giugno 2010
1 giugno 2010
Mc 12,13-17
13 Gli mandarono però alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. 14 E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. E' lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». 15 Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda». 16 Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». 17 Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui.
I farisei e gli erodiani cercano di cogliere in fallo Gesù ponendogli una domanda alla quale sembra impossibile rispondere senza incorrere in gravi conseguenze: "E lecito o no dare il tributo a Cesare?".
Rispondere di no sarebbe pericoloso perché trasformerebbe Gesù in un sobillatore politico; rispondere di sì sarebbe altrettanto pericoloso perché lo farebbe apparire come un collaborazionista, amico degli odiati occupanti romani.
La risposta supera il livello al quale il problema era stato posto. Gesù non dà una ricetta per un comportamento civico; non raccomanda né la rassegnazione di fronte allordine costituito (punto di vista dei farisei) né il rifiuto (opinione degli zeloti) e neppure benedice lo stato imperiale (tendenza degli erodiani).
La sua duplice dichiarazione constata, da una parte, lesistenza di regole provvisorie sulla terra e, dallaltra, invita ad adottare nei confronti di esse un atteggiamento critico: distinguere tra laccessorio e il principale, tra il relativo e lassoluto, tra il transeunte e leterno, tra le realtà penultime e quelle ultime.
La decisione apolitica di Gesù contiene un invito allazione responsabile in favore della società umana, senza riduzioni o esaltazioni indebite, conformemente alla volontà di Dio.
La risposta di Gesù non è una semplice astuzia per eludere il problema e non cadere nel tranello teso dai farisei e dagli erodiani. Non dice semplicemente: "Date a ciascuno ciò che gli spetta", senza determinare ciò che spetta a ciascuno.
A quei tempi il dominio di un sovrano si estendeva ovunque la sua moneta aveva corso legale. Era ovvio che dove circolava la moneta di Cesare, si sottostava al dominio di Cesare e si rispettavano le regole del gioco, tra le quali quella di pagargli il tributo (cfr Rm 13,1-7; 1Pt 2,13ss).
Per Gesù il problema è un altro: dare a Dio ciò che è di Dio. Come la moneta del tributo porta limmagine di Cesare e appartiene a Cesare, così luomo è immagine di Dio e appartiene a Dio. Il tributo da pagargli è quello di darsi a lui, amando lui con tutto il cuore e il prossimo come se stessi (Mc 12,30-31).
Circa lautorità civile, è giusto distinguere il contenuto dal modo. Il suo contenuto è quello di servire al bene comune; in questo senso, anche se le sue forme sono storicamente più o meno imperfette, è legittimamente voluta da Dio (cfr Rm 13,1-4).
Normalmente, il modo nel quale è esercitata è quello dei capi delle nazioni (cfr Mc 10,42), che bramano lavere, il potere e lapparire. Questo modo non è voluto da Dio. Esso schiavizza tutti, sia chi lo esercita sia chi lo subisce, togliendo a tutti, dominatori e dominati, la libertà, che è proprio ciò per cui siamo a immagine e somiglianza di Dio.
Questo brano ci aiuta a capire il "potere" di Cristo che mette sempre in crisi quello delluomo. Esso infatti è amore, servizio e umiltà.
Gesù ci dà un criterio in base al quale fare le nostre scelte: prima dare a Dio ciò che è di Dio. Solo così sapremo cosa dare al Cesare di turno.
Luso del denaro è laccettazione implicita del potere di chi lha coniato. Gesù non ha con sé la moneta, a differenza dei farisei e degli erodiani. Le loro parole non presentano quindi un vero problema per loro, che possiedono molto volentieri le monete con liscrizione di Cesare. Le tasse fanno problema a quelli che hanno i soldi, non ai poveri. Inoltre liscrizione sulla moneta porta il nome e il ruolo divino dellimperatore: Tiberio Cesare Imperatore, figlio del divino Augusto.
Il titolo regale di Gesù non lo troveremo scritto su alcuna moneta, ma sulla croce (Mc 15,26). Chi ha orecchi per intendere, intenda!
Ma il problema fondamentale è che luomo, immagine di Dio, è di Dio e deve ritornare a lui.
2 giugno 2010
Mc 12,18-27
18 Vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non c'è risurrezione, e lo interrogarono dicendo: 19 «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello. 20 C'erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; 21 allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, 22 e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna. 23 Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l'hanno avuta come moglie». 24 Rispose loro Gesù: «Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? 25 Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26 A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? 27 Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore».
Anche i sadducei contestano Gesù: essi non credono alla risurrezione dei morti. La risposta di Gesù considera due momenti. Anzitutto egli fonda la fede nella risurrezione sul rapporto che Dio ha stabilito con gli uomini: un rapporto di alleanza, di amicizia, di solidarietà, di vita. Dio non è impotente di fronte alla morte, "non è il Dio dei morti, ma dei viventi" (v. 27).
Citando Esodo 3, che è un testo su Dio e non sulla risurrezione dei morti, Gesù riconduce il dibattito allamore di Dio e alla sua fedeltà: se Dio ama luomo non può abbandonarlo in potere della morte.
Gesù inoltre corregge laltro errore dei sadducei che pensano alla risurrezione come a una semplice continuazione della vita attuale, con gli stessi tipi di rapporti. Pensando in questo modo, essi non tengono conto della "potenza di Dio" (v. 24).
La risurrezione non è una semplice continuazione della vita attuale, ma il passaggio a una vita nuova, creata dalla potenza di Dio. Non è la rianimazione di un cadavere: è una trasformazione qualitativa, è una nuova esistenza.
La nostra risurrezione è il centro della vita cristiana. Senza di essa " è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede" scrive Paolo ai Corinti (1Cor 15,14).
I sadducei assomigliano a tanti credenti del nostro tempo. Credono in Dio, ma non nella risurrezione dei morti. Chiusi nel materialismo, non credono, né teoricamente né praticamente, al fine a cui Dio ci ha destinati: la vita eterna. E lalienazione più tragica delluomo, che perde ciò per cui è fatto, lorizzonte che dà senso alla vita. Tentare di superare la morte attraverso la generazione dei figli è un rimedio peggiore del male, una vittoria illusoria, perché non si fa che accrescere il numero dei destinati alla morte.
La generazione dei figli ha senso solamente nella speranza che questi "destinati alla morte" incontrino Dio che dà loro la vita nella risurrezione.
3 giugno 2010
Mc 12,28b-34
28 Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29 Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; 30 amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31 E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». 32 Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; 33 amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
La domanda che lo scriba pone a Gesù non è oziosa. Data la molteplicità delle prescrizioni della legge (se ne contavano 613, ripartite in 365 proibizioni - quanti sono i giorni dellanno - e 248 comandamenti positivi, quante si credeva fossero le parti del corpo umano), ci si poteva legittimamente interrogare sul loro valore e chiedersi quale fosse il comandamento più grande.
La risposta di Gesù che pone nellamore di Dio e del prossimo il centro della legge, non è una novità assoluta: lo insegnavano anche i rabbini di allora. La novità consiste nellavere unificato il testo del Dt 6, 4-5 con il testo del Lv 19,18. Ma per cogliere questo centro sono necessarie due precisazioni. La Bibbia insegna che il nostro amore per Dio e per il prossimo suppone un fatto precedente, senza il quale tutto resterebbe incomprensibile: lamore di Dio per noi. Qui è lorigine e la misura del nostro amore. Lamore delluomo nasce dallamore di Dio e deve misurarsi su di esso. E qui si inserisce la seconda precisazione: chi è il prossimo da amare? La Bibbia risponde: ogni uomo che Dio ama, cioè tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, perché Dio si è rivelato in Gesù come amore universale.
La nostra vita è amare Dio e unirci a lui (Dt 30,20), diventando per grazia ciò che lui è per natura. Il nostro amore per lui è la via per la nostra divinizzazione, perché uno diventa ciò che ama. Chi risponde a questo amore passa dalla morte alla vita, mentre chi non ama Dio e il prossimo rimane nella morte (1Gv 3,14). Dio è amore più forte della morte (Ct 8,6). La sua fedeltà dura in eterno (Sal 117,2). Quando noi moriamo, egli ci ridà la vita. "Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri" (Ez 37,13). Dio ha creato tutto per lesistenza, perché è un Dio amante della vita (cfr Sap 1,14; 11,26).
Lamore per luomo non è in alternativa a quello per Dio, ma scaturisce da esso come dalla sua sorgente. Si ama veramente il prossimo solo quando lo si aiuta a diventare se stesso, raggiungendo il fine per cui è stato creato, che è quello di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso. Alla luce di questa verità, dobbiamo rivedere radicalmente il nostro modo di amare: molto del cosiddetto amore, che schiavizza sé e gli altri, è una contraffazione dellamore, è egoismo. Quanta purificazione, quanta grazia di Dio occorrono perché lamore sia vero amore!
4 giugno 2010
Mc 12,35-37
35 Gesù continuava a parlare, insegnando nel tempio: «Come mai dicono gli scribi che il Messia è figlio di Davide? 36 Davide stesso infatti ha detto, mosso dallo Spirito Santo:
Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello ai tuoi piedi.
37 Davide stesso lo chiama Signore: come dunque può essere suo figlio?». E la numerosa folla lo ascoltava volentieri.
Nella lettura del Vangelo di Marco ritorna con insistenza la domanda: Chi è Gesù? E ci è stata data la risposta con chiarezza: Gesù è il Messia (Mc 8,29). Ma subito si è riproposta unaltra domanda: Che cosa significa per Gesù essere il Messia e quale relazione ha il Messia con Dio? E la risposta è stata: Il Messia compirà la sua missione nella sofferenza (tre annunci della passione); il Messia è lultimo inviato di Dio, e il Figlio che Dio tanto ama (Mc 12,1-8).
Ora qui si ripropone un problema importante: Chi è il Messia? Ogni ebreo poteva rispondere con semplicità e senza alcun dubbio: Il Messia è il figlio di Davide. E questa risposta trova il fondamento negli oracoli dei profeti, a cominciare da Natan (2Sam 7). E tuttavia la risposta è incompleta. Il Messia non è solamente il figlio di Davide; è il Figlio di Dio.
Gesù fonda il suo ragionamento sullinterpretazione del salmo 110 , un salmo che la Bibbia attribuisce a Davide. Dunque è Davide stesso che parla e dice: "Disse il Signore (cioè Dio stesso) al mio Signore (cioè al Re-Messia): siedi alla mia destra". Dunque, dice Gesù, Davide chiama il Messia "mio Signore". Vuol dire, dunque, che il Messia è molto di più che "il figlio di Davide": è addirittura "il Signore di Davide".
Ne consegue che se Gesù è il Figlio di Dio, il suo regno non può essere ridotto al regno di Davide. Sarebbe un regno tra i regni di questo mondo o in alternativa ad essi. Invece il regno di Dio li supera, li trascende e non è legato alla loro realtà materiale.
5 giugno 2010
Mc 12,38-44
38 Diceva loro mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39 avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40 Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».
41 E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. 42 Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. 43 Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44 Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
Gesù mette in guardia la folla perché sta per lasciarsi trascinare dai capi: bisogna che essa sappia chi sono in realtà i suoi capi. Con poche parole il Maestro fa il ritratto degli scribi: vanità, sfruttamento delle vedove, ostentazione nella preghiera. La loro logica è precisa: prima io, poi le donne, infine Dio. Forse ci aspettavamo un elogio degli scribi: sono gli studiosi della parola di Dio. Se è vero che la conoscenza è lorigine della virtù, essi dovrebbero essere molto virtuosi. Al contrario, non ci aspettavamo molto dalla vedova che Gesù, invece, ci propone come esempio: è limitata, è povera, è costretta ad occuparsi quotidianamente delle solite cose indispensabili per la sopravvivenza. Cosa può dare a Dio una persona insignificante come lei?
Ma il giudizio di Dio capovolge le nostre valutazioni. Gli scribi usano la conoscenza delle Scritture per procurarsi onori umani, si servono della loro pietà religiosa per nascondere la cupidigia con cui si appropriano dei beni degli altri, in particolare dei beni dei poveri e degli indifesi. La povera vedova invece, che può mettere nel tesoro del tempio solo due spiccioli, viene presentata ai discepoli come il vero esempio da imitare: "Tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che aveva, tutto quanto aveva per vivere" (v. 44). Così, con semplicità, questa donna insignificante, a cui nessuno aveva prestato attenzione, ha amato Dio con tutto il cuore (cfr Mc 12,30).
Gesù sta per andarsene dalla scena di questo mondo e non ci lascia come maestri dei personaggi dalle lunghe maniche e dalle parole altisonanti, ma mette in cattedra una donnetta discreta, che continua in silenzio la sua lezione: la vedova che offre a Dio tutta la sua vita. Essa è sola e inosservata, povera e umile, "getta" tutta la propria vita: è come Gesù che si è fatto ultimo di tutti e ha dato la sua vita in riscatto per tutti (cfr Mc 10,43-45).
Il primo miracolo di Gesù fu la guarigione della suocera di Pietro, perché potesse servire (cfr Mc 1, 29-31). Lultimo suo insegnamento, prima del discorso escatologico, ci presenta questa vedova, che ama veramente Dio con tutta la sua vita. Sono loro le vere discepole di Gesù, e quindi le nostre maestre.
6 giugno 2010
Lc 9,11b-17
11 Egli le accolse e prese a parlar loro del regno di Dio e a guarire quanti avevan bisogno di cure. 12 Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». 13 Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». 14 C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». 15 Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. 16 Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17 Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.
Questo banchetto segna il punto darrivo della missione degli apostoli: lattività missionaria infatti porta a conoscere il Signore Gesù e ha il suo culmine e coronamento nelleucaristia. Essa è il fondamento e il compimento della Chiesa, è suo principio e suo fine.
Il racconto ha come sottofondo il banchetto che Dio imbandì nel deserto per il suo popolo (Is 25,6ss; Os 11,4; Sal 23; ecc.). Tale banchetto (cfr Nm11,4ss; Es 16; Dt 8,13) chiarisce molti dettagli di questo racconto, la cui struttura è simile alla moltiplicazione dei pani di 2Re 4,42-44. Gesù è presentato come Dio stesso che sazia e salva.
Gesù accoglie le folle. Questa accoglienza, che prepara al banchetto, ha due aspetti: "Parlava loro del regno di Dio" e "guariva quanti avevano bisogno di cure". Luca mette in evidenza la cura di Gesù come di un medico verso i bisognosi, gli esclusi, gli infelici, i malati, i peccatori.
Il declinare del giorno è lora in cui Gesù fu invitato a "rimanere" dai discepoli di Emmaus (Lc 24,29). E la stessa ora del banchetto eucaristico che, come quello pasquale, si celebra al tramonto del sole.
I Dodici, che in At 6, 2 vedremo deputati al servizio delle mense, ora si rivolgono a Gesù e lo consigliano di mandare via la gente invece di accoglierla.
Gesù dà ai discepoli lo stesso ordine che aveva dato Eliseo (2Re 4,43-44). I discepoli fanno i calcoli sulle loro possibilità. Non sanno ancora contare sul dono di Dio.
Per la parola di Gesù, la folla disordinata diventa popolo ordinato. Il pasto viene consumato comodamente sdraiati e non più in piedi e in fretta come nel primo esodo (Es 12,11): con Gesù sono ormai nel riposo della terra promessa.
Questo pane donato da Gesù è il vertice di tutto il creato perché in esso tutta la materia inanimata diventa Cristo che si fa nutrimento completo delluomo: è il punto di congiunzione tra creazione e Creatore in Gesù, che si fa pane per unirsi alluomo sua creatura prediletta.
Solo mangiando Gesù luomo è sazio di vita e vince la morte. Questo pane lo si può conservare, a differenza della manna che perisce, perché è il pane della vita eterna (Gv 6,12). Lo si conserva dandolo e lo si moltiplica dividendolo. Le dodici ceste di pezzi, una per tribù, indicano che il pane di Cristo è sovrabbondante: ce nè per tutti e per sempre.
7 giugno 2010
Mt 5,1-12
1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
In questo brano Matteo ha unintenzione precisa: presentare Gesù come il nuovo Mosè, e il discorso di Gesù sulla montagna come il compimento della legge del Sinai. Il suo messaggio si concentra sulla parola "beati". La beatitudine delluomo povero e sofferente ha il suo fondamento in Gesù: in lui Dio ci ha già dato tutto.
Questo discorso traduce lesperienza di Cristo, che può e deve diventare lesperienza del cristiano. Non suggerisce le condizioni per essere frati o suore, ma semplicemente per essere cristiani.
Gesù aveva detto al tentatore: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà luomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4). Ora Gesù apre solennemente la bocca per dare la vita di Dio agli uomini per mezzo della sua parola.
"Beati i poveri in spirito". La povertà indica prima di tutto un atteggiamento spirituale nei confronti di Dio. I poveri in spirito attendono ogni aiuto da Dio. Latteggiamento richiesto dalla prima beatitudine è come quello del bambino: «Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me"» (Mt 18,2-5). La beatitudine dei poveri in spirito afferma in modo inequivocabile il primato della grazia, non quello delle opere.
Il povero in spirito è distaccato non solo dai beni materiali, che sono i meno importanti, ma anche e soprattutto dai beni superiori dellintelligenza e della volontà, dalle proprie idee, dal proprio modo di sentire. Libero da se stesso, dalle sue vedute e aspirazioni umane, egli è pronto ad accogliere i beni del regno dei cieli. Questa disposizione interiore è indispensabile per chiunque voglia mettersi al seguito di Gesù. La salvezza è una realtà troppo grande per essere compresa dalla sola intelligenza umana. Chi pretende di ragionare troppo, e quindi a sproposito, rimane fuori da essa. Per questo, chi non è povero non può entrare nel regno dei cieli. Questa beatitudine è la caratteristica della persona di Gesù che noi dobbiamo imitare: "Imparate da me che sono povero e umile di cuore" (Mt 11,29).
Poveri in spirito non si nasce, ma si diventa, combattendo contro le istintive aspirazioni dei sensi, le pretese dellintelligenza e le incomprensioni degli altri. Il vero povero non è colui che Dio ha umiliato, ma colui che si è abbassato con lamore di un figlio. La vita del povero è caratterizzata dallobbedienza, dalla sottomissione, dalla remissività, dallabbandono, dal silenzio. La povertà evangelica presenta lideale religioso e spirituale nella sua duplice relazione. Verso Dio si esprime come umile e fedele sottomissione, verso il prossimo come pacifica e cordiale accoglienza.
"Beati gli afflitti". Gesù non è stato mandato solo per annunciare il vangelo ai poveri, ma anche a consolare gli afflitti (cfr Is 61,2). Essi non sono tali semplicemente per le disgrazie umane e le tribolazioni che affliggono tutti, ma soprattutto a causa delle oppressioni e delle ingiustizie subite per lattuazione del piano di Dio. Sono afflitti perché il bene è deriso, perché la comunità cristiana è perseguitata e oppressa, perché Dio non è conosciuto e amato.
"Beati i miti". NellAntico Testamento Mosè "era molto più mite di ogni uomo che è sulla terra" (Nm 12,3) e nel Nuovo Testamento Gesù si presenta "mite e umile di cuore" (Mt 11,29; cfr Mt 21,5). Il mite è colui che realizza in sé lesortazione del salmo 37,7-11: "Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui; non irritarti per chi ha successo, per luomo che trama insidie. Desisti dallira e deponi lo sdegno, non irritarti: faresti del male, poiché i malvagi saranno sterminati, ma chi spera nel Signore possederà la terra. Ancora un poco e lempio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi. I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace". Si tratta del possesso pieno e felice della salvezza promessa a quelli che seguono Gesù "mite e umile di cuore" (Mt 11,29).
"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia". La giustizia è lattuazione completa e generosa della volontà di Dio rivelata nel vangelo di Gesù. La fame e la sete indicano il desiderio di cercare e di attuare in se stessi questo progetto di Dio attraverso lesercizio dellamore (cfr Mt 25,37). Gli affamati e gli assetati della giustizia sono coloro che hanno fatto del compimento della volontà di Dio la massima aspirazione della propria vita, a tal punto che per loro la ricerca del piano di Dio diventa vitale come il mangiare e il bere. La ricompensa per quelli che hanno desiderato intensamente la giustizia di Dio è la sazietà, che significa la comunione piena e definitiva con Dio e con i fratelli.
"Beati i misericordiosi". La prima ed essenziale esigenza del regno di Dio è la misericordia attiva che ha la sua fonte e il suo modello nellagire di Dio: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (Lc 6,36). Lamore misericordioso e benevolo di Dio si manifesta principalmente in due modi: perdona i peccati e soccorre e protegge i bisognosi. Perciò il giusto davanti a Dio lo imita nel suo agire verso il prossimo perdonando i torti ricevuti e impegnandosi a soccorrere generosamente gli indigenti. Questa è la condizione per trovare misericordia presso Dio. Matteo presenta Gesù come lincarnazione della bontà compassionevole di Dio nel modo di agire e nelle scelte che ha compiuto a favore dei peccatori e dei bisognosi (cfr Mt 9,13; 12,7; 23,23; ecc.).
"Beati i puri di cuore". Il cuore come simbolo di interiorità spirituale e morale designa la dimensione profonda e personale della relazione religiosa con Dio e con il prossimo in contrapposizione alla superficialità e allesteriorità delle forme. I puri di cuore sono coloro che sanno accettare linsegnamento di Gesù, la persona stessa di Gesù. Questa beatitudine richiede la piena adesione al vangelo. La visione di Dio promessa ai puri di cuore è la salvezza definitiva del paradiso dove vedranno Dio "a faccia a faccia" (1Cor 13,12).
"Beati gli operatori di pace". Gli operatori di pace sono i continuatori dellopera di Gesù, gli annunciatori del messaggio della salvezza. La pace è assenza di ogni inimicizia, è presenza di grazia e di santità. Solo chi vive nella pace di Dio può diventare strumento di pace umana. Gli apportatori della pace sono gli annunciatori del vangelo, tutti coloro che lavorano per la venuta del regno di Dio sulla terra. Essi meritano lappellativo di figli di Dio perché sono animati dagli stessi desideri di salvezza e impegnati nella sua stessa opera. Solo la concordia e la riconciliazione con i fratelli rendono il culto accetto a Dio ed efficace la preghiera della comunità (cfr Mt 5,23-24; 18,19-20). Limpegno di fare opera di pace tra le persone è un modo concreto di attuare lamore del prossimo. A questi operatori di pace è promessa la realizzazione del rapporto di piena comunione con Dio: essere riconosciuti come suoi figli.
"Beati i perseguitati". Il messaggio della salvezza è imperniato sulla croce: chi lo annuncia e chi lo riceve devessere disposto a lasciarsi oltraggiare, calunniare, spogliare, crocifiggere. La sofferenza dellinnocente è un mistero di cui luomo dellAntico Testamento non ha saputo intravedere la soluzione (cfr Sap 3,4). La beatificazione del dolore che il Nuovo Testamento ribadisce in numerose occasioni è un paradosso che non trova la sua giustificazione nella logica umana, ma solo nellesempio e nellinsegnamento di Gesù. La persecuzione è leredità che Gesù lascia ai suoi discepoli, il segno che autentica la loro chiamata, ma anche la via per conseguire la felicità e la gloria. Il testo tocca il messaggio centrale del cristianesimo: la passione, morte e risurrezione di Cristo. La beatitudine e il possesso del regno dei cieli è la Pasqua di risurrezione del cristiano, ma per potervi giungere egli deve prima, necessariamente, passare attraverso la sofferenza e la morte. Loriginalità di questa beatitudine è costituita dalle motivazioni che devono qualificare lo stile della perseveranza cristiana: lassimilazione interiore al destino di Cristo rifiutato e perseguitato (cfr Mt 10,24-25) e ladesione integra e pratica alla volontà di Dio, concretizzata nel progetto di vita cristiana. La persecuzione dovrebbe provocare lamarezza e labbattimento, invece produce la gioia per aver sopportato le sofferenze richieste dalla propria fedeltà alla verità e a Cristo. I fedeli sono invitati a gioire in mezzo alle persecuzioni perché in essi si compie il mistero di morte e di risurrezione che Gesù ha realizzato per primo nella sua vita. Essi sono proclamati beati, felici, fortunati già ora in vista della piena e definitiva felicità che è loro promessa da Dio.
Le beatitudini evangeliche hanno il loro modello e la garanzia della loro realizzazione in Gesù, il "povero e umile di cuore", rifiutato e perseguitato dagli uomini, ma riabilitato e glorificato da Dio (cfr At 5,31; Fil 2,9-11; ecc.).
8 giugno 2010
Mt 5,13-16
13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.
Gesù paragona i discepoli al sale della terra e alla luce del mondo. Essi portano al mondo la felicità, trasfigurano la vita e danno sapore ad ogni realtà umana; se vengono meno non possono essere sostituiti da nessuno. Essi devono essere testimoni trasparenti della luce di Cristo che hanno in sé perché tutti, dentro e fuori della Chiesa, vedano le loro opere buone e glorifichino il Padre che è nei cieli.
Il potere del sale è molteplice. Esso condisce, depura, protegge dalla putrefazione. NellAntico Testamento lo si usava per il sacrificio. Secondo il Libro del Levitico 2,13 è prescritto che in ogni sacrificio di oblazione si offra il sale. Nel mondo greco il sale simboleggiava lospitalità.
Il significato dei discepoli per il mondo corrisponde a quello del sale per il cibo: essi sono insostituibili. Ma laccento non è posto su questo punto, ma sulla possibilità di fallire. Il sale può diventare senza sapore e allora non cè più nulla con cui si possa salare. Se i discepoli falliscono, se mancano al proprio compito, non resta loro che attendere il giudizio che gli uomini pronunciano su di loro. Specialmente in Isaia il giudizio è presentato come lessere calpestati (Is 10,6). I cristiani sono il sale della terra se compiono le opere di misericordia sulle quali saranno giudicati (Mt 25,34ss).
Ai discepoli viene assegnata, senza limiti, la funzione di luce del mondo e di città sul monte. La città sopra il monte simboleggia la forza di attrazione della comunità dei discepoli. Occultando la luce, i discepoli si rendono colpevoli come il servo infingardo che ha nascosto il talento sotto terra (Mt 25,18 ss).
Il far risplendere la luce è la manifestazione della propria fede davanti agli uomini (Mt 10,32-33) e ciò richiede sacrificio. Le direttive del discorso della montagna mirano a far sì che il comportamento degli uomini sia conforme al comportamento di Dio (Mt 5,48).
I discepoli che vivono secondo le beatitudini, non vivono per sé, autosufficienti, nascosti in un angolo del mondo, ma in pubblico, visibili e accessibili agli uomini e anche esposti alle loro critiche.
9 giugno 2010
Mt 5,17-19
17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Gesù adempie le Scritture realizzando nella sua persona ciò che esse dicevano di lui. Ladempimento della Legge da parte di Gesù non è di ordine puramente dottrinale: è limpegno stesso della sua vita e della sua morte.
Egli non è venuto per frustrare le attese dellAntico Testamento, ma per realizzarle: non vuota la Legge del suo contenuto, ma la riempie fino allultimo livello, portandola fino alla sua più alta espressione.
Gesù non è un avversario di Mosè, ma non è nemmeno un suo discepolo; è al contrario il vero legislatore che Dio ha inviato agli uomini di tutti i tempi, di cui Mosè era solo un precursore.
Alla venuta del Messia, Mosè è invitato a scomparire (cfr Mt 17,8). La Legge era incompleta non perché non esprimesse la volontà di Dio, ma perché la esprimeva in un modo imperfetto e inadeguato. Anche i minimi dettagli della Legge conservano il loro eterno valore, soprattutto se la Legge è quella rinnovata da Cristo (v. 18).
Gesù compie la Legge, che manifesta la volontà del Padre, amando i fratelli. Lamore non trascura neanche un minimo dettaglio, anzi manifesta la propria grandezza nelle attenzioni minime.
Le realtà più solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un iota, cioè la particella più piccola della Legge, finché non sia attuata. Non si tratta di salvaguardare ladempimento del codice fin nelle sue minime prescrizioni, ma di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive nel Vangelo: lamore. Con la proclamazione del Vangelo lAntico Testamento non finisce, ma si attua nel Nuovo.
10 giugno 2010
Mt 5,20-26
20 Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
23 Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all'altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!
La concezione della giustizia secondo Matteo non può essere confusa con quella di Paolo. Per Paolo la giustizia è la giustificazione di Dio concessa per grazia alluomo; per Matteo è il retto agire richiesto da Dio alluomo.
Gesù ha rimesso in vigore la Legge come legge di Dio e documento dellalleanza, ripulita da tutte le storture e le aggiunte delle tradizioni umane e delle incrostazioni depositate dai secoli.
La migliore giustizia, che deve superare quella degli scribi e dei farisei, richiesta da Cristo ai suoi discepoli sta anche nel fatto che Gesù ha ricondotto i singoli precetti a un principio dominante: lesigenza dellamore di Dio e del prossimo, da cui dipendono la Legge e i Profeti.
Gesù non propone una legge diversa, come appare chiaro in Mt 5,17: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento".
Gesù parla con autorità pari a quella di Dio che diede i Dieci Comandamenti. "Ma io vi dico" non contraddice quanto è stato detto, ma lo chiarisce, lo modifica in ciò che suona concessione, e passa dalle semplici azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana.
"Ma io vi dico" non è unantitesi, ma un completamento: luccisione fisica viene da unuccisione interna dellaltro: dallira, dal disprezzo, dalla rottura della fraternità nei suoi confronti. Lira è luccisione dellaltro nel proprio cuore. Il disprezzo è luccisione interiore che prepara e permette quella esteriore.
Tutte le guerre sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, considerato indegno di vivere e meritevole della morte: di conseguenza, ucciderlo è un dovere; anzi, è unopera gradita a Dio, come ci ha detto Gesù: "Verrà lora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio" (Gv 16,2).
Il comandamento dellamore del prossimo è superiore anche a quello del culto. La pace con il fratello è condizione indispensabile per la pace e lincontro con il Padre. Ciò che impedisce il contatto con i fratelli impedisce anche il contatto con Dio.
Non solo chi ha offeso, ma anche chi è stato offeso, deve riconciliarsi col fratello prima di prendere parte a un atto di culto. Non è questione di ragione o di orto; quando cè qualcosa che divide due membri della stessa comunità, tale ostacolo deve scomparire per poter comunicare con Dio.
La vita è un cammino di riconciliazione con gli altri. Non importa se si ha torto o ragione: se non si va daccordo con i fratelli, non si è figli di Dio. La realtà di figli di Dio si manifesta necessariamente nel vivere da fratelli in Cristo.
Se non si passa dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, si perde la vita di figli del Padre (cfr Mt 18,21-35).
11 giugno 2010
Lc 15, 3-7
3 Allora egli disse loro questa parabola: 4 «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. 7 Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
I destinatari dellinsegnamento sono gli scribi e i farisei. La parabola è un invito ai giusti perché si convertano dalla propria giustizia che condanna i peccatori, alla giustizia del Padre che li giustifica.
Mentre il peccatore sente il bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli altri, anzi si irrita grandemente con Dio, come Giona (Gio 4,29). In questo modo rifiuta Dio, che è misericordia, in nome della propria giustizia.
La contrapposizione tra uno e tutti sottolinea la condizione di precedenza di chi è fuori strada, malato e infelice rispetto a chi è al sicuro, in salute e nella gioia.
NellAntico Testamento il pastore è Dio (Ger 23,1-6; Ez 34,12-16; Sal 23; ecc.), nel Nuovo è Gesù (Gv 10,11ss). Il cuore del Padre si rivolge tutto verso lunico figlio che manca. Non basta la presenza di tutti gli altri per consolarlo. Egli ha un amore totale per ognuno. La sofferenza per la perdita di uno solo ci rivela quanto valore ha ognuno di noi ai suoi occhi di Padre.
Latteggiamento del Padre si rivela nel comportamento di Gesù che cerca luomo perduto e invita gli amici e i vicini perché condividano la gioia del ritrovamento.
Liniziativa della salvezza è di Dio che non attende il ritorno del peccatore smarrito, ma gli va incontro e lo porta a casa sua. La gioia di Dio per il ritorno del peccatore sta nel vedere riconosciuta e accolta la sua misericordia.
La gioia di Dio sarà piena quando tutti, anche i giusti, si convertiranno. Secondo Paolo il punto di arrivo della storia è la conversione dIsraele (Rm 11,25-36). La gioia di Dio per la salvezza di uno solo lascia intravedere la sofferenza divina del Padre fino a quando non vede tutti i suoi figli nella sua casa.
In realtà la pecora non si è convertita. Non siamo noi che ritorniamo a Dio, ma è lui che viene a cercarci. Convertirsi è volgere il nostro sguardo dal proprio io a Dio, dalla nostra nudità allocchio di colui che da sempre ci guarda con amore.
12 giugno 2010
Lc 2, 41-51
41 I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; 43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44 Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. 47 E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49 Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50 Ma essi non compresero le sue parole.
51 Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutti questi fatti nel suo cuore.
Tre volte allanno cerano celebrazioni che richiamavano a Gerusalemme i pellegrini, secondo il comando del Signore: "Tre volte allanno farai festa in mio onore: Osserverai la festa degli azzimi Osserverai la festa della mietitura la festa del raccolto, al termine dellanno, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi. Tre volte allanno ogni tuo maschio comparirà alla presenza del Signore Dio" (Es 23,14-17).
Il figlio Gesù perduto è ritrovato dopo tre giorni nel tempio cioè nella casa del Padre, seduto. Questo fatto è preannuncio della pasqua di Gesù risorto e seduto alla destra del Padre.
Luca narra linfanzia del Salvatore alla luce degli avvenimenti della sua pasqua di risurrezione. Il racconto che ha sfiorato, con le parole di Simeone, il dramma della passione (la spada), si chiude con lannuncio della risurrezione. Il quadro dello smarrimento e del ritrovamento presenta anticipatamente il mistero della morte e della risurrezione di Gesù. Maria e Giuseppe rappresentano la comunità cristiana, che ha perso improvvisamente il suo maestro, ma dopo "tre giorni" di attesa e di ricerca riesce a ritrovarlo risuscitato nella gloria del Padre.
Qui Gesù nomina per la prima volta il Padre. Le prime e le ultime parole di Gesù riguardano il Padre (Lc 2,49 e 23,46). La paternità di Dio fa da inclusione a tutto il vangelo di Gesù secondo Luca. Gesù "deve" occuparsi delle cose del Padre, essere presso il Padre, ascoltare il Padre e rispondere a ciò che il Padre ha detto.
Non deve meravigliare che Maria e Giuseppe "non compresero le sue parole" (v. 50). Il cammino della rivelazione è ancora lungo. Siamo solo agli inizi.
Maria non comprende subito il grande mistero dei tre giorni di Gesù col Padre, ma custodisce nel suo cuore i detti e i fatti. In questo ricordo costante della Parola accolta, il cuore progressivamente si illumina nella conoscenza del Signore.
Il racconto dellinfanzia si conclude con il ritorno a Nazaret. Per tutto il resto delladolescenza e della giovinezza di Gesù Luca non ha nulla di straordinario da segnalarci allinfuori della sua umile sottomissione ai genitori. Nella famiglia egli ha preso il suo posto di figlio rispettoso e obbediente verso quelli che, per volontà del Padre, hanno la responsabilità su di lui.
13 giugno 2010
Lc 7,36--8,3
36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
39 A quella vista il fariseo che laveva invitato pensò tra sé. "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice". 40 Gesù allora gli disse: "Simone, ho una cosa da dirti". Ed egli: "Maestro, dì pure". 41 "Un creditore aveva due debitori: luno gli doveva cinquecento denari, laltro cinquanta. 42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?". 43 Simone rispose: "Suppongo quello a cui ha condonato di più". Gli disse Gesù: "Hai giudicato bene". 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: "Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non mhai dato lacqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco". 48 Poi disse a lei: "Ti sono perdonati i tuoi peccati". 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: "Chi è questuomo che perdona anche i peccati?". 50 Ma egli disse alla donna: "La tua fede ti ha salvata; va in pace!".
8.1 In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. 2 Cerano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni, 3 Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.
Nella casa del fariseo, dove era stato invitato, Gesù imbandisce il banchetto nuziale per la peccatrice inopportuna e indesiderata. Il fariseo tronfio della sua giustizia non può partecipare alla danza dellamore se prima non piange il suo peccato.
Il racconto serve per persuadere il giusto di peccato di prostituzione perché vuole meritare lamore di Dio che è gratuito. Questo peccato di "meretricio", di prostituzione è lunico peccato diretto contro Dio che è amore.
Questa donna è figura del vero popolo di Dio che si riconosce peccatore e bisognoso di perdono; è il simbolo dellumanità peccatrice che ritorna al suo sposo, Dio.
La presenza della peccatrice che ama, mostra al giusto il suo peccato profondo, quello di non saper amare. Dalla festa dellamore resta escluso solo il giusto, che non ama perché non si sente amato, perché crede di non aver bisogno di essere amato. Ma anche il giusto può partecipare al banchetto della vita nella misura in cui si riconosce prostituto, adultero e peccatore.
Il peccato tipico del giusto è quello di comprarsi lamore di Dio con la moneta sonante delle proprie buone opere. E il peccato "naturale" di tutte le religioni, che suppongono un Dio cattivo da imbonire.
Gesù, in casa del fariseo, mostra a tutti la sua bontà: accetta e ama la donna che peccò di prostituzione con gli uomini, accetta e ama il fariseo che pecca di prostituzione nei confronti di Dio. Nei vv. 40-42 Gesù racconta una parabola che mette in gioco tutti. E la parabola dei due debitori. Ogni uomo è debitore a Dio di tutto. Il vero peccato è quello di non accettare di essere debitori, ma voler restituire sotto forma di prestazioni di vario tipo, in modo di pareggiare il nostro conto con Dio, per sentirci liberi e indipendenti da lui a cui abbiamo dato tutto il dovuto, per sentirci nostri e non suoi.
E il tentativo di non essere più creature, ma di emanciparci dal Creatore per essere Dio come Dio, senza Dio e in contrapposizione a Dio. E il peccato originale delluomo. Questa è la prostituzione religiosa, frutto della non conoscenza di Dio, che produce tutti i peccati dei giusti e degli ingiusti. Il dono di Dio, al quale tutto dobbiamo, è un amore gratuito da accettare e a cui rispondere con altro amore gratuito.
Il contenuto della parabola è nelle due espressioni "fare grazia" da parte del creditore e "amare di più" da parte del debitore graziato. Il più avvantaggiato in questa situazione è chi ha il debito maggiore, perché riceve un dono maggiore. Chi riceve un dono maggiore, un perdono maggiore fa esperienza di un amore più grande. Davanti a un Dio che riempie gratis del suo amore è una disgrazia essere pieni di sé.
Gesù dà come modello al fariseo la peccatrice perdonata che ama, colei che egli aveva giudicata e condannata, e che avrebbe voluto escludere dalla sua casa.
Gesù è un viandante instancabile. La sua vita si svolge sulla strada. Egli passa attraverso le località grandi e piccole. Il vangelo deve camminare sulle vie del mondo. Nel suo peregrinare lo accompagnano gli apostoli, che sono il primo nucleo del popolo di Dio. Ma anche le donne fanno parte del seguito di Gesù. Queste accompagnatrici, collaboratrici, benefattrici di Gesù svolgono nei confronti del Cristo e del gruppo degli apostoli unazione assistenziale: mettono a disposizione i loro beni e il loro lavoro.
La caratteristica comune di queste donne che seguono Gesù è lesperienza della cura che Gesù si è preso di loro. Hanno fatto lesperienza del dono e del perdono: si sono sentite amate e per questo amano. Lamore si manifesta nel servire laltro liberandolo dalle sue necessità. Questo amore si manifesta più con i fatti che con le parole. Lo spirito di servizio di queste donne le porterà fino ai piedi della croce e davanti al sepolcro, le farà entrare in esso e diventeranno le prime testimoni del Risorto. Gli apostoli e queste donne sono il piccolo gregge al quale il Padre si è compiaciuto di donare il suo regno (Lc 12,32), cioè Gesù Cristo Signore.
Caratteristica di questi primi cristiani: ascoltano Gesù e stanno con lui. Questo ascoltare Gesù e stare con lui è la qualifica più bella e più profonda del discepolo: sottolinea laspetto personale damore che lo lega al suo Signore.
Attraverso lannuncio della parola e i miracoli che Gesù compie, la gente fa esperienza della bontà, della misericordia e della grazia di Dio nei loro riguardi. Il regno di Dio (v. 1) è il nuovo contesto sociale e religioso in cui tutti sono chiamati a vivere liberi dalla paura di Dio, dalle reciproche inimicizie e da ogni forma di male.
14 giugno 2010
Mt 5,38-42
38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; 39 ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; 40 e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41 E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. 42 Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.
La frase "occhio per occhio e dente per dente" riporta la legge del taglione (Es 19,15-51; 21,24; Lv 24,20). E uno dei capisaldi delle legislazioni antiche (Codice di Hammurabi e Legge delle dodici tavole). Essa doveva sostituire la legge della vendetta di sangue (Gen 4,23). Al tempo di Gesù la legge del taglione era ancora vigente, ma poteva essere sostituita con un risarcimento in denaro.
La non-violenza richiesta da Gesù non è vile rassegnazione, ma forza e intraprendenza dellamore. La potenza dellimpotenza ha la sua più alta manifestazione in Gesù che "fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio" (2Cor 13,4) e poggia sulla fede che limpotenza della croce vince il male.
Con il principio della non-violenza Gesù contrappone alla mentalità giuridica dellAntico Testamento il nuovo ideale dellamore. Il male perde la sua forza durto solo quando non trova resistenza.
La Chiesa perseguitata ha assunto questo atteggiamento comandato da Gesù: "Gli apostoli se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù" (At 5,41).
I quattro esempi elencati da Matteo hanno lo scopo di illustrare il comandamento: "Ma io vi dico di non opporvi al malvagio".
Lo schiaffo sulla guancia destra è particolarmente doloroso e oltraggioso perché è un manrovescio. Gesù flagellato e schiaffeggiato conferma con il suo esempio la validità del suo insegnamento (Mt 26,67; Is 50,6).
La lite giudiziaria con chi pretende la tunica come caparra o come risarcimento danni non ha più senso per il discepolo di Gesù, anzi, egli non farà valere per sé neppure il comandamento che vietava il pignoramento del mantello del povero e il dovere di restituirglielo prima del tramonto del sole (Es 22,25; Dt 24,13): egli darà la tunica e il mantello senza opporre resistenza.
Il terzo esempio che mette il discepolo a confronto con la violenza è quello della requisizione da parte di autorità militari o statali per costringerlo a prestazioni forzate. Ne abbiamo un esempio in Mt 27,32: "Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prendere su la croce di lui".
Il miglio (= 1478,70 metri) era una misura romana e quindi richiama concretamente la dominazione dellimpero di Roma al tempo di Gesù e dellevangelista. Quando gli saranno imposte queste prestazioni forzate, il discepolo di Gesù non deve ribellarsi o coltivare astio nel cuore, ma prestarsi liberamente e di buon animo a fare con gioia il doppio di quanto esige da lui la prepotenza del malvagio.
Il quarto esempio ci presenta i poveri e i richiedenti. Essi non sono dei nemici o dei malvagi, ma possono suscitare una reazione violenta a causa delle cattive esperienze fatte in precedenza. Leggiamo nel Libro del Siracide 29,4-10: "Molti considerano il prestito come una cosa trovata e causano fastidi a coloro che li hanno aiutati. Prima di ricevere, ognuno bacia le mani del creditore, parla con tono umile per ottenere gli averi dellamico; ma alla scadenza cerca di guadagnare tempo, restituisce piagnistei e incolpa le circostanze. Se riesce a pagare, il creditore riceverà appena la metà e dovrà considerarla come una cosa trovata. In caso contrario il creditore sarà frodato dei suoi averi e avrà senza motivo un nuovo nemico; maledizioni e ingiurie gli restituirà, renderà insulti invece dellonore dovuto. Tuttavia sii longanime con il misero e non fargli attendere troppo lelemosina. Per il comandamento soccorri il povero secondo la sua necessità, non rimandarlo a mani vuote. Perdi pure denaro per un fratello e amico, non si arrugginisca inutilmente sotto una pietra".
La motivazione del comandamento: "Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle" sarà evidenziata nel seguito del vangelo da Gesù stesso che ci comanda la conformità con il comportamento del Padre: "Il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano" (Mt 7,11).
Attraverso questi atteggiamenti i discepoli si dimostrano amici dei loro nemici e tentano di cooperare con Dio per il ravvedimento degli ingiusti e dei malvagi come ha fatto Gesù. San Paolo ha sintetizzato questo insegnamento in Rm 12,21: "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male".
Se questi princìpi e questi comportamenti entrassero nella società, essa non solo non ne avrebbe un danno, ma vedrebbe migliorare i rapporti umani più di quanto possono ottenere tutti gli apparati della giustizia, della prevenzione e della repressione.
15 giugno 2010
Mt 5,43-48
43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Il comandamento dellamore, esteso indistintamente a tutti, è il supremo completamento della Legge (v. 17). A questa conclusione Gesù è arrivato lentamente dopo aver parlato dellastensione dallira e dellimmediata riconciliazione (vv. 21-26), del rispetto verso la donna (vv. 27-30) e la propria moglie (vv. 31-32), della verità e sincerità nei rapporti interpersonali (vv. 33-37), fino alla rinuncia alla vendetta e alle rivendicazioni (vv. 38-42).
Il principio dellamore del prossimo è illustrato con due esemplificazioni pratiche: pregare per i nemici e salutare tutti senza discriminazione. La più grande sincerità di amore è chiedere a Dio benedizioni e grazie per il nemico. Questo vertice dellideale evangelico si può comprendere solo alla luce dellesempio di Cristo (cfr Lc 23,34) e dei suoi discepoli (cfr At 7,60). Colui che prega per il suo nemico viene a congiungersi con lui davanti a Dio. In senso cristiano la preghiera è la ricompensa che il nemico riceve in cambio del male che ha fatto.
Il precetto della carità non tiene conto delle antipatie personali e dei comportamenti altrui. Il prossimo di qualsiasi colore, buono o cattivo, benevolo o ingrato devessere amato. Il nemico è colui che ha maggiormente bisogno di aiuto: per questo Gesù ci comanda di offrirgli il nostro soccorso.
Il comandamento dellamore dei nemici rivoluziona i comportamenti tradizionali delluomo. La benevolenza cristiana non è filantropia, ma partecipazione allamore di Dio. La sua universalità si giustifica solo in questa luce: "affinché siate figli del Padre vostro (v. 45), e "siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (v. 48). Il cristiano esprime nel modo più sicuro e più vero la sua parentela con Dio amando indistintamente tutti.
Lamore del nemico è lessenza del cristianesimo. SantAgostino ci insegna che "la misura dellamore è amare senza misura", ossia infinitamente, come ama Dio.
In quanto figli di Dio i cristiani devono assomigliare al loro Padre nel modo di essere, di sentire e di agire. Lamore verso i nemici è la via per raggiungere la sua stessa perfezione.
La perfezione di cui parla Matteo è limitazione dellamore misericordioso di Dio verso tutti gli uomini, anche se ingiusti e malvagi. Il cristiano è una nuova creatura (cfr 2Cor 5,17) e non può più agire secondo i suoi istinti e capricci, ma conformemente alla vita nuova in cui è stato rigenerato.
Gesù pone come termine della perfezione lagire del Padre, che è un punto inarrivabile. Limitazione del Padre, e conseguentemente di Gesù, è lunica norma dellagire cristiano, lunica via per superare la morale farisaica. Essere perfetti come il Padre è in concreto imitare Cristo nella sua piena ed eroica sottomissione alla volontà del Padre, e nella sua dedizione ai fratelli. E perciò diventando perfetti imitatori di Cristo, che si diventa perfetti imitatori del Padre.
16 giugno 2010
Mt 6,1-6.16-18
1 Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. 2 Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3 Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4 perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
16 E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
17 Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18 perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Il discorso riprende lenunciato di 5,20; "Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli". Il termine giustizia (sedaqah) è usato nella Bibbia per sintetizzare i rapporti delluomo con Dio, la pietà, la religiosità, la fede.
I rapporti con Dio, nostro Padre, devono essere improntati alla fiducia, alla confidenza e soprattutto alla sincerità.
Lautentica giustizia non ha come punto di riferimento gli uomini, ma va esercitata davanti al Padre che è nei cieli. Farsi notare dagli uomini è perdere ogni ricompensa presso il Padre.
Matteo sottolinea la vanità di un gesto puramente umano: gli ipocriti, che cercano lapprovazione, hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Lipocrisia consiste nel fatto che unazione, che ha Dio come destinatario, viene deviata dal suo termine. Lelemosina, la preghiera e il digiuno devono essere fatti per il Padre che vede nel segreto.
Queste azioni fatte "nel segreto" non significano necessariamente azioni segrete: indicano ogni azione, anche pubblica, fatta per il Padre e non per essere visti dagli uomini. E lintenzione profonda che conta perché la ricompensa si situa a questo livello: la ricompensa è lautenticità del rapporto con il Padre.
Il cristiano deve fare lelemosina in modo da salvaguardare la rettitudine dellaiuto prestato al fratello per amore del Padre.
La strumentalizzazione della preghiera è la deformazione più inspiegabile della pietà, perché mette a proprio servizio anche ciò che è essenzialmente di Dio.
Gesù nel suo intervento non si propone di modificare il rituale della preghiera giudaica, solo suggerisce un modo più retto di compierla, evitando lostentazione, il formalismo, lipocrisia. Gli stessi rabbini insegnavano: "Colui che fa della preghiera un dovere, che ritorna a ora fissa, non prega con il cuore".
Il richiamo di Gesù è sulla stessa linea della tradizione profetica e sapienziale e trova conferma nei suoi successivi insegnamenti e più ancora nella sua vita.
Il digiuno è unaltra importante pratica della vecchia e della nuova "giustizia". Esso è un atto penitenziale che completa e aiuta la preghiera.
Gesù, come i profeti, non condanna il digiuno ma il modo nel quale era fatto. Invece di esprimere la propria umiliazione, esso diventava una manifestazione di orgoglio.
Il digiuno cristiano, come lelemosina e la preghiera, deve essere compiuto di nascosto. Il cristiano non deve fare ostentazione della sua penitenza; deve anzi nasconderla con un atteggiamento gioioso.
Il digiuno, come ogni altra sofferenza, è una fonte di gioia perché ottiene un maggior avvicinamento a Dio. Linvito di Gesù ad assumere un atteggiamento giulivo invece che tetro, sottolinea il significato definitivo della penitenza cristiana: poter soffrire è una grazia (cfr 1Pt 2,19).
17 giugno 2010
Mt 6,7-15
7 Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.
9 Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
10 venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12 e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13 e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
14 Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Gesù ci insegna la preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera dei farisei e dei pagani: il Padre nostro.
E un testo di grande importanza che ci aiuta a comprendere chi è il cristiano. Il Padre nostro è una parola di Dio rivolta a noi, più che una nostra preghiera rivolta a lui. E il riassunto di tutto il vangelo. Non è Dio che deve convertirsi, sollecitato dalle nostre preghiere: siamo noi che dobbiamo convertirci a lui.
Il contenuto di questa preghiera è unico: il regno di Dio. Ciò è in perfetta consonanza con linsegnamento di Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).
Padre nostro. Il discepolo ha diritto di pregare come figlio. E sta in questo nuovo rapporto loriginalità cristiana (cfr Gal 4,6; Rm 8,15). La familiarità nel rapporto con Dio, che nasce dalla consapevolezza di essere figli amati dal Padre, è espressa nel Nuovo Testamento con il termine parresìa che può essere tradotto familiarità disinvolta e confidente (cfr Ef 3,11-12). Laggettivo nostro esprime laspetto comunitario della preghiera. Quando uno prega il Padre, tutti pregano in lui e con lui.
Lespressione che sei nei cieli richiama la trascendenza e la signoria di Dio: egli è vicino e lontano, come noi e diverso da noi, Padre e Signore. Il sapere che Dio è Padre porta alla fiducia, allottimismo, al senso della provvidenza (cfr Mt 6,26-33).
Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Il verbo della prima invocazione è al passivo: ciò significa che il protagonista è Dio, non luomo. La santificazione del nome è opera di Dio. La preghiera è semplicemente un atteggiamento che fa spazio allazione di Dio, una disponibilità. Lespressione santificare il nome devessere intesa alla luce dellAntico Testamento, in particolare di Ez 36,22-29. Essa indica un permettere a Dio di svelare il suo volto nella storia della salvezza e nella comunità credente. Il discepolo prega perché la comunità diventi un involucro trasparente che lasci intravedere la presenza del Padre.
La venuta del Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine e sulla morte. Il discepolo chiede e attende tutto questo. Ma la sua preghiera implica contemporaneamente unassunzione di responsabilità: egli attende il Regno come un dono e insieme chiede il coraggio per costruirlo. La volontà di Dio è il disegno di salvezza che deve realizzarsi nella storia.
Come in cielo, così in terra. Bisogna anticipare qui in terra la vita del mondo che verrà. La città terrestre deve costruirsi a imitazione della città di Dio.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il nostro pane è frutto della terra e del lavoro delluomo, ma è anche, e soprattutto, dono del Padre. Nellespressione cè il senso della comunitarietà (il nostro pane) e un senso di sobrietà (il pane per oggi). Il Regno è al primo posto: il resto in funzione del Regno.
Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Anche queste tre ultime domande riguardano il regno di Dio, ma dentro di noi. Il Regno è innanzitutto l'avvento della misericordia.
Questa preghiera si apre con il Padre e termina con il maligno. Luomo è nel mezzo, conteso e sollecitato da entrambi. Nessun pessimismo, però. Il discepolo sa che niente e nessuno lo può separare dallamore di Dio e strappare dalle mani del Padre.
Matteo commenta il Padre nostro su un solo punto, rimetti a noi i nostri debiti . Ecco il commento: "Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi...".
Nel capitolo precedente Matteo aveva messo in luce lamore per tutti. Ora mette in luce la sua concreta manifestazione: il perdono.
18 giugno 2010
Mt 6,19-23
19Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; 20 accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. 21 Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
22 La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; 23 ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!
In questo brano Gesù ci dà due comandamenti: "Non accumulatevi tesori sulla terra...Accumulatevi invece tesori nel cielo". Laccumulare tesori, il diventare ricco è laspirazione di ogni uomo. Nella ricchezza egli cerca di manifestare la sua potenza, la sua superiorità, la sua vanagloria, la sua superbia, ma soprattutto in essa cerca la sicurezza contro tutti i pericoli, compresa la morte, e la possibilità di avere tutte le soddisfazioni che il benessere economico può dare. La ricerca egoistica dei beni materiali sottrae tempo ed energie allacquisizione dei beni del cielo e rende luomo schiavo delle cose che possiede e desidera.
Ognuno deve avere qualcosa o qualcuno a cui dedicare le sue attenzioni e le sue forze. Il problema è la scelta di questo tesoro a cui attaccare il cuore. Luomo diventa ciò che ama. Se ama le cose diventa come le cose, se ama Dio diventa come Dio.
Luso delle cose è buono fino a quando non diventa ostacolo per seguire Cristo e amare i fratelli. Il cristiano non può essere schiavo di nulla e di nessuno perché "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi" (Gal 5,1). Il cristiano dona lavere per ottenere lessere: essere come il Padre.
Il detto evangelico della lucerna del corpo ci presenta la necessità della chiarezza nellorientamento della vita. La vera luce è Gesù (Mt 4,16; Gv 1,9; 8,12; ecc.). Locchio buono è quello che accoglie la luce della rivelazione di Gesù; locchio cattivo, quello che la rifiuta. Locchio che lascia entrare questa luce immerge tutta la persona nella luce, locchio che non lascia entrare questa luce immerge tutta la persona nelle tenebre.
Locchio viene presentato come il simbolo del cuore, della mente. Il cuore delluomo devessere orientato a Dio e vivere nella ricerca dei tesori del cielo, allora tutto luomo è nella luce. Se invece si perde nella ricerca dei beni materiali diventa cieco e tutta la sua persona è immersa nelle tenebre.
Nella Bibbia locchio esprime lorientamento spirituale della persona. Locchio buono esprime la giusta relazione con Dio, dal quale luomo viene totalmente illuminato (Sal 4,7; 36,10). Locchio cattivo esprime lopposizione dello spirito delluomo nei confronti di Dio.
Nel vangelo di Matteo locchio cattivo è simbolo dellinvidia, dellavarizia, dellegoismo (20,15). Locchio che non accoglie la luce della rivelazione di Gesù diventa ottenebrato. La tenebra totale e definitiva è la perdizione eterna.
19 giugno 2010
Mt 6,24-34
24 Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.
25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.
Dio vuole per sé tutto l'uomo e non tollera compromessi: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente" (Mt 22,37). Dietro tutte le forme di idolatria si nasconde il maligno. Egli si nasconde dietro il mammona, che è linsieme delle cose che possediamo. Chi adora il mammona, adora satana. Il detto intende provocare nell'ascoltatore una decisione chiara: o Dio o il possesso. Quando si cerca di accumulare ricchezza, questa diventa un idolo e Dio viene dimenticato.
Questo detto trova una clamorosa dimostrazione nel racconto di Mt 19,16-30. Il ricco che non accoglie la chiamata di Gesù indica l'impossibilità di vivere secondo il vangelo e di restare contemporaneamente attaccati alle proprie ricchezze. La conquista del mondo è il comando dato da Dio agli uomini (Gen 1,28). L'uso delle cose è legittimo, ma esse devono restare al nostro servizio e non noi al loro. Quando il possesso delle cose impedisce o ritarda il cammino verso Dio e il prossimo, allora abbiamo la riprova che il mammona è più importante di Dio e dei fratelli. Il peccato è amare le creature al posto del Creatore. Tutto deve essere sacrificato per il raggiungimento del fine ultimo che è Dio (Mt 5,29-30).
Chi vive totalmente orientato a Dio, come ci ha insegnato il vangelo fino a questo punto, deve evitare laffanno per le necessità materiali. Dio che ci ha già dato il più (la vita) ci darà anche il meno (il cibo e il vestito). Affannarsi è mancanza di fede nell'amore infinito e provvidente del Padre. In queste preoccupazioni inutili possono cadere ugualmente, anche se per motivi opposti, il povero e il ricco.
Il senso della vita non può ridursi alla sola ricerca dei beni materiali e allappagamento dei bisogni fisici. Gesù ci ha già insegnato in Mt 4,4: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".
I motivi per cui dobbiamo liberarci dai desideri di possedere e dalle preoccupazioni materiali sono due: la conoscenza del vero Dio, nostro Padre, provvidente e buono, e il compito prioritario che Dio ci ha affidato di cercare il suo regno e la sua giustizia.
I pagani sono tutti coloro che non conoscono Dio come loro Padre provvidente e salvatore e di conseguenza si agitano come se fossero degli orfani che devono confidare esclusivamente nelle proprie forze.
Gesù non vuole assolutamente distogliere l'uomo dal lavoro. Sta scritto infatti: "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gen 2,15). Egli vuole insegnarci a vivere bene, come persone intelligenti e illuminate dalla fede.
Infatti affannarsi è inutile e dannoso. L'affanno guasta l'uomo e gli accorcia la vita: "Quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore in cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questa è vanità" (Qo 2,22-23).
Dopo averci ripetutamente comandato di non affannarci per loggi, Gesù ci comanda di non affannarci neppure per il domani perché è un atteggiamento sciocco: "E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere unora sola alla sua vita?" (Mt 6,27).
Il Padre nostro celeste, che ha cura del nostro presente, avrà cura anche del nostro domani.
20 giugno 2010
Lc 9,18-22
18 Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». 19 Essi risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto». 20 Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». 21 Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno.
22 «Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno». 23 Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
24 Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.
Fino a questo punto del vangelo erano gli uomini che si interrogavano su Gesù e lo interrogavano. Ora è Gesù che interroga. Egli esige la nostra risposta.
Il nodo centrale di questo brano è il passaggio dalla risposta di Pietro a quella di Cristo: si passa da un messianismo glorioso a quello del Servo sofferente di Dio che si consegna al Padre. E il mistero della croce che fa da discriminante nella fede in Gesù. E lo scandalo che esige conversione profonda e continua. La fede e la sequela di Cristo si decidono sulla strettoia della croce.
Il discepolo non è colui che mette in questione Gesù, ma colui che si lascia mettere in questione da lui.
La domanda è rivolta ai "voi", ai discepoli nettamente distinti dalla folla. Di conseguenza, la risposta di Pietro è a nome di tutti: egli esprime la fede della Chiesa. Nel vangelo di Luca la funzione di Pietro è assai evidenziata. La sua risposta riconosce in Gesù il Cristo, il Messia atteso, colui che deve venire secondo la promessa di Dio (Lc 23,35).
Ma Dio esaudisce la sua promessa, non i nostri desideri. Per questo Gesù, come Cristo di Dio, deluderà le attese messianiche delluomo (Lc 23,35-39; 24,21). E il Cristo che viene da Dio e torna a Dio portando con sé anche noi. Questa opera di Cristo, che è la salvezza, compie ciò che noi non osavamo sperare in un modo che non sapevamo pensare.
Sinceramente ognuno di noi avrebbe fatto un progetto diverso da quello di Dio per salvare il mondo e, in buona fede, lo avrebbe ritenuto più intelligente, migliore e più spiccio di quello escogitato dalla sapienza del Padre (cfr 1Cor 1,18-25).
Il problema non è tanto il riconoscere che Gesù è il Cristo di Dio, ma "come" è il Cristo di Dio. Gesù non è il Cristo dellattesa umana, ma il Figlio delluomo che affronta il cammino del Servo sofferente di Dio: è la prima autorivelazione piena di Gesù, il nocciolo della fede cristiana, il suo mistero di morte e di risurrezione redentrice.
Il "bisogna" indica il compimento della volontà di Dio rivelata nella Scrittura. Tale volontà nasce dalla sua essenza, che è il suo amore riversato su di noi peccatori. Dio "deve" morire in croce per noi peccatori, perché ci ama e noi siamo sulla croce.
Il mistero di Gesù è la sofferenza del Servo di Dio che ama il Padre e i fratelli. La croce è il nostro male che lui si addossa perché ci ama: è il suo perdersi per salvarci. La sua sofferenza è prodotta da tutte le forme del male che abbiamo escogitato per salvarci: lavere, il potere e il sapere o, in altri termini, la ricchezza, la vanagloria e la superbia (cfr 1Gv 2,16). Per questo il potere rifiuta Gesù e poi lo uccide. Ma lultima parola non è "morte", ma "risurrezione".
Questo volto di Gesù, il Figlio obbediente di cui qui sono tracciati i lineamenti netti e duri, sarà presentato sempre più chiaramente in tutta la seconda parte del vangelo di Luca. Gesù è il Servo sofferente che si consegna al Padre. La croce è lo scandalo che esige conversione profonda e continua. La fede e la scelta di seguire Cristo si decidono sulla strettoia della croce.
Gesù qui rivela il mistero del pensiero di Dio che luomo non può né pensare né accettare. Il problema non è tanto il riconoscere che Gesù è il Cristo di Dio, ma "come" è il Cristo di Dio.
Gesù non è il Cristo dellattesa umana, ma il Figlio delluomo che affronta il cammino del Servo sofferente di Dio. Questa è la prima autorivelazione piena di Gesù, il nocciolo della fede cristiana, il suo mistero di morte e risurrezione.
Il "bisogna" indica il compimento della volontà di Dio rivelata nella Scrittura. Questa volontà è il suo amore riversato su di noi peccatori. Dio "deve" morire in croce per noi, perché ci ama e noi siamo sulla croce. Il mistero di Gesù è la sofferenza del Servo di Dio che ama il Padre e i fratelli. La croce è il nostro male che lui si addossa perché ci ama.
Gesù non salva se stesso (cfr Lc 23,34-39), ma si perde per solidarietà con noi perduti: E il Dio-Amore, solidale con il nostro male, che ci dona il suo regno (cfr Lc 23,40-43).
Linvito di Gesù: "Se qualcuno vuol venire dietro a me " è una chiamata universale a entrare con lui nel suo cammino verso il Padre. Per condividere il destino di Gesù in cammino verso il Padre bisogna rinnegare se stessi e portare ogni giorno la propria croce.
Rinnegare se stessi significa ricevere la propria vita come grazia di cui non si dispone da padroni, portare ogni giorno il peso del servizio ai fratelli e del dono della vita per gli altri, e addossarsi il fardello delle prove, delle contraddizioni e delle persecuzioni.
La via del Regno è quella della croce, sia per Cristo che per i cristiani.
Lunico problema fondamentale per luomo è salvare o perdere la vita. Quindi seguire Gesù e rinnegare se stessi è la questione fondamentale della vita: è questione di vita o di morte.
Luomo non può essere il salvatore di se stesso, non ha in sé la sorgente della propria vita: non è il Creatore, ma una creatura. La salvezza è accettare Dio che mi ama e pensa a me.
Luomo si realizza amando. Amando Dio si realizza come Dio. Ma per amare bisogna essere amati. Il cristiano può amare Gesù e perdere la vita per lui perché Gesù per primo lha amato e ha dato se stesso per lui (cfr Gal 2,20). Il credente si affida a lui, nella vita e nella morte, perché Cristo è morto per tutti vincendo le barriere del male e della paura.
21 giugno 2010
Mt 7,1-5
1 Non giudicate, per non essere giudicati; 2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. 3 Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? 4 O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? 5 Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.
Limperativo "Non giudicate, per non essere giudicati da Dio" suona come un principio assoluto. Solo Dio può decidere del destino di ogni uomo. Anche la doverosa correzione fraterna può essere fatta solo nella consapevolezza del proprio peccato.
Per natura siamo più portati a giudicare i difetti degli altri che a correggere i nostri.
Dio pronuncerà su di noi lo stesso giudizio che noi pronunceremo sul prossimo e ci misurerà con la stessa misura con cui noi misuriamo gli altri.
Il rigore e lo zelo sono spesso il contrario della compassione e della misericordia, che sono le virtù tipiche del cristiano, e quindi possono essere manifestazioni di mancanza d'amore ed espressioni di cattiveria.
La psicologia ci insegna che i difetti altrui che più ci irritano sono normalmente proprio i nostri difetti che detestiamo negli altri invece che in noi stessi.
Il fariseo ipocrita che sale al tempio a pregare non solo si vanta di essere pio e osservante, ma si sente in dovere di disprezzare tutti gli altri uomini che egli giudica ladri, ingiusti e adulteri (Lc 18, 9-14).
Nessuno deve giudicare laltro, perché deve ritenerlo superiore a sé (Fil 2,3). Il giudizio appartiene solo al Signore perché a lui appartengono tutti gli uomini. L'apostolo Paolo ha scritto: "Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare" (Rm 14, 4).
22 giugno 2010
Mt 7,6.12-14
12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
13 Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 14 quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!
Il comando del v. 6 è rivolto a tutti coloro che annunciano la parola di Dio. I discepoli devono avere sempre presenti queste due cose: il dovere di predicare il vangelo e il dovere di non esporre alla profanazione la parola di Dio. I cani e i porci sono gli ignoranti, gli empi, i pagani. Le cose sante e le perle sono lannuncio del regno di Dio. Il vangelo va annunciato a tutti, ma va anche difeso da coloro che lo rifiutano e lo deridono.
La regola doro del v. 12 ci spinge verso unoperosità libera e creativa per il bene del prossimo. Essa è espressa in forma positiva e ci sprona a fare tutto il bene possibile a tutti. Ci invita a trasferirci con amore e fantasia nella situazione degli altri, nei panni degli altri. La mancanza di fantasia e di inventiva è mancanza d'amore.
Il verbo "fare" indica un amore concreto e tangibile, come ci insegna anche la 1Gv 316-18: "Da questo abbiamo conosciuto lamore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui lamore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità".
La novità del vangelo sta nella concentrazione di tutta la volontà di Dio nel comandamento dell'amore. Questo amore, manifestato a noi in Cristo, ha la sua sorgente e il suo modello nel Padre (Mt 5,43-48).
La "via" (v. 13) è il simbolo del cammino morale dell'uomo. La "via che conduce alla vita" è quella del vangelo, è Gesù in persona (Gv 14,6). La porta stretta e la via angusta significano le rinunce e le persecuzioni connesse con la scelta di vita cristiana.
L'ingresso attraverso la porta stretta è lingresso nel regno di Dio (Mt 5,20; 18,1; ecc.), nella vita (Mt 18, 8-9; 19,17), nella sala delle nozze (Mt 25,10) e nella gioia del Signore (Mt 25,21.23). In questo contesto del discorso della montagna, l'imperativo "entrate" significa: fate la volontà del Padre. Solo facendo la volontà del Padre si entra nel regno di Dio (Mt 7,21).
Il discorso sui "molti" e sui "pochi" si riferisce alla situazione presente e non a quella definitiva dopo il giudizio. La via comoda della mediocrità, del peccato e dellegoismo è molto affollata. Il sentiero stretto e ripido che porta a Dio, tracciato dal discorso della montagna, sembra poco battuto. Gesù quindi ci esorta: "Entrate per la porta stretta".
Il tema della salvezza sarà ripreso in Mt 19,16-26. Alla domanda dei discepoli: "Chi si potrà dunque salvare?" Gesù risponde: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile".
Qui, come in 22,14, Matteo recepisce la concezione pessimistica dell'apocalittica extra-biblica: "L'Altissimo ha creato questo mondo per molti, ma quello futuro per pochi" (4 Esd 8, 1) non per ragguagliarci sul numero dei salvati, ma per spronarci all'impegno.
Gesù offre la salvezza a tutti (Mt 26,28), ma tocca ai singoli accoglierla con decisione libera e responsabile.
23 giugno 2010
Mt 7,15-20
15 Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 17 Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18 un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19 Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 20 Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.
I profeti cristiani sono i missionari e i predicatori itineranti (Mt 10,41), ma sono, ugualmente, i maestri e le guide della comunità.
Criterio pratico per verificare la loro autenticità è la coerenza tra quello che annunciano e quello che vivono.
Il cristiano devessere santamente critico anche nei confronti dei maestri e delle guide della comunità. Vera guida è colui che "fa frutti degni di conversione" (Mt 3,8), colui che vive il comandamento di Gesù: "Convertitevi" (Mt 4,17). Se alla sua parola non si accompagna la testimonianza della vita, è un falso profeta.
Falsi profeti sono però anche tutti quei membri della comunità che riducono la fede alle belle parole, ma non vivono una vita coerente col vangelo.
24 giugno 2010
Lc 1,5-17
5
Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta. 6 Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. 7 Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.
8 Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, 9 secondo l'usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l'offerta dell'incenso. 10 Tutta l'assemblea del popolo pregava fuori nell'ora dell'incenso. 11 Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell'altare dell'incenso. 12 Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. 13 Ma l'angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. 14 Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, 15 poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16 e ricondurrà molti figli d'Israele al Signore loro Dio. 17 Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».
Zaccaria ed Elisabetta sono santi perché sono giusti davanti a Dio. Osservano tutti i comandamenti della legge del Signore. Santità equivale a obbedienza a Dio.
La storia di Giovanni Battista inizia nel tempio mentre si prega solennemente. Linizio della buona notizia viene dal cielo, portata da un angelo. Egli appare alla destra dellaltare: la parte destra è di buon augurio, promette salvezza (cfr Mt 25,33-34).
Quando Dio si rivolge a una persona, inizia a parlare con un incoraggiamento: "Non temere!". Dio vuole incoraggiare luomo, metterlo a suo agio, non spaventarlo o opprimerlo.
Le preghiere di Zaccaria per avere un figlio sono state esaudite. Si conclude il tempo delle promesse e trovano compimento ogni speranza e ogni attesa umana.
Dio stabilisce il nome al bambino che nascerà a Zaccaria. Dandogli il nome gli dà la sua missione e il suo potere. Il nome Giovanni significa "Dio fa grazia". Il tempo della visita di Dio portatrice di grazia, è prossimo; Giovanni annunzierà che il tempo della salvezza è vicino.
La sua nascita porterà gioia per lesaudimento della promessa ed esultanza per la salvezza. Giovanni ha la missione di chiudere il tempo della promessa e di proclamare il nuovo tempo della salvezza, apportatrice di gioia e di giubilo.
"Egli sarà grande davanti al Signore" (v. 15). La sua missione nel piano della salvezza lo eleva al di sopra di tutti i grandi della storia sacra. Quelli vivevano nellattesa del regno di Dio e della salvezza, Giovanni la precede immediatamente e ne proclama linizio.
Poiché "sarà pieno di Spirito Santo" (v. 15) sarà profeta, annunciatore della parola e della volontà di Dio. Gli altri ricevettero il carisma profetico in età adulta, Giovanni è profeta fin dal primo istante della sua vita, già nel seno materno. Egli sarà un profeta di penitenza. Con lui si aprirà un movimento di conversione verso Dio. La predicazione di Giovanni ha lo scopo di preparare la venuta di Dio. Egli avrà lo spirito e la forza di Elia. La sua missione è quella di preparare al Signore che viene a visitare il suo popolo, una comunità di uomini retti e santi, pronti ad accoglierlo.
25 giugno 2010
Mt 8,1-4
1
Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva. 2 Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi». 3 E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii sanato». E subito la sua lebbra scomparve. 4 Poi Gesù gli disse: «Guardati dal dirlo a qualcuno, ma va a mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro».
I cap. 5-7 ci hanno riferito gli insegnamenti di Gesù; i cap. 8-9 ci riferiscono le sue opere meravigliose. Nel discorso della montagna Gesù ci ha insegnato che non basta ascoltare la sua parola, ma bisogna soprattutto fare i fatti. E ora Gesù ci dà lesempio facendo i fatti. Il messaggio che ha appena finito di esprimere con le parole, ora lo esprime con le opere. Gesù è il Messia della parola e dellazione.
Secondo Matteo il primo miracolo di Gesù fu per un lebbroso, il secondo per un pagano, il terzo per una donna. Il lebbroso era uno scomunicato, il pagano era considerato un cane o un porco, la donna non aveva alcuna considerazione. Essi sono i rappresentanti di tutte le vittime dei pregiudizi umani.
Guarire dalla lebbra era quasi come risuscitare dalla morte. Il lebbroso, credendo che Gesù ha la capacità di guarirlo, dà prova di una grande fede.
Secondo la legislazione ebraica, il sacerdote aveva il compito di dichiarare immondo chi era colpito dalla lebbra e di riconoscere, eventualmente, la sua avvenuta guarigione perché potesse ritornare a vivere tra la sua gente (Lv 14).
Lespressione "a testimonianza per loro" forse ha un senso apologetico: vedete che Gesù osserva la Legge. Matteo ha posto il racconto della guarigione del lebbroso qui al primo posto, subito dopo il discorso della montagna, per la sua connessione con la Legge. Gesù ha annunciato il compimento della Legge e non la sua abolizione (Mt 5,17ss.).
26 giugno 2010
Mt 8,5-17
5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». 7 Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò». 8 Ma il centurione riprese: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va', ed egli va; e a un altro; Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa' questo, ed egli lo fa».
10 All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. 11 Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti». 13 E Gesù disse al centurione: «Va, e sia fatto secondo la tua fede». In quell'istante il servo guarì.
14 Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. 15 Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo.
16 Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, 17 perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Egli ha preso le nostre infermità
e si è addossato le nostre malattie.
Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7). Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male.
Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi.
Il miracolo è un segno dellamore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto se stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede.
La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere.
Lincontro con il centurione offre a Gesù loccasione per annunciare lentrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli.
La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo. Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla.
In questo brano compare allorizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e lannuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19).
I tre miracoli di guarigione del lebbroso, del servo del centurione e della suocera di Pietro ci devono far capire l'importanza della salute fisica. Gesù non si prende cura solo dell'anima dell'uomo, ma di tutto l'uomo, corpo e anima. Ogni malattia e miseria dell'uomo è così importante da meritare tutta l'attenzione e la premura di Gesù. Tale dev'essere anche l'atteggiamento dei suoi discepoli.
Il racconto della guarigione della suocera di Pietro ci insegna quale dev'essere la reazione di ogni credente quando viene raggiunto dalla forza di salvezza del Cristo: mettersi al suo servizio per sempre. La suocera di Pietro è guarita per servire Gesù.
Con un resoconto sommario e una citazione di Isaia, Matteo riassume i tre racconti di miracoli. La citazione di Is 53,4 ha lo scopo di svelarci il significato profondo dei gesti di Gesù. Le guarigioni operate da lui sono il segno che è arrivato il tempo della salvezza: è arrivato il Servo di Dio che prende su di sé le nostre infermità e si addossa le nostre malattie.
27 giugno 2010
Lc 9,51-62
51 Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme 52 e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. 53 Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. 54 Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». 55 Ma Gesù si voltò e li rimproverò. 56 E si avviarono verso un altro villaggio.
57 Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». 58 Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». 59 A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». 60 Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va e annunzia il regno di Dio». 61 Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». 62 Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».
Gesù, che si dirige coraggiosamente verso Gerusalemme, esprime la sua decisione totale di fare la volontà del Padre, morendo per amore sulla croce. Il verbo "sarebbe stato tolto dal mondo" (v. 51) indica il compiersi del disegno di Dio. Gesù viene tolto dal mondo dagli uomini ed elevato fino al cielo da Dio. La stessa parola esprime le due facce di ununica realtà, vista rispettivamente come azione delluomo e come azione di Dio. Luomo compie il sommo male togliendo di mezzo il Figlio di Dio e Dio compie il sommo bene innalzandolo a sé nella gloria.
Gesù è linviato del Padre che accoglie tutti e proprio per questo non viene accolto (quasi) da nessuno. Il peccato di tutti è il non accogliere la piccolezza di Dio in Gesù; è questa piccolezza la sua vera grandezza!
Giacomo e Giovanni si sentono associati con Gesù, ma non capiscono che lunico suo potere è limpotenza di uno che si consegna per amore.
Egli non porta il fuoco che brucia i nemici, ma lamore che li perdona. Lo zelo senza discernimento, principio di tutti i roghi di tutti i tempi, è esattamente il contrario dello Spirito di Cristo. Giovanni, più tardi (At 8,15-17), ritornerà in Samaria con Pietro, e invocherà sugli stessi samaritani lAmore del Padre e del Figlio: il fuoco dello Spirito, lunico che Dio conosce e che il discepolo deve invocare sui nemici.
Gesù è la misericordia che vince il male non solo dei samaritani, ma anche e prima ancora, dei suoi discepoli. Egli rivela un Dio di compassione e di tenerezza, ignoto a tutti, ai vicini e ai lontani. Anche se a lunga scadenza, limpotenza di un Dio che ama avrà lultima parola, perché lultima parola è Amore.
Luca vuole ricordare linsuccesso con cui si apre questo ultimo viaggio di Gesù. Il primo viaggio era cominciato con il rifiuto dei galilei, suoi compaesani di Nazaret (4,30), questo con lostilità e la mancanza di ospitalità da parte dei samaritani. Questi due fatti anticipano il rifiuto finale degli ebrei di Gerusalemme.
La reazione degli apostoli rispecchia una mentalità bellicosa che Gesù contraddice senza lasciare la ben che minima possibilità di fraintendimenti o di eccezioni. I samaritani respingono il suo invito, ma egli non respinge i samaritani e tanto meno si vendicherà di loro. Egli combatte in modo energico lopinione dei suoi discepoli che si ostinano a pensare al Messia potente, sempre vittorioso e imbattibile, che dispone di fuoco e fulmini per distruggere tutto e tutti.
Un tale modo di pensare è proprio di satana, che aveva invitato Gesù a ricorrere ai prodigi per imporre la sua credibilità (cfr Lc 4,1-13). Ma egli non ha assecondato listigazione del demonio allora, né asseconda quella dei discepoli ora, perché provengono ambedue dalla stessa matrice, quella di imporre il bene con la forza, che è sempre una forma di violenza. Un sistema missionario che Gesù non adotta e non approva, ma che affiorerà di frequente nel corso dei secoli. Il vangelo è una proposta che deve farsi strada da sé, con la forza del suo contenuto, e non con imposizioni esterne fisiche o morali.
Il tale del v. 57 è una persona indeterminata che rappresenta chiunque voglia seguire Gesù che sta camminando verso Gerusalemme per compiere il suo esodo (vv. 31-51). Ha capito che il senso della vita è seguire Gesù. Ma seguire Gesù non è una pretesa umana.
Luomo pone la sua sicurezza nei beni materiali necessari per vivere. Luomo religioso invece pone la propria sicurezza in Dio e fa dipendere da lui la sua sussistenza.
Gesù è nato povero, è vissuto ancora più povero ed è morto poverissimo sulla croce. Lapostolo Paolo ha scritto: "Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2Cor 8,9).
Il chiamato del v. 59 non mette in questione la chiamata, ma chiede solo una proroga nel tempo. Chiede di fare "prima" la sua volontà e poi quella di Dio. Gesù aveva insegnato: "cercate prima il regno di Dio" (Mt 6,33). Diversamente cè sempre qualcosaltro prima del Signore e il Signore non è più il Signore.
Seppellire il padre è un dovere di pietà filiale (Es 20,12; Lv 19,3). Ma anche un dovere, posto come prioritario, allontana dal regno di Dio. E il dramma della fede di Abramo: prima lamore per il figlio promesso da Dio o lamore per il Dio che lha promesso? Prima il dono o il Donatore?
Anche Gesù, pur sottomesso a Giuseppe e a Maria che angosciati lo cercano, antepone a loro la necessità di occuparsi delle cose del Padre (Lc 2, 48-49). La scelta è difficile e dura e vorremmo che Dio seguisse la nostra volontà. Ciò che occupa il primo posto nel nostro tempo e nei nostri programmi è loggetto principale del nostro amore, è il nostro Dio. Per questo tale, il padre morto era più importante del Dio vivo.
Il discepolo del v. 61 assomma le difficoltà dei primi due. E lui che si propone ed è lui che pone la priorità. Questo fatto richiama la vocazione di Eliseo da parte di Elia che concesse al discepolo di congedarsi dai suoi (1Re 1919ss). Ma ora qui cè ben più di Elia (cfr Lc 11,31-32): cè il Figlio che va ascoltato (v. 35). La sua presenza esige obbedienza immediata.
La risposta di Gesù parte ancora da unimmagine suggerita dalla vocazione di Eliseo, chiamato mentre stava arando con dodici paia di buoi: egli brucerà il suo aratro e sacrificherà i suoi buoi per unaltra semina: quella della parola di Dio.
Volgersi indietro è latteggiamento del rimpianto, dellesitazione. La scelta per Cristo esige una frattura con il passato. Chi ara e guarda indietro per continuare diritto il solco già tracciato, non è adatto per il regno di Dio. Lobbedienza a Gesù esige che lasciamo il solco tracciato fino a quel momento. Chi è attaccato a cose, a persone o al proprio io, e cerca altre sicurezze che non siano lobbedienza alla Parola (v. 35), è decisamente messo male per il regno di Dio.
Solo chi supera queste tre tentazioni verrà inviato (Lc 10,1ss), vincerà satana (Lc 10,17ss), sarà depositario della rivelazione del Figlio di Dio ed entrerà nel suo stesso rapporto damore col Padre (Lc 10,21ss).
La radice comune di tutte le tentazioni è lattaccamento al proprio io. Chi supera questa tentazione ha superato anche tutte le altre. Per questo Gesù ha detto: "Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso" (Lc 9,23).
28 giugno 2010
Mt 8,18-22
18 Vedendo Gesù una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all'altra riva. 19 Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai». 20 Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo».
21 E un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre». 22 Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti».
I cap. 8 e 9 non contengono solo racconti di miracoli. Questo brano racconta due episodi di persone che vogliono seguire Gesù.
Diventare discepolo di Gesù non è semplicemente accettare una dottrina: è condividere il suo destino, è lasciare tutto e tutti per seguire lui. Il discepolo chiamato da Gesù deve abbandonare "subito" (Mt 4,19.22) ogni cosa, anche la famiglia. La chiamata di Gesù non ammette dilazioni o condizioni. La scelta di Cristo fa passare in second'ordine anche le cose più sacre come il funerale del proprio padre. Il Dio vivo è più importante del padre morto.
29 giugno 2010
Mt 16,13-19
13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Gesù pone la domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: "Voi chi dite che io sia?". Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su un terreno solido, incrollabile.
La risposta di Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non deriva dalla "carne" e dal "sangue", cioè dalle proprie forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.
Gesù costituisce Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24) comincia a prendere il suo vero significato.
Non è fuori luogo chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva rivelato e di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione di fede seguita dallelogio di Gesù: "Beato te, Simone " e lincomprensione del v. 22: "Dio te ne scampi, Signore " e infine laspro rimprovero di Gesù: "Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".
Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.
Pietro riceve le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere. Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli. Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del cielo, come comunemente si pensa. In qualità di trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui osservanza apre alluomo il regno dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.
Gli scribi e i farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel momento, avevano esercitato la medesima autorità. Ma, rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli agli uomini. Simon Pietro subentra al loro posto.
Se si considera attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei cieli. Il suo incarico va descritto in senso positivo.
Non si potrà identificare la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il loro accostamento in questunico brano del vangelo offre lopportunità di riflettere sul loro reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il regno dei cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al Regno. Pietro assolve il proprio sevizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini lingresso nel Regno.
Nel giudaismo, gli equivalenti di legare e sciogliere (asar e sherà) hanno il significato specifico di proibire e permettere, in riferimento ai pronunciamenti dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.
Questo duplice potere viene assegnato a Pietro. Non è il caso di separare il potere di magistero da quello disciplinare e riferire luno a 16,19 e laltro a 18,18. Ma non è possibile negare che in questo versetto 19 il potere dottrinale, specialmente nel senso della fissazione della dottrina, sta in primo piano.
Pietro è presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma alla direttiva e allinsegnamento di Gesù.
Il legare e lo sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel presente da Dio. Lidea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche decisioni disciplinari.
Nel vangelo di Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite. Ma a Pietro rimane una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la roccia della Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su Cristo comè presentata dal vangelo di Matteo.
Nel suo ufficio egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del regno dei cieli. A lui tocca far valere integro linsegnamento di Gesù in tutta la sua forza.
30 giugno 2010
Mt 8,28-34
28 Giunto all'altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. 29 Cominciarono a gridare: «Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?».
30 A qualche distanza da loro c'era una numerosa mandria di porci a pascolare; 31 e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: «Se ci scacci, mandaci in quella mandria». 32 Egli disse loro: «Andate!». Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. 33 I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. 34 Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio.
I discepoli, salvati dal pericolo di essere sommersi dalle onde del mare, assistono al miracolo della liberazione di due indemoniati e alla perdizione dei demoni sommersi nei flutti del mare. La domanda dei demoni: "Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?" significa che la breve permanenza di Gesù nella terra dei gadareni è un'anticipazione della vittoria sul maligno che Gesù opererà con la sua morte e risurrezione.
A differenza dei discepoli che si pongono la domanda sull'identità di Gesù, i demoni lo riconoscono subito senza esitazione: è il Figlio di Dio. I demoni riconoscono la superiorità di Gesù, Figlio di Dio, e cercano una resa, la meno disastrosa possibile, chiedendo di poter restare sul territorio nei corpi dei porci. E Gesù disse loro: "Andate!".
Ad una lettura superficiale sembra che Gesù venga a patti con i demoni. In realtà questa concessione è un tranello che nasconde la sconfitta definitiva. Il precipitare della mandria di porci posseduti dai demoni nelle acque del mare ci richiama l'affondamento del faraone e del suo esercito nel mare (Es 14,28) e la caduta di satana dal cielo (Ap 12,4).
I demoni, che avevano cercato scampo entrando nei porci, sono precipitati definitivamente nel luogo della loro perdizione, negli abissi del mare. L'episodio ci insegna che non esiste alcuna possibilità di compromesso tra Gesù e satana: sono nemici irriducibili.
Gesù, che scaccia i demoni con la potenza della sua parola, resta impotente di fronte agli uomini che non comprendono il beneficio di liberazione che aveva portato loro. Il miracolo è accolto con disappunto dalla gente del luogo. Come egli ha cacciato i demoni, così i gadareni cacciano lui. L'espressione "lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio" forse indica la gentilezza e le belle maniere che i gadareni usarono verso Gesù perché se ne andasse senza reagire e senza provocare danni maggiori.
Il grido degli indemoniati: "Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?" (v. 29) manifestava, sostanzialmente, il pensiero di tutti i gadareni.