maggio 2010
1 maggio 2010
Gv 14,7-14
7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8 Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
12 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. 13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Solo Gesù può condurre luomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui. Perciò chi conosce Gesù conosce anche il Padre e chi vede Gesù vede anche il Padre.
Lintervento di Filippo riecheggia la domanda di Mosè rivolta al Signore: "Mostrami la tua gloria" (Es 33,18). Gesù gli risponde che egli vive nel Padre (vv. 9-10). Lapostolo avrebbe dovuto sapere che Gesù è una sola cosa con il Padre (Gv 8,24.28.58; 10,30.38; 13,13). Di conseguenza, vedendo Gesù si vede il Padre (v. 9).
Data questa mutua immanenza del Padre e del Figlio, le parole dette da Gesù in realtà sono pronunciate dal Padre che dimora in lui e le opere da lui compiute sono fatte dal Padre (v. 10).
Limmanenza del Padre nel Figlio può essere accettata solo per fede, per questo Gesù esorta i discepoli a credere in questa verità, se non altro a motivo delle opere straordinarie da lui compiute.
Gesù spesso invita alla fede pura, basata solo sulla sua parola (Gv 4,21.48; 6,29), per cui proclama beato chi crede senza aver visto (20, 29). Egli tuttavia fa appello anche alla prova divina delle opere meravigliose e straordinarie compiute nel nome di Dio, per autenticare la sua missione divina, invitando i suoi ascoltatori a credere almeno per questa ragione (Gv 5,36; 10,25.37-38; 11,15). Per questo motivo il peccato dincredulità dei giudei è senza scuse (Gv 15,24).
Nel v. 12 Gesù usa lespressione solenne: "In verità, in verità vi dico" per richiamare lattenzione sullimportanza dellargomento trattato. Egli assicura ai suoi amici che, se crederanno nella sua persona divina, potranno compiere opere meravigliose e segni straordinari. La motivazione di questa possibilità di compiere opere eccezionali sta nel fatto che Gesù ritorna al Padre, presso il quale esaudirà le richieste dei discepoli (v. 13).
Affinché la preghiera sia esaudita, devessere fatta nel nome di Gesù, cioè devessere rivolta a Dio per mezzo di Gesù, mossi dalla fede nella mediazione del Figlio di Dio. Gesù non lascia senza risposta le preghiere dei suoi amici (v. 14).
2 maggio 2010
Gv 13,31-33a.34-35
31
Quand'egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi. 34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».
Appena il traditore è uscito, Gesù apre il cuore ai suoi amici che lo circondano. Egli è consapevole di essere giunto alla vigilia della sua morte e per questo si premura di spiegare loro il vero significato della sua partenza da questo mondo. La sua morte in croce non è la sua sconfitta, ma il suo trionfo, la sua glorificazione e il suo ritorno al cielo.
Gesù guarda ormai gli eventi ultimi della sua vita terrena nellottica delleternità e vede lintera passione come latto della massima glorificazione che renderà al Padre. Gesù glorifica Dio come Padre, e questi glorifica Gesù come Figlio. Sulla croce Cristo sarà glorificato nella sua persona, perché sarà conosciuto in tutta la sua gloria mediante la fede. Il Padre lo glorificherà con la risurrezione e linvio dello Spirito.
Lappellativo "figlioli", usato da Gesù, esprime tutto lamore e la confidenza per i suoi discepoli. Egli avverte i suoi amici che sta per lasciarli. Ad essi, che cercheranno di seguirlo, per ora non sarà possibile: lo seguiranno più tardi.
Gesù ricambia il loro desiderio con un dono che permetterà loro di raggiungerlo nella sua gloria: il dono del comandamento dellamore: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (v. 34).
Losservanza del comandamento che Gesù lascia alla sua comunità è il distintivo che la qualifica. Il comandamento dellamore guida lesistenza del credente, che è fondata sullamore scambievole: chi ama il fratello vive, perché lamore è vita e realizzazione di sé.
Lamore ai fratelli, in realtà, è un precetto antico (cfr Lv 19,18), ma Gesù lo ripropone con una novità inaudita. Il comandamento è "nuovo" perché è il cuore e la sintesi della nuova alleanza, fondata sullamore di Gesù per lumanità. E "nuovo" perché riproduce nel mondo lamore che Cristo nutre per i suoi in modo sempre straordinario. E "nuovo" perché è segno e caparra dei "cieli nuovi e della terra nuova".
Lamore del prossimo, che Gesù insegna, ha come norma e modello lui stesso. NellAntico Testamento lamore del prossimo era misurato sullamore verso se stessi: "ama il prossimo tuo come te stesso" (Lv 19,18). Nel Nuovo Testamento, invece, la carità fraterna va misurata sullesempio e sul modello dellamore di Gesù verso di noi: "amatevi lun laltro come io ho amato voi" (v. 34).
Per Gesù il motivo e la misura dellamore reciproco tra fratelli deve commisurarsi sul suo amore verso di noi, sempre nuovo, sempre profondo, sempre gratuito, come lalleanza che Dio rivela amando luomo e il mondo (cfr Gv 3,16; Ger 31, 31; Ez 34-37).
Lamore che Gesù lascia alla comunità cristiana è lamore stesso che il Padre ha per lui. Il Signore chiede ad ogni suo discepolo un amore sulla misura di quello del Padre. I discepoli devono prolungare la rivelazione dellamore del Padre in Gesù verso i fratelli.
La comunità cristiana è tale solo se pratica il comandamento nuovo dellamore fraterno, perché è la carità che conquista i cuori e li apre alla verità. Tertulliano ha scritto: «E stata soprattutto la pratica dellamore ad imprimere in noi quasi un marchio di fuoco agli occhi dei pagani: "vedete come si amano" dicono (mentre essi si odiano tra loro), "e come sono pronti a dare la vita luno per laltro" (mentre essi preferiscono uccidersi tra loro)»(Apologeticum, 39: PL 1, 534).
Il comandamento nuovo non è solo il distintivo di appartenenza a Cristo, ma è anche il volto del Signore risorto e vivo nella sua Chiesa: "Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e lamore di lui è perfetto in noi" (1Gv 4,11-12).
3 maggio 2010
Gv 14,6-14
6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8 Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
12 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. 13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Dal tema del viaggio verso la casa del Padre, Gesù con naturalezza passa a parlare della via. Per giungere al Padre bisogna passare per il Figlio.
Tommaso desidera concretezza e chiarezza nei discorsi. Egli aveva capito che Gesù parlava di una via nel senso materiale di strada, mentre Gesù sta parlando della via come mezzo per giungere a Dio, come strumento per mettersi in contatto personale con il Padre. Per questa ragione, nella sua replica allapostolo, Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio.
Gesù proclama di essere il mediatore per mettersi in contatto personale con il Padre. Nessuno può arrivare a Dio con le proprie forze né può servirsi di altri mediatori. Le parole di Gesù escludono qualsiasi altra mediazione allinfuori della sua (v. 6).
Come nessuno può andare verso il Cristo se non gli è concesso dal Padre (Gv 6,65), così nessuno può giungere al Padre senza la mediazione di Gesù.
Gesù proclama anche di essere la verità e la vita. Egli si identifica con la verità, cioè si proclama la rivelazione personificata di Dio.
Le tre parole via, verità e vita sono applicate al Cristo per indicare le sue tre funzioni specifiche di mediatore, rivelatore e salvatore. Gesù è lunica persona che mette in rapporto con il Padre, che manifesta in modo perfetto la vita e lamore di Dio per lumanità e comunica al mondo la salvezza che è la vita di Dio.
Solo Gesù può condurre luomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui. Perciò chi conosce Gesù conosce anche il Padre e chi vede Gesù vede anche il Padre.
Lintervento di Filippo riecheggia la domanda di Mosè rivolta al Signore: "Mostrami la tua gloria" (Es 33,18). Gesù gli risponde che egli vive nel Padre (vv. 9-10). Lapostolo avrebbe dovuto sapere che Gesù è una sola cosa con il Padre (Gv 8,24.28.58; 10,30.38; 13,13). Di conseguenza, vedendo Gesù si vede il Padre (v. 9).
Data questa mutua immanenza del Padre e del Figlio, le parole dette da Gesù in realtà sono pronunciate dal Padre che dimora in lui e le opere da lui compiute sono fatte dal Padre (v. 10).
Limmanenza del Padre nel Figlio può essere accettata solo per fede, per questo Gesù esorta i discepoli a credere in questa verità, se non altro a motivo delle opere straordinarie da lui compiute.
Gesù spesso invita alla fede pura, basata solo sulla sua parola (Gv 4,21.48; 6,29), per cui proclama beato chi crede senza aver visto (20,29). Egli tuttavia fa appello anche alla prova divina delle opere meravigliose e straordinarie compiute nel nome di Dio, per autenticare la sua missione divina, invitando i suoi ascoltatori a credere almeno per questa ragione (Gv 5,36; 10,25.37-38; 11,15). Per questo motivo il peccato dincredulità dei giudei è senza scuse (Gv 15,24).
Nel v. 12 Gesù usa lespressione solenne: "In verità, in verità vi dico" per richiamare lattenzione sullimportanza dellargomento trattato. Egli assicura ai suoi amici che, se crederanno nella sua persona divina, potranno compiere opere meravigliose e segni straordinari. La motivazione di questa possibilità di compiere opere eccezionali sta nel fatto che Gesù ritorna al Padre, presso il quale esaudirà le richieste dei discepoli (v. 13).
Affinché la preghiera sia esaudita, devessere fatta nel nome di Gesù, cioè devessere rivolta a Dio per mezzo di Gesù, mossi dalla fede nella mediazione del Figlio di Dio. Gesù non lascia senza risposta le preghiere dei suoi amici (v. 14).
4 maggio 2010
Gv 14,27-31a
27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. 30 Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, 31 ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato».
Gesù, dopo aver parlato dello Spirito Santo, dona ai suoi discepoli la sua pace. Essa sintetizza la pienezza dei beni messianici e si differenzia da quella del mondo che si esaurisce nella gioia effimera del piacere e del successo (Gv 16,20). Inondato dalla pace di Cristo, il cuore dei credenti non deve turbarsi o spaventarsi per la prossima partenza del Maestro, perché egli ritornerà da loro (vv. 27-28).
I discepoli non devono rattristarsi, ma rallegrarsi perché Gesù va dal Padre che è più grande di lui. In realtà il Padre è più grande di tutti (Gv 10,29), anche del Figlio suo, perché è la fonte dellessere, della vita e dellagire del Figlio e di tutte le creature (Gv 5,19ss). Egli è lideatore delle storia e della salvezza.
Gesù informa in anticipo i suoi amici della sua partenza per favorire la loro fede quando questo avverrà (v. 29). Gli avvenimenti finali della vita terrena di Gesù stanno concludendosi: il Rivelatore è alle ultime battute della sua missione. Il principe di questo mondo ha già scatenato la sua ultima offensiva (v. 30). Egli può dominare gli uomini e servirsene come satelliti, ma non ha alcun potere su Cristo. Con lesaltazione del Cristo, il demonio è stato sconfitto e detronizzato (Gv 12,31), è stato giudicato e condannato (Gv 16,11).
Gesù però deve dimostrare il suo amore per il Padre, eseguendo il suo piano di salvezza che esige il suo sacrificio, perciò deve accettare la sconfitta della croce che è la vittoria effimera del principe di questo mondo.
Facendo la volontà del Padre, sottomettendosi spontaneamente alla sua passione dolorosa, Gesù mostra allumanità fino a quale punto egli ama il Padre (v. 31). Questo sembra lunico passo del vangelo di Giovanni nel quale si parla dellamore di Gesù per il Padre.
5 maggio 2010
Gv 15,1-8
1
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
In questo brano Gesù scongiura i suoi amici di rimanere in lui, nel suo amore, per portare molto frutto e per godere la gioia in pienezza. Lespressione dominante di questo testo è "rimanere in", che ricorre sette volte.
Gesù si presenta come la vite della verità: in questo modo afferma di essere il Cristo, il profeta definitivo atteso dagli ebrei e la fonte della rivelazione piena e perfetta.
NellAntico Testamento la vite ha simboleggiato il popolo dIsraele. Il salmo 80 canta la storia del popolo di Dio utilizzando limmagine della vite che Dio ha divelto dallEgitto per trapiantarla in Palestina, dopo averle preparato il terreno.
La presentazione del Padre, come lagricoltore che coltiva la vita identificata con Gesù, richiama il canto damore di Isaia 5,1-7 nel quale il Signore è descritto come il vignaiolo che cura la casa dIsraele.
La vite-Gesù produce numerosi tralci; non tutti però danno frutto. Il portare frutto dipende dal rapporto personale del discepolo con Gesù, dallunione intima con il Cristo. Lopera purificatrice di Dio nei discepoli di Gesù ha come scopo una fecondità maggiore.
Dio purifica i discepoli dal male e dal peccato per mezzo della parola di Gesù. Per Giovanni la purificazione è legata alla parola di Cristo, cioè alladesione, per mezzo della fede, alla sua rivelazione.
Gesù parla della mutua immanenza tra lui e i suoi amici. Nel passo finale del discorso di Cafarnao, egli aveva fatto dipendere questa comunione perfetta tra lui e i suoi discepoli dal mangiare la sua carne e dal bere il suo sangue (Gv 6,56). La finalità della comunione intima con Gesù, il frutto che ogni tralcio deve portare è la salvezza.
Luomo separato da Cristo, che è la fonte della vita, si trova nellincapacità di vivere e operare nella vita divina. Senza lazione dello Spirito Santo è impossibile entrare nel regno di Dio (Gv 3,5); senza lattrazione del Padre, nessuno può andare verso il Cristo e credere in lui (Gv 6,44.65).
Come il mondo incredulo si trova nellincapacità totale di credere (Gv 12,39) e di ricevere la Spirito della verità (Gv 14,17), così i discepoli, se non rimangono uniti al Cristo, non possono operare nulla sul piano della fede e della grazia (v. 5).
Chi non rimane in Cristo, vite della verità, non solo è sterile, ma subirà la condanna del giudizio finale (v. 6).
Una conseguenza benefica del rimanere in Gesù è lesaudimento delle preghiere dei discepoli da parte del Padre. Lunione intima e profonda con Gesù rende molto fecondi nella vita di fede e capaci di glorificare Dio Padre (v. 8).
6 maggio 2010
Gv 15,9-11
9
Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Come il Padre ama il Figlio, così il Figlio ama i suoi discepoli e, proprio perché li ama con un amore così grande, li scongiura di rimanere nel suo amore.
Gesù spiega come si rimane concretamente nel suo amore: osservando i suoi comandamenti, cioè vivendo la sua parola. Il Cristo si presenta come modello: egli ha custodito i precetti del Padre e perciò vive intimamente unito a lui.
Gesù si rivela come la vite della verità, cioè come la fonte della rivelazione e della salvezza mediante la manifestazione della vita di amore del Padre per inondare di pace, di gioia piena e di felicità profonda il cuore dei suoi amici.
I precetti dati da Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li contiene tutti, è uno solo: lamore scambievole tra i suoi discepoli.
7 maggio 2010
Gv 15,12-17
12
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.
I precetti dati da Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li contiene tutti, è uno solo: lamore scambievole tra i suoi discepoli.
Lelemento distintivo caratteristico dellamore fraterno tra i discepoli è la sua misura e il suo modello: "Come io vi ho amati" (v. 12). Il Cristo si presenta come lesemplare dellamore forte ed eroico, fino al vertice supremo (Gv 13,1.34) e come il fondamento di questo amore: è lui che lo rende possibile alluomo. Difatti la particella "come" (kathòs) indica non solo un paragone, ma anche la base su cui poggia il comportamento del discepolo (Gv 6,57; 13,15).
Gesù può dare con efficacia il suo comandamento perché egli è il Maestro dellamore e ne ha offerto agli amici la prova suprema con il sacrificio della vita (v. 13). Il dono della vita per gli amici costituisce il segno più eloquente dellamore forte e concreto.
Lamore di Dio si è manifestato nel dono del suo Figlio unigenito (Gv 3,16; 1Gv 4,9-10). Lamore di Dio è sperimentabile e concreto. Lamore dei discepoli devessere altrettanto concreto e impegnativo.
Lamore autentico per il Signore si dimostra osservando i suoi comandamenti (1Gv 2,4-5). Chi non vive la parola di Cristo, che prescrive lamore per i fratelli, non può amare Dio (1Gv 4,20-21).
Gesù considera amici i suoi discepoli perché li ha resi partecipi dei segreti della sua vita divina (v. 15). Egli ha rivelato loro il nome, cioè la persona del Padre e quindi li ha resi partecipi della vita di Dio rivelando e comunicando loro la vita del Padre (Gv 8,26.40). Questo rapporto damore non è frutto di una scelta dei discepoli, ma è dono, è grazia.
Gli apostoli, e dopo di loro tutti i credenti, sono stati scelti dal Cristo per essere suoi amici e suoi missionari (v. 16).
Gesù preannuncia la fecondità apostolica dei suoi amici. Una delle conseguenze importanti di questa unione fruttuosa con Cristo è lesaudimento delle loro richieste al Padre, fatte nel nome di Gesù (v. 16).
8 maggio 2010
Gv 15,18-21
18
Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19 Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20 Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21 Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.
Gesù, dopo aver parlato dellamore e dellamicizia, tratta un tema antitetico, quello dellodio. I discepoli devono amarsi fraternamente come Cristo li ha amati; essi però saranno odiati dal mondo proprio perché sono amici di Gesù. Come il mondo ha odiato e perseguitato Cristo, così odierà e perseguiterà i suoi discepoli.
Il mondo, in quanto personificazione del male, odia la luce (Gv 3,20), lotta contro il Verbo-luce (Gv 1,5.10), perché preferisce le tenebre alla luce (Gv 3,19).
Questo mondo tenebroso, in potere del maligno (1Gv 5,19), odia il Cristo (Gv 7,7), ma con la glorificazione di Gesù è condannato (Gv 12, 31) e sarà convinto di peccato dallo Spirito Santo (Gv 16,8).
Il mondo ostile a Gesù odia anche i suoi discepoli; essi sperimenteranno tribolazioni, ma non devono spaventarsi, perché il Cristo ha vinto il mondo (Gv 16,33). I cristiani partecipano a questa vittoria mediante la fede (1Gv 5,4).
Nel vangelo di Giovanni, il mondo satanico, in concreto, è rappresentato dai giudei, dai capi del popolo che perseguitano il Cristo (Gv 5,16) e tentano di ucciderlo (Gv 5,18). Costoro odiano Gesù e di conseguenza odiano anche il Padre (Gv 15,23-24).
La ragione profonda di questo odio contro i discepoli sta nel fatto che essi non appartengono al mondo di satana, ma al nuovo popolo di Dio, perché Gesù li ha scelti per grazia.
Per illustrare la ragione di questo odio del mondo, Gesù ricorre al detto già utilizzato nel contesto della lavanda dei piedi per insegnare la necessità di imitare il suo esempio nellumile servizio dei fratelli (Gv 13,16). Questa massima è qui utilizzata per informare i discepoli sullinevitabilità delle persecuzioni. Ma i discepoli, perseguitati a causa della giustizia, ossia a motivo della persona di Gesù, devono considerarsi beati (Mt 5,10-11).
La ragione profonda di questo odio del mondo contro gli amici di Gesù è la loro appartenenza al Signore. I cristiani aderiscono alluomo-Dio, per questo saranno osteggiati da quelli che si oppongono al regno di Cristo. Questo atteggiamento ostile dei nemici di Cristo è dovuto allignoranza nei confronti di Dio.
Non solo i pagani, ma anche i giudei che perseguitano Gesù e i suoi discepoli, in realtà non conoscono il Padre (Gv 17,25). I nemici di Cristo, uccidendo i cristiani, penseranno di rendere gloria a Dio: Essi si comporteranno così perché non hanno conosciuto né il Padre né Gesù (Gv 16,3).
9 maggio 2010
Gv 14,23-29
23
Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25 Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. 26 Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate.
Gesù chiarisce ai suoi amici che la sua manifestazione ai discepoli non avverrà in modo spettacolare, ma si realizzerà nellintimo delle coscienze, con la sua venuta insieme al Padre nel cuore dei credenti (v. 23). Il regno di Cristo infatti non è di carattere politico, non è di questo mondo, ma si instaura con lassimilazione della verità (Gv 18,36-37), osservando la sua parola (v. 23).
Con questa interiorizzazione della rivelazione di Cristo, i discepoli sono resi tempio di Dio, ospiteranno le persone del Padre e del Figlio. Gesù si manifesterà realmente ai suoi amici che lo amano concretamente, perché tornerà da loro e abiterà per sempre nel loro cuore (Gv 14,20), assieme al Padre (v. 23) e allo Spirito della verità (Gv 14,17).
Nel v. 24 Gesù ribadisce una verità già annunciata precedentemente (v. 10): la sua parola, ascoltata dai discepoli, in realtà è del Padre che lha mandato.
Gesù mette in rapporto la sua rivelazione con lazione dello Spirito Santo. Il Maestro, dimorando presso i suoi discepoli, ha rivelato la parola di Dio (v. 25). Ma essi non hanno capito né fatto penetrare nel cuore la verità: di qui la necessità dellintervento dello Spirito. Quindi non solo Gesù, ma anche lo Spirito Santo è maestro di fede: egli insegnerà ogni cosa ai credenti.
Lo Spirito Santo non eserciterà una funzione didattica prescindendo dalla rivelazione di Gesù, ma ricorderà ai discepoli le parole del Maestro (v. 26) e li introdurrà nella verità tutta intera (Gv 16,13).
Dopo aver parlato dello Spirito, Gesù dona ai discepoli la sua pace (v. 27). Essa sintetizza la pienezza dei beni messianici e si differenzia da quella del mondo che si esaurisce nella gioia effimera del piacere e del successo (Gv 16,20).
Inondato dalla pace di Cristo, il cuore dei credenti non deve turbarsi per la prossima partenza di Gesù, perché egli ritornerà da loro (vv. 27-28). I discepoli non devono rattristarsi, ma rallegrarsi perché Gesù va dal Padre che è più grande di tutti (Gv 10,29), anche del Figlio suo, perché è la fonte dellessere, della vita e dellagire di Cristo e di tutte le creature (Gv 5,19ss). Egli è lideatore e lartefice della storia e della salvezza.
Gesù informa in anticipo i suoi amici della sua partenza per favorire la loro fede quando questo avverrà (v. 29).
10 maggio 2010
Gv 15,2616,4a
26
Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; 27 e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.
16 1 Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2 Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3 E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4 Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato.
Gli amici di Gesù non saranno lasciati soli nelle persecuzioni e nelle circostanze dolorose: lo Spirito Santo li renderà abili alla testimonianza, confonderà i nemici del Cristo e lo glorificherà.
La missione specifica dello Spirito consisterà nel rendere testimonianza al Cristo, nel glorificarlo e nel prendere le sue difese davanti al mondo (Gv 16,8 ss).
Nel mandare il Paraclito, Cristo non opera in modo autonomo o indipendente, perché egli lo invia "da presso il Padre" e questa persona divina "procede da presso il Padre". Egli, venendo sui discepoli, svolgerà la sua missione a favore di Gesù, rendendogli testimonianza. Il Paraclito è chiamato "Spirito della verità" perché è lo Spirito di Cristo che è la verità (Gv 14,6) e perché svolge la sua missione a favore di Cristo che è la verità.
I discepoli potranno testimoniare la loro fede in Cristo perché riceveranno nel cuore la testimonianza interiore dello Spirito. Questa persona divina suscita ladesione vitale al Figlio di Dio (Gv 3, 5 ss) e conferma la fede profonda mediante la quale si riporta vittoria sul mondo incredulo (1Gv 5,5-6).
Gli apostoli potranno rendere testimonianza alla divinità del Cristo perché sono stati con lui fin dallinizio. Fortificati nella fede dallo Spirito Santo, saranno testimoni del Cristo dinanzi al mondo (Lc 24,48; At 1,8.22).
Con la sua rivelazione sul Paraclito, Gesù vuole prevenire lo scandalo dei discepoli in tempo di prove e di persecuzioni. Lemarginazione dalla società civile e religiosa sarà il primo passo contro i cristiani. Lodio dei nemici di Gesù si manifesterà anche in atti di violenza che giungeranno fino allassassinio; anzi, chi ucciderà i discepoli del Cristo penserà di rendere culto a Dio, perché non hanno conosciuto né il Padre né il Figlio.
Gesù ha rivelato in anticipo ai suoi amici le persecuzioni degli uomini e la testimonianza dello Spirito perché non si meraviglino e non si spaventino di tanto odio del mondo.
11 maggio 2010
Gv 16,5-11
5
Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? 6 Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7 Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. 8 E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9 Quanto al peccato, perché non credono in me; 10 quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; 11 quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.
Gesù sta per tornare al Padre e sente il bisogno di premunire i discepoli dalle tentazioni dello sconforto e dellapostasia. In tali circostanze dolorose i discepoli sperimenteranno angoscia e sofferenza, simili alle doglie del parto, ma la loro tristezza si trasformerà in gioia quando Gesù tornerà a prenderli con sé (Gv 16,21-22). Questa felicità sarà pregustata parzialmente in occasione dellapparizione del Risorto ai Dodici (Gv 20,20).
Il cuore dei discepoli non deve turbarsi per lannuncio della partenza di Gesù perché egli farà ritorno ad essi mediante il suo Spirito. La funzione dello Spirito Santo consiste nel convincere il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio. Egli fornirà ai discepoli, nellintimo della loro coscienza, la prova irrefutabile del grave delitto commesso dal mondo incredulo, rifiutando la rivelazione di Gesù e uccidendolo.
Lo Spirito convincerà il mondo di peccato perché non crede in Gesù: il peccato del mondo è lincredulità. Convincerà il mondo di giustizia perché Gesù ha fatto ritorno al Padre e perché mostrerà che il passaggio di Gesù da questo mondo al Padre non è una sconfitta, ma il trionfo del Cristo sul mondo che lha crocifisso pensando di sconfiggerlo per sempre.
Lo Spirito della verità farà giustizia a Gesù facendo rivedere il processo ingiusto nel quale il Cristo è stato condannato iniquamente, anzi, ne capovolgerà la sentenza a suo favore. Lapparente sconfitta di Cristo sulla croce costituisce il suo ritorno glorioso presso Dio, il suo ingresso trionfale nella gloria del Padre.
Lo Spirito infine convincerà il mondo di giudizio "perché il principe di questo mondo è giudicato". Con la revisione del processo di Gesù nellintimo delle coscienze, lo Spirito della verità mostrerà ai discepoli, nella fede, che il responsabile principale della passione e morte del Cristo, il diavolo, è stato giudicato e condannato proprio quando sembrava che avesse riportato vittoria completa su Gesù facendolo morire.
Il principe di questo mondo è stato sconfitto e cacciato fuori dal mondo con lesaltazione del Figlio di Dio (Gv 12,31).
12 maggio 2010
Gv 16,12-15
12
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà.
Gesù vorrebbe comunicare ai discepoli altre rivelazioni che ora essi non sono capaci di accogliere perché lo Spirito Santo non ha ancora acceso in loro una fede profonda.
Quando Gesù oppone la sua presente rivelazione in figure ed enigmi a quella futura, aperta e chiara, vuole riferirsi allazione del suo Spirito che fa capire e penetrare nel cuore la sua parola.
Lo Spirito della verità introdurrà i credenti nella verità tutta intera che è il Cristo, ma non porterà nuove rivelazioni. La sua funzione specifica consiste nel far capire e far vivere la parola di Gesù, rendendola operante nellesistenza dei discepoli.
Lo Spirito della verità glorificherà Gesù facendolo conoscere agli uomini, rivelandolo ad essi come Figlio di Dio e suscitando in essi la fede nella sua persona divina.
Tra Gesù e il Padre esiste perfetta comunione di vita e perfetta unità di azione. Lo Spirito riceverà dal Cristo tutti i beni della salvezza, la cui fonte si trova nel Padre.
13 maggio 2010
Gv 16,16-20
16
Ancora un poco e non mi vedrete; un po ancora e mi vedrete». 17 Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?». 18 Dicevano perciò: «Che cos'è mai questo "un poco" di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19 Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po ancora e mi vedrete? 20 In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia.
Gesù parla degli ultimi eventi della sua vita terrena con espressioni alquanto enigmatiche che provocano sconcerto nei suoi amici, i quali non riescono a capire soprattutto il senso delle parole "un poco".
Gesù aveva già usato queste parole nel primo discorso dellultima cena (Gv 13,33; 14,19): mentre i suoi nemici fra poco non lavrebbero visto più, i suoi amici lavrebbero rivisto, perché avrebbero partecipato alla sua vita.
Gesù sta per ritornare al Padre che lha mandato (Gv 16,5): per tale ragione i discepoli non potranno vedere il Maestro, perché egli sta lasciando definitivamente questo mondo; però con la risurrezione dalla morte, Gesù si farà vedere nuovamente ai suoi amici.
La passione e morte del Cristo provocherà pianto e afflizione nel cuore dei discepoli, mentre i suoi avversari si rallegreranno per la vittoria riportata. La tristezza dei discepoli però durerà poco: essa si trasformerà in gioia quando il Signore risorto apparirà loro il giorno di Pasqua (Gv 20,20).
14 maggio 2010
Gv 15,9-17
9
Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.
Come il Padre ama il Figlio, così il Figlio ama i suoi discepoli e, proprio perché li ama con un amore così grande, li scongiura di rimanere nel suo amore.
Gesù spiega come si rimane concretamente nel suo amore: osservando i suoi comandamenti, cioè vivendo la sua parola. Il Cristo si presenta come modello: egli ha custodito i precetti del Padre e perciò vive intimamente unito a lui.
Gesù si rivela come la vite della verità, cioè come la fonte della rivelazione e della salvezza mediante la manifestazione della vita di amore del Padre per inondare di pace, di gioia piena e di felicità profonda il cuore dei suoi amici.
I precetti dati da Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li contiene tutti, è uno solo: lamore scambievole tra i suoi discepoli.
Lelemento distintivo caratteristico dellamore fraterno tra i discepoli è la sua misura e il suo modello: "Come io vi ho amati" (v. 12). Il Cristo si presenta come lesemplare dellamore forte ed eroico, fino al vertice supremo (Gv 13,1.34) e come il fondamento di questo amore: è lui che lo rende possibile alluomo. Difatti la particella "come" (kathòs) indica non solo un paragone, ma anche la base su cui poggia il comportamento del discepolo (Gv 6,57; 13,15).
Gesù può dare con efficacia il suo comandamento perché egli è il Maestro dellamore e ne ha offerto agli amici la prova suprema con il sacrificio della vita (v. 13). Il dono della vita per gli amici costituisce il segno più eloquente dellamore forte e concreto.
Lamore di Dio si è manifestato nel dono del suo Figlio unigenito (Gv 3, 16; 1Gv 4, 9-10). Lamore di Dio è sperimentabile e concreto. Lamore dei discepoli devessere altrettanto concreto e impegnativo.
Lamore autentico per il Signore si dimostra osservando i suoi comandamenti (1Gv 2,4-5). Chi non vive la parola di Cristo, che prescrive lamore per i fratelli, non può amare Dio (1Gv 4, 20-21).
Gesù considera amici i suoi discepoli perché li ha resi partecipi dei segreti della sua vita divina (v. 15). Egli ha rivelato loro il nome, cioè la persona del Padre e quindi li ha resi partecipi della vita di Dio rivelando e comunicando loro la vita del Padre (Gv 8,26. 40). Questo rapporto damore non è frutto di una scelta dei discepoli, ma è dono, è grazia.
Gli apostoli, e dopo di loro tutti i credenti, sono stati scelti dal Cristo per essere suoi amici e suoi missionari (v. 16).
Gesù preannuncia la fecondità apostolica dei suoi amici. Una delle conseguenze importanti di questa unione fruttuosa con Cristo è lesaudimento delle loro richieste al Padre, fatte nel nome di Gesù (v. 16).
15 maggio 2010
Gv 16,23b-28
In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24 Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.
25 Queste cose vi ho dette in similitudini; ma verrà l'ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre. 26 In quel giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27 il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio. 28 Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre».
Nel giorno della risurrezione gli apostoli non sentiranno il bisogno di domandare spiegazioni a Gesù perché le loro numerose domande sul suo imminente ritorno al Padre (Gv 13,36-37; 14,15 ss; ecc.) avranno ottenuto una risposta soddisfacente nel fatto, del tutto inatteso, della risurrezione. Tuttavia se i discepoli faranno delle richieste al Padre, questi le esaudirà nel nome del Figlio.
Le preghiere dei cristiani saranno ascoltate se saranno conformi alla volontà del Signore (1Gv 5,14), perché Dio ama gli amici di Gesù (Gv 16,17). Per questa ragione egli esorta i discepoli a rivolgere richieste al Padre nel nome di Cristo affinché la loro gioia sia piena e perfetta. Tale gioia perfetta sarà concessa a chi rimane nellamore di Cristo (Gv 15,11), a chi vive la sua parola (Gv 17,13).
Gesù parla di una duplice fase della sua rivelazione: quella presente "in enigmi" e quella futura che sarà chiara, aperta e manifesta. La difficile e oscura rivelazione di Gesù diverrà chiara, aperta e manifesta ai discepoli per opera dello Spirito della verità.
Dopo la glorificazione di Gesù, i cristiani rivolgeranno richieste al Padre nel nome del Figlio. Tali suppliche saranno infallibilmente esaudite (Gv 14,13-14; 15,16) perché Dio ama coloro che credono in Gesù. Il Padre ama tutta lumanità (Gv 3,16), ma in modo speciale le persone che amano suo Figlio (Gv 14,21.23). In tale situazione felice non appare più necessaria la preghiera di intercessione del Signore Gesù perché siano ascoltate dal Padre le richieste dei credenti, in quanto la mediazione di Gesù ha raggiunto il suo scopo, quello di unire i discepoli a Dio.
I Dodici non solo amano Gesù, ma hanno creduto nella sua origine divina. Giovanni attribuisce molta importanza a questo aspetto della fede, perché lo considera un elemento fondamentale del discepolo autentico (Gv 17,8).
Gesù è conscio della sua origine divina (Gv 6, 46; 7,29) e con tale consapevolezza dà inizio alla sua passione (Gv 13,3). Egli è uscito dal Padre per venire nel mondo, ora con la sua morte gloriosa fa ritorno al Padre che lha mandato (Gv 16,5).
16 maggio 2010
Lc 24,46-53
46
«Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto».
50 Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51 Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. 52 Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
Il mistero di Cristo si può presentare solamente attraverso le Scritture. Solo Dio conosce il suo Inviato, il cammino che deve percorrere e la meta che deve raggiungere. I segreti di Dio non si scoprono attraverso la riflessione e la sapienza umana, ma solo attraverso la sua libera comunicazione. Per questo il richiamo alle Scritture non è facoltativo, ma obbligatorio per capire il piano di Dio e il cammino del suo Cristo.
La catechesi di Cristo si conclude con la missione degli Undici a tutte le nazioni perché siano i continuatori della sua opera e i testimoni della sua risurrezione. In essa sono racchiusi gli articoli del kerigma apostolico: lannunzio della morte e risurrezione di Cristo (v. 46), la predicazione della conversione per la remissione dei peccati (v. 47)e la funzione della testimonianza (v. 48).
Lannuncio evangelico era cominciato con la predicazione della penitenza e la remissione dei peccati e si chiude con lo stesso tema (v. 47). Gesù ha assolto la sua missione nel costante tentativo di distogliere gli uomini dal male; ora la sua opera deve continuare attraverso i suoi inviati. Annunciando agli uomini il lieto messaggio del perdono dei peccati e della pace piena e perfetta con Dio, essi non saranno dei conquistatori, ma dei benefattori dellumanità.
Ma prima di partire per la missione, la Chiesa dovrà ricevere il dono dello Spirito Santo. Se gli apostoli sono i continuatori e i testimoni di Gesù, devono ricevere la stessa investitura di Gesù. Egli si è mosso dopo aver ricevuto il battesimo nello Spirito (Lc 4,14); la stessa cosa deve compiersi per i suoi apostoli.
Questi messaggeri di pace, che si dirameranno da Gerusalemme verso tutte le parti del mondo, saranno corroborati dalla forza dello Spirito. La loro potenza è la forza della fede.
Lascensione è narrata due volte da Luca, come conclusione del Vangelo e come inizio degli Atti. Il Signore non si allontana dai suoi. Sarà sempre in cammino con i pellegrini della storia, come i due discepoli di Emmaus.
Ma la sua presenza non sarà fisica, limitata nello spazio e nel tempo. Sarà spirituale, illimitata, ovunque e sempre. Prima era vicino a noi col suo corpo, ora è in noi col suo Spirito. Prima era visibile con il volto di un altro, ora è invisibile e ha preso il nostro volto.
Il suo distare non è un andare lontano, ma un elevarsi là dove può racchiudere in sé ogni orizzonte. Raggiunto il cuore del Padre, Gesù è vicino ad ogni fratello, perché ogni uomo è nel cuore di Dio.
"Condurre fuori" (v. 50) indica lazione di Dio quando libera il suo popolo. Nella trasfigurazione, Mosè ed Elia parlavano dellesodo di Gesù che stava per compiersi in Gerusalemme (Lc 9,31). Ora nellascensione si compie perfettamente e definitivamente.
Il ritorno di Gesù al Padre è la redenzione del cosmo, il ritorno di tutto a colui dal quale è uscito. Il compimento dellesodo di Gesù segna linizio del nostro: mentre ascende al cielo, conduce fuori anche i suoi discepoli. In lui anche noi siamo già risorti, fatti sedere nei cieli e glorificati (Fil 3,20; Col 3,3; Ef 2,6; Rm 8,30).
In Gesù che ascende al cielo conosciamo compiutamente il mistero delluomo e del suo corpo: Sappiamo da dove viene perché vediamo dove va: viene dal Padre della vita e a lui ritorna.
La glorificazione di Gesù con il suo corpo è la realizzazione della brama più profonda che Dio ha messo nelluomo: diventare come Dio, vincendo la morte. Non è un sogno proibito (Gen 3,4-5), ma il dono definitivo di Dio.
Dopo che Gesù ci ha benedetti con tutta la sua vita, anche noi possiamo benedire Dio. Il tempio, abitazione di Dio, è ora stabile abitazione delluomo. Luno e laltro abitano insieme. Dio si fa dimora delluomo e luomo diventa dimora di Dio. In questo modo è esaudita completamente la preghiera più vera e più profonda di ogni credente, il suo desiderio di eternità: "Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore" (Sal 27,4).
17 maggio 2010
Gv 16,29-33
29
Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. 30 Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». 31 Rispose loro Gesù: «Adesso credete? 32 Ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
33 Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».
In questo brano il linguaggio di Gesù è giudicato chiaro dai discepoli. Il fatto che Gesù conosca tutti i pensieri prima che siano espressi suscita la loro professione di fede nella sua onniscienza e nella sua origine divina.
Essi credono di avere compreso il segreto della persona di Gesù e di possedere una fede adulta in Dio, ma il Maestro non si lascia lusingare da questa professione di fede, anzi prende motivo da essa per predire limminente defezione dei discepoli durante il suo arresto: essi non crederanno più e torneranno ai loro interessi, abbandonandolo.
Gesù, però, nonostante labbandono dei discepoli, non rimane solo, perché è sempre unito al Padre: egli è una cosa sola con il Padre (Gv 10,30.38).
Al termine del discorso Gesù ritorna sul tema della gioia e della sofferenza dei discepoli per invitarli alla fiducia: la vittoria finale sarà del Cristo e dei suoi amici.
Gesù ha vinto il mondo, disarmandolo con lamore: alle ricchezze ha preferito la povertà, agli onori lumiltà, la croce e la trasparenza di vita. Egli ha scelto ciò che conta nella vita e non leffimero.
"Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!". Con questo grido di vittoria termina il secondo e ultimo discorso di Gesù nellultima cena.
18 maggio 2010
Gv 17,1-11a
1
Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. 2 Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.
6 Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. 10 Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te.
Tra i due lunghi discorsi delladdio e il racconto della passione, Giovanni inserisce una solenne preghiera di Gesù al Padre. Questa preghiera è stata chiamata "sacerdotale" perché presenta Gesù come il sommo sacerdote che intercede per i suoi fratelli (1Gv 2,1-2; Rm 8,34; Eb 4,15; 7,25).
Ciò nonostante, la preghiera di Gesù è segnata profondamente dallo scoccare della sua "ora" (v. 1): la glorificazione del Figlio, la protezione paterna dei discepoli e lunità dei credenti.
Il genere letterario di questa preghiera rientra negli schemi dei testamenti o discorsi di addio dei patriarchi (Dt 32 e 33, ecc.). In questo capitolo Gesù esprime le sue ultime volontà in forma di preghiera al Padre. Luso del verbo "voglio" (v. 24) conferma il valore di testamento spirituale di questo capitolo.
La sublime preghiera del capitolo 17 chiude il vangelo di Giovanni prima del racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù. Per il suo carattere poetico forma una grande inclusione con il prologo.
Il Cristo prega il Padre elevando gli occhi al cielo come aveva fatto prima di risuscitare Lazzaro (Gv 11,41); il cielo, nel linguaggio degli antichi, è considerato il luogo della dimora di Dio.
Gesù chiede al Padre di glorificare il Figlio suo perché l"ora" è giunta, ossia è già iniziata la parte finale della sua vita, nella quale egli è glorificato con la sua passione, morte e risurrezione.
In questo testo si afferma che è il Padre lautore di questa glorificazione e che la glorificazione del Figlio è contemporaneamente la glorificazione del Padre. Gesù glorifica il Padre compiendo lopera di rivelazione e di salvezza affidatagli dal Padre. Ha ricevuto la missione di donare la vita eterna a tutti gli uomini che vorranno diventare suoi discepoli.
Nel v. 3 è proclamato in che cosa consista la vita eterna: nel conoscere lunico vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo. Questa conoscenza deve essere intesa in senso biblico, come sinonimo di comunione vitale, intima, profonda. La vita eterna consiste nella comunione con il Padre e con il Figlio suo.
Gesù, alla fine della sua missione rivelatrice, proclama di aver glorificato il Padre sulla terra portando a termine in modo perfetto lopera affidatagli da Dio. Questopera di rivelazione e di salvezza raggiunge il compimento pieno e perfetto sulla croce (Gv 19,28.30). Qui lamore di Gesù per i suoi amici raggiunge la perfezione.
Il Verbo di Dio, prima dellincarnazione, possedeva la gloria divina, frutto dellamore eterno del Padre (Gv 17,24). Assumendo la natura umana nella sua fragilità e debolezza (Gv 1,14), il Figlio di Dio occultò la sua gloria divina (Fil 2,6-7) e la manifestò a sprazzi durante la sua vita terrena (Gv 1,14; 2,11; Lc 9,31). La gloria divina sarà comunicata alla natura umana del Figlio di Dio, in tutto il suo splendore, con la sua esaltazione sulla croce e con la sua risurrezione e ascensione al cielo.
Dal v. 6 in avanti Gesù parla degli uomini che il Padre gli ha dato dal mondo. I discepoli sono uno dei doni più preziosi concessi da Dio a suo Figlio; essi sono proprietà del Padre, ma sono stati dati a Gesù. A questi amici il Cristo ha rivelato il nome del Padre e continuerà a manifestarlo affinché il suo amore sia in essi (Gv 17,26). Il Figlio è la manifestazione dellamore di Dio per lumanità (Gv 3,16). Il nome del Padre indica la persona di Dio in quanto Padre, che è la fonte della vita divina del Figlio.
Dinanzi alla manifestazione di Dio come Padre, i discepoli hanno reagito custodendo la sua parola, cioè credendo in modo concreto e dimostrando di amare seriamente il Padre. Gesù ha ricevuto tutto in dono dal Padre e ha donato tutto ai discepoli. La fede dei discepoli ha per oggetto anche lorigine divina di Gesù mandato dal Padre: essi hanno creduto che egli è uscito dal Padre ed è stato inviato da lui (v. 8).
Gesù precisa che la sua preghiera è per i credenti e non per il mondo tenebroso, perché esso si esclude da solo dalla vita e dalla salvezza rifiutando volontariamente la rivelazione del Figlio di Dio. Gesù non prega per il mondo, inteso come la personificazione delle potenze occulte del male che lottano contro il Padre e contro il suo Inviato.
Egli prega invece per i suoi, perché li ama di un amore fortissimo e concreto (Gv 13,1). Li affida al Padre affinché li custodisca nel suo nome, perché sono sua proprietà: il Padre e il Figlio hanno tutto in comune.
Come il Padre è glorificato nel Figlio (Gv 13,31-32; 14,13), così il Figlio è glorificato nei discepoli (Gv 17,10) attraverso la loro testimonianza, resa possibile dallazione dello Spirito Santo nel loro cuore (Gv 15, 26-27). In questo modo Gesù sarà glorificato dallo Spirito della verità (Gv 16,14).
Gesù rivolge la sua preghiera al Padre a favore degli amici che rimangono nel mondo mentre egli torna al Padre. Lespressione "Padre santo" è esclusiva di questa preghiera sacerdotale e indica la trascendenza increata di Dio, la sua essenza, la sua maestà rivelata nella gloria. Il nome santo del Padre "è come un tempio, come un luogo nel quale Gesù domanda che i credenti siano custoditi" (De La Potterie). Con tale protezione Dio si manifesta come Padre e si fa conoscere come il Santo, il Dio trascendente e onnipotente.
19 maggio 2010
Gv 17,11b-19
11
Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.
12 Quand'ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura. 13 Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14 Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
15 Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. 16 Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17 Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18 Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo; 19 per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.
Nei vv. 11-12 di questo brano Gesù afferma per due volte che il Padre gli ha donato il suo nome. Ciò significa che "donando il suo nome al Figlio, il Padre si fa conoscere da lui come Padre e nello stesso tempo si dona a lui in un amore eterno" (De La Potterie).
La prima conseguenza benefica della protezione del Padre verso i credenti è la loro unione profonda fondata e modellata sullunità del Padre e del Figlio. Questa tematica dellunità è toccata di sfuggita in questo passo; essa sarà uno degli argomenti più importanti del brano che seguirà (Gv 17,21-26).
Gesù, con le sue cure di buon Pastore (Gv 10,11 ss), ha impedito la perdizione dei suoi amici, anzi ha operato la loro salvezza (Gv 3,16-17) e ha donato loro la vita in abbondanza (Gv 10,10). Il Cristo però riconosce che in tale opera di salvezza si è verificata uneccezione per "il figlio della perdizione", Giuda.
Levangelista ha già descritto il suo tradimento, linvasamento diabolico e lingresso nel regno di satana (Gv 13,21.30). Per Giovanni il traditore è un diavolo (Gv 6,70), quindi è votato alla rovina. Il tradimento di Giuda però non appare senza significato nel piano della salvezza: egli doveva compiere la Scrittura. Probabilmente si allude al Salmo 41,10: "Anche lamico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno".
Gesù prega il Padre per gli amici che sta per lasciare nel mondo e aggiunge che lo scopo della sua preghiera è favorire la gioia piena dei discepoli. Per essi il sapersi affidati al nome paterno di Dio, alle mani forti e amorose del Padre, deve essere fonte di gioia perfetta e di pace profonda.
Gesù ha custodito gli amici nel nome del Padre donando loro la sua parola (v. 14), cioè donando loro la rivelazione totale e definitiva di Dio. I discepoli quindi sono stati illuminati dalla parola di Gesù: per questa ragione il mondo tenebroso li ha odiati. I credenti non fanno più parte del mondo e per questo motivo il mondo li odia.
Nonostante lodio delle tenebre contro i credenti, Gesù non chiede al Padre di toglierli dal mondo, ma lo prega di custodirli dal maligno. Dio custodirà i discepoli nel suo nome santo (v. 11), preservandoli dallinflusso del demonio e del male (v. 5), cioè santificandoli nella verità (v. 17).
La santità piena e perfetta è posseduta dallunico uomo senza peccato (Gv 8,46; Eb 4,15; 7,26), santificato dal Padre e inviato nel mondo (Gv 10,36); egli è il Santo di Dio (Gv 6,69), è lunica persona che appartiene totalmente a Dio.
La santità dei cristiani invocata da Gesù nei vv. 17 e 19 devessere intesa come fedeltà piena al patto damore sancito nel sangue di Cristo, vivendo da autentici figli di Dio, da proprietà esclusiva del Padre.
Il Padre opera la santificazione dei credenti nella sua parola e per mezzo della sua parola. La verità, che è la rivelazione totale e definitiva del nome, della persona del Padre, costituisce lambiente vitale nel quale i cristiani devono essere santificati. Questa parola, questa verità è il Cristo. Il Padre santifica i credenti per mezzo del Figlio, Parola di Dio. La santificazione è quindi la vita di comunione filiale con Dio per mezzo di Cristo.
Essere santificati nella verità significa essere custoditi nella vita filiale, nella comunione con il Padre, per mezzo della nostra comunione con il Figlio che è unito al Padre.
Una delle conseguenze più immediate della santificazione dei discepoli è la loro abilitazione alla missione. Come il Figlio è stato santificato e inviato nel mondo (Gv 10,36), così i credenti possono essere inviati nel mondo da Gesù (v. 18) perché il Padre li santifica nella verità (vv. 17 e 19).
Gesù santifica se stesso "nella verità" come i discepoli, cioè rivelando il nome del Padre, adempiendo la sua missione di Inviato di Dio. Gesù si santifica per i suoi discepoli per salvarli. La santificazione salvifica di Gesù a favore dei credenti è orientata verso lofferta della sua vita sul Calvario.
La rivelazione dellamore paterno di Dio, attraverso il dono del Figlio allumanità, opera la salvezza e la santificazione dei credenti, i quali potranno vivere in comunione piena con il Padre lasciandosi guidare in tutto dalla sua volontà, partecipando così alla santità di Cristo, causa, fondamento e modello di quella dei discepoli.
20 maggio 2010
Gv 17,20-26
20
Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; 21 perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
22 E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. 23 Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
24 Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.
25 Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
A questo punto del capitolo 17 la preghiera di Gesù si allarga fino ad abbracciare tutti i discepoli che in futuro crederanno in lui per la parola dei suoi primi discepoli. Per essi chiede al Padre il dono dellunità più profonda, modellata e fondata sulla comunione di vita tra il Padre e il Figlio.
Il "come" indica il modello e il fondamento dellunità dei credenti. I cristiani devono ispirarsi allideale realizzato dalle persone della Trinità; nella loro vita di comunione devono tendere a questa unità perfetta. Una vita di unione e damore così profonda nella comunità cristiana riveste un valore fortissimo per suscitare la fede: "Affinché il mondo creda che tu mi hai mandato" (vv. 21 e 23).
Gesù ha donato ai discepoli la gloria ricevuta dal Padre (v. 22), ossia ha reso i credenti partecipi della sua divinità. Questa gloria divina rifulge in modo unico nel Figlio, per questo Gesù domanda al Padre di farla contemplare ai credenti (v. 24). Il dono della gloria di essere figli di Dio è stato concesso ai discepoli in vista dellunità: "affinché siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola" (v. 22).
I cristiani, consapevoli di essere figli dello stesso Padre e di formare la famiglia di Dio devono vivere uniti, in perfetta comunione di mente e di cuore, a somiglianza del Padre e del Figlio; anzi, sono inseriti nella vita della Trinità, perché il Padre è nel Figlio e il Figlio è nei discepoli. Quindi, rimanendo vitalmente uniti a Cristo, i credenti vivono in comunione perfetta con Dio e così si realizza la perfezione dellunità.
Tale unità dei cristiani avrà un effetto di salvezza per lumanità: susciterà la fede nella missione divina di Gesù e il riconoscimento dellamore del Padre per i discepoli. Il Padre ama i credenti come ama Gesù e li ama in lui.
Nel v. 24 Gesù esprime la sua estrema volontà: "Padre, voglio". Gesù chiede che i suoi discepoli partecipino alla sua gloria in paradiso. Al malfattore, crocifisso con lui, Gesù assicura: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43).
Il passo finale di questa preghiera si apre con linvocazione "Padre giusto": essa è una variazione di "Padre santo" (17,11); ambedue le invocazioni esprimono la trascendenza e la natura di Dio. Nel salmo 145,17 gli aggettivi giusto e santo, riferiti al Signore, sono sinonimi.
Nelle ultime invocazioni di questa preghiera Gesù ricorda al Padre che egli e i suoi discepoli hanno riconosciuto la sua santità, ossia la sua trascendenza divina. Il mondo tenebroso invece non ha voluto conoscere Dio perché ha rifiutato la luce di Cristo e quindi non può giungere a Dio, perché nessuno va al Padre se non per mezzo del Figlio (Gv 8,19.39ss; 14,6ss).
Luomo Gesù ha riconosciuto il Padre per esperienza diretta e in maniera vitale. I suoi discepoli si sono inseriti in questa corrente di luce aprendosi alla fede nellInviato di Dio (v. 25).
Nelle battute finali Gesù riprende la tematica della rivelazione del nome del Padre ai suoi amici (17,6.26). La manifestazione passata della rivelazione ("ho manifestato loro il tuo nome") ricorda il ministero pubblico di Gesù fino allo scoccare dell"ora" presente. La manifestazione futura ("lo manifesterò") riguarda gli avvenimenti finali della vita terrena di Cristo, ossia la sua glorificazione con la passione, morte, risurrezione e ascensione. L"ora" di Gesù costituisce la manifestazione piena e definitiva del nome del Padre, della manifestazione del suo amore, del dono dellamore di Dio ai discepoli. Lamore del Padre per i credenti è concesso in occasione dellesaltazione suprema del Figlio (v. 26).
21 maggio 2010
Gv 21,15-19
15
Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».
Al termine del pasto con i discepoli, Gesù si rivolge a Pietro, chiedendogli una professione damore, per affidargli il suo gregge: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?" (v. 15). Il Cristo per costituire Pietro pastore della Chiesa esige da lui un amore più grande di quello degli altri amici.
Nella sua risposta lapostolo si appella alla scienza divina di Gesù chiamandolo Signore, evitando così la presunzione di considerarsi migliore degli altri. La triste esperienza del rinnegamento, dopo che Pietro aveva protestato di voler dare la vita per Gesù anche se tutti gli altri lavessero abbandonato (Mc 14,29), ha prodotto il suo effetto benefico. Pietro non si confronta più con gli altri, ma professa con sincerità e semplicità il suo amore per il Signore.
Pietro, dopo la sua dichiarazione damore, riceve da Gesù il conferimento dellufficio pastorale: "Pasci i miei agnelli" (v. 15); "Pasci le mie pecore" (vv. 16-17). Quindi Pietro è costituito pastore di tutto il gregge, ossia guida spirituale di tutta la Chiesa. I membri della Chiesa appartengono a Cristo: sono i suoi agnelli e le sue pecore. Gesù, prima di lasciare definitivamente questo mondo, costituisce Pietro suo vicario nella missione di guida e di pastore del popolo di Dio.
Dopo aver investito Pietro della missione di guida della Chiesa, Gesù gli predice la fine: in vecchiaia lapostolo sperimenterà la prigione e verserà il suo sangue per il Signore. Gesù ha perdonato Pietro, lo ha riabilitato e ha fatto di lui un uomo nuovo che lo imiterà anche nel martirio.
Durante lultima cena Pietro aveva affermato di voler seguire subito il Signore, offrendo la sua vita per lui; Gesù però gli aveva replicato che lavrebbe seguito in futuro.
Dopo la sua risurrezione il Signore annuncia a Pietro che questa testimonianza la darà in vecchiaia (v. 18). A somiglianza di Gesù, Pietro glorificherà Dio con la testimonianza del sangue versato.
Seguire Gesù è andare con lui fino alla morte (v. 19).
22 maggio 2010
Gv 21,20-25
20
Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21 Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». 22 Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi». 23 Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?».
24 Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25 Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.
La predizione della sua morte suscita in Pietro la curiosità sulla sorte del discepolo amato che lo seguiva dietro il Maestro (v. 20). Ma Gesù non soddisfa la curiosità dellapostolo. Pietro non deve preoccuparsi della fine dellamico, ma solo di seguire il Maestro; Gesù potrebbe lasciarlo in vita fino al suo ritorno nella parusia, che probabilmente non era ritenuta lontana (cfr 1Cor 4,5; 11,26; 1Ts 4,15ss; Ap 3,11; 22,7.12.20).
Probabilmente questo discepolo amato, noto a tutti i lettori del vangelo di Giovanni, dovette essere molto longevo; per questo le parole del Signore a Pietro, riportate nel v. 22, furono equivocate e considerate una profezia della sua immortalità (v. 23).
Alla fine di questo brano troviamo un secondo epilogo sulla veracità della testimonianza del discepolo amato e sullincompletezza del vangelo di Giovanni.
Con liperbole del v. 25 lautore vuol mettere in risalto che solo una piccola parte delle opere compiute da Gesù è stata messa per iscritto.
Questo lavoro di raccolta e di penetrazione è un grande dono per la fede della Chiesa e di ogni discepolo, che ha per vocazione un orizzonte senza confini, come il messaggio spirituale di Cristo.
Origene ha scritto: "Primizia dei vangeli è quello secondo Giovanni, il cui senso profondo non può cogliere chi non abbia poggiato il capo sul petto di Gesù e non abbia ricevuto da lui Maria come sua madre. Colui che sarà un nuovo Giovanni deve diventare tale da essere indicato da Gesù, per così dire, come Giovanni che è Gesù" (Commento al vangelo di Giovanni, Torino 1968, 123).
23 maggio 2010
Gv 14,15-16.23b-26
15
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre.
23«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25 Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. 26 Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Nel brano precedente Gesù ha parlato dellamore in prospettiva orizzontale: i cristiani devono amarsi vicendevolmente come Cristo li ha amati. Ora Gesù riprende largomento dellamore, soprattutto in prospettiva verticale.
Le tre persone della santissima Trinità abiteranno stabilmente nei credenti, i quali diverranno il tempio vivente di Dio. Perciò Gesù non sarà più visto con gli occhi del corpo, ma sarà presente in un modo più intimo nel profondo del cuore dei suoi discepoli, assieme al Padre e allo Spirito Santo.
Largomento dei vv. 15-16 è lamore per Gesù dimostrato con la pratica dei suoi comandamenti. Questo tema è sviluppato ampiamente nella Prima Lettera di Giovanni, nella quale si insegna che non può amare Dio chi non ama il fratello e che bisogna amare non a parole, ma con i fatti (1Gv 3,16-18). Come lamore del Padre ci è stato dimostrato nel dono del Figlio unigenito, così i cristiani devono amarsi concretamente (1Gv 4,7-21).
I comandamenti di Cristo da osservare sono le sue parole (vv. 23-24). La parola di Gesù è la verità (Gv 17,17), quindi losservanza dei precetti del Cristo indica lassimilazione della rivelazione del Figlio di Dio, caratterizzata dallamore eccezionale del Padre per il mondo (Gv 3,16) e di Gesù per i suoi (Gv 13,1).
Per questo osserva i comandamenti del Cristo chi si impegna a imitare la sua carità eroica fino al dono della vita per i fratelli. Se uno ama il Cristo metterà in pratica la sua parola: "Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato" (Gv 13,34).
Questo amore così forte, esigente e concreto non è possibile alla natura umana; per tale impegno eroico è necessario lintervento dello Spirito di Dio. Per questo Gesù chiederà al Padre di donare ai suoi discepoli lo Spirito della verità, affinché sia sempre con loro (vv. 16-17).
Lo Spirito Santo ha la missione di far penetrare nel cuore dei discepoli la parola di Gesù, la verità, rendendoli capaci di osservare i comandamenti del Signore e in modo speciale il comandamento nuovo dellamore.
Nel v. 23 Gesù chiarisce che la sua manifestazione ai discepoli non avverrà in modo spettacolare ed esterno, ma si realizzerà nellintimo delle coscienze, con la sua venuta insieme al Padre nel cuore dei discepoli. Il regno di Dio infatti non è di carattere politico, non è di questo mondo, ma si instaura con lassimilazione della verità (Gv 18,36-37), osservando la sua parola.
Con tale interiorizzazione della rivelazione del Cristo, i discepoli sono resi tempio di Dio, ospiteranno le tre divine Persone.
Nel v. 24 Gesù ribadisce una verità già annunciata precedentemente (v. 10): la sua parola, ascoltata dai discepoli, in realtà è del Padre che lha mandato.
Gesù mette in rapporto la sua rivelazione con lazione dello Spirito Santo. Egli, dimorando presso i suoi amici, ha rivelato la parola di Dio (v. 25). Ma essi non hanno capito né fatto penetrare nel cuore la verità; di qui la necessità dellintervento dello Spirito Santo. Quindi non solo Gesù, ma anche lo Spirito è maestro di fede: egli insegnerà ogni cosa ai credenti.
Lo Spirito Santo non eserciterà una funzione didattica prescindendo dalla rivelazione di Gesù, ma ricordando ai discepoli le parole di Gesù (v. 26) e introducendoli nella verità tutta intera (Gv 16,13).
24 maggio 2010
Mc 10,17-27
17
Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19 Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
20 Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21 Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
23 Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». 24 I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio! 25 E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26 Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». 27 Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».
Il vangelo di oggi ci insegna il vero atteggiamento del cristiano nei confronti della proprietà, della povertà e della ricchezza. Il comportamento da tenere nei confronti dei beni terreni va visto in ordine a Gesù: se facilitano o impediscono il seguire Gesù. Dallesempio presentato da questo brano di vangelo impariamo quanto le ricchezze esercitano un pericoloso potere perfino su persone serie e impegnate. Inoltre, sullesempio di Pietro e dei primi discepoli che per Gesù hanno abbandonato tutto, siamo incoraggiati a camminare sulla via del distacco e della povertà. Non a tutti, forse, è indispensabile alleggerirsi dei propri averi; tutti però devono ascoltare lappello a una totale dedizione, che Gesù rivolge a ciascuno, sia pure in modo diverso. Si tratta di fare spazio a Gesù. Rinunciare a se stessi per seguire Gesù significa concretamente togliere di mezzo gli idoli che occupano lo spazio e il tempo della nostra vita, e sono di ostacolo sulla via del regno di Dio.
Luomo di cui parla il vangelo è un osservante della legge (v. 20), ma il seguire Gesù è molto di più che il semplice adempimento della legge. Anche il giusto ha un distacco da fare e non è detto che sempre lo faccia. Il peccatore pubblico Levi (cfr Lc 5,27-28) accettò linvito, luomo ricco, giusto e osservante lo rifiutò. Una vocazione mancata a causa della schiavitù delle ricchezze. Queste perciò non sono innocue, ma tendono a rendere luomo schiavo. Quando questo avviene, le ricchezze comandano e luomo obbedisce. Lavidità di ricchezza è vera idolatria (cfr Col 3,5) e lattaccamento al denaro è la radice di tutti i mali (cfr 1Tm 6,10). Il denaro è un ottimo servo, ma un pessimo padrone. Rifiutando la libertà che gli viene offerta, questo tale se ne va rattristato. Questa tristezza è segno che la grazia lha toccato: la sua ricchezza si oppone attualmente al progresso spirituale, ma la misericordia di Dio lha reso cosciente di ciò, facendogli capire che, con le sue azioni e osservanze, non può ottenere in eredità la vita eterna. La tristezza che lo invade è dono dellamore del Dio buono (v.18) che incessantemente lo chiama. Fino a questo punto lattaccamento ai suoi beni lo rende cieco: non vede il suo vero bene che è Dio presente in Gesù. Nellalternativa o Dio o mammona, sceglie mammona, ossia le cose che possiede. Alla fine, invece della gioia di chi ha trovato il tesoro (cfr Mt 13,44), ha la tristezza di chi lha perduto.
E difficile entrare nel regno di Dio per coloro che hanno ricchezze (v. 23) e anche per gli altri (v. 24). Un giorno Gesù aveva parlato di quelli che ricevono il seme della Parola tra le spine: "Sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e linganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto" (Mc 4,18-19). Le ricchezze, ma non solo le ricchezze, possono preoccupare e ingannare luomo e soffocare la parola di Dio nel suo cuore.
Tutti siamo troppo grandi per entrare nel regno di Dio dove entrano solo i piccoli e i bambini: siamo cammelli che tentano buffamente di passare per la cruna di un ago. Riconoscere questa nostra impossibilità è già un buon punto di partenza per diventare piccoli.
Salvarsi non è né facile né difficile: è assolutamente impossibile alluomo. Solo Dio può salvarci. Il mestiere di Dio è fare ciò che è impossibile alluomo. A noi non resta che chiedere, nonostante le nostre resistenze contrarie, questa salvezza impossibile che solo Dio può donarci.
25 maggio 2010
Mc 10,28-31
28
Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29 Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, 30 che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. 31 E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».
Non si sceglie la povertà per se stessa, non si lasciano le persone più care per il gusto di lasciarle: ciò sarebbe irragionevole, sarebbe un vero male. Se si sceglie di lasciare tutto e tutti è per qualcosa di più grande e soprattutto per Qualcuno più grande: per seguire Gesù e dedicare ideali, mente e cuore allannuncio del vangelo. Sono queste le finalità che danno un senso alla povertà e al distacco. Nella povertà Gesù propone alluomo la rinuncia al dio di questo mondo. La povertà è essenziale per seguire Cristo ed è indispensabile per avere la vita eterna (v. 17).
In origine con lespressione "il centuplo", forse, si intendeva la vita eterna, ma la comunità cristiana scorgeva questo centuplo già nel fatto che i discepoli di Cristo, rinunciando alla casa, alla famiglia e alle proprietà, ritrovavano una nuova famiglia e una casa nella comunità. Sebbene i credenti possano trovare una certa compensazione nei numerosi "fratelli, sorelle, madri e figli", come pure nellassistenza materiale che ricevono in seno alla comunità, devono tuttavia sapere che quaggiù siamo ancora nel tempo delle persecuzioni, delle tribolazioni, della croce.
Anche il fare della comunità la propria casa può nascondere delle insidie. Chi cerca nella comunione con i fratelli e le sorelle di fede una reale compensazione in cambio di ciò che ha lasciato, non ha ancora compreso la chiamata a seguire Gesù fino alla croce. Gesù si separò perfino dai discepoli più cari, morendo solo e abbandonato, per la salvezza di tutti. La comunità non è in primo luogo un rifugio per le persone sole, ma uno spazio dove si raccolgono coloro che rinunciano ai propri desideri per amore di Gesù e si mettono al servizio degli altri uomini. Essa non costituisce un cantuccio tranquillo e appartato dal mondo, ma un punto di partenza per andare verso il mondo.
Le persecuzioni sono i test di fedeltà a Cristo e al vangelo. Il giorno in cui la comunità cristiana non fosse più perseguitata si potrebbero fare solo due ipotesi: o tutti sono diventati definitivamente cristiani, compreso il diavolo, o i cristiani non sono più tali.
"Molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi" (v. 31). Questa frase finale riassume, in modo vigoroso, linsegnamento di Gesù sul capovolgimento dei valori, riprendendo il tema della vera precedenza, introdotto dalla discussione nella casa di Cafarnao (Mc 9,34-35).
26 maggio 2010
Mc 10,32-45
32
Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: 33 «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, 34 lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà».
35 E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: 37 «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38 Gesù disse loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». 39 E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. 40 Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
41 All'udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. 42 Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. 43 Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, 44 e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. 45 Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Questo brano è lultima delle tre predizioni che scandiscono la terza parte del vangelo. Ormai, appare allorizzonte la meta. Il discorso è dettagliato, chiaro ed esplicito. Il viaggio a Gerusalemme ha come termine la consegna del Figlio delluomo.
Cè tutta una serie di sette verbi messi in fila con la semplice congiunzione "e". Sei il numero delluomo descrivono la nostra azione: condannare, consegnare, schernire, sputacchiare, flagellare, uccidere. E come la somma di tutto il male, che raggiunge il culmine nelluccisione di Dio. Ma la parola definitiva non spetta a noi, ma a Dio: "dopo tre giorni risusciterà". Dio che ha detto la prima parola (Gen 1), si riserva di dire anche lultima (escatologia). Egli ci lascia liberi, ma ingloba la nostra azione nella sua, offrendoci un dono impensabile.
Gesù, il Cristo sofferente, il Figlio di Dio ucciso e risorto, umiliato e innalzato, è il mistero della nostra fede. La croce di Gesù non è un incidente di percorso, da dimenticare nella risurrezione. Cristo fu esaltato proprio per la sua obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce (Fil 2,8-9). Qui è il mistero di Dio.
La reazione dei discepoli alla terza predizione della Passione è peggiore delle precedenti. Dopo la prima ci fu un forte diverbio tra Gesù e Pietro, il quale pensa secondo gli uomini e non secondo Dio ( Lc 8,32-33). Dopo la seconda ci fu lincomprensione e il mutismo da parte di tutti gli apostoli, intenti a litigare su chi fosse il più grande (Lc 9,32-33). Dopo la terza ci si aspetterebbe un minimo di comprensione. Ma è come se Gesù non avesse detto nulla. Anzi, due dei prediletti, Giacomo e Giovanni, invece di ascoltarlo e fare la sua volontà, vogliono che lui li ascolti e faccia la loro. E il capovolgimento del rapporto fondamentale della fede.
Certe verità e certe conseguenze delle proprie scelte di vita sono dure da accettare. Ci si dichiara completamente disponibili a Dio, ma in realtà si continua ad avere i propri programmi e interessi personali e sogni di grandezza umana. Giacomo e Giovanni non pretendono di avere il posto di Gesù, ma vogliono essere i primi due dopo di lui. Un simile modo di agire in una comunità può solo suscitare rancori, gelosie, contrasti e divisioni.
Gesù ritorna sul dovere dellumiltà e del servizio e pone se stesso come modello da imitare. Egli non si mette nella logica dei grandi di questo mondo: non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per la salvezza di tutti. Egli riprende il discorso della croce e ne precisa il significato. Essa è: "servire e dare la propria vita in riscatto per tutti". Il termine "riscatto" rievoca un contesto giuridico: quando un uomo cade in schiavitù, o viene rapito e sequestrato, e non può pagare il riscatto, tocca al suo parente più prossimo pagare al suo posto. E quanto ha fatto Dio nei confronti dIsraele, liberandolo dalla schiavitù dellEgitto e da tutte le schiavitù successive. In primo piano non cè la giustizia, ma la solidarietà: il parente più prossimo non deve prendere le distanze, ma sentirsi coinvolto fino al punto di sostituirsi al parente caduto in schiavitù, fino a pagare per la sua liberazione, per la sua salvezza. Ecco la logica della croce: lostinata solidarietà di Dio rivelatasi a noi in Cristo.
Il cammino della croce non è in primo luogo soffrire, ma servire e dare la vita per tutti. Il discepolo quindi deve seguire il Cristo, servo sofferente di Dio, fino al dono totale della vita per tutti: "Da questo abbiamo conosciuto lamore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (1Gv 3,16). Di conseguenza, nella Chiesa cè una sola regola uguale per tutti: servire e dare la vita. E lautorità devessere capita ed esercitata come situazione in cui la logica della croce si fa più chiara, più esplicita e più convincente.
E giusto voler stare vicini al Signore, è bene desiderare di essere come Dio. Il male sta nel fatto che non conosciamo il vero Dio e crediamo di essere come lui proprio in quello che lui non è assolutamente. Lessenza di Dio, la sua Gloria, è lamore che si fa servo e ultimo di tutti. Si sta vicino a Gesù, non cercando i primi posti, ma lultimo, perché egli si è fatto ultimo di tutti. La Gloria, sinonimo di Dio, in ebraico significa "peso". Il suo eccessivo amore, dallalto dei cieli lha fatto scendere fino a noi, al di sotto di tutti noi: "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,5-8). Ogni nostra esaltazione è vanagloria, vuoto, assenza di peso: la massima dissomiglianza da Dio. La sua "gloria" è labbassamento fino alla morte di croce, esaltazione dellamore e fine di ogni vanagloria. Alla sua destra e alla sua sinistra, al posto di Giacomo e di Giovanni, saranno intronizzati due malfattori, fratelli e rappresentanti di tutti noi.
"Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere" (v. 42). Questa situazione è ancora attuale. Simile spettacolo si ripete a tutti i livelli, dove ci sono uomini che danno egoisticamente la scalata al potere e abusano della loro autorità. Listinto del dominare è profondamente presente nel cuore delluomo e lo corrompe. Gesù non è un rivoluzionario politico, ma mira a rivoluzionare i suoi discepoli nellintimo del loro spirito, imponendo loro una legge fondamentale che non solo vieta il dominio, ma imprime alla loro comunità una fisionomia completamente nuova. Per essi vale il paradossale principio: "Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato" (Lc 18,14). Questo principio è stato sperimentato nella vita di Cristo e ha funzionato: "Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil 2,8-9).
La morte di Gesù è latto più grande con il quale egli attua il suo servizio in favore degli uomini. Come Dio accolse il sacrificio del suo Figlio, così egli richiede a tutti coloro che entrano in alleanza con lui, la disponibilità allidentico servizio sullesempio di Cristo.
27 maggio 2010
Mc 10,46-52
46
E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47 Costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 48 Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
49 Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». 50 Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51 Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». 52 E Gesù gli disse: «Va, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.
Il lettore del vangelo sa ormai che le folle seguono Gesù, ma senza una fede profonda e con gli occhi chiusi nei confronti della sua missione. Il cieco Bartimeo, invece, crede in lui come figlio di Davide, con fede salda e imperturbabile, anche se i numerosi presenti tentano sgarbatamente di farlo tacere. Egli crede nella bontà e nella potenza di Gesù nelle quali cerca il soccorso di Dio.
Il cieco è un emarginato. La sua professione di mendicante dimostra chiaramente che non può far nulla da sé e deve attendere tutto dagli altri. La molta folla intorno a Gesù è limmagine della comunità che spesso non accoglie gli emarginati, ma li sgrida, li zittisce e li colpevolizza, credendo oltretutto di far bene. Ma Gesù impartisce un ordine chiaro: "Chiamatelo!". Nella preghiera del cieco, Gesù riconosce la fede, condizione necessaria per essere aggregato alla comunità che sale a Gerusalemme e alla croce. Appena acquistò la vista, divenne discepolo. Per seguire Gesù bisogna vedere bene e vederci chiaro.
La domanda di Gesù: "Che vuoi che io ti faccia?" è la stessa che egli aveva rivolto a Giacomo e Giovanni (cfr Mc 10,36). La loro richiesta di posti donore contrasta con lumile richiesta di Bartimeo: essi chiedevano di progredire nella cecità della loro superbia, egli chiede di avere la luce della fede che scruta nel Cristo crocifisso lumiltà e la profondità di Dio.
A questo punto del vangelo, Gesù rivolge anche a noi la stessa domanda che ha fatto al cieco: "Che vuoi che io faccia per te ?". E noi dobbiamo fare nostra la sua risposta: "Maestro, che io riabbia la vista !". Fine di tutta la catechesi di Gesù è portarci qui, dove si compie lultimo miracolo, quello definitivo: la guarigione dalla cecità e la vista della fede.
Gesù è la luce del mondo (cfr Gv 8,12), il figlio di Davide che esercita la sua regalità usando misericordia, il Signore che dà la vista ai ciechi (Sal 146,8). Linvocazione del suo nome è la nostra salvezza (cfr At 2,21). Gesù significa "Dio salva". Egli ci salva perché è tutto misericordia rivolta alla nostra miseria.
"Figlio di Davide, abbi misericordia di me" (v. 48). Questa espressione contiene tutta la preghiera, perché contiene tutto Dio. La misericordia è lessenza di Dio. Egli non è misericordioso: è misericordia. Egli non ama i suoi figli in proporzione dei loro meriti, ma della loro miseria. E li ama uno ad uno (cfr Gal 2,30; 1Tim 1,15). Io, in persona, sono amato totalmente dal Padre in Gesù. Lamore non si divide, si moltiplica. Lamore di un padre non si divide per il numero dei figli, ma è tutto intero per ciascuno.
Gettando il mantello, che era tutto per lui, questo povero segue Gesù, a differenza del ricco che, attaccato ai suoi beni, si allontanò triste (cfr Mc 10,22).
28 maggio 2010
Mc 11,11-26
11 Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l'ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània.
12 La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13 E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. 14 E gli disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l'udirono.
15 Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe 16 e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. 17 Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!».
18 L'udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. 19 Quando venne la sera uscirono dalla città.
20 La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. 21 Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato». 22 Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! 23 In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. 24 Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. 25 Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati». [26] .
La maledizione del fico è un fatto parabolico: la parabola viene tradotta in un gesto esemplare che la rende viva e comprensibile non solo alle orecchie, ma anche agli occhi. E un fatto parabolico che esprime plasticamente il giudizio di Dio su Israele. Linformazione «non era quella la stagione dei fichi» (11,13) rende assurda la pretesa di Gesù. Marco non cerca di nascondere la stranezza del gesto, anzi la sottolinea. E noi dobbiamo capire subito che, se Gesù si fosse limitato a maledire un fico che non poteva avere dei frutti perché non era la stagione giusta, il suo gesto potrebbe sembrare non solo strano, ma demenziale. Non è dunque su questo piano che va cercato il senso. NellAntico Testamento, il fico e la vigna rappresentano il popolo dIsraele (Is 5,17; 28,4; Os 9,10 Ger 8,13). Vogliamo citare due versetti del profeta Michea che descrivono il senso preciso della fame di Gesù (Mc 11,12): «Ahimè! Sono diventato come uno spigolatore destate, come un racimolatore dopo la vendemmia! Non un grappolo da mangiare, non un fico per la mia voglia. Luomo pio è scomparso dalla terra, non cè più un giusto tra gli uomini» (Mi 7,12). Non è dunque la sterilità del fico che interessa, ma quella dIsraele.
E Israele non ha scuse: è già stato più volte rimproverato e dovrebbe sapere quali sono i frutti che Dio vuol cogliere. Marco ce lo dice attraverso lepisodio del tempio e le parole sulla fede.
Dunque il simbolismo di base parte dalla parola «frutto» (v. 13). Quellalbero che si rivela senza frutto è il simbolo del tempio, centro religioso del popolo dIsraele, in cui Gesù è venuto a cercare i frutti che non ha trovato. Poco più avanti, la parabola del figlio unico, inviato a raccogliere i frutti della vigna, confermerà il simbolismo (12,111).
Ripetiamo dunque: non è la sterilità del fico che viene giudicata, ma la sterilità di Gerusalemme e del suo culto. Come i discepoli «videro il fico seccato dalle radici» (11,20), così vedranno il tempio distrutto fin dalle fondamenta: «Non rimarrà qui pietra su pietra che non sia distrutta» (13,2).
«Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano...».
Gesù entra di nuovo a Gerusalemme e nel tempio, e ne prende possesso con un gesto profetico significativo della sua autorità messianica. Già i profeti erano insorti contro il culto ipocrita dei praticanti assidui nella frequenza del tempio, ma incuranti della religione autentica (Is 1,1117; 29,1314; Ger 7,111). Come aveva fatto Neemia in occasione del suo viaggio di ispezione a Gerusalemme (Ne 13,79), Gesù purifica la casa di Dio e ne scaccia i venditori che hanno trasformato latrio del tempio in luogo di commercio. Questo gesto è un insegnamento e un adempimento della Scrittura. Si pensi alle ultime parole del libro di Zaccaria che, ispirato alla visione finale del profeta Ezechiele (capitoli 4048), annuncia la festa universale dei tabernacoli, celebrata nei tempi messianici in un tempio definitivamente purificato: «In quel giorno non vi sarà neppure un Cananeo (= mercante) nella casa del Signore degli eserciti» (Zc 14,21).
Questa purificazione esteriore suppone una purificazione nel servizio sacro e nel sacerdozio, come indica la profezia di Malachia: «Subito entrerà nel suo tempio il Signore ... Sederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore unoblazione secondo giustizia» (MI 3,13). Queste reminiscenze dellAntico Testamento indicano la portata messianica del racconto.
«E non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio».
E noto che non tutto il tempio era luogo di mercato, ma solo il grande cortile esterno chiamato «cortile dei gentili», cioè dei non ebrei. Israele laveva reso luogo di commercio e di traffico (si usava attraversarlo per passare da un quartiere allaltro della città; era la scorciatoia tra la città e il monte degli Ulivi: il disordine è facilmente immaginabile!) e in questo modo i gentili non avevano più un luogo di preghiera nel tempio del Signore. Questo atrio era separato dallatrio riservato agli ebrei da un parapetto in pietra, con iscrizioni in greco e latino che interdicevano ai pagani laccesso allatrio interno: «Chiunque sarà preso dovrà attribuire a se stesso la morte che subirà come punizione». Una di queste pietre è stata portata al museo di Istambul nel 1871; una seconda, ritrovata nel 1935, si trova nel museo di Gerusalemme. La citazione di Isaia nel versetto seguente sottolinea, appunto, che il tempio è casa di preghiera per tutte le genti e quindi anche latrio riservato ai pagani è santo come quello riservato agli ebrei.
«La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti».
Marco ha scritto il suo vangelo per i pagani convertiti e, quindi, non ci deve meravigliare che citi lintero versetto di Isaia 56,7, inclusa la frase «per tutte le genti», che Mt e Lc tralasciano.
«Una spelonca di ladri».
Ai tempi di Gesù, i mercanti avevano la stessa fama che hanno oggi, e i cambiavalute non erano additati come una categoria di onesti. Ma non è questo il problema. Lespressione, di per sé, non accusa di essere ladri quelli che sono nel tempio, ma li paragona a dei ladri che cercano rifugio nel tempio, come in una spelonca, per sfuggire al castigo di Dio meritato con la loro condotta. Il significato viene chiarito molto bene se leggiamo per intero il testo di Geremia che rimprovera ogni sorta di infrazioni contro lalleanza (cf. Ger 7,1-15). In definitiva, Gesù, citando Geremia, intende dire: «Il culto del tempio è menzognero se serve soltanto a dare un senso di sicurezza a gente che non si converte».
«Ludirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo per farlo morire».
Ritroviamo qui la situazione già provocata da Gesù nel suo uditorio di Cafarnao, in occasione della sua manifestazione inaugurale: le folle stupite di fronte al suo insegnamento dato con autorità (1,22.27), e gli avversari che decidono di farlo morire (3,6).
«Avevano paura di lui».
E la paura di Adamo (Gen 3,10) e di Erode (Mt 2,3), la paura di chi non vuole Dio tra i piedi perché teme di perdere la supremazia: è la paura di riconoscere un Dio sopra la propria testa, la paura di perdere il posto di padroni degli altri e di Dio stesso, fatto a propria immagine e manovrato a proprio piacimento. E la paura di perdere leredità (12,7): da affittuari (12,1) volevano diventare usurpatori. E la tentazione gravissima, e sempre ricorrente, a cui sono esposti tutti i ministri della religione. Contro di essa ci mette in guardia lapostolo Pietro: «Esorto gli anziani (= vescovi e preti) che sono tra voi ... : pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza, ma volentieri, secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1Pt 5,13). La mentalità di padroni della religione e di coloro che la praticano, manifestata dai sommi sacerdoti e dagli scribi, contro cui ha cozzato duramente Gesù, è tuttaltro che morta!
«Quando venne la sera uscirono dalla città»
Gesù prende le distanze dalla città che non lo riconosce per quello che egli è. Aveva fatto la stessa cosa nei confronti delle folle entusiaste nellascoltarlo, ma non disposte a comprenderlo (1,38; 3,9; 4,11.36; 6,45; 8,13).
Il tempio era il centro del culto e del potere politico ed economico. La «purificazione» del tempio è figura della purificazione della nostra immagine di Dio, inquinata dai nostri deliri di potere, di ricchezza e di superbia.
Oltre al commercio materiale, nel tempio cè anche il commercio spirituale. E quello che, con la moneta sonante delle prestazioni e delle osservanze, intende comperare la grazia di Dio. E un male gravissimo, figlio del grande peccato originale che, dipingendo un Dio cattivo, induce a placarlo e ottenere le grazie dietro pagamento, come fosse una prostituta. E il peccato del giusto, che va direttamente contro lessenza di Dio che è amore gratuito.
Dio perdona senza limiti il peccatore e non si fa suo giudice, ma neanche può farsi suo complice nel peccato. Dio non può avallare le nostre malefatte. Il tempio o è casa di preghiera o è spelonca di ladri. E siccome tutto ciò che è accaduto a Israele è come un esempio per noi, scritto a nostro ammaestramento (1Cor 10,11), la Chiesa deve vigilare per non cadere nella stessa infedeltà.
«La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. Pietro ricordatosi...».
NellAntico Testamento, il ricordo è uno dei veicoli principali della rivelazione di Dio, e può essere considerato come un elemento essenziale dellalleanza (Dt 4,915; Gs 24,113).
Specialmente nel Deuteronomio, gli israeliti sono invitati a ricordare le passate azioni divine di misericordia come la base per la loro attuale fedeltà a Lui (Dt 4,3240; 5,15; 6,2025; 7,611; 8,26; 9,17; 29,18; 32,7). In Mc 8,18 Gesù aveva chiesto con forza: «E non vi ricordate....?», come un invito a fare una riflessione sui due miracoli del pane, perché i discepoli potessero capire chi egli fosse. Qui qualcosa sta muovendosi. Pietro comincia a ricordare, a fare attenzione, a riflettere, a collegare le parole e gli avvenimenti. E proprio questo impegno e questa capacità di ricordare sarà linizio del suo ravvedimento dopo aver rinnegato tre volte il Maestro: «Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: "Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte". E scoppiò in pianto» (14,72).
«Il fico che tu hai maledetto si è seccato».
Gesù dopo aver seccato il fico secca e taglia di netto anche il discorso sullargomento.
Trascurando il fico, parla dellimportanza della preghiera fatta con fede. Il termine «preghiera» ci mette sulla buona strada perché rimanda alla scena della purificazione del tempio, destinato a diventare «casa di preghiera per tutte le genti» (11,17). il fico sterile è limmagine della fede infeconda, della fedeltà puramente esteriore alla legge, della preghiera degli ipocriti (Mt 6,5).
«Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato».
Credere significa lasciarsi investire dalla potenza irresistibile di Gesù, che sconvolge il mondo, come aveva annunziato il profeta Zaccaria (4,7; 14,4). E in questo contesto che trova il suo vero significato la frase evangelica della fede che può tutto. Credere che ciò che si proclama sta avvenendo significa cogliere la presenza di Gesù, che sta operando attraverso la nostra azione: è questa la potenza della fede che diventa preghiera esaudita e fattiva.
«Se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati».
E lunica volta, nel vangelo di Marco, in cui Gesù dichiara ai discepoli che il Padre suo è anche il loro. Gesù è più che figlio di Davide (10,4748; 11,10; 12,3537): è il vero Figlio di Dio che comunica ai suoi la propria realtà filiale. Abbiamo qui lequivalente della quinta domanda del Padre nostro secondo Matteo (6,12). Alcuni manoscritti, infatti, aggiungono a questo punto un versetto (il 26) che ricalca esattamente la spiegazione riferita da Mt 6,15: «Ma se voi non perdonate, neppure il Padre vostro che è nei cieli perdonerà le vostre colpe» (11,26). Ciò dimostra che la preghiera del «Padre nostro» era ben nota alla Chiesa di Marco benché egli non la citi nella sua interezza.
Il fico è stato seccato per istruire i discepoli sulla fede; il tempio è stato purificato per diventare casa di preghiera. Alla sterilità del fico corrisponde il pullulare di affari nel tempio. Infecondità nel bene e fecondità nel male vanno di pari passo.
In questo brano si parla della fede e della preghiera, radici da cui viene il frutto dello Spirito, che essenzialmente è amore e perdono. Credere non è solo sapere che cè un Dio, essere supremo e buono, onnipotente e onnisciente, sovrano e giudice di tutti. E aderire a Gesù e alla sua Parola, perché lui è il Signore, linterlocutore fondamentale della nostra vita.
La fede si esprime come preghiera verso Dio e perdono verso i fratelli. Non ci può essere luna senza laltro.
Il cristiano è colui che ha fede in Gesù, potenza e sapienza di Dio, proprio nella sua debolezza. Gesù non chiede la fede in qualche idea, ma nel Dio che si rivela in lui, povero e umile che finisce sulla croce.
29 maggio 2010
Mc 11,27-33
27 Andarono di nuovo a Gerusalemme. E mentre egli si aggirava per il tempio, gli si avvicinarono i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: 28 «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità di farlo?». 29 Ma Gesù disse loro: «Vi farò anch'io una domanda e, se mi risponderete, vi dirò con quale potere lo faccio. 30 Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». 31 Ed essi discutevano tra sé dicendo: «Se rispondiamo "dal cielo", dirà: Perché allora non gli avete creduto? 32 Diciamo dunque "dagli uomini"?». Però temevano la folla, perché tutti consideravano Giovanni come un vero profeta. 33 Allora diedero a Gesù questa risposta: «Non sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanch'io vi dico con quale autorità faccio queste cose».
Nei primi 26 versetti di questo capitolo Gesù aveva espresso il suo giudizio su Gerusalemme, il tempio e la falsa religiosità, con dei gesti, dei fatti (entrata in Gerusalemme, fico seccato, purificazione del tempio). Da 11,27 a 12,37 il suo giudizio viene espresso con le parole.
Lagire di Gesù ha suscitato una reazione violenta da parte dei padroni della religione. Era entrato nel tempio senza chiedere permesso, come uno che entra in casa propria; aveva scacciato venditori e cambiavalute muniti di regolare permesso rilasciato dallautorità; aveva messo sotto accusa il modo di far religione: il tempio non era più casa di preghiera, ma spelonca di ladri. Davanti a una simile accusa il potere costituito non poteva tacere. E non tacque.
"Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato lautorità per farle?" Nel contesto, la domanda si riferisce allingresso di Gesù in Gerusalemme e allespulsione dei mercati dal tempio. Ma in pratica viene coinvolta tutta la sua attività. Perciò anche la domanda delle autorità giudaiche supera il quadro immediato nel quale è stata posta: il processo contro Gesù è già iniziato.
"Vi farò anchio una domanda". Il processo si capovolge e gli accusatori sono messi sotto accusa e invitati a rendere conto del loro comportamento. Gesù non pone una contro-domanda per sfuggire alle domande dei suoi avversari, ma per rendere possibile una risposta: non si capisce Gesù se prima non si è capito Giovanni il Battista. Se infatti Giovanni è venuto da Dio per preparare la strada al Messia, Gesù agisce con lautorità che gli compete come Messia, ed è Dio che gli ha dato questa autorità. Ora essi non vogliono assolutamente ammettere questo: per loro Gesù non rivela il vero volto di Dio e perciò deve morire perché è un bestemmiatore. Su questa loro decisione essi non sono disposti a ritornare e rimangono ostili alla rivelazione di Gesù.
Cosa farà Gesù? Li lascerà senza una risposta? Sembrerebbe di sì: «Gesù disse loro: "Neanchio vi dico con quale autorità faccio queste cose"». In realtà Gesù risponde con la parabola dei vignaioli omicidi, che troviamo immediatamente dopo questo brano. E tutti e tre i sinottici dichiarano che i suoi interlocutori compresero che aveva detto quella parabola per loro (Mt 21,45; Mc 12,12; Lc 20,19).
30 maggio 2010
Gv 16,12-15
12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà.
Gesù vorrebbe comunicare ai discepoli altre rivelazioni che ora essi non sono capaci di accogliere perché lo Spirito Santo non ha ancora acceso in loro una fede profonda.
Quando Gesù oppone la sua presente rivelazione in figure ed enigmi a quella futura, aperta e chiara, vuole riferirsi allazione del suo Spirito che fa capire e penetrare nel cuore la sua parola.
Lo Spirito della verità introdurrà i credenti nella verità tutta intera che è il Cristo, ma non porterà nuove rivelazioni. La sua funzione specifica consiste nel far capire e far vivere la parola di Gesù, rendendola operante nellesistenza dei discepoli.
Lo Spirito della verità glorificherà Gesù facendolo conoscere agli uomini, rivelandolo ad essi come Figlio di Dio e suscitando in essi la fede nella sua persona divina.
Tra Gesù e il Padre esiste perfetta comunione di vita e perfetta unità di azione. Lo Spirito riceverà dal Cristo tutti i beni della salvezza, la cui fonte si trova nel Padre.
31 maggio 2010
Lc 1,39-56
39
In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».
46 Allora Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore
47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48 perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
49 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:
50 di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
51 Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
53 ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
54 Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
55 come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre».
56 Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Dopo lannunciazione dellangelo, Maria si mette in cammino verso la montagna, con sollecitudine. Per Gesù è il primo viaggio missionario compiuto per mezzo della madre, che anticipa lazione evangelizzatrice della comunità cristiana. Prende qui lavvio il grande andare, che riempie tutto il vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli. La parola di Dio va dal cielo alla terra, da Nazaret a Gerusalemme, da Gerusalemme in Giudea e fino ai confini della terra; va senza esitazioni, sempre in fretta.
Nel saluto di Maria, che porta Gesù nel grembo, Elisabetta e Giovanni incontrano il Salvatore. Larrivo di Maria in casa di Elisabetta suscita grande sorpresa e Elisabetta esprime la propria meraviglia con le parole pronunciate da Davide al sopraggiungere dellArca dellAlleanza: "Come potrà venire da me larca del Signore?" (2Sam 6,9).
Nella casa di Zaccaria si realizza ciò che avverrà a Gerusalemme dopo la risurrezione del Signore. "Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno" (At 2,17-21; Gl 3,1-5). La storia dellinfanzia della Chiesa sarà la ripetizione e la continuazione dellinfanzia di Gesù.
Elisabetta, "piena di Spirito Santo" (v. 41), conosce il segreto di Maria, e la proclama: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo" (v. 42). Dio ha benedetto Maria con la pienezza di tutte le benedizioni che sono in Cristo (cfr Ef 1,3).
Maria viene considerata come larca dellAlleanza del Nuovo Testamento: nel suo grembo porta il Santo, la rivelazione di Dio, la fonte di ogni benedizione, la causa prima della gioia della salvezza, il centro del nuovo culto.
Il saluto di Maria provoca lesultanza di Giovanni Battista. Il tempo della salvezza è il tempo della gioia.
Il cantico di lode di Elisabetta finisce con le parole che esaltano Maria: "Beata colei che ha creduto nelladempimento delle parole del Signore" (v. 45). Maria è diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!", Gesù preciserà e completerà lespressione di lode, dicendo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,27-28).
Con un atto di fede comincia la storia della salvezza dIsraele; Abramo parte per un paese sconosciuto con la moglie sterile, solo, perché Dio lo chiama e gli promette una discendenza benedetta (Gen 12). Con un atto di fede comincia la storia della salvezza del mondo; Maria crede alla parola del Signore: vergine, diventa la madre di Dio.
La prima beatitudine del vangelo di Luca è lesaltazione della fede di Maria. La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e lha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.
Questo cantico è molto vicino a quello che intonerà Gesù quando, esultando nello Spirito Santo, scoprirà che la benevolenza del Padre si rivela ai piccoli (Lc 10,21-22). Maria esalta lopera di salvezza che Dio sta realizzando tra gli uomini.
Questo inno si sviluppa come un mosaico di citazioni e di allusioni bibliche, che trova un parallelo nel cantico di Anna (1Sam 2,1-10), considerato generalmente come la sua fonte principale sia dal punto di vista della situazione che della tematica e della formulazione. Qualche esegeta suggerisce di leggere questo cantico di Maria sullo sfondo della grande liberazione dellEsodo e in particolare del celebre Cantico del mare (Es 15,1-18.21).
Maria canta la grandezza di Dio. Riconosce che Dio è Dio. La conseguenza della scoperta di Dio grande nellamore è lesultanza dello spirito. La scoperta dellamore immenso di Dio per noi vince la paura. Chi conosce il vero Dio, gioisce della sua stessa gioia.
Il motivo del dono di Dio a Maria non è il suo merito, ma il suo demerito, la sua umiltà (da humus=terra, parola da cui deriva anche "uomo"). Maria è il nulla assoluto, che solo è in grado di ricevere il Tutto.
Dio è amore. Lamore è dono. Il dono è tale solo nella misura in cui non è meritato. Dio quindi è accolto in noi come amore e dono solo nella misura della coscienza del nostro demerito, della nostra lontananza, della nostra piccolezza e umiltà oggettive. Maria è il primo essere umano che riconosce il proprio nulla e la propria distanza infinita da Dio in modo pieno e assoluto. Il merito fondamentale di Maria è la coscienza del proprio demerito: ella riconosce la propria infinita nullità.
Per questo, giustamente, la Chiesa proclama Maria esentata dal peccato originale, che consiste nella menzogna antica che impedisce alluomo questa umiltà fiduciosa, che dovrebbe essere tipica della creatura (cfr Sal 131).
Lumiltà di Maria non è quella virtù che porta ad abbassarsi. La sua non è virtù, ma la verità essenziale di ogni creatura, che lei riconosce e accetta: il proprio nulla, il proprio essere terra-terra. Tutte le generazioni gioiranno con lei della sua stessa gioia di Dio, perché in lei labisso di tutta lumanità è stato colmato di luce e si è rivelato come capacità di concepire Dio, il Dono dei doni.
Dio è amore onnipotente. Lo ha mostrato donando totalmente se stesso. Il suo nome (la sua persona) è conosciuto e glorificato tra gli uomini perché Dio stesso santifica il suo nome rivelandosi e donandosi al povero.
Maria sintetizza in una sola parola tutti gli attributi di colui che ha già chiamato Signore, Dio, Salvatore, Potente, Santo: il nome di Dio è Misericordia. Dio è amore che non può non amare. E misericordia che non può non sentire tenerezza verso la miseria delle sue creature. San Clemente di Alessandria afferma che "per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre. Amando, il Padre diventa femminile" (Dal Quis dives salvetur, 37,2).
Maria descrive la storia biblica della salvezza in sette azioni di Dio. La descrizione con i verbi al passato significa quello che Dio ha già fatto nellAntico Testamento, ma anche quello che ha compiuto nel Nuovo, perché il Cantico, composto dalla comunità cristiana, canta loperato di Dio alla luce della risurrezione di Cristo già avvenuta.
A proposito di questa rivoluzione operata da Dio, che rovescia i potenti dai troni e manda a mani vuote i ricchi, notiamo che anche questa è unopera grandiosa e commovente della misericordia di Dio: quando il potente cade nella polvere e il sazio prova lindigenza, essi sono posti nella condizione per essere rialzati e saziati da Dio. Nellesperienza del vuoto e nel crollo degli idoli, luomo si trova nella condizione migliore per cercare Dio.
In Maria è presente Dio fatto uomo. In lui si realizzano le promesse di Dio. E per la fede in Cristo che si è discendenza di Abramo (Lc 3,8). Il compimento della promessa fatta da Dio ad Abramo è definitivo: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3).