febbraio 2010
1 febbraio 2010
Mc 5,1-20
1
Intanto giunsero all'altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. 2 Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. 3 Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, 4 perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. 5 Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 6 Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, 7 e urlando a gran voce disse: «Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». 8 Gli diceva infatti: «Esci, spirito immondo, da quest'uomo!». 9 E gli domandò: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti». 10 E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione.
11 Ora c'era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. 12 E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». 13 Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l'altro nel mare. 14 I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto.
15 Giunti che furono da Gesù, videro l'indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. 16 Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all'indemoniato e il fatto dei porci. 17 Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. 18 Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. 19 Non glielo permise, ma gli disse: «Va nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato». 20 Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati.
Abbiamo già conosciuto la potenza di Gesù contro i demoni (cfr Mc 1,21-28; 1,34; 3,11-12). Ma qui cè qualcosa di nuovo: siamo nel territorio dalla Decapoli (che significa dieci città), in terra pagana, dove il potere di satana ha maggiore solidità.
Segno concreto della terra pagana è quel numeroso branco di porci al pascolo sul monte (luogo riservato al culto e alla preghiera). Il porco è animale immondo, aborrito dagli ebrei, e che può trovarsi solo in una terra immonda e pagana.
Nellindemoniato geraseno prevale un istinto di morte: odia la vita degli altri e danneggia la propria, vive nei sepolcri Il demonio che tiene schiavo questuomo si chiama legione: una coalizione di demoni. Combattuti e vinti in terra dIsraele, essi avevano ripiegato in terra pagana. Nella tempesta sul mare (Mc 4, 35-41) avevano tentato di fermare lavanzata vittoriosa del Cristo. Gesù, superata la linea di sbarramento, attacca limpero di satana al cuore, alla sede dello stato maggiore.
Questo indemoniato viene considerato come il rappresentante-tipo del paganesimo, e ciò alla luce di Isaia 65,1-4: "Mi feci ricercare da chi non mi interrogava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: Eccomi, a gente che non invocava il mio nome. Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle; essi andavano per una strada non buona, seguendo i loro capricci, un popolo che mi provocava sempre, con sfacciataggine. Essi sacrificavano nei giardini, offrivano incenso sui mattoni, abitavano nei sepolcri, passavano la notte in nascondigli, mangiavano carne suina e cibi immondi nei loro piatti".
Questo pagano ha un nome. In pieno testo greco, risponde con una parola latina: legione. Ricordiamo che la legione romana era formata da seimila uomini. Questa parola evoca la guerra, la presenza e la dominazione romana, personificata da quei "porci" di legionari (il verro era uno dei simboli della potenza imperiale raffigurato sulle insegne dellesercito romano). E la demonizzazione dellesercito romano.
Per Marco che scrive il suo vangelo probabilmente a Roma, capitale dellimpero di satana, in piena persecuzione di Nerone, questo brano potrebbe voler dire ai cristiani: Cristo butterà a mare questa legione di porci indemoniati (i persecutori) e libererà la terra dal potere oppressivo dellimpero romano, che è una manifestazione del potere di satana. A conferma di questa visione della storia si legga Ap 13-20.
Il brano di porci che precipita in mare è certamente una scena sconvolgente per l"uomo economico" di tutti i tempi. Il Signore sta liberando la terra dal male e dal maligno, e questa liberazione è motivo di gioia, ma questa gioia ha un prezzo salato: la perdita di duemila porci. E i geraseni non se la sentono di pagare prezzi così alti.
Sarà anche un grande liberatore questo Gesù, ma presenta delle parcelle troppo esose. Meglio allora sopportare rassegnati la schiavitù di satana e godere indisturbati la propria ricchezza e le proprie "porcherie". E la loro stessa preghiera suona assurda e sconcertante: "Si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio" (v. 17).
Gli uomini parlano tanto di libertà e di liberazione, ma la rifiutano appena si accorgono che cè un prezzo da pagare.
Al desiderio dellindemoniato guarito di stare con Gesù, il Signore risponde inviandolo in missione. Egli è diventato apostolo perché è in grado di raccontare ciò che il Signore gli ha fatto. Il vangelo è la buona notizia di quanto Gesù ha fatto per noi. Levangelizzazione non è tanto unesposizione di dottrina o di idee, ma un racconto di fatti, una narrazione di quanto il Signore ha operato per noi.
Come Gesù iniziò a proclamare il vangelo nella Galilea (Mc 1,14), così questo indemoniato guarito lo proclama nella Decapoli. E linizio della missione ai pagani.
2 febbraio 2010
Lc 2,22-40
22
Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23 come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24 e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.
25 Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; 26 lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 27 Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, 28 lo prese tra le braccia e benedisse Dio:
29 «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
30 perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
31 preparata da te davanti a tutti i popoli,
32 luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele».
33 Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34 Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35 perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima».
36 C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, 37 era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38 Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
39 Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40 Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.
Il Signore visita il suo tempio. Egli non viene per giudicare linosservanza della legge, ma per sottomettersi come uomo allobbedienza al Padre al quale gli uomini hanno disobbedito. Viene a pagare il debito delluomo.
Dio non esige il sacrificio delluomo alla propria maestà (questa è la menzogna di Adamo e di tutte le perversioni religiose), ma esige il riconoscimento di sé come dono e sergente di vita perché possiamo attingervi in abbondanza.
Presentandosi a Dio, luomo viene restituito a se stesso. Riconoscendo che la vita delluomo è data da Dio, noi scopriamo laltissimo dono della vita.
Simeone significa "Dio ha ascoltato". Lo Spirito Santo era su di lui: per questo ascolta e osserva la Parola. Solo gli uomini illuminati dallo Spirito sanno spiegare esattamente la Scrittura e giudicare gli eventi della salvezza. Le braccia di Simeone rappresentano le braccia bimillenarie dIsraele che ricevono il fiore della nuova vita, la promessa di Dio.
Il Cantico di Simeone si pone sulla linea della grande tradizione del Servo di Jahvé: "Io ti renderò luce delle nazioni perché tu porti la mia salvezza fino allestremità della terra" (Is 49,6). Ora si compie quanto era stato predetto: "Alzati, rivestiti di luce, la gloria del Signore brilla su di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare in te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere" (Is 60,1-3).
Solo chi vede Gesù salvatore può vivere e morire in pace. Solo lincontro con Dio può sanare la vita dal veleno della paura della morte e guarire luomo dalla falsa immagine di Dio. Dietro la porta della morte non ci attende un abisso di tenebre, ma la sala illuminata del banchetto della vita eterna.
Alla salvezza e alla pace, già presenti nel Cantico di Zaccaria, qui si aggiunge la luce con una chiara connotazione di universalismo: la salvezza è per tutti i popoli.
Simeone, mosso dallo Spirito, ha riconosciuto Gesù; ora predice a Maria il destino del figlio. La persona di Gesù è spiegata ancora oggi a noi dallAntico Testamento.
Gesù sarà insieme causa di caduta e di risurrezione per le moltitudini dIsraele, perché porta una salvezza "scandalosa" che nessuno è in grado di accettare. Gesù contraddice ogni pensiero delluomo. E scandalo e follia. Per questo tutti lo contraddicono, si scandalizzano di lui e cadono.
Viene qui adombrato il mistero della morte e risurrezione del Signore che come spada attraverserà il cuore di ogni discepolo e di tutta la Chiesa, di cui Maria è figura.
Alla parola dura di condanna, di contraddizione e di spada, subentra la parola di felicitazione, di conforto e di sostegno. Il nome della profetessa e quelli dei suoi avi significano salvezza e benedizione. Anna vuol dire: Dio fa grazia; Fanuele: Dio è luce; Aser: felicità.
I nomi non sono privi di significato. E qui il loro significato illumina e immerge tutto nello splendore della gioia, della grazia e della clemenza di Dio. Il tempo messianico è tempo di luce piena.
Anna è tratteggiata come luminoso esempio delle vedove cristiane. "Colei che è veramente vedova ed è rimasta sola, ha messo la speranza in Dio e si consacra allorazione e alla preghiera giorno e notte" (1Tm 5,5).
Illuminata dallo Spirito Santo, Anna riconosce il Messia nel bambino che Maria porta al tempio. Facendo seguito a Simeone, loda Dio e parla continuamente di Gesù a tutti quelli che aspettano "la redenzione di Gerusalemme" (v. 38).
Nel tempio di Gerusalemme si svelano due aspetti: la contraddizione nei confronti di Gesù e laccoglienza nella fede, la condanna e la salvezza, la caduta e la risurrezione.
Da Gerusalemme, nel cui tempio viene innalzato il segno, sirradia la luce che rischiara i pagani e si manifesta la gloria dIsraele.
Ciò accade ora, mentre Gesù viene nel tempio; e accadrà ancora più chiaramente quando sarà "assunto" in Gerusalemme, cioè innalzato nella gloria. Allora si radunerà il nuovo popolo di Dio, e i suoi messaggeri da Gerusalemme si diffonderanno in tutto il mondo per raccogliere i popoli attorno al segno di Cristo.
3 febbraio 2010
Mc 6,1-6
1
Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 2 Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. 4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5 E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6 E si meravigliava della loro incredulità.
La visita di Gesù nella sua patria è un avvenimento penoso che riprende il tema della mancanza di fede del popolo ebraico già sottolineata nellinsegnamento delle parabole e nella discussione su Beelzebùl.
I parenti di Gesù prima (cfr Mc 3,21.31-32), e la gente di Nazaret poi, tentano di impadronirsi di lui per impedirgli di illudersi e di nuocere agli altri, ma egli non accetta di lasciarsi circoscrivere entro i legami naturali. Ormai i legami umani si definiscono in rapporto a lui e non viceversa: i "suoi" sono coloro che vivono con lui, ascoltano la sua voce e fanno la volontà del Padre.
Gli abitanti del suo paese credono di conoscere Gesù meglio di chiunque altro. Lhanno visto crescere ed esercitare il suo mestiere. Incontrano ogni giorno sua madre e i membri della sua famiglia di cui conoscono nomi, vita e miracoli. Di fronte a lui si sentono turbati, imbarazzati, irritati. Rifiutano di lasciar mettere in discussione il loro piccolo mondo e la valutazione che si erano fatta sulla sua persona. Si fa fatica a cambiare parere e a ricredersi: è più facile e sbrigativo cancellare una persona dalla nostra vita che limmagine o il giudizio che ci siamo fatto di lei. Gli abitanti di Nazaret non sanno aprirsi al Gesù reale, perché restano caparbiamente attaccati al ritratto che si erano fatto di lui.
Lepisodio va al di là del rifiuto di un piccolo paese della Galilea: prefigura il rifiuto dellintero Israele (cfr Gv 1,11). Che un profeta sia rifiutato dal suo popolo non è una novità: cè perfino un proverbio che lo dice. E un proverbio nato da una lunga esperienza che ha accompagnato tutta la storia dIsraele, che trova la sua più clamorosa dimostrazione nella storia del Figlio di Dio e che continuerà a ripetersi puntualmente nella storia successiva.
Dio è dalla parte dei profeti, eppure i profeti sono sempre rifiutati; gli uomini di Dio, i giusti, sono sistematicamente tolti di mezzo, salvo poi costruire loro sepolcri e monumenti tardivi (cfr Lc 11,47-48).
"E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì" (v. 5). I miracoli di Gesù sono una risposta alla sincerità delluomo che cerca la verità; non sono il tentativo di forzare, in ogni modo, il cuore delluomo. Diversamente dagli uomini, Dio non usa la violenza per imporre i propri diritti. E neppure fa miracoli per permettere agli uomini di esimersi dal rischio e dalla fatica del credere.
Anche a Nazaret Gesù ha cercato i malati e i poveri; essi sono il buon terreno arato dalla sofferenza e irrigato dalle lacrime: il seme della Parola viene accolto da loro e produce frutto. Nella sua città purtroppo il bilancio è deludente, ma non fallimentare.
A Nazaret tutti si sono scandalizzati di Gesù. Tutti gli uomini inciampano e cadono davanti alla grandezza dellamore di un Dio che si fa piccolo e insignificante. Tutti rifiutano un Dio la cui sapienza è la follia e limpotenza dellamore. Noi lo pensiamo e lo vogliamo diverso. La nostra mancanza di fede è così incredibile che il Signore stesso se ne meraviglia.
In Gesù ci troviamo davanti allo scandalo di un Dio fatto carne, che sottostà alla legge della fatica umana e del bisogno, del lavoro e del cibo, della veglia e del sonno, della vita e della morte. Lo vorremmo diverso. Ci piacerebbe condividere le sue caratteristiche divine, ma non ci piace che egli condivida le nostre prerogative umane, delle quali volentieri faremmo a meno.
Il cristiano e la Chiesa devono sempre misurarsi sulla carne di Gesù, venduta per trenta sicli, il prezzo di un asino o di uno schiavo.
La prima eresia - è e sarà sempre la prima! - non consistette nel negare la divinità di Cristo, ma nel minimizzare e trascurare lumanità di Gesù che nella sua debolezza e stoltezza crocifissa è la salvezza per tutti. Il cardine della salvezza è la carne crocifissa e risorta di Cristo.
4 febbraio 2010
Mc 6,7-13
7 Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; 9 ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. 10 E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. 11 Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». 12 E partiti, predicavano che la gente si convertisse, 13 scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.
I Dodici erano stati scelti da Gesù perché "stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni" (Mc 3,14-15). Nei capitoli precedenti li abbiamo visti stare con lui, ascoltare e imparare, ora Marco ci mostra la seconda dimensione del discepolo, quella missionaria. Per descrivere la missione degli apostoli, Marco usa le medesime parole con cui ha descritto la missione di Gesù: predicavano la conversione, guarivano i malati e scacciavano i demoni.
Linvio dei discepoli avviene "a due a due", sia in riferimento alla duplice testimonianza (Dt 17, 6; 19, 15; Nm 35, 40), sia secondo il consiglio del saggio Qoelet (4,9-12) adottato poi anche dalla comunità cristiana di Gerusalemme (At 13,2).
Gli ordini che Gesù dà ai suoi inviati riguardano, anzitutto, la povertà e la rinuncia: senza alcun aiuto umano, i discepoli hanno come appoggio solo la fede in colui che li manda.
Queste parole condannano il trionfalismo e la ricchezza e impongono la povertà e la discrezione, Lapostolo non deve usare i mezzi del mondo (denaro, potere e forza) per conquistare ladesione dei suoi ascoltatori. Il vero apostolo non compera nessuno e non si lascia comperare da nessuno: forse sarà venduto a poco prezzo come il suo Maestro (Mc 14,10-11).
La povertà è una condizione indispensabile per la missione: i missionari devono essere "truppe leggere". Questa povertà è fede, libertà e leggerezza. Un discepolo appesantito dai bagagli diventa sedentario, conservatore, incapace di cogliere la novità di Dio, abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo. La povertà è fede concreta di chi non confida in se stesso e nei propri mezzi, ma nellassistenza e nella provvidenza di chi lha mandato.
Lannuncio del vangelo deve sempre essere in povertà, perché proclama la croce che ha salvato il mondo. Più che ciò che dobbiamo dire, Gesù ci insegna ciò che dobbiamo essere. Ciò che siamo grida più forte di ciò che diciamo. Finché non siamo poveri, ogni cosa che diamo o che diciamo non è dono, ma solo esercizio di potere sugli altri.
Già nellAntico Testamento, povertà, piccolezza e impotenza sono i mezzi che Dio sceglie per vincere (cfr 1Sam 2,1-10; Es 3,11; 4,10; Gdc 7,2). Infatti "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1Cor 1,27-29).
Questa lezione laveva imparata bene Pietro, quando compì il primo miracolo. Egli disse allo storpio: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina" (At 3,6). Se Pietro e Giovanni avessero avuto argento e oro, avrebbero fatto unopera buona, forse avrebbero fondato un istituto per portatori di handicap, avrebbero dato dei soldi, ma non avrebbero pensato che dovevano dare Gesù, il salvatore.
La salvezza viene dalla croce, svuotamento che rivela Dio. Guai se la nostra potenza o sapienza la vanifica: "Cristo mi ha mandato a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo" (1Cor 1,17).
Gesù invia i suoi in povertà, come il Padre aveva mandato lui in povertà. I discepoli, mediante la missione, sono chiamati alla forma più alta di vita cristiana: sono pienamente associati al Figlio, che conoscendo lamore del Padre, è spinto verso tutti i fratelli.
I Dodici possono annunciare agli altri la conversione mostrando di essere loro stessi convertiti perché sono e vivono come Gesù.
Il vangelo parla anche della possibilità, tuttaltro che teorica, vista la sorte toccata a Gesù, che i discepoli non siano accolti e ascoltati. E una sofferenza che il discepolo deve affrontare senza perdersi danimo. A lui è stato affidato un compito, non garantito il successo.
Sulla attività dei Dodici, Marco non dà alcuna indicazione di tempo e di luogo; gli basta segnalare che essi realizzano esattamente ciò che aveva detto e fatto il Maestro: proclamare la conversione e operare esorcismi e guarigioni.
5 febbraio 2010
Mc 6,14-29
14
Il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui». 15 Altri invece dicevano: «E' Elia»; altri dicevano ancora: «E' un profeta, come uno dei profeti». 16 Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!».
17 Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. 18 Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello». 19 Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, 20 perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
21 Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. 22 Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». 23 E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». 24 La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». 25 Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». 26 Il re divenne triste; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto. 27 Subito il re mandò una guardia con l'ordine che gli fosse portata la testa. 28 La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre. 29 I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
I discepoli sono partiti e la scena è vuota. Marco la riempie con due brani che servono dintermezzo: lopinione di Erode su Gesù e lassassinio di Giovanni Battista. Questo episodio, collocato tra linvio in missione dei discepoli e il loro ritorno, acquista un significato preciso: è un segno premonitore dellopposizione e del martirio riservati a Gesù e ai suoi discepoli.
Questo brano del vangelo ci dà la versione "religiosa" della morte del Battista. Flavio Giuseppe ci dà quella "politica". Leggiamo in Antichità giudaiche 18, 119: "Erode, temendo che egli con la sua grande influenza potesse spingere i sudditi alla ribellione (sembrando in effetti disposti a fare qualsiasi cosa che egli suggerisse loro), pensò che era meglio toglierlo di mezzo prima che sorgesse qualche complicazione per causa sua, anziché rischiare di non potere poi affrontare la situazione. E così, per questo sospetto di Erode, egli fu fatto prigioniero, inviato nella fortezza di Macheronte e qui decapitato".
Quando i profeti mettono il dito sulla piaga e arrivano al nocciolo della questione, sono tolti di mezzo senza scrupoli. La testa di Giovanni Battista su un vassoio, nel pieno svolgimento di un banchetto, può sembrare una "portata" insolita. A pensarci bene, non è poi un "piatto" tanto raro: quante decapitazioni durante pranzi, cene !
Questo brano, posto dopo linvio in missione dei Dodici, indica il destino del missionario, del testimone di Cristo. In greco, testimone si dice "martire".
La morte di Giovanni prelude la morte di Gesù e di quanti saranno inviati. Ciò può sembrare poco confortante, ma luomo deve comunque morire. La differenza della morte per cause naturali e martirio sta nel fatto che la prima è la fine, il secondo è il fine della vita. Il martire infatti testimonia fin dentro ed oltre la morte, lamore che sta a principio della vita.
Il banchetto di Erode nel suo palazzo fa da contrappunto a quello imbandito da Gesù nel deserto, descritto immediatamente di seguito (Mc 6,30-44). Il primo ricorda una nascita festeggiata con una morte; il secondo prefigura il memoriale della morte del Signore, festeggiato come dono della vita.
Gli ingredienti del banchetto di Erode sono ricchezza, potere, orgoglio, falso punto donore, lussuria, intrigo, rancore e ingiustizia e, infine, il macabro piatto di una testa mozzata. La storia mondana non è altro che una variazione, monotona fino alla nausea, di queste vivande velenose.
Il banchetto di Gesù invece ha la semplice fragranza del pane, dellamore che si dona e germina in condivisione e fraternità.
6 febbraio 2010
Mc 6,30-34
30 Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 31 Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. 32 Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.
33 Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. 34 Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Gesù non si fida dellentusiasmo: sa che svanisce di fronte alle prime difficoltà (cfr Mc 4,16-17) e che non è segno di fede. E la situazione che viene descritta in questo brano. I discepoli sono presi dallentusiasmo e raccontano a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato.
Il risultato della loro missione è lì sotto gli occhi di tutti, in quella gente che va e viene e non lascia più loro neppure il tempo per mangiare. Risultato strepitoso. Quella gente li fa sentire veramente "pescatori di uomini" (cfr Mc 1,7) realizzati.
Questo racconto mira a rispecchiare già la futura immagine dellattività missionaria della Chiesa: fare e insegnare come Gesù.
Dopo le guarigioni descritte nel primo capitolo di questo vangelo, Gesù si era ritirato in un luogo deserto a pregare (1,35) e alla provocante espressione: "Tutti ti cercano" (1,37) aveva risposto con un atteggiamento, umanamente parlando, poco intelligente: "Andiamocene altrove!" (1,38).
Gesù non sfrutta mai le occasioni favorevoli della popolarità e dellentusiasmo viscerale: ci vuol ben altro per recidere alla radice il peccato del mondo e per immettere la novità di Dio in unumanità così malandata.
In questo brano, lentusiasmo della folla è per i discepoli oltre che per Gesù. In questa cornice, la parola di Gesù: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po" (v. 31) acquista il suo giusto valore. Gesù li vuole sfebbrare (cfr Lc 10,17-20). Lentusiasmo è pericoloso: per la folla e per i discepoli.
Linsegnamento è chiaro: se vogliamo evitare i pericoli della popolarità, non dobbiamo lasciarci travolgere dallentusiasmo viscerale e acritico che fa perdere il senso del limite e dà i fumi alla testa. Lantidoto è la solitudine e la preghiera.
Gesù ha pietà della folla perché è disorganizzata. Non cè nessuno che si occupi di essa ed è abbandonata a se stessa: non forma un popolo, ma unaccozzaglia di gente. La pietà di Gesù si traduce in insegnamento. Nel vangelo di Marco, quando Gesù si trova con la folla si può stare certi che non perderà loccasione per istruirla. Il seguito del vangelo ribadirà, con maggiore forza, questo comportamento costante di Gesù: "La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli lammaestrava, come era solito fare" (10,1).
Il legame che Marco instaura tra insegnamento e formazione di un popolo non è artificiale. Siamo davanti a un gregge senza pastore: solo la parola di Gesù può radunare e riunire gli smarriti e i dispersi.
7 febbraio 2010
Lc 5,1-11
1 Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret 2 e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.
4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». 5 Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6 E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dellaltra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. 8 Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». 9 Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; dora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Sullo sfondo dellattività di Cristo appaiono Pietro e i suoi colleghi. Essi sono i collaboratori di un fatto prodigioso, ma rimangono pur sempre le povere persone che erano in precedenza. Pietro lo confessa a nome proprio e dei colleghi dichiarandosi peccatore. Davanti alla verità di Dio, Pietro scopre la propria verità e si sente indegno. Non cè rivelazione di Dio senza coscienza del proprio peccato. Possiamo conoscere linfinita grandezza di Dio solo contemporaneamente alla scoperta della nostra bassezza.
Lefficacia della pesca miracolosa non è dovuta alla loro abilità, ma al comando impartito da Gesù. Tutto il loro merito è di aver creduto alla sua parola. Linutilità della fatica notturna indica la vanità di tutti gli sforzi umani fatti di propria iniziativa per instaurare il regno di Dio. Solo nellobbedienza alla parola del Signore si può ottenere ciò che è impossibile alle forze umane. La fede non ha altro appoggio che la parola di Dio. Proprio per questa fede Gesù cambia il nome di Simone in Pietro e gli dà un incarico nuovo:" Dora in poi sarai pescatore di uomini" (v. 10). Pietro riceve la sua missione proprio mentre si riconosce peccatore. Ciò vuol dire che essa non decadrà neanche per il suo peccato di infedeltà, perché si fonda sulla fedeltà di Dio. Simone diventerà Pietro e riceverà lincarico di confermare nella fede i suoi fratelli proprio quando avrà consumato fino in fondo la propria esperienza di debolezza, di infedeltà, di peccato (Lc 22,31-34). Non sarà quindi "pietra" per le sue qualità, ma per la fedeltà di Dio.
Questi pescatori, che hanno creduto nella parola di Cristo, lasciano subito barche e reti e si mettono a seguire Gesù. Egli li manda a liberare gli uomini dal potere della morte e a trasferirli nel regno della vita, nel regno di Dio. Lazione missionaria di Gesù passerà a dei poveri, sprovveduti pescatori di Galilea, i quali lasciano il loro mestiere e si avventurano sui mari tempestosi del tempo per salvare dalla morte eterna tutti i popoli della terra. Ma per essere veri discepoli di Gesù bisogna lasciare tutto, incominciando a lasciare se stessi per diventare proprietà esclusiva di Cristo.
8 febbraio 2010
Mc 6,53-56
53 Compiuta la traversata, approdarono e presero terra a Genèsaret. 54 Appena scesi dalla barca, la gente lo riconobbe, 55 e accorrendo da tutta quella regione cominciarono a portargli sui lettucci quelli che stavano male, dovunque udivano che si trovasse. 56 E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano.
Le folle riconoscono Gesù e gli portano i malati. Egli salva tutti coloro che lo toccano. Viene messa in evidenza sia lavidità degli uomini nellapprofittare della potenza del guaritore, sia la compassione di Gesù verso le "pecore senza pastore" (6,34).
La gente lo cerca come salvatore del popolo e operatore di prodigi: per ora non sembra che germogli in essa una fede più profonda. Il lettore del vangelo deve convincersi che bisogna "toccare" Gesù in un senso più vero di quanto non abbiano fatto i galilei; si deve credere in lui come nel Messia promesso, che raduna il popolo di Dio e che è veramente il Figlio di Dio.
Marco descrive Gesù come un "uomo divino", dal quale emanano prodigiose virtù risanatrici. Egli appare come soccorritore e medico dei poveri e degli infermi. Ma dopo la moltiplicazione dei pani e il camminare sulle acque (6,35-52), il lettore cristiano sa con maggiore chiarezza che Gesù è assai più che un operatore di prodigi e un guaritore. Il suo potere viene da Dio e ha le radici nel mistero del tutto singolare di essere il Figlio di Dio.
9 febbraio 2010
Mc 7,1-13
1 Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. 2 Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate - 3 i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, 4 e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame - 5 quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?». 6 Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:
Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
7 Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
8 Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 9 E aggiungeva: «Siete veramente abili nelleludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. 10 Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. 11 Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, 12 non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, 13 annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».
Questi primi versetti del capitolo 7 di Marco possono sembrare a noi del 2001 questioni ridicole e controversie definitivamente superate da un pezzo: e in parte è vero, per fortuna! Dobbiamo però cogliere almeno due affermazioni importanti e valide in tutti i tempi e sotto tutti i cieli:
1. Comandamenti di Dio e tradizioni degli uomini devono essere tenuti sempre distinti: i comandamenti di Dio hanno valore perenne e universale e quindi sono immutabili; le tradizioni degli uomini sono provvisorie e quindi possono, e spesso devono, essere cambiate. Di conseguenza il cristiano, e più in generale luomo onesto e intelligente, si rinnova in continuità ed è disponibile alle riforme e al progresso.
2. Gesù rifiuta la distinzione giudaica tra puro e impuro, tra una sfera religiosa separata, in cui Dio è presente, e una sfera ordinaria, quotidiana, in cui Dio è assente. Non ci si purifica dalla vita quotidiana cercando Dio altrove, fuori dalla vita di tutti i giorni, ma al contrario ci si deve purificare dal peccato che è dentro di noi. Gesù contesta la distinzione allora ritenuta sicura e indiscutibile: lebreo è puro e tutti gli altri sono impuri.
La questione del puro e dellimpuro ha avuto una grande importanza nei primi tempi della Chiesa, soprattutto per la partecipazione alla stessa mensa tra giudei e pagani (cfr Gal 2,11-17). Ci ritorna alla mente la voce che Pietro sentì nella visione di Ioppe: "Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano" (At 10,15).
Citando il quarto comandamento Gesù dimostra di accettare la forza vincolante della legge di Dio, ma rifiuta le tradizioni asfissianti e cavillose che contraddicono ai comandamenti del Signore più che aiutare a capirli e ad osservarli meglio.
Gesù sceglie un caso particolarmente grossolano per dimostrare che il precetto umano può condurre alla trasgressione del comandamento divino. Il dovere di onorare il padre e la madre e di assistere i genitori vecchi e bisognosi era stato affermato da un comandamento di Dio. Ma anche mantenere un voto costituiva un dovere sacro. Labuso di danneggiare i genitori col voto del korbàn era frequente al tempo di Gesù.
Gesù pone il comandamento dellamore al di sopra dellolocausto e degli altri sacrifici (cfr 12, 33) e non permette di trascurare il dovere verso i genitori nemmeno con la scusa di un voto. Dio non vuole essere amato e onorato a spese dellamore del prossimo. Dio è amore e vuole solo amore, quellamore del prossimo per mezzo del quale egli stesso viene amato.
E il principio fondamentale posto alla base di tutta la nostra condotta: lamore di Dio e del prossimo si inseriscono luno nellaltro indissolubilmente (cfr 12,30-31).
Leggiamo nella Prima Lettera di Giovanni: "Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il fratello" (4,21). Nellamore viene superata ogni forma di legalismo.
Ciò che talvolta tiene lontano da Dio e dal prossimo le persone buone sono le tradizioni religiose staccate dallamore, che è la loro sorgente e la loro unica motivazione.
10 febbraio 2010
Mc 7,14-23
14 Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: 15 non cè nulla fuori delluomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dalluomo a contaminarlo». 16 .
17 Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. 18 E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nelluomo dal di fuori non può contaminarlo, 19 perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?». Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. 20 Quindi soggiunse: «Ciò che esce dalluomo, questo sì contamina luomo. 21 Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, 22 adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23 Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano luomo».
Il far comprendere le cose ai discepoli è uno dei punti fissi che incontriamo nellinsegnamento di Gesù e costituisce un costante avvertimento a riflettere sulle sue parole e sulle sue azioni con una fede più profonda.
Gesù spiega ai suoi discepoli che alla base della parabola si trova limmagine dei cibi, i quali vengono introdotti nelluomo dallesterno, andandosene per la loro via naturale. Il mangiare e leliminare i cibi non hanno nulla a che vedere con la "purità" intesa in senso morale e religioso.
Egli prende una posizione libera e coraggiosa di fronte agli ebrei, che coltivavano non pochi tabù, tra cui ideologie antiquate circa l"impurità" di determinati cibi e animali e il contaminarsi con fatti naturali (nel campo sessuale) e col contatto con i lebbrosi e con i cadaveri.
Linsegnamento di Gesù viene ripreso dagli apostoli: "Tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera" (1Tm 4,4-5).
Pur valutando positivamente la creazione, pur apprezzando luomo e la sua rassomiglianza con Dio, lesperienza del mondo ci dimostra che la creatura umana è affetta da unoscura e misteriosa inclinazione al male, sorgente dellimmoralità, del peccato e di ogni vizio. E a questo punto del vangelo segue un lungo catalogo di vizi, la cui sorgente è il cuore delluomo.
Non è ciò che entra nelluomo che lo contamina, ma quello che esce dal suo cuore. Ognuno deve dare importanza alla conversione radicale del cuore.
Per Gesù il cuore devessere pulito, libero, retto. Si tratta di creare una situazione interiore degna di Dio, perché è lì che egli si rivela e abita. "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" (Mt 5,8). Lautenticità della vita religiosa si misura dal cuore, cioè dalle scelte libere che escono dallinterno delluomo. La santità non consiste in fatti esterni e superficiali, ma nella purezza del cuore.
Il principio del bene e del male è il nostro cuore buono o cattivo, illuminato dallamore o accecato dallegoismo. La norma ultima di comportamento per fare la volontà di Dio viene dal discernimento del nostro cuore: siamo mossi da Dio o dal demonio?, dallamore o dallegoismo?. SantAgostino ha scritto: "Ama, e fa quello che vuoi!".
11 febbraio 2010
Mc 7,24-30
24 Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25 Subito una donna che aveva la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si gettò ai suoi piedi. 26 Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. 27 Ed egli le disse: «Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28 Ma essa replicò: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli». 29 Allora le disse: «Per questa tua parola va, il demonio è uscito da tua figlia».
30 Tornata a casa, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se nera andato.
Lattacco portato da Gesù contro le tradizioni alimentari del suo popolo fu un colpo ben assestato contro le divisioni esistenti tra ebrei e pagani.
Lopera di demolizione continua in questa breve narrazione: è la fede che rende partecipi del nuovo popolo di Dio, non il fatto di essere ebrei (cfr Gal 3,7-9).
Il problema che soggiace a questa narrazione è questo: "E lecito concedere ai pagani i benefici che Dio accorda agli ebrei?". La risposta di Gesù è affermativa e chiara.
Il racconto della seconda moltiplicazione dei pani (8,1-10) sarà la risposta, alla luce del sole e davanti a quattromila persone, di quanto Gesù ci ha anticipato qui nel segreto di una casa privata: Gesù è venuto per tutti, è pane per tutti, è il salvatore di tutti.
La donna pagana, originaria della Sirofenicia, dimostra di possedere una fede altrettanto tenace che la donna ebrea che soffriva di perdite di sangue (cfr 5,25-34) e non si lascia impaurire dal rifiuto iniziale di Gesù.
La risposta di Gesù a questa donna può sembrare addirittura offensiva, ma tale non è. Nel suo parlare allegorico, egli vuol dire: Sono stato mandato anzitutto per i figli dIsraele, e non posso preferire i pagani.
Si è voluto spesso richiamare il fatto che gli ebrei consideravano se stessi come figli di Dio e designavano i pagani col nome di "cani", per disprezzo; infatti questa parola in Oriente suonava come insulto. Tuttavia ci si riferiva ai cani randagi, mentre Gesù parla qui di "cagnolini", ossia di animali domestici, ed è in questo senso che lintende anche la donna. Perciò Gesù non parla in uno stile odioso, ma, come usava spesso, conia qui una similitudine per dare rilievo al suo pensiero.
Le parole di Gesù non sono un rifiuto totale, ma soltanto un accenno al fatto che egli deve recare la benedizione della salvezza in primo luogo a Israele.
La donna accetta lallegoria usata da Gesù e la volge prontamente a suo favore: anche i cagnolini sotto la tavola ricevono qualche briciola del pane dei figli. Gesù non poteva desiderare nulla di meglio se non che la fede della donna fosse abbastanza forte per riconoscerlo e approfittarne.
Questo racconto si presenta come un esempio di fede. Una fede genuina che non si lascia turbare nemmeno quando sembra che Dio nasconda la sua faccia.
12 febbraio 2010
Mc 7, 31-37
31 Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32 E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. 33 E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34 guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà» cioè: «Apriti!». 35 E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Nel territorio della Decapoli (che significa "dieci città") portano a Gesù un uomo sordo e muto, supplicandolo di imporgli le mani. Gesù conduce questuomo in disparte dalla folla, mette della saliva nelle orecchie e gli tocca la lingua; poi alzando gli occhi al cielo emette un sospiro e dice: "Effatà" cioè "Apriti". La citazione in lingua aramaica vuole riportarci la parola detta da Gesù, che parlava aramaico. Di fronte a questo avvenimento viene spontaneo il ricordo del testo di Isaia:" Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio. Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno gli orecchi ai sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto" (Is 35,4-6).
Luomo diventa la parola a cui presta ascolto e dà risposta. Se ascolta Dio diventa Dio, se ascolta il demonio diventa demonio. Eva ha ascoltato il maligno e ha partorito tutto il male del mondo. Maria ha ascoltato Dio e ha partorito tutto il bene dellumanità.
Dio è parola, comunicazione e dono di sé. Luomo è prima di tutto orecchio, e poi lingua. Ascoltando Dio è in grado di rispondergli: entra in dialogo con lui. La religione cristiana è la religione della parola e dellascolto, della comunicazione con Dio che ci parla. Per questo, essere sordi e muti (nel senso religioso) è il più grande dei mali.
Con questo miracolo Gesù ci fa capire che cosa vuole operare nei suoi ascoltatori. Noi tutti siamo spiritualmente sordi, chi più chi meno; anche coloro che ascoltano la parola di Dio rischiano di essere dei sordi selettivi, ossia ascoltano quello che fa comodo e eliminano automaticamente tutto quello che può turbare il loro placido sonno. Gesù è il medico venuto a ridarci la capacità di dialogo con Dio e con i fratelli. Il cristiano, forse come tutti, è un fenomenale divoratore di tante chiacchiere, ma risulta sovente sordo e muto davanti alla Parola che lo fa uomo e figlio di Dio.
Gesù è venuto per guarire il mutismo e la sordità dallumanità per farla diventare il vero popolo di Dio, un popolo che ascolta e risponde a colui che gli dice:" Ascolta, Israele!" (Dt 6,4-5); " Ascoltate!" (Mc 4,3); "Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!" (Mc 9,7).
Chi professa la fede cristiana è, di professione, un ascoltatore di Gesù.
A parlare non si impara nulla, ad ascoltare gli stupidi si diventa stupidi, ad ascoltare i saggi si diventa saggi, ad ascoltare Dio si diventa Dio.
13 febbraio 2010
Mc 8,1-10
1 In quei giorni, essendoci di nuovo molta folla che non aveva da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2 «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. 3 Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano». 4 Gli risposero i discepoli: «E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?». 5 E domandò loro: «Quanti pani avete?». Gli dissero: «Sette». 6 Gesù ordinò alla folla di sedersi per terra. Presi allora quei sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7 Avevano anche pochi pesciolini; dopo aver pronunziata la benedizione su di essi, disse di distribuire anche quelli. 8 Così essi mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati. 9 Erano circa quattromila. E li congedò.
10 Salì poi sulla barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta.
Marco riporta due moltiplicazioni dei pani (6,35-46; 8,1-9).
Ciò che anzitutto impressiona in questi racconti è la folla: una folla numerosa, venuta a piedi da ogni parte, che segue Gesù giorni e giorni.
Secondo alcuni, tanta folla farebbe sospettare la formazione di un movimento messianico di tipo politico che vedeva in Gesù un possibile capo. Ciò è verosimile: del resto Giovanni, a proposito del medesimo episodio, annota che le folle cercavano Gesù per farlo re (Gv 6,15).
Il clima politico della Galilea di quel tempo era surriscaldato e bastava poco a suscitare fanatismi messianici. Scrive ad esempio Giuseppe Flavio: "Uomini ingannevoli e impostori, che sotto apparenza di ispirazione divina operavano innovazioni e sconvolgimenti, inducevano la folla ad atti di fanatismo religioso e la conducevano fuori nel deserto, come se là Dio avesse mostrato loro i segni della libertà imminente" (Guerra giudaica 2, 259).
In questa luce, nella prima moltiplicazione dei pani, acquista importanza lannotazione che Gesù obbligò i discepoli ad allontanarsi, ed egli, dopo aver congedata la folla, si ritirò sulla montagna a pregare (6,45-46).
Gesù non accondiscende alle attese politiche della folla, ma si allontana da essa, ritrovando nella preghiera la chiarezza della via messianica della croce e il coraggio per percorrerla.
Questa seconda moltiplicazione dei pani avviene in pieno territorio pagano come prefigurazione delleucaristia universale, offerta in pienezza anche ai pagani. Le sette ceste di pezzi avanzati sono destinate alle settanta nazioni pagane della tradizione biblica ebraica (cfr Gen 10).
Ancora una volta Gesù dona il pane e rinnova la sua misericordia. Non si stanca di noi, non si scoraggia per la nostra durezza di cuore. Insiste con il suo dono infinite volte. Tutta la storia è il tempo della pazienza di Dio.
14 febbraio 2010
Lc 6,17.20-26
17 Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. Cera gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.
20 Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
21 Beati voi che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete,
perché riderete.
22 Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vinsulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio delluomo. 23 Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
24 Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già la vostra consolazione.
25 Guai a voi che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete,
perché sarete afflitti e piangerete.
26 Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.
In questo testo del vangelo Gesù annuncia larrivo della salvezza promessa da Dio. Egli proclama il mondo dei valori di Dio, capovolge la scala dei valori delluomo e annuncia il modo con il quale Dio salva. Le beatitudini per i poveri e le lamentazioni per i ricchi non vanno lette in chiave moralistica, cioè non dicono che cosa deve fare luomo. Manifestano invece che cosa fa Dio in Gesù e rivelano come agisce Dio nella storia umana. Nella discesa di Mosè dal monte Dio, per mezzo dei dieci comandamenti, rivelò alluomo cosa doveva fare; nella discesa di Gesù dal monte Dio rivela che cosa fa lui. Lintento di questo proclama è di rivelarci il volto di Dio in Cristo. In lui vediamo come Dio dona a noi il suo regno.
Il verbo al presente della prima beatitudine e della prima lamentazione (v. 20: è, v. 24: avete) significa che il regno di Dio è già ora dei poveri e che già ora i ricchi se ne escludono con un surrogato di consolazione.
Le beatitudini si possono comprendere solo conoscendo che Dio è amore per tutti. Per questo la sua giustizia è togliere a chi ha abusivamente e dare a chi non ha ingiustamente. Il nostro concetto di giustizia "a ciascuno il suo", più che sulla giustizia di Dio che è amore, si fonda sullingiustizia umana e ne codifica legoismo da cui trae origine.
La distinzione poveri-ricchi è di facile attribuzione allesterno, ma di difficilissima lettura allinterno della coscienza delluomo. Solo la parola di Dio che penetra nel profondo delluomo ci fa capire se siamo dei poveri-beati o dei ricchi-infelici.
Gesù proclama felici i poveri non perché sono bravi o hanno dei meriti speciali, ma perché Dio ama ciascuno secondo il suo bisogno, e il povero è colui che ha più bisogno.
Il cristiano deve impegnarsi a favore dei poveri per imitare Gesù. La storia e la cronaca del mondo attuale, piena di miserie, di fame, di pianto e di ogni genere di mali è lo spazio dazione del credente, se vuole essere anche credibile.
I discepoli sono beati anche perché partecipando al mistero di persecuzione e di morte del Cristo sono associati più profondamente alla sua missione di salvezza. In questa circostanza non devono accontentarsi di avere pazienza o di attendere che passi al più presto il momento della prova, ma devono vivere intensamente in sé quanto dice il Maestro:" Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli" (6,23).
Le felicitazioni e le congratulazioni per i poveri si fanno lamentazioni e condoglianze per i ricchi. Il "guai a voi" non è un grido di vendetta o di minaccia, ma un estremo grido di compianto, di compassione e di lamento che Gesù rivolge ai ricchi perché mettono le cose al posto di Dio e non hanno ancora sperimentato la gioia di colui che vende tutto per acquistare il tesoro che è Cristo (cfr Mt 13,44).
Il regno di Dio progredisce là dove il male e la miseria di ogni genere regrediscono e scompaiono. La comunità cristiana è sulla strada di Cristo solo quando si prende cura dei poveri, degli affamati, degli afflitti, e lotta contro le persone o le situazioni che sono la causa di questi squilibri. Lingordigia di alcuni è la causa della miseria di molti. E quel che è peggio è che i ricchi hanno sempre ragione. Per questo la Chiesa deve stare molto attenta a non "benedire" i tiranni, i malfattori, gli affamatori di popoli..., o a tacere, a fin di bene, lì dove Cristo avrebbe alzato solennemente la sua voce senza paura di andare alla morte di croce. Una Chiesa che non è osteggiata e perseguitata dai potenti di questo mondo può essere veramente la Chiesa di Cristo?
Il messaggio cristiano ha pure una prospettiva oltre la morte: la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Ma prima bisogna giocare tutte le carte che la situazione presente ci fornisce. E vero costruttore del regno di Dio chi si impegna con tutte le sue possibilità a rendere più abitabile la terra. La risurrezione non cancella la storia, ma divinizza tutto ciò che noi stiamo umanizzando.
15 febbraio 2010
Mc 8,11-13
11 Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. 12 Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione». 13 E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò allaltra sponda.
A questo punto la situazione di Gesù è veramente tragica e la sua immagine impressionante. E un uomo addolorato per il rifiuto dei farisei e meravigliato e deluso per il comportamento dei discepoli che ancora non capiscono.
I primi sono totalmente chiusi alla fede. Se chiedono a Gesù un segno, un miracolo, non è perché vogliono credere in lui, ma per tendergli un tranello (v. 11). Gesù capisce la loro manovra, rifiuta il segno e li abbandona (vv. 12-13). E la rottura definitiva.
La differenza tra i farisei e i discepoli sta nel fatto che questi ultimi non hanno deciso di farlo morire e non labbandonano. E questo non è poco. Per il resto sono uguali: il loro atteggiamento di incomprensione nei confronti di Gesù è colpevole. Hanno il cuore indurito perché si ostinano a non capire e non riflettono su ciò che vedono e odono (vv. 17-18).
Gesù si sforza di farli ragionare; ricorda loro le due moltiplicazioni dei pani, ma deve concludere con una amara constatazione: "E non capite ancora?" (v. 21). Sono ciechi e sordi davanti a Dio che si rivela.
Gesù ci ha già dato il suo massimo segno donandoci se stesso nel suo pane. Non bisogna chiedergli altri segni, ma credere nel segno che ci ha dato. Oltre a questo non cè più niente: è Dio stesso, tutto per noi. Non resta che riconoscere, adorare, gustare e viverne.
Il discepolo, invece di chiedere nuovi segni, chiede la capacità di vedere quelli che Gesù gli ha già dato.
16 febbraio 2010
Mc 8,14-21
14 Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo. 15 Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». 16 E quelli dicevano fra loro: «Non abbiamo pane». 17 Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? 18 Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, 19 quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». 20 «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». 21 E disse loro: «Non capite ancora?».
I discepoli sono talmente immersi nei pensieri terra-terra di ogni giorno, che non riescono a penetrare nelle severe parole di Gesù e continuano a manifestarsi lun laltro le loro preoccupazioni per il pane.
Gesù interviene e parla loro in tono di tale rimprovero come non aveva mai fatto prima.
Il loro cuore è indurito fin dal tempo della moltiplicazione dei pani (6,52); essi non hanno capito nulla dellopera messianica di Gesù né hanno compreso il mistero della sua personalità mentre egli camminava sulle onde del lago. Tuttavia Gesù non abbandona nemmeno ora i suoi discepoli, ma cerca di portarli a riflettere e a capire.
I discepoli devono stare attenti a non lasciarsi contagiare dalla mentalità dei farisei e di Erode. Gesù vuole che stiano lontani da questi due partiti: da quello dei farisei, la cui religione è più esteriore che profonda; da quello di Erode che è totalmente preso dalle cose del mondo e della politica. Lavvertimento è tuttaltro che fuori posto: Giuda ci cascherà dentro in pieno, purtroppo!
Ma mentre Gesù diceva loro queste cose, essi pensavano ad altro: «E quelli dicevano tra loro: "Non abbiamo pane"» (v. 16). E evidente la "distrazione" dei discepoli, la loro incapacità di ascoltare: Sono talmente immersi nella preoccupazione del pane che non afferrano altro. Non avvertono neppure lurgenza e limportanza di quanto Gesù sta dicendo. Si comportano come se egli non parlasse.
"Non intendete e non capite ancora?" (v. 17). Il rimprovero di Gesù assume unampiezza insospettata e si risolve in una diagnosi completa delle malattie di cui sono afflitti i discepoli: scarsa intelligenza, cecità, sordità, durezza di cuore, sospetta perdita della memoria.
In questi versetti, il martellamento delle domande incalzanti, che vanno verso il fortissimo e passano in rassegna tutti i sensi delluomo, fa capire ai discepoli che non hanno capito proprio nulla.
Essi ricordano perfettamente i fatti. Rispondono senza alcuna esitazione e sanno ricordare benissimo ciò che è accaduto. Sono tuttaltro che stupidi, ma non comprendono il grande dramma che si sta svolgendo sotto i loro occhi.
In questa circostanza i nodi vengono al pettine e Gesù coglie loccasione per fare ai suoi discepoli un esame di coscienza piuttosto ruvido. Non è possibile leggere questo brano senza sentire il tono alto, altissimo della voce di Gesù, con una buona dose dira, di accoramento e di delusione. Il Maestro si trova davanti dodici discepoli che non sanno risolvere lequazione ad unincognita: e in questo caso lincognita è Gesù.
"Avete il cuore indurito?". La diagnosi di Gesù si concentra essenzialmente su una malattia: la durezza di cuore. Il cuore, nel linguaggio biblico, indica non tanto la sede della vita affettiva, quanto la fonte dei pensieri e della comprensione. Qui è denunciata la mancanza dintelligenza, lincapacità di vedere la portata messianica di ciò che sta accadendo: è laccecamento dello spirito. I discepoli sono duri di cuore perché non hanno lintelligenza per capire chi è Gesù: e questa intelligenza si identifica, di fatto, con la fede.
"Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?" Tutti questi interrogativi non sono una condanna, ma un invito accorato e costante a convertirsi, che richiama i rimproveri di Mosè (Dt 29,3) e dei profeti (Ger 5,21; Ez 12,2) al popolo ribelle.
Egli li rimanda alla loro esperienza passata. Come il ricordo dei benefici dun tempo provocava Israele a uscire dal suo torpore e a tornare a Dio (cfr Sal 77,4.6.12.13; 105,5), così la memoria di quello che essi avevano fatto, distribuendo alle folle il pane che sazia in abbondanza, può richiamarli alla loro responsabilità e aiutarli a capire finalmente chi egli sia.
La funzione di questo brano corrisponde alla prima fase del miracolo che segue: vuol farci vedere che non vediamo. Siamo come il cieco che scambia gli uomini per alberi.
17 febbraio 2010
Mt 6,1-6.16-18
1
Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. 2 Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3 Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4 perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.16
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
17 Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18 perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Il discorso riprende lenunciato di 5,20; "Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli". Il termine giustizia (sedaqah) è usato nella Bibbia per sintetizzare i rapporti delluomo con Dio, la pietà, la religiosità, la fede.
I rapporti con Dio, nostro Padre, devono essere improntati alla fiducia, alla confidenza e soprattutto alla sincerità.
Lautentica giustizia non ha come punto di riferimento gli uomini, ma va esercitata davanti al Padre che è nei cieli. Farsi notare dagli uomini è perdere ogni ricompensa presso il Padre.
Matteo sottolinea la vanità di un gesto puramente umano: gli ipocriti, che cercano lapprovazione, hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Lipocrisia consiste nel fatto che unazione, che ha Dio come destinatario, viene deviata dal suo termine. Lelemosina, la preghiera e il digiuno devono essere fatti per il Padre che vede nel segreto.
Queste azioni fatte "nel segreto" non significano necessariamente azioni segrete: indicano ogni azione, anche pubblica, fatta per il Padre e non per essere visti dagli uomini. E lintenzione profonda che conta perché la ricompensa si situa a questo livello: la ricompensa è lautenticità del rapporto con il Padre.
Il cristiano deve fare lelemosina in modo da salvaguardare la rettitudine dellaiuto prestato al fratello per amore del Padre.
La strumentalizzazione della preghiera è la deformazione più inspiegabile della pietà, perché mette a proprio servizio anche ciò che è essenzialmente di Dio.
Gesù nel suo intervento non si propone di modificare il rituale della preghiera giudaica, solo suggerisce un modo più retto di compierla, evitando lostentazione, il formalismo, lipocrisia. Gli stessi rabbini insegnavano: "Colui che fa della preghiera un dovere, che ritorna a ora fissa, non prega con il cuore".
Il richiamo di Gesù è sulla stessa linea della tradizione profetica e sapienziale e trova conferma nei suoi successivi insegnamenti e più ancora nella sua vita.
Il digiuno è unaltra importante pratica della vecchia e della nuova "giustizia". Esso è un atto penitenziale che completa e aiuta la preghiera.
Gesù, come i profeti, non condanna il digiuno, ma il modo nel quale era fatto. Invece di esprimere la propria umiliazione, esso diventava una manifestazione di orgoglio.
Il digiuno cristiano, come lelemosina e la preghiera, deve essere compiuto di nascosto. Il cristiano non deve fare ostentazione della sua penitenza; deve anzi nasconderla con un atteggiamento gioioso.
Il digiuno, come ogni altra sofferenza, è una fonte di gioia perché ottiene un maggior avvicinamento a Dio. Linvito di Gesù ad assumere un atteggiamento giulivo invece che tetro, sottolinea il significato definitivo della penitenza cristiana: poter soffrire è una grazia (cfr 1Pt 2,19).
18 febbraio 2010
Lc 9,22-25
22
«Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».
23 Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
24 Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. 25 Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?
Gesù è il Servo sofferente che si consegna al Padre. La croce è lo scandalo che esige conversione profonda e continua. La fede e la scelta di seguire Cristo si decidono sulla strettoia della croce.
Gesù qui rivela il mistero del pensiero di Dio che luomo non può né pensare né accettare. Il problema non è tanto il riconoscere che Gesù è il Cristo di Dio, ma "come" è il Cristo di Dio.
Gesù non è il Cristo dellattesa umana, ma il Figlio delluomo che affronta il cammino del Servo sofferente di Dio. Questa è la prima autorivelazione piena di Gesù, il nocciolo della fede cristiana, il suo mistero di morte e risurrezione.
Il "bisogna" indica il compimento della volontà di Dio rivelata nella Scrittura. Questa volontà è il suo amore riversato su di noi peccatori. Dio "deve" morire in croce per noi, perché ci ama e noi siamo sulla croce. Il mistero di Gesù è la sofferenza del Servo di Dio che ama il Padre e i fratelli. La croce è il nostro male che lui si addossa perché ci ama.
Gesù non salva se stesso (cfr Lc 23,34-39), ma si perde per solidarietà con noi perduti: E il Dio-Amore, solidale con il nostro male, che ci dona il suo regno (cfr Lc 23,40-43).
Linvito di Gesù: "Se qualcuno vuol venire dietro a me " è una chiamata universale a entrare con lui nel suo cammino verso il Padre. Per condividere il destino di Gesù in cammino verso il Padre bisogna rinnegare se stessi e portare ogni giorno la propria croce.
Rinnegare se stessi significa ricevere la propria vita come grazia di cui non si dispone da padroni, portare ogni giorno il peso del servizio ai fratelli e del dono della vita per gli altri, e addossarsi il fardello delle prove, delle contraddizioni e delle persecuzioni.
La via del Regno è quella della croce, sia per Cristo che per i cristiani.
Lunico problema fondamentale per luomo è salvare o perdere la vita. Quindi seguire Gesù e rinnegare se stessi è la questione fondamentale della vita: è questione di vita o di morte.
Luomo non può essere il salvatore di se stesso, non ha in sé la sorgente della propria vita: non è il Creatore, ma una creatura. La salvezza è accettare Dio che mi ama e pensa a me.
Luomo si realizza amando. Amando Dio si realizza come Dio. Ma per amare bisogna essere amati. Il cristiano può amare Gesù e perdere la vita per lui perché Gesù per primo lha amato e ha dato se stesso per lui (cfr Gal 2,20). Il credente si affida a lui, nella vita e nella morte, perché Cristo è morto per tutti vincendo le barriere del male e della paura.
"Che giova alluomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso?" (v. 25). Il primo tentativo delluomo per salvare se stesso è quello di accumulare dei beni. Insidiato dal suo limite, luomo si garantisce cibo e vita guadagnando, accumulando e divorando tutto. E la falsa sicurezza dei beni (cfr Lc 12,15-21; Sal 49): ciò che uno ha deve riempire il vuoto di ciò che non è. Linsaziabilità di beni è via alla perdizione: "Lattaccamento al denaro è la radice di tutti i mali" (1Tm 6,10). Gli unici beni che troveremo nelleternità saranno quelli che abbiamo donato per misericordia nella vita presente.
19 febbraio 2010
Mt 9,14-15
14
Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». 15 E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.
Le parole di Gesù e le sue prese di posizione suscitano perplessità e dissenso nei farisei e nei discepoli di Giovanni. Essi digiunavano per affrettare la venuta del Messia e per disporsi ad accoglierlo.
I discepoli di Gesù sono convinti che il Messia è già con loro e quindi vivono il tempo della festa, non del digiuno. Più tardi lo Sposo sarà loro tolto (allusione alla morte di Gesù) e allora digiuneranno.
Il digiuno cristiano è rivolto al passato, in quanto commemora la morte di Gesù, ma è rivolto anche al futuro, in quanto attende lavvento del regno di Dio. La comunità cristiana è radunata sotto la croce di Cristo in attesa di radunarsi con lui nella gloria della risurrezione e della vita eterna.
20 febbraio 2010
Lc 5,27-32
27
Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». 28 Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
29 Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C'era una folla di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola. 30 I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». 31 Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; 32 io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».
Lessenza del cristianesimo non è una dottrina, ma la persona di Gesù. Egli rivolge ad ogni uomo linvito: "Seguimi" (v. 27).
Levi lascia tutto e segue Gesù. Non è un atto di rinuncia fine a se stesso. E il gesto di uno che ha scoperto il vero tesoro nel campo della sua vita, di chi ha trovato la perla preziosa (cfr Mt 13).
Gesù mangia con Levi e i suoi amici. Dio diventa nostro commensale e noi diventiamo ununica famiglia con lui. Egli chiama a questo banchetto gli esclusi e i peccatori. La sua cena non è riservata ai "puri". Proprio per questo essi rifiutano di parteciparvi e brontolano.
Gesù si immerge nel mondo dei peccatori per far sorgere in esso la conversione. La sua missione è di salvare i peccatori, come quella del medico è di guarire i malati.
Il guaio dei farisei di tutti i tempi è di non voler capire che la salvezza è dono dellamore di Dio e non merito delluomo. Ciò che salva luomo non è il suo amore per Dio, ma lamore gratuito di Dio per lui.
21 febbraio 2010
Lc 4,1-13
1
Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. 3 Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane». 4 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo». 5 Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: 6 «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo». 8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». 9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordine per te,
perché essi ti custodiscano;
11 e anche:
essi ti sosterranno con le mani,
perché il tuo piede non inciampi in una pietra».
12 Gesù gli rispose: «E' stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». 13 Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.
Questo racconto serve per far comprendere il messianismo di Gesù che rifiuta di prendere il potere politico (cfr Mc 6,45; Gv 6,15), di fare un segno divino per costringere tutti a credergli (cfr Lc 11,16; Mc 8,11) e di seguire una via satanica che gli facesse evitare la croce per ottenere il Regno (cfr Mc 8,31-33).
Le tentazioni non sono da relegare solo allinizio del ministero di Gesù. La sua vita fu tentazione e lotta fino alla fine.
Gesù esce dal Giordano pieno di Spirito. Lo stesso Spirito riempie anche noi e ci conduce nel deserto di questa vita perché usciamo vittoriosi dalla prova.
Il deserto è il simbolo della vita umana; è il cammino verso la terra promessa, verso Dio. E figura della vita stessa del battezzato, con tutti i suoi pericoli e le sue paure attraverso i quali lo Spirito lo conduce.
I quaranta giorni sono unallusione ai quarantanni trascorsi dal popolo dIsraele nel deserto.
Il diavolo è colui per la cui invidia entrò la morte nel mondo (cfr Sap 2,24), colui che insinuò nel cuore di Adamo il sospetto e la sfiducia in Dio e lo portò a disubbidire e ad allontanarsi da lui (cfr Gen 3). E il vero protagonista del male contro il quale Cristo lotta e vince.
La radice con cui questo male si radica nelluomo è legoismo. Il rimedio al male è la fede.
Gesù è venuto nel mondo per mostrare il vero volto del Padre vivendo da Figlio. La tentazione continua delluomo è quella di non credersi creatura di Dio.
La forza per vincere la tentazione è il ricorso alle Scritture, lobbedienza alla parola di Dio. Il primo pane, la prima sorgente della vita è Dio stesso. Egli non si pone in antagonismo con luomo, ma in rapporto di priorità rispetto a tutto il resto: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).
Gesù non ottiene il Regno perché si abbassa a adorare il diavolo, ma proprio perché lo rifiuta radicalmente. E questa scelta lo porterà sulla croce.
Proprio sulla croce Gesù inaugura il suo regno. Uno dei malfattori aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gli rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,42-43).
Il regno di Dio sulla terra è ladorazione del vero Dio perché è la libertà delluomo da ogni idolo. Luomo, immagine di Dio, realizza se stesso solo se si pone in adorazione davanti a Dio.
Bisogna obbedire a Dio, non tentarlo. La nostra vita è salva se ci mettiamo nelle sue mani senza porre condizioni, vivendo radicalmente la preghiera insegnataci da Gesù: "Padre, sia fatta la tua volontà".
Gesù supera ogni specie di tentazione. Così egli vince tutto il male delluomo e crea lo spazio di libertà dal maligno.
Il "tempo fissato" per il ritorno del diavolo è evidentemente il momento della Passione, dove listigazione di satana si manifesterà attraverso i capi del giudaismo e perfino attraverso qualche discepolo.
Lopposizione contro Gesù non è stata mossa da zelo religioso o da interesse per lonore di Dio e delluomo, ma dallattaccamento al proprio potere e al proprio prestigio.
Luca vuole indicare in Gesù, vincitore delle tentazioni del demonio, un modello a cui i cristiani devono ispirarsi nelle lotte che sostengono per non tradire i propri impegni battesimali.
22 febbraio 2010
Mt 16,13-19
13
Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Gesù pone la domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: "Voi chi dite che io sia?". Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su un terreno solido, incrollabile.
La risposta di Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non deriva dalla "carne" e dal "sangue", cioè dalle proprie forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.
Gesù costituisce Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24) comincia a prendere il suo vero significato.
Non è fuori luogo chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva rivelato e di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione di fede seguita dallelogio di Gesù: "Beato te, Simone " e lincomprensione del v. 22: "Dio te ne scampi, Signore " e infine laspro rimprovero di Gesù: "Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".
Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.
Pietro riceve le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere. Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli. Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del cielo, come comunemente si pensa. In qualità di trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui osservanza apre alluomo il regno dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.
Gli scribi e i farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel momento, avevano esercitato la medesima autorità. Ma, rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli agli uomini. Simon Pietro subentra al loro posto.
Se si considera attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei cieli. Il suo incarico va descritto in senso positivo.
Non si potrà identificare la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il loro accostamento in questunico brano del vangelo offre lopportunità di riflettere sul loro reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il regno dei cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al Regno. Pietro assolve il proprio sevizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini lingresso nel Regno.
Nel giudaismo, gli equivalenti di legare e sciogliere (asar e sherà) hanno il significato specifico di proibire e permettere, in riferimento ai pronunciamenti dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.
Questo duplice potere viene assegnato a Pietro. Non è il caso di separare il potere di magistero da quello disciplinare e riferire luno a 16,19 e laltro a 18,18. Ma non è possibile negare che in questo versetto 19 il potere dottrinale, specialmente nel senso della fissazione della dottrina, sta in primo piano.
Pietro è presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma alla direttiva e allinsegnamento di Gesù.
Il legare e lo sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel presente da Dio. Lidea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche decisioni disciplinari.
Nel vangelo di Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite. Ma a Pietro rimane una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la roccia della Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su Cristo comè presentata dal vangelo di Matteo.
Nel suo ufficio egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del regno dei cieli. A lui tocca far valere integro linsegnamento di Gesù in tutta la sua forza.
23 febbraio 2010
Mt 6,7-15
7
Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.
9 Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
10 venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12 e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13 e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
14 Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Gesù ci insegna la preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera dei farisei e dei pagani: il Padre nostro.
E un testo di grande importanza che ci aiuta a comprendere chi è il cristiano. Il Padre nostro è una parola di Dio rivolta a noi, più che una nostra preghiera rivolta a lui. E il riassunto di tutto il vangelo. Non è Dio che deve convertirsi, sollecitato dalle nostre preghiere: siamo noi che dobbiamo convertirci a lui.
Il contenuto di questa preghiera è unico: il regno di Dio. Ciò è in perfetta consonanza con linsegnamento di Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).
Padre nostro. Il discepolo ha diritto di pregare come figlio. E sta in questo nuovo rapporto loriginalità cristiana (cfr Gal 4,6; Rm 8,15). La familiarità nel rapporto con Dio, che nasce dalla consapevolezza di essere figli amati dal Padre, è espressa nel Nuovo Testamento con il termine parresìa che può essere tradotto familiarità disinvolta e confidente (cfr Ef 3,11-12). Laggettivo nostro esprime laspetto comunitario della preghiera. Quando uno prega il Padre, tutti pregano in lui e con lui.
Lespressione che sei nei cieli richiama la trascendenza e la signoria di Dio: egli è vicino e lontano, come noi e diverso da noi, Padre e Signore. Il sapere che Dio è Padre porta alla fiducia, allottimismo, al senso della provvidenza (cfr Mt 6,26-33).
Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Il verbo della prima invocazione è al passivo: ciò significa che il protagonista è Dio, non luomo. La santificazione del nome è opera di Dio. La preghiera è semplicemente un atteggiamento che fa spazio allazione di Dio, una disponibilità. Lespressione santificare il nome devessere intesa alla luce dellAntico Testamento, in particolare di Ez 36,22-29. Essa indica un permettere a Dio di svelare il suo volto nella storia della salvezza e nella comunità credente. Il discepolo prega perché la comunità diventi un involucro trasparente che lasci intravedere la presenza del Padre.
La venuta del Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine e sulla morte. Il discepolo chiede e attende tutto questo. Ma la sua preghiera implica contemporaneamente unassunzione di responsabilità: egli attende il Regno come un dono e insieme chiede il coraggio per costruirlo. La volontà di Dio è il disegno di salvezza che deve realizzarsi nella storia.
Come in cielo, così in terra. Bisogna anticipare qui in terra la vita del mondo che verrà. La città terrestre deve costruirsi a imitazione della città di Dio.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il nostro pane è frutto della terra e del lavoro delluomo, ma è anche, e soprattutto, dono del Padre. Nellespressione cè il senso della comunitarietà (il nostro pane) e un senso di sobrietà (il pane per oggi). Il Regno è al primo posto: il resto in funzione del Regno.
Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Anche queste tre ultime domande riguardano il regno di Dio, ma dentro di noi. Il Regno è innanzitutto l'avvento della misericordia.
Questa preghiera si apre con il Padre e termina con il maligno. Luomo è nel mezzo, conteso e sollecitato da entrambi. Nessun pessimismo, però. Il discepolo sa che niente e nessuno lo può separare dallamore di Dio e strappare dalle mani del Padre.
Matteo commenta il Padre nostro su un solo punto, rimetti a noi i nostri debiti . Ecco il commento: "Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi...".
Nel capitolo precedente Matteo aveva messo in luce lamore per tutti. Ora mette in luce la sua concreta manifestazione: il perdono.
24 febbraio 2010
Lc 11,29-32
29
Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. 30 Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. 31 La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c'è qui. 32 Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c'è qui.
Non dobbiamo invidiare la generazione dei contemporanei di Gesù. Egli stesso la definisce "generazione malvagia" perché è ancora sotto lo spirito del maligno e chiede dei segni invece di convertirsi allannuncio della sua parola. Egli si rifiuta di dare dei segni "fuorché il segno di Giona". Gesù sarà il segno della misericordia di Dio per tutti. Invece di chiedergli segni, bisogna convertirsi allannuncio della sua morte e risurrezione. Se la fede è obbedire a Dio, il contrario della fede è la pretesa che Dio obbedisca a noi. E questo avviene quando si instaura con Dio un rapporto di ricatto, chiedendo sempre prove nuove e più grandi, senza decidersi a credere al suo amore. Dio ci concede dei segni per farci arrivare alla fede. Ma chi ne cerca ancora dopo essere arrivato alla fede, instaura con Dio un rapporto di ricatto invece che di fiducia. I segni che Dio ci dà rispettano sempre la nostra libertà, ossia non ci costringono mai a credere. Tutti i segni che Dio concede in Gesù si riassumono nel segno di Giona: egli fu segno di un Dio misericordioso e clemente, di grande amore, che si lascia impietosire (Gio 4,2).
Gesù è il maestro di sapienza al quale i credenti possono rivolgersi sicuri di trovare maggior conforto di quanto ne ebbe la regina di Saba nellascoltare i responsi di Salomone. La salvezza dipende dalla nostra risposta allannuncio di misericordia di colui che è più di Salomone e di Giona, al di sopra dei sapienti e dei profeti.
25 febbraio 2010
Mt, 7,7-12
7
Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; 8 perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 9 Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? 10 O se gli chiede un pesce, darà una serpe? 11 Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!
12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
Il cristiano è colui che vuole essere come Cristo. Nella preghiera la vita di Dio diventa la nostra vita. Lunica condizione per riceverla è volerla e chiederla.
San Giacomo scrive: "Se qualcuno manca di sapienza, la domandi a Dio che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia allonda del mare mossa e agitata dal vento, e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha lanimo oscillante e instabile in tutte le sue azioni" (Gc 1,5-8). E aggiunge: "Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male" (Gc 4,2-3).
La preghiera è infallibile se chiediamo ciò che è conforme alla volontà di Dio, con una fiducia che desidera tutto e non ritiene impossibile nulla, con unumiltà che tutto attende e nulla pretende.
La preghiera non è un importunare Dio per estorcergli ciò che vogliamo, ma latteggiamento di un figlio che chiede ciò che il Padre vuole donare.
Chiedete, cercate, bussate sono degli imperativi presenti che ci comandano di continuare a chiedere, a cercare e a bussare, senza stancarci mai (cfr Lc 18,1).
La condizione dellefficacia della preghiera non è solo la fede delluomo, ma soprattutto la bontà di Dio. Dio è molto migliore di qualsiasi padre. Ciò che vale tra padre e figlio, vale incomparabilmente di più tra Dio e luomo che lo invoca.
Il v. 12 è chiamato solitamente "la regola doro". Gesù afferma che la perfezione cristiana consiste nella perfezione dellamore del prossimo. Tutto linsegnamento evangelico si riassume nel servizio prestato allaltro, anche a prezzo del proprio interesse, perché laltro è il proprio fratello. Limperativo "fate" richiede un amore concreto e operoso.
Lamore cristiano è più di una semplice comprensione o benevolenza verso i bisognosi e i deboli: è considerare laltro come parte integrante del proprio essere. Per questo il peccato più grande è legocentrismo, e la virtù più importante è limpegno sociale e comunitario.
La "regola doro" consiste soprattutto nella "regola dellimmedesimazione" o, più prosaicamente, "nel sapersi mettere nei panni degli altri", nella capacità di trasferirsi con amore e fantasia nella situazione dellaltro (anche del nemico). La mancanza di fantasia è mancanza damore.
Nel processo di Majdanek risultò evidente che questa mancanza di immedesimazione negli altri può avere conseguenze disastrose. Gli accusati di questo orribile campo di concentramento dimostrarono la quasi totale incapacità di trasferirsi nella situazione delle loro vittime.
26 febbraio 2010
Mt 5,20-26
20
Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
23 Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!
La concezione della giustizia secondo Matteo non può essere confusa con quella di Paolo. Per Paolo la giustizia è la giustificazione di Dio concessa per grazia alluomo; per Matteo è il retto agire richiesto da Dio alluomo.
Gesù ha rimesso in vigore la Legge come legge di Dio e documento dellalleanza, ripulita da tutte le storture e le aggiunte delle tradizioni umane e delle incrostazioni depositate dai secoli.
La migliore giustizia, che deve superare quella degli scribi e dei farisei, richiesta da Cristo ai suoi discepoli sta anche nel fatto che Gesù ha ricondotto i singoli precetti a un principio dominante: lesigenza dellamore di Dio e del prossimo, da cui dipendono la Legge e i Profeti.
Gesù non propone una legge diversa, come appare chiaro in Mt 5,17: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento".
Gesù parla con autorità pari a quella di Dio che diede i Dieci Comandamenti. "Ma io vi dico" non contraddice quanto è stato detto, ma lo chiarisce, lo modifica in ciò che suona concessione, e passa dalle semplici azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana.
"Ma io vi dico" non è unantitesi, ma un completamento: luccisione fisica viene da unuccisione interna dellaltro: dallira, dal disprezzo, dalla rottura della fraternità nei suoi confronti. Lira è luccisione dellaltro nel proprio cuore. Il disprezzo è luccisione interiore che prepara e permette quella esteriore.
Tutte le guerre sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, considerato indegno di vivere e meritevole della morte: di conseguenza, ucciderlo è un dovere; anzi, è unopera gradita a Dio, come ci ha detto Gesù: "Verrà lora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio" (Gv 16,2).
Il comandamento dellamore del prossimo è superiore anche a quello del culto. La pace con il fratello è condizione indispensabile per la pace e lincontro con il Padre. Ciò che impedisce il contatto con i fratelli impedisce anche il contatto con Dio.
Non solo chi ha offeso, ma anche chi è stato offeso, deve riconciliarsi col fratello prima di prendere parte a un atto di culto. Non è questione di ragione o di torto; quando cè qualcosa che divide due membri della stessa comunità, tale ostacolo deve scomparire per poter comunicare con Dio.
La vita è un cammino di riconciliazione con gli altri. Non importa se si ha torto o ragione: se non si va daccordo con i fratelli, non si è figli di Dio. La realtà di figli di Dio si manifesta necessariamente nel vivere da fratelli in Cristo.
Se non si passa dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, si perde la vita di figli del Padre (cfr Mt 18,21-35).
27 febbraio 2010
Mt 5,43-48
43
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Il comandamento dellamore, esteso indistintamente a tutti, è il supremo completamento della Legge (v. 17). A questa conclusione Gesù è arrivato lentamente dopo aver parlato dellastensione dallira e dellimmediata riconciliazione (vv. 21-26), del rispetto verso la donna (vv. 27-30) e la propria moglie (vv. 31-32), della verità e sincerità nei rapporti interpersonali (vv. 33-37), fino alla rinuncia alla vendetta e alle rivendicazioni (vv. 38-42).
Il principio dellamore del prossimo è illustrato con due esemplificazioni pratiche: pregare per i nemici e salutare tutti senza discriminazione. La più grande sincerità di amore è chiedere a Dio benedizioni e grazie per il nemico. Questo vertice dellideale evangelico si può comprendere solo alla luce dellesempio di Cristo (cfr Lc 23,34) e dei suoi discepoli (cfr At 7,60). Colui che prega per il suo nemico viene a congiungersi con lui davanti a Dio. In senso cristiano la preghiera è la ricompensa che il nemico riceve in cambio del male che ha fatto.
Il precetto della carità non tiene conto delle antipatie personali e dei comportamenti altrui. Il prossimo di qualsiasi colore, buono o cattivo, benevolo o ingrato devessere amato. Il nemico è colui che ha maggiormente bisogno di aiuto: per questo Gesù ci comanda di offrirgli il nostro soccorso.
Il comandamento dellamore dei nemici rivoluziona i comportamenti tradizionali delluomo. La benevolenza cristiana non è filantropia ma partecipazione allamore di Dio. La sua universalità si giustifica solo in questa luce: "affinché siate figli del Padre vostro (v. 45), e "siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (v 48). Il cristiano esprime nel modo più sicuro e più vero la sua parentela con Dio amando indistintamente tutti.
Lamore del nemico è lessenza del cristianesimo. SantAgostino ci insegna che "la misura dellamore è amare senza misura", ossia infinitamente, come ama Dio.
In quanto figli di Dio i cristiani devono assomigliare al loro Padre nel modo di essere, di sentire e di agire. Lamore verso i nemici è la via per raggiungere la sua stessa perfezione.
La perfezione di cui parla Matteo è limitazione dellamore misericordioso di Dio verso tutti gli uomini, anche se ingiusti e malvagi. Il cristiano è una nuova creatura (cfr 2Cor 5,17) e non può più agire secondo i suoi istinti e capricci, ma conformemente alla vita nuova in cui è stato rigenerato.
Gesù pone come termine della perfezione lagire del Padre, che è un punto inarrivabile. Limitazione del Padre, e conseguentemente di Gesù, è lunica norma dellagire cristiano, lunica via per superare la morale farisaica. Essere perfetti come il Padre è in concreto imitare Cristo nella sua piena ed eroica obbedienza alla volontà del Padre, e nella sua dedizione ai fratelli. E perciò diventando perfetti imitatori di Cristo, che si diventa perfetti imitatori del Padre.
28 febbraio 2010
Lc 9,28-36
28
Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29 E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30 Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. 32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33 Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quel che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all'entrare in quella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo». 36 Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
La trasfigurazione svela il mistero di Gesù. Egli è il Figlio del Padre, leletto. Il Padre ordina a tutti: "Ascoltatelo!". Lobbedienza a "Gesù solo" (v. 36) è il culmine del racconto. Ora sappiamo chi è Gesù e perché lo dobbiamo ascoltare.
Lordine di ascoltarlo riguarda particolarmente quanto Gesù ha detto nel brano precedente, dove rivela la necessità della croce per lui e per noi.
I tre discepoli hanno una visione anticipata della gloria per affrontare il passaggio obbligato della croce appena annunciata da Gesù (v. 22). Pietro, Giovanni e Giacomo sono gli stessi testimoni della risurrezione della figlia di Giairo. Per Matteo e Marco sono anche i testimoni dellagonia di Gesù nel Getsemani.
La definitività e limportanza di questa rivelazione è richiamata dalla Seconda Lettera di Pietro: «Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto". Questa voce noi labbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti » (1,16-19).
Il monte nella tradizione biblica è il luogo privilegiato dellincontro delluomo con Dio. Luca precisa che Gesù salì sul monte a pregare. La trasfigurazione di Gesù è comprovata dallapparizione dei due personaggi più noti della storia biblica, Mosè ed Elia. La presenza dei due esponenti dellAntico Testamento non è fortuita. Essi sono venuti per rendere testimonianza a Cristo. Egli è la conclusione e il punto di arrivo della Legge e dei Profeti.
Mosè ed Elia parlavano con Gesù del suo prossimo esodo che doveva compiersi in Gerusalemme. La morte di Gesù non è la fine, ma lesodo verso la gloria. La passione e morte è un episodio, la gloria della risurrezione sarà lo stato reale e definitivo di Cristo.
La proposta di Pietro (v. 33) parte da una interpretazione superficiale dellavvenimento. Ha visto il fascino di un mondo raggiunto senza troppa fatica e vorrebbe entrarvi a farne parte subito e, ciò che è peggio, vorrebbe circoscriverlo a una cerchia limitata di persone. Egli vorrebbe conseguire la salvezza senza la morte di croce.
La visione non finisce con la scomparsa di Mosè e di Elia, ma entra in una seconda fase. Linterrogativo "chi è Gesù?" trova risposta da Dio stesso: "Questi è il Figlio mio, leletto" (v. 35).
Alla fine sulla scena rimane solo Gesù davanti ai discepoli. La sottolineatura "Gesù solo" è intenzionale. Non cè nessun altro maestro o profeta allinfuori di lui: egli è assoluto e unico.
La trasfigurazione è unanticipazione e unesplicazione dellannuncio della risurrezione di cui levangelista aveva parlato al termine della profezia della passione (v. 22).