novembre 2010

1 novembre 2010
Mt 5,1-12

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

In questo brano Matteo ha un’intenzione precisa: presentare Gesù come il nuovo Mosè, e il discorso di Gesù sulla montagna come il compimento della legge del Sinai. Il suo messaggio si concentra sulla parola "beati". La beatitudine dell’uomo povero e sofferente ha il suo fondamento in Gesù: in lui Dio ci ha già dato tutto.

Questo discorso traduce l’esperienza di Cristo, che può e deve diventare l’esperienza del cristiano. Non suggerisce le condizioni per essere frati o suore, ma semplicemente per essere cristiani.

Gesù aveva detto al tentatore: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4). Ora Gesù apre solennemente la bocca per dare la vita di Dio agli uomini per mezzo della sua parola.

"Beati i poveri in spirito". La povertà indica prima di tutto un atteggiamento spirituale nei confronti di Dio. I poveri in spirito attendono ogni aiuto da Dio. L’atteggiamento richiesto dalla prima beatitudine è come quello del bambino: "Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me’"(Mt 18,2-5). La beatitudine dei poveri in spirito afferma in modo inequivocabile il primato della grazia, non quello delle opere.

Il povero in spirito è distaccato non solo dai beni materiali, che sono i meno importanti, ma anche e soprattutto dai beni superiori dell’intelligenza e della volontà, dalle proprie idee, dal proprio modo di sentire. Libero da se stesso, dalle sue vedute e aspirazioni umane, egli è pronto ad accogliere i beni del regno dei cieli. Questa disposizione interiore è indispensabile per chiunque voglia mettersi al seguito di Gesù. La salvezza è una realtà troppo grande per essere compresa dalla sola intelligenza umana. Chi pretende di ragionare troppo, e quindi a sproposito, rimane fuori da essa. Per questo, chi non è povero non può entrare nel regno dei cieli. Questa beatitudine è la caratteristica della persona di Gesù che noi dobbiamo imitare: "Imparate da me che sono povero e umile di cuore" (Mt 11,29).

Poveri in spirito non si nasce, ma si diventa, combattendo contro le istintive aspirazioni dei sensi, le pretese dell’intelligenza e le incomprensioni degli altri. Il vero povero non è colui che Dio ha umiliato, ma colui che si è abbassato con l’amore di un figlio. La vita del povero è caratterizzata dall’obbedienza, dalla sottomissione, dalla remissività, dall’abbandono, dal silenzio. La povertà evangelica presenta l’ideale religioso e spirituale nella sua duplice relazione. Verso Dio si esprime come umile e fedele sottomissione, verso il prossimo come pacifica e cordiale accoglienza.

"Beati gli afflitti". Gesù non è stato mandato solo per annunciare il vangelo ai poveri, ma anche a consolare gli afflitti (cfr Is 61,2). Essi non sono tali semplicemente per le disgrazie umane e le tribolazioni che affliggono tutti, ma soprattutto a causa delle oppressioni e delle ingiustizie subite per l’attuazione del piano di Dio. Sono afflitti perché il bene è deriso, perché la comunità cristiana è perseguitata e oppressa, perché Dio non è conosciuto e amato.

"Beati i miti". Nell’Antico Testamento Mosè "era molto più mite di ogni uomo che è sulla terra" (Nm 12,3) e nel Nuovo Testamento Gesù si presenta "mite e umile di cuore" (Mt 11,29; cfr Mt 21,5). Il mite è colui che realizza in sé l’esortazione del salmo 37,7-11: "Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui; non irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie. Desisti dall’ira e deponi lo sdegno, non irritarti: faresti del male, poiché i malvagi saranno sterminati, ma chi spera nel Signore possederà la terra. Ancora un poco e l’empio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi. I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace". Si tratta del possesso pieno e felice della salvezza promessa a quelli che seguono Gesù "mite e umile di cuore" (Mt 11,29).

"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia". La giustizia è l’attuazione completa e generosa della volontà di Dio rivelata nel vangelo di Gesù. La fame e la sete indicano il desiderio di cercare e di attuare in se stessi questo progetto di Dio attraverso l’esercizio dell’amore (cfr Mt 25,37). Gli affamati e gli assetati della giustizia sono coloro che hanno fatto del compimento della volontà di Dio la massima aspirazione della propria vita, a tal punto che per loro la ricerca del piano di Dio diventa vitale come il mangiare e il bere. La ricompensa per quelli che hanno desiderato intensamente la giustizia di Dio è la sazietà, che significa la comunione piena e definitiva con Dio e con i fratelli.

"Beati i misericordiosi". La prima ed essenziale esigenza del regno di Dio è la misericordia attiva che ha la sua fonte e il suo modello nell’agire di Dio: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (Lc 6,36). L’amore misericordioso e benevolo di Dio si manifesta principalmente in due modi: perdona i peccati e soccorre e protegge i bisognosi. Perciò il giusto davanti a Dio lo imita nel suo agire verso il prossimo perdonando i torti ricevuti e impegnandosi a soccorrere generosamente gli indigenti. Questa è la condizione per trovare misericordia presso Dio. Matteo presenta Gesù come l’incarnazione della bontà compassionevole di Dio nel modo di agire e nelle scelte che ha compiuto a favore dei peccatori e dei bisognosi (cfr Mt 9,13; 12,7; 23,23; ecc.).

"Beati i puri di cuore". Il cuore come simbolo di interiorità spirituale e morale designa la dimensione profonda e personale della relazione religiosa con Dio e con il prossimo in contrapposizione alla superficialità e all’esteriorità delle forme. I puri di cuore sono coloro che sanno accettare l’insegnamento di Gesù, la persona stessa di Gesù. Questa beatitudine richiede la piena adesione al vangelo. La visione di Dio promessa ai puri di cuore è la salvezza definitiva del paradiso dove vedranno Dio "a faccia a faccia" (1Cor 13,12).

"Beati gli operatori di pace". Gli operatori di pace sono i continuatori dell’opera di Gesù, gli annunciatori del messaggio della salvezza. La pace è assenza di ogni inimicizia, è presenza di grazia e di santità. Solo chi vive nella pace di Dio può diventare strumento di pace umana. Gli apportatori della pace sono gli annunciatori del vangelo, tutti coloro che lavorano per la venuta del regno di Dio sulla terra. Essi meritano l’appellativo di figli di Dio perché sono animati dagli stessi desideri di salvezza e impegnati nella sua stessa opera. Solo la concordia e la riconciliazione con i fratelli rendono il culto accetto a Dio ed efficace la preghiera della comunità (cfr Mt 5,23-24; 18,19-20). L’impegno di fare opera di pace tra le persone è un modo concreto di attuare l’amore del prossimo. A questi operatori di pace è promessa la realizzazione del rapporto di piena comunione con Dio: essere riconosciuti come suoi figli.

"Beati i perseguitati". Il messaggio della salvezza è imperniato sulla croce: chi lo annuncia e chi lo riceve dev’essere disposto a lasciarsi oltraggiare, calunniare, spogliare, crocifiggere. La sofferenza dell’innocente è un mistero di cui l’uomo dell’Antico Testamento non ha saputo intravedere la soluzione (cfr Sap 3,4). La beatificazione del dolore che il Nuovo Testamento ribadisce in numerose occasioni è un paradosso che non trova la sua giustificazione nella logica umana, ma solo nell’esempio e nell’insegnamento di Gesù. La persecuzione è l’eredità che Gesù lascia ai suoi discepoli, il segno che autentica la loro chiamata, ma anche la via per conseguire la felicità e la gloria. Il testo tocca il messaggio centrale del cristianesimo: la passione, morte e risurrezione di Cristo. La beatitudine e il possesso del regno dei cieli è la Pasqua di risurrezione del cristiano, ma per potervi giungere egli deve prima, necessariamente, passare attraverso la sofferenza e la morte. L’originalità di questa beatitudine è costituita dalle motivazioni che devono qualificare lo stile della perseveranza cristiana: l’assimilazione interiore al destino di Cristo rifiutato e perseguitato (cfr Mt 10,24-25) e l’adesione integra e pratica alla volontà di Dio, concretizzata nel progetto di vita cristiana. La persecuzione dovrebbe provocare l’amarezza e l’abbattimento, invece produce la gioia per aver sopportato le sofferenze richieste dalla propria fedeltà alla verità e a Cristo. I fedeli sono invitati a gioire in mezzo alle persecuzioni perché in essi si compie il mistero di morte e di risurrezione che Gesù ha realizzato per primo nella sua vita. Essi sono proclamati beati, felici, fortunati già ora in vista della piena e definitiva felicità che è loro promessa da Dio.

Le beatitudini evangeliche hanno il loro modello e la garanzia della loro realizzazione in Gesù, il "povero e umile di cuore", rifiutato e perseguitato dagli uomini, ma riabilitato e glorificato da Dio (cfr At 5,31; Fil 2,9-11; ecc.).

 

2 novembre 2010
Gv 6,37-40

37 Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. 40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno».

Gesù è diventato uomo per fare la volontà del Padre, per vivere in sintonia con il Padre. Il progetto di Dio è un progetto di salvezza. Affidando al Figlio questo progetto, il Padre proclama che gli uomini sono salvati da Gesù, e che nessuno deve andare perduto, perché Dio vuole che tutti siano salvati. Il Padre vuole che Gesù risusciti nell’ultimo giorno tutti coloro che gli ha affidato.

Dio vuole la salvezza completa e perfetta di tutte le persone affidate a suo Figlio. Questa salvezza ci è data attraverso la risurrezione finale. Le parole di Gesù: "E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno" (v. 39) ci fanno capire che Gesù salva tutti donando la vita eterna, la vita stessa di Dio. E questo dono della vita eterna è legato a una condizione: contemplare il Figlio di Dio e credere in lui. Si tratta dello sguardo contemplativo di una fede profonda che orienta tutta l’esistenza verso la persona di Gesù.

Gesù è Dio che realizza il desiderio più profondo dell’uomo: vivere sempre. Egli appaga questo desiderio vitale dell’uomo a condizione che egli creda, non solo a parole ma con la vita vissuta, che Gesù è il Figlio di Dio.

L’espressione "nell’ultimo giorno" (vv. 39-40) ha un significato preciso: è il giorno in cui termina la creazione dell’uomo e si compie la morte di Gesù; il giorno in cui si celebrerà il trionfo finale del Figlio sulla morte e tutti potranno ricevere lo Spirito che verrà donato all’umanità: il giorno della Pasqua di risurrezione. Allora Gesù porterà a compimento la sua missione tramite la risurrezione e donerà la vita definitiva, che ha inizio già nella vita presente mediante la fede e il suo compimento nella risurrezione alla fine dei tempi.

 

3 novembre 2010
Lc 14,25-33

25 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: 26 «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30 Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. 33 Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

La parabola della grande cena aveva dimostrato che un gran numero di invitati erano mancati all’appuntamento per ragioni di interessi personali: non avevano saputo sacrificare qualcosa di proprio per fare spazio all’invito ricevuto. Gesù vuole risparmiare alla gente il ripetersi di un simile errore e di un’altra delusione. Egli è in cammino verso Gerusalemme dove l’attende la passione, la morte e la glorificazione. La molta gente che lo segue sa dove sta andando?, e conosce quali sono le condizioni per seguirlo? Chi segue Gesù deve mettere in second’ordine ogni altra persona e cosa.

La parola "odiare" va intesa nel senso di amare meno, posporre, mettere al secondo posto. Matteo presenta queste stesse parole di Gesù in una forma molto più comprensibile per noi: "Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me" (Mt 10,37).

Nessuno deve illudersi che la salvezza sia a buon mercato. Come è stata cara per lui (1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,18-19), così lo sarà anche per chi lo segue. Per seguire Gesù occorre sacrificare qualsiasi legame, anche quello familiare, ed essere pronti anche a morire.

Dopo l’esperienza di Gesù, la croce era diventata il simbolo delle sofferenze sopportate per il regno di Dio. Umanamente parlando, la croce non è un bene, non piace né a Dio né agli uomini, ma è un mezzo indispensabile per non dispiacere a Dio e per piacere agli uomini.

Le due parabole della costruzione di una torre e della partenza di un re per la guerra sono la spiegazione di ciò che precede. Esse ci insegnano che prima di prendere delle decisioni bisogna riflettere, perché è meglio non intraprendere un’impresa, piuttosto che affrontarla con mezzi inadeguati e fallire lo scopo. Farsi discepolo di Gesù è una scelta seria che coinvolge tutta la vita.

Con questa presa di posizione Gesù voleva anche impedire che si unissero a lui degli esaltati, che di fronte a delle scelte di fede e di amore, subito si stancano e rimettono continuamente in discussione ciò che non è discutibile, come leggiamo nel vangelo di Giovanni: "Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: ‘Questo linguaggio è duro: chi può intenderlo?’. Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: ‘Questo vi scandalizza?… Gesù infatti sapeva fin dall’inizio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che l’avrebbe tradito’… Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui" (Gv 6,60-66).

Il discepolo di Gesù deve mettere in second’ordine le persone care, la propria vita, il proprio onore: a maggior ragione le cose che possiede! I beni terreni tiranneggiano l’uomo e assediano i suoi pensieri e la sua vita. Gesù ha detto: "Non potete servire Dio e mammona" (Lc 16,13). E’ la sintesi del discorso. L’unica ricchezza del discepolo è la sua povertà. L’unica sua forza è la sua debolezza (2Cor 12,10). La povertà è il volto concreto dell’amore: chi ama dà tutto se stesso.

 

4 novembre 2010
Lc 15,1-10

1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». 3 Allora egli disse loro questa parabola:
4 «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. 7 Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
8 O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? 9 E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. 10 Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

I destinatari dell’insegnamento sono gli scribi e i farisei. La parabola è un invito ai giusti perché si convertano dalla propria giustizia che condanna i peccatori, alla giustizia del Padre che li giustifica.

Mentre il peccatore sente il bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli altri, anzi si irrita grandemente con Dio, come Giona (Gio 4,29). In questo modo rifiuta Dio, che è misericordia, in nome della propria giustizia.

La contrapposizione tra uno e tutti sottolinea la condizione di precedenza di chi è fuori strada, malato e infelice rispetto a chi è al sicuro, in salute e nella gioia.

Nell’Antico Testamento il pastore è Dio (Ger 23,1-6; Ez 34,12-16; Sal 23; ecc.), nel Nuovo è Gesù (Gv 10,11ss). Il cuore del Padre si rivolge tutto verso l’unico figlio che manca. Non basta la presenza di tutti gli altri per consolarlo. Egli ha un amore totale per ognuno. La sofferenza per la perdita di uno solo ci rivela quanto valore ha ognuno di noi ai suoi occhi di Padre.

L’atteggiamento del Padre si rivela nel comportamento di Gesù che cerca l’uomo perduto e invita gli amici e i vicini perché condividano la gioia del ritrovamento.

L’iniziativa della salvezza è di Dio che non attende il ritorno del peccatore smarrito, ma gli va incontro e lo porta a casa sua. La gioia di Dio per il ritorno del peccatore sta nel vedere riconosciuta e accolta la sua misericordia.

La gioia di Dio sarà piena quando tutti, anche i giusti, si convertiranno. Secondo Paolo il punto di arrivo della storia è la conversione d’Israele (Rm 11,25-36). La gioia di Dio per la salvezza di uno solo lascia intravedere la sofferenza divina del Padre fino a quando non vede tutti i suoi figli nella sua casa.

In realtà la pecora non si è convertita. Non siamo noi che ritorniamo a Dio, ma è lui che viene a cercarci. Convertirsi è volgere il nostro sguardo dal proprio io a Dio, dalla nostra nudità all’occhio di colui che da sempre ci guarda con amore.

Nella parabola della pecora perduta il protagonista era un uomo, figura di Dio, pastore d’Israele. Nella parabola della dracma perduta è una donna, figura dell’amore materno di Dio. Dio mi è più madre di mia madre: è lui infatti che mi ha tessuto nel seno di mia madre (Sal 139, 13). Egli ama ciascuno di amore pieno e totale. Se ne manca uno solo, la sua casa è vuota. Perché ama ogni figlio più di se stesso.

Dio non ci ama in questo modo infinito perché siamo bravi, ma perché siamo suoi figli. E il fatto che siamo peccatori, pecore perdute e dracme smarrite, ci rende oggetto di un amore più grande (Lc 5,32; 19,10). Il valore di ogni cosa e di ogni persona si rivela nella sua perdita; il nostro valore si è rivelato nella morte stessa di Dio che si è perduto per ritrovarci. Il nostro valore è infinito, pari all’amore di Dio che l’ha portato a dare la vita per noi. Il Signore dice ad ogni uomo: "Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e ti amo" (Is 43,4).

La dracma mantiene tutto il suo valore anche quando è perduta o ritrovata tra la spazzatura: l’uomo è il tesoro di Dio anche quando si perde e viene ritrovato nella spazzatura del peccato e della degradazione.

 

5 novembre 2010
Lc 16,1- 8

1 Diceva anche ai discepoli: «C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. 3 L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. 4 So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. 5 Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: 6 Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. 7 Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. 8 Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

L’evangelista presenta la condotta di un cattivo amministratore non per insegnarci ad essere ladri, ma per indicarci un comportamento pronto, diligente, astuto nel lavorare per il regno di Dio. L’amministratore è disonesto, ma la sua tattica, la sua destrezza, il suo coraggio di rischiare sono esemplari per coloro che vogliono collaborare al piano di Dio. Questo amministratore non bada ad altro che a mettere in salvo la propria esistenza futura. Egli non esita: è rapido nel pensare e nell’agire, perché il tempo a sua disposizione è poco.

Il padrone non è un proprietario di questo mondo, che non è mai disposto a rimetterci del suo e tanto meno a lodare l’accortezza di un amministratore disonesto che lo imbroglia: il padrone è Dio.

Fuori parabola, viene lodato il discepolo che ricorda che il suo Signore lo chiamerà alla resa dei conti, che non vivacchia alla giornata ma opera con determinazione e coraggio per mantenersi fedele fino alla fine, che perdona e condona tutto ai suoi simili per assicurarsi il diritto alla patria eterna. Allo stesso tempo vengono biasimati i discepoli, i figli di Dio che si mostrano indecisi e fiacchi nell’agire quando si tratta di occuparsi del loro stupendo destino eterno.

Ogni uomo è un amministratore disonesto e sperperone perché si è fatto padrone di ciò che non è suo e lo sciupa scriteriatamente. A questo punto del vangelo Gesù ci parla dell’uso corretto dei beni di questo mondo, dell’amministrazione concreta della nostra vita: i beni, la vita sono un dono di Dio da condividere con i fratelli.

La chiamata al rendiconto è la morte. La presa di coscienza della propria morte porta a vivere il presente come momento di conversione. Si tratta di capire che cosa fare alla luce del rendiconto finale. L’amministratore ladro fa dipendere la sua vita da ciò che ha, quello fedele e saggio da ciò che dà. La morte ci fa passare dall’amministrazione dei beni di Dio alla partecipazione alla sua vita. Il paradiso è la casa dove abitano i debitori ai quali abbiamo condonato. La misericordia donata in terra ci verrà ricambiata in cielo.

Solo il Padre dona tutto e condona il cento per cento. Noi condoniamo il cinquanta e talvolta solo il venti per cento (vv. 7-8). Il Signore non loda l’amministratore disonesto perché ha rubato, ma perché dona i beni del suo padrone, secondo l’insegnamento ricevuto nelle pagine precedenti del vangelo: "Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (Lc 6,35-36).

L’importante è utilizzare la vita presente per arricchire davanti a Dio con l’elemosina, invece di accumulare tesori per sé (Lc 12,21). L’unica maniera per riscattare l’ingiusta ricchezza è quella di regalarla ai bisognosi e conquistarsi così la loro benevolenza e amicizia "perché ci accolgano nelle dimore eterne" (v. 9).

 

6 novembre 2010
Lc 16,9-15

9 Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
10 Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.
11 Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? 12 E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
13 Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona».
14 I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. 15 Egli disse: «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio.

Il brano precedente ha parlato dell’amministrazione dei beni materiali. Ma non ci sono solo i beni materiali; ci sono altre ricchezze, altri beni, quelli dello spirito, che richiedono maggiore diligenza, coerenza e lealtà. Le ricchezze terrene non sono il dono supremo che Dio ci affida. Anzi, sono il "più piccolo" (v. 10). Il dono "più grande" sono le realtà future, la partecipazione al regno di Dio, la vita eterna. Dio dona i futuri beni celesti soltanto a colui che sa amministrare fedelmente, secondo la volontà del Padre, i beni terreni. L’infedeltà nell’amministrazione o nell’uso dei beni materiali porta ad essere infedeli anche nell’amministrare i beni dello spirito, i beni della propria salvezza.

Sembra che i ricchi con i loro averi e i loro denari siano liberi; in realtà sono sottoposti ad un tiranno esoso e spietato, mammona, che significa "ciò che si possiede". La loro condizione è quella degli schiavi. Chi cade sotto il dominio di mammona, perde l’amicizia con Dio. L’opposizione tra Dio e mammona è irriducibile. Il nemico più grande del "capitale", quando va a profitto solo di alcuni e lascia gli altri nella miseria, è Dio stesso. Egli vuole una comunità di uomini uguali, amici, fratelli.

Dio esige di essere amato con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza e con tutta la mente (cfr Lc 10,27). Ma, come l’esperienza insegna, anche mammona, che è la sete sfrenata del possesso, s’impadronisce completamente dell’uomo e diventa il suo dio.

Le parole di Gesù fanno riflettere, destano una sana inquietudine interiore e ci tolgono ogni possibilità di accettare la beatitudine fatua delle ricchezze. Nel desiderio delle ricchezze si nasconde il pericolo che esse tolgano all'uomo la libertà di seguire la voce di Dio che lo chiama: "I semi caduti in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione" (Lc 8, 14).

Ciò che Gesù insegna in questo brano di vangelo trova eco nella prima lettera a Timoteo: "Quelli che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti… A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non porre la speranza nell’instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza, perché possiamo goderne. Facciano del bene, si arricchiscano di opere buone, siano pronti a dare e a condividere: così si metteranno da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera" (1Tm 6,9-10.17-18).

I farisei di tutti i tempi, che sono attaccati al denaro, ascoltando queste cose, deridono Gesù. Le sue parole sono stolte e pazze, parole di uno che è fuori dal mondo. A questo riso beffardo di autosufficienza risponde Gesù con il suo lamento: "Ahimè per voi, che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete (Lc 6,25). E gli fanno eco le parole di san Giacomo: "E ora a voi ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite" (Gc 5,1-2).

Ciò che conta per gli uomini, e per i farisei in particolare, è l’avere, il potere e l’apparire sempre di più. Questo è l’idolo che occupa il posto di Dio. Questa è l’ipocrisia. E sembra che l’ipocrisia sia in proporzione diretta con la posizione di prestigio che uno riesce ad acquistarsi "davanti agli uomini" (v. 15). Più l’uomo si sente in alto e più accumula beni e più ricorre alla menzogna. Questo è un principio generale che ha le sue lodevoli eccezioni! Non c’è in tutto il vangelo una valutazione più pessimistica nei confronti delle gerarchie religiose e politiche, nei confronti di ciò che è esaltato fra gli uomini, perché "ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio" (v. 15). L’essere posti in alto può diventare un idolo, un tentativo di sovrapporsi o di sostituirsi a Dio. Ogni autoesaltazione indebita è un tentativo idolatrico di mettersi al posto di Dio. L’orgoglio e l’idolatria sono praticamente la stessa cosa. E come Dio condanna gli idolatri, con la stessa forza respinge gli orgogliosi.

 

7 novembre 2010
Lc 20,27-38

27 Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda: 28 «Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. 29 C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. 30 Allora la prese il secondo 31 e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. 32 Da ultimo anche la donna morì. 33 Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». 34 Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35 ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; 36 e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. 37 Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. 38 Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».

La risurrezione non è soltanto un insegnamento di Gesù, è anche un annuncio della Scrittura (v. 37). L’affermazione: "Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe" lascia intendere che il mondo dei defunti è un mondo di persone viventi. Il problema della continuità dell’esistenza si è affacciato già nelle ultime pagine dell’Antico Testamento, ma è diventato il messaggio centrale della predicazione cristiana.

In Ezechiele 37,13-14 la risurrezione è vista come quell’azione che ci fa riconoscere Dio: "Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò".

La fede nella risurrezione portava i giudei a pensare che i morti continuassero nella nuova vita le abitudini della vita terrena. Una tale fede viene colpita e giustamente ridicolizzata dai sadducei. Gesù non condivide il modo di pensare la risurrezione che avevano i giudei. Chi risorge dopo la morte non si sposa e non viene sposato. La vita dei risorti non è la continuazione delle forme delle vita terrena. I risorti non appartengono più a questo mondo terrestre, ma a quello futuro e nuovo. I figli di questo mondo sono soggetti al peccato e alla corruzione, i figli del mondo futuro ricevono la vita nuova e senza fine.

Il matrimonio è stabilito per il mondo presente e finisce con il mondo presente. Gli uomini del mondo futuro sono immortali, perché sono uguali agli angeli. Gli angeli nella Scrittura sono chiamati figli di Dio (cfr Gb 1,6; 2,1). I risorti ricevono la filiazione divina (1Gv 3,2; Rm 8,21), la gloria (Rm 8,21) e un corpo "spirituale" (1Cor 15,44).

La risurrezione è la nostra nascita piena alla condizione di figli di Dio. Gesù infatti, figlio di Davide secondo la carne, è costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione, mediante la risurrezione dai morti (Rm 1, 3-4). Egli è il primo fra molti fratelli, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Rm 8,29; Col 1,18).

Dio è il Dio dei viventi, perché tutti vivono per lui. Il Dio dei viventi non si circonda di morti: "Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi" perché è il "Signore, amante della vita" (Sap 1,3; 11,26).

 

8 novembre 2010
Lc 17,1-6

1 Disse ancora ai suoi discepoli: «E' inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. 2 E' meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 3 State attenti a voi stessi!
Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. 4 E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai».
5 Gli apostoli dissero al Signore: 6 «Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.

La misericordia è l’anima della comunità cristiana nei suoi rapporti interni ed esterni. Essa non è composta da impeccabili, e quindi tutti possono essere motivo di scandalo verso tutti. Il cristiano deve stare attento a non dare scandalo a nessuno. La dura condanna di Gesù verso coloro che danno scandalo ci fa pensare che gli scandali possono essere frequenti e anche gravi sia all’interno che all’esterno della comunità cristiana. L’invito a scomparire nel profondo del mare manifesta con forza l’amarezza e l’indignazione con cui Gesù si scaglia contro coloro che scandalizzano i piccoli. Lo scandalo travolge sempre una determinata categoria di persone: i piccoli, cioè i deboli, coloro che non hanno una sufficiente maturità spirituale. E gli scandali sono più deleteri quando provengono da persone più influenti e altolocate.

Per eliminare gli scandali Dio dovrebbe togliere la libertà agli uomini. L’inevitabilità dello scandalo corrisponde alla necessità della croce, con cui chi ama porta su di sé il male dell’amato. Il cristiano non è un perfetto e la salvezza è un esercizio costante di misericordia. La comunità cristiana non è un luogo dove non si pecca, ma dove si perdona.

Quando un fratello smarrisce la retta via non lo si può abbandonare a se stesso: ognuno deve sentirsi in dovere di intervenire e di soccorrerlo. Il peccatore è un ammalato spirituale che ha bisogno di cure urgenti e tutti gliele devono somministrare. Non si può rimanere indifferenti verso il fratello che pecca, perché si tratta della sua salvezza. La prima cosa che bisogna fare è questa: "Rimproveralo" (v. 3). Chi lo lascia fare e non si cura del suo peccato, si rende colpevole: "Rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per causa sua" (Lv 19,17). Il rimprovero non è disapprovazione del fratello (cfr Lc 6,37-38), ma del male che è in lui. Esso suppone l’accettazione incondizionata di chi pecca (cfr Lc 15). Prima di spalancare la bocca per sgridare, bisogna aprire il cuore per accogliere e perdonare. La correzione fraterna è il più alto grado di misericordia, non lo sfogo peggiore della nostra cattiveria e del nostro rancore.

La correzione fraterna è in gesto scomodo da cui ognuno vorrebbe essere dispensato, ma il vero bene del fratello deve far passare in second’ordine il proprio disagio per liberare chi è in pericolo.

La comunità dei discepoli sarà veramente cristiana se un fratello perdona all’altro, se perdona sempre, nonostante le ricadute. Se il cristiano perdona al fratello, il Padre perdona a lui i suoi peccati (cfr Lc 11,4). Il popolo di Dio diventa santo con la sollecitudine di tutti per la salvezza di ciascuno e col perdono di ogni offesa personale e di ogni dispiacere ricevuto.

Il perdono dev’essere radicale, totale, senza riserve e senza limiti. Bisogna sempre venire incontro a chi cerca comprensione e aiuto. Il perdono deve accordare nuovamente al fratello la nostra fiducia, la simpatia e l’amicizia. Perdonare significa lasciar cadere ogni risentimento, malanimo, rivendicazione, diritto. Bisogna condonare, non addebitare, non esigere nulla. Spesso siamo magnanimi nel perdonare il male fatto agli altri, quasi mai nel perdonare quello fatto a noi.

Il perdono è reso possibile dalla forza della fede: per mezzo di essa possiamo superare anche le più grandi difficoltà. Un minimo di fede in Dio è sufficiente per operare i più grandi prodigi, perché la fede, anche quando è poca, è sempre una comunione con Dio, quindi una partecipazione alla sua onnipotenza. Con la fede si ottiene tutto (cfr Mc 11,23-24). Tutto è possibile a chi crede (cfr Mc 9, 23). Nulla è impossibile a Dio (cfr Lc 1,37; 18,37). Credere è smettere di confidare in se stessi e lasciare che Dio agisca in noi.

 

9 novembre 2010
Gv 2,13-22

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». 17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. 18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19 Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». 20 Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Nel tempio di Gerusalemme, Gesù si imbatte con mercanti di bestiame e cambiamonete che pensano ai propri interessi, seduti ai loro tavoli. Cambiano ai pellegrini il denaro impuro con l’effigie dell’imperatore con monete riconosciute pure per pagare la tassa annuale del tempio. Questo commercio permesso dalle autorità religiose e dal sommo sacerdote Caifa, per fare concorrenza al mercato gestito dal Sinedrio nei pressi del Cedron, scatena la dura reazione di Gesù, che constata amaramente il carattere profano assunto dalla festa della "Pasqua dei giudei" (v. 13).

L’evangelista ci presenta Gesù come il fustigatore dei vizi e delle azioni malvagie. Il gesto di Gesù va letto alla luce dei testi profetici: "Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e presto entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate" (Ml 3,1), "In quel giorno non vi sarà più nessun mercante nel tempio del Signore degli eserciti" (Zc 14,21). Esso richiama anche i testi profetici nei quali Dio dice di non gradire un culto esteriore fatto di sacrifici di animali e basato sull’interesse personale (Am 5,21-24; Is 11,11-17; Ger 7,21-26). Gesù, con la sua azione seguita dal rimprovero: "Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato" (v. 16), si colloca in questa tradizione profetica.

Gesù, per la prima volta chiama Dio "il Padre mio" e parla del tempio come della casa del Padre suo. Egli, come Figlio, purifica dalla profanazione del commercio la casa di suo Padre prima di prenderne possesso. Se Dio è Padre, non basta onorarlo con offerte di bestiame e di denaro. Il Padre vuole un culto spirituale e interiore da vivere nell’amore, vuole essere adorato "in spirito e verità" (Gv 4,23).

Alla richiesta di un segno, Gesù risponde promettendo il più grande dei segni, la sua risurrezione: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere" (v. 19). E l’evangelista precisa: "Ma egli parlava del tempio del suo corpo" (v. 21). Cristo risorto è il nuovo Tempio, il solo luogo della presenza di Dio tra gli uomini, il Tempio dal quale sarebbe scaturita una sorgente di acqua viva (Gv 7,37-39; 19,34).

I discepoli non compresero il significato profondo di questo episodio. Ma dopo la risurrezione di Gesù furono illuminati dallo Spirito su tutto quello che Gesù aveva detto loro "e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù" (v. 22).

Giovanni non ci abbandona presso le rovine del vecchio tempio, ma ci indica il nuovo santuario di Dio. Il Tempio sempre attuale e duraturo è il corpo di Cristo risorto dai morti. Dio appare in un corpo reale, umano, carico di gloria divina. Il Dio-con-noi è per sempre Gesù risorto.

 

10 novembre 2010
Lc 17,11-19

11 Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. 12 Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, 13 alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!». 14 Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. 15 Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; 16 e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17 Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? 18 Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: 19 «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Questo brano è il racconto di un miracolo; ma più che sul fatto in sé l’attenzione viene richiamata sul diverso comportamento dei miracolati: sulla loro cieca fiducia in Gesù e sulla poca gratitudine che gli dimostrano dopo la guarigione.

L’ingratitudine è ciò che più ferisce e amareggia l’uomo e quindi è l’atteggiamento che più addolora Gesù. Il Cristo non rimane indifferente davanti ai comportamenti degli uomini nei suoi riguardi. Egli è sensibile all’amicizia, all’affetto, all’amore delle persone così come è dispiaciuto della dimenticanza, dell’ingratitudine, delle offese e ancor più dell’odio.

Un samaritano aveva dato una lezione di carità a due ufficiali del tempio (Lc 10,25-37), un altro samaritano impartisce una lezione di riconoscenza ai suoi compagni di sventura e di guarigione, i lebbrosi ebrei. Nel samaritano "straniero" (v. 18) si trovano le disposizioni che aprono l’anima alla salvezza: la riconoscenza, la lode, la coscienza della propria miseria, l’umiltà.

Il miracolo nella Bibbia è un’attestazione della presenza di Dio nella storia. Ogni tanto egli fa sentire all’uomo la sua presenza per ricordargli che non è solo. Ma anche senza miracoli tale certezza non deve venir meno.

La riconoscenza è la risposta dell’uomo che ha ricevuto il dono di Dio. Il vangelo, la fede, la salvezza sono doni da accogliere con gioiosa gratitudine.

La strada della salvezza è aperta a tutti. Ciò che salva è la fede che ci rende disponibili all’azione salvifica di Dio che si compie per mezzo di Gesù Cristo.

All’unico credente Gesù chiede conto anche degli altri nove. Dalla fede nasce la missione. Il credente è responsabile davanti a Dio di tutti i suoi fratelli e si mette necessariamente alla ricerca degli assenti.

 

11 novembre 2010
Lc 17,20-25

20 Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose: 21 «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!».
22 Disse ancora ai discepoli: «Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, ma non lo vedrete. 23 Vi diranno: Eccolo là, o: eccolo qua; non andateci, non seguiteli. 24 Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all'altro del cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. 25 Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione.

Questo brano ci dà i criteri per leggere la storia presente con gli occhi della fede. Gesù ci dice dove va a finire tutta la vicenda dell’uomo e dell’universo e ci rivela il senso del presente partendo dal suo punto di arrivo. Il fine di tutto non è la morte, ma la vita: è il regno di Dio. Esso è già presente in mezzo a noi sotto il segno della croce. Per questo sembra che vinca il male, ma in realtà è il bene che vince perdendo. Tutto sarà chiaro nel giorno del "Figlio dell’uomo": il giorno del Cristo glorioso, il compimento luminoso della storia, l’oggi eterno di Dio.

I farisei pensano il regno di Dio in termini di potere e di gloria. Ma Gesù compie la salvezza, eludendo e deludendo tutte le aspettative umane, nel mistero della sua Pasqua di umiliazione ed esaltazione. Il regno di Dio è presente nel mondo, ma per ora è nascosto. E’ come un seme: la sua realtà si svelerà solo in futuro, nella pianta.

Il testo mette a confronto due strategie: quella che scaturisce dalla mentalità dell’uomo e del diavolo (cfr Lc 4,5-12) e quella che viene da Dio. La prima nasce dall’attesa di un messianismo trionfalistico, regale; la seconda da un messianismo umile, umiliato e povero. Gesù sceglie la seconda, che è quella assegnatagli dal Padre (cfr Lc 3,22). Se sceglie un cammino nascosto, non appariscente, anche la venuta del regno non può venire in forma diversa. Essa non sarà accompagnata da fenomeni grandiosi in cielo e in terra, da segnalazioni spettacolari (miracoli nel sole e nelle stelle) tali da far convergere subito l’attenzione delle moltitudini verso una direzione o l’altra ("Eccolo là, o: eccolo qua").

Il regno di Dio è già all’opera con la venuta di Gesù, con la sua predicazione, con le sue scelte. Egli scaccia i demoni (cfr Lc 11,20). Satana è spodestato (cfr Lc 10,18) perché il dominio di Dio è già iniziato. Gesù compie le speranze degli uomini, che attendono il regno di Dio nel mondo, ma non secondo le loro attese, ma secondo il progetto del Padre. La presenza del regno di Dio è un mistero che può essere compreso solo mediante la fede nella parola di Gesù (cfr Lc 8,10). Ma nell’atteggiamento critico dei farisei c’è il rifiuto del giudaismo nei confronti di Cristo, della sua scelta di raccogliere i poveri, gli analfabeti, i peccatori. Secondo loro, questo non poteva coincidere con il regno di Dio. I giudei cercano miracoli strepitosi che comprovino la venuta del regno (cfr 1Cor 1,22). I falsi profeti annunciano che il Messia potrebbe apparire da qualsiasi parte (v. 23) per prendere le difese dei suoi. Ma Gesù avverte che si tratta di affermazioni gratuite. Il trionfo del bene non viene con la rapidità che noi desidereremmo. Dire il contrario significa illudere la gente, ingannare.

Visto secondo l’ottica umana, Gesù va incontro a una conclusione ingloriosa della sua missione. Le sofferenze che lo attendono sono molte. Sarà rifiutato dal suo popolo e morirà umiliato sulla croce. Ma Gesù sconfitto e morto in croce riapparirà sulla scena della storia. La sua venuta è paragonata al lampo o alla folgore per la sua repentinità. Lui che ha detto la prima parola, dirà anche l’ultima. "Il giorno del Figlio dell’uomo" (v. 24) è quello della sua risurrezione e del trionfo finale della sua venuta.

 

12 novembre 2010
Lc 17,26-37

26 Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell'uomo: 27 mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca e venne il diluvio e li fece perire tutti. 28 Come avvenne anche al tempo di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; 29 ma nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece perire tutti. 30 Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell'uomo si rivelerà. 31 In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza, se le sue cose sono in casa, non scenda a prenderle; così chi si troverà nel campo, non torni indietro. 32 Ricordatevi della moglie di Lot. 33 Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà. 34 Vi dico: in quella notte due si troveranno in un letto: l'uno verrà preso e l'altro lasciato; 35 due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l'una verrà presa e l'altra lasciata». 36 37 Allora i discepoli gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, là si raduneranno anche gli avvoltoi».

Il giorno del Figlio dell’uomo, presentato come una folgore nel brano precedente, ora è paragonato al diluvio (vv. 26-27). L’indifferenza e la corruzione nelle quali furono sorpresi e colpiti i contemporanei di Noè servono a far comprendere la disattenzione con cui gli uomini pensano e attendono la salvezza. Le ragioni per cui l’uomo non si accorge dell’avvicinarsi della giustizia di Dio, sono sempre le stesse: gli affari, gli interessi e i piaceri della vita. Tutte cose che sostituiscono qualunque altra occupazione, anche quella della salvezza eterna.

La Bibbia offre un altro esempio di disattenzione ai segni di Dio distribuiti nel corso della storia. Anche la vita dei Sodomiti trascorreva nei bagordi e nei vizi e non pensavano affatto di poter incorrere in qualche castigo (vv. 28-29). E così il castigo arrivò senza che alcuno potesse scamparne. La cosa non era impossibile: bisognava essere attenti e giusti come Lot.

I tempi di Noè, di Lot, di Sodoma sono come tutti i giorni della storia umana. La salvezza o la perdizione non stanno in qualcosa di straordinario, ma nella quotidianità della vita. L’uomo si perde se è mosso dall’egoismo, si salva se è mosso dall’amore. Due persone che fanno la stessa azione hanno una sorte diversa. Questo indica che la salvezza non dipende da cosa si fa, ma da come la si fa, e soprattutto per chi la si fa.

I cadaveri attirano gli uccelli di rapina (cfr Ap 19,17). Come gli uccelli di rapina sono attirati dai cadaveri, così sarà attirato sul mondo il giudizio di condanna dagli uomini che giacciono nella morte del peccato. Non è la domanda circa il luogo del giudizio che conta, ma la libertà dal peccato, il presentarsi davanti al Signore pentiti e convertiti.

Quando Gesù annuncia la fine dei tempi, ammonisce a far penitenza. Egli proclama il regno divino della misericordia, affinché la venuta del Figlio dell’uomo non deva portare a nessuno la condanna.

 

13 novembre 2010
Lc 18,1-8

1 Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 2 «C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3 In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. 4 Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5 poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». 6 E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? 8 Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Pregare non è facoltativo, ma obbligatorio: è necessario pregare sempre, senza stancarsi (v. 1). Il pericolo di perdersi d’animo è quasi inevitabile nella preghiera, perché l’interlocutore è invisibile e incontrollabile e non si può mai essere sicuri del suo ascolto e della sua risposta. A meno che non si creda fermamente che Dio ci ama, nel qual caso tutti i dubbi e i problemi scompaiono.

Si può pregare sempre perché la preghiera non si sovrappone alle nostre azioni, ma le illumina e le indirizza al loro fine. Il cuore può e deve essere sempre intento in Dio, perché è fatto per lui e perché lo esige il più grande dei comandamenti: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente" (Lc 10,27). La preghiera è importante perché è desiderio di Dio. E Dio-Amore non desidera altro che di essere desiderato e amato.

Il nostro peccato, che è lontananza da Dio, si evidenzia soprattutto nella preghiera. La preghiera può essere il momento della noia o della gioia, del disgusto o dell’appagamento della nostra fame e sete di Dio. Tutto dipende dal fatto se amiamo o non amiamo Dio. Per pregare è soprattutto necessario essere umili e sentirsi poveri e bisognosi: "Dio ascolta proprio la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza contro chi gliele fa versare? Chi venera Dio sarà accolto con benevolenza, la sua preghiera giungerà fino alle nubi. La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata, non si contenta; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità" (Sir 35,13-18).

Se un uomo così perverso, come il giudice della parabola, è capace di esaudire le richieste insistenti della vedova, Dio, che è giusto e misericordioso, non esaudirà prontamente le preghiere dei suoi eletti che gridano a lui giorno e notte, ossia "sempre, senza stancarsi" (v. 1)? Certamente! Anzi, l’intervento di Dio, a differenza di quello del giudice, è repentino ed efficace.

Questo brano del vangelo è un invito alla fiducia, all’ottimismo. Dio non ci esaudisce per togliersi dai piedi degli scocciatori, ma perché ci ama.

L’interrogativo con cui si chiude il vangelo di oggi ci chiede una sempre rinnovata presa di posizione nei confronti di Dio. L’apostolo Paolo attendeva con fiducia la morte e il giudizio, perché aveva conservato la fede (cfr 2Tm 4,7). Questo è anche l’augurio chi facciamo a noi e a tutti.

 

14 novembre 2010
Lc 21,5-19

5 Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: 6 «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». 7 Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».
8 Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli. 9 Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».
10 Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, 11 e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. 12 Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Questo vi darà occasione di render testimonianza. 14 Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15 io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. 16 Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; 17 sarete odiati da tutti per causa del mio nome. 18 Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime.

Il tempio di Gerusalemme era considerato una delle sette meraviglie del mondo. Ed ecco che ad alcuni che ammirano e magnificano il tempio, Gesù dà una predizione di sventura: il tempio sarà distrutto. Dio non bada alla bellezza dei marmi e alla preziosità dei doni, ma vuole un popolo dalla cui vita traspaia che Dio abita in mezzo ad esso. Il profeta Michea aveva predetto: "Udite dunque, o principi della casa di Giacobbe, o giudici della casa d’Israele, che avete in orrore la giustizia e pervertite ogni diritto, che edificate Sion con il sangue e Gerusalemme con l’iniquità!… Per colpa vostra, Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un cumulo di rovine e il monte del tempio un’altura boscosa" (3,9-12).

Gesù viene interrogato qui unicamente circa la fine del tempio. La distruzione di Gerusalemme non fa parte degli avvenimenti della fine del mondo. Essa è già avvenuta quando Luca scrive il suo vangelo.

L’intento primo dell’evangelista è mostrare che non stiamo andando verso "la fine", ma verso "il fine". Il dissolversi del mondo vecchio è contemporaneamente la nascita del mondo nuovo. Gesù non risponde alla nostra curiosità circa il futuro, ma vuole toglierci le ansie e gli allarmismi sulla fine del mondo, che non servono a nulla e producono unicamente del danno. Alla paura della fine del mondo e della morte Gesù offre l’alternativa di una vita che si lascia guidare dalla fiducia nel Padre, in un atteggiamento d’amore che ha già vinto la morte. Il Figlio di Dio diventato uomo ci ha già rivelato il destino dell’uomo e del mondo: il suo mistero di morte e risurrezione è la verità del presente e del futuro.

Per gli ascoltatori di Gesù la distruzione del tempio significava la fine del mondo e il ritorno del Figlio dell’uomo (cfr Mt 24,3). In realtà significa la fine di un mondo vecchio e l’inizio di un mondo nuovo.

Il credente in Cristo non deve dare ascolto a voci false e fuorvianti. Anche san Paolo ha dovuto avvertire i cristiani di Tessalonica, scrivendo loro: "Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro ricongiungimento con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare né da pretese ispirazioni né da parole né da qualche lettera fatta passare per nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo! (2Ts 2,1-3).

Verranno molti e usurperanno il nome stesso di Cristo e la predizione della sua manifestazione al mondo, dicendo: "Io sono". Con queste parole, che sono la traduzione del nome di Dio, ognuno di essi si presenterà come il salvatore mandato definitivamente da Dio per portare a compimento la storia del mondo. Gesù smaschera questi "salvatori" chiamandoli seduttori. San Paolo presenta così il seduttore: "Verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, l’avversario, colui che si innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio" (2Ts 2,3-4).

La mancanza di umiltà è il primo segno della menzogna. Uno solo è il Salvatore e il Signore: colui che si è fatto ultimo di tutti e servo di tutti. Tutti i seduttori sono mossi dall’orgoglio, dall’interesse, dall’invidia, dalla cupidigia. Usano Dio, la sua parola e i suoi doni per affermare il proprio io. Nei confronti di questi figuri Gesù ci dà un avvertimento grave: "Non lasciatevi ingannare!… Non seguiteli" (v. 8).

Prima della distruzione di Gerusalemme, i cristiani sono stati perseguitati dai giudei e dall’impero romano, come ci descrive Luca negli Atti degli apostoli. Essi sono colpiti per la loro fede in Gesù: "A causa del mio nome" (v. 12). Essere cristiani è un reato. Aderendo a Gesù si rischia di passare nel numero dei malfattori.

Ma l’evangelista invita a tener presenti anche i risvolti positivi delle persecuzioni. Esse offrono occasioni di testimoniare il Signore con la vita e le parole. L’azione giudiziaria serve alla predicazione, il carcere, all’attività missionaria. Il vangelo di Gesù è annunziato attraverso le sofferenze dei martiri: il loro esempio è più eloquente dell’annuncio dei predicatori.

I cristiani di Gerusalemme, costretti a fuggire dalla città, portano il vangelo nelle campagne della Giudea e della Samaria (cfr At 8,1-4) e giungono fino in Fenicia, a Cipro e ad Antiochia (cfr At 11,19; 15,3). Pietro, Giovanni, Stefano sono condotti davanti al sinedrio, Paolo davanti ai governatori romani, e tutti recano il messaggio di Cristo là dove altrimenti non sarebbe mai arrivato.

Paolo scrive ai Filippesi che la sua carcerazione è occasione per annunciare il vangelo: "Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del vangelo, al punto che in tutto il pretorio e ovunque si sa che sono in catene per Cristo; in tal modo la maggior parte dei fratelli, incoraggiati nel Signore dalle mie catene, ardiscono annunziare la parola di Dio con maggior zelo e senza timore alcuno" (Fil 1,12-14).

La fedeltà a Cristo mette i discepoli in contrasto con tutti coloro che non accolgono la fede cristiana. Se Gesù e la sua parola sono rifiutati, anche i cristiani saranno rifiutati. Gesù ha detto: "Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me" (Gv 15,18). Lo storico romano Tacito riassume così il suo giudizio sui cristiani: "Odiosi all’intero genere umano".

Il cristiano è colui che per vocazione deve resistere fino alla fine con la pazienza, che non è rassegnazione, ma resistenza costante e inflessibile. Nel libro dell’Apocalisse leggiamo: "Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada, di spada sia ucciso. In questo sta la perseveranza e la fede dei santi" (13,10). Per questa via il fedele giungerà alla vita eterna.

La pazienza è la caratteristica di Gesù che si fa carico del male. Anche il discepolo viene associato al suo mistero di morte e risurrezione: perdendo la vita, la salva (cfr Lc 9,24). Nel martirio il cristiano acquista la propria identità con Gesù, il Figlio morto e risorto.

 

15 novembre 2010
Lc 18,35-43

35 Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. 36 Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. 37 Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!». 38 Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». 39 Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 40 Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: 41 «Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista». 42 E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 43 Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.

Anche questo episodio del vangelo ci riguarda personalmente. In questo cieco viene rappresentata tutta l’umanità. La nostra cecità è la non conoscenza di Dio congiunta con la presunzione di vederci (cfr Gv 9,41; Ap 3,17). Il Messia è stato annunciato dai profeti come colui che ridà la vista ai ciechi ( Is 35, 5-6) e porta ai poveri la lieta notizia (Lc 4,18).

La folla che è attorno a Gesù è di impedimento al cieco (v. 39) come sarà di impedimento a Zaccheo (Lc 19,3). Il comportamento della folla è molto significativo. Invece di commiserare il malato e aiutarlo, è infastidita dalle sue grida. Il dolore e la disperazione del cieco è meno importante della loro quiete o del loro pellegrinaggio a Gerusalemme. Il problema della tranquillità personale può far dimenticare, e perfino ostacolare, le migliori iniziative di bene. Gli amici e i discepoli di Gesù, che avrebbero dovuto aiutare e incoraggiare il cieco, sono proprio quelli che vorrebbero farlo tacere e impedirgli di pregare il Salvatore. Non solo, ma lo rimproverano anche! Gesù, però, non invita l’uomo a tacere, ma a venire a lui. La sensibilità e la libertà di Gesù risaltano in ogni pagina del vangelo, soprattutto quando sono accostate all’indifferenza e all’egoismo delle persone che lo circondano.

Il cieco prega Gesù chiamandolo per nome. Gesù significa: Dio salva. Negli Atti degli apostoli leggiamo: "Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato (2,21); "In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati" (4,12). La salvezza è fare esperienza in prima persona dell’amore gratuito di Dio che dona e perdona. Gesù è la rivelazione di questo amore del Padre.

L’atteggiamento del cieco è in contrapposizione con l’ottusità dei giudei e degli stessi cristiani. Gesù si lamenta con la gente del suo tempo perché non crede se prima non ha veduto e toccato. Il cieco non ha bisogno di questo. L’apostolo Tommaso crede solo dopo aver veduto e toccato. Ma Gesù gli dice: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!" (Gv 20,29). Questa beatitudine sembra coniata appositamente per il cieco di Gerico: un cieco che vede più acutamente dei vedenti. Per questa fede Gesù lo guarisce all’istante e lo salva.

Ottenere la vista della fede ci permette di seguire Gesù che ha detto: "Chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12).

Alla fine del racconto tutti i presenti hanno un comportamento concorde e corale con il cieco guarito: lodano Dio con lui. La lode, che ci fa partecipi del bene altrui, è l’espressione più alta dell’amore.

 

16 novembre 2010
Lc 19,1-10

1 Entrato in Gerico, attraversava la città. 2 Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3 cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. 4 Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. 5 Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6 In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. 7 Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E' andato ad alloggiare da un peccatore!». 8 Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 9 Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; 10 il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

L’incontro di Gesù con Zaccheo ripropone uno dei temi fondamentali del vangelo: la preferenza di Dio per i peccatori. Quest’uomo altolocato e benestante è insoddisfatto di sé. In apparenza ha tutto, in realtà gli manca tutto. In quanto pubblicano è escluso dalla salvezza secondo la legge, in quanto ricco è escluso dalla salvezza secondo il vangelo (cfr Lc 18,24ss). E’ un peccatore della peggiore specie, è un caso impossibile.

Anche in questo caso, come nel brano precedente, la moltitudine dei discepoli nasconde agli occhi di Zaccheo il Gesù che cercava di vedere. La comunità è il luogo dell’incontro con Dio, ma qualche volta impedisce di vederlo. La folla non aiuta Zaccheo a trovare Gesù e criticherà Gesù quando deciderà di andare nella sua casa.

Il pubblicano viene chiamato per nome: "Zaccheo". Questo nome significa "Dio ricorda". Dio si ricorda di lui e gli usa misericordia, come aveva cantato il suo omonimo, Zaccaria: "Ha soccorso il suo servo, ricordandosi della sua misericordia"(cfr Lc 1,54). In Zaccheo si compie la volontà di salvezza del Padre, che Gesù ha la missione di attuare in questo mondo. E tutto deve avvenire "subito" e "in fretta" (vv. 5-6). E’ l’urgenza della salvezza. Ci ricorda Maria che corre a portare il Salvatore a chi l’attende (cfr Lc 1,39). Ma questa volontà di Dio che desidera salvare tutti e subito suscita incomprensione e mormorazione nei benpensanti di allora come in quelli di tutti i tempi.

L’ansia e la tensione di Zaccheo si trasformano in esultanza, che è la partecipazione alla felicità di Dio. L'angelo Gabriele ha invitato Maria a rallegrarsi, ora tale allegrezza passa a un peccatore convertito. L’incontro con Gesù libera l’uomo dalle sue colpe, dalle sue perplessità e angosce e lo riempie di pace e di gioia.

La folla critica il comportamento di Gesù perché non lo capisce. Egli è venuto a portare agli uomini il perdono di Dio, e non deve fare meraviglia che lo conceda a coloro che ne hanno più bisogno. Dio non è come l’hanno presentato gli scribi e i farisei di tutti i tempi. E’ diverso. Non ha nemici, non è contro nessuno, non fa distinzioni tra giudei e pagani, tra giusti e peccatori. Tutti sono uguali davanti a lui, tutti bisognosi di grazia, di perdono e di aiuto.

Luca si compiace di presentare Gesù che si trova a suo agio in casa di un peccatore. La salvezza è per tutti, e prima di tutto per i peccatori che si pentono. E il pentimento si manifesta nel riordinare la propria condotta, riparando i torti commessi. E poiché le ingiustizie sociali pesano in definitiva sempre sui poveri, Zaccheo darà loro la metà dei suoi beni. E nei casi specifici di truffa, restituirà secondo la legge: quattro volte tanto (cfr Es 21,37; 2Sam 12,6). La giustizia sociale è il primo frutto della conversione.

Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare. La sua missione si compie dando accoglienza ai peccatori. San Paolo ha scritto: "Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" (1Tm 1,15-16).

Zaccheo cercava Gesù, ma alla fine di questo episodio evangelico scopriamo che, ancor più e ancor prima, era Gesù che cercava Zaccheo che si era perduto (v. 10). La lezione di questo brano di vangelo ha bisogno di essere sempre ricordata nella Chiesa. C’è sempre qualcuno nella comunità cristiana che ha paura di avvicinare i peccatori, gli scomunicati e i nemici della religione e della fede. Il vangelo ci spinge ad essere vicini a tutti, a stabilire buoni rapporti con tutti, perché tutti hanno bisogno di salvezza, e tocca proprio a noi portarla a loro.

"Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto" (v. 10). E’ la chiave di lettura di tutta la storia di Gesù.

 

17 novembre 2010
Lc 19,11-28

11 Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, Gesù disse ancora una parabola perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all'altro. 12 Disse dunque: «Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano per ricevere un titolo regale e poi ritornare. 13 Chiamati dieci servi, consegnò loro dieci mine, dicendo: Impiegatele fino al mio ritorno. 14 Ma i suoi cittadini lo odiavano e gli mandarono dietro un'ambasceria a dire: Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi. 15 Quando fu di ritorno, dopo aver ottenuto il titolo di re, fece chiamare i servi ai quali aveva consegnato il denaro, per vedere quanto ciascuno avesse guadagnato. 16 Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. 17 Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città. 18 Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. 19 Anche a questo disse: Anche tu sarai a capo di cinque città. 20 Venne poi anche l'altro e disse: Signore, ecco la tua mina, che ho tenuta riposta in un fazzoletto; 21 avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato. 22 Gli rispose: Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: 23 perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l'avrei riscosso con gli interessi. 24 Disse poi ai presenti: Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci 25 Gli risposero: Signore, ha già dieci mine! 26 Vi dico: A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 27 E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me».
28 Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme.

Il regno di Dio è concepito come un mondo superiore che fa irruzione in quello dell’uomo sconvolgendolo e rinnovandolo. Alcuni ritenevano che tale manifestazione incombesse da un momento all’altro, addirittura in concomitanza con l’arrivo di Gesù a Gerusalemme: in quello stesso istante. Per togliere una tale tensione nei suoi discepoli Gesù racconta questa parabola.

Il nobile personaggio della parabola indica Gesù che sta per recarsi in un paese lontano, ossia in cielo. Di là egli ritornerà con potenza e onore di re. Per il tempo della sua assenza egli affida i suoi beni ai suoi servi affinché li facciano fruttare. Il tempo che intercorre tra l’ascensione di Gesù al cielo e il suo ritorno nella gloria, è tempo di lavoro e di imprese missionarie.

Durante la sua assenza i suoi nemici non si danno pace. Essi fanno di tutto perché non venga il suo regno (cfr Lc 11,2). Ma Gesù verrà nello splendore della sua dignità regale; tuttavia questo non succederà "da un momento all’altro" (v. 11).

Al suo ritorno Gesù domanderà conto dell’amministrazione affidata ai suoi servi. Come ricompensa del loro fedele servizio, anche i discepoli parteciperanno alla sovranità di Cristo (Lc 12,43; 22,30).

Le amare osservazioni che il servo malvagio e fannullone fa contro il suo padrone sono la manifestazione della sua cattiva coscienza. Il Signore viene accusato di essere un padrone crudele, un trafficante ingordo, un egoista senza riguardo per nessuno. Secondo queste parole sarebbe stato proprio il Signore a togliere ogni coraggio e a mettere addosso al suo servo un tale terrore paralizzante.

Quello che il Signore domanda è fedeltà nell’amministrazione, attività coraggiosa, lavoro oculato. Per questo non è concepibile un’attesa inoperosa e piena di paura. Il capitale che ci ha dato non serve per arricchire davanti agli uomini, ma davanti a Dio; farlo fruttare non significa accumulare con avidità, ma dare con generosità (cfr Lc 12,13ss; 16,1ss). Questa parabola illustra la scelta giusta operata da Zaccheo: ha fatto fruttare i suoi averi dandoli ai poveri. Il vero guadagno che ci arricchisce davanti a Dio (cfr Lc 12,21) consiste nel donare. E’ l’unico modo di investire; ci dà il nostro vero tesoro (cfr Lc 12,33) e ci procura amici che ci accolgano nelle dimore eterne (cfr Lc 16,9). La salvezza è un premio e come tale è insieme dono e conquista, incontro tra la benevolenza di Dio e la libertà dell’uomo. Il premio è sproporzionato al merito, come una città rispetto a una "mina". Una "mina" greca d’argento corrispondeva allo stipendio di trecento giornate lavorative.

Fuori parabola, Dio ci dona "molto più di quanto possiamo domandare o sperare" (Ef 3,20): ci dona se stesso. Tutto è dono suo, noi stessi e le nostre azioni.

La paura di Dio è tipica di Adamo (Gen 3,10) e dei suoi discendenti. Essa deriva dall’immagine di un Dio cattivo, che non ci ama. Questa paura blocca l’azione dell’uomo. L’uomo "religioso" considera Dio severo e intransigente. Il suo comportamento da uomo "giusto" è mosso da un’estrema difesa da Dio, nella ricerca parossistica di chiudere il conto in parità. Ma ciò non è possibile. L'unica via d'uscita è la gratitudine per la gratuità del dono.

Il v. 27 è un’immagine truculenta per presentare la dannazione eterna. E’ la sorte di chi rifiuta la vita di Dio.

 

18 novembre 2010
Lc 19,41-44

41 Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: 42 «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. 43 Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; 44 abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

In questo brano Luca dà l’ultimo tocco al ritratto di Gesù, immagine perfetta del Padre. Il pianto di Gesù rivela il mistero più grande di Dio: la sua passione per noi. Ciò che Dio aveva detto a Geremia, si avvera ora in Gesù: "Tu riferirai questa parola: ‘I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la figlia del mio popolo, da una ferita mortale’" (Ger 14,17). Gesù piange su Gerusalemme. La condanna cadrà su di lei. Gesù non può impedirla. Le lacrime manifestano la sua impotenza. Il suo pianto impotente nasconde un profondo mistero. Dio nasconde la sua potenza nell’amore di Gesù che salva e nella sua debolezza. Egli prende con tanta serietà la libertà dell’uomo, che preferisce piangere impotente in Gesù, piuttosto che togliere alla creatura umana la sua libertà. Il pianto di Gesù è l’ultimo invito alla penitenza per la città ostinata nel suo rifiuto e nel suo male.

Le parole che Gesù rivolge a Gerusalemme non sono minacce, né la sua distruzione sarà castigo di Dio. Dio è misericordioso e perdona (cfr Es 34,6-7; Sal 86,15; 103,8; Gio 4,2; ecc.). Le parole di Gesù sono una constatazione sofferta del male che il popolo fa a se stesso. Il male, dal quale mette inutilmente in guardia Gerusalemme, ricadrà infatti su di lui. In croce, sarà assediato, angustiato e distrutto da tutta la cattiveria del mondo e dall’abbandono di tutti. Il pianto di Gesù esprime la sua debolezza estrema, che è la forza dell’amore, che portò lui alla croce (cfr 2Cor 13,4) e noi alla salvezza.

Gesù aveva detto: "Beati voi che ora piangete" (Lc 6,21). Ora è lui stesso che piange. Egli realizza in sé il mistero del regno di Dio su questa terra: un seme gettato nel pianto. Ma chi semina nel pianto mieterà con giubilo (Sal 126,5-6).

Il motivo del lamento sta nel fatto che nel giorno della sua entrata in Gerusalemme, essa non ha compreso "la via della pace". Di conseguenza, avendo rifiutato il Cristo che è la nostra pace (Cfr Ef 2,14), iniziano per lei i giorni di guerra, che continueranno fino alla sua distruzione.

Questo giorno dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme porta a compimento la lunga storia di offerte di salvezza da parte di Dio alla città santa. Questo è il momento in cui dovrebbe esserle donata la pace, la salvezza. Gerusalemme dovrebbe solamente riconoscere che Gesù è il principe della pace, inviato da Dio. Ma essa, che ha ucciso i profeti e lapidato coloro che Dio le aveva mandato per salvarla, rifiuta questo riconoscimento. Ricordiamo un lamento precedente di Gesù su Gerusalemme: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa viene lasciata deserta" (Lc 13,34-35). Il popolo di Gerusalemme si chiude alla parola di Dio: "Sono un popolo insensato e in essi non c’è intelligenza: se fossero saggi, capirebbero, rifletterebbero sulla loro fine" (Dt 32,28-29). In questo momento si adempie ancora ciò che Dio aveva detto al profeta Geremia riguardo a Gerusalemme: "Tu mi hai respinto, dice il Signore, mi hai voltato le spalle e io ho steso la mano su di te per annientarti; sono stanco di avere pietà" (Ger 15,6).

Gesù annuncia il verdetto di Dio sulla sua nazione, ma lo fa a malincuore, con dolore, piangendo, non esultando di gioia per la vendetta di Dio che si abbatte sui peccatori. Gesù non è venuto per punire, ma per salvare; per recare la pace, non la guerra. Israele si era allontanato da Dio, l’aveva dimenticato e offeso; Gesù viene a ristabilire i buoni rapporti tra di loro. Il suo stesso modo di presentarsi, semplice, umile rivelava lo scopo pacifico della sua venuta. Un messia di questo genere non poteva non suscitare fiducia. Gerusalemme non ha riconosciuto il giorno del perdono e della grazia, e allora dovrà fare la conoscenza col giorno dell’ira e dello sterminio dei suoi abitanti. La distruzione di Gerusalemme è vista come un castigo divino in risposta al rifiuto del Messia. La grazia, la bontà di Dio, quando è rifiutata, diventa ira, vendetta, castigo.

Ma, a questo punto, ci domandiamo come possiamo mettere d’accordo le pagine del vangelo che ci presentano Dio come amore e misericordia con questa pagina in cui sembra che il volto del Dio-Amore sia totalmente stravolto e negato.

Il vangelo di Giovanni ci aiuta a capire meglio il motivo della distruzione di Gerusalemme: "Pilato disse ai giudei: ‘Ecco il vostro re!’. Ma quelli gridarono: ‘Via, via, crocifiggilo!’. Disse loro Pilato: ‘Metterò in croce il vostro re?’. Risposero i sommi sacerdoti: ‘Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare’. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso" (Gv 19,14-16). La dichiarazione pubblica e solenne dei sommi sacerdoti manifesta senza equivoci il rifiuto di Dio e del suo Cristo come re e salvatore d’Israele, e la scelta di Cesare come loro re e salvatore. E il nuovo signore di Israele, l’imperatore di Roma, ha agito secondo la logica di tutti i potenti di questo mondo, distruggendo e massacrando il popolo ribelle. Sono gli eserciti dell’impero romano che hanno distrutto Gerusalemme, non Dio.

Le potenze del male sono tenute lontane dalla protezione di Dio. Il giorno in cui allontaniamo Dio dalla nostra vita, esse si comportano come le belve quando cacciamo via il domatore che le teneva debitamente a bada: ci sbranano. E non perché sono state aizzate contro di noi dal domatore indispettito e vendicativo, ma perché questa è la loro condotta naturale di belve. Quando rifiutiamo il regno di Dio, cadiamo immediatamente sotto il potere del demonio, che "è stato omicida fin da principio" (Gv 8,44).

 

19 novembre 2010
Lc 19,45-48

45 Entrato poi nel tempio, cominciò a cacciare i venditori, 46 dicendo: «Sta scritto:
La mia casa sarà casa di preghiera.
Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri!».
47 Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; 48 ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole.

Il viaggio di Gesù a Gerusalemme si conclude nel tempio. Egli entra nei cortili del tempio non tanto per pregare, quanto per compiere un rito di purificazione della casa del Padre. Scaccia tutti i commercianti e pronuncia contro di loro severe parole di biasimo e di condanna. La casa di Dio non deve essere adibita a luogo di mercato e la religione non può essere pretesto e paravento di operazioni commerciali.

A differenza dei suoi sacerdoti, Dio non vende i suoi favori a chi cerca di conquistarselo con prestazioni religiose o addirittura con il denaro. Il peccato più grave contro di lui è quello di voler comperare il suo amore: è come trattarlo da prostituta. Egli è il Padre pieno di grazia e di misericordia. La salvezza è suo dono gratuito al quale rispondiamo con un amore filiale gratuito. Questo è il vero culto spirituale, gradito a Dio (cfr Rm 12,1). La cattiva immagine di Dio è l’origine di tutti i mali dell’uomo.

Il culto di mammona cerca sempre di sostituirsi a quello del vero Dio. Ma Gesù ci ha detto senza mezzi termini che non possiamo servire a due signori (cfr Lc 16,13). Infatti Dio e mammona sono inconciliabili tra loro, come il dono e il possesso, la vita e la morte, l’amore e l’egoismo.

Il profeta Zaccaria aveva preannunciato la venuta del Messia con queste parole: "In quel giorno non vi sarà neppure un mercante nella casa di Dio" (14,21). Permane sempre anche per la Chiesa il pericolo di diventare una spelonca di ladri alla ricerca del turpe guadagno (1Pt 5,2). La povertà e la gratuità sono le due condizioni indispensabili che Gesù ha posto per l’annuncio del vangelo (cfr Lc 9,1ss; 10,1ss). Esse manifestano l’essenza di Dio che è amore. E l’amore dà gratuitamente tutto ciò che è e ha.

Con la predicazione nel tempio Gesù si inimica i capi del giudaismo, i quali decidono subito di farlo morire. Ma il popolo si schiera dalla sua parte e ascolta le sue parole. Da queste persone usciranno i primi elementi per edificare il nuovo popolo di Dio che è la Chiesa.

 

20 novembre 2010
Lc 20,27-40

27 Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda: 28 «Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. 29 C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. 30 Allora la prese il secondo 31 e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. 32 Da ultimo anche la donna morì. 33 Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». 34 Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35 ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; 36 e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. 37 Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. 38 Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». 39 Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». 40 E non osavano più fargli alcuna domanda.

La risurrezione non è soltanto un insegnamento di Gesù, è anche un annuncio della Scrittura (v. 37). L’affermazione: "Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe" lascia intendere che il mondo dei defunti è un mondo di persone viventi. Il problema della continuità dell’esistenza si è affacciato già nelle ultime pagine dell’Antico Testamento, ma è diventato il messaggio centrale della predicazione cristiana.

In Ezechiele 37,13-14 la risurrezione è vista come quell’azione che ci fa riconoscere Dio: "Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò".

La fede nella risurrezione portava i giudei a pensare che i morti continuassero nella nuova vita le abitudini della vita terrena. Una tale fede viene colpita e giustamente ridicolizzata dai sadducei. Gesù non condivide il modo di pensare la risurrezione che avevano i giudei. Chi risorge dopo la morte non si sposa e non viene sposato. La vita dei risorti non è la continuazione delle forme delle vita terrena. I risorti non appartengono più a questo mondo terrestre, ma a quello futuro e nuovo. I figli di questo mondo sono soggetti al peccato e alla corruzione, i figli del mondo futuro ricevono la vita nuova e senza fine.

Il matrimonio è stabilito per il mondo presente e finisce con il mondo presente. Gli uomini del mondo futuro sono immortali, perché sono uguali agli angeli. Gli angeli nella Scrittura sono chiamati figli di Dio (cfr Gb 1,6; 2,1). I risorti ricevono la filiazione divina (1Gv 3,2; Rm 8,21), la gloria (Rm 8,21) e un corpo "spirituale" ( 1Cor 15,44).

La risurrezione è la nostra nascita piena alla condizione di figli di Dio. Gesù infatti, figlio di Davide secondo la carne, è costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione, mediante la risurrezione dai morti (Rm 1,3-4). Egli è il primo fra molti fratelli, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Rm 8,29; Col 1,18).

Dio è il Dio dei viventi, perché tutti vivono per lui. Il Dio dei viventi non si circonda di morti: "Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi" perché è il "Signore, amante della vita" (Sap 1,3; 11,26).

 

21 novembre 2010
Lc 23,35-43

35 Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». 36 Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38 C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». 40 Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41 Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». 42 E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43 Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

La salvezza che il Figlio di Dio ha portato sulla terra sembra non avere alcuna rilevanza né religiosa né politica né personale; sulla croce pare che tutto finisca e torni come prima: Anzi, peggio di prima, perché il male sembra aver vinto un’altra volta. Dopo tante illusioni suscitate da Gesù, la tragica delusione! (cfr Lc 24,21). Ma proprio questa è la vittoria decisiva. Il nostro male radicale è il voler salvare noi stessi. Gesù, perdendosi per noi, lo vince. Le sue tentazioni riguardano l’inutilità della croce e della salvezza. Sono anche le tentazioni costanti della Chiesa e di ogni uomo. Bisogna uscire dalla trappola delle proprie attese egoistiche per cogliere la prospettiva di Dio.

La contemplazione del Crocifisso è il principio della nuova sapienza. Sul Calvario viene tolto il sipario dal Cristo e possiamo contemplarlo com’è: amore senza limiti per noi peccatori.

I capi del popolo vengono colti nell’atteggiamento preannunciato dal salmo 22,7-8: "Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono il naso, scuotono il capo".

Salvare se stesso dalla morte è il principale pensiero dell’uomo. Ognuno è pronto a salvare se stesso a spese dell’altro. E’ la salvezza ingannatrice dell’egoismo, che è perdizione nostra e altrui. Gesù ha detto: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà" (Lc 9,24). Solo chi si perde per amore, salva se stesso e gli altri.

Nel v. 36 viene richiamato il salmo 69,22: "Quando avevo sete, mi hanno dato l’aceto". La sete di Gesù è il desiderio di donarci l’acqua della vita (cfr Gv 4,10; Ap 21,6). Noi gli abbiamo dato in cambio l’aceto della nostra morte.

I soldati manifestano il modo di pensare comune ad ogni uomo: il re è colui che vince con la forza e fa morire gli altri. Gesù invece manifesta la sua potenza perdendo e morendo per gli altri. La sua debolezza è la forza di Dio. Egli ci salva da ogni potere, che ha la sua forza nella schiavitù dell’egoismo.

La scritta sopra il capo di Gesù è una cosa estremamente seria. Gesù è veramente il re dei giudei. Il suo dominio è quello dell’amore: "Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12,32).

La bestemmia del malfattore è non riconoscere Dio sulla croce dove si rivela senza veli. Voler staccare Dio dalla croce è togliergli la sua gloria e confonderlo con l’idolo. Anche noi cristiani vogliamo un messia che salvi se stesso solo perché vogliamo salvare noi stessi. Dovrebbe essere lo specchio e la conferma dei nostri desideri egoistici. Questo malfattore rappresenta l’attesa dell’uomo che non conosce Dio, e lo fa a sua immagine e somiglianza.

L’altro malfattore, colui che viene chiamato "il buon ladrone", vede in croce una novità. Gesù Cristo gli fa conoscere il vero volto di Dio. Gesù è lì in croce con lui, perché lui possa essere in paradiso con Gesù. La salvezza è la vicinanza di Dio dove mi sento maledetto e solo. Egli è grazia e misericordia per me, peccatore perduto, fino a farsi lui stesso peccato e perdizione. Scrive san Paolo nella Lettera ai romani: "Ora a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (5,7-8).

Qualunque altro prodigio Dio avesse fatto per noi, non ci avrebbe persuasi del suo amore. Sarebbe stato un atto di potenza e di esibizione, che non avrebbe cambiato la nostra immagine di lui. Ma la sua impotenza in croce, la sua vicinanza a noi nel nostro male, la sua solidarietà con noi fino alla morte, ci tolgono ogni dubbio: Dio è amore e ama noi peccatori.

Liberati, dalla paura della morte e dell’egoismo, siamo finalmente liberi di vivere nell’amore di Dio da cui veniamo e verso cui andiamo. Possiamo finalmente vivere e morire in pace. E questa è la liberazione fondamentale.

Il malfattore in croce è l’unico che chiama Gesù per nome, senza ulteriore specificazione (cfr Lc 17,13; 18,38.39). Gesù è Dio che salva. Egli, come ogni uomo, teme di essere dimenticato. Ma Dio non dimentica nessuno. "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne di dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!" (Is 49,15).

Gesù si è fatto ultimo di tutti perché nessuno potesse più sentirsi abbandonato e maledetto. Egli è ormai nel punto più lontano da Dio, per essere vicino a tutti i lontani da Dio.

Il regno di Dio sono le braccia del Padre (v. 46). Ognuno entra nel suo regno affidandosi a Gesù. In lui tutto è compiuto.

Noi saremo sempre con Gesù, l’Emmanuele, perché lui è sempre cono noi. Eravamo fuggiti lontano da lui ed egli ci ha raggiunti nel massimo della nostra lontananza e degradazione. Gesù è venuto con noi sulla croce, perché noi tornassimo con lui nel suo paradiso. Dio ha patito con noi, perché noi potessimo gioire con lui (cfr Lc 15).

 

22 novembre 2010
Lc 21,1-4

1 Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. 2 Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli 3 e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. 4 Tutti costoro, infatti, hanno deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere».

Questa povera vedova ci dà la lezione fondamentale del vangelo: nelle due monete che getta nel tesoro del tempio rende a Dio ciò che è di Dio, cioè tutta la sua vita.

Nel giudizio di Gesù la povera vedova ha dato più dei ricchi, perché ha dato tutto ciò che possedeva. Ella affida a Dio la propria vita senza angustiarsi e preoccuparsi. Mette in pratica alla lettera l’insegnamento di Gesù: "Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete… Non cercate ciò che mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta" (Lc 12,22-31).

A Dio non si deve dare né tanto né poco né nulla, ma tutto ciò che siamo e abbiamo, perché "noi siamo suoi" (Sal 100,3). L’unica cosa da fare è corrispondere liberamente al suo amore totale (cfr Lc 10,27).

Questa donna è immagine della Chiesa. La Chiesa è la comunità dei piccoli, dei poveri e dei disprezzati, i quali però sono grandi davanti a Dio perché donano tutto ciò che hanno con umiltà e semplicità e pongono la loro fiducia in lui. Nella Chiesa non contano i potenti e i sapienti: la vera storia è fatta dagli umili che, come questa vedova, vivono l’amore concreto nello Spirito del Signore. Gesù prima di morire ce li addita come maestri.

 

23 novembre 2010
Lc 21,5-11

5 Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: 6 «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». 7 Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».
8 Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli. 9 Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».
10 Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, 11 e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.

Il tempio di Gerusalemme era considerato una delle sette meraviglie del mondo. Ed ecco che ad alcuni che ammirano e magnificano il tempio, Gesù dà una predizione di sventura: il tempio sarà distrutto. Dio non bada alla bellezza dei marmi e alla preziosità dei doni, ma vuole un popolo dalla cui vita traspaia che Dio abita in mezzo ad esso. Il profeta Michea aveva predetto: "Udite dunque, o principi della casa di Giacobbe, o giudici della casa d’Israele, che avete in orrore la giustizia e pervertite ogni diritto, che edificate Sion con il sangue e Gerusalemme con l’iniquità!… Per colpa vostra, Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un cumulo di rovine e il monte del tempio un’altura boscosa" (3,9-12).

Gesù viene interrogato qui unicamente circa la fine del tempio. La distruzione di Gerusalemme non fa parte degli avvenimenti della fine del mondo. Essa è già avvenuta quando Luca scrive il suo vangelo.

L’intento primo dell’evangelista è mostrare che non stiamo andando verso "la fine", ma verso "il fine". Il dissolversi del mondo vecchio è contemporaneamente la nascita del mondo nuovo. Gesù non risponde alla nostra curiosità circa il futuro, ma vuole toglierci le ansie e gli allarmismi sulla fine del mondo, che non servono a nulla e producono unicamente del danno. Alla paura della fine del mondo e della morte Gesù offre l’alternativa di una vita che si lascia guidare dalla fiducia nel Padre, in un atteggiamento d’amore che ha già vinto la morte. Il Figlio di Dio diventato uomo ci ha già rivelato il destino dell’uomo e del mondo: il suo mistero di morte e risurrezione è la verità del presente e del futuro.

Per gli ascoltatori di Gesù la distruzione del tempio significava la fine del mondo e il ritorno del Figlio dell’uomo (cfr Mt 24,3). In realtà significa la fine di un mondo vecchio e l’inizio di un mondo nuovo.

Il credente in Cristo non deve dare ascolto a voci false e fuorvianti. Anche san Paolo ha dovuto avvertire i cristiani di Tessalonica, scrivendo loro: "Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro ricongiungimento con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare né da pretese ispirazioni né da parole né da qualche lettera fatta passare per nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo! (2Ts 2,1-3).

Verranno molti e usurperanno il nome stesso di Cristo e la predizione della sua manifestazione al mondo, dicendo: "Io sono". Con queste parole, che sono la traduzione del nome di Dio, ognuno di essi si presenterà come il salvatore mandato definitivamente da Dio per portare a compimento la storia del mondo. Gesù smaschera questi "salvatori" chiamandoli seduttori. San Paolo presenta così il seduttore: "Verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, l’avversario, colui che si innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio" (2Ts 2,3-4).

La mancanza di umiltà è il primo segno della menzogna. Uno solo è il Salvatore e il Signore: colui che si è fatto ultimo di tutti e servo di tutti. Tutti i seduttori sono mossi dall’orgoglio, dall’interesse, dall’invidia, dalla cupidigia. Usano Dio, la sua parola e i suoi doni per affermare il proprio io. Nei confronti di questi figuri Gesù ci dà un avvertimento grave: "Non lasciatevi ingannare!… Non seguiteli" (v. 8).

 

24 novembre 2010
Lc 21,12-19

12 Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Questo vi darà occasione di render testimonianza. 14 Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15 io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. 16 Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; 17 sarete odiati da tutti per causa del mio nome. 18 Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime.

Prima della distruzione di Gerusalemme, i cristiani sono stati perseguitati dai giudei e dall’impero romano, come ci descrive Luca negli Atti degli apostoli. Essi sono colpiti per la loro fede in Gesù: "A causa del mio nome" (v. 12). Essere cristiani è un reato. Aderendo a Gesù si rischia di passare nel numero dei malfattori.

Ma l’evangelista invita a tener presenti anche i risvolti positivi delle persecuzioni. Esse offrono occasioni di testimoniare il Signore con la vita e le parole. L’azione giudiziaria serve alla predicazione, il carcere, all’attività missionaria. Il vangelo di Gesù è annunziato attraverso le sofferenze dei martiri: il loro esempio è più eloquente dell’annuncio dei predicatori.

I cristiani di Gerusalemme, costretti a fuggire dalla città, portano il vangelo nelle campagne della Giudea e della Samaria (cfr At 8,1-4) e giungono fino in Fenicia, a Cipro e ad Antiochia (cfr At 11,19; 15,3). Pietro, Giovanni, Stefano sono condotti davanti al sinedrio, Paolo davanti ai governatori romani, e tutti recano il messaggio di Cristo là dove altrimenti non sarebbe mai arrivato.

Paolo scrive ai Filippesi che la sua carcerazione è occasione per annunciare il vangelo: "Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del vangelo, al punto che in tutto il pretorio e ovunque si sa che sono in catene per Cristo; in tal modo la maggior parte dei fratelli, incoraggiati nel Signore dalle mie catene, ardiscono annunziare la parola di Dio con maggior zelo e senza timore alcuno" (Fil 1,12-14).

La fedeltà a Cristo mette i discepoli in contrasto con tutti coloro che non accolgono la fede cristiana. Se Gesù e la sua parola sono rifiutati, anche i cristiani saranno rifiutati. Gesù ha detto: "Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me" (Gv 15,18). Lo storico romano Tacito riassume così il suo giudizio sui cristiani: "Odiosi all’intero genere umano".

Il cristiano è colui che per vocazione deve resistere fino alla fine con la pazienza, che non è rassegnazione, ma resistenza costante e inflessibile. Nel libro dell’Apocalisse leggiamo: "Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada, di spada sia ucciso. In questo sta la perseveranza e la fede dei santi" (13,10). Per questa via il fedele giungerà alla vita eterna.

La pazienza è la caratteristica di Gesù che si fa carico del male. Anche il discepolo viene associato al suo mistero di morte e risurrezione: perdendo la vita, la salva (cfr Lc 9,24). Nel martirio il cristiano acquista la propria identità con Gesù, il Figlio morto e risorto.

 

25 novembre 2010
Lc 21,20-28

20 Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. 21 Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; 22 saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia.
23 Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. 24 Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti.
25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26 mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
27 Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
28 Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

In casi di assedio, la città era il luogo di difesa più sicuro. Ora no, perché Gerusalemme sarà distrutta. In quei giorni si verifica la distruzione predetta dai profeti (1Re 9,6ss; Mi 3,12; Dn 9,36). La distruzione di Gerusalemme è una vendetta dei romani, non di Dio; ma insieme rivela anche la tragica realtà di chi rifiuta la sua visita.

Gesù ha compassione e piange non per sé, ma per la città che uccidendo lui fa del male a se stessa (cfr Lc 13,34; 19,42; 23,28). Questo "ahimè" di Gesù è il grido supremo della sua misericordia.

Nella guerra del 66-70 d.C., secondo un calcolo un po’ gonfiato di Giuseppe Flavio, furono uccisi 1.100.000 giudei e furono fatti schiavi 97.000 sopravvissuti.

La fine di Gerusalemme è l’inizio del tempo dei pagani. L’invito al Regno, rifiutato dagli ebrei, passa ora a tutti i popoli del mondo. Il rifiuto dei giudei, invece di bloccare la salvezza, la allarga ai pagani (At 13,46). Quando essa sarà giunta a tutti i popoli della terra, anche Gerusalemme riconoscerà il suo Signore (Rm 11,25-26).

I versetti 25-28 di questo brano non sono descrizioni di cataclismi cosmici, ma modi di dire immaginosi, iperbolici, irreali a cui gli autori della Bibbia hanno fatto ricorso per annunciare le grandi novità di salvezza e di liberazione portate dal Messia. La Bibbia abbonda di tali descrizioni per presentare avvenimenti storici come la caduta di un re, una sconfitta militare o un qualsiasi rivolgimento nazionale (cfr Es 19,18-19; Is 14,12; Ger 4,23-28; Gl 3,1-5; ecc.).

Prendere alla lettera questi annunci non significa solo fraintendere, ma addirittura stravolgere il loro significato. Per es. san Pietro presenta la Pentecoste come giorno in cui si avverano queste parole del profeta Gioele: "Farò prodigi in alto nel cielo e segni in basso sulla terra, sangue, fuoco e nuvole di fumo. Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, giorno grande e splendido. Allora chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato" (At 2,19-21). Ma non si vide nulla di simile in quel giorno. Ci furono grandi avvenimenti, conversioni e rivolgimenti nelle menti e nelle coscienze: questo sì. Il giorno di Pentecoste si concluse così: "Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone" (At 2,41).

Questi modi di dire, dunque, non annunciano un rivoluzione nel mondo fisico, ma un grande evento nella storia della salvezza. Anche nel nostro linguaggio, quando succede qualcosa di imprevisto o di grave, si dice: "Mi sono sentito cadere il mondo addosso!". Ma, per fortuna il mondo non è ancora caduto addosso a nessuno: l’espressione vuol dire altro.

Le potenze dei cieli che saranno sconvolte sono le potenze del nemico, che Gesù vide cadere dal cielo come folgore durante la predicazione dei discepoli (Lc 10,18-19). Se l’uomo ha investito tutto nel mondo presente vede con terrore il crollo di tutti i suoi beni e di tutte le sue attese. Se ha investito tutto nei beni del cielo vede giungere la sua felicità eterna.

Il Figlio dell’uomo che viene è il Signore che mi ha amato e ha dato se stesso per me (cfr Gal 2,20) e che mi ha amato quando ancora ero peccatore (cfr Rm 5,6ss). Il suo giudizio sarà il perdono ai crocifissori (cfr Lc 23,34) e l’offerta del paradiso al malfattore (cfr Lc 23,43). Il nostro giudice infatti è colui che ha detto di amare i nemici, di non giudicare, di non condannare, di perdonare sempre. E’ misericordioso come il Padre suo (cfr Lc 6,27-38). La venuta di Cristo si identifica con la nostra liberazione e la nostra salvezza.

 

26 novembre 2010
Lc 21,29-33

29 E disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutte le piante; 30 quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l'estate è vicina. 31 Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Quando il Signore tornerà alla fine dei tempi non ci sarà bisogno di messaggeri che annuncino l’approssimarsi del regno di Dio, perché ognuno se ne accorgerà da sé per i fatti che potrà osservare. Nessun uomo, che abbia senno, ha bisogno di essere aiutato a capire che l’estate è vicina quando germogliano gli alberi.

Il regno di Dio verrà a noi con la stessa certezza con cui a suo tempo viene l’estate. Gesù non ci comunica una scadenza esatta perché "nessuno conosce il giorno e l’ora, se non il Padre" (Mt 24,36; Mc 13,32).

"La parola di Dio dura sempre" (Is 40,8). Dobbiamo fondare su di essa la nostra vita. Questa parola ci dà la certezza che il Signore viene. Viene come è venuto allora; e allo stesso modo verrà alla fine. "Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre. Non lasciatevi sviare da dottrine varie e a voi estranee" (Eb 13,8-9).

 

27 novembre 2010
Lc 21,34-36

34 State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; 35 come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36 Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

La nostra vita non deve essere dominata dal terrore del futuro né stordita dalle sollecitudini esagerate per i beni della terra, diversamente non sappiamo più vedere ciò che ci attende. Chi si interessa solo della vita terrena e dei suoi piaceri, non ha tempo né volontà per pensare al giorno finale.

Alla sobrietà e all’attenzione bisogna aggiungere la vigilanza e la preghiera. San Paolo ci esorta: "E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri" (Rm 13,11-14).

La vigilanza dev’essere nutrita da una preghiera costante per non cadere nella tentazione finale di perdere la fede nella fedeltà del Signore. San Paolo scrive: "Voi fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri… Dio non ci ha destinati alla sua collera, ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi" (1Ts 5,4-10).

La vigilanza cristiana è l’esatto contrario dell’oppio dei popoli, è il contrario del cuore appesantito dalle crapule. La vigilanza e la preghiera sono il nostro alzare il capo davanti al Signore che viene, non come giudice, ma come fratello.

E’ certo che il Signore verrà. Occorrono serietà e severità di vita, vigilanza e pietà per vivere coerentemente la vocazione cristiana e trovarsi pronti all’incontro con lui.

 

28 novembre 2010
Mt 8,5-11

5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». 7 Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò». 8 Ma il centurione riprese: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va', ed egli va; e a un altro; Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa' questo, ed egli lo fa».
10 All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. 11 Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7). Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male.

Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi.

Il miracolo è un segno dell’amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto se stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede.

La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere.

L’incontro con il centurione offre a Gesù l’occasione per annunciare l’entrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli.

La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo. Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla.

In questo brano compare all’orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e l’annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19).

 

29 novembre 2010
Mt 8,5-11

5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». 7 Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò». 8 Ma il centurione riprese: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va', ed egli va; e a un altro; Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa' questo, ed egli lo fa».
10 All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. 11 Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7). Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male.

Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi.

Il miracolo è un segno dell’amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto se stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede.

La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere.

L’incontro con il centurione offre a Gesù l’occasione per annunciare l’entrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli.

La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo. Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla.

In questo brano compare all’orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e l’annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19).

 

30 novembre 2010
Mt 4,18-22

18 Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
19 E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». 20 Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. 21 Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. 22 Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.

Nella prima tappa del suo ministero, Gesù non compie un miracolo, né fa un discorso, ma chiama quattro pescatori. I discepoli hanno un’importanza così fondamentale per la missione di Gesù che egli non la inizia senza prima averli chiamati.

La chiamata-risposta dei quattro pescatori è un modello di conversione, un’adesione concreta e immediata all’annuncio di Gesù: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino"(v. 17). La storia della loro chiamata è esemplare per tutti i futuri discepoli: i cristiani sono dei "chiamati" (Rm 8,30; 9,24; 1Cor 1,9; 7,15; ecc.).

A questi primi quattro discepoli Gesù comanda solo di seguirlo, come aveva fatto Elia con Eliseo (cfr 1Re 19,20-21). Aggiungendo però che ne farà dei "pescatori di uomini", Gesù li associa subito alla sua missione.

La chiamata di Gesù non è frutto di sforzi umani o di meriti particolari, ma si rivela totalmente gratuita e inaspettata. In tutto questo brano viene sottolineata l’azione di Gesù: è lui che cammina, vede, parla, chiama. Questi discepoli sono chiamati a condividere il destino di Gesù, a seguirlo non solo fisicamente, ma soprattutto spiritualmente.

Il distacco di Giacomo e Giovanni dal loro padre Zebedeo anticipa e spiega la richiesta che Gesù farà a tutti i chiamati: "Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me" (Mt 10,37) e il suo sublime insegnamento: "Non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo" (Mt 23,9).