dicembre

1 dicembre 2010
Mt 15,29-37

29 Allontanatosi di là, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. 30 Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. 31 E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele.
32 Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: «Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada». 33 E i discepoli gli dissero: «Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?». 34 Ma Gesù domandò: «Quanti pani avete?». Risposero: «Sette, e pochi pesciolini». 35 Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, 36 Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla. 37 Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene.

Questo testo rimanda alle profezie di Isaia per il tempo messianico (Is 35, 5-6). Solo una comunità risanata e liberata dai suoi mali può essere invitata alla festa messianica, anticipata nel segno del pane distribuito a tutti con abbondanza.

Nel vangelo di Matteo il monte è il luogo della rivelazione di Dio, sia mediante la parola (5, 1; 28, 16), sia attraverso i gesti di soccorso (14,23). Gesù realizza qui quanto aveva promesso nel brano delle beatitudini: i poveri, gli afflitti e gli affamati trovano la consolazione e la sazietà.

Egli ha compassione per il popolo che lo segue da tre giorni e ha esaurito le provviste di cibo. Questa compassione è attribuita spesso a Gesù dal vangelo di Matteo che lo presenta come il messia misericordioso. E’ una commozione interna e viscerale, un sentire profondo e intenso che spinge Gesù a soccorrere il suo popolo mediante la missione dei dodici (9, 36), le guarigioni (14,13; 20,24) e la moltiplicazione del pane (14,14).

La fame e la miseria sono un male, e Gesù comanda ai suoi discepoli di combatterle, segnalando loro con fatti concreti la direzione da seguire. Egli ha cominciato, i suoi discepoli devono portare a termine la sua opera. Se l’azione dei cristiani non distrugge i mali che tormentano la vita dell’uomo, non ricalca quella del Cristo.

Gesù recita la benedizione sul pane, atto proprio del capofamiglia, che riconosce così Dio quale datore dei beni per il sostentamento dell’uomo. La sequenza dei verbi prendere, benedire, spezzare, dare costituisce la natura della benedizioni ebraiche e allude all’ultima cena.

I cristiani che partecipano alla cena del Signore o che rileggono il miracolo della moltiplicazione del pane sono chiamati a spezzare con Gesù il pane e la stessa vita per gli altri.

Il cristiano, saziato dal Cristo, offrirà a tutti l’abbondanza dei beni ricevuti: la pace, la felicità, l’amicizia con Dio e con i propri fratelli. La beneficenza materiale e spirituale instaura il regno di Dio sulla terra.

 

2 dicembre 2010
Mt 7,21.24-27

21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
24 Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

Gesù ci insegna che la preghiera deve essere in perfetta sintonia con la pratica della vita cristiana. Se non si compie la volontà del Padre, la preghiera non serve a nulla.

Gesù rimprovera l’autosufficienza di chi si ritiene a posto e dice: "Signore, Signore!" quando, in realtà, Gesù non è affatto il Signore della sua vita. La fiducia nel Signore non deve fare da paravento alla malvagità né la misericordia da pretesto alla dissolutezza (cfr Gd 4; Rm 2,4).

La volontà del Padre è il suo disegno di salvezza. La preghiera richiesta da Gesù deve portare il cristiano a impegnarsi con entusiasmo e fino alla morte nell’opera della salvezza. Dio non sa cosa farsene delle belle parole di preghiera se non sono seguite dalle opere dell’amore.

Nella parabola dell’uomo saggio e dell’uomo stolto viene riassunto il significato di tutto il discorso della montagna. Non basta ascoltare le parole di Gesù, bisogna anche metterle in pratica. L’ascolto è il presupposto per il fare. Uno infatti agisce secondo le parole che ha dentro. La differenza tra sapienza e stoltezza sta nel fare le parole del Signore o le proprie, nello scegliere come fondamento del proprio agire la roccia che è Dio o la sabbia del proprio io.

La roccia che dà stabilità al cristiano è Cristo. La parabola ci indica le due condizioni necessarie perché la vita cristiana risulti solida: deve fondarsi si Cristo e passare dalle parole ai fatti. Non c’è vera adesione a Cristo senza l’impegno morale. Il fondamento sicuro della vita cristiana è la pratica degli insegnamenti di Gesù. L’ascolto è necessario, ma quel che più conta è l’esecuzione di ciò che è stato ascoltato.

Alla dogana della morte non passa nulla di quello che abbiamo, ma solo quello che abbiamo dato e quella che siamo. Chi non costruisce sull’amore, viene sepolto dalle macerie di ciò che ha costruito sul proprio egoismo.

 

3 dicembre 2010
Mt 9,27-31

27 Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguivano urlando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi». 28 Entrato in casa, i ciechi gli si accostarono, e Gesù disse loro: «Credete voi che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». 29 Allora toccò loro gli occhi e disse: «Sia fatto a voi secondo la vostra fede». 30 E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». 31 Ma essi, appena usciti, ne sparsero la fama in tutta quella regione.

La guarigione di questi due ciechi è concessa loro a motivo della loro fede. Essi invocano Gesù chiamandolo figlio di Davide. Dal Messia, figlio di Davide, il popolo d’Israele aspettava soprattutto aiuto e salvezza. I due ciechi gli ricordano questo suo compito.

Isaia aveva elencato così i prodigi che avrebbero accompagnato la venuta di Dio salvatore: "Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno gli orecchi ai sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto" (Is 35,5-6).

Qui, come in tanti altri racconti di miracoli, la fede si esprime nella preghiera e il miracolo viene concesso come risposta alla preghiera fatta con fede.

Il severo ammonimento dato da Gesù ai due ciechi guariti: "Badate che nessuno lo sappia!" doveva servire per evitare un’errata presentazione dell’identità del Cristo: egli non è solo il figlio di Davide, ma è anche il Figlio di Dio; non è venuto per instaurare il regno di Israele, ma il regno dei cieli.

 

4 dicembre 2010
Mt 9,35---10,1.5-8

35 Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità.
10.1 Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.
10.5 Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti:
«Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6 rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. 7 E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. 8 Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date
.

Nel v. 35 Matteo introduce il secondo dei suoi cinque discorsi, quello missionario, dandoci una sintesi dell'attività di Gesù per insegnarci che la missione dei discepoli sarà la continuazione di quella del Maestro. Lo slancio della missione di Gesù e dei discepoli nasce dal vedere le folle "stanche e sfinite come pecore senza pastore" e la messe abbondante a cui fa riscontro la scarsità degli operai.

L'attività di Gesù che "andava per tutte le città e i villaggi" per raggiungere tutti e salvare tutti è l'esempio che i discepoli inviati in missione devono tenere sempre davanti agli occhi.

La missione di Gesù viene riassunta nei tre verbi insegnare, predicare e curare. Tale sarà anche l'attività dei missionari che egli sta per mandare "alle pecore perdute della casa d'Israele".

L'immagine del gregge senza pastore è molto conosciuta nell'Antico Testamento (Nm 27,17; Zc 13,7; Ez 34).

Gesù rivolge l'accusa ai pastori d'Israele del suo tempo (Mt 11,28). Egli intende essere il buon pastore del suo popolo (Gv 10), e i suoi discepoli dovranno continuare la sua opera con dedizione e amore gratuito (Mt 10,8; 1Pt 5,1-4).

Come Giosuè prese il posto di Mosè "affinché la comunità del Signore non fosse come un gregge senza pastore" (Nm 27,17), così gli apostoli continueranno la missione di Gesù buon pastore.

I discepoli ricevono il duplice comandamento di pregare il padrone della messe e di andare a lavorare nella messe (Mt 9,38; 10,5; cfr Lc 10,2-3). La preghiera è adesione al piano di salvezza di Dio e presa di coscienza della chiamata a collaborare responsabilmente per la sua realizzazione.

Il numero dodici ricorda i dodici patriarchi delle tribù d’Israele e quindi ci presenta i dodici discepoli come i capostipiti spirituali del popolo di Dio che Gesù sta per ricostituire. La principale fisionomia dei dodici è quella di essere i continuatori dell’opera di Gesù, quasi il prolungamento della sua persona.

Il gruppo radunato da Gesù non sembra molto omogeneo e comprende anche il traditore Giuda. Nella loro identità e nella loro missione ogni cristiano deve scoprire il senso della propria vocazione.

Il potere conferito ai dodici discepoli è quello di cacciare i demoni e guarire tutte le malattie, quindi di eliminare ogni sofferenza umana. Dobbiamo però ricordare con forza che in 10,7-8 il comando di predicare il vangelo del regno di Dio precede nell’ordine tutti gli altri e li supera per importanza.

Nel capitolo precedente le folle "erano stanche e sfinite come pecore senza pastore" (9,36). Ora Gesù dice che sono "pecore perdute" cioè disperse, fuori dall’ovile. E’ volontà del Padre che il vangelo del regno dei cieli sia annunziato prima al popolo d’Israele. La delimitazione dell’ambito in cui vengono mandati i dodici è quella stessa del Cristo, inviato esclusivamente a Israele (Mt 15,21-28). Solo con la sua risurrezione Gesù riceve dal Padre il potere illimitato in cielo e in terra e quindi dà l’avvio definitivo alla missione universale dei suoi discepoli (Mt 28,18-20).

La predicazione degli apostoli riprende e continua l’annuncio del regno dei cieli fatto da Gesù (4,17) e dal Battista (3,2). Tale annuncio viene fatto con la parola (v. 7), con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza della vita (vv. 8a-10).

 

5 dicembre 2010
Lc 5, 17-26

17 Un giorno sedeva insegnando. Sedevano là anche farisei e dottori della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. 18 Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui. 19 Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. 20 Veduta la loro fede, disse: «Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi». 21 Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?». 22 Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Che cosa andate ragionando nei vostri cuori? 23 Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina? 24 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico - esclamò rivolto al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». 25 Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio. 26 Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

L’insegnare e il guarire costituiscono l’attività di Gesù. La fama delle sue guarigioni e della sua dottrina si è diffusa in tutta la Palestina.

In questa occasione Gesù opera in una casa. La folla è così numerosa che è impossibile giungere da lui passando per la porta di casa. Ma la fede dei credenti che portano il malato da Gesù non si lascia scoraggiare da questo inconveniente, anzi, la difficoltà aguzza l’ingegno. La fede vera si fa carico anche delle difficoltà e degli ostacoli, ha perseveranza, coraggio e fantasia, non cerca scuse per desistere, ma sfida le difficoltà. Il malato viene calato all’interno della casa attraverso il tetto scoperchiato.

Coloro che portano il paralitico da Gesù non chiedono niente, ma il gesto da loro compiuto è più eloquente di qualunque supplica. Gesù l’interpreta come una dimostrazione di fiducia in lui, accoglie la loro tacita richiesta e dice al paralitico: "Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi" (v. 20).

La paralisi è simbolo del peccato che immobilizza l’uomo nel suo cammino verso Dio. Questo paralitico rappresenta tutta l’umanità incapace di muoversi verso il proprio fine. Sembra che l’accesso a Gesù sia impedito dagli scribi e dai farisei. E’ forse un’allusione alle difficoltà che incontrano gli esclusi, i peccatori e i pagani per arrivare a Cristo a causa dei farisei di allora e di tutti i tempi.

Gli scribi e i farisei sono i rappresentanti e i custodi della legge. E la legge non perdona il peccato: lo evidenzia. Il perdono è una "bestemmia" per qualunque legge perché è contro la sostanza stessa della legge. Quando la legge viene assolutizzata e assume il valore stesso di Dio, diventa un idolo impersonale, cieco e spietato, presso il quale non esiste tribunale d’appello. L’uomo è liberato dalla maledizione della legge così intesa, solo se accetta il dono di Dio che è gratuito, cioè l’amore e il perdono, offerti come grazia.

Per i farisei è più difficile perdonare i peccati che far camminare un paralitico. Gesù fa le due cose: guarisce il corpo e perdona i peccati.

In Gesù è presente sulla terra la potenza di Dio che sana e perdona i peccati. Il paralitico ora cammina sulla via di casa sua e nello stesso tempo ha ripreso a camminare verso la casa del Padre con il quale è stato riconciliato per mezzo del perdono. Ritornando a Dio, l’uomo ritrova veramente se stesso.

E’ l’esperienza di risurrezione di tutti coloro che incontrano Gesù. E’ l’esperienza del battezzato che è risorto a vita nuova e può camminare verso Dio, cantando la sua gioia e la sua riconoscenza.

 

6 dicembre 2010
Lc 5,17-26

17 Un giorno sedeva insegnando. Sedevano là anche farisei e dottori della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. 18 Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui. 19 Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. 20 Veduta la loro fede, disse: «Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi». 21 Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?». 22 Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Che cosa andate ragionando nei vostri cuori? 23 Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina? 24 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico - esclamò rivolto al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». 25 Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio. 26 Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

L’insegnare e il guarire costituiscono l’attività di Gesù. La fama delle sue guarigioni e della sua dottrina si è diffusa in tutta la Palestina.

In questa occasione Gesù opera in una casa. La folla è così numerosa che è impossibile giungere da lui passando per la porta di casa. Ma la fede dei credenti che portano il malato da Gesù non si lascia scoraggiare da questo inconveniente, anzi, la difficoltà aguzza l’ingegno. La fede vera si fa carico anche delle difficoltà e degli ostacoli, ha perseveranza, coraggio e fantasia, non cerca scuse per desistere, ma sfida le difficoltà. Il malato viene calato all’interno della casa attraverso il tetto scoperchiato.

Coloro che portano il paralitico da Gesù non chiedono niente, ma il gesto da loro compiuto è più eloquente di qualunque supplica. Gesù l’interpreta come una dimostrazione di fiducia in lui, accoglie la loro tacita richiesta e dice al paralitico: "Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi" (v. 20).

La paralisi è simbolo del peccato che immobilizza l’uomo nel suo cammino verso Dio. Questo paralitico rappresenta tutta l’umanità incapace di muoversi verso il proprio fine. Sembra che l’accesso a Gesù sia impedito dagli scribi e dai farisei. E’ forse un’allusione alle difficoltà che incontrano gli esclusi, i peccatori e i pagani per arrivare a Cristo a causa dei farisei di allora e di tutti i tempi.

Gli scribi e i farisei sono i rappresentanti e i custodi della legge. E la legge non perdona il peccato: lo evidenzia. Il perdono è una "bestemmia" per qualunque legge perché è contro la sostanza stessa della legge. Quando la legge viene assolutizzata e assume il valore stesso di Dio, diventa un idolo impersonale, cieco e spietato, presso il quale non esiste tribunale d’appello. L’uomo è liberato dalla maledizione della legge così intesa, solo se accetta il dono di Dio che è gratuito, cioè l’amore e il perdono, offerti come grazia.

Per i farisei è più difficile perdonare i peccati che far camminare un paralitico. Gesù fa le due cose: guarisce il corpo e perdona i peccati.

In Gesù è presente sulla terra la potenza di Dio che sana e perdona i peccati. Il paralitico ora cammina sulla via di casa sua e nello stesso tempo ha ripreso a camminare verso la casa del Padre con il quale è stato riconciliato per mezzo del perdono. Ritornando a Dio, l’uomo ritrova veramente se stesso.

E’ l’esperienza di risurrezione di tutti coloro che incontrano Gesù. E’ l’esperienza del battezzato che è risorto a vita nuova e può camminare verso Dio, cantando la sua gioia e la sua riconoscenza.

 

7 dicembre 2010
Mt 18,12-14

12 Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? 13 Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 14 Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.

La parabola della pecora smarrita ci insegna ad essere solleciti verso la sorte dei "piccoli", di considerarli importanti e di andare alla loro ricerca quando si perdono. Questa cura pastorale viene fondata teologicamente sullo stile di Dio Padre.

Piccolo è colui che non conta, colui che serve. Il primo posto nella comunità è per costoro. L’autorità deve mettere i piccoli al primo posto nella sua considerazione e nei suoi programmi. E tutti, se vogliono stare nella comunità cristiana, devono mettersi in atteggiamento di servizio. Scandalizzare i piccoli è impedire loro di credere in Gesù. Il Padre vuole che nessun peccatore si perda.

Lo scopo di questa parabola è di spingere la comunità cristiana, che trascura i peccatori ed è tentata di ripiegarsi pigramente su se stessa, a mettersi senza esitazione alla ricerca degli smarriti, dei cristiani che hanno dimenticato il primitivo fervore e la coerenza con gli ideali del vangelo. Chiunque è in pericolo ha la precedenza assoluta su tutto e su tutti a essere soccorso.

Le parole di Gesù sottolineano ripetutamente "anche uno solo di questi piccoli" (vv. 6.10.14) per insegnarci non solo a capovolgere i criteri mondani riguardo alla grandezza, ma anche nei confronti della quantità: anche uno solo conta!

La parabola della pecora smarrita ci riguarda personalmente perché è la nostra storia. Qualche volta siamo la pecora smarrita, altre volte siamo mandati a cercare la pecora smarrita che è il prossimo. Possiamo sperare di raggiungere la nostra salvezza soltanto se ci preoccupiamo anche della salvezza degli altri.

 

8 dicembre 2010
Lc 1,26-38

26 Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
34 Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». 35 Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.

Nell’annunciazione di Giovanni Battista l’angelo Gabriele va al tempio di Gerusalemme. Nell’annunciazione di Gesù l’angelo va a Nazaret, territorio che era ritenuto pagano e trascurato da Dio, quella Galilea dalla quale "non era sorto alcun profeta" (Gv 7,52). Natanaele si chiede: "Può venire qualcosa di buono da Nazaret?" (Gv 1,46). Dio sceglie ciò che non ha appariscenza, ciò che è umile e disprezzato dagli uomini. La legge dell’incarnazione è questa: "Gesù annientò se stesso…umiliò se stesso" (Fil 2,7-8).

Ma a Gerusalemme, nel tempio, nel culto solenne, nel sacerdote che presiede la celebrazione Dio non trova la fede, cioè non trova amore, ubbidienza e accoglienza. A Nazaret invece, nella Galilea dei pagani, lontana dal tempio e dal culto, trova una fanciulla sconosciuta, la Maria, piena di grazia, di fede e di disponibilità.

Nell’Antico Testamento Dio abita nel tempio, nel Nuovo elegge la sua dimora tra gli uomini (Gv 1,14). Maria è il nuovo tempio, la nuova città santa, il popolo nuovo in mezzo al quale prende dimora Dio. Il nome di Gesù significa: Dio salva. "Jahvé, il tuo Dio, è dentro di te, potente salvatore" (Sof 3,17).

Il nome nuovo che Maria riceve: "Piena-di-grazia" è l’investitura per una particolare missione nel piano di Dio, destinata a modificare la sua vita e il corso intero della storia. L’espressione "il Signore è con te" indica la protezione e l’assistenza che Dio le accorda in vista del compito che è destinata ad assolvere.

Il turbamento di cui parla il vangelo (v. 29) indica la presenza di Dio e sottolinea l’origine divina della comunicazione che Maria riceve, ed è segno che le parole dell’angelo sono piene di mistero.

Maria cerca di capirne il significato ponendosi delle domande, ma inutilmente. Alla fine deve chiederne la spiegazione all’angelo. L’angelo dà la spiegazione di ciò che ha affermato nel saluto iniziale. La grazia accordata a Maria è la nascita miracolosa di un figlio. Dio attuerà il suo disegno intervenendo con la potenza del suo Spirito.

Le perplessità di Maria alle parole dell’angelo riecheggiano quelle di Abramo all’annuncio della nascita di suo figlio (Gen 18,14). La fede in Dio che può operare meraviglie e cose impossibili all’uomo, ha salvato dall’incredulità Abramo; la stessa fede salva Maria (v. 37).

"Servi di Dio" sono coloro che hanno ricevuto una missione particolarmente importante e contemporaneamente danno prova di disponibilità, di remissività e di fede. Sulla bocca di Maria l’espressione "serva del Signore" riassume la sua missione e il coraggio con cui ha accettato l’invito divino che dà un significato nuovo e inatteso alla sua vita.

"Serva del Signore" è il nome che ella stessa si attribuisce dopo quello datole dai genitori: Maria, e quello annunciatole dall’angelo: Piena-di-grazia. Maria è la serva del Signore perché accetta umilmente il disegno di Dio, anche se non riesce a comprenderne tutta la portata e tutte le conseguenze.

L’espressione "avvenga a me", nel testo originale greco, è una forma verbale chiamata ottativo e contiene in sé un desiderio ardente e un entusiasmo vivo di vedere attuato quanto le è stato proposto. Maria ci insegna che la volontà di Dio va accolta con fede ed eseguita con gioia.

 

9 dicembre 2010
Mt 11,11-15

11 In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. 12 Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono. 13 La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. 14 E se lo volete accettare, egli è quell'Elia che deve venire. 15 Chi ha orecchi intenda.

Gesù esprime il suo giudizio sul Battista. La grandezza di Giovanni non consiste soprattutto nell’austerità della sua vita e nella fortezza del suo carattere, ma nell’aver preparato la via davanti al Cristo.

Giovanni Battista è inserito nella linea di continuità con i profeti dell’Antico Testamento, i quali hanno preparato la via a Gesù. In questo senso è il più grande: perché in lui l’attesa d’Israele trova il suo compimento. Ma vi è al tempo stesso una rottura: il regno dei cieli. divenuto vicino agli uomini in Gesù, è di una novità assolutamente radicale; in questo senso il più piccolo nel regno dei cieli, cioè il discepolo di Gesù, è più grande di lui. Si passa così dalla realtà umana (lo stato di figlio nato da donna) alla realtà divina (lo stato di figlio del Padre) che solo i piccoli possono comprendere.

Ciò che Giovanni deve scoprire, e con lui gli ascoltatori di Gesù di tutti i tempi, è che Gesù sconvolge totalmente la concezione di ciò che è grande e di ciò che è piccolo: la vera grandezza è la piccolezza, quello scomparire che si manifesta nell’atteggiamento di Gesù. Il vero "più piccolo" nel regno dei cieli è proprio Gesù, la cui autorità sovrana non assume i tratti del giudice adirato (cfr l’annuncio del Battista in Mt 3,8-12), ma quello di un servitore che si impegna con gli uomini e patisce con essi (cfr Mt 3,13-17; 20,28).

"Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora il regno dei cieli soffre violenza, e i violenti se ne impadroniscono" (v. 12) è un’espressione interpretata in vari modi. Può trattarsi: 1. della santa violenza di coloro che si impadroniscono del regno dei cieli a prezzo di dure rinunce; 2.della violenza malvagia di coloro che pretendono di stabilire il Regno con le armi (gli zeloti); 3, della tirannia delle potenze demoniache, o dei loro fautori terreni, che pretendono di conservare l’impero di questo mondo e impedire l’affermazione del regno di Dio. Infine alcuni traducono: "il regno dei cieli si fa strada con violenza", cioè si stabilisce con forza a dispetto di tutti gli ostacoli.

Senza nulla togliere alle varie interpretazioni, il contesto di Matteo consiglia la terza là dove dice: "Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci" (Mt 23,13).

L’interpretazione cristiana del Battista identifica Giovanni con l’atteso Elia quale precursore del Messia (Ml 3, 23-24; Sir 48, 10). Il rifiuto del Battista da parte degli scribi e dei farisei è intimamente legato col rifiuto di Gesù da parte degli stessi (Mt 11,19). Chi rifiuta il Messia, rifiuta anche colui che l’ha preceduto. Il destino del Messia è anche il destino del suo precursore (Mt 17,12).

Questa parte del discorso si conclude con un grido di risveglio (v. 15). L’uomo della Bibbia è ascoltatore della Parola. Ascoltando egli giunge alla fede, non ascoltando si rende colpevole.

Gesù ha pienamente riconosciuto il Battista e la sua opera e gli ha tributato un giudizio di massimo rispetto definendolo "più che un profeta" e "il più grande tra i nati di donna".

 

10 dicembre 2010
Mt 11,16-19

16 Ma a chi paragonerò io questa generazione? Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono:
17 Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.
18 E' venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. 19 E' venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere».

Di fronte a Giovanni che è "più che un profeta" (Mt 11,9) e a Gesù che è il Messia, "questa generazione" recalcitra come dei monelli che si rifiutano di stare al gioco. L’espressione "questa generazione" designa tutti coloro che sono incapaci di udire, di vedere e di giudicare adeguatamente. Gesù rimprovera agli uomini di "questa generazione" di essere come bambini capricciosi che vogliono essere lasciati in pace, che non vogliono essere sollecitati a fare delle scelte. Rifiutano un atteggiamento e anche il suo contrario, criticano una proposta e anche l’altra: e questo è la prova della loro insincerità e della loro cattiva volontà.

I canti di gioia che invitano alla danza simboleggiano l’opera di Gesù, la sua comunione conviviale con i peccatori. Le lamentazioni indicano il Battista e la sua vita ascetica. Entrambi hanno incontrato il rifiuto di "questa generazione".

La generazione del rifiuto ha preso la scusa dalla vita austera del Battista per muovergli l’accusa di essere un ossesso. L’accusa rivolta a Gesù si riferisce alla sua comunione conviviale con i pubblicani e i peccatori (Mt 9,11), che manifestava la sua offerta di grazia per tutti e la sua misericordia. Il rimprovero "mangione e beone" equivale a buono a nulla, fannullone, parassita.

Di fronte a un giudizio così offensivo, duro e umiliante, Gesù ha una giustificazione da presentare: le sue opere. Matteo parla delle opere della sapienza e dice che la sapienza personificata è Cristo (cfr 1Cor 1,24.30).

"Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere" (v. 19). La sapienza designa l’azione di Dio nella creazione e nella storia (cfr Sir 24; 42,15-25; Sap 10,1-11) ed esprime la volontà di Dio (Sap 9,13-18) che si lascia conoscere attraverso lo Spirito del Signore. Questa allusione alla sapienza ricorda Sir 18,1-4 dove il Signore viene proclamato giusto proprio per le sue opere.

I rapporti di Gesù con i peccatori, l’accoglienza riservata loro – espressione della benevola volontà di Dio a cui egli si attiene nell’operare – diventano uno scandalo. Lo scandalo nasce dal fatto che egli col suo comportamento abbatte i muri che essi avevano accuratamente eretti tra sé e gli altri a salvaguardia dei loro privilegi.

 

11 dicembre 2010
Mt 17,10-13

10 Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». 11 Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. 12 Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto; anzi, l'hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro». 13 Allora i discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista.

La venuta di Elia a preparare e ad aprire con la sua predicazione l’era messianica era predetta da Ml 3,23. Non si tratta di un ritorno fisico di Elia, ma dell’apparizione di un profeta che avrebbe ricalcato le orme del grande predicatore dell’ottocento a. C. . In questo senso non era difficile dire che era già venuto nella persona di Giovanni Battista.

Nel vangelo di Matteo infatti Giovanni viene identificato con Elia (11,14) e descritto con caratteristiche che appartengono al profeta come la cintura di pelle (3,4; cfr 2Re 1,8). Non solo la sua missione ha lo scopo di preparare la venuta del Signore (11,10), ma anche la sua morte violenta e ingiusta prefigura il destino del Cristo, che deve patire ed essere crocifisso.

I discepoli capiscono che Elia è lo stesso Giovanni Battista, che lancia l’appello definitivo alla conversione prima della venuta del Signore.

 

12 dicembre 2010
Mt 21,23-27

23 Entrato nel tempio, mentre insegnava gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: «Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?». 24 Gesù rispose: «Vi farò anch'io una domanda e se voi mi rispondete, vi dirò anche con quale autorità faccio questo. 25 Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?». Ed essi riflettevano tra sé dicendo: «Se diciamo: "dal Cielo", ci risponderà: "perché dunque non gli avete creduto?''; 26 se diciamo "dagli uomini", abbiamo timore della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta». 27 Rispondendo perciò a Gesù, dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch'egli disse loro: «Neanch'io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

I gesti di Gesù irritano i responsabili del culto e della dottrina. Si erano già sdegnati il giorno prima per la cacciata dei venditori dal tempio e per le acclamazioni dei bambini. Ma Gesù li aveva zittiti citando il Sal 8,3. Ora gli pongono esplicitamente la domanda: "Con quale autorità hai fatto questo? Chi ti ha dato questa autorità?" (21,23). Gesù però non risponde e pone a sua volta una domanda. Il loro rifiuto a pronunciarsi è la prova che la loro ricerca non è sincera. Non avevano creduto a Giovanni Battista che annunciava i tempi messianici: "Colui che viene dopo di me è più potente di me..., egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco" (3,11), ora non credono a Gesù. Rifiutare di credere a Giovanni Battista è mettersi nella situazione di non credere a Gesù.

Nel vangelo di Matteo, Giovanni Battista è in tutto e per tutto in funzione di Gesù. Partendo dal Battista si può argomentare in favore di Gesù e del suo vangelo.

 

13 dicembre 2010
Mt 21,23-27

23 Entrato nel tempio, mentre insegnava gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: «Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?». 24 Gesù rispose: «Vi farò anch'io una domanda e se voi mi rispondete, vi dirò anche con quale autorità faccio questo. 25 Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?». Ed essi riflettevano tra sé dicendo: «Se diciamo: "dal Cielo", ci risponderà: "perché dunque non gli avete creduto?''; 26 se diciamo "dagli uomini", abbiamo timore della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta». 27 Rispondendo perciò a Gesù, dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch'egli disse loro: «Neanch'io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

I gesti di Gesù irritano i responsabili del culto e della dottrina. Si erano già sdegnati il giorno prima per la cacciata dei venditori dal tempio e per le acclamazioni dei bambini. Ma Gesù li aveva zittiti citando il Sal 8,3. Ora gli pongono esplicitamente la domanda: "Con quale autorità hai fatto questo? Chi ti ha dato questa autorità?" (21,23). Gesù però non risponde e pone a sua volta una domanda. Il loro rifiuto a pronunciarsi è la prova che la loro ricerca non è sincera. Non avevano creduto a Giovanni Battista che annunciava i tempi messianici: "Colui che viene dopo di me è più potente di me..., egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco" (3,11), ora non credono a Gesù. Rifiutare di credere a Giovanni Battista è mettersi nella situazione di non credere a Gesù.

Nel vangelo di Matteo, Giovanni Battista è in tutto e per tutto in funzione di Gesù. Partendo dal Battista si può argomentare in favore di Gesù e del suo vangelo.

 

14 dicembre 2010
Mt 21,28-32

28 «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. 29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. 30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L'ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 E' venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.

Matteo ha fatto confluire in questa parabola elementi molto diversi: oltre all’opposizione tra il dire e il fare che concludeva il discorso della montagna (7,21; cfr 23,3), si vede apparire quello del pentimento, mentre viene ripresa l’allusione a Giovanni Battista e alla fede (cfr 21,23-27); il tutto nel quadro di una vigna che richiama la parabola degli operai (19,30—20,16) e annuncia quella dei vignaioli omicidi (21,33-46).

Nel regno di Dio contano i fatti, non le parole. I due figli sono i "giusti" e i "peccatori" (cfr 9,13). Un detto rabbinico insegna: "I giusti promettono poco e fanno molto; gli empi parlano molto e non fanno nulla".

Il test è la docilità o meno all’appello di Giovanni Battista. I pubblicani e le prostitute, che in un primo tempo avevano rifiutato la volontà del Padre manifestata nelle legge, hanno creduto a Giovanni Battista e, tramite lui, hanno scoperto la via della salvezza nel regno annunciato da Gesù, mentre i capi d’Israele non lo ascoltarono e non gli credettero.

Questo brano trasmette molta consolazione e fiducia. Nessun peccatore deve scoraggiarsi. Questo testo annuncia un nuovo ordinamento di Dio, che contrasta con il modo di vedere umano e lo supera.

 

15 dicembre 2010
Lc 7,19-23

19 e li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?». 20 Venuti da lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?». 21 In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. 22 Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. 23 E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!».

In questo brano si affrontano due problemi: il passato e il presente della storia della salvezza. Il primo è questo: il messianismo povero e umile di Gesù risponde alla promessa di Dio; e, se risponde, che ne è delle promesse di Dio? . Il secondo è questo: come può Gesù essere il Messia, cioè colui che viene a liberare dal male, se la storia dopo di lui continua ancora con il suo male, come prima?

Luca unifica i due problemi perché hanno una radice comune: l’attesa dell’uomo è diversa dalla promessa di Dio. Egli presenta Gesù che cura e fa grazia (v.31) ai disgraziati: questa è la realizzazione della promessa. Così l’attesa d’Israele e del mondo intero va focalizzata e corretta su Gesù. Il nocciolo della questione, sempre attuale, è il tipo di messianismo di Gesù povero e umile, che contraddice il delirio di potenza e di gloria dell’uomo: questo messianismo fece problema a Israele e continua a fare problema all’uomo di tutti i tempi, religioso o laico che sia.

Siamo chiamati a seguire Gesù povero e umile, che non ha liquidato la storia, ma si è fatto carico del male altrui arrestandolo nella propria croce, unica via alla risurrezione. Su questo argomento l’errore è costante e riguarda ebrei e cristiani, il Battista e i discepoli, gli uomini di ieri, di oggi e di domani. Tutti cercano scorciatoie per giungere al Regno e in questo modo lo ritardano. La speranza era ed è che con la venuta del Messia si risolvessero subito le nostre angustie, cessasse il male, finisse il pianto e si iniziasse immediatamente la danza della vittoria. Il Battista attendeva un Messia "più forte", giudice tremendo che spazzasse l’aia del mondo per dare inizio a un mondo nuovo (3,16-17). Gesù invece viene in estrema debolezza e senza alcun potere per vincere il male che subisce. E, proprio così, portandolo, lo vince. E’ il Salvatore; ma vuole bene ai cattivi e ai buoni, e la sua misericordia lo inserisce nella storia di miseria dell’uomo senza liquidare il malvagio. Rispetta la libertà e lascia che la storia degli uomini continui, nella sua realtà anche brutale, facendo però di ogni miseria oggetto di misericordia. Il suo amore per l’uomo concreto, che è malvagio, lo rende debole e gli fa portare il carico del suo male. Il male è il luogo storico di realizzazione della salvezza, mediante la misericordia.

Questo slittamento in tono minore della figura del Messia è il motivo costante del suo scandalo. L’aquila dell’Esodo (Es 19,4; Dt 32,11) si trasforma in gallina (Lc 13,34); il re diventa servo (Lc 22,27); il Salvatore viene condannato (Lc 23,35-37); il giusto si fa solidale con la nostra ingiustizia; Dio patisce la nostra morte (Lc 23,40-41).

E’ un messianismo che esula dall’attesa dell’uomo, perché ci presenta un Messia crocifisso, povero e umile, che si prende cura del male e fa grazia. Ogni uomo deve sapere che proprio nella sua miseria si realizza la realtà di Dio che è misericordia.

Tutta l’attività di Gesù è interpretata da lui stesso non tanto come azione di potenza quanto come passione di misericordia. Dio si fa vicino al lontano, giustifica l’empio e da la vita al morto. La salvezza è accogliere questa bella notizia di cui i fatti sono la prova.

"Colui che viene" (v.19) è la qualifica del Messia (Gen 49,10; Sal 118,26) e del giudice (Dan 7,13; Ml 3,1-2), il compimento della promessa e della speranza d’Israele. Il dubbio di Giovanni è ben fondato: egli ha annunciato un Messia forte e un giudice severo, che avrebbe operato il giudizio di Dio e inaugurato il giorno del Signore, tremendo come il fuoco (Lc 3,16-17; Ml 3).

Gesù invece si rivela come misericordia che si china sulla miseria. Inoltre ha uno stile di povertà assoluta che rifugge da ogni pretesa di potere. Egli non giudica nessuno, è compassionevole e salva tutti coloro che si riconoscono peccatori (Lc 5,31-32). Il dubbio del Battista circa l’identità di Gesù nasce anche dal fatto che, se Gesù è il Messia, dovrebbe finire la storia del male e iniziare il tempo di Dio. E’ l’interrogativo del credente di ogni tempo: come mai la venuta di Gesù non ha cambiato il mondo e la storia? Dopo la venuta di Gesù tutto sembra come prima. I potenti sono ancora al loro posto e i poveri sempre più malconci.

Una cosa dev’essere chiara: o Gesù non è "colui che viene" e quindi dobbiamo attenderne un altro; oppure è "colui che viene" e allora dobbiamo cambiare la nostra attesa.

Gesù interpreta la sua azione ricorrendo a Isaia (29,18; 35,5ss; 42,18; 26,19; 61,1): egli realizza quelle promesse e, in questo modo, realizza appieno la volontà del Padre. L’azione del Messia non è il giudizio che separa i buoni dai cattivi, ma la misericordia che si prende cura e fa grazia a chi è nel male. La rivelazione definitiva della grazia di Dio è l’azione storica della misericordia di Gesù che continua nella Chiesa.

L’affermazione "i poveri sono evangelizzati" è messa in posizione di spicco. La buona notizia è annunciata ai poveri che ascoltano Gesù, e a tutti i popoli che ascolteranno con fede l’annuncio di un Dio di misericordia che si prende a cuore il male dell’uomo. La fede che dà salvezza è accettare con il cuore la visita di Dio in Gesù, Il Signore crocifisso per misericordia.

 

16 dicembre 2010
Lc 7,24-30

24 Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, Gesù cominciò a dire alla folla riguardo a Giovanni: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? 25 E allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano vesti sontuose e vivono nella lussuria stanno nei palazzi dei re. 26 Allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. 27 Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco io mando davanti a te il mio messaggero,
egli preparerà la via davanti a te.
28 Io vi dico, tra i nati di donna non c'è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. 29 Tutto il popolo che lo ha ascoltato, e anche i pubblicani, hanno riconosciuto la giustizia di Dio ricevendo il battesimo di Giovanni. 30 Ma i farisei e i dottori della legge non facendosi battezzare da lui hanno reso vano per loro il disegno di Dio
.

Dopo aver rivelato se stesso come "colui che viene", Gesù spiega alla folla il ruolo di Giovanni Battista nel disegno di Dio. Egli è più che un profeta: è il profeta ultimo annunciato da Malachia 3,1ss, che conclude il tempo della promessa iniziata con Abramo e che trova il suo compimento nella storia di Cristo

Gesù parla del vestito e dell’abitazione di Giovanni: egli indossa la ruvida tunica di cammello che è la divisa del profeta (Mc 1,26; 2Re 1,8).La sua abitazione è il deserto e infine il carcere perché è servo di Dio e denuncia il peccato dei potenti e del popolo.

Giovanni è più che un profeta perché con lui finisce il profetismo che promise e preparò la venuta del Signore. Dopo di lui la profezia non sarà più promessa del Cristo che deve venire, ma ricordo del Cristo già venuto.

Nel v. 27 Gesù allude a Ml 3,1 e a Es 23,20 in cui si parla del messaggero finale, prima dell’immediata visita di Dio stesso al suo popolo: è l’appello definitivo alla conversione, per accogliere la salvezza di Dio.

In polemica con quanti non l’hanno accolto, il Battista è proclamato il più grande di tutti i profeti. Tra i nati di donna nessuno è più grande di lui. Egli è l’unico profeta che vede la piena realizzazione di ogni profezia. Ma con Gesù si passa dalla realtà umana di figli nati da donna, alla realtà divina di figli nati da Dio, per cui il più piccolo nato da Dio è più grande del più grande nato da donna.

Il popolo e i pubblicani riconobbero che Dio è giusto: per questo accolsero l’appello alla conversione e al battesimo. Accettando la predicazione del Battista, il popolo umile ha aderito al piano di salvezza di Dio e in questo modo ha incontrato il Salvatore che gli viene incontro sulla stessa via del fiume: seguendo Giovanni incontrarono Gesù. I farisei e i dottori della legge invece rifiutando la conversione e il battesimo di Giovanni, non incontrarono il Salvatore. Credersi giusti e rifiutare di convertirsi è vanificare la salvezza di Dio.

 

17 dicembre 2010
Mt 1,1-17

1 Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. 2 Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, 3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram, 4 Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn, 5 Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, 6 Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, 7 Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf, 8 Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, 9 Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, 10 Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, 11 Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
12 Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle, 13 Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim generò Azor, 14 Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, 15 Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, 16 Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.
17 La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici.

Questa genealogia si ispira al primo libro delle Cronache 1,34; 2,1-15; 3,1-18; e al libro di Rut 4,18-22.

Per l'ebreo la storia si esprime in termini di genesi, di generazione.

Nella Bibbia c'è una sola storia, quella di una promessa fatta da Dio ad Abramo, padre dei credenti (cfr Is 51,1-2), manifestatasi nel re Davide (cfr Is 9,6; 11,1-9) e adempiuta in Gesù (cfr Gal 3,28-29).

Il primo versetto di questo brano è il titolo della genealogia, ma può essere contemporaneamente il titolo di tutto il vangelo. L'espressione "libro della genesi" richiama il titolo del primo libro della Bibbia e suggerisce che il vangelo è il racconto della nuova creazione. L'evangelista Giovanni si pone sulla stessa linea mettendo all'inizio del suo vangelo le parole "in principio", riprese direttamente dal libro della Genesi 1,1.

Come figlio di Davide, Gesù porta a pieno compimento le promesse che Dio aveva fatto per mezzo dei profeti (2Sam 7,1ss; Is 7,14ss). Come figlio di Abramo realizza perfettamente la promessa fatta al capostipite del popolo di Dio: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra... Ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re" (Gen 17,6; cfr Gal 3,8-29).

La genealogia mette in evidenza la continuità tra la storia d'Israele e la missione di Gesù e ci prepara a capire il vangelo, secondo il quale la Chiesa fondata da Gesù (Mt 16,18) è il vero Israele di Dio e l'erede di tutte le sue promesse.

Al versetto 16 la struttura dell'albero genealogico bruscamente si spezza. Stando al susseguirsi delle generazioni precedenti, avremmo dovuto leggere: Giacobbe generò Giuseppe e Giuseppe generò Gesù. Leggiamo invece:" Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato (da Dio) Gesù chiamato il Cristo". Questo verbo in forma passiva "fu generato" (in greco eghennethe) esprime l'azione di Dio, che verrà richiamata esplicitamente nel brano seguente:" Quel che è generato in lei viene dallo Spirito santo" (Mt 1,20).

Nel versetto 17 Matteo attribuisce una grande importanza al numero 14. Questo numero è la somma di valori numerici delle tre lettere dell'alfabeto ebraico che formano il nome di Davide (daleth, waw,daleth = 4+6+4). Questo versetto esprime una tesi teologica: sottolineando la cifra di Davide moltiplicata per tre (la cifra tre è simbolica: esprime la realtà dell'uomo nella sua continuità, nel suo permanere nell'essere), Matteo pone l'accento su Davide e sulla continuità della sua discendenza, argomento che svilupperà nel brano seguente.

 

18 dicembre 2010
Mt 1,18-24

18 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
23 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio
che sarà chiamato Emmanuele,
che significa Dio con noi. 24 Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Nella genealogia di Gesù Cristo, Matteo ci ha dato una visione teologica del susseguirsi della generazioni. Ora prosegue questa sua concezione presentando il ruolo e la missione di Giuseppe dal punto di vista di Dio. Giuseppe è un uomo giusto (v. 9). Il suo problema non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché sintetizza nella sua persona l'atteggiamento dei giusti dell’Antico Testamento e in particolare quello di Abramo (cfr Mt 1,20-21 con Gen 17,19).

La giustizia di Giuseppe non è quella "secondo la legge" che autorizza a ripudiare la propria moglie, ma quella "secondo la fede" che chiede a Giuseppe di accettare in Maria l'opera di Dio e del suo Spirito e gli impedisce di attribuirsi i meriti dell'azione di Dio.

Di sua iniziativa Giuseppe non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata. Egli si ritira di fronte a Dio, senza contendere, e rinuncia a diventare lo sposo di Maria e il padre del bambino che sta per nascere; per questo decide di rinviare segretamente Maria alla sua famiglia.

Giuseppe è giusto di una giustizia che scopriremo nel seguito del vangelo, quella che si esprime nell'amore dato senza discriminazioni a chi lo merita e a chi non lo merita (Mt 5,44-48) ed è riassunto nella "regola d'oro": "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7,12). L'uomo giusto è misericordioso come Dio è misericordioso.

La crisi di Giuseppe ha lo stesso significato dell'obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell'angelo. Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria può chiedere la spiegazione all'angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità.

Matteo mette in rilievo l'identità messianica di Gesù affermando la sua discendenza da Davide, al quale Dio aveva promesso un discendente che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (cfr Lc 1,33; 2Sam 7,16). Quindi, secondo la genealogia, Gesù è il discendente di Davide non in virtù di Maria, ma di Giuseppe (v. 16). E' per questo che Matteo presenta Giuseppe come destinatario dell'annuncio con il quale gli viene dato l'ordine di prendere Maria con sé e di dare il nome a Gesù. Giuseppe, riconoscendo legalmente Gesù come figlio, lo rende a tutti gli effetti discendente di Davide. Gesù verrà così riconosciuto come figlio di Davide ( Mt 1,1; 9,27; 20,30-31; 21,9; 22,42).

Il nome di Gesù significa "Dio salva". La promessa di salvezza contenuta nel nome di Gesù viene presentata in termini spirituali come salvezza dai peccati (v. 21). Anche per Luca la salvezza portata da Gesù consiste nella remissione dei peccati (Lc 1,17). In queste parole c'è il netto rifiuto di un messianismo terreno: Gesù non è venuto a conquistare il regno d'Israele o a liberare la sua nazione dalla dominazione straniera.

La singolarità dell'apparizione dell'angelo consiste nel fatto che essa avviene in sogno. Matteo forse presenta Giuseppe secondo il modello del patriarca Giuseppe, viceré d'Egitto (Gen 37,5ss). La cosa importante è che l'apparizione dell'angelo chiarisce con sicurezza che la direttiva viene da Dio.

Nel versetto 22 troviamo la prima citazione dell'Antico Testamento. Questa è preceduta dalla formula introduttiva: "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta". Con questa espressione Matteo vuol darci l'idea del compimento delle intenzioni di Dio contenute nella Scrittura. E' importante notare che attraverso il profeta ha parlato Dio.

Con la citazione di Isaia 7,14 Matteo presenta la generazione di Gesù come un parto verginale.

Gesù quale Emmanuele, Dio con noi, costituisce un motivo centrale del vangelo di Matteo. Questa citazione di Isaia forma un'inclusione con l'ultima frase del vangelo: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).

Giuseppe, uomo giusto, si desta dal sonno e agisce. L’esecuzione descrive la sua obbedienza. Pur prendendo con sé Maria, egli non la conosce. Il conoscere indica già in Gen 4,1 il rapporto sessuale.

L’imposizione del nome di Gesù ad opera di Giuseppe assicura di fronte alla legge la discendenza davidica del figlio di Maria.

 

19 dicembre 2010
Lc 1,5-25

5 Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta. 6 Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. 7 Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.
8 Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, 9 secondo l'usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l'offerta dell'incenso. 10 Tutta l'assemblea del popolo pregava fuori nell'ora dell'incenso. 11 Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell'altare dell'incenso. 12 Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. 13 Ma l'angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. 14 Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, 15 poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16 e ricondurrà molti figli d'Israele al Signore loro Dio. 17 Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto». 18 Zaccaria disse all'angelo: «Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni». 19 L'angelo gli rispose: «Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. 20 Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo».
21 Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. 22 Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto.
23 Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. 24 Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: 25 «Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini».

Zaccaria ed Elisabetta sono santi perché sono giusti davanti a Dio. Osservano tutti i comandamenti della legge del Signore. Santità equivale a obbedienza a Dio.

La storia di Giovanni Battista inizia nel tempio mentre si prega solennemente. L’inizio della buona notizia viene dal cielo, portata da un angelo. Egli appare alla destra dell’altare: la parte destra è di buon augurio, promette salvezza (cfr Mt 25,33-34).

Quando Dio si rivolge a una persona, inizia a parlare con un incoraggiamento: "Non temere!". Dio vuole incoraggiare l’uomo, metterlo a suo agio, non spaventarlo o opprimerlo.

Le preghiere di Zaccaria per avere un figlio sono state esaudite. Si conclude il tempo delle promesse e trovano compimento ogni speranza e ogni attesa umana.

Dio stabilisce il nome al bambino che nascerà a Zaccaria. Dandogli il nome gli dà la sua missione e il suo potere. Il nome Giovanni significa "Dio fa grazia". Il tempo della visita di Dio portatrice di grazia, è prossimo; Giovanni annunzierà che il tempo della salvezza è vicino.

La sua nascita porterà gioia per l’esaudimento della promessa ed esultanza per la salvezza. Giovanni ha la missione di chiudere il tempo della promessa e di proclamare il nuovo tempo della salvezza, apportatrice di gioia e di giubilo.

"Egli sarà grande davanti al Signore" (v. 15). La sua missione nel piano della salvezza lo eleva al di sopra di tutti i grandi della storia sacra. Quelli vivevano nell’attesa del regno di Dio e della salvezza, Giovanni la precede immediatamente e ne proclama l’inizio.

Poiché "sarà pieno di Spirito Santo" (v. 15) sarà profeta, annunciatore della parola e della volontà di Dio. Gli altri ricevettero il carisma profetico in età adulta, Giovanni è profeta fin dal primo istante della sua vita, già nel seno materno. Egli sarà un profeta di penitenza. Con lui si aprirà un movimento di conversione verso Dio. La predicazione di Giovanni ha lo scopo di preparare la venuta di Dio. Egli avrà lo spirito e la forza di Elia. La sua missione è quella di preparare al Signore che viene a visitare il suo popolo, una comunità di uomini retti e santi, pronti ad accoglierlo.

L’obiezione di Zaccaria (v. 18) serve a provocare un approfondimento, una chiarificazione del discorso avviato. L’angelo Gabriele è stato inviato per portare un lieto annuncio, ma poiché Zaccaria ha stentato ad accoglierlo, la verità di quanto ha annunciato sarà garantita da un segno punitivo: "Sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno" (v. 20).

Per l’evangelista il silenzio di Zaccaria e il nascondimento di Elisabetta (v. 23) servono a celare il disegno di Dio fino all’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria: il concepimento di Giovanni è un segreto che spetta a Dio svelare.

Il miracolo che Dio ha operato in Elisabetta, le ridona la dignità e la gioia della maternità, e imprime un nuovo corso alla sua vita. Per Dio non è mai troppo tardi!

 

20 dicembre 2010
Lc 1,26-38

26 Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
34 Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». 35 Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio ». 38 Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.

Nell’annunciazione di Giovanni Battista l’angelo Gabriele va al tempio di Gerusalemme. Nell’annunciazione di Gesù l’angelo va a Nazaret, territorio che era ritenuto pagano e trascurato da Dio, quella Galilea dalla quale "non era sorto alcun profeta" (Gv 7,52). Natanaele si chiede: "Può venire qualcosa di buono da Nazaret?" (Gv 1,46). Dio sceglie ciò che non ha appariscenza, ciò che è umile e disprezzato dagli uomini. La legge dell’incarnazione è questa: "Gesù annientò se stesso…umiliò se stesso" (Fil 2,7-8).

Ma a Gerusalemme, nel tempio, nel culto solenne, nel sacerdote che presiede la celebrazione Dio non trova la fede, cioè non trova amore, ubbidienza e accoglienza. A Nazaret invece, nella Galilea dei pagani, lontana dal tempio e dal culto, trova una fanciulla sconosciuta, la Maria, piena di grazia, di fede e di disponibilità.

Nell’Antico Testamento Dio abita nel tempio, nel Nuovo elegge la sua dimora tra gli uomini (Gv 1,14). Maria è il nuovo tempio, la nuova città santa, il popolo nuovo in mezzo al quale prende dimora Dio. Il nome di Gesù significa: Dio salva. "Jahvé, il tuo Dio, è dentro di te, potente salvatore" (Sof 3,17).

Il nome nuovo che Maria riceve: "Piena-di-grazia" è l’investitura per una particolare missione nel piano di Dio, destinata a modificare la sua vita e il corso intero della storia. L’espressione "il Signore è con te" indica la protezione e l’assistenza che Dio le accorda in vista del compito che è destinata ad assolvere.

Il turbamento di cui parla il vangelo (v. 29) indica la presenza di Dio e sottolinea l’origine divina della comunicazione che Maria riceve, ed è segno che le parole dell’angelo sono piene di mistero.

Maria cerca di capirne il significato ponendosi delle domande, ma inutilmente. Alla fine deve chiederne la spiegazione all’angelo. L’angelo dà la spiegazione di ciò che ha affermato nel saluto iniziale. La grazia accordata a Maria è la nascita miracolosa di un figlio. Dio attuerà il suo disegno intervenendo con la potenza del suo Spirito.

Le perplessità di Maria alle parole dell’angelo riecheggiano quelle di Abramo all’annuncio della nascita di suo figlio (Gen 18,14). La fede in Dio che può operare meraviglie e cose impossibili all’uomo, ha salvato dall’incredulità Abramo; la stessa fede salva Maria (v. 37).

"Servi di Dio" sono coloro che hanno ricevuto una missione particolarmente importante e contemporaneamente danno prova di disponibilità, di remissività e di fede. Sulla bocca di Maria l’espressione "serva del Signore" riassume la sua missione e il coraggio con cui ha accettato l’invito divino che dà un significato nuovo e inatteso alla sua vita.

"Serva del Signore" è il nome che ella stessa si attribuisce dopo quello datole dai genitori: Maria, e quello annunciatole dall’angelo: Piena-di-grazia. Maria è la serva del Signore perché accetta umilmente il disegno di Dio, anche se non riesce a comprenderne tutta la portata e tutte le conseguenze.

L’espressione "avvenga a me", nel testo originale greco, è una forma verbale chiamata ottativo e contiene in sé un desiderio ardente e un entusiasmo vivo di vedere attuato quanto le è stato proposto. Maria ci insegna che la volontà di Dio va accolta con fede ed eseguita con gioia.

 

21 dicembre 2010
Lc 1,39-45

39 In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».

Dopo l’annunciazione dell’angelo, Maria si mette in cammino verso la montagna, con sollecitudine. Per Gesù è il primo viaggio missionario compiuto per mezzo della madre, che anticipa l’azione evangelizzatrice della comunità cristiana. Prende qui l’avvio il grande andare, che riempie tutto il vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli. La parola di Dio va dal cielo alla terra, da Nazaret a Gerusalemme, da Gerusalemme in Giudea e fino ai confini della terra; va senza esitazioni, sempre in fretta.

Nel saluto di Maria, che porta Gesù nel grembo, Elisabetta e Giovanni incontrano il Salvatore. L’arrivo di Maria in casa di Elisabetta suscita grande sorpresa e Elisabetta esprime la propria meraviglia con le parole pronunciate da Davide al sopraggiungere dell’Arca dell’Alleanza: "Come potrà venire da me l’arca del Signore?" (2Sam 6,9).

Nella casa di Zaccaria si realizza ciò che avverrà a Gerusalemme dopo la risurrezione del Signore. "Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno" (At 2,17-21; Gl 3,1-5). La storia dell’infanzia della Chiesa sarà la ripetizione e la continuazione dell’infanzia di Gesù.

Elisabetta, "piena di Spirito Santo" (v. 41), conosce il segreto di Maria, e la proclama: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo" (v. 42). Dio ha benedetto Maria con la pienezza di tutte le benedizioni che sono in Cristo (cfr Ef 1,3).

Maria viene considerata come l’arca dell’Alleanza del Nuovo Testamento: nel suo grembo porta il Santo, la rivelazione di Dio, la fonte di ogni benedizione, la causa prima della gioia della salvezza, il centro del nuovo culto.

Il saluto di Maria provoca l’esultanza di Giovanni Battista. Il tempo della salvezza è il tempo della gioia.

Il cantico di lode di Elisabetta finisce con le parole che esaltano Maria: "Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore" (v. 45). Maria è diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!", Gesù preciserà e completerà l’espressione di lode, dicendo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,27-28).

Con un atto di fede comincia la storia della salvezza d’Israele; Abramo parte per un paese sconosciuto con la moglie sterile, solo, perché Dio lo chiama e gli promette una discendenza benedetta (Gen 12). Con un atto di fede comincia la storia della salvezza del mondo; Maria crede alla parola del Signore: vergine, diventa la madre di Dio.

La prima beatitudine del vangelo di Luca è l’esaltazione della fede di Maria. La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l’ha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.

 

22 dicembre 2010
Lc 1,46-55

46 Allora Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore
47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48 perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
49 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:
50 di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
51 Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
53 ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
54 Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
55 come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre»
.

Questo cantico è molto vicino a quello che intonerà Gesù quando, esultando nello Spirito Santo, scoprirà che la benevolenza del Padre si rivela ai piccoli (Lc 10,21-22). Maria esalta l’opera di salvezza che Dio sta realizzando tra gli uomini.

Questo inno si sviluppa come un mosaico di citazioni e di allusioni bibliche, che trova un parallelo nel cantico di Anna (1Sam 2,1-10), considerato generalmente come la sua fonte principale sia dal punto di vista della situazione che della tematica e della formulazione. Qualche esegeta suggerisce di leggere questo cantico di Maria sullo sfondo della grande liberazione dell’Esodo e in particolare del celebre Cantico del mare (Es 15,1-18.21).

Maria canta la grandezza di Dio. Riconosce che Dio è Dio. La conseguenza della scoperta di Dio grande nell’amore è l’esultanza dello spirito. La scoperta dell’amore immenso di Dio per noi vince la paura. Chi conosce il vero Dio, gioisce della sua stessa gioia.

Il motivo del dono di Dio a Maria non è il suo merito, ma il suo demerito, la sua umiltà (da humus=terra, parola da cui deriva anche "uomo"). Maria è il nulla assoluto, che solo è in grado di ricevere il Tutto.

Dio è amore. L’amore è dono. Il dono è tale solo nella misura in cui non è meritato. Dio quindi è accolto in noi come amore e dono solo nella misura della coscienza del nostro demerito, della nostra lontananza, della nostra piccolezza e umiltà oggettive. Maria è il primo essere umano che riconosce il proprio nulla e la propria distanza infinita da Dio in modo pieno e assoluto. Il merito fondamentale di Maria è la coscienza del proprio demerito: ella riconosce la propria infinita nullità.

Per questo, giustamente, la Chiesa proclama Maria esentata dal peccato originale, che consiste nella menzogna antica che impedisce all’uomo questa umiltà fiduciosa, che dovrebbe essere tipica della creatura (cfr Sal 131).

L’umiltà di Maria non è quella virtù che porta ad abbassarsi. La sua non è virtù, ma la verità essenziale di ogni creatura, che lei riconosce e accetta: il proprio nulla, il proprio essere terra-terra. Tutte le generazioni gioiranno con lei della sua stessa gioia di Dio, perché in lei l’abisso di tutta l’umanità è stato colmato di luce e si è rivelato come capacità di concepire Dio, il Dono dei doni.

Dio è amore onnipotente. Lo ha mostrato donando totalmente se stesso. Il suo nome (la sua persona) è conosciuto e glorificato tra gli uomini perché Dio stesso santifica il suo nome rivelandosi e donandosi al povero.

Maria sintetizza in una sola parola tutti gli attributi di colui che ha già chiamato Signore, Dio, Salvatore, Potente, Santo: il nome di Dio è Misericordia. Dio è amore che non può non amare. E’ misericordia che non può non sentire tenerezza verso la miseria delle sue creature. San Clemente di Alessandria afferma che "per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre. Amando, il Padre diventa femminile" (Dal Quis dives salvetur, 37,2).

Maria descrive la storia biblica della salvezza in sette azioni di Dio. La descrizione con i verbi al passato significa quello che Dio ha già fatto nell’Antico Testamento, ma anche quello che ha compiuto nel Nuovo, perché il Cantico, composto dalla comunità cristiana, canta l’operato di Dio alla luce della risurrezione di Cristo già avvenuta.

A proposito di questa rivoluzione operata da Dio, che rovescia i potenti dai troni e manda a mani vuote i ricchi, notiamo che anche questa è un’opera grandiosa e commovente della misericordia di Dio: quando il potente cade nella polvere e il sazio prova l’indigenza, essi sono posti nella condizione per essere rialzati e saziati da Dio. Nell’esperienza del vuoto e nel crollo degli idoli, l’uomo si trova nella condizione migliore per cercare Dio.

In Maria è presente Dio fatto uomo. In lui si realizzano le promesse di Dio. E’ per la fede in Cristo che si è discendenza di Abramo (Lc 3,8). Il compimento della promessa fatta da Dio ad Abramo è definitivo: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3).

 

23 dicembre 2010
Lc 1,57-66

57 Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 58 I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei.
59 All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. 60 Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». 61 Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». 62 Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. 63 Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. 64 In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. 65 Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. 66 Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui
.

L’attuazione della salvezza comincia con la nascita di Giovanni. Essa riempie gli animi di gioia e li spinge ad elevare un canto di ringraziamento a Dio e a ricolmare di felicitazioni la madre del bambino.

Il centro di questo racconto è la questione del nome da dare al bambino. Il nome indica la natura della persona, la sua missione, il suo valore unico e irripetibile. Giovanni significa "Dio fa grazia"; significa dono, grazia, amore di Dio.

Il rito della circoncisione è movimentato. Tutto serve per mettere in rilievo la vocazione e la missione di Giovanni. Nel suo nome, che significa "Dio fa grazia", c’è tutto il programma che è chiamato a realizzare. Esso indica che Dio sta per dare una prova inaudita della sua misericordia verso gli uomini.

L’uso ebraico di imporre al neonato il nome del genitore o di un antenato voleva indicare la continuità con il passato. Qui viene interrotto perché questo bambino ha un cammino proprio da percorrere indipendentemente dalla parentela o discendenza carnale.

Ogni vita, ogni nascita è dono di Dio. La nascita di un uomo non è mai un caso, è sempre il compimento di un disegno d’amore di Dio. Il Signore mi ha disegnato con amore sul palmo della sua mano (Is 49,16), fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome (Is 49,1), è lui che ha creato le mie viscere e mi ha tessuto nel grembo di mia madre (Sal 139, 3).

L’uomo è il prodigio dell’amore di Dio: "Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio" (Sal 139, 14). Dio dice ad ogni uomo: "Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e ti amo" (Is 43,4). La nostra dignità si comprende solo se guardiamo a Colui dal quale abbiamo avuto inizio e al quale ritorniamo: alla fine Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).

Ogni nascita è una dilatazione dell’amore e della misericordia del Signore, la cui tenerezza si espande su tutte le creature (Sal 145,9). Solo se si capisce così una nascita, si può comprendere il vero valore e il vero spessore di una vita.

I vicini e i parenti si rallegrano con Elisabetta perché il Signore ha manifestato in lei la sua grande misericordia. Il credente è colui che vede l’azione di Dio dove il non credente vede solo l’azione dell’uomo.

Il nome di Giovanni viene da Dio (Lc 1,13). Il nome di ogni figlio, il suo essere, la sua vocazione, il suo destino vengono da Dio.

La meraviglia di tutti (v. 63) sta nella scoperta che Dio è grazia, misericordia e tenerezza.

Il v. 66 ci presenta un tema caro a Luca: l’ascolto della parola di Dio deve mettere radice nel cuore, crescere e fruttificare (cfr Lc 8,12ss).

Nel bambino Giovanni si manifestano la potenza e la mano di Dio per portare avanti la sua crescita e così prepararlo convenientemente ai suoi compiti futuri.

 

24 dicembre 20010
Lc 1,67-79

67 Zaccaria, suo padre, fu pieno di Spirito Santo, e profetò dicendo:
68 « Benedetto il Signore Dio d'Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,
69 e ha suscitato per noi una salvezza potente
nella casa di Davide, suo servo,
70 come aveva promesso
per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo:
71 salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano.
72 Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,
73 del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
74 di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, 75 in santità e giustizia
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
76 E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
77 per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati,
78 grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,
per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge
79 per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre
e nell'ombra della morte
e dirigere i nostri passi sulla via della pace».

Con questo inno Luca ribadisce per il lettore non giudeo la lezione già data nel cantico di Maria: come leggere la storia con gli occhi della fede, secondo la promessa fatta ad Abramo. E’ un cantico di benedizione per il passato e di profezia per il futuro.

Il brano si divide in due parti. Nella prima (vv. 68-75) Zaccaria ringrazia per il Messia che Dio ha donato al suo popolo. Nella seconda (vv. 76-79) profetizza la funzione di suo figlio, che avrà il compito di precedere colui che " verrà a visitarci dall’alto come sole che sorge" (v. 78).

E’ un inno liturgico che ringrazia Dio per il dono delle sue promesse realizzate in Cristo. Anche in questo cantico viene messa in evidenza soprattutto la fedeltà di Dio alla sua promessa di salvezza, e il lettore è invitato a conoscere meglio la storia della salvezza per entrarvi di persona e aderirvi sempre meglio.

E’ lo Spirito Santo che dà a Zaccaria la fede e gli apre la bocca per annunciare la parola di Dio. E Zaccaria vede la realtà con gli occhi di Dio e ne parla come parlerebbe Dio, anzi è Dio che parla attraverso di lui.

La prima parola che lo Spirito Santo mette sulle labbra di Zaccaria è quella della benedizione e della lode a Dio. La lode si differenzia dal semplice ringraziamento, in cui si è grati a Dio per i suoi doni; essa va oltre i doni stessi e arriva al Donatore. Dietro le cose e i fatti l’uomo di fede vede Dio stesso che in essi si esprime come dono. Allora gode di Dio stesso, partecipa della sua gioia e ringrazia che Dio sia Dio.

Il potere di Dio è quello di dare la salvezza. La salvezza è Cristo, discendente della casa di Davide (2Sam 7). Il motivo di lode è solo e sempre Cristo: è lui il bene totale che il Padre ci ha dato ed è per questo dono che benediciamo Dio.

Ciò di cui i profeti hanno parlato è sempre la salvezza. E’ in essa che l’uomo può conoscere Dio nel suo amore per lui. In Gesù vediamo il vero volto di Dio, che è amore, tenerezza, compassione e sevizio: egli si immerge nel nostro male, come la medicina nel corpo del malato, se ne fa carico, dà la vita per noi e ci libera da ogni paura di Dio.

Il dio nemico dell’uomo, presentato dal serpente (Gen 3), non è Dio, ma lo stesso demonio. Da questa falsa immagine di Dio nasce la ribellione dell’uomo. La religione che impaurisce l’uomo, l’ateismo, il nihilismo hanno la stessa unica radice: la falsa immagine di un dio nemico, da affermare, da negare o da trascurare. Da questa inimicizia e sfiducia nasce la necessità che ogni uomo provveda a se stesso: nasce l’egoismo, la paura della morte e l’ansia della vita. Da qui deriva ogni alienazione e schiavitù dell’uomo a tutti i livelli: psicologico, economico, politico, religioso… Così l’uomo diventa peccatore, ossia fallito (in ebraico "peccare" significa mancare il bersaglio, fallire la meta).

Il Signore è venuto a liberarci da satana e da tutte le schiavitù nelle quali ci aveva precipitati. L’ultimo nemico ad essere vinto sarà la morte (1Cor 15,26). La paura di essa è la mano del nemico "che ha il potere sulla morte" e che "nel timore della morte" tiene gli uomini "soggetti a schiavitù per tutta la vita " (Eb 2,14).

Senza la paura di Dio, la morte non ci avrebbe fatto paura. L’avremmo accettata per quello che è: il ricongiungimento con Dio, sorgente della nostra vita.

Dio concede misericordia salvando l’uomo di tutti i tempi. Egli si ricorda di essersi impegnato unilateralmente con l’umanità per mezzo della sua alleanza con Abramo (Gen 15). Il giuramento fatto ad Abramo è un impegno unilaterale: anche se l’uomo viene meno ai suoi impegni, Dio rimane fedele. Dio ha giurato su se stesso di essere fedele alla sua promessa.

Per servire il Signore bisogna essere liberi dalla paura e passare dalla schiavitù dei nemici alla perfetta libertà. Questo servizio a Dio si esprime nella pietà e nella giustizia, cioè in una vita da cui traspare la gloria del volto di Dio (cfr Lc 6,27-38).

Dopo aver benedetto Dio per Cristo, Zaccaria parla di suo figlio: la realtà di Giovanni, come quella di ogni uomo, è comprensibile solo dopo Cristo e alla sua luce. Per mezzo di Giovanni viene data la conoscenza della salvezza, l’esperienza del Salvatore. Questa conoscenza è concessa nella remissione dei peccati. Solo lì l’uomo peccatore conosce il Signore (cfr Ger 31,31-34). Il peccato è la nostra realtà di cui il Battista ci fa prendere coscienza sulle rive del Giordano. Solo alla luce del perdono e della misericordia di Dio possiamo conoscere la nostra realtà di menzogna.

Questa conoscenza che si ottiene nel perdono è fare esperienza delle viscere materne della misericordia del nostro Dio dalle quali scaturisce. E’ Gesù il perdono dei peccati e la manifestazione della misericordia del Padre.

Il sole Gesù appare ad ogni uomo che è prigioniero del nemico, incatenato nel carcere del proprio peccato e in preda al terrore della morte. Illuminati da questa luce, diventiamo noi stessi luce. Gesù ha detto: "Io sono la luce del mondo: chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12). Solo in questa luce possiamo "dirigere i nostri passi sulla via della pace" (v. 79).

 

25 dicembre 2010
Gv 1,1-18

1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
esiste.
4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta.
6 Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8 Egli non era la luce,
ma doveva rendere testimonianza alla luce.
9 Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10 Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11 Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
12 A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13 i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14 E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15 Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me».
16 Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18 Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato
.

Il vangelo di Giovanni è la più acuta interpretazione dell’evento-Gesù, che gli ha fatto meritare il nome di "vangelo spirituale" (Eusebio). Il prologo, o introduzione, che oggi leggiamo, descrive, in forma poetica, l’opera di Gesù-Verbo e persona divina nell’ampio orizzonte biblico del piano della salvezza, che Dio ha tracciato per l’uomo.

Il prologo è il riassunto concentrato del contenuto del vangelo di Giovanni, che può essere paragonato al tema che viene dato all’inizio di un’opera musicale.

Giovanni colloca il Verbo in Dio, presentandone la preesistenza eterna, l’intimità di vita con il Padre e la sua natura divina. Il termine "Verbo" ha come sottofondo la letteratura sapienziale e il tema biblico della parola di Dio nell’Antico Testamento, dove sia la Sapienza che la Parola vengono presentate come "persona" legata a Dio e mandata da Dio nel mondo per orientarlo verso la vita. Il Verbo è forza che crea, rivelazione che illumina, persona che comunica la vita di Dio.

Il Verbo non solo è vicino al Padre, ma rivolto verso il Padre in atteggiamento di ascolto e di obbedienza. Giovanni afferma con chiarezza, fin dalle prime parole del suo vangelo, che nel Dio unico esiste una pluralità di persone.

Per l’uomo della Bibbia "la parola" è l’espressione più profonda e intima di una persona, e lo stesso Dio non sarebbe Dio se non comunicasse la sua Parola dal fondo del suo essere. Anche per l’evangelista Giovanni è così. Il Verbo è generato eternamente dal profondo del seno del Dio-Amore; egli è il volto del Padre, è l’uguaglianza nella diversità delle due persone che si amano e si comunicano. Con questi primi versetti Giovanni ci introduce nel mistero della rivelazione eterna di Cristo.

Dopo i primi due versetti introduttivi, Giovanni ci presenta il ruolo del Verbo nella creazione dell’universo e nella storia della salvezza: "Tutto accadde per mezzo di lui e senza di lui non accadde nulla (v. 3). Il Verbo spinge tutte le cose all’essere e alla salvezza in quanto esse partecipano alla comunione di vita con lui. Tutta la storia appartiene a lui. Tutte le cose sono opera del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret.

Ogni uomo è fatto per la luce ed è chiamato ad essere illuminato dal Verbo con la luce eterna di Dio, che è la vita stessa del Padre donata al Figlio. La luce di Cristo splende su ogni uomo che viene nel mondo e le tenebre lottano per eliminarla. Tuttavia l’ambiente del male, che si oppone alla luce di Dio e alla parola di Gesù-Verbo, non riesce ad avere il sopravvento e a vincere.

La luce venuta nel mondo è preceduta da un testimone, Giovanni il Battista, che ha la missione di parlare a favore della luce. Questo uomo mandato da Dio ha un compito ben definito nel piano della salvezza, e lo stesso suo nome "Giovanni" lo rivela: annunciare che "Dio è pieno di amore misericordioso" per tutta l’umanità.

Il ruolo del Battista è unico: "venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo" (v. 7). Giovanni è il testimone di Gesù che riceve la testimonianza che il Padre dà al Figlio nel battesimo e che vede lo Spirito scendere e rimanere su Gesù (Gv 1,32-34). Egli è colui che conduce l’uomo alla fede in Gesù-Luce.

Gesù è la luce autentica e perfetta che appaga le aspirazioni umane; la sola che dà senso a tutte le altre luci che appaiono nella scena del mondo. Questa luce divina illumina ogni uomo che nasce in questo mondo. E’ la luce che si offre nell’intimo di ogni essere come presenza, stimolo e salvezza.

Gesù-Verbo, presente tra gli uomini con la sua venuta, è vicino ad ogni uomo. Benché fosse già nel mondo come creatore e come centro della storia, "il mondo non lo riconobbe" (v. 10), cioè gli uomini non hanno creduto nel Verbo incarnato e nella sua missione di salvatore.

Al rifiuto del mondo, Giovanni ne aggiunge un altro ancora più grave: "E’ venuto tra la sua gente e i suoi non l’hanno accolto" (v. 11). In altri termini: la Parola del Signore è venuta nel popolo ebraico, ma Israele l’ha respinta. E’ presente qui il lungo cammino dell’umanità che, nonostante il progetto di amore e di vita voluto da Dio, ha perso col peccato l’orientamento di tutto il suo essere e non ha riconosciuto il piano amoroso e salvifico di Dio.

Se il comportamento dell’umanità, e in particolare quello d’Israele, è stato di netto rifiuto di Gesù-Verbo, tuttavia, un gruppo di persone, un "resto di Israele", l’ha accolto e ha dato una risposta positiva al suo messaggio, stabilendo un nuovo rapporto con Dio: "A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio" (v. 12). Solo coloro che accolgono il Verbo e credono nella sua persona divina diventano figli di Dio, perché sono nati da Dio e non da elementi umani.

Questo dono della figliolanza divina si accoglie credendo nel Cristo e approfondendo la nostra vita di fede in lui. Accogliere il Verbo significa "credere nel nome" di Gesù, ossia aderire pienamente alla sua persona, impegnare la propria vita al suo servizio.

Il versetto 14 è come la sintesi di tutto l’inno: si afferma solennemente l’incarnazione del Figlio di Dio. Il vangelo afferma che "il Verbo divenne carne", cioè che la Parola si è fatta uomo, nella sua fragilità e impotenza come ogni creatura, nascendo da una donna, Maria. E’ questo l’annuncio da credere per essere salvati: "Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio" (1Gv 4,2-3).

L’espressione "e pose la sua tenda in mezzo a noi" sottolinea lo scopo dell’incarnazione: Dio dimora con il suo popolo stabilmente e per sempre (cfr Ap 7,15). La sua presenza è nella vita stessa dell’uomo e nella carne visibile di Gesù (cfr Gv 2,19-22).

I discepoli hanno contemplato nella fede il mistero di Gesù-Verbo, cioè la gloria che egli possiede come Unigenito venuto da presso il Padre (v. 14). Gesù è la rivelazione di Dio, ma in un modo nascosto e umile. Nel vangelo di Giovanni la gloria del Signore è qualcosa di interiore che solo l’uomo di fede può comprendere. La "gloria" di Cristo è la verità del suo mistero: la rivelazione nell’uomo-Gesù del Figlio di Dio venuto da presso il Padre.

La "grazia della verità" (v. 14) nel linguaggio biblico è il dono della rivelazione che Dio ha offerto all’uomo. La verità, in Giovanni, indica la rivelazione piena e perfetta della vita divina. Il Verbo incarnato è "pieno della verità", ossia è tutto quanto rivelazione. Gesù è "la verità" (Gv 14,6) ossia la rivelazione definitiva e totale. E questa verità è la "grazia" del Padre, il dono supremo che ci ha fatto il Padre.

Tutta la vita di Gesù è manifestazione di Dio, ma per l’evangelista il momento centrale in cui si manifesta la gloria di Dio un tutta la sua potenza è la croce: l’innalzamento di Gesù è la sua glorificazione. Può sembrare paradossale dire che la croce è la glorificazione, ma tutto diventa luminoso se pensiamo che Dio è amore (1Gv 4,8) e la sua manifestazione è dunque là dove appare l’Amore. E’ sulla croce che l’amore di Dio rifulge in tutta la sua penetrante luce e pienezza.

I credenti sono coloro che hanno ricevuto "dalla pienezza" ( v. 16) di Gesù-Verbo il dono della rivelazione, che sostituisce ormai quella della legge antica. Ogni credente può attingere a piene mani da questa fonte di vita ed essere partecipe del dono della verità che è in Gesù. La vita di figlio di Dio entra nell’uomo mediante la fede. Il Figlio di Dio infatti si è fatto uomo per rendere tutti gli uomini partecipi della sua realtà di Figlio e introdurli nella vita di Dio.

"Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto una grazia al posto di un’altra grazia" (v. 16). Quali sono le due grazie di cui si parla? Il v. 17 ci aiuta a comprenderne il senso. Le due grazie sono la legge di Mosè e quella di Cristo. Per Giovanni, la storia della salvezza abbraccia due momenti fondamentali: il dono della legge nella rivelazione provvisoria del Sinai e "la grazia della verità" nella rivelazione definitiva di Gesù. Le due tappe della rivelazione non sono in contrasto tra loro: Mosè è il rivelatore imperfetto della legge e il mediatore umano tra Dio e Israele, Gesù invece è il Rivelatore perfetto e definitivo della Parola e il Mediatore umano-divino tra il Padre e l’umanità.

Infine il versetto finale del prologo offre un’ulteriore spiegazione del perché Gesù è il compimento della legge di Mosè: perché Dio si rivela in Gesù. Solo il Figlio unigenito ha potuto rivelare il Padre perché nessuno ha mai visto Dio se non il Figlio unigenito che ce l’ha rivelato (v. 18).

Il "seno" del Padre nel linguaggio biblico è l’immagine tipica dell’amore e dell’intimità: tutta la vita di Gesù si svolse come vita filiale in un atteggiamento di ascolto e di obbedienza al Padre, in un rapporto di amore con il Padre e come manifestazione del Padre.

 

26 dicembre 2010
Mt 2,13-15.19-23

13 Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo».
14 Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, 15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio.
19Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20e gli disse: "Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino". 21Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. 22Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea 23e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: "Sarà chiamato Nazoreo".

L’Egitto ha sempre rappresentato nella storia d’Israele il luogo di rifugio per coloro che erano minacciati in patria (cf. Dt 23,8; 1Re 11,40). Le relazioni politiche tra i due paesi lo consentivano.

L’iniziativa di Erode di eliminare il bambino, anticipa l’iniziativa dei farisei (Mt 12,14), dei grandi sacerdoti e degli anziani (Mt 27,20), che alla fine si compirà con l’aiuto della folla.

Il profeta Osea esalta l’amore di Dio per il suo popolo con l’immagine del padre e del figlio, scorgendo nella liberazione dalla schiavitù dell’Egitto l’inizio degli speciali rapporti tra Dio e Israele. Per l’evangelista Matteo il profeta ha parlato di Gesù. Il testo profetico gli ha dato la possibilità di far valere quello che per lui è l’essenziale attributo di "figlio", attribuendolo a Gesù.

L’occasione per il ritorno in patria è data dalla morte di Erode. L’ordine impartito dal Signore per mezzo dell’angelo sottolinea la guida di Dio. Il passaggio al plurale "sono morti" (v. 20) costituisce un’evidente imitazione della storia di Mosè (Es 4,19). La famiglia di Gesù non va più a Betlemme, in Giudea, ma a Nazaret, in Galilea. Il motivo è costituito dal nuovo assetto politico avvenuto dopo la morte di Erode. Il regno di Erode fu diviso tra tre dei suoi figli. Archelao ottenne la Giudea, la Samaria e l’Idumea; Erode Antipa la Galilea e la Perea; e Filippo i territori ad oriente e a settentrione del lago di Genesaret. Di tale cambiamento Giuseppe viene a conoscenza al suo arrivo in Israele. L’ordine che riceve in sogno gli comanda di recarsi in Galilea. L’ingresso di Gesù in terra d’Israele è travagliato. Fin d’ora si incomincia ad avvertire il rifiuto da parte della sua gente.

Nazaret diventa la patria di Gesù. Di questa località non abbiamo nessuna notizia né nell’Antico Testamento né nel giudaismo contemporaneo, e questo è un indizio della sua irrilevanza (Gv 1,46). Evidentemente Nazaret, quale patria di Gesù, costituiva un elemento del conflitto che opponeva il cristianesimo al giudaismo. L’obiezione giudaica era questa: il Messia non poteva provenire da questo paesino (Gv 7,40-43). Infatti, come si poteva dimostrare che questa provenienza era conforme alla Scrittura, se Nazaret non ricorre affatto nell’Antico Testamento? La risposta sta nel v. 23.

Il nome Nazoreo ricorre 13 volte nel Nuovo Testamento. Da questo si può dedurre che nel cristianesimo primitivo era stato una designazione frequente di Gesù. In un solo passo del Nuovo Testamento i discepoli di Gesù sono chiamati Nazorei (At 24,5). Luca usa indistintamente i termini Nazoreo e Nazareno (4,34; 24,19). Matteo, invece, evita sempre il termine Nazareno: per lui Nazoreo significa uomo di Nazaret. Il primo capitolo si era concluso con l’imposizione di un nome, Gesù, il secondo si conclude con l’imposizione di un altro nome, Nazoreo.

Ci sono e vengono discusse altre due possibilità. Gesù sarebbe presentato da Matteo come nazir, nazireo, consacrato a Dio, santo di Dio (Nm 6,3ss). Ma l’immagine del nazireo si adattava meglio a Giovanni Battista che a Gesù, al quale si rimproverava di essere un mangione e un beone Mt 11,19). Più persuasiva è l’interpretazione messianica del nome Nazoreo. Essa si fonda sull’affinità fonetica di questo nome con nezer, il virgulto messianico atteso dal profeta: "Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse e un ‘virgulto’ darà frutto dalle sue radici" (Is 11,1).

L’evangelista che ha incentrato l’annunzio della nascita sull’oracolo dell’Emmanuele attinto da Is 7,14, forse vi ritorna con questa citazione finale. "Sarà chiamato Nazoreo" (nezer: Is 11,1) potrebbe essere una citazione parallela a: "Sarà chiamato Emmanuele" (Is 7,14). L’appellativo "nazoreo" che, al momento in cui Matteo scriveva il suo vangelo, serviva a deridere il Messia e i suoi discepoli (cf. Gv1,46) e che apparirà sulla croce come motivo di condanna del Cristo (Gv 19,19) trova qui la sua piena giustificazione biblico-profetica. Gesù Nazoreo è il vero re dei giudei annunciato dalle Scritture e che i fatti della sua infanzia dimostrano come tale. Con quest’ultimo accenno l’autore finisce di tratteggiare la figura e di rievocare la missione di Gesù. In lui si riassume quanto di positivo si trova nella precedente storia biblica. Scrive E. Galbiati: "Mosè e l’Esodo, il periodo dei giudici e dei carismatici; gli splendori del regno e la sapienza di Salomone; l’esilio e la speranza della restaurazione: tutta questa storia è in funzione di Gesù. Appunto per questo Matteo ha voluto presentare l’infanzia di Gesù in funzione di questa idea".

 


Attraverso i testi dell’Antico Testamento citati, evocati o semplicemente presentati in filigrana, in questo brano Gesù appare come il "nuovo Giacobbe/Israele" e il "nuovo Mosè". Tutto si svolge in un lungo esodo: da Betlemme a Nazaret, via Egitto.

Il re Erode che ordina il massacro degli innocenti per ragioni di stato (v. 16), ricorda il faraone, re d’Egitto, che ordina la soppressione di tutti i bambini ebrei (Es 1,15-22).

Come Mosè era riuscito a sfuggire misteriosamente alla morte (Es 2,1-10) e si era rifugiato all’estero per sfuggire al faraone (Es 2,11-15), prima di affrontarlo apertamente, per ordine di Dio, dopo aver ricevuto l’investitura profetica (Es 3,1-12), così Gesù scampa al massacro, fugge da Erode andando all’estero in Egitto (vv. 13-15) e si ritira quindi a Nazaret (v. 23), per ricomparire a predicare pubblicamente, dopo l’investitura messianica in occasione del battesimo (cap. 3 e 4).

Matteo stesso ci dà la chiave di questo parallelo, riportando al v. 20 una frase di Es 4,19: "perché sono morti coloro che cercavano di farti morire". I termini con cui Gesù e Mosè sono richiamati dall’esilio per liberare il popolo di Dio sono identici.

Gesù viene anche paragonato a Giacobbe/Israele (cf. Gen 46,2-5). Come Giacobbe, dopo la discesa in Egitto, ritornò cresciuto nelle dimensioni di un popolo, così Gesù scompare in questa terra di schiavitù che è il mondo, per ricevere la chiamata di Dio attraverso le acque e il deserto (cfr. cap.4). Questa interpretazione è confermata dalla citazione di Osea 11,1: "Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio".

Gesù viene identificato con tutto il popolo di Israele. La fuga di Cristo, nuovo Giacobbe, in Egitto e il suo ritorno nella terra di Israele alla testa delle folle che lo seguono (cf. 4,25) prefigurano già ciò che il mistero pasquale realizzerà per tutta l’umanità.

E infine la citazione dei "profeti" (v. 23), che non troviamo in nessuna parte della Scrittura, invita a pensare che ci scontriamo qui con un fatto inaspettato: la presenza di Gesù a Nazaret. Questo piccolo villaggio della Galilea non ha riscontro nell’Antico Testamento. È là, tuttavia, che Gesù, al ritorno dall’esilio, fa terminare il suo esodo. La Galilea è importante per Matteo; essa è chiamata "Galilea delle genti" (Is 8,23—9,1; Mt 4,15-16); per questo rappresenta la primizia del ritorno di tutti i popoli a Dio.

L’infanzia di Gesù è la prima tappa del vangelo e lo contiene tutto intero. Questi due capitoli sono come una rilettura di tutto l’Antico Testamento attraverso la storia del bambino Gesù. Egli viene ad adempiere le promesse fatte ad Israele. Attraverso le cinque citazioni della Scrittura qui riportate, la Parola di Dio ci insegna che Gesù, già chiamato "mio figlio" (2,15) è realmente fin dall’origine il Cristo di Dio, come lo mostrerà la narrazione dei capitoli 3 e 4, centrata sulla venuta dello Spirito, e la voce che risuona dal cielo al battesimo di Gesù.

 

27 dicembre 2010
Gv 20,2-8

2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». 3 Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4 Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7 e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

Il messaggio di Maria Maddalena esprime smarrimento, ma contiene anche un presentimento che la luce è vicina, che sono iniziati i tempi nuovi in cui Gesù risorto dona la sua vita.

I primi discepoli non si aspettavano la risurrezione di Gesù ed erano impreparati per un tale evento. Questa impreparazione radicale mette maggiormente in rilievo l’intervento di Dio.

I responsabili della Chiesa delle origini sono posti dinanzi all’evento della tomba vuota. Ciascuno con la propria individualità vive l’esperienza della ricerca sei segni visibili del Signore. Il discepolo amato giunge prima di Pietro al sepolcro. "Se ha corso più in fretta, se è arrivato per primo, deriva dal fatto di essere il ‘discepolo che Gesù amava’; da questo è dipeso anche che egli fosse accanto a Gesù nell’ultima cena e vicino alla madre di Gesù sul Calvario e che alla pesca miracolosa abbia riconosciuto per primo il Signore. E’ forse ancora lui che bisogna riconoscere nel discepolo che, per primo insieme ad Andrea, si è messo a seguire l’Agnello di Dio" (Mollat).

Entrato nella tomba, Pietro osservò un ordine perfetto: le bende sono rimaste al loro posto come vuote del corpo del Signore e il sudario "ripiegato" ben disposto "in un angolo a parte" ( v. 7). Pietro è davanti ai segni del Risorto. Non c’è stato trafugamento del corpo o manomissione. Gesù si è liberato da solo, a differenza di Lazzaro che fu sciolto dagli altri. La risurrezione di Lazzaro era l’annuncio figurativo della risurrezione della carne, quella di Cristo il compimento. Lazzaro era ritornato alla vita terrena, Cristo a quella superiore, al Padre.

La presenza nel sepolcro vuoto di due testimoni oculari risponde alle norme del diritto giudaico (cfr Gv 8,17; Dt 19,15), ma sottolinea l’autenticità dei segni dell’evento pasquale. Solo del discepolo amato è detto che, dopo aver visto, "cominciò a credere" nei segni delle bende e del sudario ripiegato.

Così l’evangelista ci descrive l’alba di questo primo giorno che si preannuncia pieno di luce; siamo all’inizio del cammino della fede pasquale per la comunità dei discepoli.

"Nella Chiesa che va alla ricerca dei segni ci sono diversi temperamenti, diverse mentalità: c’è l’affetto di Maria, l’intuizione di Giovanni, la massiccia lentezza di Pietro; si tratta di diversi tipi, di diverse famiglie di spiriti che cercano i segni della presenza del Signore. Ma tutti, se sono veramente nella Chiesa, hanno in comune l’ansia della presenza di Gesù tra noi. Esistono dunque nella Chiesa diversi doni spirituali, da cui hanno origine diverse disposizioni: alcuni sono più veloci, altri più lenti; tutti comunque si aiutano a vicenda, rispettandosi reciprocamente, per cercare insieme i segni della presenza di Dio e comunicarceli, nonostante le diversità delle reazioni di fronte al mistero. In questo episodio troviamo l’esempio di una collaborazione nella diversità: ciascuno comunica all’altro quel poco che ha visto, e insieme ricostruiscono l’orientamento dell’esistenza cristiana, laddove i segni della presenza del Signore, di fronte a gravi difficoltà o a situazioni sconvolgenti, sembrano essere scomparsi…Quando manca la presenza dei segni visibili del Signore, bisogna scuotersi, muoversi, correre, cercare comunicazione con gli altri, con la certezza che Dio è presente e ci parla. Se nella Chiesa primitiva Maddalena non avesse agito in tal modo, comunicando ciò che sapeva, e se non ci si fosse aiutati l’un l’altro, il sepolcro sarebbe rimasto là e nessuno vi sarebbe andato; sarebbe rimasta inutile la risurrezione di Gesù. Soltanto la ricerca comune e l’aiuto degli uni agli altri portano finalmente a ritrovarsi insieme, riuniti nel riconoscimento dei segni del Signore" (C. M. Martini).

 

28 dicembre 2010
Mt 2,13-18

13 Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo».
14 Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, 15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio.
16 Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s'infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. 17 Allora si adempì quel che era stato detto per mezzo del profeta Geremia:
18 Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande;
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata, perché non sono più
.

L’Egitto ha sempre rappresentato nella storia d’Israele il luogo di rifugio per coloro che erano minacciati in patria (cfr Dt 23,8; 1Re 11,40). Le relazioni politiche tra i due paesi lo consentivano.

L’iniziativa di Erode di eliminare il bambino, anticipa l’iniziativa dei farisei (Mt 12,14), dei grandi sacerdoti e degli anziani (Mt 27,20), che alla fine si compirà con l’aiuto della folla.

Il profeta Osea esalta l’amore di Dio per il suo popolo con l’immagine del padre e del figlio, scorgendo nella liberazione dalla schiavitù dell’Egitto l’inizio degli speciali rapporti tra Dio e Israele. Per l’evangelista Matteo il profeta ha parlato di Gesù. Il testo profetico gli ha dato la possibilità di far valere quello che per lui è l’essenziale attributo di "figlio", attribuendolo a Gesù.

L’uccisione di tutti i bambini a Betlemme e dintorni fino a due anni di età vuole illustrare il furore di un potere terreno offeso più che il numero dei bambini uccisi. Il carattere di Erode, nella descrizione di un simile fatto di sangue, è colto con precisione.

La funesta strage dei bambini non è, al pari della fine del traditore Giuda in Mt 27,9, lo scopo diretto del piano divino.

Secondo Geremia (31,15ss), Rachele, moglie prediletta di Giacobbe, si lamenta per i figli deportati in esilio. Nella sua qualità di progenitrice essa portava già in grembo questi figli di una lontana generazione, quelli appunto sterminati da Erode. Rama, nelle cui vicinanze Rachele fu sepolta, si trova sulla strada per Efrata, a nord di Gerusalemme. Già in epoca antica la tradizione della tomba di Rachele si è spostata nella regione a nord di Betlemme, come presuppone il testo di Matteo. Secondo l’evangelista, Rachele eleva anticipatamente un lamento sul suo popolo d’Israele non credente. La strage dei bambini di Betlemme diventa la prefigurazione del futuro giudizio su Gerusalemme.

Sul massacro di Betlemme riferisce anche Macrobio, scrittore romano vissuto verso il 400 d.C. (Sat.2,4,11): "Quando Augusto ebbe la notizia che coi bambini inferiori ai due anni, che il re dei giudei Erode aveva fatto uccidere in Siria, sarebbe stato soppresso lo stesso figlio del re, disse: ‘E’ meglio essere un maiale (in greco ùs) di Erode che suo figlio (in greco uiòs).

Il gioco delle parole ùs e uiòs presuppone la polemica antigiudaica e il divieto giudaico di mangiare carne di maiale. Nel regno di Erode è più al sicuro il maiale che lo stesso figlio del re.

Lo storico Flavio Giuseppe (Ant. 17,121) descrive Erode come un uomo "che infieriva con tutti senza differenza con la stessa crudeltà, non conosceva misura nell’ira e si riteneva al di sopra del diritto e della giustizia".

 

29 dicembre 2010
Lc 2,22-35

22 Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23 come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24 e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.
25 Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; 26 lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 27 Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, 28 lo prese tra le braccia e benedisse Dio:
29 «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
30 perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
31 preparata da te davanti a tutti i popoli,
32 luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele».
33 Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.

Il Signore visita il suo tempio. Egli non viene per giudicare l’inosservanza della legge, ma per sottomettersi come uomo all’obbedienza al Padre al quale gli uomini hanno disobbedito. Viene a pagare il debito dell’uomo.

Dio non esige il sacrificio dell’uomo alla propria maestà (questa è la menzogna di Adamo e di tutte le perversioni religiose), ma esige il riconoscimento di sé come dono e sergente di vita perché possiamo attingervi in abbondanza.

Presentandosi a Dio, l’uomo viene restituito a se stesso. Riconoscendo che la vita dell’uomo è data da Dio, noi scopriamo l’altissimo dono della vita.

Simeone significa "Dio ha ascoltato". Lo Spirito Santo era su di lui: per questo ascolta e osserva la Parola. Solo gli uomini illuminati dallo Spirito sanno spiegare esattamente la Scrittura e giudicare gli eventi della salvezza. Le braccia del vecchio Simeone rappresentano le braccia bimillenarie d’Israele che ricevono il fiore della nuova vita, la promessa di Dio.

Il Cantico di Simeone si pone sulla linea della grande tradizione del Servo di Jahvé: "Io ti renderò luce delle nazioni perché tu porti la mia salvezza fino all’estremità della terra" (Is 49,6). Ora si compie quanto era stato predetto: "Alzati, rivestiti di luce, la gloria del Signore brilla su di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare in te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere" (Is 60,1-3).

Solo chi vede Gesù salvatore può vivere e morire in pace. Solo l’incontro con Dio può sanare la vita dal veleno della paura della morte e guarire l’uomo dalla falsa immagine di Dio. Dietro la porta della morte non ci attende un abisso di tenebre, ma la sala illuminata del banchetto della vita eterna.

Alla salvezza e alla pace, già presenti nel Cantico di Zaccaria, qui si aggiunge la luce con una chiara connotazione di universalismo: la salvezza è per tutti i popoli.

Simeone, mosso dallo Spirito, ha riconosciuto Gesù; ora predice a Maria il destino del figlio. La persona di Gesù è spiegata ancora oggi a noi dall’Antico Testamento.

Gesù sarà insieme causa di caduta e di risurrezione per le moltitudini d’Israele, perché porta una salvezza "scandalosa" che nessuno è in grado di accettare. Gesù contraddice ogni pensiero dell’uomo. E’ scandalo e follia. Per questo tutti lo contraddicono, si scandalizzano di lui e cadono.

Viene qui adombrato il mistero della morte e risurrezione del Signore che come spada attraverserà il cuore di ogni discepolo e di tutta la Chiesa, di cui Maria è figura.

Simeone, mosso dallo Spirito, ha riconosciuto Gesù; ora predice a Maria il destino del figlio. Anche Maria e Giuseppe, che sono i più prossimi a Gesù, hanno bisogno della parola rivelatrice per poter comprendere ciò che, in Gesù, Dio ha fatto per gli uomini. Per quanto si possa comprendere la pienezza delle imperscrutabili ricchezze di Cristo, rimane sempre in misura ancora maggiore ciò che supera la nostra capacità di comprensione.

Anche i genitori di Gesù si meravigliano e si stupiscono. La loro fede scopre e riconosce le profondità della sapienza e dell'amore di Dio.

Gesù è segno di contraddizione. In lui si realizza la parola del profeta Isaia:" Egli sarà laccio e pietra d'inciampo e scoglio che fa cadere per le due case d'Israele, laccio e trabocchetto per chi abita in Gerusalemme. Tra loro molti inciamperanno, cadranno e si sfracelleranno, saranno presi e catturati" (8,14-15). Dio ha dato a Gesù questa missione, perché Israele prendesse una decisione nei suoi confronti. Chi sta con lui sarà salvato; chi gli si oppone, cadrà. Israele sarà salvato non perché è il popolo eletto da Dio, ma perché prenderà la sua decisione a favore di Gesù. Solo chi sceglie Gesù appartiene veramente al popolo di Dio.

Gesù sarà insieme causa di caduta e di risurrezione per il popolo d'Israele, perché porta una salvezza "scandalosa" che nessuno è in grado di accettare. Gesù contraddice ogni pensiero dell'uomo. E' scandalo e follia! Per questo tutti lo contraddicono, si scandalizzano di lui e cadono. Viene qui adombrato il mistero della morte e risurrezione del Signore che come spada attraverserà il cuore di ogni discepolo e di tutta la Chiesa, di cui Maria è figura.

Il cantico di Simeone provoca inevitabilmente una reazione di meraviglia nei genitori. Essi fanno una progressiva scoperta del figlio, che li riempie di gioia, ma anche di sorpresa. Questo cantico è seguito da una profezia rivolta alla madre. Per Luca essa ha un compito particolare da assolvere accanto al figlio nel piano della salvezza. Per la prima volta viene segnalato il duro cammino che il Salvatore dovrà percorrere. Egli sarà un segno di contraddizione; la madre sarà trapassata da una spada. In mezzo alla sua gente Gesù sarà una pietra di scandalo per alcuni e una pietra di fondamento per risorgere a nuova vita per altri. La spada che trafigge l'anima di Maria indica i contrasti cui andrà soggetto il figlio, ma soprattutto la sua morte in croce. La spada che si abbatterà sul Cristo ferirà mortalmente anche la madre. Si tratta di una stessa passione, sopportata simultaneamente, ciascuno per la sua parte, dal figlio e dalla madre.

La missione di Maria, cominciata nelle gioia e nell'esultanza (cfr 1,28), si va coprendo di ombre, che si infittiranno sempre di più fino al Calvario.

 

30 dicembre 2010
Lc 2,36-40

36 C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, 37 era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38 Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
39 Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40 Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

Alla parola dura di condanna, di contraddizione e di spada, subentra la parola di felicitazione, di conforto e di sostegno. Il nome della profetessa e quelli dei suoi avi significano salvezza e benedizione. Anna vuol dire: Dio fa grazia; Fanuele: Dio è luce; Aser: felicità.

I nomi non sono privi di significato. E qui il loro significato illumina e immerge tutto nello splendore della gioia, della grazia e della clemenza di Dio. Il tempo messianico è tempo di luce piena.

Anna è tratteggiata come luminoso esempio delle vedove cristiane. "Colei che è veramente vedova ed è rimasta sola, ha messo la speranza in Dio e si consacra all’orazione e alla preghiera giorno e notte" (1Tm 5, 5).

Illuminata dallo Spirito Santo, Anna riconosce il Messia nel bambino che Maria porta al tempio. Facendo seguito a Simeone, loda Dio e parla continuamente di Gesù a tutti quelli che aspettano "la redenzione di Gerusalemme" (v. 38).

Nel tempio di Gerusalemme si svelano due aspetti: la contraddizione nei confronti di Gesù e l’accoglienza nella fede, la condanna e la salvezza, la caduta e la risurrezione.

Da Gerusalemme, nel cui tempio viene innalzato il segno, s’irradia la luce che rischiara i pagani e si manifesta la gloria d’Israele.

Ciò accade ora, mentre Gesù viene nel tempio; e accadrà ancora più chiaramente quando sarà "assunto" in Gerusalemme, cioè innalzato nella gloria. Allora si radunerà il nuovo popolo di Dio, e i suoi messaggeri da Gerusalemme si diffonderanno in tutto il mondo per raccogliere i popoli attorno al segno di Cristo.

L’infanzia di Gesù è segnata dalla pienezza della sapienza (2,40.52) e dalla presenza della grazia di Dio sopra di lui. Questo mistero di nascondimento di Gesù a Nazaret è il mistero più eloquente di Dio. Questi anni di vita privata e nascosta del Figlio di Dio danno pieno significato e valore alla vita umana nella sua insignificanza del limite, del tempo e dello spazio.

 

31 dicembre 2010
Gv 1,1-18

1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
esiste.
4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta.
6 Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8 Egli non era la luce,
ma doveva rendere testimonianza alla luce.
9 Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10 Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11 Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
12 A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13 i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14 E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15 Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me».
16 Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18 Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato
.

Il vangelo di Giovanni è la più acuta interpretazione dell’evento-Gesù, che gli ha fatto meritare il nome di "vangelo spirituale" (Eusebio). Il prologo, o introduzione, che oggi leggiamo, descrive, in forma poetica, l’opera di Gesù-Verbo e persona divina nell’ampio orizzonte biblico del piano della salvezza, che Dio ha tracciato per l’uomo.

Il prologo è il riassunto concentrato del contenuto del vangelo di Giovanni, che può essere paragonato al tema che viene dato all’inizio di un’opera musicale.

Giovanni colloca il Verbo in Dio, presentandone la preesistenza eterna, l’intimità di vita con il Padre e la sua natura divina. Il termine "Verbo" ha come sottofondo la letteratura sapienziale e il tema biblico della parola di Dio nell’Antico Testamento, dove sia la Sapienza che la Parola vengono presentate come "persona" legata a Dio e mandata da Dio nel mondo per orientarlo verso la vita. Il Verbo è forza che crea, rivelazione che illumina, persona che comunica la vita di Dio.

Il Verbo non solo è vicino al Padre, ma rivolto verso il Padre in atteggiamento di ascolto e di obbedienza. Giovanni afferma con chiarezza, fin dalle prime parole del suo vangelo, che nel Dio unico esiste una pluralità di persone.

Per l’uomo della Bibbia "la parola" è l’espressione più profonda e intima di una persona, e lo stesso Dio non sarebbe Dio se non comunicasse la sua Parola dal fondo del suo essere. Anche per l’evangelista Giovanni è così. Il Verbo è generato eternamente dal profondo del seno del Dio-Amore; egli è il volto del Padre, è l’uguaglianza nella diversità delle due persone che si amano e si comunicano. Con questi primi versetti Giovanni ci introduce nel mistero della rivelazione eterna di Cristo.

Dopo i primi due versetti introduttivi, Giovanni ci presenta il ruolo del Verbo nella creazione dell’universo e nella storia della salvezza: "Tutto accadde per mezzo di lui e senza di lui non accadde nulla (v. 3). Il Verbo spinge tutte le cose all’essere e alla salvezza in quanto esse partecipano alla comunione di vita con lui. Tutta la storia appartiene a lui. Tutte le cose sono opera del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret.

Ogni uomo è fatto per la luce ed è chiamato ad essere illuminato dal Verbo con la luce eterna di Dio, che è la vita stessa del Padre donata al Figlio. La luce di Cristo splende su ogni uomo che viene nel mondo e le tenebre lottano per eliminarla. Tuttavia l’ambiente del male, che si oppone alla luce di Dio e alla parola di Gesù-Verbo, non riesce ad avere il sopravvento e a vincere.

La luce venuta nel mondo è preceduta da un testimone, Giovanni il Battista, che ha la missione di parlare a favore della luce. Questo uomo mandato da Dio ha un compito ben definito nel piano della salvezza, e lo stesso suo nome "Giovanni" lo rivela: annunciare che "Dio è pieno di amore misericordioso" per tutta l’umanità.

Il ruolo del Battista è unico: "venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo" (v. 7). Giovanni è il testimone di Gesù che riceve la testimonianza che il Padre dà al Figlio nel battesimo e che vede lo Spirito scendere e rimanere su Gesù (Gv 1, 32-34). Egli è colui che conduce l’uomo alla fede in Gesù-Luce.

Gesù è la luce autentica e perfetta che appaga le aspirazioni umane; la sola che dà senso a tutte le altre luci che appaiono nella scena del mondo. Questa luce divina illumina ogni uomo che nasce in questo mondo. E’ la luce che si offre nell’intimo di ogni essere come presenza, stimolo e salvezza.

Gesù-Verbo, presente tra gli uomini con la sua venuta, è vicino ad ogni uomo. Benché fosse già nel mondo come creatore e come centro della storia, "il mondo non lo riconobbe" (v. 10), cioè gli uomini non hanno creduto nel Verbo incarnato e nella sua missione di salvatore.

Al rifiuto del mondo, Giovanni ne aggiunge un altro ancora più grave: "E’ venuto tra la sua gente e i suoi non l’hanno accolto" (v. 11). In altri termini: la Parola del Signore è venuta nel popolo ebraico, ma Israele l’ha respinta. E’ presente qui il lungo cammino dell’umanità che, nonostante il progetto di amore e di vita voluto da Dio, ha perso col peccato l’orientamento di tutto il suo essere e non ha riconosciuto il piano amoroso e salvifico di Dio.

Se il comportamento dell’umanità, e in particolare quello d’Israele, è stato di netto rifiuto di Gesù-Verbo, tuttavia, un gruppo di persone, un "resto di Israele", l’ha accolto e ha dato una risposta positiva al suo messaggio, stabilendo un nuovo rapporto con Dio: "A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio" (v. 12). Solo coloro che accolgono il Verbo e credono nella sua persona divina diventano figli di Dio, perché sono nati da Dio e non da elementi umani.

Questo dono della figliolanza divina si accoglie credendo nel Cristo e approfondendo la nostra vita di fede in lui. Accogliere il Verbo significa "credere nel nome" di Gesù, ossia aderire pienamente alla sua persona, impegnare la propria vita al suo servizio.

Il versetto 14 è come la sintesi di tutto l’inno: si afferma solennemente l’incarnazione del Figlio di Dio. Il vangelo afferma che "il Verbo divenne carne", cioè che la Parola si è fatta uomo, nella sua fragilità e impotenza come ogni creatura, nascendo da una donna, Maria. E’ questo l’annuncio da credere per essere salvati: "Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio" (1Gv 4,2-3).

L’espressione "e pose la sua tenda in mezzo a noi" sottolinea lo scopo dell’incarnazione: Dio dimora con il suo popolo stabilmente e per sempre (cfr Ap 7,15). La sua presenza è nella vita stessa dell’uomo e nella carne visibile di Gesù (cfr Gv 2,19-22).

I discepoli hanno contemplato nella fede il mistero di Gesù-Verbo, cioè la gloria che egli possiede come Unigenito venuto da presso il Padre (v. 14). Gesù è la rivelazione di Dio, ma in un modo nascosto e umile. Nel vangelo di Giovanni la gloria del Signore è qualcosa di interiore che solo l’uomo di fede può comprendere. La "gloria" di Cristo è la verità del suo mistero: la rivelazione nell’uomo-Gesù del Figlio di Dio venuto da presso il Padre.

La "grazia della verità" (v. 14) nel linguaggio biblico è il dono della rivelazione che Dio ha offerto all’uomo. La verità, in Giovanni, indica la rivelazione piena e perfetta della vita divina. Il Verbo incarnato è "pieno della verità", ossia è tutto quanto rivelazione. Gesù è "la verità" (Gv 14, 6) ossia la rivelazione definitiva e totale. E questa verità è la "grazia" del Padre, il dono supremo che ci ha fatto il Padre.

Tutta la vita di Gesù è manifestazione di Dio, ma per l’evangelista il momento centrale in cui si manifesta la gloria di Dio un tutta la sua potenza è la croce: l’innalzamento di Gesù è la sua glorificazione. Può sembrare paradossale dire che la croce è la glorificazione, ma tutto diventa luminoso se pensiamo che Dio è amore (1Gv 4, 8) e la sua manifestazione è dunque là dove appare l’Amore. E’ sulla croce che l’amore di Dio rifulge in tutta la sua penetrante luce e pienezza.

I credenti sono coloro che hanno ricevuto "dalla pienezza" ( v. 16) di Gesù-Verbo il dono della rivelazione, che sostituisce ormai quella della legge antica. Ogni credente può attingere a piene mani da questa fonte di vita ed essere partecipe del dono della verità che è in Gesù. La vita di figlio di Dio entra nell’uomo mediante la fede. Il Figlio di Dio infatti si è fatto uomo per rendere tutti gli uomini partecipi della sua realtà di Figlio e introdurli nella vita di Dio.

"Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto una grazia al posto di un’altra grazia" (v. 16). Quali sono le due grazie di cui si parla? Il v. 17 ci aiuta a comprenderne il senso. Le due grazie sono la legge di Mosè e quella di Cristo. Per Giovanni, la storia della salvezza abbraccia due momenti fondamentali: il dono della legge nella rivelazione provvisoria del Sinai e "la grazia della verità" nella rivelazione definitiva di Gesù. Le due tappe della rivelazione non sono in contrasto tra loro: Mosè è il rivelatore imperfetto della legge e il mediatore umano tra Dio e Israele, Gesù invece è il Rivelatore perfetto e definitivo della Parola e il Mediatore umano-divino tra il Padre e l’umanità.

Infine il versetto finale del prologo offre un’ulteriore spiegazione del perché Gesù è il compimento della legge di Mosè: perché Dio si rivela in Gesù. Solo il Figlio unigenito ha potuto rivelare il Padre perché nessuno ha mai visto Dio se non il Figlio unigenito che ce l’ha rivelato (v. 18).

Il "seno" del Padre nel linguaggio biblico è l’immagine tipica dell’amore e dell’intimità: tutta la vita di Gesù si svolse come vita filiale in un atteggiamento di ascolto e di obbedienza al Padre, in un rapporto di amore con il Padre e come manifestazione del Padre.