marzo 2010
1 marzo 2010
Lc 6,36-38
36
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37 Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».
Dio è il punto di riferimento dellagire cristiano. Tutta la preoccupazione del credente è ripetere nella propria vita i suoi comportamenti.
Gesù tenta di levarci dalla testa un Dio che siede come giudice in un tribunale, per sostituirlo con un Padre che siede in casa con i suoi figli ai quali non cessa di voler bene e di usare con essi tutta la sua comprensione paterna. Lo sforzo del giudice è quello di arrivare a una sentenza di condanna, quello del padre, così come quello del cristiano, a una assoluzione totale. Il cristiano è chiamato a ricopiare latteggiamento paterno di Dio verso tutti indistintamente.
Lamore dei nemici è una grazia che ci fa misericordiosi come il Padre.
Gesù ci insegna come dobbiamo comportarci nei confronti di quelli che non ci amano: non giudicate, non condannate, perdonate, date. E questi quattro comandamenti vanno praticati con una generosità sovrabbondante, smisurata, perché con la misura con la quale misuriamo, sarà misurato a noi in cambio da Dio.
Il desiderio delluomo è "diventare come Dio" (Gen 3, 5). Ora, dopo la rivelazione del vero volto di Dio in Gesù, è possibile capire la via per diventare Dio. Lessenza di Dio è la misericordia: "Poiché, quale è la sua grandezza, tale è la sua misericordia" (Sir 2,18).
La nostra esperienza fondamentale di Dio, dal momento che siamo nel peccato e nel male, è quella della misericordia che perdona e che salva. Questo amore di misericordia è lunico possibile nella situazione in cui ci troviamo di fatto.
Se lamore si esprime nel dono, la misericordia si esprime nel perdono, che significa super-dono, in modo che "dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20).
Laggettivo che Luca usa qui per dire "misericordioso" è oiktìrmon, che indica lespressione esterna della misericordia, sia come compassione che come intervento. Questo aggettivo, applicato a Dio, è usato solo due volte in tutto il Nuovo Testamento: qui e nella Lettera di Giacomo 5, 11. Nella traduzione detta dei Settanta oiktìrmon traduce lebraico rahamin, che indica lutero. Questo significa che Dio misericordioso ci è presentato come padre, ma ancor più come madre. A questo proposito è prezioso quanto ha scritto san Clemente di Alessandria: "Per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza (sympathés) che ha per noi lo fa diventare madre. Amando, il Padre diventa femminile" (Quis dives salvetur, 37,2).
La prima immagine che luomo ha di Dio è di uno che giudica. E limmagine di un Dio che giudica con severità è lultimo idolo che Gesù riesce a togliere, facendoci vedere che il nostro male lo porta lui sulla croce: "Ecco lAgnello di Dio che porta via il peccato del mondo" (Gv 1,29).
La croce di Cristo è lunico giudizio possibile al Padre della misericordia che giustifica tutti. Dunque, chiunque giudica un altro sbaglia sempre. E lerrore non sta nel fatto che il giudizio delluomo è fallace, ma proprio nel fatto stesso del giudicare perché è usurpare il potere a Dio e soprattutto perché Dio non giudica ma giustifica, non condanna ma condona.
Il giudizio finale di salvezza o di perdizione non è operato da Dio, ma da me; non in un tempo indeterminato o nascosto, ma ora nel rapporto quotidiano con i fratelli. Questa è la misericordia di Dio: lascia a noi il giudizio su noi stessi, ed è lo stesso giudizio che pronunciamo sugli altri. Se non giudichiamo gli altri, Dio non giudica noi. Se perdoniamo agli altri, Dio perdona a noi.
Nella misura in cui si dà al fratello, si riceve da Dio. Lunico metro di misura del dono che riceviamo è la nostra capacità di donare. Dio rinuncia a misurare come rinuncia a giudicare. Siamo misurati e giudicati da noi stessi, secondo il nostro amore verso gli altri.
Dio non conosce misura nel donarsi. Lunica limitazione alla misericordia di Dio è data dal nostro grembo, cioè dalle nostre viscere di misericordia.
2 marzo 2010
Mt 23,1-12
1
Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì'' dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.
Ogni pagina del vangelo è scritta per la Chiesa. Gli scribi e farisei siamo noi, invitati a riconoscerci in loro. Il problema presentato da questo brano è sempre lo stesso: al centro di tutto poniamo Dio o il nostro io?
Gesù critica gli scribi e i farisei, e noi con loro, perché fanno tutto per essere visti e lodati: "Fanno tutte le loro opere per essere visti dagli uomini" (v. 5). Si preoccupano di recitare la parte delluomo pio e devoto più che di vivere un sincero rapporto con Dio.
La falsità è abbinata ovviamente a una buona dose di vanità e di orgoglio. In un mondo in cui la religione è tenuta in considerazione le persone religiose acquistano automaticamente la massima reputazione. Esse occupano, quasi per convenzione comune, il posto di onore dovuto a Dio. Difatti gli scribi e i farisei con la loro pietà simulata hanno posti di riguardo nelle sinagoghe e nei conviti, e quando appaiono in pubblico ricevono da ogni parte inchini, ossequi e saluti nei quali vengono scanditi con esattezza i loro titoli onorifici.
Anche i discepoli di Gesù sono esortati a rifuggire da questi comportamenti segnalati nei farisei e negli scribi. I titoli onorifici e le rivendicazioni di potere sono fuori luogo perché essi sono tutti fratelli, figli dello stesso Padre (v. 8) e sono guidati dallo stesso Cristo presente in loro (v. 10).
Nella comunità cristiana i più grandi sono gli ultimi e lunico primato che conta è quello dellabbassamento e del servizio (v. 11). In essa non devono nemmeno circolare gli appellativi che indicano distinzione e discriminazione che mettono in evidenza un preteso diritto di controllo e di dominio di alcuni sugli altri. Spesso succede che il nostro Signore, al quale diamo del tu, è predicato da signori ai quali diamo del lei.
Alla fine Gesù deve ricorrere ai comandi (sia vostro servo: v. 11) e alle minacce per abbassare chi si era elevato al di sopra degli altri (v. 12).
Matteo sta mettendo a confronto due immagini di Chiesa. Luna farisaica, pomposa, appariscente e vuota, dominata da capi avidi di onore e di potere; laltra cristiana, costituita da amici e da fratelli. Questultima non è anarchica, perché è guidata direttamente da Cristo e dal Padre, di cui tutti sono ugualmente figli. Coloro che vi esercitano funzioni o incarichi sono chiamati a testimoniare con le opere più che con le parole (cfr v. 3) la presenza invisibile del Padre, non a sostituirla. Perché egli non è mai assente.
La Chiesa di Cristo è una comunità di uguali, una fraternità che ha come criterio di discernimento il servizio. In essa esiste una diversità di ruoli e di responsabilità, che però devono essere svolti come servizio. Questo stile ha come modello Gesù stesso, il quale è venuto per servire (cfr Mt 20,26).
La logica dei rapporti che deve regolare la comunità cristiana è quella dellumiltà. La condizione dettata da Gesù: "se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 18,3) è latteggiamento esattamente opposto a quello dellautoesaltazione degli scribi e dei farisei.
3 marzo 2010
Mt 20,17-28
17
Mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici e lungo la via disse loro: 18 «Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte 19 e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà».
20 Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. 21 Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». 22 Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 23 Ed egli soggiunse: «Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio».
24 Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; 25 ma Gesù, chiamatili a sé, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. 26 Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, 27 e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; 28 appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».
Il brano è un contrappunto tra due glorie: quella del Figlio delluomo e quella degli uomini. La prima consiste nel consegnarsi, nel servire e dare la vita; la seconda consiste nel possedere, nellasservire e dare la morte. E una lotta tra legoismo e lamore, dove lamore vince con la propria sconfitta, e legoismo perde con la propria vittoria.
Il racconto è un dialogo di equivoci tra Gesù e i discepoli. Ciò che la madre dei figli di Zebedeo vuole da Gesù non è la Gloria, cioè Dio, ma la vana-gloria, cioè lavere, il potere e lapparire.
Il brano si articola in tre parti: la vera gloria del Figlio delluomo (vv. 17-19), la cecità dei discepoli che la scambiano con la gloria degli uomini (vv. 20-24) e il confronto tra le due glorie (vv. 25-28).
Questo testo ci prepara al successivo, con il quale fa un tuttuno: lilluminazione dei ciechi di Gerico sarà la caduta della vana-gloria, che ci impedisce di ricevere la Gloria.
La rivelazione del Figlio delluomo che sale a Gerusalemme è la luce che squarcia violentemente le nostre tenebre e svela ad ogni uomo la vera identità di Dio, la cui gloria è amare, servire e dare la vita.
In questo brano si confrontano e si scontrano il modo di pensare e di agire del mondo e quello di Gesù. Luno è presentato nel comportamento dei grandi, nella loro volontà di oppressione e di dominio; laltro è caratterizzato dalla condotta di Gesù, che è venuto per servire e dare la vita per lumanità.
Lesempio di Gesù deve indurre a un cambiamento di mentalità. Latteggiamento richiesto da Gesù non nasce spontaneo, non è congeniale alluomo: richiede una conversione. S. Kierkegaard ha scritto: "Non hai la minima partecipazione a lui (a Cristo), né la più lontana comunione con lui, se non ti sei posto in sintonia con lui nel suo abbassamento".
"Diventare piccoli" è latteggiamento contrario a quello degli uomini, assetati di potenza e di grandezza. Gesù si è fatto piccolo fino alla morte di croce (cfr Fil 2,5-11). Tutti ci saremmo aspettati che il Figlio di Dio sarebbe venuto per essere servito e per far morire i peccatori. E invece no. E venuto per servire e per dare la vita in riscatto per tutti.
Le nazioni si organizzano come società, la Chiesa invece è una famiglia in cui non ci sono superiori e sudditi, padroni e subalterni, ma solamente fratelli (cfr Mt 18,15.21.35). Lo spirito di supremazia o di egemonia sui propri simili non è cristiano, ma diabolico (cfr Mt 4,1-11). Qualunque forma di autorità nella Chiesa non deve essere un dominio, una signoria, un potere, ma un servizio. Il Signore lo dice inequivocabilmente: "Chi vuol essere il più grande tra voi, deve essere il vostro servo; e chi vuol essere il primo, deve essere il vostro schiavo" (vv. 26-27). Cè un tale rovesciamento nel modo di intendere le funzioni del governo che la comunità cristiana non sembra ancora averne preso del tutto coscienza.
Il "servizio" è un concetto teologico prima ancora di essere un atteggiamento pratico. Non riguarda prima di tutto un modo umile di esercitare il potere, ma di concepirlo. Il servo non è il responsabile della casa, non ha nessun potere, tanto meno quello di sostituirsi al padrone, prendendo decisioni al suo posto, avocando a sé la responsabilità degli altri. Egli è solo un inserviente che coopera al buon andamento della casa, che non è sua, e per questo non deve considerarla tale. La Chiesa è di Dio, di Cristo (cfr Mt 16,18) che la governa direttamente (cfr Mt 28,18-20), prima che tramite particolari incaricati.
In quanto Dio, Gesù avrebbe potuto pretendere (secondo noi!) un trattamento da "signore", facendosi servire. Ma invece di far valere i suoi diritti sovrani vi ha rinunciato a favore delle moltitudini facendosi loro servo e donando la vita per il loro riscatto, ossia per la loro liberazione da assoggettamenti e schiavitù di qualsiasi genere.
Scegliendo la condizione servile si è proposto di essere più vicino a quanti vivevano in schiavitù e ridare ad essi la coscienza della loro dignità e libertà. Il testo ribadisce linno della Lettera ai Filippesi 2,5-7: pur essendo Dio è diventato servo, realizzando con la sua morte in croce il suo servizio. Pur essendo ricco, è diventato povero per arricchire noi (cfr 2Cor 8,9).
La vera grandezza e la libertà autentica è nellumiltà del servire. Gesù è in mezzo a noi come colui che serve (cfr Lc 22,27; Gv 13,1-17).
4 marzo 2010
Lc 16,19-31
19
C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. 20 Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, 21 bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. 24 Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. 25 Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. 26 Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. 27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. 29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. 30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. 31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».
Questo brano illustra in forma negativa Lc 16,9: "Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quandessa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne". E un ammonimento a usare giustamente lingiusta ricchezza.
La vita terrena è un ponte gettato sullabisso tra la perdizione e la salvezza. Lo si attraversa indenni esercitando la misericordia verso i bisognosi.
Lalleanza con il Signore passa sempre attraverso lamore per il fratello povero (cfr Es 2,20-26; 23,6-11; Lv 5,1-17; ecc.). La Lettera di Giacomo la sintetizza così: "Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo" (1,27).
Il ricco nella Bibbia è lateo pratico che ha fatto di sé il centro di tutto e si è messo al posto di Dio. Il povero è colui che attende laiuto di Dio: Lazzaro significa "Dio aiuta". Egli non desidera ciò che è necessario al ricco, ma il superfluo. I cani sono più compassionevoli dei ricchi.
La comunità cristiana a cui si rivolgeva Luca aveva bisogno dellammonimento che anche Giacomo aveva rivolto ai cristiani: "Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi? Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio" (2,5-7.12-13).
In questa parabola le scene si susseguono come in un film. Le situazioni del povero e del ricco si capovolgono al momento della morte. Essa non livella tutti, come la falce pareggia le erbe del prato, ma li distingue e li divide: il ricco diventa povero e il povero ricco.
Nellaltra vita il ricco diventa mendicante, e le sue richieste rimangono inascoltate come erano rimaste inascoltate da lui quelle di Lazzaro. Egli che mangiava e beveva a piacimento, non dispone neppure di una goccia dacqua. Al posto dei vari piaceri di cui era ricolma la sua vita, ha il cruccio di un fuoco che lo divora senza ucciderlo.
I "beni" sono stati per lui occasione di rovina, come per Lazzaro i "mali" sono stati motivo di salvezza. Lunica preoccupazione del ricco era concentrata su se stesso, e per questo aveva lasciato da parte Dio e il prossimo. La ricchezza, che è sempre un dono di Dio alluomo, può diventare occasione di male. Al contrario la povertà è un bene, perché tiene lontano lanimo dallegoismo e dai piaceri distrattivi della vita.
Lintento della parabola non è quello di terrorizzare i ricchi senza misericordia e gli atei, ma di esortarli alla misericordia mentre sono ancora in questa vita. La Legge e i Profeti si sintetizzano nel comandamento dellamore del prossimo (cfr Rm 13,10). Il vero problema è quindi credere alla parola di Dio. Finché siamo vivi siamo chiamati ad ascoltare seriamente il Cristo (cfr Lc 9,35) e ad evitare il comportamento dei farisei che erano attaccati al denaro e ascoltando tutte queste cose si beffavano di Gesù (cfr Lc 16,14).
Solo la parola di Dio che penetra nel profondo delluomo ci fa discernere se siamo dei poveri-beati o dei ricchi-infelici.
5 marzo 2010
Mt 21,33-43.45-46
33
Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. 34 Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. 36 Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! 38 Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. 39 E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. 40 Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». 41 Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d'angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri?
43 Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.
45 Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro 46 e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta.
Gesù interpella di nuovo i capi del popolo facendo loro capire che è il momento dei frutti, il momento nel quale Dio chiede conto della sua vigna. Lapplicazione è chiara: dopo aver rifiutato i profeti, i responsabili dIsraele possono ancora cogliere lultima occasione per pentirsi: accogliere il Figlio, lerede. La parabola presenta la morte del Figlio come un crimine premeditato.
Dopo aver chiesto ai suoi interlocutori di tirare essi stessi le conclusioni della parabola (nel senso di Is 5,5-7), Gesù rende esplicito il loro giudizio. A chi sarà tolto il regno di Dio? Non a Israele, rappresentato dalla vigna, ma ai sommi sacerdoti e ai farisei, i quali "capirono che parlava di loro" (v. 45). E a chi sarà dato questo regno? "A un popolo che lo farà fruttificare" (v. 43). Per Matteo si tratta ancora di Israele, ma trasfigurato attraverso la presenza del Cristo risuscitato che adempie lalleanza di Dio con gli uomini e fa loro produrre i suoi frutti.
I servitori mandati dal padrone della vigna sono i profeti. Ricordiamo due passi dellAntico Testamento: "Il Signore inviò loro profeti perché li facessero ritornare a lui. Essi comunicarono loro il proprio messaggio, ma non furono ascoltati" (2Cr 24,19); "Da quando i vostri padri uscirono dal paese dEgitto fino ad oggi, ho mandato a voi in continuazione tutti i servitori, i profeti. Ma non fui ascoltato e non mi si prestò orecchio; anzi rimasero ostinati e agirono peggio dei loro padri" (Ger 7,25-26). Neemia 9,26 constata in sintesi: "I tuoi profeti li ammonirono, ma essi li uccisero e commisero grandi iniquità".
Il Messia umiliato e ucciso diventerà, dal giorno della sua risurrezione, la pietra angolare della Chiesa, il suo fondamento incrollabile.
Fin dallinizio la parabola ha richiamato la nostra attenzione sui frutti. I frutti del regno di Dio coincidono con la fedeltà nellamore attivo, che è la sintesi della volontà di Dio. Alla fine il giudizio sarà in base ai frutti dellamore fedele e attivo e non sullappartenenza a Israele o alla Chiesa.
6 marzo 2010
Lc 15,1-3.11-32
1
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». 3 Allora egli disse loro questa parabola:
11 «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: E' tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Questa parabola rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di misericordia. Egli prova una gioia infinita quando vede tornare a casa il figlio da lontano, e invita tutti a gioire con lui.
Gesù fin dallinizio mangia con i peccatori (cfr Lc 5,27-32). Ora invita anche i giusti. Attaccato da essi con cattiveria, li contrattacca con la sua bontà, perché vuole convertirli. Ma la loro conversione è più difficile di quella dei peccatori. Non vogliono accettare il comportamento di Dio Padre che ama gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli: la sua misericordia non è proporzionata ai meriti, ma alla miseria. I peccatori a causa della loro miseria sentono la necessità della misericordia. I giusti, che credono di essere privi di miseria, non accolgono la misericordia.
Questo brano è rivolto al giusto perché occupi il suo posto alla mensa del Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il proprio figlio perduto e ritrovato. Questa parabola non parla della conversione del peccatore alla giustizia, ma del giusto alla misericordia.
La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel nostro atteggiamento verso i nemici (cfr Lc 6,27-36) e verso i fratelli peccatori (cfr Lc 6,36-38). Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si esclude da lui solo chi esclude il fratello. Ma Gesù si preoccupa di ricuperare anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre.
Nel mondo ci sono due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono giusti. I peccatori, ritenendosi senza diritti, hanno trovato il vero titolo per accostarsi a Dio. Egli infatti è pietà, tenerezza e grazia: per sua natura egli ama luomo non in proporzione dei suoi meriti, ma del suo bisogno.
I destinatari della parabola sono gli scribi e i farisei, che si credono giusti. Gesù li invita a convertirsi dalla propria giustizia che condanna i peccatori, alla misericordia del Padre che li giustifica. Mentre il peccatore sente il bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli altri, anzi, come Giona (4,9), si irrita grandemente con Dio perché usa misericordia.
La conversione è scoprire il volto di tenerezza del Padre, che Gesù ci rivela, volgersi dallio a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato, o dalla presunzione della propria giustizia, alla gioia di esser figli del Padre.
Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre: e questa opinione è comune ai due figli. Il più giovane, per liberarsi del Padre, si allontana da lui con le degradazioni della ribellione, della dimenticanza, dellalienazione atea e del nihilismo. Laltro, per imbonirselo, diventa servile.
Ateismo e religione servile, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo scaturiscono da ununica fonte: la non conoscenza di Dio. Questi due figli, che rappresentano lintera umanità, hanno unidea sbagliata sul conto del Padre: lo ritengono un padre-padrone.
Questa parabola ha come primo intento di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia. Questa scoperta è una gioia immensa per il peccatore e una sconfitta mortale per il giusto. E la conversione dalla propria giustizia alla misericordia di Dio. La conversione consiste nel rivolgersi al Padre che è tutto rivolto a noi e nel fare esperienza del suo amore per tutti i suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i peccatori. Per accettare il Padre bisogna convertirsi al fratello.
7 marzo 2010
Lc 13,1-9
1
In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
6 Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7 Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? 8 Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest'anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime 9 e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai».
Il brano 13,1-5 ci presenta due fatti di cronaca: una uccisione e un incidente. Nel primo caso sono in gioco la libertà e la cattiveria delluomo; nel secondo la violenza del creato. Ma il problema è unico: quello della morte che luomo vive come unindebita violenza.
Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote la fede del credente: perché Dio permette i soprusi e le violenze, i disastri e i terremoti?
La storia con le sue ingiustizie, e la natura con la sua insensatezza sembrano dominate dal maligno (cfr Lc 4,6).Il male, continuamente presente nella nostra esistenza, è il problema più rilevante ed è inspiegabile alla ragione. Esso costituisce un problema anche per la fede: la può spegnere o ingigantire. Solo conoscendo i "segni del tempo" possiamo vedere nel male il Signore che viene a salvarci chiamandoci alla conversione.
Il problema vero della storia non è lalternanza al potere del male, ma lalternativa ad esso. Non basta cambiare i protagonisti: bisogna cambiare il gioco.
Gesù non condanna Pilato, ma non esalta neppure le sue vittime. Egli vuole portarci a un punto di vista superiore: Pilato e le sue vittime sono insieme vittime dello stesso peccato. Infatti hanno tentato lo stesso gioco: i galilei erano i più deboli e hanno perso.
Gesù ha rifiutato come mezzi del Regno quelli del nemico: la ricchezza, il potere e lorgoglio. La violenza genera sempre altra violenza. Lunica arma per vincere tutti i mali è lamore.
Lo stesso peccato, presente in Pilato e nelle sue vittime, è presente anche negli ascoltatori di Cristo. Al posto di Pilato si sarebbero comportati come Pilato, al posto dei guerriglieri galilei si sarebbero comportati come i guerriglieri galilei. Ma allora dove sta la verità? Essa sta solamente nel conformare i nostri comportamenti a quelli di Cristo che si fa carico del male di tutti.
Le calamità naturali non sono una punizione, ma un richiamo alla conversione. Il peccato che ha guastato luomo ha sottoposto allinsensatezza anche la natura che aveva in lui il suo fine Si è rotta larmonia uomo-mondo e ogni evento insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una vita che il peccato ha esposto al vuoto, al non senso (cfr Rm 8,20).
Discernere i segni del tempo presente significa leggere ogni fatto come appello a passare dal mondo vecchio al mondo nuovo portato da Cristo. In questo modo il male perde il suo carattere di fatalità e viene dominato dalluomo che ne sa trarre un bene maggiore: la propria conversione.
Il brano 13,6-9 ci presenta la parabola del fico sterile: Questa ci aiuta a leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù. La parabola è trasparente. Il Padre e il Figlio si prendono cura delluomo e si attendono che egli risponda al loro amore. Ma come il fico è sterile, così luomo non fa frutti di conversione (cfr Lc 3,8). Ma Dio accorda una proroga alluomo e prodiga la sua cura perché fruttifichi e non sia tagliato.
Il "questanno" del v. 8 indica tutti gli anni e i secoli delle generazioni che verranno. E lanno della pazienza e della misericordia di Dio: "Egli usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (2Pt 2,9). Ma non dobbiamo fare come gli "empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia di Dio" (Gd 4). Non ci si deve prendere gioco della ricchezza della bontà di Dio, della sua tolleranza e della sua pazienza, ma riconoscere che la bontà di Dio ci spinge alla conversione (cfr Rm 2,4).
La parabola pone laccento sulla bontà di Dio. La cattiveria delluomo non può impedire a Dio di essere buono.
8 marzo 2010
Lc 4,24-30
24
Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
28 All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.
Invece di aprirsi nella fede e lasciarsi coinvolgere nel dono di Dio, i suoi compaesani si bloccano e si irritano. Il messaggio viene accolto, ma il messaggero viene rifiutato. Il rifiuto nasce perché il messaggero pretende di essere ascoltato come inviato da Dio. La patria di Gesù lo rifiuta perché è un cittadino qualunque e non porta prove per sostenere la sua pretesa di essere lInviato da Dio.
Gli abitanti di Nazaret vogliono un segno che dimostri che Gesù è veramente il Salvatore promesso; pretendono che Dio dimostri la missione del suo profeta in un modo che piaccia a loro: in altre parole, tentano Dio. Ma lagire di Gesù non è influenzato da ciò che gli uomini pretendono: fa soltanto ciò che Dio vuole.
Il profeta non agisce di sua iniziativa, ma è a disposizione solamente di Dio che lha mandato. NellAntico Testamento Dio ha disposto che Elia ed Eliseo non portassero il loro aiuto miracoloso ai loro connazionali, ma a dei pagani stranieri. A Gesù non è concesso di compiere miracoli nella sua città, ma a Cafarnao. Dio distribuisce la sua salvezza secondo la sua insindacabile volontà, perché la salvezza è grazia e non può essere pretesa per nessun motivo.
Gesù non dà prova di sé con i miracoli; per questo gli abitanti di Nazaret si sentono in diritto, o addirittura obbligati, a condannarlo a morte come bestemmiatore. La punizione della bestemmia si iniziava spingendo allindietro il colpevole, per mezzo dei primi testimoni, il fino a farlo cadere da unaltura.
Tutta lassemblea della sinagoga di Nazaret giudica Gesù, lo condanna e cerca di eseguire immediatamente la sentenza. Si preannuncia linsuccesso di Gesù in mezzo al suo popolo.
Egli verrà escluso dalla comunità del suo popolo, condannato come bestemmiatore e ucciso. Ma lora della sua morte non è ancora giunta. Della sua vita e della sua morte dispone Dio.
Nazaret viene abbandonata per sempre. Gesù prende la strada verso altre terre. I testimoni delle sue grandi opere non saranno i suoi concittadini, ma gli estranei, i pagani. Dio può suscitare figli di Abramo dalle pietre del deserto.
Il modo in cui Gesù ha scandalizzato i "suoi" di allora è identico a quello con cui scandalizza i "suoi" di oggi. La tentazione di addomesticare Cristo è di tutti e di sempre, ma Gesù non si lascia intrappolare: o lo si accoglie nel modo giusto o se ne va.
9 marzo 2010
Mt 18,21-35
21
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». 22 E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
23 A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. 26 Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 27 Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! 29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. 30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
31 Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32 Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? 34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 35 Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».
Pietro ritiene di entrare ampiamente nello spirito di Gesù perdonando sette volte. Anche i rabbini discutevano questa questione; partendo da Amos (2,4), da Giobbe (33,29) e dalla triplice preghiera di Giuseppe (Gen 50,17) pensavano che si potesse arrivare a perdonare fino a tre volte.
La risposta di Gesù è chiara. Rovesciando il canto di Lamech: "Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settanta volte sette" (Gen 4,24), Gesù svela le risorse insospettate di misericordia generate dallavvento del regno dei cieli.
Davanti a Dio tutti siamo debitori insolvibili. La parabola di oggi ci insegna che il perdono di Dio è il motivo e la misura del perdono fraterno. Dobbiamo perdonare senza misura perché Dio ci ha perdonato senza misura. Il perdono ai fratelli è segno dellefficacia del perdono di Dio in noi: se non perdoniamo, non abbiamo accolto realmente il perdono di Dio. Il servo è condannato perché tiene il perdono per sé e non permette che il suo perdono diventi gioia per gli altri. Bisogna imitare il comportamento di Dio (Mt 5,43-48).
Il fondamento del mio rapporto con laltro è limitazione del rapporto che Dio ha con me. Gesù ha detto di amarci a vicenda come lui ha amato noi (Gv 13,34); e Paolo dice di graziarci lun laltro come il Padre ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32).
La giustizia di Dio non è quella che ristabilisce la parità, secondo la regola: chi sbaglia, paga. E una giustizia superiore, propria di chi ama, che è sempre in debito verso tutti: allavversario deve la riconciliazione, al piccolo laccoglienza, allo smarrito la ricerca, al colpevole la correzione, al debitore il condono.
Diecimila era la cifra più grossa in lingua greca e il talento la misura più grande. Diecimila talenti è una cifra enorme. Il talento corrisponde a 36 kg di metallo prezioso. Diecimila talenti corrispondono a 360 tonnellate di oro o di argento. Un talento è pari a 6.000 giornate lavorative; 10.000 talenti è pari a 60.000.000 di stipendi quotidiani. Per pagare questo debito il servo dovrebbe lavorare circa 200.000 anni. La cifra esagerata è in realtà una pallida idea di ciò che Dio ci ha dato.
Cento danari corrispondono allo stipendio di cento giornate lavorative. Una cifra discreta, ma del tutto trascurabile rispetto al debito appena condonato di diecimila talenti.
Pensare al proprio debito condonato ci rende tolleranti verso gli altri e magnanimi. Perdonare è una questione di cuore: è ricordare lamore che il Padre ha per me e per il fratello.
10 marzo 2010
Mt 5,17-19
17
Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Gesù adempie le Scritture realizzando nella sua persona ciò che esse dicevano di lui. Ladempimento della Legge da parte di Gesù non è di ordine puramente dottrinale: è limpegno stesso della sua vita e della sua morte.
Egli non è venuto per frustrare le attese dellAntico Testamento, ma per realizzarle: non vuota la Legge del suo contenuto, ma la riempie fino allultimo livello, portandola fino alla sua più alta espressione.
Gesù non è un avversario di Mosè, ma non è nemmeno un suo discepolo; è al contrario il vero legislatore che Dio ha inviato agli uomini di tutti i tempi, di cui Mosè era solo un precursore.
Alla venuta del Messia, Mosè è invitato a scomparire (cfr Mt 17,8). La Legge era incompleta non perché non esprimesse la volontà di Dio, ma perché la esprimeva in un modo imperfetto e inadeguato. Anche i minimi dettagli della Legge conservano il loro eterno valore, soprattutto se la Legge è quella rinnovata da Cristo (v. 18).
Gesù compie la Legge, che manifesta la volontà del Padre, amando i fratelli. Lamore non trascura neanche un minimo dettaglio, anzi manifesta la propria grandezza nelle attenzioni minime.
Le realtà più solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un iota, cioè la particella più piccola della Legge, finché non sia attuata. Non si tratta di salvaguardare ladempimento del codice fin nelle sue minime prescrizioni, ma di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive nel Vangelo: lamore. Con la proclamazione del Vangelo lAntico Testamento non finisce, ma si attua nel Nuovo.
11 marzo 2010
Lc 11,14-23
14
Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate.
15 Ma alcuni dissero: «E' in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». 16 Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. 17 Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull'altra. 18 Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl. 19 Ma se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. 20 Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio.
21 Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. 22 Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l'armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino.
23 Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.
E lo Spirito Santo che ci libera dallo spirito maligno. Nel capitolo quarto del vangelo di Luca avevamo letto: "Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato" (Lc 4,1.13). La lotta che Gesù condusse contro satana nel deserto, ora continua. La sua forza è lo Spirito del Padre. Di fronte a questi due contendenti, ognuno deve schierarsi. Non è possibile rimanere neutrali (cfr v. 23).
Le tentazioni che Gesù subì nel deserto ritornano continuamente durante la sua vita. Il diavolo e i suoi amici chiedono sempre e monotonamente la stessa cosa: un segno dal cielo (v. 16). E Dio dà i suoi segni: non quelli della potenza, ma quelli dellumiltà. Il segno di Dio è il segno della Croce. Non può darne uno più grande. Là infatti dona tutto se stesso e si rivela come amore infinito e incondizionato per noi.
Vincere lo spirito del male è il primo obiettivo della missione di Gesù (cfr Lc 10,18) per donare alluomo il suo Spirito di Figlio. Ogni vittoria sullo spirito di menzogna e di egoismo si ottiene solo con la forza dello Spirito di verità e di vita (cfr Lc 9,49-50).
Satana ha vinto ogni uomo nel primo uomo, Adamo. Da allora egli è "luomo forte, bene armato" (v. 21) che fa la guardia ai suoi possedimenti, che sono tutti i regni della terra (cfr Lc 4,6). Gesù è "il più forte" (cfr Lc 3,16) preannunciato da Giovanni il Battista. Egli viene dallalto come sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nellombra della morte (cfr Lc 1,78-79). La sua vittoria è automatica, come quella della luce sulloscurità. Ad essa può sottrarsi solo chi chiude gli occhi nella cecità volontaria (cfr Gv 9,41). Gesù spoglia satana di tutte le sue armi, che sono quelle dellavere, del potere e dellapparire, quando more, spogliato di tutto, sulla croce. In questo modo restituisce alluomo ciò che il demonio gli aveva tolto: la sua vera identità di immagine di Dio e la sua realtà di figlio di Dio.
Lo stare con Gesù è la caratteristica della nostra vita presente (cfr Lc 8,2; Mc 3,4) e della nostra vita futura (cfr 1Ts 4,17). Chi non è con Gesù è con il diavolo. Non esiste una terza posizione, una terza possibilità.
12 marzo 2010
Mc 12,28-34
28
Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29 Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; 30 amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31 E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». 32 Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; 33 amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
La domanda che lo scriba pone a Gesù non è oziosa. Data la molteplicità delle prescrizioni della legge (se ne contavano 613, ripartite in 365 proibizioni - quanti sono i giorni dellanno - e 248 comandamenti positivi, quante si credeva fossero le parti del corpo umano), ci si poteva legittimamente interrogare sul loro valore e chiedersi quale fosse il comandamento più grande.
La risposta di Gesù che pone nellamore di Dio e del prossimo il centro della legge, non è una novità assoluta: lo insegnavano anche i rabbini di allora. La novità consiste nellavere unificato il testo del Dt 6,4-5 con il testo del Lv 19,18. Ma per cogliere questo centro sono necessarie due precisazioni. La Bibbia insegna che il nostro amore per Dio e per il prossimo suppone un fatto precedente, senza il quale tutto resterebbe incomprensibile: lamore di Dio per noi. Qui è lorigine e la misura del nostro amore. Lamore delluomo nasce dallamore di Dio e deve misurarsi su di esso. E qui si inserisce la seconda precisazione: chi è il prossimo da amare? La Bibbia risponde: ogni uomo che Dio ama, cioè tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, perché Dio si è rivelato in Gesù come amore universale.
La nostra vita è amare Dio e unirci a lui (Dt 30,20), diventando per grazia ciò che lui è per natura. Il nostro amore per lui è la via per la nostra divinizzazione, perché uno diventa ciò che ama. Chi risponde a questo amore passa dalla morte alla vita, mentre chi non ama Dio e il prossimo rimane nella morte (1Gv 3,14). Dio è amore più forte della morte (Ct 8,6). La sua fedeltà dura in eterno (Sal 117,2). Quando noi moriamo, egli ci ridà la vita. "Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri" (Ez 37,13). Dio ha creato tutto per lesistenza, perché è un Dio amante della vita (cfr Sap 1,14; 11,26).
Lamore per luomo non è in alternativa a quello per Dio, ma scaturisce da esso come dalla sua sorgente. Si ama veramente il prossimo solo quando lo si aiuta a diventare se stesso, raggiungendo il fine per cui è stato creato, che è quello di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso. Alla luce di questa verità, dobbiamo rivedere radicalmente il nostro modo di amare: molto del cosiddetto amore, che schiavizza sé e gli altri, è una contraffazione dellamore, è egoismo. Quanta purificazione, quanta grazia di Dio occorrono perché lamore sia vero amore!
13 marzo 2010
Lc 18,9-14
9
Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. 14 Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».
In questo brano abbiamo due modelli di fede e di preghiera. Da una parte il fariseo che sta davanti al proprio io. Egli è sicuro della sua bontà, giustifica se stesso e condanna gli altri. Dallaltra il pubblicano che, sentendosi lontano da Dio e non potendo confidare in sé, si accusa e invoca il perdono.
Il fariseo non sta davanti a Dio, ma a se stesso, non parla con Dio, ma con se stesso. La sua preghiera non è un dialogo, ma un monologo. Essa sembra un ringraziamento a Dio, ma in realtà è una strumentalizzazione di Dio per il proprio autocompiacimento. Egli si appropria dei doni di Dio per lodare se stesso invece del Padre e per disprezzare i fratelli invece di amarli.
Se la preghiera non è umile, è una separazione diabolica dal Padre e dai fratelli. E lo stravolgimento massimo: in essa si usa Dio per cercare il proprio io. E il peccato allo stato puro.
Il fariseo accusa gli altri di essere rapaci proprio mentre lui sta cercando di appropriarsi della gloria di Dio. Accusa gli altri di essere ingiusti, ossia di non fare la volontà di Dio, mentre lui trasgredisce il più grande dei comandamenti: lamore per Dio e per il prossimo. Accusa gli altri di essere adulteri mentre lui si prostituisce allidolo del proprio io, invece di amare Dio.
La religiosità che egli vive è solo esteriore; dentro cè presunzione, ma anche molta grettezza, cattiveria, arroganza che lo spinge a giudicare con disprezzo il fratello peccatore che ha preso posto in lontananza.
Matteo scrive che i farisei assomigliano ai sepolcri imbiancati, belli allesterno, ma pieni di putridume allinterno (23,27). Allesterno il fariseo è un perfetto credente, ma, dentro, i suoi pensieri e i suoi sentimenti sono totalmente diversi da quelli di Dio, che ama tutti indistintamente e in primo luogo i peccatori.
Il nostro fariseismo esce proprio tutto e bene quando preghiamo. La preghiera è lo specchio della verità: ci fa vedere che abbiamo dentro tutto il male che vediamo negli altri. Non cè preghiera vera senza umiltà, e non cè umiltà senza la scoperta del proprio peccato, anche del peggiore: quello di considerarsi giusti.
La preghiera del pubblicano è quella dellumile: penetra le nubi (cfr Sir 35,17). E simile a quella dei lebbrosi e del cieco (cfr Lc 17,13; 18,38); è la preghiera che purifica e illumina. E una supplica con due poli: la misericordia di Dio e la miseria delluomo. Lumiltà è lunica realtà capace di attirare Dio: fa di noi dei vasi vuoti che possono essere riempiti da Dio.
La fede che giustifica viene dallumiltà che invoca la misericordia. La presunzione della propria giustizia non salva nessuno. Il giusto non è giustificato finché non riconosce il proprio peccato.
Senza umiltà non cè conoscenza vantaggiosa né di sé né di Dio, e si rimane sotto il dominio del maligno.
Se il peccato è la superbia e il peccatore è il superbo, lumiltà che il vangelo richiede ad ogni credente è quella di riconoscere la propria umiliante realtà di fariseo superbo.
Lautore dellImitazione di Cristo sintetizza perfettamente linsegnamento di questa parabola: "A Dio piace più lumiltà dopo che abbiamo peccato che la superbia dopo che abbiamo fatto le opere buone".
14 marzo 2010
Lc 15,1-3.11-32
1
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». 3 Allora egli disse loro questa parabola:
11 «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: E' tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Questa parabola rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di misericordia. Egli prova una gioia infinita quando vede tornare a casa il figlio da lontano, e invita tutti a gioire con lui.
Gesù fin dallinizio mangia con i peccatori (cfr Lc 5,27-32). Ora invita anche i giusti. Attaccato da essi con cattiveria, li contrattacca con la sua bontà, perché vuole convertirli. Ma la loro conversione è più difficile di quella dei peccatori. Non vogliono accettare il comportamento di Dio Padre che ama gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli: la sua misericordia non è proporzionata ai meriti, ma alla miseria. I peccatori a causa della loro miseria sentono la necessità della misericordia. I giusti, che credono di essere privi di miseria, non accolgono la misericordia.
Questo brano è rivolto al giusto perché occupi il suo posto alla mensa del Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il proprio figlio perduto e ritrovato. Questa parabola non parla della conversione del peccatore alla giustizia, ma del giusto alla misericordia.
La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel nostro atteggiamento verso i nemici (cfr Lc 6,27-36) e verso i fratelli peccatori (cfr Lc 6,36-38). Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si esclude da lui solo chi esclude il fratello. Ma Gesù si preoccupa di ricuperare anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre.
Nel mondo ci sono due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono giusti. I peccatori, ritenendosi senza diritti, hanno trovato il vero titolo per accostarsi a Dio. Egli infatti è pietà, tenerezza e grazia: per sua natura egli ama luomo non in proporzione dei suoi meriti, ma del suo bisogno.
I destinatari della parabola sono gli scribi e i farisei, che si credono giusti. Gesù li invita a convertirsi dalla propria giustizia che condanna i peccatori, alla misericordia del Padre che li giustifica. Mentre il peccatore sente il bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli altri, anzi, come Giona (4,9), si irrita grandemente con Dio perché usa misericordia.
La conversione è scoprire il volto di tenerezza del Padre, che Gesù ci rivela, volgersi dallio a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato, o dalla presunzione della propria giustizia, alla gioia di esser figli del Padre.
Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre: e questa opinione è comune ai due figli. Il più giovane, per liberarsi del Padre, si allontana da lui con le degradazioni della ribellione, della dimenticanza, dellalienazione atea e del nihilismo. Laltro, per imbonirselo, diventa servile.
Ateismo e religione servile, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo scaturiscono da ununica fonte: la non conoscenza di Dio. Questi due figli, che rappresentano lintera umanità, hanno unidea sbagliata sul conto del Padre: lo ritengono un padre-padrone.
Questa parabola ha come primo intento di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia. Questa scoperta è una gioia immensa per il peccatore e una sconfitta mortale per il giusto. E la conversione dalla propria giustizia alla misericordia di Dio. La conversione consiste nel rivolgersi al Padre che è tutto rivolto a noi e nel fare esperienza del suo amore per tutti i suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i peccatori. Per accettare il Padre bisogna convertirsi al fratello.
15 marzo 2010
Gv 4,43-54
43
Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea. 44 Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria. 45 Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch'essi infatti erano andati alla festa.
46 Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. 47 Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. 48 Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49 Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50 Gesù gli risponde: «Va, tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. 51 Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52 S'informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato». 53 Il padre riconobbe che proprio in quell'ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia. 54 Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea.
Nel racconto del secondo segno di Cana il protagonista è un pagano. I giudei, i samaritani e i pagani erano le tre categorie che formavano lumanità. Questi tre gruppi sono valutati in base alla loro fede in Gesù. I giudei non credono nel loro messia: Nicodemo con il suo scetticismo ne è il tipico rappresentante (Gv 3,1-12). Gli eretici samaritani invece accettano la testimonianza di una donna e soprattutto quella di Gesù, pur non avendo visto alcun prodigio (Gv 4,1-41). Il pagano crede alla parola di Gesù, ancor prima di vedere il segno (Gv 4,46-50).
La seconda visita di Gesù a Cana si riallaccia alla prima, in occasione delle nozze (Gv 2,1ss). I due miracoli di Cana costituiscono una grande inclusione di questa prima parte del vangelo di Giovanni. In essa Giovanni descrive la prima rivelazione di Gesù nelle tre principali regioni della Palestina: la Galilea, la Giudea e la Samaria, e alle tre categorie di persone che le abitavano: gli israeliti ortodossi, gli eretici samaritani e i pagani.
Dalla Samaria Gesù ritorna in Galilea perché non era stato accolto a Gerusalemme, nonostante avesse operato numerosi prodigi. Il funzionario regio di Cafarnao era al servizio di Erode Antipa, il tetrarca della Galilea. Il viaggio da Cafarnao a Cana è abbastanza disagiato: 26 chilometri in salita.
Gesù richiama subito il centurione alla fede vera, fondata sulla sua parola e non sui segni. Come i samaritani, anche questo pagano crede prontamente alla parola di Gesù e diventa, in tal modo, modello di fede per i discepoli.
Egli è tanto in ansia per la salute del figlio che non si preoccupa dellammonimento di Gesù, ma gli ripete con insistenza di scendere a Cafarnao prima che suo figlio muoia.
In antitesi con i giudei che non credono alle parole di Gesù, questo pagano crede immediatamente. Nellapprendere che il figlio era guarito nellora nella quale Gesù gli aveva parlato, il funzionario credette, e con lui tutta la sua famiglia.
Nelle scelte, anche importanti, della nostra vita non dobbiamo cercare dei segni per credere. La parola di Gesù può bastarci per le decisioni grandi e anche per le scelte quotidiane. Dio ci ha già detto tutto in Gesù.
In caso di malattia cerchiamo ansiosamente medici, medicine, ospedali, interventi chirurgici. Gesù, Signore della vita e della morte, ha qualche significato e qualche peso nella nostra lotta contro il male e la morte?
16 marzo 2010
Gv 5,1-16
1
Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2 V'è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, 3 sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. 4 Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi dopo l'agitazione dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto. 5 Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. 6 Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?». 7 Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me». 8 Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». 9 E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. 10 Dissero dunque i Giudei all'uomo guarito: «E' sabato e non ti è lecito prendere su il tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina». 12 Gli chiesero allora: «Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?». 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo. 14 Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio». 15 Quell'uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 16 Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato.
Gesù per la seconda volta sale a Gerusalemme in occasione di una festa ebraica non precisata. Lambiente dove si svolge il miracolo è presso la porta delle pecore, un luogo riservato agli agnelli destinati ai sacrifici del tempio. Una piscina con cinque portici, accoglieva costantemente sul suo bordo "un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici" (v. 3).
La piscina di Betzaetà conserva resti di un culto pagano a divinità guaritrici. In questo luogo ci sono chiari segni di culto al dio Asclepios-Serapis. Lattesa del moto dellacqua ad opera di un angelo è forse il residuo di una leggenda popolare. Il movimento dellacqua poteva essere il travaso da una vasca allaltra, o lacqua che usciva a intermittenza dalla sorgente. Langelo indicherebbe un incaricato al culto del dio Asclepios.
Anche in questo caso è Gesù che prende liniziativa. Egli è presentato come padrone della salute e può guarire dalle malattie anche più gravi. La sua parola è tanto potente da produrre immediatamente la guarigione. Cristo è il vero guaritore di tutto luomo. In particolare il prodigio mette in luce che Gesù è il Salvatore dei più deboli, dei più abbandonati e trascurati da tutti.
Gesù guarendo di sabato imita la condotta del Padre, il quale opera continuamente, anche di sabato (Gv 5,17). Secondo Gesù "il sabato è stato fatto per luomo e non luomo per il sabato! Perciò il Figlio delluomo è signore anche del sabato" (Mc 2,27-28). Egli contesta le tradizioni umane che sono in contrasto con la carità.
Alcuni esegeti vedono nellacqua della piscina di Betzaetà unallusione alla legge mosaica che non può guarire, in contrasto con le parole di Gesù che invece guariscono. Scrive Loisy: "Lacqua di Betzaetà, come il battesimo di Giovanni, raffigura il regime della legge, e il caso del paralitico è destinato a mostrare che questo regime non porta alla salvezza. Vi è una paralisi inveterata che Gesù solo può guarire; egli solo infatti rigenera lumanità con il dono della vita eterna".
Altri esegeti scoprono nei cinque portici della piscina una raffigurazione dei cinque libri della legge mosaica, mentre linfermo che da trentotto anni attende la guarigione sarebbe tipo di quanti cercano invano la salvezza nella legge. Scrive Braun: "La cifra di trentotto anni verosimilmente è simbolica. Vi è una buona ragione di accostarla ai trentotto anni durante i quali, secondo Dt 2,15, gli israeliti avevano errato nel deserto, prima di giungere alle frontiere della terra promessa".
La guarigione delluomo infermo da trentotto anni, compiuta da Gesù, non è tanto unopera di misericordia, quanto il manifestare lopera di salvezza di Dio stesso, del Padre suo, attraverso la grazia del perdono e della salvezza.
17 marzo 2010
Gv 5,17-30
17
Ma Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera sempre e anch'io opero». 18 Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
19 Gesù riprese a parlare e disse: «In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. 20 Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. 21 Come il Padre risuscita i morti e dá la vita, così anche il Figlio dá la vita a chi vuole; 22 il Padre infatti non giudica nessuno ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, 23 perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. 24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25 In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno. 26 Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; 27 e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. 28 Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: 29 quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. 30 Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
Per la tradizione rabbinica, solo Dio era dispensato dal riposo del sabato. Infatti, poiché luomo nasce e muore anche in giorno di sabato, Dio deve sempre dare la vita e giudicare. Egli, in questo giorno, non può rimanere inattivo, senza guidare la storia e il destino degli uomini, altrimenti il mondo avrebbe fine e sfuggirebbe al suo controllo. Questo è il senso della difesa che Gesù pronuncia davanti ai giudei: egli, come Figlio di Dio, ha gli stessi diritti divini del Padre. Va notato che il verbo operare è usato al presente e in senso assoluto sia per il Padre che per il Figlio, e indica uguaglianza e unica coordinazione nelloperare.
Circa la controversia sul sabato, dunque, Giovanni chiarisce che la discussione di Gesù non verte tanto sulla relatività della legge del riposo, ma sulla sua personale autorità, che è superiore allosservanza del precetto. Egli intende far riscoprire il senso profondo e teologico del sabato, riproponendo il valore di Dio e della salvezza. Se Gesù opera in giorno di sabato è perché egli, che è Figlio di Dio, è in relazione col Padre e ne segue lagire. Come il Padre è superiore al sabato e può lavorare anche in questo giorno, anzi può operare sempre, così Gesù, essendo uguale al Padre (v. 18), è padrone del sabato e può affermare: "Il Padre mio opera continuamente e anchio opero" (v. 17). Per Gesù, dare la vita e la libertà interiore alluomo, non è trasgredire il sabato, ma realizzarlo in pienezza secondo la volontà del Padre.
Gesù è il Figlio del Padre, linviato per la salvezza delluomo, colui che compie la stessa attività di Dio, incarnandone la volontà e il progetto. Essere con Gesù è essere con Dio. Agire contro Gesù è agire contro Dio.
Ascoltare la parola di Gesù e credere nel Padre sono due atteggiamenti religiosi che conducono luomo alla fede. Credere in Gesù e nel Padre vuol dire accettare il messaggio di Dio, il suo piano di salvezza per luomo; è possedere la vita eterna, perché per mezzo della parola del Figlio, luomo entra in comunione col Padre e, quindi, nella vita divina. La strada da seguire per giungere alla vita eterna è unica: dallascolto alla fede, e dalla fede alla vita.
Tutti gli uomini morti spiritualmente per il peccato sono in grado di udire la voce del Figlio di Dio, ma solo quelli che ascoltano, aprendosi alla dinamica della fede, possono entrare nella vita.
Oltre il potere di dare la vita, il Figlio delluomo ha nelle mani anche il potere del giudizio. Tutti, alla fine dei tempi, udranno la voce del giudice universale, e i morti, uscendo dalle loro tombe, riceveranno il premio o il castigo secondo le opere di bene o di male compiute. Coloro che avranno scelto il bene e lamore, risorgeranno per la vita, coloro che avranno scelto il male e le tenebre, risorgeranno per la condanna. In questo giudizio Gesù avrà un solo criterio di valutazione: la volontà del Padre.
18 marzo 2010
Gv 5,31-47
31
Se fossi io a rendere testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; 32 ma c'è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace. 33 Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. 34 Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. 35 Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce.
36 Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37 E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, 38 e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato. 39 Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. 40 Ma voi non volete venire a me per avere la vita.
41 Io non ricevo gloria dagli uomini. 42 Ma io vi conosco e so che non avete in voi l'amore di Dio. 43 Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. 44 E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo? 45 Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c'è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. 46 Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. 47 Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».
A sostegno della sua missione divina Gesù presenta quattro testimoni: il Battista, le proprie opere, il Padre, le Scritture.
Anzitutto Gesù si appella alla testimonianza di Dio, espressa prima in un personaggio misterioso e senza nome (v. 32) e poi ripresa in seguito, in forma esplicita, con lappellativo di Padre (vv. 37-38).
Gesù fa appello alla testimonianza del Padre: essa è vera, forte, inoppugnabile, incontestabile. Luomo può ingannarsi nei suoi giudizi, Dio no.
Il Battista ha reso testimonianza a Cristo che è la verità (Gv 14,6). Gesù non ha bisogno di una testimonianza umana; si è appellato alla testimonianza del Battista solo per favorire la salvezza dei suoi interlocutori. La testimonianza del Battista ha avuto lo scopo di favorire la fede di tutti, soprattutto dei giudei (Gv 1,7). Il Battista ha preparato e favorito la rivelazione di Gesù a Israele (Gv 1,31).
Le autorità religiose di Gerusalemme vollero essere illuminate dalla parola del Battista, e per tale ragione gli mandarono unambasceria (Gv 1,19ss). Ma purtroppo non accettarono la sua testimonianza; non vollero riconoscere Gesù come Messia e Figlio di Dio, nonostante la proclamazione chiara ed esplicita del Battista (Gv 1, 29 ss).
Dopo aver citato in suo favore la testimonianza del Battista, Gesù ne porta una maggiore: le opere che compie. Tra esse occupa un posto di primo piano la risurrezione dei morti.
I giudei non hanno mai sperimentato la presenza visibile di Dio e non sono in comunione con lui, perché non credono nel suo inviato. Lesperienza di Dio si concretizza nella dimora della sua parola nel cuore delluomo. Dio ha reso e continua a rendere testimonianza al Figlio suo nel cuore di ogni uomo. Solo chi accoglie la parola di Dio in sé, accoglie la testimonianza del Padre.
Dopo la testimonianza del Padre, Gesù si appella alla testimonianza delle Scritture. LAntico Testamento deve fornire la fede in Gesù, perché parla di lui. "La legge era uno strumento di preparazione. Coloro che la capivano veramente, coloro che per mezzo di essa entravano nel disegno di Dio e vi corrispondevano meglio che potevano, erano guidati verso il termine voluto dal Padre, Gesù Cristo, nel quale solo è offerta la vita eterna" (Giblet). I giudei che studiavano le Scritture avrebbero dovuto essere le persone più preparate ad accogliere Gesù. Ma purtroppo i giudei non vogliono credere in Gesù.
A differenza dei giudei che ricevono gloria gli uni dagli altri, e perciò non possono credere, Gesù non riceve gloria dagli uomini, non cerca il loro plauso. Lamore dei giudei per la gloria umana è lamore delluomo per la falsa grandezza. Gli avversari sono ostinati nella mancanza di fede perché amano più la gloria degli uomini che quella di Dio (cfr Gv 12,43). Questi increduli ostinati avranno come accusatore il loro stesso profeta, Mosè, perché essi non credono neppure ai suoi scritti.
I giudei che non credono in Gesù, non credono neppure in Mosè, non sono veri figli di Abramo, ma sono discendenti del diavolo (cfr Gv 8,39-44): la loro mancanza di fede smentisce la venerazione che dicono di avere verso questi padri del popolo eletto.
Mosè ha scritto di Gesù: egli è il centro delle Scritture; la Legge e i Profeti parlano di lui (cfr Gv 1,45) e gli rendono testimonianza (Gv 5,39). I nemici di Gesù non credono agli scritti di Mosè: a maggior ragione non possono credere alle parole del Figlio di Dio. Rifiutando Cristo, i giudei dimostrano di non credere neppure in Mosè.
Gesù accusa i giudei di non credere nella sua persona divina perché non cercano la gloria di Dio, ma la propria (Gv 5,44). La condotta dei giudei è un ammonimento anche per noi perché non ci serviamo della religione per il nostro prestigio o tornaconto umano. Lo zelo religioso può essere talvolta unocculta sublimazione del nostro orgoglio: ci serviamo di Dio invece di servire Dio.
La Chiesa, come Cristo, non deve cercare la gloria umana: "Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza La Chiesa non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì a diffondere, anche col suo esempio, lumiltà e labnegazione" (Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, 8).
19 marzo 2010
Lc 2,41-52
41
I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; 43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44 Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. 47 E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49 Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50 Ma essi non compresero le sue parole.
51 Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso.
Tre volte allanno cerano celebrazioni che richiamavano a Gerusalemme i pellegrini, secondo il comando del Signore: "Tre volte allanno farai festa in mio onore: Osserverai la festa degli azzimi Osserverai la festa della mietitura la festa del raccolto, al termine dellanno, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi. Tre volte allanno ogni tuo maschio comparirà alla presenza del Signore Dio" (Es 23,14-17).
Il figlio Gesù perduto è ritrovato dopo tre giorni nel tempio cioè nella casa del Padre, seduto. Questo fatto è preannuncio della pasqua di Gesù risorto e seduto alla destra del Padre.
Luca narra linfanzia del Salvatore alla luce degli avvenimenti della sua pasqua di risurrezione. Il racconto che ha sfiorato, con le parole di Simeone, il dramma della passione (la spada), si chiude con lannuncio della risurrezione. Il quadro dello smarrimento e del ritrovamento presenta anticipatamente il mistero della morte e della risurrezione di Gesù. Maria e Giuseppe rappresentano la comunità cristiana, che ha perso improvvisamente il suo maestro, ma dopo "tre giorni" di attesa e di ricerca riesce a ritrovarlo risuscitato nella gloria del Padre.
Qui Gesù nomina per la prima volta il Padre. Le prime e le ultime parole di Gesù riguardano il Padre (Lc 2,49 e 23,46). La paternità di Dio fa da inclusione a tutto il vangelo di Gesù secondo Luca. Gesù "deve" occuparsi delle cose del Padre, essere presso il Padre, ascoltare il Padre e rispondere a ciò che il Padre ha detto.
Non deve meravigliare che Maria e Giuseppe "non compresero le sue parole" ( v. 50). Il cammino della rivelazione è ancora lungo. Siamo solo agli inizi.
Maria non comprende subito il grande mistero dei tre giorni di Gesù col Padre, ma custodisce nel suo cuore i detti e i fatti. In questo ricordo costante della Parola accolta, il cuore progressivamente si illumina nella conoscenza del Signore.
Il racconto dellinfanzia si conclude con il ritorno a Nazaret. Per tutto il resto delladolescenza e della giovinezza di Gesù Luca non ha nulla di straordinario da segnalarci allinfuori della sua umile sottomissione ai genitori. Nella famiglia egli ha preso il suo posto di figlio rispettoso e obbediente verso quelli che, per volontà del Padre, hanno la responsabilità su di lui.
20 marzo 2010
Gv 7,40-53
40
All'udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Questi è davvero il profeta!». 41 Altri dicevano: «Questi è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? 42 Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?». 43 E nacque dissenso tra la gente riguardo a lui.
44 Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. 45 Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto?». 46 Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato come parla quest'uomo!». 47 Ma i farisei replicarono loro: «Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? 48 Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? 49 Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». 50 Disse allora Nicodèmo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: 51 «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». 52 Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea».
La parola "Cristo" indica il "consacrato" di Dio, che avrebbe realizzato le attese definitive del popolo di Dio, portando la pace e la pienezza dei beni della salvezza.
Non tutti gli ascoltatori di Gesù vedono in lui il Cristo: alcuni ritengono impossibile tale riconoscimento per la sua provenienza dalla Galilea: la Scrittura infatti è molto esplicita a questo riguardo (cfr Gv 7,41-42).
Nella scena finale di questo capitolo, i sommi sacerdoti e i farisei argomentano allo stesso modo. La sentenza dei capi: "Dalla Galilea non sorge profeta" (v. 52) chiude lultimo atto di questo dramma sullorigine del Messia.
In Gv 7,30 vi era già stato un tentativo per arrestare Gesù; esso però era andato a vuoto perché non era ancora giunta lora della sua passione e risurrezione. Anche in 7,44 il tentativo dei giudei non riesce.
La risposta delle guardie mette in risalto il fascino che emanava da Gesù. Nella loro semplicità questi uomini sono presi da stupore e da ammirazione per le parole di Gesù. I farisei invece reagiscono con stizza e manifestano apertamente la loro animosità e il loro accecamento. Per essi Gesù è un seduttore che abbindola la gente ignorante (cfr Gv 7,12; Mt 27,63).
Larroganza dei farisei raggiunge il colmo quando considera maledetto il popolo che non conosce la Legge: si trattava di contadini, di analfabeti, di servi. Questo disprezzo dei dotti per gli ignoranti e gli umili è bene documentato negli scritti giudaici.
Non tutti i capi però condividevano questo atteggiamento ostile dei sommi sacerdoti e dei farisei. Nicodemo dissentì dal giudizio dei suoi colleghi ed ebbe il coraggio di prendere le difese di Gesù appellandosi alla legge mosaica. Nella Legge è prescritto di ascoltare le cause di tutti i fratelli senza avere riguardi personali (Lv 19,15; Dt 1,16-17) e di indagare con diligenza per evitare false testimonianze (Dt 19,15-20). I capi del popolo reagiscono alla contestazione di Nicodemo circa la legalità del loro atteggiamento e lasciano trasparire sdegno e irritazione.
In merito allorigine del Messia la Scrittura è chiara: il Cristo è un discendente di Davide (2Sam 7,12-16; Is 11,1-2; Ger 23,5-6; 33,15; Sal 89,5.37) e deve sorgere da Betlemme di Giudea (Mi 5,1). Quindi il profeta di Nazaret non poteva essere assolutamente il Messia.
Giovanni ora può chiudere questa parte dello scontro tra Gesù e le autorità giudaiche, facendoci capire che la vita di Gesù è ormai volta verso lepilogo della croce.
21 marzo 2010
Gv 8,1-11
1
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. 2 Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4 gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. 7 E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11 Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch'io ti condanno; va e d'ora in poi non peccare più».
Linserzione di questo brano interrompe lunità dei due atti drammatici, incentrati luno sulla messianicità di Gesù (Gv 7) e laltro sulla sua divinità (Gv 8,12-57).
Il Cristo di Gv 8,1-11 appare molto più simile a quello dei sinottici, e in modo particolare al Gesù di Luca, che a quello del vangelo di Giovanni.
Gli scribi e i farisei nel loro cuore hanno già condannato la povera donna colta in fallo. La conducono da Gesù solo per tendergli un tranello. La legge giudaica è molto esplicita su questa materia: ladultera deve morire. Ora, se Gesù assolve la peccatrice si mette contro la Legge e quindi si condanna da solo; se si mostra giudice severo si scredita davanti a tutti, rinnegando la sua dottrina su Dio clemente e misericordioso. La domanda degli scribi e dei farisei si rivela molto abile e astuta.
Gesù però non abbocca, ma, chinatosi, scriveva sulla terra col dito. Secondo alcuni esegeti, Gesù voleva ricordare simbolicamente Geremia 17,13: "Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore".
Forse Gesù, con il gesto di scrivere, ha voluto manifestare il suo desiderio di non intervenire o di non mostrare la sua indignazione per la loro ipocrisia.
"Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". Questa risposta degna del Figlio di Dio per la saggezza, la semplicità e la profondità toglie agli avversari ogni argomento per condannare sia ladultera, sia Gesù. Come può un peccatore infierire contro un altro peccatore?
Lespressione "scagli la prima pietra" ricorda Dt 13,10 dove si ordina che i testimoni oculari devono dare inizio allesecuzione della condanna a morte.
Dopo una risposta tanto saggia, Gesù si china di nuovo per scrivere sulla terra. Questo gesto vuol porre i giudici dinanzi alle loro responsabilità e invitarli a una decisione sincera e libera. I presenti riconoscono di essere peccatori e se ne vanno. Laccenno ai più anziani vuole insinuare che costoro erano più assennati e capirono per primi la lezione. Forse cè una constatazione salace: col crescere degli anni si accumulano anche i peccati.
In questo racconto cè uneco della storia di Susanna (Dn 13), nella quale gli anziani che tentarono di sedurre la donna sono presentati come uomini perversi, invecchiati nel male, pieni di peccati e di iniquità.
Eclissatisi gli accusatori, sulla scena rimangono solo Gesù e la donna. Ma il Figlio delluomo non è venuto per condannare, ma per salvare (cfr Gv 3,17). Dio non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione, perché viva felice (Ez 18,23; 33,11; Sap 11,23.26).
Lesortazione a non peccare più era già stata rivolta anche allinfermo guarito presso la piscina di Betzaetà (cfr Gv 5,14): la misericordia e il perdono non minimizzano la gravità del peccato.
Questo brano contiene un dramma di squisita bellezza, nel quale sono posti a confronto una fragile creatura e lunico uomo senza peccato. La povera peccatrice appare in tutta la miseria della sua colpa: non solo ha perso pubblicamente lonore, ma sta per perdere anche la vita.
La drammaticità della scena è data soprattutto dal confronto tra la miseria della creatura e la santità del Cristo, che si manifesta misericordia infinita.
In antitesi con gli scribi e i farisei, spietati nellapplicare la legge di Mosè contro ladultera, Gesù si manifesta come la misericordia incarnata e pronuncia un giudizio di assoluzione piena: "Neppure io ti condanno".
SantAgostino ha commentato la scena con una frase lapidaria: "Relicti sunt duo, misera et misericordia", "rimasero in due, la misera (donna) e la misericordia (Cristo).
Gesù non giudica nessuno (cfr Gv 8,15) perché è venuto a salvare lumanità peccatrice (cfr Gv 3,17; 12,47). Egli è lAgnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cfr Gv 1,29; 4,42; 1Gv 4,14).
22 marzo 2010
Gv 8,12-20
12
Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
13 Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14 Gesù rispose: «Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15 Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16 E anche se giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17 Nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera: 18 orbene, sono io che do testimonianza di me stesso, ma anche il Padre, che mi ha mandato, mi dà testimonianza». 19 Gli dissero allora: «Dov'è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio». 20 Queste parole Gesù le pronunziò nel luogo del tesoro mentre insegnava nel tempio. E nessuno lo arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora.
Il dialogo tra Gesù e i giudei si apre con la solenne proclamazione: "Io sono la luce del mondo". Per fare questa affermazione, Gesù prende lo spunto dalle luminarie della Festa delle Capanne, nella quale si illuminava il tempio di Gerusalemme con tanta profusione di luci. Superando lorizzonte giudaico, Gesù si proclama la luce non solo di Gerusalemme, ma di tutta lumanità. Egli, per la prima volta, si proclama, in modo solenne ed esplicito, la luce del mondo, cioè la rivelazione divina che porta vita e salvezza.
Per non camminare nelle tenebre, bisogna seguire Gesù, diventare suoi discepoli. Cammina nelle tenebre chi rifiuta ladesione personale al Figlio di Dio (cfr Gv 12,35.46) e chi odia il proprio fratello (cfr 1Gv 2,9.11).
I giudei accusano Gesù di vanagloria perché rende testimonianza a se stesso e perciò concludono che la sua testimonianza non è verace. In 5,32-37 Gesù aveva già portato a suo favore la testimonianza del Battista, delle opere compiute e del Padre. Ora afferma che la sua testimonianza è attendibile perché egli è una persona divina.
In 5,31 Gesù aveva detto: "Se fossi io a rendere testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera". Ora qui sembra dire il contrario: "Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove vado" (v. 14). Nel primo caso Gesù parlava della sua testimonianza umana, nel secondo si appella alla sua natura divina. Gesù conosce per scienza divina il mistero della sua origine.
I farisei ignorano completamente la vera identità di Gesù e la sua origine divina perché giudicano secondo la carne, a differenza del Figlio che vive in sintonia e in comunione con il Padre che lha mandato. Gesù che è pieno della grazia della verità (cfr Gv 1,14. 17) non solo è la rivelazione vivente del Padre, ma con il suo giudizio mostra lo stato reale degli uomini. La ragione della veracità del giudizio di Cristo sta nella sua intima unione con il Padre. In tal modo è rispettata anche lesigenza della legge mosaica, che esige la testimonianza di due persone, perché Gesù non è solo, perché il Padre è sempre con lui (cfr Gv 8,29; 16,32).
"Gli dissero allora: Dovè tuo padre?. Rispose Gesù: Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio ". Questa risposta di Gesù insinua implicitamente la sua divinità. Egli dichiara che uno solo è suo Padre, Dio, e che per conoscere il Padre bisogna conoscere lui che è suo Figlio.
I giudei ignorano la vera identità di Gesù, non sanno che egli è il Figlio di Dio e tanto meno immaginano che per giungere alla vera conoscenza del Padre occorra passare per la persona del Cristo. Gesù dichiara che nessuno può andare al Padre se non per mezzo di lui che è via, verità e vita; che per conoscere il Padre bisogna conoscere il Figlio; che vedendo Gesù si vede il Padre, perché luno vive nellaltro (cfr Gv 14,6-11).
Gesù attacca il giudaismo e gli nega ciò di cui è più fiero: la conoscenza di Dio. Gli ebrei in realtà non conoscono Dio, perché rifiutano il Figlio di Dio.
Questa sublime rivelazione della vita trinitaria fu proclamata presso la camera del tesoro nel tempio. Tale precisazione forse vuol dare alla testimonianza un carattere più ufficiale e più solenne.
La frase finale "E nessuno lo arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora" è un ritornello che ricorre varie volte nel vangelo. Esso vuol mettere in evidenza limpossibilità, per i nemici, di impedire a Gesù di compiere la sua missione secondo il disegno del Padre.
23 febbraio 2010
Gv 8,21-30
21
Di nuovo Gesù disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». 22 Dicevano allora i Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?». 23 E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24 Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati». 25 Gli dissero allora: «Tu chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che vi dico. 26 Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui». 27 Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28 Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. 29 Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite». 30 A queste sue parole, molti credettero in lui.
Gesù, per stimolare i suoi avversari a cambiare atteggiamento nei suoi confronti, diventa polemico e fa balenare la minaccia della morte nel peccato. Egli sta per tornare da Dio: con la sua passione e risurrezione passa da questo mondo al Padre (cfr Gv 13,1); i suoi nemici non potranno raggiungerlo nella gloria eterna; anzi, con la morte nel peccato di incredulità, si separeranno eternamente da lui.
La reazione dei giudei è molto più sarcastica che in 7,35. Lì i suoi avversari ipotizzavano il suo trasferimento in terra pagana, qui parlano di suicidio. Lidea che la fonte della vita e della luce possa suicidarsi è possibile solo ai figli del diavolo. In nessun altro passo del vangelo troviamo espressioni più sarcastiche e blasfeme contro il Figlio di Dio.
La risposta di Gesù allinsulto satanico dei giudei è tagliente e aspra: voi siete dal basso, dal mondo tenebroso del maligno, io sono dallalto, di origine divina. In Gv 8, 44 Gesù espliciterà maggiormente lorigine satanica dei suoi avversari: il loro padre è il diavolo, lomicida fin dal principio. Scrive Loisy: "I giudei pensano di deridere il Cristo; ma sono loro tragicamente ridicoli".
Se i giudei si ostinano a non aprirsi alla luce, che è Cristo, la loro sorte è segnata: essi moriranno nei loro peccati. Lostinazione nel rifiuto della luce (cfr Gv 9,41), cioè lopposizione fondamentale contro il Figlio di Dio, conduce alla morte eterna (cfr 1Gv 5,16-17). Questo è il peccato specifico del mondo tenebroso (cfr Gv 16,8-9).
La risurrezione e la vita si trovano in Gesù; per non morire bisogna credere alla sua divinità (cfr Gv 11,25-26). Le parole "Io sono" indicano con chiarezza la divinità di Cristo. "Io sono" è la traduzione del nome ebraico di Jahvè, quindi esprime la divinità della persona di Gesù.
Gli interlocutori di Gesù non hanno ancora afferrato la sua dichiarazione, davvero inaudita, di essere Dio. La comprensione piena dell"Io sono" è riservata alla scena finale (vv. 58-59). Per questo i giudei chiedono a Gesù: "Tu chi sei?". Linterrogativo: "Chi è Gesù" è fondamentale nel vangelo di Giovanni. La risposta di Gesù appare molto enigmatica. Fin dal principio il Logos è ciò che dice, ossia la parola di Dio (Gv 1,1), la manifestazione della vita e dellamore del Padre.
Il Logos incarnato non manifesta solo il mistero di Dio, ma conosce bene anche luomo; quindi può parlare dei suoi interlocutori senza sbagliarsi. Gesù rivela al mondo ciò che ha udito dal Padre che lo ha mandato. Levangelista annota: i giudei non capirono che parlava loro del Padre.
La divinità di Gesù sarà riconosciuta quando sarà innalzato sulla croce. Anche i giudei per avere la vita dovranno credere nel Logos incarnato esaltato sulla croce. Con lesaltazione delluomo Gesù sulla croce non avverrà solo il riconoscimento della sua divinità, ma anche quello della sua funzione di rivelatore definitivo, in piena e perfetta dipendenza dal Padre.
Il Padre e il Figlio vivono sempre intimamente uniti e formano una cosa sola per cui il Logos incarnato non può mai essere abbandonato da Dio. Questa unità perfetta tra Gesù e il Padre ha come conseguenza il perfetto compimento della volontà del Padre. Nella Trinità esiste una sola volontà divina.
La pausa descrittiva sulla fede di molte persone in ascolto serve come passaggio a unaltra scena nella quale è svolta una nuova tematica teologica, quella della vera libertà dei figli di Abramo. Anche qui sembra trattarsi di una fede superficiale, come quella di Nicodemo e degli altri abitanti di Gerusalemme.
24 marzo 2010
Gv 8,31-42
31
Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». 33 Gli risposero: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?». 34 Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. 35 Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; 36 se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. 37 So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. 38 Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!». 39 Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo». Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! 40 Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l'ha fatto. 41 Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!». 42 Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato.
La fede autentica non si riduce a unadesione momentanea al Cristo, ma esige perseveranza e fedeltà con Gesù, Parola vivente del Padre. Il vero discepolo di Cristo si riconosce da questa permanenza continua e intima in Gesù. Solo allora si conosce la verità che libera da ogni schiavitù.
Si tratta di una conoscenza esistenziale e vitale, di una comunione intima con il Figlio di Dio. La conoscenza della verità non è dunque qualcosa di speculativo. La verità è Gesù in persona (cfr Gv 14,6). La verità, ossia Cristo stesso, in quanto manifestazione della vita divina, opererà la liberazione delluomo, come è chiarito in 8,36. Quindi la libertà piena si vive nella fede, credendo esistenzialmente in Gesù.
Le parole di Gesù provocano la reazione dei suoi interlocutori, offesi per le affermazioni sulla liberazione operata dalla verità. I giudei si proclamano persone libere e figli di Abramo. Essi protestano di non essere mai stati schiavi di nessuno. Per Gesù la libertà e la schiavitù sono di ordine morale, mentre i suoi interlocutori intendono questi termini in chiave politica.
Gesù parla della schiavitù e della libertà morale in relazione al peccato. Egli insegna che la vera schiavitù è quella di ordine religioso: è schiavo chi fa il peccato. In questi testi di Giovanni il peccato indica lopzione fondamentale contro la luce, ossia lincredulità. La frase "lo schiavo non rimane nella casa per sempre" contiene una velata minaccia di espulsione dei giudei dalla casa di Dio, dal regno e dallamicizia con il Padre.
Nel v. 35 il termine "figlio" è preso in senso generico, per essere applicato a tutti gli uomini; esso però è aperto al significato specifico divino, per indicare il Figlio unigenito del Padre. In realtà nel v. 36 abbiamo questo passaggio. Qui si parla del Figlio liberatore. Gesù è il Logos incarnato, la verità personificata, che sola può liberare luomo dalla schiavitù del peccato. Egli è il Figlio di Dio che rimane per sempre nella casa del Padre.
Dopo aver sviluppato la tematica della vera schiavitù e della vera libertà, Gesù contesta laffermazione dei giudei di essere discendenza di Abramo e dimostra loro che sono figli di un altro padre.
E un linguaggio misterioso che sarà chiarito nella scena successiva (v. 44). Per discendenza naturale gli ebrei sono figli di Abramo, ma per lanimo e i comportamenti sono figli del diavolo. Tentando di uccidere Gesù fanno unopera diabolica perché il diavolo è omicida fin dal principio.
I giudei, con la loro incredulità, rinnegano la loro origine da Abramo, uomo di grande fede. Il loro intento omicida si spiega con il rifiuto della rivelazione divina del Cristo: "La mia parola non penetra in voi".
Lopposizione tra Gesù e i giudei sta nellinflusso dei rispettivi padri. Il Logos incarnato rivela ciò che ha visto e continua a vedere nel Padre. I giudei rivelano ciò che ispira loro il demonio.
I giudei, con gli atteggiamenti pratici, rinnegano la loro discendenza da Abramo. Essi non solo non compiono le opere del patriarca, caratterizzate da una fede profonda in Dio e dalladesione incondizionata alla sua parola (cfr Gen 12,1ss; 15,1-7), ma addirittura si oppongono allinviato del Padre e cercano di ucciderlo. Lallusione finale di Gesù sulla vera paternità dei giudei suscita la loro protesta.
La fornicazione indica linfedeltà idolatrica. I giudei quindi protestano la loro fedeltà allalleanza mosaica e proclamano di non aver tradito il patto con Dio adorando altre divinità: "Abbiamo un solo padre, Dio". Questa espressione richiama linizio dello shemà: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo" (Dt 6,4). NellAntico Testamento Jahvè è presentato spesso come padre dIsraele.
Se i giudei avessero un solo padre, Dio, essi dovrebbero amare Gesù perché è stato mandato dal Padre. Gesù vuole dimostrare che i giudei non sono figli di Dio, perché non amano linviato di Dio che è uscito dal Padre.
25 marzo 2010
Lc 1,26-38
26
Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
34 Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». 35 Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.
Nellannunciazione di Giovanni Battista langelo Gabriele va al tempio di Gerusalemme. Nellannunciazione di Gesù langelo va a Nazaret, territorio che era ritenuto pagano e trascurato da Dio, quella Galilea dalla quale "non era sorto alcun profeta" (Gv 7,52). Natanaele si chiede: "Può venire qualcosa di buono da Nazaret?" (Gv 1,46). Dio sceglie ciò che non ha appariscenza, ciò che è umile e disprezzato dagli uomini. La legge dellincarnazione è questa: "Gesù annientò se stesso umiliò se stesso" (Fil 2,7-8).
Ma a Gerusalemme, nel tempio, nel culto solenne, nel sacerdote che presiede la celebrazione Dio non trova la fede, cioè non trova amore, ubbidienza e accoglienza. A Nazaret invece, nella Galilea dei pagani, lontana dal tempio e dal culto, trova una fanciulla sconosciuta, la Maria, piena di grazia, di fede e di disponibilità.
NellAntico Testamento Dio abita nel tempio, nel Nuovo elegge la sua dimora tra gli uomini (Gv 1,14). Maria è il nuovo tempio, la nuova città santa, il popolo nuovo in mezzo al quale prende dimora Dio. Il nome di Gesù significa: Dio salva. "Jahvé, il tuo Dio, è dentro di te, potente salvatore" (Sof 3,17).
Il nome nuovo che Maria riceve: "Piena-di-grazia" è linvestitura per una particolare missione nel piano di Dio, destinata a modificare la sua vita e il corso intero della storia. Lespressione "il Signore è con te" indica la protezione e lassistenza che Dio le accorda in vista del compito che è destinata ad assolvere.
Il turbamento di cui parla il vangelo (v. 29) indica la presenza di Dio e sottolinea lorigine divina della comunicazione che Maria riceve, ed è segno che le parole dellangelo sono piene di mistero.
Maria cerca di capirne il significato ponendosi delle domande, ma inutilmente. Alla fine deve chiederne la spiegazione allangelo. Langelo dà la spiegazione di ciò che ha affermato nel saluto iniziale. La grazia accordata a Maria è la nascita miracolosa di un figlio. Dio attuerà il suo disegno intervenendo con la potenza del suo Spirito.
Le perplessità di Maria alle parole dellangelo riecheggiano quelle di Abramo allannuncio della nascita di suo figlio (Gen 18,14). La fede in Dio che può operare meraviglie e cose impossibili alluomo, ha salvato dallincredulità Abramo; la stessa fede salva Maria (v. 37).
"Servi di Dio" sono coloro che hanno ricevuto una missione particolarmente importante e contemporaneamente danno prova di disponibilità, di remissività e di fede. Sulla bocca di Maria lespressione "serva del Signore" riassume la sua missione e il coraggio con cui ha accettato linvito divino che dà un significato nuovo e inatteso alla sua vita.
"Serva del Signore" è il nome che ella stessa si attribuisce dopo quello datole dai genitori: Maria, e quello annunciatole dallangelo: Piena-di-grazia. Maria è la serva del Signore perché accetta umilmente il disegno di Dio, anche se non riesce a comprenderne tutta la portata e tutte le conseguenze.
Lespressione "avvenga a me", nel testo originale greco, è una forma verbale chiamata ottativo e contiene in sé un desiderio ardente e un entusiasmo vivo di vedere attuato quanto le è stato proposto. Maria ci insegna che la volontà di Dio va accolta con fede ed eseguita con gioia.
26 marzo 2010
Gv 10,31-42
31
I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. 32 Gesù rispose loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?». 33 Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 34 Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dei? 35 Ora, se essa ha chiamato dei coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), 36 a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio? 37 Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; 38 ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre». 39 Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani.
40 Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò. 41 Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». 42 E in quel luogo molti credettero in lui.
Il dialogo con i giudei, riportato nei capitoli 7 e 8 aveva avuto come epilogo il tentativo di uccidere Gesù a sassate. Qui tentano ancora una volta di lapidarlo. Le parole di Gesù di essere una cosa sola con Dio si rivelano scandalose agli orecchi degli increduli giudei.
Gesù dimostra di essere il Figlio di Dio con una duplice argomentazione, quella della Scrittura e quella delle opere straordinarie compiute nel nome del Padre. Gesù reagisce in modo pacato al gesto violento dei suoi avversari: "Vi ho mostrato molte opere buone da parte del Padre; per quale di queste opere mi lapidate?" (v. 32). I giudei replicano che lo vogliono lapidare per la bestemmia pronunciata, perché si proclama Dio. Gesù argomenta dal Sal 81, di valore incontestabile per i giudei, che se dei semplici uomini sono chiamati dei e figli dellAltissimo, quanto più è Figlio di Dio colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo per essere il rivelatore definitivo e il salvatore universale.
La seconda argomentazione di Gesù a prova della sua divinità è costituita dalle opere eccezionali compiute nel nome del Padre (cfr Gv 10,37-38). E il Padre che, nel Figlio, compie le sue opere (cfr Gv 14,10-11).
I giudei sarebbero senza colpa se Gesù non avesse compiuto opere che nessun altro al mondo ha mai fatto; ma ora non sono scusabili per questo peccato (cfr Gv 15,23-25). Le opere eccezionali compiute da Gesù hanno una finalità ben precisa: favorire la fede nella sua divinità: "Credete alle opere, affinché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io sono nel Padre (Gv 10,38).
Gesù si ritira a Betania, non il villaggio di Lazzaro, ma una località situata sulla sinistra del Giordano dove il Battista aveva svolto il suo primo ministero (cfr Gv 1,28). Questo ritorno di Gesù nel luogo dove aveva avuto inizio la sua rivelazione pubblica forma uninclusione solenne tra Gv 1,28ss e 10,40ss. Forse levangelista vuole insinuare che la sua manifestazione davanti al mondo iniziata a Betania si conclude, dopo essersi infranta contro il muro dellincredulità dei giudei.
Queste persone che vanno da Gesù (v. 41) indicano il movimento della fede. I nuovi discepoli constatano che le cose dette da Giovanni Battista sul conto di Gesù erano vere. Queste persone che credono esistenzialmente nel Figlio di Dio si rivelano come pecore di Cristo: ascoltano la sua voce e lo seguono (cfr Gv 10,27).
27 marzo 2010
Gv 11,45-56
45
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. 46 Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. 47 Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. 48 Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». 49 Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla 50 e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». 51 Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52 e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. 53 Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
54 Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli.
55 Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. 56 Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?».
Questo brano illustra la reazione opposta al segno della risurrezione di Lazzaro: molti spettatori del miracolo credono in Gesù, i capi del popolo decretano la sua morte, ostinandosi nella loro cecità volontaria.
Gv 11,45-57 prepara la passione e la crocifissione del Cristo. Questo brano ha un profondo significato teologico. Non solo determina che Gesù deve morire, ma stabilisce anche lo scopo e leffetto di questa morte: egli muore "per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (v. 52).
Questo è uno dei pochi brani del vangelo di Giovanni che parla del valore salvifico della morte di Gesù.
Il prodigio della risurrezione di Lazzaro ha favorito la fede di molti giudei venuti da Maria. I segni operati da Gesù devono favorire la fede (cfr Gv 20,30-31). Bisogna credere nel Figlio di Dio almeno per i segni eccezionali da lui operati (cfr Gv 14,11). Tuttavia la fede profonda deve prescindere dal vedere, per cui Gesù proclama beati i discepoli che credono senza aver visto (cfr Gv 20,29).
Non tutti i giudei presenti a Betania hanno creduto, anzi alcuni andarono subito ad informare i sommi sacerdoti e i farisei i quali prendono occasione da questa notizia per radunare durgenza il consiglio supremo.
I sommi sacerdoti e i farisei mostrano la loro preoccupazione per il comportamento di Gesù e implicitamente riconoscono la loro impotenza dinanzi ai segni operati da lui. Lammissione che Gesù compie molti prodigi non stimola i giudei a credere, ma al contrario li spinge a prendere misure repressive nei suoi confronti. La preoccupazione maggiore dei capi religiosi degli ebrei è di carattere politico: essi temono di perdere il potere.
Quando Giovanni scriveva il suo vangelo, la deportazione degli ebrei e la distruzione di Gerusalemme operata dai romani era un fatto compiuto. I capi del popolo che temevano dei disastri sociali a motivo della fede in Cristo, non previdero che questi mali sarebbero stati una conseguenza della loro incredulità, un castigo per aver rifiutati il loro Messia (cfr Lc 19,41-44).
Caifa nel suo intervento dichiara che è conveniente sacrificare un uomo per evitare la rovina dellintera nazione. Per levangelista queste espressioni di Caifa acquistano un significato molto profondo. Gesù muore a favore dellintera umanità, per donare la vita al mondo (cfr Gv 6,51), per salvare il gregge di Dio (cfr Gv 10,11.15), per santificare i discepoli nella verità (cfr Gv 17,19).
I figli di Dio sono i discepoli di Gesù, generati da Dio (cfr Gv 1,12-13). Il loro distintivo è la fede e lamore. Questo popolo che è stato acquistato dal Signore (cfr 1Pt 1,19) è la Chiesa, la sposa santa e immacolata di Cristo (cfr Ef 5,25-27).
La morte di Cristo ha una finalità salvifica perché raduna in unità i dispersi figli di Dio. Il peccato è divisione, la salvezza è vita in unità con Dio e con i fratelli. La morte di Gesù realizza loracolo di Ezechiele 34,12-13 che prediceva la riunione delle pecore del Signore, radunandole da tutte le regioni nelle quali erano state disperse, per formare un solo gregge condotto da un solo pastore.
Dopo la decisione del sinedrio Gesù si ritira ai margini del deserto di Giuda. Questi avvenimenti si verificarono a pochi giorni dalla Pasqua. I giudei che abitavano in campagna salivano qualche giorno prima della solennità per purificarsi secondo le prescrizioni della legge, sottoponendosi ai riti di aspersione con il sangue degli agnelli (cfr 2Cr 30,15 ss). Questi pellegrini cercano Gesù. La loro ricerca era sincera. Questi pii campagnoli osanneranno Gesù in occasione del suo ingresso trionfale in Gerusalemme (cfr Gv 12,12).
28 marzo 2010
Lc 19,28-40
28 Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme.
29 Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: 30 «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui. 31 E se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete?, direte così: Il Signore ne ha bisogno». 32 Gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto. 33 Mentre scioglievano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché sciogliete il puledro?». 34 Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».
35 Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. 36 Via via che egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. 37 Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
38 « Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!».
39 Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». 40 Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».
E la venuta del Messia, linizio del suo regno. Viene il Signore della pace, lerede del trono di Davide che regnerà senza fine (cfr Lc 1,32-33). Viene in umiltà e mitezza.
La salvezza consiste nellaccogliere questo Messia povero, sempre in viaggio e sempre alla porta che bussa. Egli viene e verrà sempre allo stesso modo in cui labbiamo visto venire.
Gesù sarà rifiutato per la sua scelta di essere povero e umile. La fede cristiana consiste nellaccettarlo così comè.
La visita di Gesù a Gerusalemme ha il suo centro nel tempio e il suo punto di partenza e di arrivo sul monte degli Ulivi. Su questo monte riceverà il suo battesimo di sangue (Lc 22,4) e si eleverà al cielo (Lc 24,50-51).
Il Messia non viene con il cavallo come chi ha il potere. Non viene neppure con il carro da guerra come chi vuole conquistarlo (Zc 9,9). Il nostro re è in mezzo a noi come colui che serve (Lc 22,27). Per questo viene cavalcando lumile animale da servizio quotidiano.
Lasinello è figura di Gesù che prende su di sé il nostro peso morto (Lc 10,34; Gv 1,29). Il suo messianismo è in povertà, umiliazione e umiltà, che sono i mezzi potenti di chi ama e libera dalla schiavitù dellegoismo. Rifugge dalle ricchezze, dal potere e dalla gloria, che sono i mezzi deboli di chi ha paura e schiavizza.
Lasinello, che è figura di Gesù, rappresenta pure limmagine del vero cristiano che serve per amore in umiltà. Nella comunità cristiana ci sono troppi cavalli da parata e pochi asinelli che portano il Cristo a Gerusalemme.
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Lettura della Passione secondo Luca (Lc 22,14 --- 23,56)
14 Quando fu l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15 e disse: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16 poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio". 17 E preso un calice, rese grazie e disse: "Prendetelo e distribuitelo tra voi, 18 poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio".
19 Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". 20 Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi".
Questo brano ci presenta lultima cena e listituzione dellEucaristia. È il banchetto in cui ci nutriamo di Cristo, facciamo memoria della sua passione, ci abbeveriamo del suo Spirito e riceviamo il pegno della gloria futura. Questo racconto è il nucleo genetico di tutto il vangelo: "Fate questo in memoria di me" (v. 19).
I fratelli, riuniti a mensa, celebrano la memoria del Signore morto e risorto, asceso al cielo e presente in mezzo a loro; mangiano la sua Pasqua nellattesa del suo ritorno. NellEucaristia si coglie il significato di tutto quanto Gesù ha detto e fatto, e si vede il compimento della Legge, dei Profeti e dei Salmi. In essa Dio ci dà il dono dei doni: ci dona se stesso. Qui il suo amore per noi raggiunge il suo fine: si unisce a noi e si fa nostra vita. È il punto di arrivo di tutta la creazione che si congiunge al suo Creatore. Qui vediamo e gustiamo lumiltà di Dio che, per essere desiderato da colui che egli ama, si fa suo bisogno fondamentale: pane. E siccome uno diventa ciò che mangia, mangiamo il Figlio e diventiamo figli. Veramente leucaristia ci divinizza.
Facendo memoria di questo grande dono, viviamo sempre in rendimento di grazie al Padre e attingiamo la forza per vivere da fratelli, in umiltà e servizio reciproco. Questo è il pane che ci dà la forza per il lungo viaggio che ci porterà al monte di Dio dove lo contempleremo faccia a faccia. Leucaristia ci introduce nelleterno "sì" di compiacenza e damore tra Padre e Figlio. E questa è la vita eterna.
In tutte le religioni cè il sacrificio delluomo per Dio. Nel cristianesimo invece sta al centro il sacrificio di Dio per luomo. E di questo facciamo memoria e ringraziamento nelleucaristia.
È lora in cui si mangia la Pasqua, al tramonto del sole. Ma questa Pasqua è il compimento di tutto il disegno di Dio: egli si consegna alluomo come sua vita, e la creatura vive del suo creatore. Lora del dono di Dio coincide con lora del male del mondo (v. 53). Al colmo del male delluomo corrisponde il massimo dellamore di Dio.
Gli apostoli sono quelli che stanno con lui. Non perché sono bravi, ma perché Gesù desidera stare con loro, suoi fratelli perduti. Stare con il Figlio è la nostra vita, la pienezza del dono pasquale che viviamo nellEucaristia. Gran parte del vangelo di Luca presenta Gesù a tavola con i peccatori.
Il suo grande desiderio è il traboccare del suo grande amore. "La sua brama è verso di me" (Ct 7,11). NellEucaristia si sazia il desiderio di Cristo perché il suo amore è accolto e si fa cibo del nostro desiderio di lui: "Chi mangia me, vivrà per me" (Gv 6,57). Nel corpo di Gesù, donato per noi, si consuma lamore di Dio per luomo. Dio riposa nelluomo e luomo in Dio, in comunione di vita e damore.
Gesù ha desiderato ardentemente mangiare la sua Pasqua con i Dodici, dei quali uno lo tradisce, uno lo rinnega e dieci fuggono abbandonandolo solo nel momento del bisogno. Il suo amore dovrà portare il male di coloro che ama.
È lultima sua cena pasquale ebraica. Il segno cessa e cede il posto alla realtà: la cena del Signore. Allagnello offerto dalluomo a Dio succede lAgnello offerto da Dio alluomo, il Figlio stesso che dà la sua vita per la salvezza del mondo.
La Pasqua si compie nel regno di Dio. Leucaristia è solo un anticipo della gloria futura, quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). La distanza tra Eucaristia e Regno è il motivo della missione al mondo, perché tutti i fratelli vivano del pane dei figli.
Gesù risorto desidera sempre spezzare il pane con i suoi discepoli. Lo fa ogni volta che i suoi lo invitano a restare con loro, come i discepoli di Emmaus (24,29).
Il calice della benedizione offerto da Gesù, che passa tra i commensali dopo la consumazione dellagnello, è il terzo nella cena pasquale. Mentre i discepoli bevono lultimo calice della pasqua antica, Gesù dà loro appuntamento nel Regno dove insieme berranno il calice della gioia eterna.
Il prendere il pane da parte di Gesù non è una rapina, come quella di Adamo, ma rendimento di grazie (eucaristia) al Padre, fonte della sua vita. Questa sua vita ricevuta in dono dal Padre egli la dona ai fratelli perché ne vivano. Il vero e definitivo agnello pasquale, che Dio dona alluomo, è suo Figlio. Tutta la vita di Gesù è rivelazione di Dio. Il suo corpo dato per noi ne è il vertice: Dio si manifesta come puro dono di sé, amore assoluto.
Fare memoria di lui significa vivere oggi del suo dono, fare del suo amore crocifisso la nostra vita. Questo pane è il mistero della fede: il pane del Regno, il dono del Figlio che ci introduce nella vita del Padre.
La gioia del vino, frutto della terra promessa, è sostituita dal sangue del Figlio. La nuova alleanza subentra allantica. Ci dissetiamo con ebbrezza alla fonte della vita.
Lantica alleanza è stata sempre rotta dalla nostra infedeltà. Ma la maledizione che si sarebbe dovuta abbattere su di noi (Ger 34,18) è ricaduta su di lui. Qualunque cosa gli facciamo, il suo amore resta fedele in eterno. Finalmente conosciamo chi è Dio per noi: amore assoluto e senza condizioni. E conosciamo anche chi siamo noi per lui: figli amati e perdonati in eterno nel Figlio. Da qui nasce la nuova legge, scritta nel cuore. Questo amore infatti ci dà la libertà di corrispondervi; ci abilita ad amare come lui ci ha amati.
Chi celebra lEucaristia si sente domandare come al lebbroso guarito: "E gli altri nove dove sono?" (Lc 17,17). La missione scaturisce dallamore di Cristo, che ci spinge verso tutti (2Cor 5,14), fino agli estremi confini della terra. LEucaristia, vertice e principio della vita cristiana, ci apre sempre agli altri.
21 "Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. 22 Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell'uomo dal quale è tradito!". 23 Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.
24 Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande. 25 Egli disse: "I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. 26 Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. 27 Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.
28 Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; 29 e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, 30 perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.
I vv. 21-38 contengono le parole di addio di Gesù, il suo testamento. La Chiesa, riunita attorno alla mensa, esamina se stessa. LEucaristia è il giudizio di Dio sul mondo, un giudizio di salvezza, che evidenzia il peccato da cui ci libera. Il dono del suo amore è come lo specchio della verità, nel quale vediamo il nostro egoismo. Il Signore si dona a una comunità che lo tradisce, non capisce, fugge e lo rinnega.
Dividiamo il discorso in due parti (vv.21-30 e 31-37). In questa prima parte il tono è dato dal tradimento di Giuda (vv. 21-23), dove si consuma il mistero di iniquità delluomo. I vv. 24-27 mostrano che tutti i discepoli hanno la loro quota di partecipazione a questo male, per riscattarci dal quale Cristo si fa servo e muore. Mentre lo spirito del demonio ci fa cercare lautoaffermazione e il dominio, lo Spirito di Gesù ci fa conoscere il vero modo di realizzarci a immagine di Dio. LEucaristia denuncia il male delluomo e dona il bene di Dio. Tutta la Chiesa, rappresentata dai Dodici, mangia e beve il pane e il vino del Regno, che lassociano allo stesso destino di passione e di gloria del suo Signore (vv. 28-30).
Dio si consegna a chi lo prende e lo consegna ai suoi nemici; si dona a chi lo ruba e lo butta via. Il tradimento di Giuda non è un gesto mostruoso e unico. Giuda è nostro fratello. Compie quel male che tutti noi compiamo, si comporta secondo il buon senso che porta a cercare il proprio interesse e la propria affermazione. È Gesù che lha deluso, perché segue unaltra via. Il vero peccato di Giuda, più che quello di tradire Gesù, fu quello di pensare: "Ho sbagliato, quindi pago! ", e di non accettare il suo amore gratuito. La salvezza è accogliere il fatto che lui mi ama gratis e muore per me peccatore. La nostra libertà non è tanto quella di non fare il male, ma quella di non rifiutare il perdono.
Il Signore si dona a una comunità sempre aperta al tradimento. Sulla stessa tavola di salvezza cè sempre il nostro peccato e il suo perdono.
Il male delluomo non distrugge il bene di Dio, ma lo realizza in un disegno più ampio e meraviglioso (At 2,23; 3,18; 4,28...). Qui non si intende dire che Giuda abbia dovuto recitare un copione già fissato, in cui gli tocca la parte più brutta. Luomo fa il male liberamente, o meglio, perché schiavo dellignoranza! Ma Dio lha già previsto; e, nel suo amore, ha fissato il suo piano di salvezza: il Figlio delluomo se ne andrà portando su di sé il male dei fratelli.
"Ahimè per quelluomo" non è una minaccia. Gesù ama Giuda. Se lamore si misura dal bisogno, Giuda in questo momento è amato più di tutti i discepoli. Gesù semplicemente gli fa prendere coscienza del male che egli si sta facendo, e per il quale lui soffre. Dice "ahimè" perché il male dellamato ricade su chi ama. La croce di Gesù è l"ahimè" di Dio per il male del mondo. Esso è così grave, da distruggere il senso della creazione: è infatti meglio non essere nati (Mc 14,2 l; Mt 26,24). Gesù è morto per il peccato di Giuda, e la sua morte è il prezzo di ogni peccato. Quando diciamo che siamo salvati significa che veramente eravamo perduti. Giuda, come ogni uomo, più che autore è attore del male. Vittima del male per ignoranza, ne diventa pure suo veicolo (Lc 23,34; At 3,17).
Ognuno cerca nellaltro il colpevole. La salvezza non viene dal denunciare il peccato altrui (Gen 3), ma dal riconoscere il proprio. Giusto non è colui che si giustifica, ma chi riconoscendosi ingiusto accetta di essere giustificato per grazia. La lite che segue mostra come tutti i discepoli hanno il medesimo male dei capi di questo mondo e di Giuda stesso: la ricerca del proprio io al di sopra di tutto e di tutti.
Questa contesa sulla preminenza dei discepoli si svolge nel quadro dellultima cena, alla presenza di Gesù che se ne va alla morte per tutti.
Lordine delle precedenze nella comunità dei discepoli di Gesù ha tuttaltro significato che tra i pagani infedeli. Tra questi, chi ha il potere di sottomettere gli altri, li sottomette allo scopo di essere lunico a detenere lautorità e così dominare incontrastato. E unironia che "dominatori" di questo genere si facciano per giunta chiamare "benefattori".
Limperatore romano fin dal tempo di Augusto portava il titolo di "salvatore e benefattore del mondo". La brama di dominare si presenta così sotto la maschera dellamicizia e della beneficenza. Mentre in realtà, la regalità del mondo è dominio che toglie la libertà e rende schiavi.
Anche nella comunità cristiana esiste, per volontà di Cristo, una "gerarchia". Ma chi ha lautorità nella comunità, deve sapere che non è il padrone di essa, ma il servo. Ogni potere, in Cristo, è un servizio.
La bramosia di vincere, il desiderio di prevalere sullaltro è allorigine di ogni guerra e lotta tra gli uomini.
La lunga catechesi che dura dallinizio del vangelo non sembra aver cambiato ancora molto il cuore dei discepoli! Davanti a Gesù che si umilia fino alla morte di croce, si evidenzia il peccato del mondo: il protagonismo. Tutte le divisioni tra gli uomini e nella Chiesa, anche se camuffate in infiniti modi, nascono da questunica fonte: lautoaffermazione. E legoismo, frutto mortale del veleno del serpente. E Gesù si dona proprio a questi discepoli. Il pane della sua umiltà e del suo nascondimento è antidoto al lievito dei farisei.
Tutte le lotte tra gli uomini sono sempre per questo "sembrare più grande". Lidolatria è la ricerca di questa apparenza, propria di chi ignora la sua verità e quella di Dio. Il protagonismo è la malattia infantile delluomo che non si sente amato e non sa amare. E la regola di azione per il mondo e il principio di ogni male.
Lo Spirito di Cristo, rivelato e donato nellEucaristia, è amore che si attua nella povertà, nel servizio e nellumiltà. E il contrario di quello del mondo.
San Paolo scrive: "Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo" (Fil 2,3-5).
"Io sto in mezzo a voi come colui che serve" (v. 27). E la più bella definizione che Gesù dà di se stesso, la vera rivelazione della sua divinità. Dio è amore. E lamore è servizio.
La presenza di Gesù tra noi sarà sempre quella del servo. Il punto fondamentale della fede è accettare che lui ci serva e ci lavi i piedi. Il cristiano è colui che riconosce come sorgente della sua vita il servizio gratuito del Signore: solo così può avere parte con lui e amare come lui ha amato.
Chi condivide con Cristo la fatica, condividerà anche la gloria. In uno degli inni più antichi che i cristiani cantavano a Cristo, troviamo queste parole: "Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anchegli ci rinnegherà; se manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso" (2Tim 2,11-13).
LEucaristia, unendoci a lui, ci apre al futuro definitivo: "Io preparo per voi un regno, come il Padre lha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e sederete in trono a giudicare le dodici tribù dIsraele" (v. 30). Sederemo con lui da re, con il suo stesso potere di giudicare, cioè di salvare il mondo. Lui infatti è il giudice che non è venuto per giudicare, ma per salvare tutti nel suo sangue.
31 Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; 32 ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli". 33 E Pietro gli disse: "Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte". 34 Gli rispose: "Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi".
35 Poi disse: "Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?". Risposero: "Nulla". 36 Ed egli soggiunse: "Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. 37 Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine". 38 Ed essi dissero: "Signore, ecco qui due spade". Ma egli rispose "Basta!".
È lultima parte delle parole di addio di Gesù, del suo testamento. Egli prevede la situazione dei suoi nellora della prova. Conosce la difficoltà di Pietro (vv. 31-34) e di tutti (vv.35-38) quando lui, come sta scritto, condividerà la sorte dei malfattori.
"Percuoterò il pastore, e le pecore saranno disperse" (Mc 14,27). Luca pone in risalto la posizione di Pietro: satana lo vaglia come si vaglia il grano. Ma Gesù ha già pregato perché nella sua caduta, invece di disperdersi, speri in lui. È bene che Pietro fallisca. La frana dei suoi buoni desideri lascerà emergere dalla rovina la roccia salda che non crolla: la fedeltà del suo Signore. Nei suoi buoni propositi è nascosto un male sottile dal quale deve essere liberato e salvato. Si tratta dellorgoglio e dellautosufficienza. È il peccato più grave, addirittura lessenza di ogni peccato.
Pietro passerà dalla propria giustizia e dal proprio amore per il Signore alla giustificazione e allamore del Signore per lui. Non sarà lui a morire per Cristo, ma Cristo a morire per lui.
La salvezza non è il mio amore per Dio, ma lamore di Dio per me. In questa circostanza Pietro compie il difficile passaggio dalla Legge al Vangelo, dallAntico al Nuovo Testamento, per giungere alla conoscenza di Gesù come suo Signore, che lha amato e ha dato se stesso per lui (Fil 3,8; Gal 2,20). È il nocciolo della fede cristiana.
Il discepolo non è più bravo degli altri. È peccatore come tutti. Ma è contento perché sa che il Signore lo ama: ha riconosciuto e creduto allamore che Dio ha per lui (1Gv 4,16). Questo è il vero principio della vita nuova.
"Il giusto vivrà di fede" (Rm 1,17; Ab 2,4) significa che il giusto vive della fedeltà del Signore verso di lui: nulla può separarlo dallamore che Dio ha per lui in Cristo Gesù (Rm 8,39). Questa fede è incrollabile perché poggia non sulla fedeltà delluomo a Dio, ma sulla fedeltà di Dio alluomo. Neanche il peccato e la morte sottraggono luomo a Dio, perché lui si è fatto peccato e morte per noi, per essere nostra giustificazione e vita.
Pietro, dopo aver sperimentato e capito tutte queste cose, avrà la funzione di confermare i suoi fratelli in questa fede nella fedeltà di Dio, che è il fondamento della Chiesa.
Il v. 31 è la vera chiamata di Pietro. In Luca è la prima volta che Gesù lo chiama per nome e per ben due volte. È una vocazione solenne, come quella di Abramo, di Mosè, di Samuele, di Marta e di Saulo.
Satana, come entrò in Giuda, così cerca di entrare in tutti i discepoli. La sua azione, della quale fa richiesta a Dio (Gb 1,6), non sarà che unazione di vaglio. Gli è permesso di agire, ma Dio se ne serve per il bene. Separerà il frumento dalla pula. Purificherà la fede dei discepoli, conducendoli a quella infedeltà che offrirà loro la possibilità di una fede più pura: accettare di vivere solo della fedeltà del Signore.
In forza della sua preghiera Gesù non garantisce a Pietro limpeccabilità, ma lindefettibilità nella fede. Questa consiste nel fondare la propria vita nella sua misericordia. Pietro sbaglierà, ma si convertirà. La sua esperienza di infedeltà gli farà conoscere meglio se stesso e il suo Signore. Così sarà in grado di rendere incrollabile la fede dei suoi fratelli che attraverseranno le sue medesime difficoltà. La sua funzione, dirà lui stesso, non è quella di spadroneggiare sul gregge a lui affidato, ma di essere modello di umiltà e di confidenza nel Signore (1Pt 5,1ss).
Pietro è un uomo dai grandi desideri. Ma confida nella carne. E la sua carne è debole. Non si può porre la fiducia in essa, ma in colui che "ha il potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare (Ef 3,20). Egli, nella nostra debolezza, manifesta la sua forza (2Cor 12,9).
Ora Gesù chiama Simone col suo nome nuovo, che significa "roccia", attributo di Dio nella sua sicurezza e fedeltà. Lo chiama così proprio mentre gli predice la sua sicura infedeltà.
Colui che deve confermare nella fede i fratelli, prima rinnegherà tre volte di conoscere Gesù. Ed è vero che egli non lo conosceva, perché non lo conosceva per quello che era veramente. Solo dopo lo conoscerà come "Gesù", che significa "Dio salva". La sua esperienza è normativa e indispensabile per giungere alla fede nel Salvatore.
Gesù ricorda ai discepoli le due volte che li inviò a predicare in povertà (9,1ss; 10,1ss). Tutto andò bene. Lesperienza passata deve essere motivo di fiducia in questo momento decisivo della passione.
Gesù è sempre stato contro il possesso e la violenza. Quindi le parole riguardanti la borsa e la spada sono da intendere come delle immagini che cercano di illustrare la grandezza della necessità che incombe. Perciò sono un appello alla fede dei discepoli, anche in vista di un futuro difficile. Gesù non esorta alla lotta armata, ma ad avere come unica protezione la fede nella parola di Dio. Essa è infatti la spada dello Spirito (Ef 6,17; Eb 4,12) che esce dalla bocca del Cristo (Ap 1,6). È larma dattacco: la verità che vince la menzogna, la fiducia che dissolve la paura.
"Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori". È la sintesi delle Scritture che si compiono in Gesù. Con la citazione di Is 53,12, Gesù dice il perché della sua morte. Egli è il Servo sofferente di Iahvè, il giusto che porta su di sé liniquità del popolo e giustifica le moltitudini. Queste parole sono molto importanti per Luca. Sono la spiegazione anticipata della croce, che il Risorto continuerà dopo Pasqua. Questa breve citazione è il nocciolo di tutta la Scrittura che in Gesù trova compimento: si è fatto peccato e maledizione per salvare noi dalla maledizione del peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). Queste parole chiariscono il significato salvifico della sua morte: ne sono linterpretazione teologica autentica, fatta da lui stesso.
Ciò che riguardava Gesù è lessere nelle cose del Padre suo (2,49). Ora si compie nella sua consegna totale a lui (23,46). La sua missione è ormai prossima alla conclusione.
I discepoli non hanno capito di che spada cè bisogno. Invece della spada della Parola, hanno in mano due spade inutili e dannose. Gesù tronca il discorso. Con la sua agonia, nellorto degli Olivi, mostrerà a tutti qual è la spada necessaria: labbandono fiducioso alla volontà del Padre.
39 Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. 40 Giunto sul luogo, disse loro: "Pregate, per non entrare in tentazione". 41 Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: 42 "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà". 43 Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. 44 In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. 45 Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. 46 E disse loro: "Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione".
Nella trasfigurazione del Tabor, il Padre chiamò Gesù: "Figlio"; nella trasfigurazione del giardino degli Ulivi il Figlio lo chiama: "Padre". Là lumanità lasciò trasparire la bellezza della divinità; qui la divinità riveste lorrore della nostra disumanità. Gesù affronta la morte in tutta la sua drammaticità, così come ognuno di noi la sperimenta dopo il peccato: fine della vita, abbandono di ogni bene e di Dio stesso.
Da questa maledizione, in cui vive langoscia senza limiti dellannientamento, Gesù si rimette con fiducia filiale nelle braccia del Padre. Ormai dalla perdizione assoluta si eleva a lui la voce del Figlio. In questa voce ogni uomo, che non può fuggire oltre, invoca il Padre e ritorna a casa. Dio entra in tutte le notti delluomo. Noi, con i discepoli, siamo invitati a tenere gli occhi aperti sul dolore di Dio per il mondo: "Restate qui e vegliate" (Mc 14,34). Da qui impariamo a conoscere chi è Dio.
La preghiera, di cui Gesù ci dà lesempio, è la forza per vivere la morte, anche violenta, come segno di obbedienza al Padre della vita.
Il centro del brano è la lotta per passare dalla "mia" alla "tua" volontà. È la vera guarigione dal male originario delluomo, il ritorno di Adamo al suo rapporto filiale con il Padre. Gesù, fattosi per noi peccato (2Cor 5,21), vive in prima persona la paura del peccatore: consegnarsi a Dio. La vera lotta è con lui, che per il peccato consideriamo nemico. Per questo la nostra vittoria è la resa a lui. Il Figlio è colui che compie la volontà del Padre. Per questo "nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà". Non fu però esaudito, nel senso che fu esentato dalla morte; fu invece esaudito con la risurrezione, solo dopo aver accettato con obbedienza filiale la morte. Infatti "pur essendo Figlio, imparò tuttavia lobbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Eb 5,7ss).
La paura di essere ucciso non fa cambiare itinerario a Gesù. La sua vita non è dominata dalla paura della morte (12,4), ma dalla fiducia nel Padre, anche nella prova estrema.
Il monte degli Ulivi insieme al tempio costituiscono lo scenario degli ultimi giorni di Gesù. Al Getsemani, luogo del torchio, lumanità di Gesù, spremuta, lascerà apparire la sua essenza: è il Figlio di Dio, che si abbandona al Padre e ai fratelli.
I discepoli sono chiamati a seguirlo sino alla fine: "Voi siete infatti quelli che sono rimasti con me nelle mie tentazioni" (v. 28). La tentazione di cui parla è quella definitiva: perdere la fede. Gesù indica loro lunica forza per non soccombere: la preghiera.
Nel momento decisivo, luomo è staccato da tutti, solo davanti a Dio, suo unico interlocutore. Di solito gli ebrei pregavano in piedi. Ma davanti alla morte, Gesù si inginocchia al cospetto del mistero di Dio. Così faranno anche i suoi discepoli (At 7,60; 9,40; 20,36; 21,5).
La parola Padre traduce laramaico Abbà (Mc 14,36). Alla fine di tutto, resta come unica sorgente di vita per Gesù la fiducia nel Padre, suo principio. Questo abbandono filiale al Padre nel momento della morte è la fede che salva. Laccettazione della morte è latto più radicale di fede che possiamo fare a Dio.
Gesù ha sperimentato il terrore e langoscia della morte, una morte violenta, ingiusta, insensata, in cui linnocente è messo con i malfattori (v. 37). In questa sua morte Gesù, il Figlio, porta su di sé il peccato dei fratelli. Gesù soffre la decisione di bere questo calice, che contiene realmente tutto il male possibile. Sente tutta la ripugnanza della carne segnata dal peccato e dominata dalla paura della morte.
Gesù porta in sé la maledizione di ogni peccato: lopposizione tra la nostra volontà e quella di Dio. Colui che non conobbe peccato ne subisce tutte le conseguenze e vive in sé questa sofferenza, più atroce della morte stessa.
Nellora della paura il Padre non ci lascia soli. Manda il suo angelo che infonde forza (Dn 3,49-50; 10, 18-19; 1Re 19,1-8; At 12,7-8). La nostra debolezza è il vaso che contiene la sua forza. Per questo Paolo dice: "Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo", e "quando sono debole è allora che sono forte". Infatti la potenza del Signore si manifesta pienamente nella mia debolezza (2Cor 12,9-10).
Agonia significa lotta. Nello scontro con la morte ogni uomo si sente perdente e perduto. Gesù invece prega più intensamente, affidandosi al Padre. La preghiera ci mette in comunione con il Padre della vita. Per questo è la forza che vince la morte. Ma questa stessa preghiera è lotta. Lotta tremenda con Dio, percepito come lunico e misterioso nemico (Gen 32,23ss).
Dopo il peccato, Adamo si guadagna la vita con il sudore della fronte (Gen 3,19). Il nuovo Adamo, Cristo, ci guadagna la vita eterna con il suo sudore di sangue.
La preghiera ci dona la forza di vivere la morte come abbandono a Dio, sorgente della vita. La preghiera vince la morte perché ci mette con il Figlio nelle braccia del Padre che ci genera. In questo modo la morte non è la voragine che ci inghiotte, ma lincontro con il Padre che ci accoglie nella vita eterna.
47 Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. 48 Gesù gli disse: "Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?". 49 Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: "Signore, dobbiamo colpire con la spada?". 50 E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l'orecchio destro. 51 Ma Gesù intervenne dicendo: "Lasciate, basta così!". E toccandogli l'orecchio, lo guarì. 52 Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: "Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? 53 Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre".
Il brano è strutturato dalla contrapposizione tra Gesù e tutti gli altri. Da una parte cè lui. È solo, circondato dai nemici, tradito da Giuda, non compreso dai suoi, catturato come un brigante. Dallaltra cè un gioco di denari, di spade, di bastoni e di falsi baci: le carte, con le quali il nemico da sempre gioca la partita della storia umana. Dio, che è amore e dono, viene incontro alluomo egoista e bramoso di possedere. Il bene si consegna al male che lo prende. Così la luce entra nelle tenebre e la vita nella morte.
In Luca, dopo Pietro, Giuda è lunico dei Dodici chiamato per nome da Gesù. È segno di amicizia. Anche se lo tradisce, gli resta amico. Anzi, è lunico chiamato "amico", e proprio in questa situazione (Mt 26,50). Luca non dice che Giuda baciò il Signore. Riferisce invece queste parole di Gesù. Suonano stupore e maraviglia. Un gesto che esprime ogni bene è stravolto nel suo contrario. Latto con cui Giuda consuma il suo tradimento è lo stesso con cui Gesù esprime il suo affetto. Bene e male si incontrano, percorrendo in senso inverso la stessa strada.
I discepoli non hanno ancora capito le parole di Gesù sulla spada (vv. 35-38). Sono ancora nella logica del nemico. Gesù reagisce alla violenza con lamore, unica forza capace di vincerla, invece di moltiplicarla. Egli fa quanto ha comandato a noi: "Amate i vostri nemici..." (6,27-38). Non è come gli zeloti che rispondono al male con gli stessi strumenti. Vince il male con il bene (Rm 12,21). Infatti il Figlio è misericordioso come il Padre, benevolo verso i disgraziati e i cattivi (6,35-36). La salvezza che egli porta consiste nel fare misericordia a tutti, anche a chi gli fa del male.
Usando la spada, i discepoli sono ancora alleati dei nemici. Quante difese sbagliate di Gesù, che non rientrano nel suo Spirito! Se la fede viene dallascolto (Rm 10,27), la spada di Pietro è figura di tutti i nostri strumenti pastorali che impediscono lascolto e la fede, perché mozzano gli orecchi, invece di aprirli allascolto della Parola.
"Adesso smettete" sono le ultime parole di Gesù ai suoi discepoli prima della risurrezione. Egli non approva lazione violenta. La spada non vince, ma moltiplica il male. La potenza e la violenza non servono al Regno. Anzi lo ritardano, perché precludono al presunto nemico la possibilità di convertirsi. Il messianismo di Gesù consiste nel curare dal male facendo del bene (7,18-23; At 10,38). Anche a chi in quel momento gli è nemico. Questo è lultimo miracolo di Gesù. È il segno più grande della sua misericordia, compiuto verso uno che sta lì in prima fila per catturarlo.
Gesù è trattato da malfattore: è al giusto che tocca portare lingiustizia. Il potere delle tenebre non ama la luce. Agisce nel nascondimento della notte. La morte di Gesù è lora del nemico, lapice del potere del male. Ma cosa succede alle tenebre quando si impossessano della luce?
54 Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. 55 Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. 56 Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: "Anche questi era con lui". 57 Ma egli negò dicendo: "Donna, non lo conosco!". 58 Poco dopo un altro lo vide e disse: "Anche tu sei di loro!". Ma Pietro rispose: "No, non lo sono!". 59 Passata circa un'ora, un altro insisteva: "In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo". 60 Ma Pietro disse: "O uomo, non so quello che dici". E in quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. 61 Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte". 62 E, uscito, pianse amaramente.
In Luca, dopo larresto, tutta la notte è occupata dal rinnegamento di Pietro e dal dileggio dei soldati. Solo al mattino, dopo che il discepolo avrà detto: "Non sono", uscirà la rivelazione di Gesù che dice: "Io sono".
Il racconto è tutto un gioco di occhi fissati su Pietro. Nello sguardo di Gesù egli riconoscerà le due verità complementari che costituiscono il Vangelo: il proprio peccato e il suo perdono.
Finalmente conosce insieme se stesso e Dio. Perdendo la sua identità presunta, troverà quella autentica: lamore del suo Signore per lui. Il suo pianto sarà il suo battesimo, che gli purificherà il cuore e gli illuminerà gli occhi. Dora in avanti Gesù non farà più niente. Finita lazione, comincia la passione. Il Figlio delluomo diventa un oggetto nelle mani delluomo. È preso, consegnato, condotto, introdotto, condotto via e infine crocifisso. Faranno di lui ciò che vorranno. Dio, nel suo amore umile, si fa piccolo e si riduce allimpotenza per consegnarsi nelle nostre mani. E noi riverseremo su di lui tutto il male di cui siamo malati.
Pietro segue Gesù perché gli vuole bene. Tiene conto del proprio amore, ma non ancora della propria fragilità. "Dare la vita non è della debolezza umana, ma della potenza divina (s. Ambrogio). Lo seguirà nel martirio solo quando confiderà in lui invece che in se stesso.
Per mezzo di una donna e di due uomini, Pietro subirà tre tentazioni, come Gesù nel deserto. Verrà vagliato. Perderà le scorie della propria presunzione e rimarrà il grano pulito: la fedeltà del suo Signore, di cui il giusto vive. Mentre Gesù svela la sua identità, Pietro scopre la propria: è un peccatore per il quale il Signore muore.
In verità Pietro non conosce questo Gesù. Conosce un altro. Quello potente, quello che fa miracoli. Ancora non sa che cosa significhi stare con questo Gesù, impotente e condotto alla croce. La prima tentazione di ogni credente è proprio quella di non conoscere o di voler dimenticare Gesù crocifisso (Gal 3,1; Fil 3,18). Molti stanno con lui fino allo spezzare del pane. Tutti poi labbandonano! Il centro della fede cristiana, il problema serio, è conoscere Gesù e stare con lui, che è il Crocifisso per me.
Paolo scrive: "lo ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo e questi crocifisso" (1Cor 2,2).
Le parole di Pietro: "Non sono" assumono tutto il loro peso davanti a quelle di Gesù che dirà: "Io sono (v. 70). "Io sono" è il nome di Dio, colui che è; "non sono" è il nome delluomo che non sta con colui che è. Pietro scopre la propria verità. È il "non sono", linesistente, se non sta con colui del quale è immagine e somiglianza.
Come una marea montante, lostilità attorno a Pietro cresce fino a sommergerlo. Ora Pietro dichiara la sua estraneità assoluta nei confronti di Gesù.
Solo Gesù vince tutte le tentazioni (4,23). Noi cadiamo in tutte. Ma proprio e solo così comprendiamo che abbiamo bisogno di essere salvati, e sappiamo chi è il Signore che ci salva. Il nostro peccato è lunica via attraverso la quale sperimentiamo Dio come misericordia. Se Pietro non fosse caduto non avrebbe capito Cristo che è morto per lui. Per lui sarebbe morto invano.
Non è Pietro che si volge a Gesù, ma Gesù che si volge a Pietro. Luomo è incapace di volgersi a Dio. Gesù riconosce Pietro anche se Pietro dice di non conoscerlo. Il suo sguardo compassionevole non rinfaccia e non rimprovera nulla. Solo davanti a uno sguardo pieno damore luomo diventa libero. Si trova nudo davanti a Dio, nella responsabilità di accettare o meno il suo amore gratuito e senza condizioni.
"Pietro si ricordò della parola del Signore". Il ricordo della parola del Signore è il principio della conversione. È importante che Gesù abbia predetto il peccato di Pietro. Solo così Pietro può comprendere che Gesù gli rimane fedele anche se lui è infedele, perché Dio non può rinnegare se stesso (2Tm 2,13). Non cè altro modo per cogliere la sostanza del Vangelo. Se Pietro non avesse rinnegato, non avrebbe capito che non sarà lui a morire per il Signore, ma il Signore a morire per lui. Solo in quanto peccatore luomo può essere salvato e ottenere la sublimità della conoscenza del Signore come amore e misericordia.
Pietro si allontana da Gesù. Come Adamo, si sottrae allo sguardo di Dio. Ma dove fuggire lontano dal suo sguardo (Sal 139)? Egli ci ama fino al punto di stare con noi senza condannarci e giudicarci, proprio mentre è condannato e giudicato dalle nostre paure. La fede è accettare questo suo amore come propria identità: "Noi abbiamo riconosciuto e creduto allamore che Dio ha per noi. Dio è amore" (1Gv 4,16).
Il pianto amaro di Pietro è la fine della sua falsa identità. Questa sua morte a se stesso è il recipiente che accoglie la sua vera identità: lamore che il Signore ha per lui. Questa è la vita nuova, la vita eterna. Le lacrime di Pietro sono il battesimo del suo cuore.
63 Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, 64 lo bendavano e gli dicevano: "Indovina: chi ti ha colpito?". 65 E molti altri insulti dicevano contro di lui.
66 Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: 67 "Se tu sei il Cristo, diccelo". Gesù rispose: "Anche se ve lo dico, non mi crederete; 68 se vi interrogo, non mi risponderete. 69 Ma da questo momento starà il Figlio dell'uomo seduto alla destra della potenza di Dio". 70 Allora tutti esclamarono: "Tu dunque sei il Figlio di Dio?". Ed egli disse loro: "Lo dite voi stessi: io lo sono". 71 Risposero: "Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L'abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca".
Luomo, anche se lo ignora, è costituito tale dal suo desiderio naturale di vedere Dio. Fatto a sua immagine e somiglianza, solo in lui trova la realtà di se stesso. Senza di lui è senza di sé. Ora finalmente, dopo il "non sono" del discepolo, ci è dato di contemplare in Gesù il vero volto di Dio.
Dalla bocca di Gesù esce la parola: "Io sono". Essa svela lidentità e il mistero di Dio: Gesù è Dio e Dio è Gesù. Egli è il Figlio misericordioso come il Padre. In lui, mentre vediamo la nostra verità di figli perduti, vediamo anche quella di Dio come amore che si fa carico del nostro male. Un parlare cristiano su Dio può partire solo dalla contemplazione di questo volto velato, che ne è la rivelazione piena. Dio, assumendo in Gesù il volto di tutti i senza volto, svela la sua essenza nascosta: amore misericordioso. Gesù è il Cristo (Re e Salvatore) proprio in quanto solidale con il male delluomo, è Figlio delluomo (Giudice supremo) proprio in quanto giudicato; è Figlio di Dio ("Io sono") proprio in quanto ingiustamente condannato a morte. Qui, e non prima, si presenta il problema della fede cristiana: credere nella debolezza di Dio. Qui il vangelo raggiunge il suo apice: vediamo il Salvatore, il Giudice e Dio stesso in colui che condanniamo, giudichiamo e uccidiamo.
La parola "Io sono" costituisce il culmine della rivelazione biblica: mostra a tutti chi è Gesù e chi è il Padre. Per questo viene ucciso. Ma proprio così si manifesta senza veli il vero Dio: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9). Il Padre delle misericordie.
Il Figlio delluomo è nelle mani degli uomini. La libertà è incatenata. La sapienza è derisa. La potenza è percossa. La Gloria è velata. Ma questa velazione è la sua rivelazione totale. Il velo del tempio nasconde la maestà di Dio; il velo del male del mondo lo rivela come amore. Questo volto velato è Dio stesso che ha perso il suo volto per noi. Da sempre linganno di satana ci ha nascosto il vero volto di Dio. Ora Dio fa del suo massimo velamento il suo svelamento definitivo. Pietro è stato chiamato a riconoscerlo per primo. Colui che passò beneficando e risanando tutti (At 10,38) è ora colpito dal male di tutti quelli che ha beneficato e risanato. Gesù è il Servo colpito dal male del mondo. Infatti si è caricato delle nostre sofferenze: il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui (Is 53,4-5). Non si è sottratto agli insulti e agli sputi; ha reso la sua faccia dura come pietra (Is 50,6-7). Tace e non dice chi è il colpevole. Il suo silenzio dice chi è Dio per noi: un amore che preferisce essere percosso e morire, piuttosto che accusare.
La parola di Cristo indica il re atteso, colui che avrebbe liberato il popolo. Gesù è il salvatore, ma non in quanto messia politico che prende il potere, ma in quanto Figlio delluomo che si consegna allimpotenza della croce.
Gli anziani, i sommi sacerdoti e gli scribi non vogliono assolutamente credere in Gesù. Per cui non servono a nulla né le domande né le risposte. Il silenzio di Dio, oltre che annuncio del suo amore, è anche denuncia dellincredulità delluomo.
Il Figlio delluomo riceve la gloria, il potere e il Regno e siede alla destra di Dio proprio sulla croce. Lì trionfa dei suoi nemici. Lì corregge le false attese messianiche.
Il sinedrio sta giudicando il suo giudice supremo, ma la sua ingiusta condanna alla morte di croce sarà il giudizio di Dio che dona la vita a tutti gli ingiusti.
Gesù è il Figlio di Dio. E ce lo rivela pienamente mentre dà la vita per noi. "Io sono" è la testimonianza piena di Gesù. Dice la sua identità e insieme svela chi è Dio. Dio dice il suo nome, quello stesso che udì Mosè dal roveto ardente: "Io sono" (Es 3,13-14). In Gesù si compie la rivelazione di Dio, iniziata nellesodo. "Io sono" è colui che riempie di sé il nostro "non sono" perché anche noi possiamo diventare come "Io sono". "Dio si è fatto uomo perché luomo diventasse Dio" (s. Ireneo). Questa rivelazione di Gesù ci guarisce finalmente dalla falsa immagine di un Dio cattivo, origine di ogni male.
Egli verrà ucciso proprio per queste parole: "Io sono". Condannato come Dio, si rivelerà proprio nella sua uccisione. Infatti si lascia condannare ingiustamente alla nostra giusta pena per stare con noi, perché noi possiamo stare con lui. È lEmmanuele, il Dio con noi.
La testimonianza è completa. Dalla sua bocca è uscita la parola definitiva: "Io sono Dio".
23.1 Tutta l'assemblea si alzò, lo condussero da Pilato 2 e cominciarono ad accusarlo: "Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re". 3 Pilato lo interrogò: "Sei tu il re dei Giudei?". Ed egli rispose: "Tu lo dici". 4 Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: "Non trovo nessuna colpa in quest'uomo". 5 Ma essi insistevano: "Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui".6 Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo 7 e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch'egli a Gerusalemme.
8 Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. 9 Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. 10 C'erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. 11 Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. 12 In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c'era stata inimicizia tra loro.
La duplice comparsa davanti a Pilato e a Erode mostra per contrasto la regalità di Gesù e mette in crisi lideale delluomo e lidea stessa di Dio. Infatti il re è luomo ideale, libero e signore del creato a immagine e somiglianza di Dio. Ora Gesù ci rivela che la libertà divina consiste nellamare e la sua signoria nel servire fino allimpotenza della croce. La sua regalità è ben diversa da quella delluomo (22,25ss). A Luca sta a cuore di provare linnocenza politica di Gesù. È importante anche per la Chiesa, che si trova ad affrontare le stesse accuse e persecuzioni del Maestro. Ma è ancora più importante per capire cosè il suo regno e la sua salvezza.
Gesù ci aveva parlato del Regno presente nella nostra storia come seme piccolo, preso e gettato nella terra, come un po di lievito preso e nascosto. Ora comprendiamo che il Regno è Gesù stesso: insignificante e disprezzato, piccolo e preso, gettato fuori le mura e nascosto sotto terra, sarà il grande albero che accoglie tutti gli uccelli, sarà il lievito che farà lievitare la pasta del mondo. È questo il Re, colui che viene nel nome del Signore.
Non dobbiamo aspettarne un altro, ma cambiare le nostre attese (7,18ss). È lui che depone i potenti dai troni (1,52) e ci salva, dandoci una nuova immagine di Dio, di re e di uomo.
Pilato è descritto dagli storici ebrei Filone e Flavio come duro e crudele (cf. 13,1). Qui appare come umano e ben disposto. Parlare bene dei nemici non è solo interesse apologetico, ma anche gesto sommo di misericordia.
Laccusa è triplice: perverte il popolo, impedisce di pagare il tributo a Cesare e dice di essere il Cristo re. Pilato prende in considerazione solo la terza accusa, la più importante, perché potrebbe minacciare la dominazione romana. Anche i cristiani saranno sempre perseguitati per motivi politici. Ma il loro martirio non sarà testimonianza di Gesù se non sarà evidente la loro innocenza politica. Devessere chiaro, come per Gesù, che non contendono il potere a Cesare e non lo pretendono.
Gesù riconosce di essere re. Ma non è come i re delle nazioni, che dominano e si fanno chiamare benefattori (22,25ss). Sarà re in quanto servo per amore, tanto libero da portare su di sé il male di quelli che ama, fino ad essere crocifisso come malfattore. Questa è la regalità di Dio (1,52). Il Crocifisso muta la falsa idea di Dio suggerita dal serpente e cambia il falso ideale delluomo, principio di ogni male. Ci rivela il vero volto di Dio e il vero volto delluomo. È re in quanto "testimone" della verità, di quella verità che ci fa liberi (Gv 18,37; 8,32). Gesù è dichiarato politicamente innocente dallautorità romana. Gesù è crocifisso come giusto, solidale con gli ingiusti. Solo così si può capire chi è lui, e in lui chi è Dio, e qual è la salvezza che dona alluomo (vv. 41-47).
Gesù non ha sobillato nessuno, ma ha chiamato tutti a convertirsi alla misericordia, che è la libertà dei figli, pagandone per primo i costi. Gli accusatori, indicandolo come galileo, intendono presentarlo come zelota. La Galilea infatti era un focolaio di rivoltosi.
Pilato, per levarsi un fastidio, invia Gesù da Erode. Lui infatti vorrebbe liberare Gesù (At 3,13-14). In quei giorni tutti i nemici di Gesù si trovano a Gerusalemme, riuniti contro il Signore e il suo Messia (Sal 2,1): "Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli di Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse" (At 4,27-28).
Già da 9,9 conosciamo il desiderio di Erode di vedere Gesù. Ora è contento, perché si compie. Erode non è mosso dal desiderio di convertirsi, ma dalla curiosità. Non vuole obbedire alla verità, ma soddisfare il suo prurito di cose straordinarie. Il brivido religioso interessa sempre più della fede. "Questa generazione è una generazione malvagia: essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno, fuorché il segno di Giona" (11,29).
Luca menziona solo qui il silenzio di Gesù. Richiama il Servo di Iahvè. Non apre bocca, come agnello condotto al macello (Is 53,7); è come uno che non sente e non risponde (Sal 38,14). Alle molte parole delluomo, il Figlio delluomo non risponde nulla. Il silenzio di Dio è la sua risposta alla cattiveria delluomo. Tace non per indifferenza o superiorità, ma per compassione verso chi lo accusa. Dio è misericordia. Se rispondesse, agli accusatori ingiusti spetterebbe la pena che vogliono infliggere a lui. Allora tace. Tace per non condannare, muore per non uccidere, è giustiziato per non giudicare, non denuncia nessuno per annunciare a tutti il perdono. Con il suo silenzio porta su di sé la nostra morte e dà per noi la vita. Gesù qui si manifesta così come vero re, immagine di Dio. È infatti libero e capace di amare come il Padre.
"Avendolo nientificato" (v. 11). È il disprezzo più radicale. Dio è ridotto a nulla e stimato nulla. Nel suo orgoglio Erode fa il contrario di Maria che magnificò (fece grande) il Signore. La regalità di Dio è ritenuta impotenza e stupidità, oggetto di scherno da parte delluomo. Erode riconosce Gesù come re. Lo riveste della veste bianca propria del re o del candidato al trono. Lo fa per burla. Non sa di essere lui una burla di re, come tutti i suoi pari. Schiavo del suo egoismo e incapace di voler bene, è luomo fallito. È a somiglianza della falsa immagine di Dio, suggerita dal serpente.
Quando linimicizia tra due persone diventa amicizia per essere nemici di Cristo, la situazione peggiora.
13 Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, 14 disse: "Mi avete portato quest'uomo come sobillatore del popolo; ecco, l'ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; 15 e neanche Erode, infatti ce l'ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. 16 Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò". 17 . 18 Ma essi si misero a gridare tutti insieme: "A morte costui! Dacci libero Barabba!". 19 Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio.
20 Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. 21 Ma essi urlavano: "Crocifiggilo, crocifiggilo!". 22 Ed egli, per la terza volta, disse loro: "Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò". 23 Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. 24 Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. 25 Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà.
Questo brano ci narra il grande baratto: la vita del delinquente è scambiata con la morte del Giusto. Luccisione di Dio è la salvezza delluomo. Linnocenza di Gesù è sottolineata tre volte da Pilato. Se fosse stato ucciso perché empio e ingiusto non ci avrebbe salvati. Il giudicato e il rifiutato da tutti ci appare in una solitudine assoluta. Tutti sono contro di lui e gridano: "Crocifiggilo!".
Questo brano ha un grande significato teologico. Chiarisce chi ha condannato Gesù e perché, e spiega il risultato e il significato della sua morte.
Chi ha condannato Gesù? Tutti, nessuno escluso. Tutti hanno peccato. Ognuno ha prestato la sua mano a Satana, vero autore della morte di Gesù.
Perché lo abbiamo condannato? Solo perché è il Figlio di Dio e non ha fatto nulla di male. A causa del peccato, il bene, invece che motivo di lode, è oggetto di invidia. Per essa entrò la morte nel mondo (Sap 2,24) e per essa il Figlio delluomo fu consegnato a morte (Mc 15,10). Gesù, condannato come buono dalla nostra cattiveria, porta su di sé il nostro male: "Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti". "Portò i nostri peccati nel suo corpo" (1Pt 3,18; 2,24); "Ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi" (Gal 3,13); "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore" (2Cor 5,21).
Che cosa viene a noi da questa condanna? La giustificazione dai nostri peccati, la "grazia pasquale" che ci dà la vita non meritata invece della morte meritata. Barabba ne é la primizia. Il Santo e il Giusto muore al posto del peccatore ingiusto.
Che cosa significa la sua morte? È chiaramente la morte salvifica del servo di Iahvè! Egli dà la vita per noi portando su di sé la nostra morte. È una morte "vicaria", al nostro posto. Il Santo e il Giusto che si fa computare tra i malfattori (22,37; Is 53,12) e uccidere ingiustamente, rivela il mistero di Dio stesso: amore che si fa condannare alla nostra stessa pena per stare con noi. Qui Dio compie un gesto più potente di quello della creazione: strappa dalla morte la sua creatura perduta. È la notte pasquale, in cui è ucciso il figlio primogenito e liberato il popolo schiavo.
Ora entra in scena anche il popolo, che prima era favorevole a Gesù (19,48; 20,6.19.26.45; 21,3 8). Gesù muore per il peccato di tutti coloro che vogliono la sua condanna.
Pilato dichiara per tre volte Gesù innocente davanti a tutti. Sarà ucciso solo per la sua testimonianza della verità. I religiosi lo condannano come figlio di Dio (santo) e i politici come re (giusto). Il popolo si associa gridando: "Crocifiggilo!". Per questo Pietro potrà dire rivolto al popolo: "Voi avete rinnegato il santo e il giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso lautore della vita" (At 3,14-15).
Perché Pilato vuole punire Gesù se non è colpevole? È un mistero della sapienza divina e della stupidità umana. Gesù è trafitto per i nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità (Is 53,5).
In occasione della Pasqua il governatore liberava un prigioniero in ricordo della liberazione dalla schiavitù dEgitto. Questo graziato a Pasqua è figura di tutti i graziati per il sangue dellagnello innocente. È tolto di mezzo lAutore della vita e graziato un disgraziato. La libertà di Barabba è frutto della condanna di Gesù. Il Giusto muore per lingiusto.
Barabba (figlio del padre) è il nome che si dava ai figli di nessuno. È messo a confronto con il Figlio del Padre. E nel giudizio degli uomini la bilancia pende a suo favore.
Pilato ha il potere di fare il bene, ma non la libertà di realizzarlo.
"Crocifiggilo! ". È la voce di tutti. È la richiesta della condanna a morte e la supplica perché venga immolato per la nostra salvezza. La croce, patibolo dello schiavo ribelle, sarà il trono del re obbediente al Padre. Questo grido del popolo è lacclamazione che lo intronizza. "Maledetto chi pende dal legno" (Dt 21,23; Gal 3,13). Al legno viene appeso il frutto benedetto da cui viene la benedizione per tutti.
Per la terza volta Pilato dichiara linnocenza di Gesù. È condannato proprio perché non ha fatto nulla di male. Chi fa il male lo fa portare agli altri. Solo chi non lo fa è capace di portare il male altrui.
Luca non descrive la flagellazione. Laccenna per due volte con il verbo punire.
La folla grida per la terza volta. Nel primo grido aveva chiesto la morte del Figlio del Padre per la vita del "figlio di nessuno". Nel secondo ha chiesto la crocifissione, logica conseguenza della liberazione del malfattore. Nel terzo ribadisce con forza crescente questa richiesta di morte.
La condanna di Gesù è alla fine convalidata da Pilato. Voluta da chi non poteva deciderla, viene decisa da chi non la voleva. Il male ha preso la mano a tutti quelli che si sono alleati contro Cristo. Barabba è "graziato". È la grazia pasquale: il Figlio del Padre prende il posto del figlio di nessuno. Questa grazia concessa ad ogni uomo è frutto della morte di Gesù per i peccatori: "Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui" (Is 53,5). "Siamo stati comprati a caro prezzo", "con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia" (1Cor 6,20; 1Pt 1,19).
Nel gesto di Pilato che lo consegna, è Cristo stesso che si consegna alla morte per i nostri peccati (Is 53,12). Gesù fa la volontà del Padre (22,42) abbandonandosi alla nostra volontà perversa e omicida. Il nostro peccato sarà loccasione che compie il bene preordinato da Dio (At 4,28).
26 Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. 27 Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. 28 Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: "Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. 29 Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato.
30 Allora cominceranno a dire ai monti:
Cadete su di noi!
e ai colli:
Copriteci!
31 Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?".
32 Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati.
Inizia lultima tappa del ritorno del Figlio al Padre. È il cammino del martire verso il suo patibolo e del re verso il suo trono. Il brano ci presenta tre istantanee: il cireneo, le figlie di Gerusalemme e i due malfattori. Sono i tre modi dincontro delluomo col Figlio delluomo. Nel cireneo vediamo chi é il vero discepolo. Nelle figlie di Gerusalemme vediamo chi è il vero popolo di Dio. Sono le persone che hanno verso Gesù lo stesso sentimento che Gesù ha verso di loro: la compassione. Il Signore le invita a piangere su di sé, cioè a convertirsi. La conversione è possibile proprio ora, perché il legno verde brucia al posto di quello secco. È il mistero della misericordia di Dio, che offre il perdono anticipato a tutti, perché tutti possano convertirsi ed essere salvi. Nei due malfattori, condotti "con lui" alla croce, vediamo rappresentata lumanità intera davanti alla propria morte. Come Simone di Cirene è solidale con la croce di Gesù, così Gesù è solidale con la nostra. Ma mentre ogni uomo, come Simone di Cirene, è costretto a portare la propria croce, Gesù è il nostro cireneo volontario per amore. Con lui ora possiamo comprendere il senso della nostra croce, anche di quella che non vorremmo portare, come lo comprenderà uno dei malfattori crocifisso con lui.
Portano Gesù al Calvario, attraverso le vie centrali e più affollate di Gerusalemme. Lesecuzione deve servire come punizione esemplare e pubblica.
Simone di Cirene, città dellAfrica, è la persona più estranea al fatto, che si trova lì per caso, di passaggio. Viene dai campi e non ha nulla a che fare con quanto è successo. Il "caso", come un incidente che determinerà la sua vita, lo vuole protagonista. Mentre al discepolo tocca portare la propria croce (9,23), a lui tocca portare la croce altrui, addirittura quella di Cristo. È associato a lui pienamente, anzi, lo sostituisce. Il cireneo è per costrizione ciò che Gesù è per libera scelta. Ciò che il cireneo è per Gesù, Gesù lo è per tutta lumanità. Tra i tanti, la ventura toccò proprio a Simone, lafricano di Cirene, il più sprovveduto e lultimo di tutti, un debole che non poteva ribellarsi, altrimenti gli sarebbe andata peggio. È sempre il "povero Cristo" che deve portare la croce! Il cireneo è costretto ad accogliere il dono più grande che possa essere concesso ad un uomo: essere compagno del Signore nel momento decisivo della salvezza, essere simile a lui nel momento più alto della sua gloria. I doni di Dio, specialmente i maggiori, sono confezionati dal caso, spesso malaugurato. Sottratti alla nostra decisione, sconvolgono i nostri piani, e noi ce ne lamentiamo. Ma il caso non esiste. Esso è pura ignoranza nostra e pura grazia di Dio. È lo spazio che la sua libertà si riserva nel pieno rispetto della nostra. Non cade foglia che Dio non voglia. Tutto coopera al bene di chi ama il Signore (Rm 8,28).
Nel cireneo, e in quanti, come lui portano il male che non hanno fatto, continua la storia della redenzione del mondo. I "poveri Cristi" sono coloro nella cui carne si compie ciò che ancora manca alla passione di Cristo (Col 1,24). Il cireneo, oltre che padre di Alessandro e Rufo (Mc 15,21), è padre di tutti i cirenei della storia. Il discepolo è solo colui che prende la propria croce ogni giorno e la porta dietro a Gesù (9,23; 14,27).
In realtà, la croce di Gesù non è sua, ma nostra. Spetta infatti a noi, che siamo malfattori, e non a lui che è giusto. Portando la sua, portiamo la nostra e, portando la nostra, ormai portiamo la sua, diventata gloriosa.
Il popolo prima gridava: "Crocifiggilo!". Ora lo segue mentre va alla crocifissione. Lo contemplerà morto e si convertirà battendosi il petto (v. 48). La contemplazione della croce è il luogo della conoscenza di Dio e della conversione a lui.
Nel pianto delle donne si avverano le parole di Zaccaria: "Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico; lo piangeranno come si piange il primogenito" (Zc 12,10). Gesù infatti è il Figlio unico e amato (3,22; 9,35; 20,13), il primogenito di ogni creatura (Col 1,15).
Mentre è condotto alla morte, Gesù non è dispiaciuto per il proprio male, ma per il male che fanno a se stessi coloro che lo crocifiggono. Non è preoccupato per sé, ma per chi lo rifiuta. Le parole rivolte alle donne di Gerusalemme sono il segno massimo della sua misericordia e linvito definitivo alla conversione.
"Piangete su di voi" significa: riconoscete che piangendo sul mio male state piangendo sul vostro, che io sto portando per amore verso di voi.
La morte di Gesù è la fine del mondo vecchio e linizio di quello nuovo. Anche la sterilità, maledizione per eccellenza, diviene paradossalmente una benedizione. Gesù dice alle donne che per i loro figli sarebbe meglio non essere nati se non ascoltano la sua parola e non la mettono in pratica (11,28). La disobbedienza a Dio è la morte delluomo. Gesù, il frutto benedetto del grembo di Maria (11,27), porta su di sé questa maledizione.
Il legno verde è Gesù. Viene bruciato perché sia risparmiato dal fuoco il secco, che è luomo peccatore. Il giusto è giustiziato perché lingiusto sia giustificato. "Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui. Il Signore fece ricadere su di lui liniquità di noi tutti. Per liniquità del suo popolo fu percosso a morte. Il giusto mio servo giustificherà molti; egli si addosserà le loro iniquità. Portava il peccato delle moltitudini e intercedeva per i peccatori" (Is 53,5-12).
Salendo al Calvario, Gesù spiega alle donne ciò che avviene nella sua morte. Uno dei malfattori, crocifisso con lui, capirà. Il legno verde subisce la sorte di quello secco. I due malfattori rappresentano tutta lumanità con la quale Cristo si è fatto solidale per sempre.
33 Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. 34 Gesù diceva: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno".
Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte.
Le prime e ultime parole di Gesù in croce sono rivolte al Padre. Gli chiede perdono per chi lo crocifigge e gli rimette nelle mani la sua vita, carica di tutti i nostri peccati. Al centro del racconto cè la solidarietà con i fratelli perduti.
Il brano ci presenta la regalità di Gesù, principio di salvezza. Dallalto della croce il Signore compie il giudizio di Dio sui nemici: perdona e dona il Regno ai malfattori. Qui comprendiamo bene in che senso Gesù è re e qual è la salvezza che porta. È un re che esercita la sua autorità nel servire; lunico suo potere è amare fino alla morte. La sua salvezza non è quella che si attende luomo. È quella di un Dio che si fa condannare alla nostra stessa pena, pur di stare con noi.
Sulla croce Gesù realizza il Regno che aveva annunciato allinizio (6,20-38). Lui è il re. Povero, affamato, piangente, odiato, bandito, insultato e respinto come scellerato, ama i nemici, fa loro del bene, li benedice, intercede per loro, resiste al male prendendolo su di sé, è disposto a subirne anche di più pur di non restituirlo, e dà agli altri la salvezza che ognuno vorrebbe per sé. Questa sua regalità rivela la grazia e la misericordia di Dio: è il Figlio uguale al Padre, che non giudica, non condanna, perdona e dona la vita per i fratelli.
Gesù è martire, ossia testimone dellamore del Padre per tutti i suoi figli. La sua croce è giustificazione per tutti gli ingiusti è salvezza del mondo. Ogni teologia della liberazione, per non cadere nellidolatria e produrre altre alienazioni, deve fare i conti con la croce di Gesù. Egli respinge come tentazioni le nostre attese di salvezza, basate su segni di forza e di potenza. Moltiplicherebbero quel male dal quale vuole strapparci.
"Salva te stesso" è il ritornello ripetuto sul Golgota. Rappresenta la suprema aspirazione delluomo che, mosso dalla paura della morte, cerca di salvarsi da essa a tutti i costi, instaurando la strategia dellavere, del potere e dellapparire. Ma proprio questansia di vita genera legoismo, vera morte delluomo come figlio di Dio. Da qui nasce ogni altro male e ogni altro falso modo di intendere la vita e la morte. Gesù non ci libera dalla morte, ma dalla paura di essa, che ci avvelena tutta la vita. Infatti "il pungiglione della morte è il peccato" (1Cor 15,56). Il peccato è sostanzialmente quella menzogna che ci ha tolto la conoscenza di Dio come amore, e ci impedisce di accettare di essere da lui e per lui. Per questo temiamo lincontro con lui, come la nostra morte, e viviamo schiavi di questa angoscia per tutta la vita. Lui ce ne libera, offrendoci la sua amicizia e standoci vicino anche nella morte. In questo modo la svuota del suo pungiglione. "Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anchegli ne è divenuto partecipe per ridurre allimpotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2,14-15). Proprio lì dove noi temiamo la solitudine assoluta, il nulla e la dannazione, scopriamo un Dio che ci offre la sua solidarietà e la comunione con lui, che è la vita. La solitudine è lunico male dal quale nessuno può salvarsi da solo.
Cade la falsa immagine di un Dio tremendo, che sta allorigine della morte, causa dellegoismo, causa dellansia di vita, causa della brama di avere, di potere e di apparire, causa di ogni male. La salvezza che Gesù porta ha quindi la sua sorgente nella riconciliazione delluomo con il Padre della vita.
Questi due versetti ci presentano il benefattore che finisce tra i malfattori, fuori dalla sua città (20,15; Eb 13-12), fatto maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). La croce, morte crudele e spaventosa, punizione dello schiavo, è il trono del re.
Cè solidarietà totale tra il Giusto e il malfattore. Questi due malfattori rappresentano tutti noi, chiamati a leggere il mistero di Dio presente al centro delle nostre croci.
Le prime parole del Crocifisso: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" danno il senso della sua vita e della sua morte. A Gesù sta a cuore il perdono per i suoi fratelli. In questa preghiera Gesù getta il seme del Regno, che è lamore del Padre nel perdono del fratello. Egli non è come quei martiri "della giusta causa", quegli eroi di tutti i tempi, che insultano e disprezzano il nemico, minacciandogli la vendetta del cielo (2Mac 7,19). Condannato, giudicato e disprezzato, il Giusto assolve, giustifica e prega per i nemici ingiusti.
Il perdono è la chiave di lettura per comprendere la salvezza che Gesù ci porta (1,71.77). È quanto dovranno annunciare i suoi discepoli dopo di lui (24,27). La sua croce è la vicinanza di un amore più grande di ogni peccato commesso e di ogni male subito. In essa Dio scende sotto ogni possibile abisso, per essere con ogni uomo. Perdonando i suoi crocifissori, Gesù si rivela come Figlio del Padre che è la misericordia infinita.
Se gli uomini avessero saputo chi era Gesù non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1Cor 2,8). In questa ignoranza il nostro peccato non è attenuato, ma evidenziato: non conosciamo il Signore della gloria che crocifiggiamo. Siamo satanicamente ciechi davanti al nostro male e al suo bene.
Queste parole di perdono ai suoi crocifissori mancano in vari codici. Anche i cristiani di mestiere, come i monaci e gli ammanuensi, cercano di castrare il vangelo. A loro sembra eccessivo ciò che per Gesù è lessenziale!
35 Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: "Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto". 36 Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dellaceto, e dicevano: 37 "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso". 38 Cera anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!". 40 Ma laltro lo rimproverava: "Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41 Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male". 42 E aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". 43 Gli rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso".
La salvezza che il Figlio di Dio ha portato sulla terra sembra non avere alcuna rilevanza né religiosa né politica né personale; sulla croce pare che tutto finisca e torni come prima. Anzi, peggio di prima, perché il male sembra aver vinto unaltra volta. Dopo tante illusioni suscitate da Gesù, la tragica delusione! (cf. Lc 24,21). Ma proprio questa è la vittoria decisiva. Il nostro male radicale è il voler salvare noi stessi. Gesù, perdendosi per noi, lo vince. Le sue tentazioni riguardano linutilità della croce e della salvezza. Sono anche le tentazioni costanti della Chiesa e di ogni uomo. Bisogna uscire dalla trappola delle proprie attese egoistiche per cogliere la prospettiva di Dio.
La contemplazione del Crocifisso è il principio della nuova sapienza. Sul Calvario viene tolto il sipario dal Cristo e possiamo contemplarlo comè: amore senza limiti per noi peccatori.
I capi del popolo vengono colti nellatteggiamento preannunciato dal salmo 22,7-8: "Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono il naso, scuotono il capo".
Salvare se stesso dalla morte è il principale pensiero delluomo. Ognuno è pronto a salvare se stesso a spese dellaltro. E la salvezza ingannatrice dellegoismo, che è perdizione nostra e altrui. Gesù ha detto: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà" (Lc 9,24). Solo chi si perde per amore, salva se stesso e gli altri.
Nel v. 36 viene richiamato il salmo 69,22: "Quando avevo sete, mi hanno dato laceto". La sete di Gesù è il desiderio di donarci lacqua della vita (cf. Gv 4,10; Ap 21,6). Noi gli abbiamo dato in cambio laceto della nostra morte.
I soldati manifestano il modo di pensare comune ad ogni uomo: il re è colui che vince con la forza e fa morire gli altri. Gesù invece manifesta la sua potenza perdendo e morendo per gli altri. La sua debolezza è la forza di Dio. Egli ci salva da ogni potere, che ha la sua forza nella schiavitù dellegoismo.
La scritta sopra il capo di Gesù è una cosa estremamente seria. Gesù è veramente il re dei giudei. Il suo dominio è quello dellamore: "Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12,32).
La bestemmia del malfattore è non riconoscere Dio sulla croce dove si rivela senza veli. Voler staccare Dio dalla croce è togliergli la sua gloria e confonderlo con lidolo. Anche noi cristiani vogliamo un messia che salvi se stesso solo perché vogliamo salvare noi stessi. Dovrebbe essere lo specchio e la conferma dei nostri desideri egoistici. Questo malfattore rappresenta lattesa delluomo che non conosce Dio, e lo fa a sua immagine e somiglianza.
Laltro malfattore, colui che viene chiamato "il buon ladrone", vede in croce una novità. Gesù Cristo gli fa conoscere il vero volto di Dio. Gesù è lì in croce con lui, perché lui possa essere in paradiso con Gesù. La salvezza è la vicinanza di Dio dove mi sento maledetto e solo. Egli è grazia e misericordia per me, peccatore perduto, fino a farsi lui stesso peccato e perdizione. Scrive san Paolo nella Lettera ai romani: "Ora a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (5,7-8).
Qualunque altro prodigio Dio avesse fatto per noi, non ci avrebbe persuasi del suo amore. Sarebbe stato un atto di potenza e di esibizione, che non avrebbe cambiato la nostra immagine di lui. Ma la sua impotenza in croce, la sua vicinanza a noi nel nostro male, la sua solidarietà con noi fino alla morte, ci tolgono ogni dubbio: Dio è amore e ama noi peccatori.
Liberati, dalla paura della morte e dellegoismo, siamo finalmente liberi di vivere nellamore di Dio da cui veniamo e verso cui andiamo. Possiamo finalmente vivere e morire in pace. E questa è la liberazione fondamentale.
Il malfattore in croce è lunico che chiama Gesù per nome, senza ulteriore specificazione (cf. Lc 17,13; 18,38.39). Gesù è Dio che salva. Egli, come ogni uomo, teme di essere dimenticato. Ma Dio non dimentica nessuno. "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!" (Is 49,15).
Gesù si è fatto ultimo di tutti perché nessuno potesse più sentirsi abbandonato e maledetto. Egli è ormai nel punto più lontano da Dio, per essere vicino a tutti i lontani da Dio.
Il regno di Dio sono le braccia del Padre (v. 46). Ognuno entra nel suo regno affidandosi a Gesù. In lui tutto è compiuto.
Noi saremo sempre con Gesù, lEmmanuele, perché lui è sempre con noi. Eravamo fuggiti lontano da lui ed egli ci ha raggiunti nel massimo della nostra lontananza e degradazione. Gesù è venuto con noi sulla croce, perché noi tornassimo con lui nel suo paradiso. Dio ha patito con noi, perché noi potessimo gioire con lui (Cf. Lc 15).
44 Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 45 Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. 46 Gesù, gridando a gran voce, disse: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito". Detto questo spirò.
47 Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: "Veramente quest'uomo era giusto". 48 Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. 49 Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.
La scena della morte di Gesù, secondo Luca, contiene varie particolarità rispetto a Matteo e Marco. Le principali sono le seguenti: invece della citazione del Salmo 22 e le relative parole su Elia, troviamo la citazione del Salmo 31; il velo del tempio si lacera prima della sua morte; il centurione lo proclama giusto; le folle si battono il petto.
Le brevi annotazioni degli avvenimenti che precedono e seguono la morte di Gesù ne illustrano i vari aspetti teologici. Le tenebre e loscurarsi del sole (v. 44) sottolineano la sua portata cosmica e salvifica. Crocifiggendo il Giusto, il mondo ripiomba nelle tenebre del caos iniziale (Gen 1,2). Loscurarsi della terra è anche segno di lutto. È il pianto della creatura per il suo Creatore. Lo squarciarsi del velo del tempio (v. 45) significa che Dio non è più chiuso alluomo. Si è aperto per raccogliere il Figlio (e con lui tutti i figli) che ritorna a casa. In lui ogni fratello ora è riconciliato e ha libero accesso al Padre. Cessa lantica alleanza che denuncia il peccato e inizia la nuova che annuncia il perdono.
Morendo, Gesù si abbandonò al Padre. La diffidenza e la fuga delluomo diventano affidamento e ritorno a lui. È la vittoria sul veleno della menzogna antica, lingresso nel paradiso originario in cui il Benefattore introduce ogni malfattore che glielo chiede. La morte di Gesù è lesaltazione piena di Dio; la sua Gloria torna tra gli uomini. Anche il centurione pagano la riconosce (v. 47). Nel giusto che muore con gli ingiusti si rende presente lamore di Dio per noi.
Questa morte è uno "spettacolo" (v. 48), visione dellessenza di Dio che si manifesta nella sua misericordia per luomo. Il Crocifisso è la visione di Dio, da cui scaturisce un nuovo modo di essere e di vivere. Finalmente luomo vede chi è Dio, si converte a lui e ritorna a lui nel quale solamente è se stesso e può vivere.
I conoscenti di Gesù e le donne (v. 49) raffigurano linizio della Chiesa, piccola, debole e impotente come il suo Signore. Riunita ai piedi della croce, raccoglie il frutto della compassione di Dio per il male degli uomini.
La morte di Gesù è luccisione dellautore della vita (At 3,15). Non ci può essere male maggiore. Il peccato, principio di decreazione, è consumato. Tutto regredisce al caos primordiale. La tenebra, che si addensa attorno alla croce, segna la fine del mondo posto nelle mani del maligno e linizio di una nuova genesi. Questa tenebra allude alla profezia di Amos: "In quel giorno oracolo del Signore Dio - farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno", per fare "come un lutto per un figlio unico" (Am 8,9-10). Tutta la creazione partecipa al dolore del Padre per la morte del Figlio.
La morte di Gesù ha un significato cosmico e storico, definitivo e universale. In lui finisce la creazione iniziata con la genesi e comincia la ricreazione che coinvolge tutto e tutti, Dio compreso.
In questa oscurità assoluta, dallalto della croce, risuonerà forte la voce del Verbo creatore. Questo giorno è la notte della nuova creazione e dellesodo definitivo. Si squarcia il velo del tempio. Ora Dio non ha più veli. Nel suo Figlio unico, dato per noi, si è svelato come il Padre delle misericordie (2Cor 1,3).
Laccesso a lui è aperto a tutti e per sempre. Nel fratello Gesù ogni uomo incontra il Padre. Per leccessivo amore con cui ci ha amati (Ef 2,4), Dio ha abbattuto il muro della separazione. Siamo tutti santi, suoi familiari e suo tempio nello Spirito (Ef 2,14-22).
Allora nona si suonavano nel tempio le trombe per linizio della preghiera vespertina. Gesù associa la sua voce alta e forte a quella del popolo in preghiera. È eccezionale questo grido per uno che muore in croce. Nelle tenebre risuona una voce divina. È la voce potente del Verbo che fa nuove tutte le cose (Ap 21,5). È il grido delluomo nuovo che viene alla luce.
Luca fa dellabbandono di Dio (Mc 15,34; Mt 25,46) il luogo dellabbandono a Dio: la fede. Per questo, invece che dal Sal 22, cita dal Sal 31. È il lamento del giusto perseguitato che si mette nelle braccia di Dio. Gesù aggiunge allinizio la parola: "Abbà, Papà". Sono le sue ultime parole. Le sue prime furono: "Non sapete che io devo essere nelle cose del Padre mio?" (2,49). La parola "Padre" sulla bocca di Gesù fa da inclusione a tutto il vangelo di Luca. Esso è tutto una rivelazione della paternità di Dio attraverso quanto il Figlio ha fatto e detto in ricerca dei suoi fratelli perduti. Ora è giunto alla fine della sua fatica. Si consegna al Padre e gli affida la sua vita al termine della sua missione. La sua morte da figlio obbediente e fratello di tutti i malfattori apre a tutti il varco della vita. È lesodo definitivo. Veniamo dal Padre e ritorniamo al Padre. La nostra morte diventa il ritorno a casa. Come Gesù si affida nelle mani del Padre, così il discepolo si affiderà nelle mani di Gesù. Stefano dirà: "Signore Gesù, accogli il mio spirito" (At 7,59). La morte di Gesù è la nostra salvezza perché è la solidarietà di Dio con noi. Ma è anche lesempio di come muore luomo nuovo, lAdamo riconciliato col Padre.
La morte è latto di fede più grande. A causa del peccato rimane sempre, anche per il credente, la drammaticità della morte col suo travaglio. Ma è illuminata dalla presenza di Gesù, che è venuto a condividere la nostra sorte di malfattori.
Ai piedi della croce ci sono tre categorie di persone che "vedono": il centurione, le folle e i conoscenti con le donne. Tutti costoro guardano il grande avvenimento dellesodo di Gesù con i segni che laccompagnano. La contemplazione della croce è per tutti. È lantidoto che Dio ha dato ai suoi figli per vincere il veleno del serpente (Gv 3,14-15; Nm 21,4ss). Da questo sguardo al Crocifisso nasce il nuovo popolo.
Il centurione, comandante dei soldati che eseguirono la crocifissione, è la persona spiritualmente più lontana. Ora glorifica Dio. Gloria (ebraico: kabod = peso) indica la sovrabbondante bellezza di Dio che rompe ogni argine e straripa nelluniverso. Glorificare Dio significa riconoscerlo in concreto, dandogli nella nostra vita il peso che si merita. Nella morte di Gesù vediamo la gloria di Dio, tutto il suo amore per noi.
Alla sua nascita gli angeli glorificavano Dio in cielo (2,13-14). Alla sua morte gli uomini peccatori lo glorificavano in terra, primo fra tutti il responsabile diretto della sua crocifissione.
La morte di Gesù è la glorificazione piena di Dio come Dio, perché è lesaltazione del suo amore per tutti e sopra tutti.
"Davvero questuomo era giusto". Cristo è colui che compie la volontà di Dio. In Gesù si compie pienamente la giustizia di quel Dio che "vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4). Ora finalmente capiamo cosè la sua giustizia: è la misericordia del Padre (6,36) che giustifica i peccatori.
La morte di Gesù in croce è uno spettacolo, una rappresentazione di Dio: si apre il velo del Santo dei santi e vediamo faccia a faccia la profondità del mistero. "Guarderanno a colui che hanno trafitto" (Gv 19,37). Nel Crocifisso abbiamo la visione di Dio-Amore che dà tutto se stesso. È il libro spalancato della misericordia di Dio. Il battersi il petto è segno di lutto e di conversione. È linizio della conversione di pentecoste.
Questi conoscenti di Gesù (v. 49) rappresentano la Chiesa con le sue note essenziali: seguire Gesù, stare ai piedi della croce, contemplare il Crocifisso e rispondere alla sua compassione in debolezza e vulnerabilità estrema.
50 C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. 51 Non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. 52 Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 53 Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. 54 Era il giorno della parascève e già splendevano le luci del sabato. 55 Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, 56 poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.
La vita di Gesù è racchiusa tra due grotte, quella della nascita e quella della morte. È lumiltà di Dio. È in tutto simile a noi che veniamo dalla terra e ad essa torniamo. Qui il suo amore raggiunge la massima umiltà (humus = terra), fino allidentificazione con noi. Il corpo di Gesù, messo sotto terra, è il seme che porterà il frutto della Vita. Il Messia non salva dalla morte, ma nella morte. Ora scende nel regno di colei che ha tutti in suo potere. La Vita varca le porta della morte. La luce entra nelle tenebre. Le prime parole rivolte da Dio alluomo peccatore erano: "Uomo, dove sei?" (Gen 3,9). Qui Dio finalmente raggiunge luomo, perché non può più fuggire oltre. La tomba dove dormono tutti i figli di Dio diventa anche la tomba di Dio. Riposa con loro dopo averli cercati e amati da sempre.
La bontà (v. 50) consiste nel non seguire il consiglio degli empi (Sal 1,1); la giustizia nel non acconsentire alla loro condotta, ma adempiere la volontà di Dio. Giuseppe faceva parte del sinedrio, ma non era consenziente al parere e allazione dei suoi colleghi.
Secondo la Scrittura ogni condannato è immondo. "Il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sullalbero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché lappeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità" (Dt 21,23). Il corpo di Gesù, fatto per noi maledizione (Gal 3,13), è la benedizione promessa in Abramo a tutte le genti (Gen 12,3; 22,18).
Maria generò il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo adagiò nella mangiatoia (2,7). Giuseppe lo toglie dalla croce, lo avvolge nel lenzuolo e lo pone nel sepolcro.
Sono le prime e le ultime cure che le mani di una donna e di un uomo prestano a Dio.
La sepoltura di Gesù fu affrettata a causa del sabato imminente. Il sepolcro di Cristo è il compimento della creazione. Segna linizio del grande sabato definitivo, del giorno unico e senza tramonto, in cui Dio ha finito la sua opera. Ora Dio e luomo riposano perché ognuno ha trovato nellaltro la sua casa: Dio nelluomo e luomo in Dio.
29 marzo 2010
Gv 12,1-11
1
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2 Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento. 4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: 5 «Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». 6 Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7 Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8 I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
9 Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. 10 I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, 11 perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
In questo brano è accentrato il contrasto tra la generosa dimostrazione damore di Maria e la gretta irritazione di Giuda Iscariota.
Gesù era stato a Betania qualche giorno prima per risuscitare Lazzaro e se ne era allontanato dopo la decisione del sinedrio di ucciderlo. Ora la famiglia degli amici fa una cena un onore di Gesù. Maria, ungendo i piedi di Gesù, fa un gesto di squisita cortesia, secondo lusanza giudaica, come segno di omaggio allospite.
Una libbra corrisponde a 330 grammi e il prezzo di trecento denari allo stipendio di trecento giornate lavorative.
Lintervento di Giuda mette in risalto la fede e lamore di Maria per il Signore. Questa donna, in uno slancio di generosità, si è prodigata in un gesto di tenerezza senza badare a spese; al contrario Giuda Iscariota; con la sua contestazione, manifesta la grettezza del suo cuore. Egli non era preoccupato delle necessità dei poveri, ma desiderava che quella somma finisse nella cassa comune della comunità di Gesù, di cui era amministratore, per rubarla (v. 6).
"Lasciatela fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura" (v. 7) Con questa frase Gesù vuole spiegare che il gesto della donna ha un significato profetico, perché preannuncia lunzione del suo corpo prima della sepoltura.
"I poveri li avete sempre con voi". Con queste parole Gesù non vuole scoraggiare lassistenza e il soccorso ai poveri, ma vuole ricordare il primato che si deve riservare a Dio in tutte le circostanza della vita.
Con la frase "non sempre avete me" (v. 8) evidentemente Gesù parla della sua vita terrena che avrà termine tra qualche giorno. La sua presenza come risorto, invisibile ma reale, non cesserà mai (cfr Gv 14,16; Mt 28,20).
Dinanzi al comportamento del popolo che crede in Gesù, la reazione dei sommi sacerdoti rasenta la follia, perché decretano di uccidere anche Lazzaro per far scomparire questa testimonianza così eloquente a favore della divinità di Gesù. Lostinazione dei capi nel male raggiunge il parossismo.
30 marzo 2010
Gv 13,21-33.36-38
21
Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». 22 I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. 23 Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 24 Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?». 25 Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». 26 Rispose allora Gesù: «E' colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. 27 E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto». 28 Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; 29 alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 30 Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
31 Quando egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.
36 Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». 37 Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». 38 Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte.
Gesù aveva già parlato in modo enigmatico dellamico intimo che lo avrebbe tradito (cfr Gv 13,18), ma ora che denuncia chiaramente il traditore è preso da un turbamento profondo. Questa denuncia così chiara del traditore provoca grande costernazione nel gruppo dei discepoli: essi ignorano di chi stia parlando Gesù.
Il discepolo, "quello che Gesù amava" (v. 23) si trovava a mensa a fianco del Signore. Secondo lusanza greco-romana, diffusa anche in Palestina, i commensali stavano adagiati sui divani, poggiandosi sopra il gomito sinistro, mentre con il braccio destro prendevano i cibi e le bevande.
In questo brano appare per la prima volta sulla scena questo discepolo innominato, del quale si parlerà anche nel seguito del vangelo: nel brano della morte di Gesù (19, 26ss), nella scoperta della tomba vuota (20,2ss) e nel brano della pesca miracolosa (21,7).
Gesù accoglie la richiesta del discepolo e indica il traditore. Satana entrò nel cuore di Giuda dopo che questi ha mangiato il boccone offerto da Gesù. Il nemico di Dio si impossessa del traditore, immergendolo nelle tenebre dellincredulità e dellodio, fino alla consumazione del delitto più grande: luccisione del Figlio di Dio (19,11).
Con lingresso di satana nel cuore di Giuda, gli eventi precipitano; per questo Gesù esorta il traditore ad affrettarsi nellattuare il suo disegno criminoso. Il traditore esce dalla luce, abbandona il Cristo luce del mondo (8,12) e si immerge nelle tenebre della notte (v. 30). Nel cuore di Giuda si è spenta la luce della fede; in lui regnano le tenebre dellincredulità e dellodio. E notte!
Appena il traditore è uscito, Gesù apre il cuore ai suoi amici che lo circondano. Egli è consapevole di essere giunto alla vigilia della sua morte e per questo si premura di spiegare loro il vero significato della sua partenza da questo mondo. La sua morte in croce non è la sua sconfitta, ma il suo trionfo, la sua glorificazione e il suo ritorno al Padre. Con la sua passione e morte Gesù esegue con obbedienza eroica il piano di salvezza voluto dal Padre e dimostra fino a che punto ama Dio e gli uomini.
Attraverso la glorificazione di Gesù si compie anche la glorificazione del Padre. Dio è glorificato per mezzo di Gesù e in Gesù. Il Padre è glorificato dal Figlio con lesaltazione di Gesù sul trono regale della croce. Da questo trono Gesù manifesta in pienezza la sua divinità (8, 28) e attira tutti a sé (12,32).
Lappellativo "figlioli" (v. 33), usato da Gesù, esprime tutto lamore e la confidenza per i suoi discepoli. Gesù avverte i suoi amici che sta per lasciarli. In questo momento essi non possono seguirlo; lo raggiungeranno più tardi.
Il ritorno di Gesù al Padre non è un viaggio di piacere, ma di dolore: egli allude alla sua passione e morte. Pietro al momento presente non è in grado di imitare Gesù, nonostante la sua protesta di fedeltà fino al sacrificio della vita; egli lo seguirà con la prigionia e la morte, ma in seguito.
Data linsistenza di Pietro nellaffermare la sua fedeltà a Gesù fino al sacrificio della vita. Il Signore gli predice limminente rinnegamento. Il riferimento al canto del gallo vuole indicare con chiarezza che Pietro rinnegherà tre volte Gesù proprio in quella stessa notte.
31 marzo 2010
Mt 26,14-25
14
Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti 15 e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. 16 Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnarlo.
17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?». 18 Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli». 19 I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
20 Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. 21 Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». 22 Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». 23 Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. 24 Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». 25 Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».
Giuda, non avendo potuto intascare i soldi del prezzo dellunguento (Mt 26,8-9), ha rimediato alla meglio vendendo Gesù al prezzo di uno schiavo (cfr Es 21,32): trenta denari. Pessimo commerciante! "Lattaccamento al denaro è la radice di tutti i mali" (1Tim 6,10).
Lindeterminatezza dellindicazione: "Andate in città, da un tale " (v. 18) è voluta certamente da Gesù per non fornire indicazioni al traditore prima del tempo stabilito.
E anzitutto nella comunità dei discepoli che si gioca la passione di Gesù: è là che viene "consegnato" e che egli "consegna" se stesso, donando il suo corpo e il suo sangue.
Allannuncio del tradimento da parte di uno di loro, i discepoli si addolorano profondamente. Ognuno è toccato da questo annuncio perché ognuno si sente capace di tradire, come lo evidenzia la loro domanda: "Sono forse io, Signore?" (v. 22) ripresa come eco da Giuda con una variante significativa: "Rabbì, sono forse io? (v. 25). Per gli undici discepoli Gesù è il Signore, per Giuda è un semplice maestro di dottrina.
A Giuda Gesù risponde come risponderà al sommo sacerdote (v. 64) e al governatore Pilato (27,11): "Tu lhai detto" (v. 25). E luomo infatti che giudica se stesso attraverso il suo rapporto con il Cristo: "Poiché in base alle tue parole sarai giudicato e in base alle tue parole sarai condannato" (Mt 12,37).
La lamentazione di Gesù su Giuda (v. 24) non è una profezia sulla dannazione finale del traditore, ma un invito a ciascuno a esaminare la propria coscienza. "Noi tutti, così come siamo, potremmo inserire nel vangelo il nostro nome al posto di quello di Giuda" (J. Green).