assistenza rispettosa ma talvolta un po’ staccata delle nostre chiese occidentali; è un partecipazione corale della comunità, è il calore non solo di questo pomeriggio di sole, ma di tutti i presenti. Alle voci robuste o squillanti degli adulti si accompagna il battere ritmato delle mani da parte dei ragazzini anche i più piccoli. Ma cosa succede? Mentre sto per iniziare il canto del prefazio, mi sento preceduto da un chicchirichì prolungato e ostinato: è proprio così, tra i doni portati in processione all’offertorio c’era anche un gallo; e per farlo smettere han dovuto prenderlo per il collo; in Italia non capita. Ma qui il gallo è un pezzo forte delle offerte liturgiche.

Al termine della Messa la gioia si prolunga perché la comunità, cantando lungo la strada nazionale, si avvia verso la casa di Tebi Vincent Enow, il capo riconosciuto e stimato della comunità. Vincent ha tutto ben predisposto per l’accoglienza dei compaesani. Nella sua casa, in legno ma ben tenuta, vivo l’esperienza della solidarietà stile africano, e me lo spiega p. Josué, il nostro diacono, che si è assunto l’impegno della catechesi della comunità di Ngwa: quando c’è una festa (religiosa o tradizionale), mi dice, non si rifiuta il posto (e il pasto) a nessuno: tutti hanno, in un certo senso, il diritto di partecipare e di... mangiare, anche i non invitati.

L’avevamo deciso nel Consiglio pastorale di offrire alle famiglie la possibilità del battesimo dei loro bambini almeno in tre circostanze dell’anno: a Natale, alla veglia pasquale e il giorno dell’Assunta. Era una possibilità offerta ai genitori cristiani.

Con il motivo che il battesimo si conferiva comunitariamente solo il sabato santo, alla veglia pasquale, le famiglie finivano per non battezzare quasi nessuno, rinviando tutto e tutti al catecumenato previsto per gli scolari delle ultime classi della scuola primaria o anche ai primi anni della scuola secondaria.

Di fatto, data la mentalità e l’ambiente pagano, al catecumenato le iscrizioni non erano particolarmente numerose.

Con le quattordici candeline accese nel mese di dicembre la speranza è di poter "rischiarare quelli che stanno nelle tenebre" e convincere i genitori, che sono nella luce, a collaborare alla formazione di un ambiente e di un sentire cristiano. I quattordici piccoli battezzati del dicembre 2001 potrebbero "andare innanzi al Signore a preparargli le strade".

UN SEME DI UNITÀ

Non finiva di ripeterlo, inchinandosi a destra e a sinistra e anche al centro: "Merci beaucoup, merci beaucoup!"

Nella sua veste nera con il collarino bianco, Albert Laha Simo, il pastore della chiesa protestante di Ndoungue, trasudava la sua contentezza negli inchini e nel saluto di ringraziamento. Era proprio soddisfatto, perché l’incontro di preghiera era ben riuscito. Era il pomeriggio di venerdì 18 gennaio: l’incontro per la "settimana di preghiera per l’unità dei cristiani" era programmato nella chiesa evangelica della parrocchia Bang di Ndoungué. Sulla strada, la fila dei partecipanti andava crescendo man mano ci si avvicinava alla chiesa. Una specie di "generalessa" si agitava avanti e indietro per dare il tono ai canti e il passo alla marcia. Alle 16 la sala era gremita di fedeli: adulti e anziani, ma anche ragazzi e giovani appena usciti dalla scuola.

Momento centrale dell’incontro la Parola di Dio nella lettura del Vangelo (Gv 17, 20-26) con il commento bilingue (francese e pidgin) del nostro Padre David Tachago. Sì, perché, a sottolineare la fraternità dell’incontro, si era scelto lo scambio per la predicazione: il Padre nella chiesa protestante e il pastore nella nostra chiesa.

Alla fine, tutti i presenti, le mani allacciate l’un l’altro, cantavano l’inno "Main, main dans la main" e il coro sottolineava lo spirito con cui si era vissuta la celebrazione.

Una settimana dopo, il venerdì 25 gennaio, la processione era più lunga, sia per il percorso, sia per il numero dei partecipanti. Anche questa volta le sette corali dei protestanti, nella nostra chiesa Sainte Anne, avevano eseguito ciascuna il proprio canto. La nostra corale Sainte Marie aveva introdotto e accompagnato i vari momenti della celebrazione. Il testo di lettura era preso dalla preghiera sacerdotale (Gv 17, 11-16), e il pastore si era dilungato nel commento con una nota d’insistenza: il dono della gioia. Forse anche per questo, il segno di pace questa volta era veramente caloroso. Come calorosa è stata l’accoglienza riservata ai celebranti da parte del’ex sindaco di Nkongsamba, protestante, che dopo la preghiera ci ha voluti in casa sua.

Un seme è stato gettato. Per l’unità dei cristiani nel villaggio di Ndoungué.

ALLE 5 DEL MATTINO

Sullla strada che da Bafoussam porta a Foumban, attraversato il centro commerciale di Foumbot, giunti al cartello stradale di Baigon, si prende a sinistra, per una strada in terra battuta che si addentra nella campagna; ai bordi della strada polverosa (la polvere rossa di queste terre) nuclei di povere costruzioni in muratura e gruppi di bambini che giocano e che si affacciano curiosi al passaggio dell’auto. Dopo circa 18 km si arriva a Bankouop.

È una missione cara agli italiani, perché iniziata da p.Giuseppe Munari, che vi ha operato per circa 30 anni. Morto nel 1993, è sepolto a Ndoungué, nel giardino del nostro noviziato: la sua lapide è l’ultima accanto a quelle di altri sette nostri missionari al Camerun.

A Bankouop risiedono le religiose "Servantes du Coeur de Jesus", che affiancano l’opera della missione. Risiede anche la dott.ssa Maria Negretto, benemerita per la sua attività nel settore sanitario: ogni mattina alle 5.00 s’infila nell’auto e parte per Baleng, vicino a Bafoussam per il suo lavoro al centro sanitario.

Ora a Bankouop da tre anni è parroco p. Antoni Osowski, polacco, 60 anni, già missionario al Congo per 26 anni. Si porta addosso 4 by pass, ma se non fosse lui a dirtelo, non ti accorgeresti. Nel perimetro della sua parrocchia si contano 5 comunità cristiane e ben 16 posti di missione, da visitare periodicamente. Lo aiuta il p. Jan Sliwa, altro polacco, da 7 anni al Camerun, ma lui pure veterano del Congo, dove ha lavorato 14 anni; da Bafoussam viene settimanalmente per una fraterna collaborazione pastorale nell’assistenza religiosa ai posti periferici.

Quando chiedo a p. Antoni il numero degli abitanti del villaggio, ha un momento di attesa e un sorriso indulgente di comprensione per l’ingenuità della domanda e commenta: come si fa a sapere il numero degli abitanti di un villaggio quando non si conosce esattamente neanche il numero delle persone in una casa: quanti bambini, quante donne ci sono. Precisa però che il numero dei cattolici si aggira attorno ai 2 mila.

Nei 5 diversi centri principali esiste una "comunità cristiana di base", che praticamente costituisce il motore d’animazione della vita cristiana del posto. Nella loro riunione settimanale si susseguono tre momenti fondamentali: l’ascolto della parola di Dio nella preparazione delle letture della domenica, il tempo della preghiera e il confronto con i problemi concreti della comunità nella realtà quotidiana.

Giovedì 8 febbraio, quando entriamo nella chiesa troviamo un gruppo di persone, richiamate dal suono della campana; fuori è ancora buio intenso, sono le 5.00, fra un quarto d’ora incomincia la Via Crucis. Man mano arriva gente: bambini, ragazze, adulti, uomini e donne; non si tratta di un piccolo gruppo, saranno almeno 70-80 persone. P. Antoni inizia la funzione; ci sono anche tre chierichetti, uno proprio piccolino, che si perde nella sua veste rossa, ma tutto serio con la candela poggiata sul palmo delle mani. I canti, a ogni stazione, sono in lingua diversa, perché ci troviamo in una regione multilingue: si alternano quindi francese, bamileké e bamoun. Nella chiesa, che è vasta, le persone si spostano seguendo il percorso lungo la disposizione dei quadri della Via Crucis.

Alla messa che segue, p. Antoni tiene anche una breve omelia a commento del vangelo; poi, alla comunione molti dei presenti si comunicano.

Quando usciamo sono le 6.30, il buio ha ceduto il posto alle prime luci del giorno e, dopo un saluto, la gente si avvia alla casa. Così è tutte le mattine a Bankouop, durante la Quaresima: Via crucis e s. Messa, dalle 5.15 alle 6.30.

A Bafoussam, quando esprimo il mio sentimento di ammirazione per la serietà di questo impegno di preghiera nella comunità cristiana di Bankouop, p. Alfonso Huisken, un dehoniano olandese, che è rettore della comunità a Mont Saint Jean, mi spiega che l’uso deriva da una scelta della chiesa della zona anglofona, nella provincia dell’Ouest: a Bamenda, aggiunge, la cattedrale si riempie ogni mattino per la Via Crucis della quaresima.

Non è un uso di tutte le parti del Camerun. Ma che in una zona del paese ci sia la fedeltà ogni mattina di quaresima a un forte impegno di preghiera è certamente un segno di fede, è anche un seme di crescita.

UNA DIOCESI... AGRICOLA

Come appendice a questi momenti religiosi, una breve presentazione della diocesi può aiutare a comprendere la situazione religiosa generale della zona.

La diocesi di Nkongsamba non ha una superficie molto estesa, 8.200 kmq; ma, con una popolazione di circa 800 mila abitanti, è una delle più grandi del Camerun (che conta circa 15 milioni di abitanti).

La popolazione della diocesi è dedita essenzialmente all’agricoltura, ma attualmente l’incertezza e il ribasso dei prezzi dei prodotti di base rendono sempre più precaria la situazione della gente. La ricchezza del territorio diocesano sta nella sua diversità etnica, culturale e religiosa.

Sul piano confessionale, nella diocesi il 34,6% è dato da cattolici, il 22,8% da protestanti; il 42,6% da non cristiani; la presenza musulmana si limita allo 0,2%. Negli 8 collegi diocesani gli alunni si aggirano attorno ai 5.000 con circa 200 insegnanti.

Sono ormai un centinaio i sacerdoti diocesani. Dieci gli istituti religiosi femminili. Una dozzina i sacerdoti dehoniani. Oltre 350 i catechisti nelle 6 zone pastorali.

Nei 10 centri sanitari gestiti dalla diocesi i posti letto sono 258, con un effetivo di servizio di 117 persone.

 

CALENDARIO TASCABILE

11 febbraio 2001

"Festa della gioventù" (Fête de la Jeunesse). In tutto il Camerun è una sfilata unica. Scuole, gruppi sportivi, movimenti politici: tutti al "défilé" nazionale.

Il giorno dopo, lunedì, uffici chiusi, non si lavora: dopo la festa c’è riposo..

24 marzo

È sabato: alla nostra chiesa di Ndoungué primo matrimonio dell’anno (e del secolo). Dopo 10 anni di famiglia e tre figli, Pierre e Marie oggi si sposano in chiesa.

La mentalità tradizionale porta alla costruzione di una famiglia diversa dalla famiglia tipo occidentale. Qui ci sono tanti figli e rispettive madri; spesso non si vedono i padri. Per cui i figli sono a carico della donna (o la madre o la zia o la nonna) e sono smistati un po’ dappertutto, in tutti gli angoli del Camerun. I matrimoni civili sono pochi e quelli in chiesa ancora meno. In tutto il 2001 ho assistito a due soli matrimoni in chiesa. Nel primo caso (presenti già tre figli) occorreva la dispensa perché il matrimonio civile era stato contratto con regime poligamico; nel secondo caso non occorreva la dispensa, ma i figli che assistevano al matrimonio erano (e sono) 11. Auguri!

4 aprile

"Ceux qui parlent et ceux qui sont muets,
te proclament.
Tous les êtres,
ceux qui pensent
et ceux qui n’ont point la pensée,
te rendent hommage.
Le desire universel,
L’universel gémissement tend vers toi.
(Hymne aux Lectures du mercredi 3ème semaine)

Tutti gli esseri. Gli uccelli nel cielo, le bestie selvatiche nella foresta. Ma anche qui a casa nostra. I quattro cani guardiani della proprietà, alle 6 del mattino, quando suona la campana dell’Ave Maria, salutano lo schiudersi del nuovo giorno con un prolungato abbaiare: è un latrato prolungato, corale, a più voci. Non manca mai questo saluto al nuovo giorno. Nella compagnia, il più devoto è il vecchio "Tonton", il più anziano della compagnia: alle 6.45, quando nella nostra cappella inizia la s. Messa, viene a distendersi davanti alla porta della chiesa; non è molto devoto, perché per lo più sonnecchia, ma è quasi sempre lì, non solo la domenica.

Il coro più numeroso si riunisce alla sera: sono i "pic-boeufs", che puntualmente alle 18.00 arrivano veloci dalla campagna, dopo una giornata di nettezza animale sulla schiena dei buoi. E lì, sul grande albero a fianco della falegnameria, intrecciano discorsi e chiacchiere sulle avventure della giornata; poi, quando nella cappella si riunisce la comunità per il canto dei Vespri, i pic-boeufs, nel loro abito bianco splendente accompagnano inni e salmi: tutte le sere, alle 18.00, puntualmente, nei mesi del loro soggiorno. Adesso sono emigrati: in quale paese si trovano ora a salmeggiare?

17 aprile

"Avanti, con fiducia e coraggio", scrivo ad un amico.

Mi faccio coraggio anch’io su questi sentieri: nella stagione secca erano tutta una polvere; adesso le piogge sono incominciate e riempiono di terra e fango scarpe o sandali. Nella chiesa dove si celebra ci vorrebbe un servizio di pulizia ogni volta.

Ieri, alla ripresa della scuola dopo le vacanze di Pasqua, due classi hanno inaugurato le due nuove aule; veramente manca la tinteggiatura, ma si provvederà durante le vacanze estive. I lavori del secondo fabbricato (altre due aule) proseguono: saranno pronte per la fine dell’anno scolastico (inizio giugno); ma qui bisogna lavorare prima della grande stagione delle piogge: chissà come saranno queste piogge, se già adesso quelle che sono arrivate non scherzano proprio.

24 aprile

Il clima si mantiene costante (17-30 gradi), ma sono cominciate le piogge; coi temporali, la corrente elettrica viene meno abbastanza frequentemente e alla sera allora si prosegue al lume di candela. Per fortuna la chiesa e la scuola, dove vado ogni giorno, sono vicine,10 minuti di strada a piedi.

I campi sono già tutti ricoperti di verde. Con il sole e le piogge di qui, tutto cresce presto: hanno zappato in marzo e seminato mais e fagioli, il mais è già alto 70-80 cm. Cresce naturalmente anche la gramigna o altre erbe, e allora sono sempre curvi sulla terra a lavorare.

Nei cortili delle case, grandi recipienti sul fuoco per l’estrazione e la preparazione dell’olio di palma.

25 aprile

Era il pomeriggio di mercoledì 25 aprile, verso le 16.00, quando si è scatenato l’uragano.

Dapprima la pioggia, forte, battente, come avviene spesso nei pomeriggi o alla sera in questo assaggio della stagione delle piogge; poi, immediatmente, le folate di un vento che si rendeva visibile, si faceva palpabile negli alberi che scuoteva e piegava, nei rami che spezzava e spazzava, nel turbinio delle foglie sui prati e sulle strade: il vento invisibile diventato concreto come materia nelle realtà che incontrava, colpiva e distruggeva. L’uragano sembrava non finire più, e invece non è durato più di mezz’ora. Un vero tornado.

Era il pomeriggio, 25 aprile, festa della "liberazione" in Italia. Qui, a Ndoungué, le due aule del nuovo fabbricato erano state inaugurate solo due giorni prima, lunedì 23, alla ripresa delle scuole dopo l’interruzione delle vacanze di Pasqua; vi avevano preso posto le due classi dei più grandi, gli alunni del Cours Moyen deux.

La scuola era finita solo da poco più di un’ora, alle 14.30. Erano rimasti solo alcuni ragazzi a giocare nel campetto vicino alla chiesa: si sono riparati nell’atrio, assieme agli operai che lavoravano al rifacimento del secondo edificio scolastico.

Pioveva ancora quando Francis, il capo degli operai, viene a riferirmi che dal fabbricato scolastico, appena rifatto in muratura, era stato spazzato via il tetto; sarebbe andato subito a Nkongsamba ad avvertire l’impresario, Pascal.

Il mattino dopo, un sole splendido; solo allora ho la possibilità di recarmi sul posto: gli operai stanno rimuovendo le lamiere contorte e recuperando quelle ancora utilizzabili; gli alunni delle due classi spazzano le due aule inondate; attorno, gli altri ragazzi a vedere. Non mi rimane che documentare e fotografare.

Da Nkongsamba, assieme all’impresario, sono arrivati anche il Provinciale, p. André, e l’economo provinciale, p. Stan. Il disastro è lì davanti ai loro occhi. Quando rifaccio il sentiero per rientrare, guardo ai campi: fusti di alberi spezzati o stroncati, le verdi piante di mais curve in un’unica spianata. Due giorni dopo, venerdì, alla messa pomeridiana, invito la dozzina di presenti a ringraziare il Signore: nessuno dei ragazzi della scuola, nessuno degli operai aveva subito dei danni.

Quanto al disastro della scuola scoperchiata, non sarà per questo sgarbo del diavolo che a Ndoungué smetteremo di aver fiducia nel Signore.

La squadra degli operai è già al lavoro.

12 maggio

In paese arrivano le forze dell’ordine, una cinquantina tra gendarmi e militari, alla caccia di ladri: setacciano le case e arrestano 15 persone. Lo chef del villaggio dice che si tratta di gente che si è rifugiata qui da altre parti; comunque c’è anche qualcuno del paese. Dopo perquisizioni e interrogatori, 10 malandrini vengono trattenuti.

28 maggio

L’incontro del decanato è fissato per le 9 a N’lohé, mezz’ora di auto da Ndoungué sulla strada in direzione di Douala. La struttura della missione è quella abituale: una chiesa, non grande ma decorosa e ben tenuta; a fianco il presbiterio o casa parrocchiale (si vede che è stata ripitturata), davanti un ampio spazio che serve anche da cortile da gioco per la piccola scuola che hanno costruito vicino alla strada nazionale.

Siamo presenti in 7 preti, 4 noi di Ndoungué, 3 sacerdoti diocesani, tra cui il decano, Thomas Elat. Al termine del nostro incontro, una lunga teoria di persone attraversa il cortile recando sulla testa tutta una serie di portate per il pranzo, nostro e loro. Quando sono entrati tutti, riesco a contarne 24. Una donna - è la presidente del consiglio pastorale - fa la presentazione dei responsabili dei diversi gruppi e dell’anziano catechista che nell’occasione riceve un diploma con la benedizione vescovile; poi chiede a un giovane di tradurre il suo intervento. Dice che la comunità, pur piccola e senza sacerdote, si sente onorata di ospitare il nostro incontro, che i gruppi conservano lo spirito di iniziativa per la vita di chiesa, che spera per l’avvenire che sia assegnato alla parrocchia un parroco proprio.

Colpisce soprattutto la delicatezza con cui questa donna si esprime; non sono soltanto io a commuovermi a questa presentazione; l’abbé Pierre, il cappellano che viene per la messa domenicale dalla parrocchia di Kolla, a nome di tutti augura che il desiderio venga accolto.

2 giugno

I lavori per rifare la copertura dell’edificio scolastico, dopo l’uragano del 25 aprile sono ormai terminati e hanno comportato la spesa (imprevista) di un milione e settecento mila franchi camerunesi. Le due aule del secondo edificio scolastico le useremo per la parrocchia: abbiamo deciso di metterci la luce (negli altri edifici non c’é) e di rivedere e rinforzare la copertura per evitare altri disastri...da urugano.

17 giugno

In questa domenica del Corpus Domini, nella nostra parrocchia 8 catecumeni ricevono il Battesimo; poi insieme ad altri 9 ragazzi ricevono la Prima Comunione.

4 luglio

È anche il tempo del mais: l’hanno piantato a marzo-aprile; ora adulti e piccoli tornano dai campi con il carico in testa o curvi sotto il peso dei sacchi. Alla nostra tavola da qualche tempo compaiono le pannocchie di mais riscaldate ed anch’io sto abituandomi a sgranocchiare, come 60-70 anni fa. Per il mais, qui in Africa siamo più avanti che in Europa, perché lì arriva solo confezionato in scatola e non nella tenuta originale come da queste parti.

16 luglio

Qui, anche se non si volesse, un po’ di ferie bisogna farle lo stesso perché siamo nella stagione delle piogge. Vuol dire che ogni giorno c’è la sua parte di acquazzoni. È raro che passi un giorno senza pioggia. Oltre che abbondante, è sempre rumorosa, perché batte sulla foresta e sui tetti di lamiera delle case. Per fortuna, in genere non dura tutta la giornata, ma non fa distinzione di tempo: preferibilmente cade al pomeriggio o alla notte, ma viene anche al mattino. E se dura un po’ a lungo, fa anche freddo.

23 luglio

Le ferie le faccio, per modo di dire, non di libera scelta, ma di necessità: la stagione delle piogge non permette tante uscite e quindi c’è tempo per leggere, comporre, progettare e sognare anche per tutto quello che ci sarebbe da fare, che si potrebbe fare e che invece non si riesce a fare, perché mancano i mezzi, e quindi si sogna! È una stagione che non invita all’allegria, ma ha questo vantaggio.

Ieri, nel consiglio parrocchiale si è deciso per il saluto d’addio al parroco in partenza, il p. Leon Kamgang. Ma domenica 29 luglio fa a tempo a inaugurare una nuova cappella, da lui voluta e costruita a Ekohock, 4-5 km da qui, in una zona sprovvista di presenza cattolica. Il nostro territorio è a prevalenza protestante.

Anche qui i due mesi di luglio e agosto servono per le ferie dei ragazzi. Il sistema africano non comporta grandi spese: i figli di una famiglia vanno presso parenti residenti in altra località (qui molti vanno a Douala); poi quei parenti a loro volta mandano i loro figli presso la prima famiglia, e così il servizio è ricambiato, con il vantaggio che si rafforzano i vincoli parentali: c’è meno commercio, ma più famiglia.

1 agosto

Dal 1° agosto sono ufficialmente parroco di Ndoungué; ma ci sono due altre cappelle da servire, a Ngwa e Ekohock. Quella di Ekohock, naturalmente in legno, fatta costrire dal mio predecessore, è stata inaugurata domenica scorsa 29 luglio. Pioveva, ma i cristiani di Ndoungué hanno fatto a piedi il percorso di 4-5 km sotto la pioggia. La cerimonia è stata familiare e bella.

Si è presentato un gruppo di persone del posto che si sono dichiarati disposte a prepararsi per diventare cristiani.

6 agosto

La salute mi assiste e credo di trovare una buona collaborazione nella parrocchia, ma non certo sul piano finanziario. Il ritornello sulla bocca di tutti è: " Je n’ai pas d’argent", e quindi fanno molta difficoltà a... sganciare. D’altra parte, eccetto militari e impiegati, hanno solo il lavoro dei campi.

15 agosto

Il giorno dell’Assunta, nella chiesa di Ndoungué, abbiamo dato l’addio al p. Leon. Un addio solenne. Alla messa infatti ci sono state ben quattro processioni: quella d’ingresso, poi la processione evangeliare, seguita da quella delle offertorio e, alla fine, quella del regalo. La gioia spontanea e clamorosa dei presenti è stata accompagnata da quella della natura, perché quel mattino non pioveva: una "eccezione" festiva. Ora il mio predecessore si è ritirato nella nostra casa Mont St. Jean, a Bafoussam, dove scriverà le memorie delle missioni e parrocchie nelle quali ha operato nei suoi 44 anni di sacerdozio e di ministero pastorale qui al Camerun.

20 agosto

Tempo fa ho avuto una bella sorpresa da Giuseppina Pannucci (Lippstadt), che mi ha scritto di voler fare una adozione a distanza, di 50 DM al mese. Le ho risposto subito dicendole che è un’ottima idea e che aiuterebbe molto la situazione della scuola. Mi ha fatto sapere che forse riesce a coinvolgere altre persone.

Un’adozione scolastica di 50 DM mensili, per un anno, la ripartirei così: 30-40 DM per spese scolastiche di uno-due bambini, 10-20 DM per aiutare eventualmente i maestri nei mesi che non sono pagati.

Se disponessi di alcune adozioni di questo genere, sarebbe un bell’aiuto per la soluzione dei molti problemi della scuola.

24 agosto

La scuola materna; esiste anche qui nella nostra parrocchia. È un fabbricato in muratura, con due aule; e per il numero dei bambini che ci sono in paese, potrebbero non esser sufficienti; e invece ne usiamo solo una, perché le iscrizioni scarseggiano a motivo della quota d’iscrizione, che quest’anno è di 30 mila lire annuali, ma che i genitori stentano a pagare, o perché veramente non ne hanno la possibilità per il numero dei figli o perché danno la precedenza ad altre spese.

L’insegnante è molto brava e a giugno, alla chiusura dell’anno, i piccolini hanno preparato delle recite (dialoghi, canti, danze) che sono state una cannonata. I piccolini di qui sono di una vivacità sorprendente e precoce.

4 settembre

Quello che sto facendo, in sostanza si riduce ad aggiustamenti ridotti e parziali: rimettere in sesto i fabbricati delle scuole, qualche miglioria in chiesa, costruzione di una cappella; qualcosa di più quando si tratta di organizzazione di gruppi e tentativi di una pastorale d’insieme. Ma i problemi grossi del villaggio rimangono tutti: mancanza di rete idrica e fognaria, di rete elettrica pubblica, pessima viabilità delle strade, insalubrità delle abitazioni, soprattutto mancanza di lavoro o disoccupazione; è questo il problema più grave per la gioventù, maschile e femminile; i giovani in parte cercano lavoro, e in parte, quelli che hanno perso ogni speranza, vivono di furti e di malavita. Ci vorrebbe un vero e pieno gemellaggio da paese a paese, da comune a comune.

18 settembre

Secondo un comunicato del Direttore della nostra scuola, letto in chiesa (qui quando si vuol far saper qualcosa, si legge un comunicato in chiesa, alla messa domenicale), la scuola sarebbe iniziata lunedì 3 settembre, perciò dal 5 settembre il direttore e i maestri dovevano essere sul posto per ricevere le iscrizioni. Il lunedì seguente, 10 settembre, ci doveva essere la rentrée, l’arrivo degli alunni, per modo di dire, perché in realtà non s’è vista neanche un’anima...morta! Allora giovedì e venerdì, 13 e 14 settembre, i maestri hanno una riunione di zona, convocati dall’Ispettore; il sabato, si sa, non c’é scuola. La prima comparsa degli alunni arriva il lunedì 17 settembre, ieri. Ma intanto i maestri delle scuole cattoliche aspettano ancora il mensile di aprile, maggio e giugno scorso.

In queste settimane sono stato assalito da richieste di aiuto per l’iscrizione alla scuola, anche da persone rispettabili. Sulla loro bocca c’è sempre l’affermazione: Je n’ai pas d’argent. È così, ma forse dovrò tenere un corso d’insegnamento sul concetto e sulla realtà del "rispamio".

28 ottobre

Si aprono le iscrizioni al foyer, per il corso di taglio e cucito. Domenica 28 ottobre le iscrizioni sono 10. Lunedì al primo giorno ci sono 13 ragazze. Il secondo giorno sono 19. Anche qui lo stesso comportamento come alla scuola elementare: all’inizio sono pochi; subito dopo arrivano quelli che hanno aspettato per vedere come si mettono le cose.

Il laboratorio di "taglio e cucito" è avviato: la frequenza di circa 40 ragazze fa capire che l’iniziativa risponde a una necessità: ci voleva proprio! Adesso rimango in attesa di un container nel prossimo mese di gennaio che dovrebbe rifornirci di macchine per cucire e di materiale per sartoria già raccolto o in via di... raccoglimento.

4 novembre

Ho rivisto questa mattina i primi quattro pic-boeufs: stanno ritornando e annunciano la stagione secca.

6 novembre

Lunedì 6 novembre, poichè le richieste al foyer sono 41, Therèse, l’insegnante, decide di tenere due corsi: a quello del pomeriggio, dalle 14 alle 17, ne aggiunge uno al mattino dalle dalle 8 alla 12.

8 gennaio 2002

Nel 1938-39 eravamo tutti e due ad Albino: io alla Scuola Apostolica del S. Cuore, dei dehoniani, lui al Collegio del Cappuccini, quinta ginnasio. Tutti e due nati nel 1923: lui a luglio, io ad aprile; lui nel Bergamasco, io in Brianza. Tutti e due ordinati sacerdoti nel 1949: lui il 12 marzo a Milano dal beato card. Schuster, io il 26 giugno a Bologna dal card. Nasalli Rocca.

Poi le coincidenze scompaiono, ma solo... per cinquant’anni. Lui parte per l’Africa orientale e per 32 anni è missionario nelle terre di Eritrea e Etiopia. Io, dopo 17 anni di insegnamento in Italia, passo altri 17 anni in Germania come cappellano tra i nostri emigranti e altri diciassette anni divisi tra Bologna, Alessandria, Milano e Genova.

Lui al rientro dall’Etiopia riceve dal suo Provinciale l’invito di aprire la missione dei cappuccini in Camerun. "Ma lì si parla francese e io so l’inglese" obietta lui. "No, tu vai nel Nordovest, in una zona dove si parla inglese". E così nel 1982 lui si trova a iniziare la missione dei Cappucini nel Camerun, precisamente a Schissong, in quella chiesa dove una targa ricorda che nel 1912 la missione fu fondata dai Padri dehoniani tedeschi.

8 gennaio 2002, la coincidenza riprende. I due sacerdoti novelli del 1949, nati nel 1923, fanno finalmente la loro conoscenza a Bambui, 13 km fuori da Bamenda, nella comunità religiosa dei cappuccini, dove lui si trova con altri tre missionari bergamaschi, P. Felice, P. Gioachino e P. Maurizio.

Lui si chiama p. Umberto Paris, è nativo di Solto Collina (Bergamo), è missionario al Camerun da vent’anni. Io sono qui solo da 12 mesi e qui i bambini, sulla strada, dalla porta delle case, alla fontana, al fiume mi chiamano Père Mariò (proprio alla francese, con l’accento sulla o).

6 marzo

Ha impiegato un mese, ma questa mattina è arrivato. Il container, in partenza dal porto di Genova il 4 febbraio, è atterrato da noi questo mercoledì 6 marzo. Una ventina di braccia robuste hanno scaricato tutto quel bene di Dio che a fine gennaio le braccia di altri volontari avevano caricato al Segretariato Missioni di Via Andolfato 1 a Milano.

Ci sono le tanto attese macchine per la scuola di taglio e cucito con l’accompagnamento di tessuti e stoffe. Calzature, vestiario e piastrelle sono un regalo del Segretariato. Ma il viaggio è servito anche per i dispensari di Maria Negretto, di Soeur Bernadette e per il lebbrosario di Soeur Marie André.

28 marzo

Bisognerebbe assegnare il premio Nobel a chi ha inventato il container. In quello arrivato a Ndoungué il 6 marzo, un posto era riservato ai medicinali. La fornitura è servita per tre centri sanitari: l’ospedale di Ndoungué, il dispensario di Manengolé e la farmacia dell’ospedale di Foumban. Dal "Centre de santé integré de Manengolé/Kolla ricevo questa lettera: "Nous vous remercions de l’important don de medicament d’origine italienne que vous avez offert à notre Centre. Que Dieu vous le rende, ainsi qu’à vos donaterurs, au centuple. Puissions-nous exprimer d’autres besoins pour l’avenir?"
(Soeur Claudine, Etienne Djousse et le personnel des Centre Manengolé/Kolla).

20 aprile

È nella cattedrale di Nkongsamba che oggi, per le mani del vescoco Dieudonné Watio, ricevono la consacrazione sacerdotale tre dehoniani: P. Josué Fosso, P. Yves Keumeni e P. Martial Mbanzoulou. P. Josué è handicappato, ma la sua energia lo rende più forte di una persona non handicappata. P. Yves è un vicino di casa, la famiglia è del villaggio di Manengole, 10 km da qui. P. Martial è nativo del Congo-Brazzaville, ha studiato dai dehoniani dell’Italia meridionale.

12 maggio

Il vescovo conclude da noi, a Ndoungué la visita pastorale al decanato di Manjo. Il decanato è di recente creazione e comprende solo 7 parrocchie, le diverse parrocchie hanno alla dipendenza vari posti di missione. È l’occasione per le cresime; quest’anno i cresimandi sono 27. Ma ciò che caratterizza la visita è la conversazione che il vescovo intrattiene in chiesa con la comunità cristiana: si tratta di una vera e propria conversazione, con la risposta alle domande e alle questioni presentate dai fedeli. Mons. Dieudonné Watio lo ha fatto affabilmente nei tre posti di Ngwa, Ekohock e Ndoungué. È stata anche l’occasione per benedire i cinque edifici scolastici ricostruiti e la targa commemorativa.

20 maggio

È il giorno della "Festa nazionale", per commemorare la proclamazione della repubblica. Quest’anno è il trentesimo anniversario.

La sfilata ("defilé") è un duplicato di quella dell’11 febbraio, festa della gioventù; ma è ancora più solenne, è nazionale.

 

POSTA AEREA

Al Camerun non sono venuto da solo. Mi hanno accompagnato in questi mesi molti amici, con le loro lettere, con il loro aiuto. Per questo motivo, non è solo un dovere, ma è soprattutto un grande piacere dare loro posto in queste pagine, ricordandoli e lasciandoli parlare. Fa anche parte della mia scelta e del mio impegno: tenere il collegamento tra due comunità, tra due... "chiese".

Genova

4 gennaio 2001

Vogliamo augurarti di intraprendere il tuo cammino missionario in Camerun con tutto il coraggio, la fiducia e il "buonumore", ma soprattutto con l’aiuto e la benedizione del Signore e della sua dolcissima Madre. Come postilla finale a questa lettera vorremmo aggiungere: non penserai mica di sbarazzarti di noi così facilmente? Tu ben conosci che le vie del Signore sono infinite e percorribili da tutti, anche da un gruppo così sprovveduto e "all’acqua di rosa" come il nostro. Con tanto affetto.

Per il gruppo biblico: Anna Maria e Giuseppe

26 febbraio

Cari Elio, Luciano e Francesco!

Adesso che sul mio tavolo è arrivato il sig. Compaq, nuovo di zecca, mi è più facile mettermi in comunicazione con gli amici. La disposizione dei tasti sulla tastiera non è quella italiana, per cui oltre all’attenzione occorre anche tanta correzione. Ma insomma è già un buon passo.

Adesso mancherebbe il sig. E.Mail e non so quando potrà arrivare, per il semplice motivo che nella mia stanza-ufficio non arriva la linea telefonica. D’altra parte la sig.ra Linea telefonica di Ndoungué non è in buona salute. È molto cagionevole, qualche volta non si fa sentire, altre volte fa i capricci e non parla; soprattutto è fiacca, arriva abbastanza bene fino a Nkongsamba, 14 km, e poi si ferma. Chissà... quando sarà più grande e più forte, andrà più lontano. Ma quando diventerà più grande l’Africa?

Intanto incominciamo dal piccolo, cioè da due iniziative qui della nostra parrocchia di Ndoungué, che è intitolata a S. Anna.

Vicino alla chiesa parrocchiale ci sono per la scuola 5 costruzioni in legno, che risalgono agli anni 1979-1981. Il tempo, il sole, le piogge hanno lasciato il segno: gli scolari, oltre che dalle porte e dalle finestre, riescono a uscire da altre parti, feritoie e pertugi vari nelle pareti. Anche perché sono proprio tanti: le classi contano fino a 50-60 alunni, per un totale di 402 iscritti.

Le offerte raccolte da amici, gruppi e benefattori ci permettono di pensare a costruzioni in muratura. Un’impresa edile di Nkongsamba incomicia nei prossimi giorni i lavori per il primo dei fabbricati, il più grande, con un preventivo di oltre 11 milioni di lire italiane. Non è che abbiamo in cassa tutta la somma necessaria per i 5 edifici; ma la Provvidenza, come c’é stata ieri per cominciare, ci sarà anche domani per continuare e finire.

La seconda opera nasce dall’iniziativa del nostro p. Leon, il primo dei dehoniani camerunesi. Confinante a Ndoungué, il villaggio di Ekohock è privo di presenza cattolica. P. Leon pensa di costruirvi una cappella, che intende dedicare a Notre Dame de la Lumière. Da una famiglia del luogo ha già acquistato il terreno (2.500 mq), che stanno disboscando. Per una visita ci siamo recati sul posto domenica 18 febbraio: assieme a p. Leon, anche il capo villaggio di Ndoungué, Bernard, una rappresentante del consiglio parrocchiale, Cécile, e fr. Albert. Tutti abbiamo avuto un’ottima impressione per la scelta.

A Biassono al parroco, don Umberto, che si è impegnato a offrire il ricavato della "Quaresima di carità" di quest’anno ho fatto conoscere l’iniziativa per la costruzione della cappella a Ekohock. Penso che dovrò essere molto riconoscente a don Umbero e ai suoi parrocchiani, volevo dire ai miei compaesani.

20 marzo

Reverendissimo Arcivescovo,

a due mesi dal mio arrivo in Camerun, sento il desiderio di comunicarle qualche notizia circa il mio nuovo campo di ministero. Anche perché voglio ringraziarla della sua benedizione in occasione della mia visita di congedo. Per me è stata come l’espressione della volontà del Signore e della sua benevolenza per il mio sacerdozio.

Mi trovo bene, sto bene di salute e sono contento.

Vivo nella casa del nostro noviziato camerunese, dove la comunità è internazionale; dei 6 Padri, 1 è francese, 1 belga, 1 olandese, 1 polacco, 1 camerunese e 1 italiano, il sottoscritto; i 9 novizi come i 6 postulanti sono camerunesi. Due le parrocchie che ci sono affidate: Manengole ai due Padri belga e polacco; Ndoungué al p. Léon, camerunese, e al sottoscritto.

Il villaggio di Ndoungué, di circa 8 mila abitanti, conta una forte presenza protestante (una scuola primaria, un collegio, una scuola di teologia e l’ospedale); è una missione difficile, a sentire il parere dei nostri missionari. I cattolici si aggirano sui 500; ma è una cifra molto incerta. Abbiamo una chiesa, una scuola parrocchiale con 402 iscritti (la maggior parte non sono battezzati). Nel territorio c’é un’altra cappella, a Ngwa, per una piccola presenza di cristiani e con il mio arrivo è ripresa la messa domenicale. È in progetto la costruzione di una terza cappella, a Ekohock, a qualche kilometro da qui: è importante, dicono, assicurare la presenza sul territorio.

Quello che colpisce di più nel villaggio è il livello di povertà e miseria: le case, le strade, i quartieri hanno solo il volto della miseria. In una conversazione, il capo del villaggio mi dice che sono due i problemi più gravi: la mancanza di lavoro e la microcriminalità. Quando si propone qualcosa, "Il n’y a pas d’argent" è la risposta abituale. E con questa motivazione, che è vera, non si fa nulla. Le conseguenze si riflettono non solo sulla vita sociale, ma anche sulla psicologia e mentalità della gente: mancanza di iniziativa e assuefazione al degrado. Non perché faccia difetto la capacità, ma solo perché la mancanza di mezzi impedisce loro di incominciare e di tentare.

Se si offre loro questo inizio, la molla scatta. In questo senso, sto cercando di fare qualcosa con i maestri per la scuola, e con il capo villaggio per il paese.

Una prova è anche l’attività in questo mese di marzo: con la prima acqua, la gente è impegnata a preparare i campi per la semina prima della stagione delle piogge; il ricavato servirà solo o quasi per l’autosostentamento; ma l’impegno meriterebbe una valorizzazione intelligente e assistita.

È anche una zona di piantagioni di caffé, che una volta rendeva fino a 30 mila franchi al sacco (circa 90 mila lire); ma adesso il prezzo è di 8 mila franchi. Quando penso alla tazzina di espresso a 1500 lire... un sacco di caffé uguale a 5 tazzine di espresso!

Eccole un piccolo quadro della mia nuova parrocchia. Il Signore c’é anche per Ndoungué e ci aiuterà. Come segno di questo aiuto, a lei chiedo di confermarmi la sua benedizione.

Grazie, un sentito ricordo e saluti anche alla Brianza.

24 marzo

Con piacere abbiamo ricevuto sue buone notizie. Certo che la vita della popolazione in quei luoghi è molto differente, ma c’é in tutti un denominatore comune: "Figli dello stesso Padre", e quindi ci si trova subito in famiglia.

In ogni occasione l’Arcivescovo mi chiede sue notizie

Per l’Api-Colf: Clara Casali

1 agosto

Agli amici del gruppo biblico.

Solo dieci giorni fa sono venuto a conoscenza, attraverso una comunicazione da Milano, di un versamento di lire 1 milione e mezzo da parte del "gruppo Cacciamani" a mio favore.

Non mi ricordo d’avere avuto comunicazione precedentemente; tuttavia non mi posso fidare al 100% della mia memoria, dato che gli anni l’hanno un po’ arrugginita. Ma non è arrugginito il mio senso di riconoscenza e di affetto per voi, perché il legame biblico non arrugginisce. E allora "mille grazie" o, se vogliamo conservare la proporzione numerica, "mille e cinquecento grazie"!

Spero che stiate tutti bene. Ho avuto qualche vostro scritto. Purtroppo qui a Ndoungué la situazione per le comunicazioni è andata peggiorando. Al mio arrivo il telefono funzionava, almeno entro un certo raggio. Poi sulla strada hanno tagliato i fili della linea e per ora non si vedono interventi di riparazione. Anche per l’e.mail devo ricorrere (e correre) a Nkongsamba. È l’unica vera mancanza che ho patito finora.

Sono contento che il gruppo biblico continui i suoi incontri con la Parola di Dio: la conoscenza di Abramo o di Giobbe, di Paolo o Giovanni, sarà sempre un bel aiuto per la vostra fede e vita cristiana. E ci sono altri che vi aspettano: Mosè ed Elia, Amos e Geremia e compagnia.

Vi ricordo tutti: Franca, Matteo, Giuseppe, Anna Maria, Mario e Adriana. Vi saluto nel Signore e vi auguro ogni bene.

 

Biassono

14 febbraio 2001

Reverendo e caro don Umberto,

nel saluto rivoltomi in chiesa domenica 14 gennaio c’è stata qualche parola di ammirazione nei miei confronti a motivo della scelta missionaria alla mia età. Ma quando sono arrivato qui a Ndoungué mi sono vergognato. Nella residenza dove abito, appena passato il cancello d’ingresso, sulla destra ci sono le tombe di nostri missionari: 6 europei tra cui un italiano e due nostri sacerdoti camerunesi, di cui uno vescovo. Sulle lapidi, di pietra grezza, leggo nomi e date: p. Lecheviller 51 anni al Camerun; p. Kessler, 37 anni al Camerun; p. Le Bayon 56 anni di missione; p. Italo Munari, 45 anni di missione; fr. Hazarel, 26 anni; p. Martelet 37 anni al Camerun.

30 marzo

In parrocchia i ragazzi e le loro famiglie stanno portanto avanti, con entusiasmo, l’impegno per la "Quaresima di carità" a favore della sua missione e questo è molto bello. In seguito le comunicheremo i risultati.

Per il gruppo missionario: Clelia Riboldi

21 aprile

Abbiamo ricevuto le tue notizie dalla terra di missione, il tuo interessante notiziario e le successive fotografie; stiamo studiando come poter rendere accessibili ai biassonesi queste interessanti notizie.

I tuoi amici del GRAL

18 giugno

Giovedì 12, pomeriggio, pioveva forte: mentre ero vicino alla chiesa, mi è capitato di vedere bambini anche piccoli, con il carico di legna o di prodotti agricoli sulla testa, che tornavano dal campo sotto la pioggia, con indosso i vestiti tutti maceri (quando vanno al campo indossano proprio solo qualche straccio). Per loro è abituale: è così, una fatalità.

21 luglio

Cari Attilio e Giuseppina,

la vostra lettera è arrivata a Nkongsamba mercoledì 18; me l’hanno recapitata ieri. Ringrazio per aver accluso il foglio di programma del 50° di don Consonni: un pezzo di vita di Biassono. Sono contento che sia stata una bella manifestazione, ben riuscita. Io avevo fatto la mia parte con l’opuscolo sulla chiesetta della Brughiera e tutta la storia dei lavori di don Consonni per il restauro. Adesso invece sono qui a... restaurare un pezzetto d’Africa.

6 ottobre

A Matteo e Barbara, novelli sposi.

Sono arcicontento che il 1° settembre sia stata una giornata o.k., ben riuscita: conserverete tutti un bel ricordo. Io conservo la vostra fotografia di sposi. Devo ringraziare molto il Signore per questo e anche per il ricordo sostanzioso che avete avuto per la missione di Ndoungué: un gran bel gesto di generosità, per i poveri, gli ammalati e gli scolari di questo paese.

Anche da parte mia le notizie sono buone: sto bene, la salute è buona, nessun malanno finora.

Le piogge continuano, ma stanno diradandosi: segno che è in arrivo la stagione secca. Una settimana fa ho rivisto la luna dopo due mesi di scomparsa: c’era quasi da pensare che i terroristi...

A novembre si riprendono i lavori per il rifacimento in muratura delle altre tre costruzioni che sono in legno (altre 6 aule).

Dopo il ritorno di Sr. Marie André (che in visita in Italia e anche a Biassono ha messo insieme macchine per cucire e stoffe), in novembre o dicembre dovremmo incominciare anche con il corso di taglio e cucito per le ragazze... disoccupate. Insomma cerco di darmi da fare... per non invecchiare. Ma a guardare quello che ci sarebbe da fare, non dovrei invecchiare mai.

16 ottobre

Abbiamo ricevuto la tua lettera dell’11 settembre scritta da te e dai due seminaristi...

Noi non abbiamo figli, e abbiamo scelto l’adozione a distanza, tramite il Pime, di un bambino a Papua Nuova Guinea e seguiamo i due seminaristi André e Richard.

Attilio e Guseppina

17 dicembre

Il Gi.Gi.Emme (Gruppo giovanile missionario) lavora bene e per noi adulti è una vera speranza. In occasione della Giornata missionaria hanno lavorato molto e con entusiasmo.

Speriamo continui così. Ti abbiamo inviato L. 7.000.000 per i bisogni della tua missione.

Per il gruppo missionario: Mariella Sangiorgio

21 dicembre

Volevo informarla che sul conto corrente da lei indicato abbiamo effettuato un versamento a suo favore. È un piccolo pensiero per ricordarla e contribuire, anche se in minima parte, alla sua missione.

Marco

24 maggio 2002

Biassono-Macherio: un km di distanza, due brianzoli al Camerun.

"Sono sr. Marina Colombo, la ringrazio di cuore per il suo scritto... Prima di partire per il Camerun (ottobre 2001) mi trovavo alla pasticceria Galliani di Biassono e lì mi hanno parlato di lei e quando ho scoperto che si trova lontano da Yaoundé mi è dispiaciuto... Io sono ancora fresca dell’esperienza missionaria; è la prima volta che vengo in Africa e nonostante non sia più tanto giovanissima (46 anni), ho solo sei anni di vita religiosa. Sono una vocazione adulta. Mi sono inserita bene in tutti i sensi. Ora che la mia superiora è in congedo in Italia, sono qui con le mie giovani otto novizie ed ho il mio bel da fare.

Mi ha detto che andrà sicuramente alla tipografia Verga; bene, la mia mamma (si chiama Carla) abita lì, in Via Pasubio, davanti al Bar Casati. Mi saluti tanto Renzo e Angelo Verga e tutta la famiglia. Ci conosciamo benissimo.

Le auguro buon viaggio e una buona permanenza in Italia.

Sr. Marina

 

Lippstadt

20 marzo 01

I connazionali di ogni colore politico e di ogni provenienza regionale coi quali abbiamo parlato del tuo progetto hanno dichiarato di essere disponibili a dare una mano nel gruppo di volontariato.

Missione cattolica italiana e "Insieme per Ndoungué"

30 aprile

Ti ringraziamo tanto per la tua lettera del 9.4.01. Adesso ci rimbocchiamo le maniche per il tuo progetto di Ndoungué. I primi 450 marchi sono il ricavato di una lotteria del gruppo dei pensionati. Siamo fiduciosi di poterti dare una mano e ci sentiamo corresponsabili.

Gruppo "Insieme per Ndoungué"

29 maggio

Ai carissimi del Gruppo di volontariato "Insieme per Ndoungué"

La vostra lettera del giorno 11 l’ho ricevuta mercoledì mattino, giorno 23, giorno propizio, perché per il pomeriggio era fissato l’incontro con i genitori degli alunni della scuola. Quando ho detto della vostra iniziativa e ho mostrato l’intestazione della lettera, c’é stato un lungo applauso generale dell’assemblea: erano presenti in 65, più i maestri.

Il mio più bel ringraziamento per tutto quello che state inventando, organizzando e realizzando è questo applauso dei genitori dei bambini di scuola.

Nella riunione, dopo la valutazione dei risultati dell’anno scolastico (che termina entro il prossimo 10 giugno) sono state avanzate due iniziative.

La prima. Siccome sono molto pochi gli scolari che hanno qualche testo di scuola, per invogliare le famiglie all’acquisto dei libri, la direzione ha promesso a chi acquista due libri di fare il regalo di un terzo libro.

Chissà che funzioni! In Europa siamo ai computer, qui non siamo ancora ai libri di scuola. Gli scolari però hanno... la zappa!

La seconda. Ricostituire un "Fondo di solidarietà" tra i genitori, in modo da permettere interventi per iniziative o manifestazioni scolastiche.

Anch’io ho insistito molto per aiutare a formare una "coscienza scolastica" nella popolazione. Spero che funzioni.

Mi congratulo per lo spirito di iniziativa e per tutta la fantasia che vi accompagna. Vorrei poter ringraziare singolarmente tutte le persone che si sono impegnate per la buona riuscita delle varie manifestazioni: Rosario e Nella, Leo, Baiamonte, Calvagna, Bua, De Lucia, De Dato, Maldera, Rosa Scarpellini (ah! la birra e i bicchierini di Mario Scarpellini!), Rocchetti, Picciuca, Brozzu, Berardi e tutti i baristi: Calvagna, De Lucia, Falcone, Boccadamo, Palumbo, Baiamonte...

12 giugno

La "Festa della Famiglia" organizzata dalla Missione italiana in collaborazione con i vari gruppi è andata bene e P. Pierino provvederà ad affettuare il suo versamento.

Il nostro gruppo ha raccolto tra feste e offerte in tutto oltre 6.000 marchi.

"Insieme per Ndoungué"

25 giugno

Sono la signora Pannucci da Lippstadt...nella mia testa da tanto tempo mi frulla l’idea di adottare un bambino. Naturalmente ho pensato a un’adozione a distanza... non posso rimanere indifferente di fronte a tanta povertà che esiste nel mondo, quindi ho deciso unitamente a mio marito e ai miei tre figli di contribuiire con la nostra modesta offerta ad aiutare qualche bimbo meno fortunato dei miei figli.

Giuseppina Pannucci.

28 luglio

Sono stata felicissima di ricevere la sua lettera e le foto..Io qui ho parlato di questa iniziativa con alcuni amici e parenti e sono disposti a sostenerci; ciò significa che ogni tre mesi la somma sarà più di 150 DM.

Giuseppina Pannucci

28 agosto

Sabato 25.8 abbiamo celebrato la festa dello straniero in piazza. Con l’appoggio della AIL e di tante altre brave persone abbiamo venduto pizza, pasta la forno, arancine siciliane, vino, grappa, bibite e aungurie. Abbiamo ricavato 1.000 marchi.

Pietro Basile

13 settembre

Carissimo Pietro,

dopo le ferie, eccoti al lavoro. Ho ricevuto l’altro ieri la tua lettera del 28 agosto. Vedo che non perdete tempo per continuare il programma di iniziative che vi siete proposti. Se continuate così, mi toccherà venire di persona a ringraziarvi... fra due anni.

Qui siamo nella stagione delle piogge: vuol dire che piove tutti i giorni, come gli pare, e a tutte le ore che gli piace! Luglio e agosto non finiva proprio più; adesso a settembre incomincia a farsi vedere anche qualche giorno di asciutto e di sole, come oggi. Finalmente.

10 ottobre

La proposta dell’adozione scolastica servirà per qualche famiglia ricca di figli e povera di mezzi. Mi viene però in mente che la spedizione migliore sarebbe quella di sussidi scolastici, ad esempio: 100 matite, 100 penne biro, qualche confezione di matite a colori per disegno, gomme, ecc.

31 ottobre

Ci fa piacere che il nostro versamento sia arrivato a destinazione e prima di Natale pensiamo di effettuarne un altro forse della stessa quantità.

L’AIL ha fatto la festa della Sagra italiana nella Schützenhalle ed è stata organizzata anche una tombola per il progetto di Ndoungué.

Siamo sicuri che dopo la realizzazione del progetto di ristrutturazione della scuola di Ndoungué ti dedicherai ad altri progetti.

Naturalmente puoi contare sul nostro aiuto e con l’esperienza fatta in questo anno speriamo di potere ottenere buoni risultati anche l’anno prossimo. Pietro Basile e Vincenzo Celeste

11 novembre

Carissimo Pietro,

In Italia (al mio paese e altrove) hanno messo insieme una dozzina di macchine per cucire e una buona quantità di stoffe per avviare un "foyer" per ragazze: in concreto una scuola di taglio, ricamo e cucito. Anche questo è già cominciato, lunedì 29 ottobre. Il primo giorno c’erano 13 iscritte; venerdì scorso erano 41. Non potremo superare il numero di 50 partecipanti: due corsi, uno al mattino e uno al pomeriggio. Il container con le macchine e altro materiale dovrebbe essere pronto a Milano nel mese di gennaio. Sono molto contento di questa iniziativa, perché risponde a una necessità per le ragazze (dis)occupate in casa o per strada. Non ho ancora trovato l’ispirazione per i giovanotti di identica situazione. Chi mi dà l’idea? Forse lo sport, per incominciare, ma poi..?

Naturalmente mi fa piacere sentire che la vostra disponibiltà di aiuto non finirà con il 2001: il millennio infatti è lungo! Grazie

6 dicembre

Diversi connazionali ci chiedono informazioni sullo stato dei lavori di ristrutturazione della scuola e se col nostro versamento sia garantita la copertura delle spese.... Qualora questa sia sicura e tu abbia in mente un nuovo progetto, mandacene una descrizione e noi cominceremo a programmare delle nuove attività per aiutarti a realizzarlo.

Vincenzo e Pietro

17 dicembre

A Maria e Daniela

Sono al corrente della vostra adozione scolastica. Ho preso l’iniziativa di pagare una quota d’iscrizione (che quest’anno è di 9.500 franchi equivalenti a circa 28 mila lire) per quelle famiglie che alla nostra scuola hanno 4 figli iscritti (14 famiglie), e mezza quota per quelle che hanno 3 figli iscritti (22 famiglie). In tutto un aiuto di 712.500 lire. In più ho dato un aiuto per l’acquisto di libri.

22 gennaio 2002

Il giorno 28.12.2001 abbiamo tenuto il raduno con il resoconto delle attività di tutto l’anno. È uscito anche un articoletto sul "Patriot" con la foto di alcuni collaboratori e un maxi check di 7.000 marchi. Abbiamo ringraziato tutti coloro che hanno dato una mano e vogliono rendersi utili anche per questo nuovo anno. L’ultima azione buona del 2001 a favore del tuo progetto l’ha fatta Cavallo Salvatore che ha organizzato il cenone di S. Silvestro e ha messo in palio alcuni premi con un cestone. Il ricavato è stato di 400 DM che verranno versati sul conto di Ndoungué. Come vedi hai tanti amici che ti pensano e ti aiutano volentieri nei tuoi progetti. Purtroppo uno di questi è morto questa mattina stroncato dal cancro. Si tratta del nostro amico Luciano Finocchiaro. Sappiamo che tu lo conoscevi bene e che lui ti stimava tanto. Ti auguriamo ogni bene.

Domenico Casa

 

Pradalunga

4 ottobre 2001

Carissimo Luciano,

la tua lettera del 20 settembre è arrivata puntuale in Camerun con il P. Mario Gritti, ma poi la posta qui cammina come può e oggi soltanto ho in mano sia la lettera che l’accompagnamento musicale dei 17 mila franchi francesi.

Qui non ho la fanfara per ringraziare gli amici del "Terzo mondo", ma insomma lo faccio con tutto il cuore. Le cose sarebbero più facili se da qui funzionasse il telefono.

Al mio arrivo c’era; poi sulla strada qualche mese fa hanno tagliato i fili che penzolano ancora dai pali e qui le cose rotte non si aggiustano. Putroppo è così.

3 novembre

Il gruppo di operatori volontari di Pradalunga ti manda 17.000 franchi francesi. Sono contento che il tuo progetto di ristrutturazione della scuola vada vanti bene, per te e per quei bambini che ne hanno veramente bisogno.

Luciano Carobbio

29 novembre

Caro Luciano,

ti comunico che da ieri sono nelle mie mani i 17 mila fratelli francesi, corrispondenti ai loro 5 milioni di cugini italiani, arrivati tutti sani salvi in Camerun tramite il servizio aereo di p. Dino Ruaro. Non si sono neanche bagnati, perché la stagione delle piogge è finita.

Devo proprio essere riconoscente agli operatori volontari di Pradalunga del "Terzo mondo", che in questo modo mi danno la possibilità di portare a termine la ristrutturazione delle nostre scuole. Con l’arrivo del contributo di Pradalunga il finanziamento è assicurato.

Solo che per la frequenza alla scuola le famiglie fanno difficoltà, o perché, con tanti figli, non hanno i mezzi, o perché non mollano facilmente quel poco che hanno.

Un mese fa abbiamo inaugurato il laboratorio per il corso di "taglio e cucito": si sono iscritte una quarantina di ragazze e mamme: si vede che c’era bisogno. Spero che a gennaio il nostro Segretariato di Milano mi spedisca un container, per farmi arrivare le macchine per cucire e materiale vario per il laboratorio.

Nei due posti di missione dipendenti da Ndoungué, e cioè a Ekohock e a Ngwa, dove ci sono due miserie di cappelle in legno, era necessario metterci mano e abbiamo incominciato; ma poco alla volta, ragazzi, altrimenti il torrente va in secca.

Ti ringrazio tanto per il tuo sempre concreto interessamento.

I saluti sono anzitutto per Rita e famigliari tutti, ma anche per gli amici del "Terzo mondo" (Luigi, Raffaella, PierGiorgio) e per quelli del Cefa-Mi.

Un abbraccio.

 

Da... altrove

29 aprile 2001

A una missionaria

La tua lettera del lunedì di Pasqua me l’hanno consegnata ieri 28 e mi affretto a risponderti oggi 29, terza domenica di Pasqua... anche per onorare i tempi del calendario liturgico.

Dunque anche per le tue "missioni" è venuta la sera del venerdì santo, con una specie di sepoltura nella tomba scavata vicino al Calvario.

Ma la tomba era in un giardino, dove tre giorni dopo il "Signore", morto, si è presentato, vivo, a una peccatrice, dalla quale erano stati scacciati sette demoni.

I demoni non c’erano più quella mattina del terzo giorno nel giardino dov’era scavata la tomba. Il terzo giorno, quella mattina, nel giardino c’era il "Signore", che chiamava per nome una donna dalla quale erano stati cacciati sette demoni.. .

Non so sei già arrivata alla mattina del terzo giorno, perché qualche volta il sabato è lungo, più di 24 ore. Se ti trovi ancora al sabato, potresti fare due passi e andare alla casa della mamma del "Signore" che era morto, ma che lei, la mamma, è sicura che il terzo giorno sarebbe stato vivo.

Sono tornato da poco dalla cappella di Ngwa, che non è in un giardino ma in mezzo ai campi e che non è scavata nella roccia, ma è una baracca di legno vicina ad altre baracche di legno, che sono poi le case di quella cinquantina di persone che stamattina hanno avuto la tolleranza di ascoltarmi nel mio francese non del tutto genuino.

Essendo ormai alla vigilia del mese della "mamma" del "Signore" morto e poi vivo, ho fatto distribuire una corona del rosario: pur rimanendo nella loro baracca di legno canteranno, insieme alla "mamma", la vittoria del Figlio sulla tomba della morte.

E, nella melodia di questo canto, ti saluto anch’io. Ma non lasciare il giardino, anche se c’è la tomba scavata nella roccia: è lì nel giardino che risuonerà una voce, un nome, è lì che si svelerà un volto, quello che cerchi.

Ma il giardino dov’é?

Vicino al Calvario.

Ciao

31 agosto 2001

Per quanto riguarda il mio contributo alla realizzazione del tuo progetto, cioé la costruzione di una scuola professionale per giovani, posso darti 30.000 franchi francesi. Ti va? ...

Ti auguro molta salute, un mucchio di bene e un buon lavoro pastorale.

M.

20 novembre

Ogni tanto ti pensiamo, così, mentre si parla della missione, della salute dei confratelli con cui si è vissuto, e a dire il vero ci fai venire un po’ di invidia... perciò ti portiamo nel cuore assieme ad altri missionari.

p. Giuseppe Agostini

Natale 2001

Siamo liete che la tovaglia per l’altare le sia giunta a tempo per onorare S. Anna. La mamma della nostra celeste Mamma ne avrà sicuramente gioito con lei.

Suore Sacramentine di Monza: Suor Enrica

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