ABBIAMO CREDUTO ALL'AMORE
(Proposte per un’autentica educazione all’amore)
(Pedron Lino)


autori
titoli

Indice:

Il mio corpo: un messaggio
L’Amore... Cos'è?
La castità
La verginità
Conclusione

 

 

 

 

 

IL MIO CORPO: UN MESSAGGIO

Il corpo dell’uomo è il capolavoro di Dio. Il corpo è parola: un sorriso, un volto accigliato, una stretta di mano, un gesto di delusione, un bacio, una carezza sono messaggi.

Il corpo è sacramento dell’incontro. Parole e gesti si intrecciano per comunicare agli altri i nostri sentimenti di simpatia, di amore, di riconoscenza.

Il nostro corpo è veicolo di questo linguaggio, ma è necessario che questo linguaggio sia vero e reale.

I nostri gesti devono essere sempre più capaci di manifestare ciò che abbiamo dentro.

Il corpo di Gesù è parola

Anche Gesù ha voluto comunicare con noi uomini attraverso il suo sguardo, la sua parola, i suoi gesti. Egli era Parola del Padre non solo quando parlava, ma anche quando sorrideva o piangeva, accarezzava i bambini, rovesciava i tavoli dei mercanti, guardava i gigli del campo, toccava le membra malate e le guariva e quando ha consegnato liberamente il suo corpo alle sofferenze della passione e della morte.

Il corpo di Gesù ha trasmesso un messaggio autentico perché è stato segno di amore, di donazione e di sacrificio per i fratelli.

Un falso messaggio

La società consumistica ha manipolato il corpo tanto da non renderlo più strumento di dialogo, ma di soliloquio: "Il corpo è mio e lo gestisco io". Il corpo così non è più comunicazione, ma possesso; non è segno di donazione, di condivisione, ma proprietà privata da godere in proprio. Anche il corpo dell’altro è visto come possesso mio da godere. Spesso poi il corpo diventa messaggio pubblicitario strumentalizzato agli affari.

Un messaggio vero

Quando i moribondi di Calcutta sono raccolti da Madre Teresa, nelle sue mani e nel suo sorriso vedono l’amore di Dio. Il corpo di Madre Teresa è strumento di Dio e annuncia ancora oggi lo stesso messaggio di Gesù perché è animato dallo Spirito di Gesù. San Paolo ha scritto: "O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!" (1Cor 6,19-20).

I gesti di affetto

I gesti di affetto sono messaggi, segni di una realtà profonda che può essere vissuta come dono e comunicazione o come possesso e falsità. Il baciarsi spesso non è altro che una cosa piacevole, che poi diventa un’abitudine e un bisogno fisico. L’uscire insieme, il frequentarsi come ragazzo e ragazza si riduce spesso a livello di consumo biologico o emozionale. Il problema non sta nel baciarsi o meno (anche se il bacio in sé è una cosa importantissima), non sta nello stare insieme: il problema sta nel contenuto di questi gesti. Se non c’è contenuto (sia perché non abbiamo intenzione seria di mettercene, sia perché non siamo ancora capaci di farlo), possiamo moltiplicare i gesti all’infinito: sarà sempre un vaniloquio. È esattamente come il parlare di uno che ha dei valori da comunicare e il parlare di uno che parla a vanvera: quest’ultimo può moltiplicare le parole finché vuole, ma non c’è contenuto. Tutte le parole e i gesti sono una consegna, un tramite, una traduzione. Quando il nostro corpo è usato con superficialità o con egoismo, noi mentiamo all’altro: fingiamo di comunicargli una realtà che non esiste perché non corrisponde a ciò che abbiamo dentro.

Un dono diversifica

Nella Bibbia, che ci svela il senso più profondo del nostro essere uomini, la corporeità, la sessualità sono presentate come il modo tipico dell’individuo umano di esistere, di essere al mondo: "Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Gen 1,27).

Per essere al mondo quindi devo essere o maschio o femmina, perché questo è il mio modo di esistere. L’essere maschio o femmina è un dono che il Signore ci fa, un dono diversificato, che non vuol dire di valore diseguale. L’essere maschio o femmina determina tutto il nostro modo di agire, non soltanto l’attività genitale.

Anche la psicologia ce lo conferma. Nell’uomo e nella donna esistono caratteri sessuali primari e secondari: i primi sono rappresentati dagli organi genitali e da tutte le manifestazioni fisiologiche ad essi connesse. I secondi comprendono tutti i caratteri che distinguono un sesso dall’altro, siano essi fisici, intellettuali, sociali, caratteriali, affettivi. Il modo di pensare, di amare, persino di pregare è differente.

Il Signore chiama l’uomo e la donna in due modi diversi. L’uomo e la donna rispondono con due stili propri, che vanno al di là della funzione genitale. Se dunque è possibile rinunciare all’esercizio della propria genitalità, non è possibile rinunciare all’esercizio della propria sessualità, nel senso che non si può rinunciare a essere uomo o donna, poiché la mancata accettazione della propria specificità sessuale implica fatalmente una amputazione della personalità e quindi un impoverimento di tutto il nostro essere umano. Se una ragazza è chiamata a entrare in convento non significa che è chiamata ad essere meno donna di una ragazza che si forma una famiglia; un ragazzo che entra in seminario non è chiamato ad essere meno uomo e a sviluppare la propria personalità meno di uno che si sposa.

È quindi doveroso accettare e valorizzare la propria sessualità nel senso più ampio della parola perché, investendo tanta parte della nostra vita, essa rappresenta una componente importantissima per rispondere alla chiamata del Signore.

Sessuati si nasce, è vero, ma è ancora più vero che sessuati ci si costruisce, per evitare che il sesso, da grandissimo dono di Dio per la nostra felicità, scada a banalità, o, peggio, a condizionamento o ossessione; diventi un fine della vita anziché un mezzo per realizzare la propria personalità secondo il piano di Dio.

Maturare la propria sessualità allora sarà la scoperta nuova di un corpo da curare, da rendere bello, capace di amare, affinché sia sempre più l’espressione autentica di ciò che noi siamo e sia uno strumento di comunicazione e di comunione. Sarà ricerca delle proprie doti per svilupparle e valorizzarle e scoperta delle proprie debolezze per vincerle.

Ecco allora il grande compito che il Signore ci affida: dall’essere maschio o femmina diventare uomo o donna, specchio della sua immagine, persone capaci di donare la propria vita nella ricchezza delle sue caratteristiche.

Il dono della sessualità deve essere assunto come una ricchezza e come una povertà. Infatti se da una parte mi fa capire il grande valore di essere uomo o donna, dall’altra mi dice anche chi non sono, mi fa capire la nostra diversità e complementarietà che crea in ognuno la spinta a diventare un "noi"; genera la scoperta dell’amore; mi dice che ho in me grandi ricchezze, grandi doti, ma mi dice anche che mi costruisco mettendomi in rapporto anche con tutto ciò che è diverso da me, accettando la ricchezza dell’altro.

 

L’AMORE... COS’È?

Forse non esiste parola più sfruttata: tutti ne parlano. "La gente non pensa che l’amore non conti. Anzi, ne ha bisogno; corre a vedere serie interminabili di film d’amore, ascolta canzoni d’amore; eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare in materia d’amore" (E. Fromm, L’arte di amare).

L’amore: che cos’è?

Per l’innamorato è una persona carissima che ha nel cuore; per il malato è una mano amica che lo solleva dal suo dolore; per l’adolescente è un impulso misterioso che sconvolge il corpo e lo spirito; per la persona consacrata è Dio.

Desiderio e parola

L’amore si presenta come il desiderio di un "altro", di una persona diversa da me. L’amore è un desiderio profondo e forte. Non ci è estraneo. Dio l’ha messo in noi, in ogni fibra della nostra persona, nel nostro corpo e nel nostro spirito.

Quando l’uomo ha di fronte a sé le cose, il suo desiderio diventa dominio, possesso: l’uomo sente che le cose gli sono offerte perché possa farle sue. È questo il gesto di Adamo che impone un nome a tutte le creature (Gen 2,20).

Ma il possesso delle cose non soddisfa l’uomo: in lui rimane un vuoto, una solitudine che le cose non bastano a riempire.

Egli ha bisogno di qualcosa di diverso, che non risponda solo al suo bisogno di possedere, ma a quello di dare, di comunicare; ha bisogno di una persona: "Il Signore Dio disse: "Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile"" (Gen 2,18). L’amore non è solo desiderio; è anche parola perché è incontro di persone.

Questa legge è scritta in ciascuno: l’amore è insieme desiderio e parola perché è comunione tra persone. L’uomo possiede le cose perché le finalizza a suo desiderio. La persona non può essere finalizzata al proprio desiderio: l’unico modo con cui due persone si possiedono "da persone" si realizza quando l’una comunica se stessa all’altra liberamente.

Chi ama aspetta di sentirsi rispondere: "Anch’io ti amo". Ma sa anche che non può fare nulla per forzare l’amore dell’altro; sa che se vuole costringerlo perde quello che spera. Una risposta obbligata non sarebbe più amore.

Ricchezza è poter dare

"L’amore è una conquista, non una resa. Il suo carattere attivo può essere sintetizzato nel concetto che amore è soprattutto dare e non ricevere. Che cosa significa dare? Il malinteso più comune è che dare significhi cedere qualcosa, essere privati, sacrificare. La persona il cui carattere non si è sviluppato oltre la fase ricettiva ed esplorativa sente l’atto di dare come un impoverimento. Per la persona attiva dare ha un senso completamente diverso: dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi riempie di gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell’atto mi sento vivo". (Erich Fromm, L’arte di amare, Milano, Il saggiatore, pagg. 37-38).

Ma la realtà più sorprendente è che questo "dare" crea nell’altro una risposta; trasforma l’altro, a sua volta, in una persona capace di provare la gioia del dare!

"Che cosa dà una persona a un’altra? Dà se stessa, ciò che possiede di più prezioso, dà una parte della sua vita... Non dà per ricevere; dare è in se stesso una gioia squisita. Ma nel dare non può evitare di portare qualche cosa alla vita dell’altra persona, e colui che riceve si riflette in essa... Dare significa fare anche dell’altra persona un essere che dà, ed entrambi dividono la gioia di sentirsi vivi. Nell’atto di dare nasce qualcosa, e un senso di mutua gratitudine per la vita che è nata in loro unisce entrambe. Ciò significa che l’amore è una forza che produce amore; l’impotenza è l’incapacità di produrre amore" (E. Fromm, op. cit.).

Si arriva allora a una scoperta fondamentale: nella logica dell’amore è racchiusa la logica della croce di Gesù: lui ci ha fatto capire che amare è uscire da sé, aprirsi senza paura al futuro, al nuovo, al rischio di perdere anche la propria vita per rendere la persona amata capace, a sua volta, di amare.

Il meccanismo dell’amore dunque è semplice e rivoluzionario. Ogni gesto di amore dato provoca a sua volta un amore che si dà.

Dio ci chiama all’amore

"Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi" (Gv 13-34).

Adesso possiamo capire più profondamente perché è davvero nuovo il comandamento che Gesù ha vissuto, per consegnarlo ai suoi. Chi non sa amare è solo e isolato, non vive da uomo. L’unico modo per condurre un’esistenza umana è quello di aprirla al dono di sé. Un amore così comprende e supera l’aspetto fisico e sessuale: la sua essenza è il dono di sé. Dunque questo dono può realizzarsi nel matrimonio, ma anche in una vita verginale come quella di Gesù. L’importante per il discepolo di Gesù è che tutta la vita sia donata come ha fatto lui. Questo dono è per noi possibile perché Gesù ci ha promesso il suo aiuto.

 

LA CASTITÀ

Castità: un fatto di libertà

Il discorso sulla castità, oggi, è francamente un discorso impopolare. C’è il sospetto che la castità significhi l’esatto contrario di libertà. Anche per questo ci si tiene alla larga da discussioni in pubblico sulla castità. Come si può sostenere che "castità è libertà", quando la nostra cultura proclama in coro: "sesso è libertà"?

Si dice che il sesso libera: è vero quando esso significa espressione piena di una personalità ricca, viva. Ma quando "suona vuoto" è la più sottile delle mistificazioni e il più grosso dei conformismi. Si porta dietro un sacco di interessi commerciali e spinge a un consumismo più radicato. Annota acutamente Fromm: "La felicità odierna consiste nel divertirsi. Divertirsi significa consumare e comprare cibi, bevande, sigarette, gente, libri, film: tutto è consumato, inghiottito... Il nostro carattere è congegnato in modo da scambiare e ricevere, barattare e consumare; tutto, sia le cose spirituali sia quelle materiali, diviene oggetto di scambio e di consumo. La situazione per quanto riguarda l’amore corrisponde al carattere sociale dell’uomo moderno".

Non per niente la logica dell’"usa e getta", tipica del sesso libero, è esattamente quella della società dei consumi.

Per questo chi non sottostà a questa logica si sente in genere un po’ tagliato fuori. Fondamentalmente è questo uno dei motivi per cui la stessa parola "castità" è circondata di sospetto: perché non è allineata, perché contesta alle radici un sistema che non ammette contestazioni.

Siamo pronti a denunciare ogni sfruttamento, ogni attentato alla dignità e alla libertà della persona, ma dobbiamo essere altrettanto pronti nel confessare dentro e fuori di noi l’erotismo che valuta la persona come "cosa - da - usare - per - provare - piacere".

Il fatto essenziale è che, a lungo andare, l’abituarsi a scene e letture erotiche, fine a se stesse, crea un atteggiamento, un modo di vedere la vita fortemente condizionante.

Centrato sostanzialmente sulla ricerca del piacere, fa passare in secondo piano gli altri interessi più costruttivi. La ricerca del piacere non richiede né cultura, né conoscenza di sé, né capacità di critiche, né auto-disciplina, né concentrazione. La ricerca del piacere impoverisce e basta.

Per questo Gesù, che ci vuole liberi per essere capaci di amore vero, ci dà una legge precisa che va contro la mentalità corrente: "Avete udito che è stato detto: "Non commettere adulterio". Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso con lei adulterio nel suo cuore. Se dunque il tuo occhio destro ti è causa di peccato, cavalo e gettalo via da te: perché è meglio per te che perisca un tuo membro, piuttosto che l’intero tuo corpo sia gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è causa di peccato, troncala e gettala via da te: perché è meglio che perisca un tuo membro piuttosto che l’intero tuo corpo sia gettato nella Geenna" (Mt 5,27-30).

Castità: lo stile di vita di chi impara ad amare

Da quanto accennato fin qui, è chiaro che per castità si intende tutto uno stile di vita, non certo un semplice elenco di "questo sì, questo no".

Non è facile all’inizio, e neanche in seguito tutto è tranquillo, ma ci si accorge a poco a poco di riconoscere quasi d’istinto l’altro stile, quello dell’"usa - e - getta", e non gli si dà valore. Il proprio tempo e le proprie forze sono impegnati in altro: non c’è più tempo per il consumo di certe amicizie, di certi divertimenti, di certe letture. Si sa che c’è di meglio nella vita, proprio perché se n’è fatta l’esperienza.

È grande la nostra responsabilità e quella dei nostri gruppi nel cercare e nel proporre continuamente esperienze "buone": quelle che richiedono fantasia, disciplina, concentrazione, pazienza...

Una volta provate, anche queste esperienze costruttive risultano contagiose e danno la gioia vera.

La castità è l’arte di amare

Tutto quanto detto risulta evidente se si pensa ad alcune persone che conosciamo e che vivono lo stile della castità. Non parliamo solo di grandi personaggi, ma di quei giovani e adulti che abitano nei nostri quartieri per i quali l’impegno per gli altri è più importante del loro divertimento. Le loro parole, di solito, hanno un peso; di loro la gente si fida. Il fatto di essere casti non li rende affatto inibiti, ma, al contrario, li apre a una generosità e anche a una precisione di giudizio che stupiscono. È interessante parlare con loro, apertamente, di castità: ne fanno una questione quotidiana non separabile dal resto della loro vita. Si sono abituati a poco a poco a esigere molto da se stessi, a disporre con sicurezza delle grandi capacità racchiuse nella propria mente, nel corpo e nel cuore.

La castità non è un invito a disprezzare se stessi, anzi, è lo stimolo a mettere in atto le energie di cui ciascuno è dotato, ma che non può scoprire finché non le impegna in un servizio agli altri.

Glorificare Dio nel proprio corpo

Dunque la castità non è una virtù impossibile. Sarebbe come dire che è impossibile essere pienamente uomini, essere santi, come lo intendeva l’apostolo Paolo esortando i cristiani delle prime comunità: "Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati , né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio... Il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e le farò membra di una prostituta? Non sia mai! O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un solo corpo? I due saranno - è detto - un corpo solo. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito. Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!" (1Cor 6,9-20).

È bella questa frase: "Glorificate Dio nel vostro corpo!" Dio è glorificato quando l’uomo realizza se stesso in modo vero e pieno. L’uomo impegnato a essere casto rende gloria a Dio perché si fida di lui; sa che Dio lo accompagna sul sentiero del suo vero bene. La salita è faticosa; lo sappiamo benissimo per esperienza personale. Ma se il Signore conta sulla nostra riuscita, possiamo dubitarne noi?

Il Signore ha avuto questa fiducia incrollabile in donne come Maria di Magdala, la Samaritana, l’adultera. Ha rivolto a chi aveva sbagliato un invito semplice, ma radicale: "Non peccare più". Davanti a tutti ha dichiarato che riteneva quelle donne capaci di amore profondo: perdonandole molto le ha provocate ad amare molto, per riconoscenza. Per questo ciascuno di noi è sicuro di poter camminare sulla via della castità.

In questo cammino, a volte molto lungo, si partecipa davvero al mistero della croce di Cristo, alla quale ci ha chiamati il nostro Battesimo, e che ha sempre un esito di gioia e di risurrezione.

La castità sarà una conquista tanto più gioiosa quanto più raggiunta con sacrificio e con autodisciplina.

In questo cammino non siamo soli. Ci accompagna lo Spirito che Gesù ci ha dato e che possiamo invocare con la preghiera, e ci incoraggia l’esempio di tanti nostri fratelli che hanno combattuto e combattono come noi.

Castità è vivere un amore responsabile

Molti fanno delle domande e danno delle risposte che sono disarmanti nella loro semplicità: "Se avverto nel mio corpo e nel mio cuore una sete viva d’amore, perché non saziarla com’è naturale?".

Occorre chiarezza su questo punto per non incorrere in grossi equivoci. "La gente ritiene che amare sia semplice, ma che trovare il vero soggetto da amare, o dal quale essere amati, sia difficile... Questa teoria può essere paragonata a quella dell’uomo che vuol dipingere, ma che, anziché imparare l’arte, sostiene che deve solo aspettare l’oggetto adatto, e che dipingerà meravigliosamente appena lo avrà trovato" (E. Fromm).

Il problema sta proprio qui: io desidero l’amore perché avverto che questa è la chiave della felicità, ma scopro che la riuscita dipenderà non tanto dalla persona che amerò, ma dalla mia capacità di amare.

È veramente geniale l’invocazione d’amore che Dio ha posto in noi fin dall’adolescenza. Ma Dio non ci regala un amore già pronto: vuole che siamo noi stessi a costruirci il vero amore. E ci rende impazienti, capaci di entusiasmarci e di impegnarci con tutte le forze. Come un’arte va conquistata con paziente studio e fatica, così dopo un faticoso cammino avremo tra le mani il nostro capolavoro: l’amore vero.

Castità: un cammino

È facile confondere la sete d’amore con il desiderio di sesso, che dell’amore è solo un "segno", una spia.

Se come abbiamo già detto, l’amore è:

- desiderio e parole,

- ricerca della felicità e non solo del piacere,

- gioia nel poter comunicare quello che si è,

allora è chiaro che non possiamo trovare l’amore semplicemente nella soddisfazione degli impulsi che pure avvertiamo in modo intenso a livello fisico. Certo, si può benissimo accontentarsi di provare semplicemente piacere. Ma allora bisogna con onestà rassegnare le dimissioni dalla categoria "uomini": non c’è bisogno di arrivare fino al livello uomo per imparare il piacere. Ci si può fermare prima, senza tanta fatica.

Liberalizzare la masturbazione e i rapporti pre - extra - o... anti - matrimoniali non serve a rispondere veramente alla domanda di amore.

Non basta desiderare di amare: è necessaria l’arte di amare, l’arte di donarsi. Perché l’amore è dono, non possesso.

Non solo: è illusorio credere di essere capaci di impegnare la propria vita insieme all’altro, se non ci si prepara a essere persone attive nella vita di gruppo, nella costanza degli impegni assunti, nel superamento delle mille difficoltà, nella capacità di rendere un servizio efficace a chi ci sta vicino.

L’amore vero non si trova già pronto, si costruisce, è frutto di una faticosa, ma felice preparazione.

Questo cammino si chiama castità. La castità è la cura continua per realizzare un amore che sia dono e non possesso; per questo è uno stile necessario anche nel matrimonio, perché nessuno dei due coniugi viva egoisticamente l’amore coniugale.

A questo punto qualcuno potrebbe domandare: "Esiste un codice della castità? Una specie di elenco delle cose che si possono fare o non si possono fare?".

Porre la domanda in questo modo è sbagliare la partenza.

Poniamola in questa luce: "Come posso fare per costruire un amore vero?".

Quando si pensa all’amore a due è molto più facile pensare a quello che l’altro ti darà per renderti felice che a quello che tu potrai dargli per farlo felice.

In effetti la castità non è "una regola" su cui contrattare, ma uno "stile" che orienta tutto un modo di vivere.

La castità è nella logica del dare

Ci sono modi diversi di mettersi con un’altra persona. Ci si può mettere in atteggiamento di "prendere dall’altro". Allora l’attenzione è centrata sul proprio io, sulle sensazioni più o meno piacevoli che l’io ricava dal contatto con l’altro. Si è distratti quando l’altro racconta di sé e si aspetta solo il momento in cui l’altro ci guarda, ci ascolta, ci approva. Diversissimo l’atteggiamento del dare. Quello che importa è il "tu" che si ha accanto. Il desiderio più grande è quello di "mettersi nei suoi panni" per capire quello che ha da dire. Si è contenti di vederlo contento. Ci si sente a disagio e impotenti quando non si riesce a condividere le sue preoccupazioni. Questa sensibilità verso l’altro non si improvvisa: si affina a poco a poco, imparando a cogliere le attese del nostro prossimo nelle più disparate situazioni della vita.

Questo atteggiamento interiore si riflette con una precisione sbalorditiva nell’atteggiamento esterno: un gesto, uno sguardo, un modo di vestire, un sorriso...

I gesti dell’amore hanno un loro significato: non devono essere imbrogli e falsità. Un bacio, una carezza, un abbraccio... diventano bugie mute quando col gesto indicano "voglio donare", ma di fatto dicono "ecco prendo". Questi gesti non possono neanche essere banalizzati o inflazionati: un gesto svilito è segno certo di superficialità.

C’è un pregiudizio diffusissimo: che l’amore non sia altro che il contorno del desiderio sessuale. In pratica si dice: se due persone imparano a soddisfarsi sessualmente a vicenda, prima o poi si ameranno. Dunque il tutto si ridurrebbe di fatto a un problema di tecnica. Agli inizi c’è la paura che, se non si è più che esperti nell’arte del baciare, il "mio ragazzo" o la "mia ragazza" (in perfetto accordo con la logica del prendere, questi "mio" e "mia"!) ci trovi inibito/a e ci lasci.

Poi le cose si fanno più complesse: occorrono guide "esperte", e le si cercano tra coetanei, sui libri e sulle riviste apposite. L’ignoranza in questo campo sarebbe imperdonabile!!!

Nella sua vasta esperienza di psicologo, Erich Fromm annota: "L’amore non è la conseguenza di un’adeguata soddisfazione sessuale, ma la felicità sessuale e la conoscenza della cosiddetta tecnica sessuale è una conseguenza dell’amore... Lo studio dei problemi sessuali più frequenti - la frigidità nelle donne e le forme più o meno gravi di impotenza psichica negli uomini - lo dimostrano... Timore e odio per l’altro sesso sono la causa di questa difficoltà che impedisce a una persona di darsi completamente, di agire spontaneamente, di fidarsi del compagno nell’immediato, diretto contatto fisico".

Dunque è falso sostenere che per "imparare" bene ad amare conviene "provare" spesso con persone diverse. Si impara davvero solo quando si è capaci di comunicare profondamente con il "tu" al quale si vuol bene.

E si capisce che un’impresa del genere non è faccenda di un giorno, né di una settimana, né di un mese: è un’impresa eterna, almeno in prospettiva e nelle intenzioni. Un presunto amore che nasce con la prospettiva di concludersi quando i due "non avranno più niente da dirsi"... nasce morto. Per il solo fatto che è viva, una persona ha sempre qualcosa di nuovo da dire: basta avere il desiderio e la volontà di scoprirlo e di donarlo, giorno per giorno.

Consideriamo seriamente la durata media dei rapporti ragazzo-ragazza: viene il sospetto che siano così brevi perché uno ha in sé ben poco da offrire all’altro. In sostanza ci si illude di possedere una ricchezza che in realtà non si è ancora conquistata. Ci si danno arie da adulti, ma non si è che bambini in ritardo.

Dai gesti che dovrebbero rivelare la ricchezza dell’amore spesso non traspare che un vuoto impressionante: per questo essi si caricano di trucchi, di pose... Sanno di artefatto. Bisogna rinnovarli spesso perché a lungo andare annoiano terribilmente.

Castità è costruire in sé una ricchezza che renda significativo l’incontro con l’altro. E costruire questa ricchezza, che dà gusto e sostanza ad ogni dialogo, ci impegna fin dai primi atti della vita e non avrà mai fine.

Questo non significa che bisogna chiudersi in una meditazione scostante su se stessi e sulla vita, lontani da tutti, anzi! Occorre maturare la capacità di vivere amicizie vere, aperte, di trovare interessi comuni, discutere, confrontarsi, lavorare con gli altri.

Per questo il rapporto a due nell’età dell’adolescenza è un grosso rischio. Lui e lei tendono a isolarsi, a diventare esclusivi l’uno per l’altro. Si precludono molte esperienze che li farebbero maturare: non si parla in questo caso di esperienze "sentimentali", ma di tutto ciò che fa la ricchezza di una persona: la fatica e la gioia di vivere in gruppo, l’impegno politico e civile nella scuola e nell’ambiente di lavoro, il contatto con i problemi delle persone emarginate, il gusto di scoprire aspetti nuovi della natura, della cultura...

È molto più importante durante l’adolescenza imparare ad essere persone capaci di amicizia che preoccuparsi di avere a tutti costi "qualcuno". È proprio questo saper "stare in piedi da solo" che dà la garanzia di camminare insieme. L’amore immaturo dice: "Da solo non so camminare. Devo appoggiarmi a te. Ho bisogno di te: per questo ti amo". L’amore maturo, al contrario, è quello che afferma: "Ho imparato a camminare da solo. Posso affiancarmi a te. Ti amo: per questo ho bisogno di te".

La castità è la coerenza dei gesti d’amore

La Bibbia ci rivela un Dio "esperto in umanità", come solo il Padre potrebbe esserlo: "L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne" (Gen 2,24).

Il punto di passaggio è proprio questo. Solo quando uno è in grado di lasciare il padre e la madre, quando sa camminare da solo è maturo per l’amore, può aprirsi pienamente a un’altra persona, può assumerne la responsabilità.

Allora bisogna essere molto coerenti: i gesti che dimostrano affetto devono corrispondere al grado di responsabilità che si è effettivamente in grado di assumersi.

Oggi è diffusa tra gli adolescenti e i giovani la convinzione che quando due si vogliono bene, tutto (o quasi) è permesso. Ma non si è altrettanto chiari sul significato di questo "volersi bene": ti voglio bene vuol dire esattamente "voglio il tuo bene".

Qual è il bene dell’altro? È ben difficile saperlo con certezza a 14, 15 anni, quando neanche noi siamo sicuri di quello che siamo e di ciò che desideriamo. Questo bene, poi, diciamo di volerlo: cioè di impegnarci per costruirlo anche quando ci sono delle difficoltà. Viene il sospetto che forse si confonda il "ti voglio bene" con "io sto bene con te": innamorarsi è facile (dura un momento e ti sembra perfetto), amare è difficile (dura una vita e scopri che c’è sempre qualcosa da perfezionare).

Un gesto d’amore è autentico quando:

- ti dà il desiderio di essere migliore di quello che sei, per meritartelo davvero,

- non ti fa vivere nel timore continuo che l’altro ti pianti, perché ha trovato di meglio: chi ama davvero sa quanto tempo e quanta pazienza occorrono, quanta strada resta ancora da percorrere,

- provoca il desiderio di comunicare serenità, di regalare ad altri la gioia provata; infonde altruismo, la fiducia di chi ha sperimentato che l’amore è una realtà viva.

Per questo, anche se è naturale che due persone che si vogliono bene desiderino momenti in cui poter star sole, dovrebbero cominciare a preoccuparsi quando questo desiderio si fa esclusivo, cioè li estranea dal gruppo, fa loro sentire come un peso ogni impegno nella comunità.

Al contrario, proprio perché caricati dalla forza del loro crescere insieme, dovrebbero essere più pronti ad aprirsi, a comunicare, a tirare il gruppo, a capire le esigenze di quelli che hanno vicino.

A questo punto, è da sottolineare che nessun gesto d’amore può essere autentico quando lo si concede per paura di mostrarsi inibiti se lo si rifiuta. Al contrario, si deve imparare ad affrontare insieme con semplicità i problemi che nascono, ad essere sinceri con se stessi e con l’altro perché ci si possa aiutare a vivere ogni gesto d’amore in tutto il suo significato. Dunque, se un gesto esprime tutta questa ricchezza è davvero impensabile giocarlo nella superficialità con chiunque.

Nel matrimonio, poi, il gesto più significativo dell’amore che è l’unione coniugale, significa la disponibilità di due persone a condividere tutto di sé: gioie, preoccupazioni, interessi, denaro, mente, cuore, corpo... Significa - e questo è davvero fondamentale - anche la loro disponibilità ad accogliere una nuova vita che li impegnerà insieme. Un gesto così impegnativo non è certo coerente con la condizione di chi non intende assumersi una responsabilità definitiva davanti a sé, all’altro e a tutta la comunità.

Il matrimonio

L’amore tra due persone spinge sempre più fortemente a una esigenza di comunione che duri per sempre; a uno stare insieme per tutti gli aspetti della vita: è questa spinta profonda che conduce verso il matrimonio.

Realisticamente bisogna osservare che questa esigenza di comunione che duri per sempre sembra aver perso parte del suo fascino, oggi. E ciò è un allarme, una spia che si accende: dimostra sfiducia nella propria capacità di realizzare qualche cosa di stabile, di solido, di definitivo che ci realizzi fino in fondo come persone. Si ha paura di impegnarsi definitivamente, di sbagliare, di soffrire, di ricominciare, di riconoscere i propri limiti: appena sorge una difficoltà si abbandona il campo dichiarando: "Non ce la faccio. Non ne ho più voglia..."

Imparare ad amare non è certo impegno di qualche giorno. Amarsi vuol dire esattamente decidere di crescere insieme. E una persona non finisce praticamente mai di crescere. Nessuno nasce capace di amare; e non esiste il partner ideale, unico al mondo: ci si adatta l’uno all’altro a poco a poco, e con fatica, ma nella gioia di diventare una cosa sola. L’unione tra due persone, dunque, è un cammino che non si arresta mai, ma segue la crescita delle persone stesse.

Non sono soddisfacenti, perciò, le soluzioni di compromesso. Se un rapporto è veramente profondo, chiede tempo e sicurezza per svilupparsi: ha bisogno del matrimonio. Se già in partenza si suppone che non debba durare, non vale la pena di impegnarsi nel matrimonio.

Ma questa scelta d’amore tra due persone è anche una spinta inevitabile verso gli altri. Questa affermazione può sembrare strana perché due che si vogliono bene tendono più a isolarsi che a cercare gli altri. È vero, e questo risponde a quella esigenza di comunione di cui abbiamo parlato, ma non c’è solo questo. Una coppia sana ha l’esigenza di comunicare anche con gli altri, a impegnarsi per costruire qualcosa nel mondo, a sentirsi utile a qualcosa, a dedicarsi a una missione.

Un amore sacramento

Il cristiano vede consacrato il suo amore di coppia dal sacramento del matrimonio. Che senso ha celebrare il sacramento del matrimonio? Dio vuole assumere l’amore dei due sposi come segno del suo amore, come mezzo di salvezza per loro e come dono per tutta la Chiesa. Sacramento vuol dire proprio questo: c’è una realtà così grande e bella nella quale è presente Dio. L’amore è segno del sacro (= sacramento); Cristo accoglie questa realtà capace di trasformare il mondo e ne fa una forza di salvezza (sacramento): l’amore autentico vince il male.

In concreto, il primo impegno che viene richiesto a due che si sposano è proprio quello di volersi bene, di volersene sempre di più, di essere sempre più coppia. Il matrimonio non è la tomba dell’amore o un’istituzione oppressiva: è la situazione di vita dove due si vogliono sempre più bene, indipendentemente dall’età e dalle situazioni ambientali.

Ma questo volersi bene non è fine a se stesso: deve espandersi e riversarsi su tutti gli altri per rendere il mondo più ricco di amore, più giusto, più accogliente, più umano. Due sposi cristiani hanno il compito di essere "testimoni" dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. È questo il messaggio entusiasmante di Cristo sul matrimonio. Si tratta di essere "coppia aperta" all’amore, a Dio e ai fratelli.

Se il matrimonio è una vocazione così grande e impegnativa, non può essere improvvisato: il domani lo si prepara oggi.

È vero: forse nessuno sa a quindici anni se si sposerà, se farà voto di verginità o se resterà scapolo, ma tutti devono prepararsi fin da ragazzi a una scelta che sarà fatta, comunque, per amore.

 

LA VERGINITÀ

Un discorso difficile

"Gli dissero i discepoli: "Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi". Egli rispose loro: "Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca"" (Mt 19,10-12).

Quando si fa una scelta, necessariamente si scartano tante possibilità che si hanno davanti, per metterne in atto una sola: quella che giudichiamo di maggior valore.

Ogni scelta è certamente un rischio, tanto più grande quanto meno si presta a ritorni e ripensamenti. Ma lo si corre nella consapevolezza di aver scelto ciò che davvero conta per noi: come il mercante di perle preziose che vende tutti i suoi averi per acquistare una perla di grande valore (Mt 13,45-46).

Se la verginità è vista molto spesso come rinuncia al matrimonio è perché non la si è capita per quello che è veramente: una scelta positiva.

Ci sono attorno a noi persone vergini: deve essere ben grande il "fatto" che hanno incontrato, se hanno deciso di sceglierlo come valore-base della loro vita, invece dell’amore di un uomo o di una donna, di una famiglia loro!

Vergini per accogliere l’amore

L’esperienza dell’amore non è facilmente spiegabile proprio perché è la più importante ed essenziale che una persona possa fare.

Quando uno è amato, la sua vita acquista un senso, proprio perché c’è un altro che conta su di lui. Chi è amato, si sente impegnato a corrispondere a questa fiducia e diventa a sua volta capace di amare, di rompere la chiusura, di offrire le proprie ricchezze senza paura di perderle. È un’esperienza comprensibile quando si vedono un uomo e una donna che si impegnano ad amarsi veramente.

Il vergine è uno che si è innamorato di Gesù; uno che si è sentito dire "Vieni e seguimi". La sua è la risposta a una precisa chiamata di Gesù che comporta come conseguenza lasciare tutto (case, fratelli, sorelle, padre, madre, moglie, figli, campi) per seguire lui (Mt 19,29; Lc 18,29).

Il vergine - secondo la legge comune dell’amore - corrisponde all’amore di UNO che gli ha dato fiducia, che lo ha chiamato per nome. Ma in questo caso non si tratta di un uomo o di una donna qualunque: si tratta di Gesù, di Dio stesso che è Amore. Per questo l’esperienza del vergine appare strana e Gesù stesso dichiara: "Chi può capire, capisca" (Mt 19,12).

Vergine significa seguire Cristo con tutta la propria vita. Non significa automaticamente essere monaco, suora o sacerdote. Questo stato di vita non è riservato ai religiosi, ma può essere anche una vocazione laicale. Sono sempre più numerosi i laici che vivono nel mondo, esercitando una professione e sono consacrati a Dio nella verginità.

È evidente che una vocazione del genere, che richiede un amore incondizionato per Cristo, è incomprensibile per chi non conosce Cristo e non lo apprezza fino a questo livello; così si spiega la diffidenza o il disprezzo per la verginità di sacerdoti, religiosi e laici. La mentalità comune considera coloro che non si sposano come dei falliti, persone che nessuno ha scelto e apprezzato, gente che non ha saputo realizzarsi. Questo giudizio diventa particolarmente pesante nei confronti delle donne: comunemente si pensa che chi non è sposato sia meno uomo o meno donna degli altri.

Eppure la personalità del vergine o della vergine è l’esatto opposto di quella dello scapolo irriducibile o della zitella. Per convincersene basta guardare all’interno della Chiesa: anche oggi, come in tutti i tempi della Chiesa, ci sono giovani e adulti, uomini e donne che lasciano tutto per seguire Gesù, rinunciando a una propria famiglia per mettere a disposizione di Cristo tutto se stessi. La gioia che essi portano in sé, la competenza nella professione, l’equilibrio umano, testimoniano non un fallimento, ma una presenza di Dio nella loro vita. Citiamo qualche nome: Papa Giovanni XXIII, Madre Teresa di Calcutta, il cardinale Martini, Giovanni Paolo II e tantissimi altri che sicuramente abbiamo incontrato e ammirato nella nostra vita. Tutti costoro non sono degli insoddisfatti, degli irrequieti o dei ripiegati su se stessi, anzi, hanno una capacità straordinaria di aprirsi agli altri, di aiutarli e di amarli perché la verginità è comunione con Gesù, Maestro e Sorgente dell’amore.

Povertà dei vergini e forza di Dio

Nell’Antico Testamento la verginità non era riconosciuta come valore in sé, ma era considerata come preparazione e attesa per il futuro matrimonio; quando non era preparazione alle nozze diventava tragedia e maledizione. Parallelamente era considerata una disgrazia la sterilità: una donna incapace di diventare madre era condannata all’inutilità e al disprezzo. Verginità e sterilità nell’Antico Testamento sono dunque due condizioni di povertà. Eppure accade più volte che Dio si serva di questa povertà per attuare il suo piano di salvezza.

Abramo e Sara non avevano figli, eppure la grande promessa passerà proprio attraverso il figlio Isacco, dono di Dio. Così pure la madre di Sansone e la madre di Samuele sono sterili. Elisabetta, madre di Giovanni Battista, è sterile e proprio lei ottiene un figlio da Dio del quale Gesù dirà: "Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Govanni il Battista" (Mt 11,11). Maria Vergine è la Madre del Figlio di Dio.

In tutta la storia della salvezza Dio si è servito di questa "povertà" per far capire che la salvezza è dono di Dio e non frutto della potenza, dell’intelligenza o della scaltrezza degli uomini.

Dio salva quando trova un popolo umile, che riconosce la propria povertà, che aspetta l’aiuto di Dio, che ha fiducia solo in Dio. Questi fatti ci invitano a riflettere ancora più profondamente sulla scelta della verginità che diventa dono incondizionato di sé al Signore, scelta che si basa unicamente sulla fede.

Maria di Nazaret: dalla verginità germoglia la vita

Sulla verginità di Maria è facile sentire discorsi banali o irritanti; e forse non tutti i cristiani sono in grado di spiegarsi chiaramente perché la verginità della madre di Gesù rivesta un’importanza così fondamentale per la nostra fede.

Nel racconto di Luca (cap. 1), Maria ci viene presentata nel momento in cui l’angelo del Signore le annuncia la sua prossima maternità. Di fronte a questa proposta, Maria avverte una difficoltà a suo avviso insormontabile: "Come è possibile? Non conosco uomo". Non è un dubbio il suo, ma è l’espressione di un proposito: lei, la più grande e la più benedetta fra tutte le donne, aveva rinunciato all’amore più ambito per una donna: essere madre!

La scelta di Maria per la verginità era certamente difficile nel suo ambiente. E come la sua, era una scelta insolita quella di Giuseppe, anch’egli deciso come lei alla verginità.

Quale misterioso motivo aveva spinto Maria e Giuseppe a questa decisione?

Sicuramente avevano compreso che la loro vita, consegnata a Dio nella verginità, non era persa.

E Dio conferma la loro fiducia: dimostra nel modo più grande che "nulla è impossibile a Dio": sarà proprio dalla Vergine che scaturirà la Vita; Maria sarà la madre del Figlio di Dio. Da una povertà nasce la ricchezza più grande. Dio ha voluto la fiducia totale di una piccola-grande donna per realizzare il suo incontro di salvezza con gli uomini.

Vergini per comunicare a tutti l’amore

Nel momento culminante della sua vita, quando tutti si aspettavano un gesto grandioso, un discorso solenne, Gesù lava i piedi ai suoi discepoli (Gv 13).

Il senso della vita di Gesù, quello che lui consegna a loro come testamento prima di lasciarli, è: "Amatevi come io ho amato voi". Come ha amato Gesù? In modo aperto, totale, senza parole inutili, senza risparmiare se stesso in nulla, fino alla morte di croce.

Gesù era vergine. E ha amato come solo Dio può amare. Lo "stile" con cui Gesù amava gli uomini è lo stile del vergine. È lo stile di un amore che non si sente superiore, non esclude neanche l’emozione, ma condivide profondamente i sentimenti degli altri (Gv 11,5 e 33-38). Chi sceglie la verginità non rinuncia all’amore. Essere vergini non significa essere impermeabili ai sentimenti, anzi! Proprio chi ha offerto tutte le proprie energie affettive al Signore è disponibile ad assumersi come lui i pesi e le gioie di tutti. È nelle condizioni di avere tempo per tutti. Non ha il diritto di pensare agli affari propri che lo dispensino dall’occuparsi di quelli di tutti. È libero: non c’è niente e nessuno che può avanzare dei diritti su di lui, eppure tutti, specialmente i più poveri, hanno diritto al suo tempo, alla sua attenzione, alla sua preghiera. Inoltre, l’essere a contatto con tante esperienze umane diverse gli dà una sensibilità umana e piena.

Chi sceglie la verginità è chiamato con Gesù ad amare fino alla morte di croce, senza tenere niente per sé: questo non limita, ma moltiplica la capacità dell’amore.

È forse questo che stupisce di più nella scelta della verginità, che ne fa veramente un discorso difficile. Siamo troppo abituati ad amare per avere in cambio l’amore degli altri: in realtà non amiamo davvero. Tant’è vero che quando l’altro non ci soddisfa più, chiudiamo il rapporto. Non riusciamo a concepire un amore che non si tira indietro nemmeno davanti alla resistenza e al rifiuto: al primo tradimento ci vendichiamo con la stessa indifferenza.

L’amore che si dona fino in fondo resta inspiegabile o, addirittura, ci fa paura (paura di perdere la vita!) fino a quando non guardiamo Gesù. È questo che rende possibile la scelta della verginità. Il vergine riceve da Gesù la certezza e la forza di credere che: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita a causa di Gesù e del Vangelo, la salverà" (Mc 8,35).

La verginità è un segno

Abbiamo detto che la scelta della verginità non chiede la rinuncia all’amore, anzi stimola ad una capacità illimitata di amore. Ma qual è la caratteristica che distingue l’amore vergine da quello coniugale?

La risposta sembra facile: l’amore di due sposi comprende l’aspetto genitale, al quale il vergine rinuncia. Il vergine non avrà rapporti coniugali, non farà dono totale ed esclusivo del suo corpo e del suo cuore ad un’altra persona; il suo corpo e il suo cuore sono donati completamente a Gesù Cristo, al servizio degli uomini, come ha fatto lui, il vergine non avrà bambini suoi: la sua fecondità non si esprimerà nel dare alla luce dei figli.

Qui il discorso si fa veramente difficile e richiede una grande maturità come persone e come cristiani per essere capito fino in fondo. Non importa se non è subito chiaro: si potrà riprenderlo più avanti, magari insieme a qualcuno che vive una scelta di verginità.

Rinunciando a poter dire "sua" un persona (e molto spesso anche una casa e delle proprietà), il vergine testimonia che il regno di Dio è il solo bene irrinunciabile, che Gesù è l’unica persona necessaria, che in lui sta, a livello radicale, il senso della vita: "Per me vivere è Cristo" (Fil 1,21).

Rinunciando ad essere padre o madre di figli propri, il vergine testimonia che l’iniziativa della vita non è dell’uomo, ma dello Spirito di Dio: "A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati" (Gv 1,13).

Non sono la carne e il sangue, né la potenza dei mezzi umani a produrre la vita dei figli di Dio. Ciò che li sostiene e li fa crescere è la presenza del suo Spirito, della sua Parola, della sua forza di amore. Di tutto questo il vergine si fa carico: dedica tutta la sua vita non a far nascere e crescere figli suoi, che vivano la vita degli uomini, ma a sviluppare in tutti gli uomini la vita dei figli di Dio. La sua fede è paragonabile a quella di Abramo quando fu chiamato da Dio alla prova suprema. Dio gli chiese di sacrificare il figlio, l’unico figlio, quello avuto in vecchiaia per un dono miracoloso. Era una cosa da pazzi, da spaccare il cuore, contraria a qualsiasi buon senso. Eppure Abramo si fida. Accetta di privarsi di tutto, anche del figlio (Gen 22). Con questa fede grandiosa Abramo testimonia a tutti una cosa: che Dio è il primo, che Dio è più prezioso anche dell’affetto paterno, che Dio è più grande della capacità di comprendere dell’uomo. La scelta del vergine testimonia che da ogni morte accettata nella fedeltà a Dio germoglierà la vita: "Se il chicco di grano... muore, produce molto frutto" (Gv 12,24).

Matrimonio e verginità

Non si tratta di due stati di vita in concorrenza fra loro, né di una via più facile o di una via più difficile verso la santità, e neppure di condizioni che richiedono l’una maggior generosità dell’altra.

La chiamata di Dio richiede per tutti, sposati o vergini, il massimo di generosità. Sono due vocazioni diverse. Sono doni che lo Spirito di Dio ha messo nella comunità cristiana per il reciproco arricchimento. Ecco allora che gli sposati sono segno a tutti, anche ai vergini, che l’amore di Gesù verso la Chiesa è un amore profondo, personale, tenero, intimo, fecondo, fedele.

Da parte loro i vergini richiamano a tutti che Dio è il primo, che nulla può essere sostituito a lui, per cui anche gli sposati sanno che il loro amore non deve diventare un idolo, ma deve essere finalizzato a Dio e superare i confini familiari per estendersi a tutti.

Infine la povertà dei vergini richiama a tutti la logica del regno di Dio: non sono le opere degli uomini che lo fanno avanzare, è la forza dello Spirito di Dio che agisce anche nel fallimento esterno. Questo, certo, non giustifica pigrizie: è necessario darsi da fare con lo spirito del contadino che ara, semina e innaffia, ma sa che il seme cresce per forza propria: "Né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere" (1Cor 3,7).

Si capisce allora l’importanza di chi spende la propria vita in clausura, di chi lascia la patria per andare a evangelizzare i popoli lontani, di chi, in una parola, lavora a tempo pieno per l’edificazione del Regno di Dio.

CONCLUSIONE

Maria è il modello perfetto di ogni creatura, uomo o donna che sia, vergine o sposato; è il modello dell’azione apostolica che mira non solo alla salvezza eterna, ma prima di tutto a rendere Cristo operante nella storia. A questa opera esaltante ci chiama Dio e ci chiama la Chiesa. A questa chiamata dobbiamo rispondere tutti con il massimo impegno, ognuno al suo posto, secondo la vocazione ricevuta da Dio e in fraterna collaborazione con tutti, ricordando che, in definitiva, quello che conta è l’amore vero in tutte le sue manifestazioni perché "Dio è amore" (1Gv 4,8).

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