luglio 2010
1 luglio 2010
Mt 9,1-8
1 Salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. 2 Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». 3 Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». 4 Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? 5 Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? 6 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora il paralitico, prendi il tuo letto e và a casa tua». 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua. 8 A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
All'episodio della liberazione degli indemoniati segue il miracolo del perdono e della guarigione del paralitico. Matteo tralascia tutti i particolari dell'avvenimento e va subito all'essenziale: la fede. E' sempre e solo la fede che conta.
Gesù non ha il potere solo sulle malattie, le forze del creato e i demoni, ma ha anche il potere di perdonare i peccati. La salvezza consiste nella remissione dei peccati (Mt 1,21; Lc 1,77). E Gesù è il salvatore che perdona i peccati.
Il peccato è un'offesa a Dio e quindi solo Dio può perdonarlo. Gesù è Dio diventato uomo che perdona qui in terra i peccati. Lo dice esplicitamente al paralitico: "Ti sono rimessi i tuoi peccati". Gesù è il figlio dell'uomo al quale sono stati dati da Dio "il potere, la gloria e il regno" (Dan 7,14). Egli ha sulla terra il potere di rimettere i peccati.
A giudizio degli scribi Gesù bestemmia perché è un uomo che si arroga il potere di Dio.
La capacità di Gesù di conoscere i loro pensieri è una prerogativa divina. Questa sua capacità conferma che egli è Dio e quindi ha il potere di perdonare i peccati.
Anche in questa pagina del vangelo si manifesta la bontà misericordiosa di Dio. Le parole di Gesù: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati" danno al peccatore la certezza di essere già perdonato e la felice sorpresa di essere amato e capito da Dio nell'umiliazione del suo peccato.
A differenza degli scribi, dotti conoscitori della parola di Dio, la gente semplice glorifica Dio che ha dato agli uomini il suo potere di perdonare i peccati.
Matteo scrive il suo vangelo quando la Chiesa esercitava già da tempo il potere divino di "legare e sciogliere" (Mt 16,19), il potere di rimettere o di non rimettere i peccati (Gv 20,23).
La remissione dei peccati è riammissione del colpevole nella famiglia di Dio, è accoglienza in casa. Il comando di Gesù al paralitico: "Alzati, prendi il tuo letto e va' a casa tua" è rivolto ad ogni uomo perdonato e guarito perché ritorni alla casa del Padre (cfr Lc 15,18).
2 luglio 2010
Mt 9,9-13
9 Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
10 Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12 Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13 Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
In questo testo Gesù appare come un profeta, un missionario itinerante che passando annuncia la parola di Dio. La potenza della sua parola si rivela anche nelle trasformazioni che opera interiormente, nel cuore degli uomini. Questo brano ci insegna quale dev'essere l'atteggiamento, la disponibilità dell'uomo davanti a Cristo.
L'uomo chiamato da Dio, in questo caso, è un appaltatore di imposte, un uomo lontano, per professione, dai problemi religiosi e malvisto da tutti, evitato come peccatore pubblico e persona di malavita. Gesù, invece, lo sceglie e lo invita a far parte del gruppo dei suoi discepoli.
La lezione della chiamata di Matteo viene ribadita e convalidata dal banchetto di addio per i suoi amici, in casa sua; tutta gente della sua categoria e reputazione a cui Gesù si associa volentieri.
La scena del banchetto in casa di Matteo viene turbata dall'intervento dei farisei (v. 11). Ma Gesù giustifica il suo atteggiamento prima col proverbio:" Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati" (v. 12), poi con una citazione biblica:" Misericordia io voglio, e non sacrificio" (Os 6,6).
Gesù si rivolge di preferenza ai peccatori perché hanno più bisogno della sua presenza e assistenza, come i malati hanno bisogno del medico più dei sani. I peccatori sono degli ammalati, cioè persone moralmente malferme e infelici, bisognose di cure e di guarigione.
La citazione di Osea 6,6 ripresenta il nucleo centrale della volontà di Dio: la misericordia. La carità, dunque, ha il primato su tutte le altre leggi. Anzi, Gesù la antepone allo stesso culto di Dio (v. 13). Il tempio di Dio è l'uomo (cfr 1Cor 3,16), non l'edificio di pietra. L'invito di Gesù a lasciare l'offerta davanti all'altare per andare a ricercare il fratello offeso, ci impartisce lo stesso insegnamento (cfr Mt 5,24).
L'uomo è importante come Dio, con un particolare non trascurabile: che Dio sta bene e può aspettare, l'uomo sta male e ha bisogno immediato di soccorso.
San Vincenzo de' Paoli insegnava:" Il servizio dei poveri dev'essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se nell'ora dell'orazione avete da portare una medicina o un soccorso al povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l'intenzione dell'orazione. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l'orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Dio, ossia un'opera di Dio per farne un'altra. Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa".
Se non si tiene conto del prossimo, il culto diventa un falso servizio a Dio e si rivolge contro il prossimo. La presunta giustizia dei farisei li rende ingiusti col prossimo. Il loro presunto amore per Dio li autorizza a odiare il prossimo.
Gesù non è venuto a chiamare i giusti o a frequentare gli ambienti puliti: è venuto a convertire i peccatori e a pulire gli ambienti. Egli invita i farisei a confrontarsi con le Scritture (Os 6,6) per capire se il comportamento giusto è il loro o il suo. Il confronto, naturalmente, è a favore di Gesù. Solo lui compie in modo perfetto la parola di Dio e la beatitudine dei misericordiosi (Mt 5,7).
La battuta finale:" Non sono venuto a chiamare i giusti" (v. 13) sembra contenere una venatura di "cristiana" ironia nei confronti dei farisei di allora, che si ritenevano giusti. Essa vale anche per i farisei di oggi.
3 luglio 2010
Gv 20,24-29
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 27 Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». 28 Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Giovanni, dopo aver descritto il primo incontro di Gesù con i suoi la sera di Pasqua, si premura di precisare che Tommaso era assente quando venne Gesù (v. 24). Questuomo molto concreto (cfr Gv 11,16; 14,5) vuol vedere con i suoi occhi e toccare con le sue mani; egli non crederà finché non abbia visto il segno dei chiodi nelle mani di Gesù e messo il dito al posto dei chiodi e la mano nella ferita del costato. Questa frase dell'apostolo è aperta dal verbo vedere e chiusa dal verbo credere. Egli dichiara apertamente: "Se non vedo e non tocco, non credo".
Nella seconda apparizione ai discepoli nel cenacolo, otto giorni dopo, Gesù, dopo aver salutato gli amici col dono della pace, si rivolge allapostolo non credente esortandolo a toccare le sue ferite per credere. In questo invito il Signore prende quasi alla lettera le parole di Tommaso, tralasciando la frase sul vedere, perché lapostolo ha davanti a sé il Signore.
Lesortazione del Signore a non essere incredulo, ma credente, trova la risposta nella professione di fede di Tommaso che riconosce in Gesù il Signore Dio. Laggettivo "mio" davanti a Signore e Dio denota un accento damore e di appartenenza.
Nella sua replica alle parole di Tommaso, Gesù volge lo sguardo ai futuri discepoli che non si troveranno nelle condizioni dellapostolo, perché non avranno la possibilità di vedere il Risorto: i futuri discepoli che crederanno senza aver visto sono proclamati beati (v. 29). La frase di Gesù a Tommaso contiene un velato rimprovero perché la fede pura dovrebbe prescindere dal vedere e dal toccare.
Le ultime parole di Gesù: "Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno" costituiscono il vertice delle apparizioni del Cristo risorto ai discepoli. Il messaggio di questa beatitudine evangelica è importante per tutti i cristiani di tutti i tempi. Alcuni di essi cercano, con una bulimìa insaziabile, apparizioni, prodigi, messaggi celesti.
La Costituzione Dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Divina Rivelazione ricorda autorevolmente che non ci si deve aspettare nessunaltra rivelazione pubblica prima della venuta finale del Signore (DV, 4).
Dio si è manifestato in modo autentico nella sacra Scrittura, che rappresenta la regola suprema della fede della Chiesa, il nutrimento sano e sostanzioso della vita del popolo di Dio (DV, 21).
4 luglio 2010
Lc 10,1-12.17-20
1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. 10 Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 11 Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. 12 Io vi dico che in quel giorno Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città.
17 I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18 Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. 20 Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Questo brano di vangelo ci vuole ricordare che anche i discepoli sono stati incaricati e inviati dal Signore ad annunciare il regno di Dio. Il numero settantadue ricorda i popoli della "tavola delle nazioni" nel libro della Genesi; capitolo 10, in pratica tutti gli uomini della terra.
I missionari di Cristo vanno a due a due per dare maggior credito alla loro predicazione, perché nella testimonianza di due o tre cè la garanzia di ogni verità (cfr Dt 17,6; 19,15).
Rispetto allestensione del campo e del raccolto che si annuncia, il numero degli operai del vangelo è sempre esiguo. Bisogna andare con urgenza e andare tutti. I verbi sono imperativi: "pregate" e "andate" (v. 3).
La missione degli inviati non è facile, come non è stata facile per Gesù. I messaggeri del vangelo sono per definizione portatori di buone notizie (cfr Is 52,7-9). Gesù li paragona agli agnelli, simbolo di mansuetudine, che devono andare in mezzo ai lupi, cioè in mezzo agli uomini violenti e assassini. Il loro compito è quello di portare a tutti, casa per casa, la benedizione e la pace.
Gesù manda i suoi discepoli come il Padre ha mandato lui (cfr Gv 20,21). La missione nasce dallamore del Padre per tutti i suoi figli e termina nellamore dei figli per il Padre e tra di loro.
Linizio di questo brano di vangelo ci invita a grandi cose: "La messe è molta" (v. 2), cioè tutta lumanità attende da noi il gioioso annuncio che Dio è Padre e vuole che tutti gli uomini siano salvati. Chi conosce il cuore del Padre è sollecito verso tutti i fratelli.
Al ritorno dei 72 discepoli, che aveva mandato in missione, Gesù rivela il senso ultimo dellattività missionaria. Essa non è soltanto vittoria sul male e ritorno al paradiso terrestre, ma è soprattutto iscrizione nel libro della vita, nellelenco di coloro che fanno parte della famiglia di Dio, nello stato di famiglia di Dio. Tutti coloro che accolgono la parola di Dio partecipano al rapporto ineffabile del Figlio di Dio con il Padre. Non solo sono chiamati figli di Dio, ma lo sono realmente (cfr 1Gv 3,1). Gesù dice ai suoi discepoli: "Rallegratevi", perché sono entrati insieme con lui nel seno del Padre e possono dire a Dio in tutta verità: "Abbà", papà, babbo. Questo è il fine ultimo della missione.
Luomo è fatto per la gioia, perché è fatto per Dio. Diversamente è triste fino a detestare la vita. Ma dove può trovare la gioia vera? I 72 discepoli lhanno trovata nellandare in missione, nello sconfiggere il demonio, nel diventare realmente figli di Dio di nome e di fatto. E noi dove la cerchiamo?
Il cristianesimo riconosce il male che era nelluomo e che rimane in tutti come possibilità e tentazione. Ma proclama con forza che Dio "ci ha liberati dal potere della tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto" (Col 1,13) e ci ha "liberati dalle mani dei nemici per servirlo senza timore in santità e giustizia" (Lc 1,75). La fede nella parola di Dio ci sottrae dal potere della menzogna diabolica. Lannuncio del vangelo ci rende liberi e responsabili.
Questa caduta di satana dallalto ridona alluomo la possibilità di vedere finalmente il vero volto di Dio. Il maligno si era frapposto tra noi e Dio e aveva cercato di sovrapporre la sua immagine a quella di Dio. Questa menzogna, che presenta Dio con il volto del maligno sta allorigine di ogni peccato. Nella predicazione della parola di Dio, satana cade dal cielo e Dio torna ad apparire alluomo con il suo vero volto, quello dellamore (cfr 1Gv 4,8.16).
5 luglio 2010
Mt 9,18-26
18 Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». 19 Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli.
20 Ed ecco una donna, che soffriva d'emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. 21 Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 22 Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell'istante la donna guarì.
23 Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: 24 «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo. 25 Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. 26 E se ne sparse la fama in tutta quella regione.
La fede del capo della sinagoga supera quella del centurione (Mt 8,10). Egli non chiede la guarigione della figlia, ma la sua risurrezione; ha la certezza che Gesù può darle di nuovo la vita. La fede è credere in Gesù anche quando si ha un morto in casa. Nella fede c'è una speranza che supera i confini della morte.
Anche il comportamento della donna che soffriva di emorragia da dodici anni è espressione di fede. La fede è, anzitutto, credere che Gesù è capace di soccorrere. I miracoli sono sempre legati alla fede: essa ne è l'unica condizione. La fede è confessare la propria impotenza e proclamare la propria fiducia nella potenza di Dio.
Il toccare il lembo del mantello è credere nella potenza di Gesù e sottoporsi alla sua protezione (cfr Zc 8,23). Le frange del mantello hanno un significato sacro perché servono a ricordare i comandamenti del Signore (Nm 15,37-40; 22,12). La mentalità popolare ha sempre ritenuto che gli oggetti che sono stati a contatto con un uomo di Dio abbiano degli effetti miracolosi.
Le parole di Gesù: "Coraggio, figliola, la tua fede ti ha salvata" rivelano la delicatezza di Gesù che vuole mettere la donna a suo agio e togliere da lei ogni senso di colpa. Dobbiamo notare che non è il gesto di toccare il mantello di Gesù che dona la guarigione alla donna, ma la parola che Gesù le rivolge.
Quando Gesù giunge alla casa del capo della sinagoga è già cominciato il lamento funebre. Questo strepito scomposto e spesso prezzolato è in assoluto contrasto con il modo di pensare e di agire di Gesù.
L'affermazione di Gesù "la fanciulla non è morta, ma dorme" indica che per lui la morte è una condizione passeggera come il sonno dal quale ci si risveglia. La gente lo deride. Le cose come le vede Dio appaiono diverse da come le vediamo noi. Nella luce dello sguardo di Dio anche la morte cambia i suoi connotati.
Gesù solleva la fanciulla prendendola per mano. E' la mano di Dio che soccorre e salva (Dt 6,21; 1Cr 29,12; Sap 11,17; ecc.).
Il verbo greco eghérthe "si alzò" nel vangelo è il termine tecnico della risurrezione di Gesù (Mt 28,6.7). Con la risurrezione di questa ragazza Gesù si presenta come il Messia vincitore della morte, il Dio della risurrezione e della vita.
6 luglio 2010
Mt 9,32-38
32 Usciti costoro, gli presentarono un muto indemoniato. 33 Scacciato il demonio, quel muto cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». 34 Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demoni per opera del principe dei demoni».
35 Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. 36 Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! 38 Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!».
Secondo le credenze antiche la malattia era sempre provocata da un demonio. La guarigione quindi avviene con la cacciata del demonio. Al miracolo operato da Gesù seguono subito due opposte reazioni: la gente è presa dallo stupore, i farisei accusano Gesù di "scacciare i demoni per opera del principe dei demoni".
Il contrasto tra Gesù e i suoi oppositori si fa sempre più grande. La loro perfidia è palese: stravolgono perfino il significato dei suoi miracoli. In 12,32, per questa accusa contro Gesù, viene loro attribuito un peccato imperdonabile.
La reazione adeguata ai miracoli di Gesù è la fede. La meraviglia e lo stupore sono, tuttavia, una reazione spontanea nella giusta direzione di chi sa accogliere almeno un aspetto dell'attività prodigiosa di Gesù.
Nel v. 35 Matteo introduce il secondo dei suoi cinque discorsi, quello missionario, dandoci una sintesi dell'attività di Gesù per insegnarci che la missione dei discepoli sarà la continuazione di quella del Maestro. Lo slancio della missione di Gesù e dei discepoli nasce dal vedere le folle "stanche e sfinite come pecore senza pastore" e la messe abbondante a cui fa riscontro la scarsità degli operai.
L'attività di Gesù che "andava per tutte le città e i villaggi" per raggiungere tutti e salvare tutti è l'esempio che i discepoli inviati in missione devono tenere sempre davanti agli occhi.
La missione di Gesù viene riassunta nei tre verbi insegnare, predicare e curare. Tale sarà anche l'attività dei missionari che egli sta per mandare "alle pecore perdute della casa d'Israele".
L'immagine del gregge senza pastore è molto conosciuta nell'Antico Testamento (Nm 27,17; Zc 13,7; Ez 34).
Gesù rivolge l'accusa ai pastori d'Israele del suo tempo (Mt 11,28). Egli intende essere il buon pastore del suo popolo (Gv 10), e i suoi discepoli dovranno continuare la sua opera con dedizione e amore gratuito (Mt 10,8; 1Pt 5,1-4).
Come Giosuè prese il posto di Mosè "affinché la comunità del Signore non fosse come un gregge senza pastore" (Nm 27,17), così gli apostoli continueranno la missione di Gesù buon pastore.
I discepoli ricevono il duplice comandamento di pregare il padrone della messe e di andare a lavorare nella messe (Mt 9,38; 10,5; cfr Lc 10,2-3). La preghiera è adesione al piano di salvezza di Dio e presa di coscienza della chiamata a collaborare responsabilmente per la sua realizzazione.
7 luglio 2010
Mt 10,1-7
1
Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.
2 I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, 3 Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, 4 Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì.
5 Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti:
«Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6 rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. 7 E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.
Il numero dodici ricorda i dodici patriarchi delle tribù dIsraele e quindi ci presenta i dodici discepoli come i capostipiti spirituali del popolo di Dio che Gesù sta per ricostituire. La principale fisionomia dei dodici è quella di essere i continuatori dellopera di Gesù, quasi il prolungamento della sua persona.
Il gruppo radunato da Gesù non sembra molto omogeneo e comprende anche il traditore Giuda. Nella loro identità e nella loro missione ogni cristiano deve scoprire il senso della propria vocazione.
Il potere conferito ai dodici discepoli è quello di cacciare i demoni e guarire tutte le malattie, quindi di eliminare ogni sofferenza umana. Dobbiamo però ricordare con forza che in 10,7-8 il comando di predicare il vangelo del regno di Dio precede nellordine tutti gli altri e li supera per importanza.
Nel capitolo precedente le folle "erano stanche e sfinite come pecore senza pastore" (9,36). Ora Gesù dice che sono "pecore perdute" cioè disperse, fuori dallovile. E volontà del Padre che il vangelo del regno dei cieli sia annunziato prima al popolo dIsraele. La delimitazione dellambito in cui vengono mandati i dodici è quella stessa del Cristo, inviato esclusivamente a Israele (Mt 15,21-28). Solo con la sua risurrezione Gesù riceve dal Padre il potere illimitato in cielo e in terra e quindi dà lavvio definitivo alla missione universale dei suoi discepoli (Mt 28,18-20).
La predicazione degli apostoli riprende e continua lannuncio del regno dei cieli fatto da Gesù (4,17) e dal Battista (3,2). Tale annuncio viene fatto con la parola (v. 7), con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza della vita (vv. 8a-10).
8 luglio 2010
Mt 10,7-15
7 E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. 8 Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9 Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, 10 né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento.
11 In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. 12 Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13 Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. 14 Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. 15 In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.
La predicazione degli apostoli riprende e continua l'annuncio del regno dei cieli fatto da Gesù (4,17) e dal Battista (3,2). Tale annuncio viene fatto con la parola (v. 7), con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza della vita (vv. 8a-10).
La testimonianza della vita consiste nella gratuità. Gli inviati di Dio non lavorano per il proprio onore, né per la propria grandezza, né per il proprio arricchimento.
Il disinteresse è certamente la prova più grande della bontà della causa che essi promuovono (1Cor 9,18; At 20,33; 1Tm 3,8; ecc.).
Gli annunciatori del vangelo non devono chiedere nulla e non devono prendere nulla per il viaggio. La motivazione è questa: il regno dei cieli viene annunciato ai poveri e appartiene ai poveri (Mt 5,3) e quindi può essere annunciato in modo credibile solo da coloro che dimostrano di averlo già accolto nella propria vita diventando poveri. Gesù è povero (Mt 8,20).
La povertà e il distacco dalle preoccupazioni materiali è la dimostrazione che si è capito e accettato il vangelo della paternità di Dio (Mt 6,32-33). Il missionario deve presentarsi agli uomini spoglio e umile come è richiesto a chi vuol annunciare in modo coerente i contenuti del discorso della montagna.
Dovunque l'apostolo arriverà, dovrà farsi indicare qualche persona degna presso la quale prendere alloggio (v. 11), cioè un luogo che non susciti pettegolezzi che nuocerebbero alla predicazione o la renderebbero vana.
La missione comincia con l'augurio alla pace. Nel linguaggio dell'Antico Testamento la pace è sinonimo di benessere materiale e spirituale; nel Nuovo Testamento significa la salvezza portata dal Cristo, anzi, Cristo stesso (Ef 2,14).
L'eventuale rifiuto dell'annunciatore e delle sue parole non deve scoraggiare l'apostolo né arrestare l'azione missionaria: egli andrà altrove a portare il dono della salvezza.
Il gesto di scuotere la polvere dai piedi non è una maledizione: è un segno di distacco e di protesta. Era il gesto che ogni israelita compiva rientrando in Palestina da un luogo pagano, come gesto di totale separazione. Siccome gli inviati stanno recando il vangelo in terra d'Israele, questo gesto significa che le città e i villaggi d'Israele che rifiutano gli apostoli di Gesù vanno ritenuti come territorio di pagani, esclusi dalla comunione di salvezza col popolo di Dio.
Quando l'apostolo ha compiuto la sua missione in un luogo, non deve fermarsi: non ha tempo da perdere. Il tempo è così poco e l'annuncio così importante che l'apostolo deve andare speditamente per le città e i villaggi, come faceva Gesù (Mt 9,35).
Luca riporta anche il comando di Gesù: "Non salutate nessuno lungo la strada" (10,4) proprio per sottolineare l'urgenza della missione (cfr 2Re 4,29).
Il compito del missionario è di presentare l'annuncio chiaro e convincente, e poi affidarlo alla libertà e alla responsabilità degli ascoltatori.
Le città di Sodoma e Gomorra sono il simbolo della violazione dei sacri doveri dell'ospitalità (Gen 19,8). Le città che non ospiteranno gli inviati di Cristo saranno trattate più duramente di Sodoma e di Gomorra nel giorno del giudizio.
9 luglio 2010
Mt 10,16-23
16 Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. 17 Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18 e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19 E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: 20 non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
21 Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. 22 E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato. 23 Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra; in verità vi dico: non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell'uomo.
I missionari di Cristo, poveri, portatori di pace, che danno tutto gratuitamente, dovrebbero essere accolti con entusiasmo dappertutto. E invece trovano davanti a sé avversari violenti e irriducibili. E' Gesù che li ha voluti come pecore in mezzo ai lupi. L'espressione "Io vi mando" posta all'inizio del brano vuol mettere in luce proprio l'aspetto di protezione da parte di Gesù buon pastore (Gv 10). Nel seguito del testo Gesù assicura la presenza dello Spirito santo (v. 20) e la venuta del figlio dell'uomo (v. 23).
Il regno di Dio è tanto più potente quanto più viene testimoniato nella debolezza, come dice il Signore a Paolo: "La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza" (2Cor 12,9).
Ma pur confidando totalmente nella protezione del buon pastore è necessario da parte dei discepoli un comportamento che tenga conto della pericolosità della situazione. La prudenza dei serpenti e la semplicità delle colombe indicano il buon uso di tutte le doti che Dio ci ha dato e l'atteggiamento della fiducia in Dio.
Nel Midrash sul Cantico dei cantici leggiamo: «Riferendosi agli israeliti Dio disse: "Con me sono semplici come le colombe, ma tra i popoli del mondo sono astuti come i serpenti» (2,14).
Davanti ai tribunali dei governatori e dei re i discepoli non devono preoccuparsi di che cosa devono dire. Nel discorso della montagna Gesù aveva comandato di non preoccuparsi per le necessità materiali (6,25-33), qui comanda di non preoccuparsi per le risposte da dare agli accusatori. Infatti non saranno i discepoli a parlare, ma lo Spirito del Padre parlerà in loro. Egli infatti è l'avvocato difensore dei cristiani (Gv 15,26-27). Ce ne danno conferma gli Atti a proposito di Stefano: "E non potevano resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava" (At 6,10).
L'espressione "Sarete odiati da tutti a causa del mio nome" ci toglie ogni fatua illusione: Cristo e tutto il mondo che giace sotto il potere del maligno (1 Gv 5,19) sono assolutamente inconciliabili. Quello però che interessa maggiormente non è il fatto della persecuzione, ma il comportamento che deve avere il discepolo quando viene perseguitato: deve perseverare fino alla fine. Il vangelo impegna alla fedeltà a Cristo per sempre.
La persecuzione dei cristiani non è un fallimento, ma la passione di Cristo che continua. Il mondo che ha odiato Cristo continua a odiarlo nei suoi inviati. La ragione di questo odio è sempre la stessa: "Per causa mia" (v. 18). L'annuncio del vangelo inquieta il mondo: esso odia i cristiani perché con la loro vita lo contestano radicalmente.
La persecuzione è una splendida occasione per rendere testimonianza a Cristo davanti a tutti. Ma il cristiano non dev'essere un fanatico che cerca la morte a tutti i costi. Anche in questa situazione non deve agire secondo gli ideali eroici (?) del mondo, ma imitando Cristo, il quale ha affrontato la morte solo quando gli fu impossibile fuggire (Mt 12,15; Lc 4,30; Gv 8,59; 10,39; 12,36; ecc.) e comprese che era giunta la sua ora (Gv 13,1; 17,1).
10 luglio 2010
Mt 10,24-33
24 Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; 25 è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!
26 Non li temete dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. 27 Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti. 28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna. 29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; 31 non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33 chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
I discepoli non devono cercare o attendersi una sorte diversa da quella toccata al loro Maestro. Se Gesù è stato calunniato e chiamato Beelzebùl, il principe dei demoni, quanto più saranno calunniati i suoi discepoli. Il nome Beelzebùl, dato in senso dispregiativo a Gesù, significa "padrone della casa". Per questo i suoi discepoli sono chiamati "i suoi familiari", cioè quelli della sua casa.
Il comandamento "Non temete" ripetuto tre volte è un forte invito al coraggio. Il coraggio deve manifestarsi nel parlare chiaro e nel gridare coi fatti il messaggio di Cristo, nel non temere la persecuzione e la morte del corpo, e nel non vergognarsi mai di Cristo davanti agli uomini.
La paura dei discepoli nasce dalla mancanza di fede in Dio Padre e dalla mancanza di libertà nei confronti di se stessi. Per seguire Cristo bisogna rinnegare se stessi (Mt 10,37-39). Chi non rinnega se stesso, rinnega Cristo, come ha fatto Pietro (Mt 26,69-75).
Riconoscere il Cristo davanti agli uomini è molto più che parlare di lui o associarsi alla comunità dei cristiani: è solidarietà totale con il suo mistero di morte e risurrezione. La morte del martire non è assenza di Dio, ma realizzazione del progetto di Dio e configurazione al Cristo morto e risorto, culmine della testimonianza cristiana.
11 luglio 2010
Lc 10,25-37
25 Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27 Costui rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28 E Gesù: «Hai risposto bene; fa questo e vivrai».
29 Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 30 Gesù riprese:
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 37 Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va e anche tu fa lo stesso».
Il comandamento dellamore è il cardine dellAntico e del Nuovo Testamento. Definisce la verità delluomo nella sua relazione con Dio, con gli altri e con se stesso (Dt 6,4ss; Lv 19,18). La morte prodotta dal peccato è lincapacità di amare. Luomo è creato per amore ed è fatto per amare; se non ama è fallito. Tutto il mondo non vale un atto di amore. "E più prezioso per il Signore e per lanima, e di maggior profitto per la Chiesa, un briciolo di amore puro che tutte le altre opere insieme, anche se sembra che lanima non faccia niente" (San Giovanni della Croce).
Il problema fondamentale delluomo è la vita eterna (v. 25). Ma ciò che conduce alla vita eterna non è il semplice sapere qual è il comandamento più grande, ma il metterlo in pratica: "Fa questo e vivrai" (v. 28), "Va e anche tu fa lo stesso" (v. 37).
Lamore del prossimo è amore attivo: "Da questo abbiamo conosciuto lamore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui lamore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità" (1Gv 3,16-18); "Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che questa fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa" (Gc 3,14-17).
Chi ama concretamente e si lascia commuovere da ogni bisogno delluomo, ama Dio ed è obbediente al comandamento di Dio.
Amare Dio e amare il prossimo è la stessa cosa. Chi ama i propri simili ama Dio, anche se non lo sa. La misura dellamore verso Dio è luomo, che dobbiamo amare come noi stessi e come Cristo lo ama (cfr Gv 15,12).
Il " prossimo" designa tutti gli uomini e le donne, ma in particolare i più colpiti, i più bisognosi. Bisogna avvicinarsi a essi fino a identificarsi con loro, come fossero noi stessi: perché sono noi stessi.
La parabola vuole cogliere ed evidenziare la reazione di tre passanti davanti a un infelice "spogliato, percosso e mezzo morto" (v. 30). Il primo e il secondo, il sacerdote e il levita, vedono e passano oltre. Essi sono assenti dove Dio ha bisogno di collaboratori e sono presenti nel tempio dove Dio non ha bisogno di nulla. Questo atteggiamento religioso non è fede, ma alienazione, cioè vivere fuori dalla realtà di Dio e delluomo.
Lattenzione della parabola è rivolta soprattutto al terzo passante, a un samaritano, il quale fa prevalere la pietà, la compassione verso il ferito. Egli agisce in base a ciò che la situazione richiede e non secondo leggi e norme umane che spesso servono più per impedire il bene che per farlo. La sua legge è la regola doro: "Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Lc 6,31).
Secondo lopinione dei giudei, il samaritano non era un ortodosso, cioè non aveva idee esatte su Dio, non celebrava il culto nella forma dovuta; era un eretico, uno scismatico. Ma, contro le apparenti valutazioni, nel suo cuore e nel suo agire è lunico dei tre in piena comunione con Dio, perché sa cogliere il richiamo della sua voce che lo spinge a soccorrere un uomo in estrema necessità. Non solo interrompe il suo viaggio e tramanda i suoi orari e i suoi affari, ma spende il suo denaro per soccorrerlo: egli ama questo sconosciuto come se stesso.
Lamore del prossimo, in cui si trova il segreto della vita eterna, richiede di avvicinarsi agli altri, soprattutto a quelli che sono in difficoltà, per offrire loro il nostro aiuto generoso e gratuito anche a scapito della nostra tranquillità e dei nostri interessi. Non bastano e non contano le idee esatte su Dio e sulla religione per entrare nella vita eterna: ciò che conta sono le opere dellamore.
Il samaritano è lunico credente della parabola perché ha compiuto lopera che Dio stesso avrebbe fatto se si fosse trovato a passare in quel momento e su quella strada. Il servizio di Dio è servizio al prossimo. Chi non vuole rendersi conto di quello che accade sulle strade del mondo, per portarvi il necessario soccorso, non ha la fede, non ha la carità.
Il samaritano è la figura ideale del cristiano. Egli vive nella sua persona i comportamenti di Gesù, che ha dato la vita per gli altri, amici e nemici. Gesù ha amato veramente tutti, senza chiedere a nessuno la carta didentità razziale o religiosa, o il certificato di buona condotta e di profitto spirituale.
La Chiesa è rappresentata in questa locanda (nel testo originale greco pandochèion che significa luogo che accoglie tutti) e ognuno di noi è rappresentato da questo locandiere (in greco pandòcos che significa colui che accoglie tutti). Questa piccola locanda-chiesa è presente nel mondo, ovunque uno è disposto ad accogliere tutti gli altri. Questa locanda-chiesa è lanticipo della Gerusalemme celeste che accoglierà in sé tutti quelli che hanno accolto gli altri. "Venite, benedetti del Padre mio ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lavete fatto a me" (Mt 25,35-40).
Prima di andarsene, il samaritano-Gesù ci ha lasciato due denari, che sono il prezzo dellamore del Padre e dei fratelli pagato di persona da lui. E quanto basta per vivere fino al suo ritorno. Egli che ci ha amato per primo, ha dato anche a noi la sua capacità di amare Dio e il prossimo e così ereditare la vita eterna.
Il fare misericordia è la sintesi di tutta lazione storica di Dio verso luomo (cfr Sal 136) ed è il senso della missione di Gesù. Egli infatti "passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui" (At 10,38).
Con Gesù è scesa sulla terra la misericordia stessa del Padre. Vicino ad ogni uomo che scende da Gerusalemme a Gerico, ad ogni uomo che compie il viaggio della vita, cè uno che vede e fa misericordia.
I due comandamenti: "Va e anche tu fa lo stesso" (v. 37) mettono il cristiano al seguito di Cristo e lo fanno collaboratore della sua stessa missione. Questo impegno durerà fino alla fine del tempo, fino a quando tutti i fratelli saranno portati nel pandochèion, nella casa del Padre.
12 luglio 2010
Mt 10,3411,1
34 Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. 35 Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:
36 e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa.
37 Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; 38 chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. 39 Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
40 Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41 Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42 E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
11.1 Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.
Gesù non è venuto a suscitare guerre fratricide, ma a portare un messaggio d'amore e di salvezza. Egli non ha mandato i suoi discepoli a portare la spada, ma la pace (Mt 5,9; 10,12-13), il perdono (Mt 6,14-15), la riconciliazione (Mt 5,23-26), la mitezza (Mt 5,39-42; 10,16) e l'amore dei nemici (Mt 5,43-48). Ma davanti a questo splendido messaggio di bontà gli uomini possono reagire in due modi: accogliendo o rifiutando il vangelo. Quelli che si oppongono in modo violento al vangelo e agli evangelizzatori producono la rottura e la divisione. E ciò può avvenire anche all'interno della stessa famiglia.
Gesù è venuto a portare la spada del giudizio di Dio che separa il bene dal male, coloro che credono in lui da coloro che lo rifiutano. La parola di Dio è come una spada che penetra nell'intimo di ogni persona e la giudica mettendo in evidenza le sue vere intenzioni (Eb 4,12-13).
Di fronte a questa scelta radicale, pro o contro Cristo, il discepolo deve essere disposto a prendere la croce della rottura con i familiari e a seguire Cristo. E' questione di vita o di morte. E per avere la vita eterna bisogna essere disposti a perdere la vita temporale.
Cristo è Dio che dev'essere amato più di ogni altra persona, perfino più di se stessi. Il linguaggio di Gesù è comprensibile per chi crede che Dio risuscita i morti e dà la vita eterna a chi ha perduto la vita per causa di Cristo.
La conclusione del discorso missionario non è rivolta ai missionari, ma a coloro che li accolgono. Chi accoglie i missionari accoglie Cristo e il Padre che li ha mandati. Accoglierli come profeti significa prima di tutto ascoltarli e accettare il messaggio che annunciano. Accoglierli come giusti significa non considerarli come semplici viandanti che chiedono ospitalità, ma come uomini di Dio. Accoglierli come piccoli significa considerarli deboli e bisognosi.
E' il Signore che li ha mandati senza soldi e senza mezzi (Mt 10,9-10): essi hanno affidato il problema del loro sostentamento alla provvidenza del Padre e all'accoglienza dei fratelli. E coloro che li accolgono devono preoccuparsi perché, se sono dei veri missionari, si accontenteranno di poco (un bicchiere d'acqua fresca), di quel minimo indispensabile per riprendere il viaggio e l'annuncio del regno di Dio.
Nella conclusione del discorso, Matteo vuole mettere in evidenza che quanto ha scritto è il documento ufficiale della missione apostolica per tutti i discepoli di tutti i tempi.
13 luglio 2010
Mt 11,20-24
20 Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: 21 «Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. 22 Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. 23 E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo?
Fino agli inferi precipiterai!
Perché, se in Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! 24 Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!».
I contemporanei di Gesù, che non hanno voluto credere alle sue parole, non si sono lasciati persuadere neppure dalle sue opere prodigiose. Il rifiuto delle città del lago strappa a Gesù unesclamazione di sofferenza e di indignazione, come un lamento che sale alle labbra di fronte a una disgrazia che poteva essere evitata.
Le città fortificate della Galilea furono le prime ad essere assediate ed espugnate dai romani, fin dal 67, durante la rivolta del 67-70, che culminò nella distruzione di Gerusalemme.
Levangelista ci vuole ricordare la maggiore prontezza dei pagani nellaccogliere il vangelo in confronto con il popolo di Israele. Lalternativa al giudizio di condanna è la conversione a Cristo. Non esiste una terza possibilità. Il rifiuto cosciente della fede rende luomo colpevole.
14 luglio 2010
Mt 11,25-27
25 In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
I brani precedenti presentavano il rifiuto incontrato da Gesù. Ora egli volge lo sguardo a quelli che lo accolgono. La missione fondamentale di Gesù consiste nella rivelazione definitiva di Dio.
Il brano si divide in tre parti. La prima (vv. 25-26) è una lode al Padre. Nella seconda (v. 27) Gesù parla di sé del suo rapporto con il Padre e con gli uomini. La terza parte (vv. 28-30) è un invito rivolto a tutti ed espresso attraverso tre imperativi: venite a me, prendete il mio giogo sopra di voi, imparate da me.
Gesù benedice il Padre perché nasconde la vera conoscenza di Dio ai sapienti e agli intelligenti e la manifesta ai piccoli.
I sapienti e gli intelligenti sono i responsabili della religione ebraica, i sommi sacerdoti, gli scribi e i farisei di allora, i sapienti di questo mondo, le persone che confidano nella loro scienza e pratica religiosa. Tutti costoro si escludono dalla nuova e definitiva rivelazione di Dio per la loro superbia e la loro sapienza umana.
I piccoli sono i discepoli di Gesù che hanno accolto la rivelazione di Dio come dono del suo amore.
Lespressione "queste cose" indica lintero vangelo, cioè quella nuova conoscenza di Dio e della sua volontà che si manifesta nei comportamenti e nelle parole di Gesù. La conoscenza del Padre e del Figlio non è, anzitutto, una conoscenza intellettuale ma interpersonale: un dono di vita e di amore.
15 luglio 2010
Mt 11,28-30
28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».
Gli affaticati e gli oppressi sono coloro che penavano sotto le pesanti prescrizioni della legge e che si sentivano smarriti davanti alla dottrina difficile e complicata dei rabbini. Gesù invita tutti costoro a cercare nel suo vangelo la vera volontà di Dio: una volontà esigente, ma lineare e semplice, alla portata di tutti.
Gesù si definisce mite e umile di cuore. Mite significa latteggiamento di Gesù nei confronti degli uomini, un atteggiamento lineare, coraggioso ma non violento; misericordioso, tollerante, pronto al perdono, ma anche severo ed esigente. Umile indica latteggiamento ubbidiente e docile alla volontà del Padre: un atteggiamento interiore, libero e voluto.
Il "riposo" che Gesù offre, corrisponde alla promessa biblica di pace e felicità. Al seguito di Gesù, la volontà di Dio non è più un giogo oppressivo e duro, ma genera già ora quella pace gioiosa promessa agli umili e ai miti, garanzia della salvezza definitiva.
Gli insegnamenti degli scribi e dei farisei, invece, sono "pesanti fardelli che impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito" (Mt 23,4) e producono allontanamento da Dio e disperazione di potersi salvare.
Questo brano contiene un forte richiamo alla conversione rivolto a tutti, ma specialmente ai teologi. La rivelazione della sapienza di Dio incontra luomo non nella sua sapienza e assennatezza, ma dove smette di fare affidamento sulla propria sapienza. Dio dona la sua rivelazione a modo suo.
Il cuore umano trova riposo quando accoglie come dono la bontà e lamore di Dio e quando percorre deciso il cammino nel quale Cristo lha preceduto: il cammino della croce.
16 luglio 2010
Mt 12,1-8
1 In quel tempo Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano. 2 Ciò vedendo, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato». 3 Ed egli rispose: «Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi compagni? 4 Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? 5 O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? 6 Ora io vi dico che qui c'è qualcosa più grande del tempio. 7 Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa. 8 Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato».
Gesù riporta il sabato alla sua vera funzione di spazio dellazione di Dio nella storia delluomo. La vera misura dellosservanza del sabato, cioè del proprio rapporto con Dio, non è il culto con tutte le sue prescrizioni ma la misericordia che si manifesta nelle opere damore verso i bisognosi.
Gesù è il figlio delluomo signore del sabato: è lui linviato di Dio autorizzato a dirci cosa Dio vuole o non vuole, che cosa è più importante o meno importante. Per Dio la realtà più importante è luomo. Luomo è più importante del tempio e più importante del sabato (Mt 2,27).
I farisei di allora e quelli di tutti i tempi partivano da un principio che sembra assolutamente giusto, ma che è completamente sbagliato: Dio è superiore alluomo, quindi prima viene lonore di Dio, poi il bene delluomo.
A questo ragionamento soggiace la convinzione che lonore di Dio, che è amore, possa trovarsi in conflitto col bene delluomo. La gloria di Dio, invece, è sempre il bene delluomo, come ci ricorda santIreneo: "La gloria di Dio è luomo vivente". La signoria di Dio, padrone del sabato, si manifesta nellamore e quindi la vera osservanza del sabato devessere una celebrazione dellamore di Dio per luomo e delluomo verso il suo simile.
La religione non consiste nellosservanza arida e ossessiva della legge, ma nellaccogliere la misericordia di Dio e nel donarla agli altri. I farisei non hanno misericordia verso i discepoli di Gesù che hanno fame. La misericordia che si preoccupa della fame del prossimo è più importante del sacrificio, cioè dell'osservanza puramente letterale della legge del sabato.
Il comandamento dellamore è il criterio sul quale vanno valutati tutti gli altri: o sono manifestazioni damore o decadono. Il sabato (la domenica per noi cristiani) devessere il giorno della misericordia accolta e donata.
17 luglio 2010
Mt 12,14-21
14 I farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo.
15 Ma Gesù, saputolo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli guarì tutti, 16 ordinando loro di non divulgarlo, 17 perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia:
18 Ecco il mio servo che io ho scelto;
il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annunzierà la giustizia alle genti.
19 Non contenderà, né griderà,
né si udrà sulle piazze la sua voce.
20 La canna infranta non spezzerà,
non spegnerà il lucignolo fumigante,
finché abbia fatto trionfare la giustizia;
21 nel suo nome spereranno le genti.
I farisei tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo . Decidono di uccidere Dio perché ama luomo.
La notizia della decisione dei farisei di far morire Gesù ci introduce nella comprensione della sua messianicità: egli non è il messia spettacolare, ma il Servo sofferente del Signore, "mite e umile di cuore" (Mt 11,29) e benevolo verso tutti i malati e i peccatori.
Egli non affronta direttamente i suoi avversari, ma si ritira. Questo è lo stile di Gesù quando viene minacciato (Mt 4,12; 14,13). Egli non desidera lo scontro frontale perché non è venuto per sconfiggere luomo, ma per salvarlo.
La missione di Gesù non corrisponde alle attese di un messia vincente e acclamato. Egli porta a compimento tutte le promesse della storia della salvezza come Servo sofferente del Signore usando unicamente i mezzi dellamore.
I verbi del testo di Isaia "non contenderà, non griderà, non spezzerà, non spegnerà" ci assicurano che Gesù non ha fatto del male a nessuno. Il suo amore per gli uomini non gli ha permesso di essere come lo avrebbero voluto il Battista e i suoi connazionali: pieno di zelo nel combattere i nemici, insignito di tutti i poteri, battagliero, travolgente. E stato invece mite, umile, buono e comprensivo con tutti.
Egli non è un conquistatore di popoli che travolge tutto e tutti, ma salva la vita e rianima la speranza dei più deboli.
Lumanità malata e peccatrice non ha bisogno di urla e di minacce, ma di conforto e di misericordia.
Gesù è la manifestazione della bontà di Dio per tutti gli uomini (cfr. Tt 2,11).
18 luglio 2010
Lc 10,38-42
38 Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. 39 Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; 40 Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41 Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, 42 ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».
Ci sono molti impegni verso Dio e verso il prossimo, ma tra i tanti, il più importante è ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica (Lc 6,47; 8,21; 11,28). Limportanza assoluta del servizio della parola di Dio emerge chiaramente anche dagli Atti degli apostoli: "Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense" (6,2).
Il vangelo non vuole assolutamente frenare limpegno delle buone opere, ma purificare lazione nella contemplazione. Per essere come Gesù, dobbiamo essere "contemplativi nellazione".
Maria che ascolta e vede Gesù, realizza in sé la beatitudine del discepolo: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non ludirono" (Lc 10, 23-24).
Il vero discepolo ricorda linsegnamento di Dio: "Non di solo pane vive luomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore" (cfr Dt 8,3; Lc 4,4).
Questo brano insegna che la "parte buona" riservata ai leviti (Dt 10,9; Gs 18,7; Sal 16,5-6), ossia il culto dellAntico Testamento, è sostituita con la "parte buona" del culto del Nuovo Testamento, che è lascolto della parola di Dio in ogni luogo dove qualcuno è disposto a riceverla.
Maria è la prima che obbedisce alla voce del Padre: "Questi è il mio Figlio, leletto: ascoltatelo" (Lc 9,35). La contemplazione e lascolto ai piedi del Signore è lazione più grande delluomo: lo genera figlio di Dio (cfr 1Pt 1,23) e lo associa alla missione stessa di Gesù. Ogni missione parte da Gesù e ritorna ai piedi di Gesù.
Marta è "tutta presa dai molti servizi". Gesù le dice: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose" (v.41). Gesù non rimprovera Marta, ma la esorta a diventare come Maria. Principio del servizio di Marta, fino a quando non diventa come Maria, è il proprio io. Lio religioso è il più duro a convertirsi: si ritiene nel giusto perché cerca di piacere a Dio e di sacrificarsi per lui. Si può arrivare anche alleroismo di morire per gli altri (cfr Lc 22,23; 1Cor 13,3) pur di affermare il proprio io. Ma la salvezza non è morire per Dio, ma Dio che muore per noi.
La peggiore empietà è quella del giusto che agisce per compiacere se stesso, condannando il prossimo e cercando anche lapprovazione di Dio (cfr Lc 18,9-14). E questo atteggiamento farisaico è presente anche in Marta (v. 40).
Nel capitolo 12 di questo vangelo Gesù insegnerà a tutti di non affannarsi per il mangiare e il bere: "Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con lanimo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno" (12,29). E ricalcherà anche linsegnamento dell"unica cosa di cui cè bisogno"(v. 42), dicendo: "Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta" (Lc 12,31).
Commentando questo brano di vangelo, santAgostino mette sulla bocca di Gesù queste parole, rivolte a Marta nei confronti della sorella Maria: "Tu navighi, essa è in porto".
Il cuore di Maria è già dovè il suo tesoro (cfr Lc 12,34). Il suo bene è stare vicino a Dio (cfr Sal 73,28).
19 luglio 2010
Mt 12,38-42
38 Allora alcuni scribi e farisei lo interrogarono: «Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno». Ed egli rispose: 39 «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. 40 Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. 41 Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona! 42 La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone!
Alcuni scribi e farisei chiedono a Gesù di vedere un segno. Evidentemente chiedono un segno più convincente di quelli che egli ha compiuto finora. Ma Gesù rifiuta sdegnosamente questa pretesa: non darà loro alcun segno, se non il segno di Giona profeta.
Nella interpretazione di Matteo il segno di Giona profeta è la risurrezione: "come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio delluomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (12,40). Ma fatta questa precisazione, il pensiero va subito in unaltra direzione: cioè allaccoglienza che ha la predicazione di Gesù.
Il confronto è seguito da una severa condanna e dalla constatazione che levangelista ha già fatto altre volte: i pagani sono più disponibili dei giudei alla parola di Dio e alla conversione.
Gesù scaccia i demoni e dimostra che questo è il segno dellarrivo del regno di Dio vittorioso sulle forze del male. Tuttavia il tempo di satana continua. Una volta scacciato, torna.
Gesù avverte che la venuta del regno di Dio non sottrae gli uomini dalla possibilità di ricadere sotto il dominio di satana. Di fronte alla venuta di Gesù, satana intensifica i suoi attacchi e, se gli riesce di ritornare là donde Cristo laveva scacciato, ci si trova in una condizione peggiore di prima. Come appunto avvenne ai contemporanei di Gesù.
Il rimprovero di Gesù: "generazione malvagia e adultera" si riferisce allidea dellalleanza con Jahwè, che Israele non ha rispettato, diventando così una meretrice. Con la richiesta di un segno i farisei dimostrano di essere tali. Essa è lespressione della mancanza di fede e dellabbandono dello sposo Jahwè. Il rimprovero appare limitato al gruppo degli scribi e dei farisei, anche se finisce per riguardare tutto il popolo (17,17).
Gesù, nel riferirsi ancora alla figura di Giona e appellandosi al giudizio finale, condanna questa generazione di cui i capi sono responsabili. Se alla predicazione di Giona gli abitanti di Ninive, pur essendo pagani, si sono convertiti, alla predicazione di Gesù il popolo dIsraele non ha dato alcun segno di conversione. E nel giudizio finale gli abitanti di Ninive, in maniera paradossale, giudicheranno lincredulità del popolo eletto da Dio, Israele.
Il secondo annuncio di giudizio ricorre allepisodio biblico della " regina del sud" (1Re 10,1-13; 2Cr 9,1-12), anchessa pagana, la quale è venuta da molto lontano per ascoltare la sapienza di Salomone. I giudei hanno potuto ascoltare un profeta ben più grande di Giona e un maestro ben più sapiente di Salomone, e non si sono convertiti.
20 luglio 2010
Mt 12,46-50
46 Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. 47 Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». 48 Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 49 Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; 50 perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre».
Il confronto di Gesù con gli scribi e i farisei ci ha mostrato a quale profondità il regno di Dio mette in questione luomo, giudicandolo sulle motivazioni ultime del suo agire. Ora Matteo riporta la nostra attenzione verso le folle e la parentela di Gesù. Lintervento di Gesù ci presenta di nuovo la rottura che il regno dei cieli produce nei confronti dei legami umani di parentela. La parentela che viene dal Padre è più importante di quella che deriva dai legami di sangue: questa è umana e temporale, quella è divina ed eterna.
Una nuova famiglia nasce attorno a Gesù. Limmagine di questa nuova cerchia familiare è rafforzata dal fatto che Matteo designa Dio col nome di Padre. Chi fa la volontà del Padre come Gesù, diventa per lui fratello, sorella e madre. Questa comunione ha sopra di sé il Padre celeste e, in mezzo, Gesù come fratello di tutti (18,20).
Essere discepoli di Gesù è qualcosa di diverso dal possedere un certificato di battesimo. Il discepolo si mostra tale compiendo la volontà del Padre, così come Gesù lha annunciata. Solo coloro che sono disposti a impegnarsi totalmente per accogliere e vivere la parola di Gesù appartengono alla famiglia di Gesù.
La fraternità ecclesiale non è frutto di un impegno moralistico o di uno spirito corporativo, ma trae origine e significato dalla fede in Cristo.
21 luglio 2010
Mt 13,1-9
1
Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. 2 Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
3 Egli parlò loro di molte cose in parabole.
E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4 E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5 Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. 6 Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. 7 Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. 8 Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. 9 Chi ha orecchi intenda».
Questa parabola viene raccontata da Gesù dopo aver subito il rifiuto dei suoi contemporanei. Egli ha annunciato il regno di Dio, lintervento di Dio in favore del suo popolo, ed è stato contestato. Proclamando questa parabola ci insegna che, nonostante lapparente insuccesso della sua missione, ci sono anche coloro che lhanno riconosciuto e accolto: i piccoli, i peccatori, i discepoli.
Gesù ha rivoluzionato i criteri della predicazione corrente (farisaica) comunicando il messaggio di Dio a ogni sorta di persone. Non si è rivolto solo ai "buoni" o ai "migliori" (il terreno buono del v. 8), ma a tutti. La sua missione non è stata coronata da successi immediati, ma non si è arreso davanti alle delusioni; ha sempre continuato a sperare e a portare avanti la sua opera. Il seminatore Gesù ha pensato di avere sempre davanti a sé un terreno buono, altrimenti non vi avrebbe sparso il seme. Egli ha creduto che anche gli abitanti di Ninive e gli stessi abitanti di Sodoma e di Gomorra avrebbero potuto cogliere con profitto la parola di salvezza (Mt 11,23-24; 12,41), per questo non lha rifiutata a nessuno e lha offerta a tutti. Egli che è stato chiamato lamico dei peccatori (Mt 11,19) e che vede i pubblicani e le prostitute al primo posto nel regno dei cieli (Mt 21,31-32), ha dimostrato che anche il terreno più infruttuoso può diventare buono. La parabola annuncia una legge che sottostà alla nuova economia della salvezza: il successo nasce dallinsuccesso, la croce è garanzia di risurrezione.
Ogni pagina del vangelo può essere letta in due dimensioni: la situazione originaria del tempo di Gesù e la sua attualizzazione nel tempo della Chiesa. Linsegnamento della parabola del seminatore, secondo la situazione originaria del tempo di Gesù, non riguarda anzitutto gli ascoltatori, ma i predicatori. La parabola attira lattenzione sul lavoro del seminatore, un lavoro abbondante, senza misura, senza distinzioni, che in un primo momento sembra inutile, infruttuoso, sprecato. Ma il fallimento è solo apparente: nel regno di Dio non cè lavoro inutile, non cè spreco. Il lavoro della semina non deve essere calcolato: bisogna seminare senza risparmio e senza distinzioni. Noi non sappiamo quali terreni daranno frutto: per questo non possiamo anticipare il giudizio di Dio.
La frase finale: " Chi ha orecchi, intenda " è un grido di risveglio. È un avvertimento e un comando a non perdere il significato della parabola e le sue conseguenze nella vita dellascoltatore.
22 luglio 2010
Gv 20,1-2.11-18
1 Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dallaltro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lhanno posto!". ___
11 Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12 e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. 15 Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». 16 Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! 17 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va dai miei fratelli e di loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». 18 Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.
Maria Maddalena si reca al sepolcro per rimanere presso la tomba di Gesù, come una persona che non vuole separarsi da colui che ama intensamente neppure dopo la morte. Questa discepola è animata da un forte amore umano per Gesù come dimostra eloquentemente il suo pianto inconsolabile presso il sepolcro del Signore.
Lannotazione "mentre era ancora buio" potrebbe avere un significato simbolico, per indicare le tenebre provocate dallassenza di Gesù. Ma ben presto apparirà il Cristo-luce che illumina il mondo e sarà contemplato per prima proprio da Maria Maddalena.
La Maddalena, giunta al sepolcro, constata che la pietra della tomba di Gesù è stata rimossa e, pensando a una manomissione del sepolcro, corre da Simone Pietro e dal discepolo che Gesù amava.
___
Maria rimase presso il sepolcro e piangeva. Agli angeli che le chiedono la ragione
del suo pianto, essa rispose: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo
hanno posto" (v. 13).
A questo punto entra in scena Gesù, fuori dal sepolcro, in piedi, ma Maria non lo riconosce. Non solo qui, ma anche nel brano della pesca miracolosa il Risorto non è conosciuto immediatamente. Gesù si fa conoscere da Maria chiamandola per nome: egli è il buon pastore che conosce le sue pecore e le chiama per nome (cfr Gv 10,3-4.27). Maria, appena sentito il suo nome, riconosce subito Gesù e gli dice: "Rabbunì" che significa "Maestro mio".
Matteo narra che le pie donne abbracciarono i piedi di Gesù, appena lo incontrarono (Mt 28, 9). Giovanni fa intendere un gesto simile da parte della Maddalena, perché il Risorto le dice: "Non trattenermi, infatti non sono ancora salito al Padre" (v. 17). Quindi Gesù affida alla discepola una missione per i suoi discepoli: annunziare loro che sta per ascendere al Padre. I discepoli sono fratelli di Gesù, perciò Dio è il Padre dei credenti in Cristo.
Maria Maddalena esegue lordine affidatole dal Risorto, annunziando ai discepoli: "Ho visto il Signore" e raccontando quello che le aveva detto (V. 18). Questo lieto messaggio costituisce il vertice di tutto il brano Gv 20, 1-18. Esso si è aperto con lesclamazione dolorosa: "Hanno portato via il Signore" (v. 2) e si chiude con lesplosione gioiosa: "Ho visto il Signore" (v. 18).
Lincontro di Gesù con la Maddalena e lannuncio fatto dalla donna ai fratelli contengono un grande messaggio per il discepolo di ogni tempo: il Signore è vivo e ognuno deve cercarlo in un cammino di fede, sicuro che se farà la sua parte, il Signore non tarderà a venirgli incontro e a farsi conoscere.
Un monaco del XIII secolo descrive questo incontro tra Cristo e Maria, mettendo sulla bocca di Gesù queste parole: "Donna, perché piangi? Chi cerchi? Colui che tu cerchi, già lo possiedi e non lo sai? Tu hai la vera ed eterna gioia e ancora tu piangi? Questa gioia è nel più intimo del tuo essere e tu ancora la cerchi al di fuori? Tu sei là, fuori, a piangere presso la tomba: Il tuo cuore è la mia tomba. E lì io non sto morto, ma riposo vivo per sempre. La tua anima è il mio giardino. Avevi ragione di pensare che io fossi il giardiniere. Io sono il nuovo Adamo. Lavoro nel mio paradiso e sorveglio tutto ciò che qui accade. Le tue lacrime, il tuo amore, il tuo desiderio, tutte queste cose sono opera mia. Tu mi possiedi nel più intimo di te stessa senza saperlo ed è per questo che tu mi cerchi fuori. E dunque anche fuori che io ti apparirò, e così ti farò ritornare in te stessa, per farti trovare nellintimo del tuo essere colui che tu cerchi altrove" (Anonimo, Meditazione sulla passione e risurrezione di Cristo, 38: PL 184, 766).
23 luglio 2010
Gv 15,1-8
1
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
In questo brano Gesù scongiura i suoi amici di rimanere in lui, nel suo amore, per portare molto frutto e per godere la gioia in pienezza. Lespressione dominante di questo testo è "rimanere in", che ricorre sette volte.
Gesù si presenta come la vite della verità: in questo modo afferma di essere il Cristo, il profeta definitivo atteso dagli ebrei e la fonte della rivelazione piena e perfetta.
NellAntico Testamento la vite ha simboleggiato il popolo dIsraele. Il salmo 80 canta la storia del popolo di Dio utilizzando limmagine della vite che Dio ha divelto dallEgitto per trapiantarla in Palestina, dopo averle preparato il terreno.
La presentazione del Padre, come lagricoltore che coltiva la vita identificata con Gesù, richiama il canto damore di Isaia 5,1-7 nel quale il Signore è descritto come il vignaiolo che cura la casa dIsraele.
La vite-Gesù produce numerosi tralci; non tutti però danno frutto. Il portare frutto dipende dal rapporto personale del discepolo con Gesù, dallunione intima con il Cristo. Lopera purificatrice di Dio nei discepoli di Gesù ha come scopo una fecondità maggiore.
Dio purifica i discepoli dal male e dal peccato per mezzo della parola di Gesù. Per Giovanni la purificazione è legata alla parola di Cristo, cioè alladesione, per mezzo della fede, alla sua rivelazione.
Gesù parla della mutua immanenza tra lui e i suoi amici. Nel passo finale del discorso di Cafarnao, egli aveva fatto dipendere questa comunione perfetta tra lui e i suoi discepoli dal mangiare la sua carne e dal bere il suo sangue (Gv 6,56). La finalità della comunione intima con Gesù, il frutto che ogni tralcio deve portare è la salvezza.
Luomo separato da Cristo, che è la fonte della vita, si trova nellincapacità di vivere e operare nella vita divina. Senza lazione dello Spirito Santo è impossibile entrare nel regno di Dio (Gv 3, 5); senza lattrazione del Padre, nessuno può andare verso il Cristo e credere in lui (Gv 6,44.65).
Come il mondo incredulo si trova nellincapacità totale di credere (Gv 12, 39) e di ricevere la Spirito della verità (Gv 14,17), così i discepoli, se non rimangono uniti al Cristo, non possono operare nulla sul piano della fede e della grazia (v. 5).
Chi non rimane in Cristo, vite della verità, non solo è sterile, ma subirà la condanna del giudizio finale (v. 6).
Una conseguenza benefica del rimanere in Gesù è lesaudimento delle preghiere dei discepoli da parte del Padre. Lunione intima e profonda con Gesù rende molto fecondi nella vita di fede e capaci di glorificare Dio Padre (v. 8).
24 luglio 2010
Mt 13,24-30
24 Un'altra parabola espose loro così: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26 Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. 27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? 28 Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? 29 No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio».
La parabola del grano e della zizzania insegna che nel campo del mondo ci sono i buoni e i cattivi e che esistono in tutti i tempi dei servi impazienti che vorrebbero anticipare il giudizio di Dio. Ma gli uomini non sanno giudicare perché non conoscono né il metro di Dio né il cuore delluomo.
Il bene e il male devono crescere fino alla completa maturazione. Il centro della parabola non sta nella scoperta della zizzania e neppure nel giudizio finale della separazione del grano dalla zizzania, ma più propriamente nellordine di non stappare la zizzania. La meraviglia e lo scandalo dei servi sta proprio in questo atteggiamento paziente e lungimirante di Dio.
La Chiesa di tutti i tempi è sempre stata agitata dagli scandali e dai peccati dei cristiani. Per ogni situazione problematica vale il detto di Paolo: "Non vogliate giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio" (1Cor 4,5).
Al tempo di Gesù cerano i farisei che pretendevano di essere santi e perciò si separavano dalla moltitudine dei peccatori. Cera il movimento di Qumran con la sua idea di rigida santità che esigeva il rifiuto di tutti gli impuri. Cera Giovanni il Battista che annunciava il messia che avrebbe separato il grano dalla pula (Mt 3,12).
Viene Gesù e si mescola con i peccatori, li accoglie e mangia con loro (cfr Lc 15,2). Addirittura ha un traditore nel gruppo dei dodici che si è scelto. Possiamo dunque dire che zeloti, farisei e tanti altri pretendevano che il regno di Dio intervenisse in modo netto, chiaro e definitivo. In questo contesto si capisce la forza polemica della parabola di Gesù: la politica del regno di Dio è divina, fatta di tolleranza e di misericordia.
Lelemento della sorpresa da parte dei servitori quando scoprono la zizzania fa pensare che la parabola si applichi alla comunità cristiana che scopre nel suo seno imperfezioni e controtestimonianze al vangelo.
La Chiesa non deve diventare una comunità di puri e di perfetti, estromettendo i deboli e gli inadempienti. Buon grano e zizzania devono crescere insieme fino alla mietitura. Anche perché Dio solo sa chi è buon grano e chi è zizzania.
25 luglio 2010
Lc 11,1-13
1 Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». 2 Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
3 dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
4 e perdonaci i nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione».
5 Poi aggiunse: «Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, 6 perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; 7 e se quegli dall'interno gli risponde: Non m'importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; 8 vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza.
9 Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10 Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 11 Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? 12 O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? 13 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».
Questa preghiera è un rapporto diretto tra un "Tu" che è il Padre e un "noi" che è il nostro vero io, in quanto siamo in comunione con il Figlio e con i fratelli. La fraternità tra gli uomini si fonda unicamente sulla paternità di Dio. Di conseguenza, non si può stare davanti al Padre separati dal Figlio e dai fratelli: sarebbe negare la sua paternità proprio mentre lo chiamiamo "Padre". Per questo se non amiamo e non perdoniamo i fratelli, non amiamo il Padre e non accettiamo il suo amore e il suo perdono.
Tutto quanto chiediamo con questa preghiera al Padre, egli ce lo ha già donato nel suo Figlio e, quindi, la preghiera è aprire la nostra persona ad accogliere quanto Dio ha già realizzato per noi.
La preghiera è comunione con Gesù e con i fratelli per vivere la vera fraternità e la vera filialità in Cristo ed entrare nel dialogo di Gesù con il Padre. Nella preghiera troviamo la sorgente della nostra vita, il Padre; per questo, chi prega vive e chi non prega muore, secondo il detto di santAlfonso de Liguori: "Chi prega si salva e chi non prega si danna". E santAgostino ci insegna: "Chi impara a pregare, impara a vivere". Si impara a pregare pregando Gesù perché ci insegni a pregare: "Signore, insegnaci a pregare" (v. 1). Solamente imparando da Cristo, i cristiani pregano da cristiani, figli del Padre e fratelli di Cristo, e vivono secondo il vangelo.
La preghiera insegnataci da Cristo ci rivela la nostra vera identità di figli nel Figlio. Il Padre ci ama come ama il Figlio; ci ama più di se stesso: "Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi" (Rm 8,32).
Avvolti dalla tenerezza di questo amore infinito, possiamo vivere nella serenità e nella fiducia. Lolio e il vino che guariscono le nostre ferite mortali (cfr Lc 10,34) è lamore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato (cfr Rm 5,5). Dio sarà sempre nostro Padre, perché il Figlio si è fatto per sempre nostro fratello.
"Sia santificato il tuo nome" significa glorificare la persona del Padre nella nostra vita, dando a lui limportanza che ha e, di conseguenza, amandolo con tutto il cuore, con tutta lanima, con tutta la mente e con tutte le forze.
Il nome di Dio è santificato quando accogliamo il suo amore e la sua paternità e accettiamo di essere suoi figli senza paura del nostro limite e della nostra morte. Chi rifiuta la paternità di Dio cerca di essere padre a se stesso, glorificando il proprio nome. Da questo rifiuto, che è la radice del peccato, nasce lorgoglio e lansia, la paura che ci allontana da lui e ci divide tra noi, la voracità che ci separa dai fratelli e distrugge il creato. Tutti quelli che cercano la propria gloria, non possono credere in Gesù e quindi rifiutano anche il Padre: "Come potete credere, voi che prendete la gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?" (Gv 5,44).
"Venga il tuo regno". Il regno di Dio è la liberazione dal potere del diavolo e dalla dannazione eterna; è la sovranità di Dio nostro Padre che ci libera da ogni schiavitù e ingiustizia, da ogni inquietudine e tristezza.
Il regno di Dio è già venuto nella persona di Gesù, viene in ogni istante della nostra vita e della storia quando accogliamo Gesù, e verrà nella pienezza della sua gloria quando tutti gli uomini saranno figli del Padre e Dio sarà tutto in tutti (cfr 1Cor 15,28). Il regno di Dio viene ogni volta che accogliamo la misericordia e la compassione di Dio e doniamo ai fratelli la misericordia e la compassione ricevuta da Dio.
"Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano". Chiediamo al Padre il pane per la vita umana e per la vita divina, per la vita presente e per la vita eterna. Dietro ogni pane cè la mano del Padre che ce lo porge come dono del suo amore.
Il pane "nostro" è dono del Padre per tutti i suoi figli e va condiviso con tutti i fratelli. Chi defrauda laltro non gli è fratello e non si comporta da figlio di Dio.
Dopo il peccato, il pane va guadagnato con il sudore della fronte (Gen 3,19; 2Ts 3,6-13), diversamente è rubato. Il pane di cui luomo vive è lamore di Dio, ed è concesso gratuitamente ad ogni figlio, anche indegno e perverso, perché Dio non ci ama per i nostri meriti ma per il nostro bisogno.
"Perdonaci i nostri peccati". Dio ci ha creato per dono del suo amore e ci ricrea col per-dono della sua misericordia. E questo secondo dono è più grande del primo, è un super-dono.
Il cristiano non è e non si crede un giusto, ma un giustificato. San Luca ha centrato giustamente tutto il suo vangelo sulla misericordia del Padre che si manifesta nella vita del Figlio Gesù. Il credente in Gesù perdona perché è stato perdonato da Dio. Chi non perdona, non conosce né il Figlio né il Padre. Lunico peccato imperdonabile è quello di chi non perdona e ritiene di non dover essere perdonato per questo. La cecità di chi si ritiene giusto (cfr Lc 9,41) e non conosce il perdono da dare e da ricevere, è il peccato contro lo Spirito.
Il cristiano non è perfetto, ma misericordioso; non è sicuro di non cadere, ma compassionevole verso chi è caduto. Per questo non condanna, ma perdona. La sola condizione per il perdono del Padre è il perdono dato ai fratelli.
"Non cindurre in tentazione". Non chiediamo a Dio di non essere tentati, ma di non cadere quando siamo tentati. Anche a questo riguardo la parola di Dio ci rassicura: "Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via di uscita e la forza per sopportarla" (1Cor 10,13).
La tentazione più grande è quella di perdere la fiducia nel Padre. Il credente è tentato soprattutto dalla mancanza di fede nella misericordia di Dio: non riesce ad accettare che Dio sia così buono, soprattutto nei confronti degli altri. Ma la vittoria che ha vinto il mondo è proprio la nostra fede nellinfinita misericordia di Dio.
La parabola sullefficacia della preghiera (vv. 9-13) è un commento al v. 3: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Ci esorta a una preghiera coraggiosa, a una fede senza esitazioni. Potrebbe essere riassunta con il detto ebraico, che recita così: "Limportuno vince il cattivo, tanto più Dio infinitamente buono".
Gesù ci assicura che Dio esaudisce ogni preghiera. Egli non è sordo alle richieste delluomo. Non si nasconde davanti a lui. E questo, perché ama infinitamente luomo, suo figlio. Quindi il problema non esiste da parte di Dio ma, eventualmente, da parte delluomo. Luomo prega solo se si sente veramente bisognoso: i sazi e i buontemponi non sentono il bisogno di pregare. La prima condizione per la preghiera è la consapevolezza della propria povertà.
Lunica condizione che Gesù pone per lesaudimento delle nostre preghiere presso Dio è la fiducia, anzi, la certezza di essere ascoltati. Se luomo si commuove davanti alle necessità di un amico o di un figlio, tanto più Dio.
Le parole "molestia" e "importunità" sottolineano linsistenza e il coraggio del richiedente. Se già gli uomini egoisti, falsi amici, ecc. alla fine si scomodano ed esaudiscono, quanto più dobbiamo avere piena fiducia in Dio. Egli non ci ascolta per togliersi dattorno uno scocciatore, ma perché è il vero nostro amico: è il nostro papà.
Le preghiere rivolte a Dio possono assomigliare a quelle di un figlio verso il padre umano. E impensabile che questi risponda con cattiverie alle richieste di cibo del figlio. Non cè un padre così spietato tra gli uomini, tanto meno si può pensare che un tale comportamento sia possibile in Dio.
Gli uomini sono cattivi, Dio è buono. Se un padre umano, che è cattivo, sa dare cose buone a suo figlio, quanto più il Padre del cielo darà tutto, cioè lo Spirito Santo, a coloro che glielo chiedono.
Nel vangelo di san Matteo, Dio dà "cose buone" (7,11), cioè i beni della salvezza, in san Luca dà lo Spirito Santo, che è il Dono dei doni. La differenza tra i due testi è meno rilevante di quanto potrebbe sembrare.
Luomo si raccomanda per il pane e Dio gli dona anche lo Spirito Santo, che è il Dono che contiene tutti gli altri doni.
Solo Dio può riempire il cuore delluomo. Egli ci dà "molto di più di quanto possiamo domandare o pensare" (Ef 3,20): si dona a ciascuno secondo il suo desiderio. Lunica misura del dono è data dal nostro desiderio: che desidera poco, riceve poco; chi desidera tutto, riceve tutto.
Il tema dominante è la paternità di Dio che si esprime nel dare. Noi dobbiamo chiedere non perché lui ignori il nostro bisogno, ma perché il dono può essere ricevuto solo da chi lo desidera. Quanti doni di Dio abbiamo rispedito al mittente!
Questo brano ci esorta a grandi desideri che ci fanno capaci di ricevere il dono più grande: lo Spirito Santo.
Quando il Padre sembra restio a dare, è perché non ci dà ciò che vogliamo, ma ciò che è giusto. Di solito chiediamo a Dio che soddisfi i nostri bisogni immediati e superficiali, ma egli vuol farci scoprire e colmare il nostro bene essenziale: essere suoi figli. Ci nasconde i suoi doni, affinché cerchiamo lui che è il Donatore.
Egli esaudisce sempre le nostre preghiere quando sono secondo la sua volontà; e ci fa proprio un grande piacere a non esaudirle quando non sono secondo la sua volontà, perché farebbe il nostro male.
Quando preghiamo succede sempre qualcosa di buono, anche se non sempre sappiamo che cosa.
26 luglio 2010
Mt 13,31-35
31 Un'altra parabola espose loro: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami».
33 Un'altra parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti».
34 Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, 35 perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta:
Aprirò la mia bocca in parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.
La parabola del granello di senape presenta il contrasto tra la piccolezza del seme e la grandezza della pianta che produce: un albero che offre ospitalità agli uccelli. La piccolezza del granellino sottolinea laspetto insignificante e addirittura deludente degli inizi dellavvento del regno di Dio: la venuta di Gesù corrisponde ben poco alle attese che gli ebrei avevano nei confronti del messia(cfr Mt 3,13-14; 11,2-3).
La parabola del lievito ci insegna che il regno di Dio è presente nel mondo come un fermento che lo trasforma totalmente.
Il regno dei cieli non ha gli inizi sognati dagli apocalittici e sperati dal popolo. Esso si inserirà nella storia quasi inavvertitamente(cfr 11,2-3; 12,20), ma si affermerà ugualmente. Il regno dei cieli è ai suoi inizi storici un seme di senape, ma non sarà tale al suo stadio finale. La parabola è perciò un annuncio di consolazione e di conforto per quanti non riescono a vedere nellopera del Cristo la realizzazione delle attese messianiche. Essa fa eco alle parole rivolte da Gesù ai discepoli:" Non temete, piccolo gregge, perché piacque al Padre vostro dare a voi il Regno"(Lc 12,32).
La parabola illustra un fatto (lazione messianica di Gesù), ma soprattutto enuncia una legge (la paradossalità dellagire di Dio). Essa sottolinea non solo che laffermazione del Regno avviene nonostante i suoi umili inizi, ma proprio per essi.
Ciò che era uno scandalo è invece il segreto del piano di Dio: la piccolezza e la debolezza non pregiudicano la riuscita futura ma, anzi, ne sono le condizioni necessarie. La debolezza degli uomini del Regno è la loro forza, perché solo allora trovano in Dio tutta la loro confidenza e tutto il necessario appoggio. Il Regno sarà grande nella debolezza (cfr 2Cor 12,9).
Bisogna che i credenti abbandonino i loro appoggi terreni, diventino poveri, umili, deboli per far sì che la Chiesa acquisti i caratteri voluti dal suo fondatore. Chi riceve il Regno come un granello di senape deve uniformare il proprio animo alla lezione che viene dal piccolo seme. Ritorna ancora una volta il messaggio della povertà con cui si apre il discorso della montagna (Mt 5,3).
Il discorso in parabole viene nuovamente e con forza definito come discorso destinato al popolo. Per capirlo non è necessaria una conoscenza speciale. Il salmo 78,2 viene citato proprio perché identifica nelle "parole" uno strumento adeguato per rivelare "cose nascoste fin dalla fondazione del mondo".
Il salmo 78 presenta un abbozzo della storia della salvezza di Israele dallesodo alla conquista della terra promessa e allelezione di Davide. Designando lesposizione della storia, la parabola ci vuol dire che occorre comprenderne, con la riflessione e la meditazione, il senso: lessenza e la fedeltà di Dio, il peccato delluomo e la conseguente esortazione alla fedeltà e allobbedienza.
Ciò che Cristo proclama risale al tempo che precede la creazione. Per Matteo il regno di Dio è una realtà preesistente. Nel tempo essa fu affidata a Israele ed è divenuta realtà definitiva in Gesù.
La preesistenza del regno di Dio è confermata da Mt 25,34.
27 luglio 2010
Mt 13,36-43
36 Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37 Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 38 Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, 39 e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. 40 Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!
I discepoli chiedono esplicitamente la spiegazione della parabola. Segue una spiegazione che si presenta singolare nella tradizione evangelica.
Anzitutto viene data, come in una lista, lidentificazione di quasi tutti gli elementi della parabola. Si riconosce già da questa enumerazione che il centro dinteresse della spiegazione è essenzialmente differente da quello della parabola. In questa si trattava della decisione del padrone di lasciare crescere nel tempo presente grano e zizzania. Nella spiegazione invece si tratta della mietitura finale, del destino finale del grano e della zizzania. La spiegazione rende esplicito ciò che nella parabola era implicito: il dramma del giudizio finale.
La spiegazione della parabola ci insegna che il male non trionferà e che il diavolo e tutti gli operatori di iniquità saranno condannati.
Infine la parabola ci pone un problema: discernere se siamo veramente figli del Regno o figli del maligno.
28 luglio 2010
Mt 13,44-46
Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.44
Le parabole del tesoro e della perla di grande valore ci ricordano che Gesù è il nostro tesoro: per possedere lui bisogna essere disposti a lasciare tutto e tutti. Possiamo rappresentarci questo tesoro come un cassone o un vaso di terracotta pieno di monete doro o di argento. Sotterrare tesori nel campo era considerato un deposito sicuro in tempi di guerra o di incertezza. Tesori nascosti potevano essere dimenticati per la morte dei legittimi proprietari che portavano con sé il segreto nella tomba.
Lunico modo possibile per il lavoratore del campo per giungere a un possesso giuridicamente non impugnabile è lacquisto del campo. Così egli vende tutto ciò che possiede per acquistare il campo e quindi il tesoro.
Il regno di Dio è un tesoro già presente, sperimentabile, trasmissibile nella parola e nellopera di Gesù. Esso viene incontro alluomo per suscitare la sua gioia. Luomo vende tutto ciò che ha perché orienta in modo nuovo la sua vita. Ai tesori della terra sostituisce il tesoro del regno dei cieli.
Il vertice della parabola sta nella decisione delluomo davanti alla scoperta del tesoro: egli vende tutto ciò che ha allo scopo di ottenere il campo e di impossessarsi del tesoro.
Esemplari in questa decisione immediata e senza ripensamenti sono i discepoli che, incontrando Gesù, sono disposti a lasciare tutto per seguirlo (Mt 4,18-22; 8,21-22; 9,9; 19,16-29).
Si può immaginare con quale affanno si sia messo allopera e di quanto ridicolo si sia coperto agli occhi dei benpensanti questuomo che vende tutto, casa e averi, per acquistare un pezzo di terra di poco o nessun valore, comè ordinariamente in Palestina, brulla e infruttuosa.
Alla stessa derisione sono condannati i figli del Regno. Essi hanno sì acquistato un bene di inestimabile valore, ma esteriormente, agli occhi degli altri, appaiono dei falliti, degli illusi. La loro ricchezza è sconfinata ma nascosta, traspare solo dalla grande gioia che trabocca dai loro cuori.
La gioia, segno di ottimismo e di speranza, è il punto culminante del racconto Lespropriazione dei beni non è stata un sacrificio, ma un guadagno.
Anche nella parabola della perla preziosa viene evidenziato il valore straordinario del regno dei cieli in rapporto ad ogni altro bene (cfr Mt 6,33). Anche qui il culmine del racconto sta nella decisione presa dal mercante di vendere tutto quello che possiede per comperarla.
E da notare che nella parabola del tesoro nascosto luomo lo trova casualmente, mentre nella parabola della perla preziosa è luomo che va in cerca. Nella vita alcuni hanno incontrato Cristo senza averlo cercato (cfr Mt 4,18-22; At, 9,1-9), altri lo hanno cercato, come Nicodemo (Gv 3,1-15). In ogni caso il cuore delluomo è inquieto finché non trova il suo tesoro e la sua perla preziosa che è Cristo.
Essere cristiano è la grazia più grande. Di conseguenza la gioia dovrebbe essere il dato esistenziale cristiano, affinché non risulti vero lamaro sarcasmo di Nietzsche: "Dovrebbero rivolgermi uno sguardo più redento, se vogliono che io creda al loro redentore".
29 luglio 2010
Gv 11,19-27
E molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. 20 Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21 Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». 27 Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».19
La presenza di tanti avversari di Gesù a Betania in questa circostanza è molto importante: mette in risalto la colpevolezza dellincredulità dei giudei.
Marta alla presenza del Signore professa la sua fede nella potenza divina di Gesù: con la sua presenza Gesù avrebbe potuto impedire la morte di Lazzaro. Con la sua professione di fede, Marta non richiede la risurrezione del fratello, ma insinua un intervento speciale di Gesù a suo favore.
Gesù esaudisce subito il desiderio di questa amica, anzi supera di molto le attese, perché lassicura della risurrezione del fratello. Gesù, essendo stato frainteso da Marta, dichiara esplicitamente di essere la risurrezione e la vita in persona (v. 25). La risurrezione è quindi un evento presente: essa si identifica con il Cristo. Cristo può risuscitare chi vuole e quando vuole (Gv 5,21), egli è il Signore della vita e della morte.
La risurrezione di Lazzaro anticipa la risurrezione finale e mostra concretamente come essa avverrà: il Figlio di Dio richiama in vita i morti con il suo grido, con un suo comando (Gv 5,25.28; 11,43).
Gesù è la risurrezione e la vita in persona: chi muore vivrà in lui. Per mezzo suo si evita la morte eterna (vv. 25-26). Per ottenere la risurrezione e la vita eterna bisogna aderire esistenzialmente alla persona di Gesù: chi crede in lui vivrà nonostante la morte. In questo modo il desiderio più profondo delluomo è soddisfatto.
La professione di fede di Marta è completa. Questa donna è presentata come il modello di tutti i discepoli, i quali dovranno credere che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio (v. 31). Questa perfetta professione di fede costituisce il vertice del brano che stiamo leggendo: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo" (v. 27).
30 luglio 2010
Mt 13,54-58
e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? 55 Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56 E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?». 57 E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». 58 E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.54
Il racconto dellarrivo e dellinsegnamento di Gesù a Nazaret è seguito da cinque domande incredule dei nazaretani. Essi chiedono da dove ha origine Gesù.
La gente resta strabiliata dallinsegnamento di Gesù. Questa reazione non è ancora ostile, ma indica già incomprensione nei suoi riguardi. Forse gli abitanti di Nazaret sono venuti nella sinagoga più per studiare il loro concittadino che per ascoltare con fede la sua parola.
Siccome la sapienza si apprende a scuola o dagli scribi, ma ad essi non risulta che Gesù abbia frequentato né questa né quelli, la conseguenza è presto tratta: non può avere alcun diritto di arrogarsi quellautorità che gli viene riconosciuta per la sua parola e per i suoi gesti potenti.
I nomi dei quattro fratelli di Gesù sono conservati dalla tradizione perché hanno avuto un ruolo nella prima Chiesa di Gerusalemme, soprattutto Giacomo, noto come il "fratello del Signore".
La tradizione evangelica, riferita anche da Matteo, conosce il nome della madre di Giacomo e di suo fratello Giuseppe: Maria (Mt 27,56). Se questa Maria, moglie di Cleofa, è sorella di Maria, madre di Gesù, allora i due primi "fratelli" sono in realtà suoi cugini (cfr Gv 19,25). Lo stesso si può ragionevolmente pensare anche degli altri due "fratelli" e delle "sorelle".
Lo scandalo o crisi di rigetto dei giudei nei confronti di Gesù deriva dalla loro immagine trionfalistica dellinviato di Dio. Gesù si appella a unaltra immagine, quella del profeta contestato, rifiutato e perseguitato da quelli ai quali è inviato. Il proverbio popolare del v. 57, citato da Gesù, diventa un annuncio del suo destino che si colloca nella storia degli inviati di Dio rifiutati e osteggiati dal popolo (cfr Mt 5,11-12; 21,34-35; 23,29-32).
La conclusione dice espressamente che Gesù non fece molti miracoli nella sua patria a causa dellincredulità dei suoi abitanti. Il miracolo infatti è legato allapertura e alla fiducia delluomo. Solo a chi ha adempiuto la condizione fondamentale di un udire volonteroso e aperto, viene aggiunto tutto il resto.
Gesù non compie miracoli per farsi pubblicità e accaparrarsi una folla di seguaci, ma per confermare lesperienza della fede. Solo allinterno di questa logica è comprensibile la sua attività terapeutica.
La ragione dello scandalo, di questo impedimento a credere "ragionevolmente" in Gesù è data dalla condizione stessa di Gesù: dal fatto di essersi fatto uomo e dellaver scelto unesistenza umile e povera.
31 luglio 2010
Mt 14,1-12
In quel tempo il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. 2 Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui».1
Il racconto della morte del Battista continua la tematica dellepisodio precedente. Sebbene parli con parole autorevoli e compia gesti potenti (cfr Mt 13,54.58; 14,2), Gesù è il profeta contestato e la sua sorte viene prefigurata da quella del Battista.
Il motivo dellarresto e delluccisione del Battista è ricordato nei vv. 3-4. Un profeta non può essere catturato se non per il disturbo che arrecano le sue parole o i suoi gesti.
Elia era perseguitato da Acab e da Gezabele (1Re 19-21) perché aveva loro rimproverato luccisione di un innocente cittadino di Samaria e si erano appropriati del suo podere.
Erode aveva sottratto la moglie a suo fratello e aveva ripudiato la propria. Un doppio delitto davanti al quale Giovanni non ha taciuto. Il "non ti è lecito!" dà unimpostazione concreta alla sua azione missionaria.
Se lannuncio non viene applicato ai fatti, tradotto nelle situazioni concrete, è, troppe volte, un grido inutile. Se il Battista e Gesù si fossero accontentati di puntare il dito contro il male e non contro i malfattori, come fanno i filosofi e non solo i filosofi, non sarebbero finiti in prigione e al patibolo.